16/09/19

Nel Brasile di Bolsonaro uccisa una donna ogni due ore e le leggi varate dal governo su armi e legittima difesa (per aumentare i profitti delle lobby delle armi) andranno a incrementare il numero dei femminicidi

In Brasile viene uccisa una donna ogni due ore. 4.254 morte in tutto il 2018.
Un dato in diminuzione del 6,7% rispetto al 2017, ma ancora troppo elevato. I casi registrati come “femminicidi”, inoltre, sono aumentati, da 1.047 a 1.173. E gli analisti temono che la situazione possa peggiorare a causa degli ultimi provvedimenti portati avanti dal governo di Jair Bolsonaro. A rivelarlo è l’ultimo studio del giornale G1 condotto col Forum brasiliano di sicurezza pubblica e dal Nucleo di studio della violenza dell’Università di San Paolo.

Situazione critica a Rio. Stando al Dossier Donna pubblicato dall’Istituto di sicurezza pubblica dello stato di Rio de Janeiro, lo scorso anno nel popoloso stato brasiliano sono state aggredite poco meno di 25 mila donne. E in tre casi su cinque questo è successo tra le mura di casa. Gli omicidi, invece, sono stati 350. E in più della metà dei casi di femminicidio, i responsabili erano compagni o ex compagni di chi ha subito l’aggressione. Nello stato carioca, inoltre, resta molto elevato il numero delle violenze sessuali: più di 4.500 quelle denunciate, pari a 12 al giorno. E sette volte su dieci la vittima era minorenne. “Gran parte di questi crimini si verifica all’interno della residenza da parte di una persona che, in qualche modo, partecipa alla vita della vittima”, sottolinea il presidente dell’Istituto di sicurezza pubblica, Adriana Mendes.
Femminicidi a San Paolo. Nello stato di San Paolo il numero di femminicidi nei primi tre mesi di quest’anno sono cresciuti del 76%. E nello stesso periodo i crimini sessuali sono cresciuti del 14%, arrivando a 4.458 denunce contro la dignità sessuale, contro le 3.903 del primo trimestre dello scorso anno. Detto in un altro modo, le vittime sono state una ogni 29 minuti.
Leggi pericolose. A far temere un peggioramento della situazione nel paese sudamericano ci sono poi due provvedimenti firmati da Bolsonaro a gennaio e maggio. Decreti che facilitano l’accesso alle armi e che si teme possano rendere ancora più pericolosa la vita delle donne. “Avere più pistole in casa è un fattore che può effettivamente aumentare la letalità degli assalti domestici. Avere una pistola a casa, tra l’altro, aumenta anche la paura da parte dei membri della famiglia che nel corso dei conflitti domestici temono che la persona violenta possa prendere l’arma e provocare una tragedia”, sostiene Jacqueline Sinhoretto, leader del gruppo di studio sulla violenza e la gestione dei conflitti all’Università federale di San Carlos. Un’altra norma in discussione, inoltre, stabilisce pene fortemente ridotte nei casi di legittima difesa quando “l’eccesso intenzionale” avviene per “paura, sorpresa o emozione violenta”. Un disegno di legge che, se approvato, potrebbe rendere più difficile la lotta alla violenza contro le donne.

15/09/19

Gli stupri legalizzati degli italiani in Africa. Una ragione in più per le donne, di ribellarsi al sistema capitalistico e alla sua espressione più feroce, l'imperialismo

Le spose bambine non erano normali. Gli stupri legalizzati degli italiani in Africa

A cura di Natascia Alibani


Non fu solo Montanelli a sposare una dodicenne abissina. Nell'Africa conquistata dagli italiani stupri legalizzati, madamato e concubinato, anche rispetto a bambine e ragazze giovanissime, erano la "prassi" con cui si rivendicava la "supremazia dell'Impero".

Questo post di Natalino Balasso, che per una volta sveste gli abiti del comico per concentrarsi su tutt’altro tipo di argomenti, fa riaffiorare una riflessione davvero dolorosa ma, al contempo, necessaria, per comprendere appieno cosa sia la guerra nella sua complessità e totalità, intesa non solo come armi da imbracciare e nemici da abbattere, ma soprattutto come azioni di crudeltà e violenza gratuite verso quelli che, molto sinteticamente (e crudamente) sono definite “vittime collaterali”.


