I giornali hanno raccontato lo sciopero dell’8 marzo come un semplice sciopero “del sindacalismo di base”, concentrandosi esclusivamente sui possibili disagi in scuola, sanità, università e ricerca. È scomparsa la ragione vera: una giornata di lotta femminista, che denuncia le condizioni materiali e ideologiche che continuano a colpire le donne.
Al mattino del 9 marzo la partecipazione degli studenti è stata vivace e determinata, particolarmente prezioso il rapporto che si è creato con le studentesse che hanno letto, fotografato e condiviso il nostro striscione con entusiasmo, riconoscendosi nel messaggio e facendolo circolare ben oltre il corteo.
La performance che si è svolta nelle vicinanze del consolato americano: il fantoccio con la faccia di Trump è stato bruciato ed è stato un gesto contro politiche oppressive e violente che ha dato voce a una rabbia lucida e collettiva.Il nostro striscione ha avuto un grande impatto: moltissime persone lo hanno fotografato e abbiamo rilasciato due interviste, a Milano Today e Telenova, segno che la nostra presenza è stata vista, ascoltata e riconosciuta.
L'adesione parziale della CGIL, limitata a scuola e università, è stata vissuta da molte lavoratrici come una scelta divisiva, che ha finito per escludere proprio le operaie e le lavoratrici dei settori più esposti alle disuguaglianze.Nel pomeriggio abbiamo partecipato al corteo indetto da NUDM che ha una buona capacità di attirare un buon numero di persone, ma riscontriamo una difficoltà crescente a trasformare questa curiosità in relazione, parola, conflitto condiviso.
Al nostro banchetto il movimento c’era, visibile, riconoscibile. La gente si avvicinava, guardava, prendeva il foglio che ha catturato attenzione, ha fatto fermare molte persone.
In un contesto di miseria politica e sociale come quello in cui ci muoviamo, non è un risultato da poco. Ma resta la sensazione che la superficie sia più affollata della profondità, che la disponibilità a “vedere” non coincida con la disponibilità a “parlare”, a interrogarsi, a mettersi in gioco.
Quello che emerge, dunque, è un clima di partecipazione leggera, quasi turistica, che riflette un arretramento collettivo: la protesta come gesto per identificarsi e, appunto, mostrarsi, come se tutto ciò sia sufficiente; manca la tensione o propensione a provare ad affrontare un reale processo di trasformazione.
Un 8 marzo che dice quanto lavoro c'è da fare per riaprire spazi e per ricostruire legami politici che vadano oltre l’occhiata veloce e la simpatia di superficie.
UN DIBATTITO UTILE - per avviare la giusta via della lotta femminista e di classe
Da una compagna lavoratrice delle Marche:
Cara compagna, bisogna smettere di andare in piazza e cominciare andando ai cancelli delle fabbriche e bloccare la produzione. Serve una disamina su che cosa è oggi la classe operaia, intercettare e politicizzare quelle donne e portarle nel dibattito politico. Ma la vedo molto dura in quanto tutte le associazioni e le realtà che si richiamano al trasfemminismo oggi si muovono fin troppo bene in questo sistema e mai si metterebbero di traverso. Noi operaie precarie siamo completamente invisibilizzate
Risposta del Mfpr di Milano:
Cara compagna, condivido la tua idea che bisogna tornare davanti ai cancelli delle fabbriche: senza toccare la produzione, la nostra lotta resta simbolica. Le operaie, soprattutto le precarie, sono state rese invisibili per anni, e riportare la lotta nei luoghi di lavoro è difficile, ma fondamentale.
Ma proprio perché è l’8 marzo non possiamo dimenticare che la forza di questa giornata sta nella presenza delle donne in tutte le loro condizioni materiali: lavoratrici, migranti, precarie, disoccupate. La piazza e la fabbrica non sono alternative: sono due terreni che devono parlarsi, perché la nostra oppressione non si divide in compartimenti stagni.
Sulla questione del transfemminismo, condivido il limite che vedi anche tu. Non perché le differenze non contino, ma perché una parte di quel discorso è diventata troppo centrata sull’identità individuale, rischiando di lasciare indietro proprio chi è più sfruttata. Le sigle – L, G, B, T, Q… – non dovrebbero essere un elenco da recitare, ma vite reali da difendere dentro una pratica collettiva.
La solidarietà non nasce dall’identità, ma dalla condizione comune di chi subisce precarietà, bassi salari, ricatti, violenza economica e sociale.
E questo vale anche per i sindacati: molti danni sono stati fatti, anche da quelli di base, e lo sappiamo molto bene.
Ma proprio per questo serve ricostruire legami, non chiuderci in cerchie sempre più piccole. La lotta non può permettersi di escludere nessuno: né chi sta in piazza, né chi sta in fabbrica, né chi vive discriminazioni diverse dalle nostre.




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