“Su Liberation trovo un’intervista che mi fa tornare alla mente la polemica su Indro Montanelli e la sua vicenda con la sposa-bambina africana – scrive Balasso – Montanelli disse che laggiù funziona così, che lui ha fatto né più né meno che quel che facevan tutti. Ma, come sempre, creare mostri ci allontana dalla visione dell’insieme. Si tratta in realtà di una rappresentazione mentale molto più ampia, che attiene all’idea di centralismo morale del colonialismo occidentale. Un’idea, logicamente, maschilista e prevaricatrice. Lo storico Pascal Blanchard ha scritto un libro in cui sono raccolte 1200 immagini come quella che vedete qui sopra (si tyratta di soldati portoghesi in Angola). Il libro è intitolato ‘Sexe, race et colonies’.
A cappello dell’intervista c’è questa dicitura:
‘Per lo storico Pascal Blanchard, la pornografia utilizzata dalle potenze coloniali per promuovere una zona di pensiero in cui tutto è permesso, dev’essere mostrata allo scopo di decostruire un immaginario tuttora presente’.
Una domanda dell’intervista è questa:
Perché la scelta di pubblicare 1200 immagini di corpi colonizzati, dominati, sessualizzati, erotizzati? Non è troppo?
La risposta è:

    ‘È proprio l’abbondanza d’immagini che deve farci porre domande. Essa sottolinea che non si tratta di aneddotica, ma che quelle immagini fanno parte di un sistema su grande scala. Quando si pensa alla prostituzione nelle colonie, nessuno immagina a che punto questo sistema sia stato pensato, mediatizzato e organizzato dagli stessi Stati colonizzatori.

    Quelli che pensano che la sessualità è stata un’avventura periferica al sistema coloniale si sbagliano. La cartografia significa molto: sugli atlanti, le terre da conquistare sono sempre rappresentate allegoricamente come donne nude per simbolizzare le americhe, l’Africa o le isole del Pacifico. La nudità fa parte del marketing della spedizione coloniale, e modella l’identità stessa delle femmine indigene.

In tempi di conquiste, a partire dalla fine del XV secolo, le immagini che circolano evocano un paradiso terrestre popolato di buoni selvaggi che offrono i propri corpi nudi. Fanno parte della scenografia naturale del luogo.
Più tardi, il paradiso terrestre si trasformerà in paradiso sessuale. Gli occidentali partiranno per le colonie col sentimento che tutto è loro permesso.

    Laggiù non ci sono proibizioni, tutti i dettami morali saltano: abuso, stupro, pedofilia. La maggior parte delle immagini che pubblichiamo traccia questa storia, sono state nascoste, marginalizzate o dimenticate in seguito: l’80% di ciò che c’è nel libro non si trova in nessun museo dell’immagine’.


Quel che mi viene in mente è che esiste oggi una sorta di colonizzazione turistica. Non dimentichiamo che l’Italia è da molti anni ai primissimi posti nella classifica del turismo sessuale. Si tratta di migliaia di bravi padri di famiglia che, tornati a casa, faranno discorsi moralizzanti sulla decadenza del nostro paese”.

Gli stupri sono da sempre stati uno degli aspetti più feroci e tremendi di ogni conflitto, soprattutto nella fase dell’espansione imperialistica e coloniale, anche se non devono essere dimenticate le testimonianze delle donne vietnamite durante la guerra, o la figura delle comfort women usate come schiave del sesso dall’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale.

A pagare il prezzo più alto, come spesso accade, sono state le donne, non solo costrette a vedere mariti, genitori, fratelli o figli uccisi dall’esercito rivale, o a fuggire dai propri villaggi, ma brutalizzate e ridotte al rango di oggetti di piacere sessuali da parte degli invasori, che in questo modo rivendicavano il loro diritto alla conquista, equiparando le femmine locali al territorio appena guadagnato, di cui potevano disporre come meglio credevano.

E gli italiani, in questo quadro mostruoso che racconta di barbarie e violenze senza tregua, si sono dimostrati tutt’altro che “brava gente”, nonostante per lungo tempo la verità sull’atteggiamento dell’esercito durante le operazioni di conquista in Libia o in Etiopia sia stato taciuto sotto una coltre di opportuna noncuranza.

La verità, quella di oggi, venuta alla luce, parla di un’Africa italiana devastata da stragi, torture e deportazioni  di intere popolazioni in campi di concentramento, con 100.000 morti nelle operazioni di conquista e riconquista della Libia tra il 1911 e il 1932, e addirittura 400.000 in Etiopia ed Eritrea tra il 1887 e il 1941. A questo si aggiunge, come detto, il quadro delle violenze di genere, che all’epoca erano vissute come perfettamente “normali” (ricordiamo che lo stesso Montanelli definì la sua sposa dodicenne un “animaletto docile”), perfettamente riassunto in un articolo di Chiara Volpato, ordinaria di psicologia sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca.


La “porno-tropics tradition”


Almeno fino al momento della conquista dell’Etiopia, gli italiani erano in linea con quella che McClintock, in uno studio del 1995, definì la “porno-tropics tradition”, ovvero la metafora della Venere nera, che riduceva l’immagine della donna africana al rango esclusivo di “sogno” esotico ed erotico. La donna nera non aveva perciò altra identità all’infuori di quella sessuale, per cui era del tutto naturale che gli italiani venissero allettati all’idea di trasferirsi nelle colonie con la  promessa di poter coltivare un vero e proprio “harem coloniale”.

Ma, dopo la creazione dell’impero in Etiopia, il regime fascista sostituì l’immagine della Venere nera con quella, assai meno aulica, dell’essere inferiore, che doveva essere sottomesso per riaffermare la superiorità occidentale ed europea e la legittimità della colonizzazione.

Le relazioni sessuali intrecciate tra donne africane, spesso appena bambine o poco più, e colonizzatori furono definite “madamato”, termine con cui si intende una relazione temporanea, pur se non occasionale, tra un cittadino e una “suddita indigena”. Anche in questo caso, dopo la creazione dell’impero vennero predisposti dei meccanismi giuridici tesi a riaffermare il prestigio dei bianchi, tra cui il divieto alle relazioni coniugali ed extraconiugali tra “razze diverse”, al riconoscimento legittimo e all’adozione dei figli nati dalle unioni tra cittadini e suddite, e l’instaurazione di una severa segregazione razziale che ricacciò i “meticci” nella comunità di appartenenza, sciogliendo ogni istituzione precedentemente creata per la loro assistenza.

Chiaro che, in un contesto del genere, le donne africane vennero stigmatizzate tre volte: per razza, per classe, per genere. Senza contare che il divieto di relazioni “legittime” tra conquistatori e loro acuì, in molti italiani, il desiderio di possederle comunque, aumentando a dismisura gli atti di violenza nei loro confronti.


Alcune storie di violenza sulle donne africane


Sempre nell’articolo della Volpato si leggono alcuni episodi di violenza posti in essere dai conquistatori italiani nel Corno d’Africa. Nel 1891, nel processo portato avanti dalla Commissione reale d’inchiesta dopo la conquista di Asmara, teso a far luce su alcuni dei misfatti compiuti dall’esercito italiano, emerse che le cinque mogli del Kantibai Aman (morto in carcere) erano state sorteggiate, su disposizione del generale Baldissera, tra gli ufficiali italiani del presidio. Eppure, nessuno dei personaggi coinvolti fu punito, sulla base della decisione che non fosse stata violata la disciplina militare.

Una testimonianza di Alberto Pollera del 1922:

    La legge indigena ammette la ricerca della paternità; anzi questo è uno dei cardini di quel diritto; la legge italiana la vieta; e basandosi su questo contrasto di diritto, molti Italiani, approfittando della ignoranza delle indigene su questo punto, ne fanno facilmente delle concubine, per abbandonarle quando ne abbiano prole.


Una lettera, inviata nel 1911 al console Piacentini, da parte di un colono che protestava per la richiesta delle ragazze bilene di cento talleri di Maria Teresa per la loro verginità; l’uomo si stupiva del fatto che

    … In un paese di conquista, come l’Eritrea, non fosse permesso al dominatore bianco di impadronirsi colla violenza di queste ragazze, od almeno non fosse loro imposto un prezzo molto minore.

Testimoninaza di Tertulliano Gandolfi, operaio che ci ha lasciato le sue memorie d’Africa, del 1910:

    Fra i tanti dolorosi casi osservati da me, eccone uno. Una volta vidi in pieno giorno un sottufficiale trombettiere curvo, come una bestia in calore, sopra un bimbo di circa otto anni, malaticcio, che non aveva altro che la pelle e ossa, che lo stuprava.

Testimonianza di Ladislav Sava, medico ungherese che era ad Addis Abeba al momento dell’occupazione italiana, al settimanale londinese New Times & Ethiopia News, nel 1940:

    Ho assistito personalmente alla deportazione di donne etiopiche in case convertite con la forza dai militari italiani in postriboli.

Nelle interviste raccolte nel 1994 tra i reduci d’Africa uno degli intervistati ha dichiarato:

    La colonia era un paradiso per gli uomini anziani che potevano avere rapporti con bambine di dodici anni.

Due sentenze emesse dal tribunale di Addis Abeba per stupro: nella prima la vittima, Desta Basià Ailù, è una bambina di appena nove anni, segregata per diversi giorni, contro la sua volontà, nell’abitazione dell’imputato, poi processato per violenza carnale, non per sequestro di persona. Ha ottenuto le attenuanti sulla base del fatto che la vittima fosse una bambina abbandonata, facile preda di chiunque.

Nella seconda parliamo di Lomi, di tredici anni, legata “per punizione”, dopo la violenza carnale. Il suo carnefice fu in prima istanza assolto, perché i giudici ritennero che a tredici anni si trattasse di un’abissina sessualmente maggiorenne. Venne condannato in appello, per non aver seguito i dettami della missione civilizzatrice della razza superiore.

continua su: https://www.robadadonne.it/180113/gli-stupri-legalizzati-degli-italiani-in-africa/2/?on=ref Roba da Donne

Solidarietà con le lavoratrici e i lavoratori in lotta alla Piaggio. La precarietà ci stronca la vita, con questo sistema facciamola finita!

Pisa  - Mattinata di protesta per alcuni ex lavoratori della Piaggio di Pontedera che questa mattina si sono simbolicamente incatenati ai cancelli della sede pisana di Confindustria.




I motivi della protesta

I lavoratori chiedono la stabilizzazione all’azienda e il rispetto dell’accordo, spiega una nota dell’Usb, «che prevede le assunzioni in base all’anzianità lavorativa». La protesta è stata promossa dal sindacato di base in concomitanza dell’incontro tra azienda e Cgil, Cisl e Uil nell’ambito della trattativa per il contratto integrativo che si sta svolgendo nella sede confindustriale. La vicenda riguarda una cinquantina di addetti, uomini e donne, che, si spiega, per anni hanno lavorato con contratti a termine in catena di montaggio

Condannata a 4 mesi per insulti a un poliziotto. Solidarietà dal mfpr, l'unica giustizia è quella proletaria

Più 2.500 euro di risarcimento e 2.000 euro di spese processuali. La 27enne è andata a processo per oltraggio a pubblico ufficiale: i fatti si riferiscono al 27 aprile 2015, quando il collettivo Hobo si presentò alla Festa dell’Unità in Montagnola per contestare l’allora ministro Poletti.
Condanna a quattro mesi (con pena sospesa e non menzione nel certificato del casellario giudiziale) ad una delle/i attiviste/i che il 27 aprile 2015 si presentarono in Montagnola su iniziativa del collettivo Hobo per contestarel’allora ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, invitato alla Festa dell’Unità che si svolgeva nel parco: la 27enne era accusata di aver insultato un poliziotto, quindi di oltraggio a pubblico ufficiale.
Oltre ai quattro mesi, l’attivista è stata condannata ad un risarcimento di 2.500 euro nei confronti dell’agente e al pagamento di 2.000 euro di spese processuali. Nei suoi confronti era stato emesso un decreto penale di condanna, ma a seguito dell’opposizione presentata dall’imputata il giudice aveva disposto il giudizio immediato, che si è ora concluso con la condanna.
Dopo l’ingresso dei contestatori nel parco, “celerini e carabinieri– scrisse Hobo quel giorno- si sono gettati all’inseguimento di compagne e compagni, aggredendo e pestando in modo brutale chi veniva buttato per terra. Un compagno è stato violentemente manganellato alla testa, riportando un taglio profondo e perdendo abbondantamente sangue. Le cariche e le minacce (al grido di ‘vi ammazziamo’ e ‘froci di merda’) sono continuate per tutto il parco e sulle scale, mentre le forze dell’ordine cercavano di allontanare i giornalistiOra, una nostra compagna è stata condannata in primo grado a 4 mesi di reclusione per aver detto la verità. Quale? Che il poliziotto che aveva appena spaccato la testa ad un ragazzo a suon di manganellate era “un gran pezzo di merda, un servo”. Lapalissiano. 
Ma ricordiamo brevemente i fatti. Il 27 aprile 2015 si presenta alla festa dell’Unità di Bologna l’allora ministro del lavoro Giuliano Poletti. Non pensiamo ci sia bisogno di ricordare il soggetto, ma per i più smemorati si sappia che nel suo curriculum spiccano l’istituzionalizzazione del precariato attraverso il jobs act, il suo coinvolgimento nell’inchiesta Mafia Capitale e la presidenza di LegaCoop. Oppure le sue pacate dichiarazioni: “i giovani italiani vanno all’estero? Alcuni meglio non averli tra i piedi”; “Sono favorevole a che nei progetti di alternanza scuola e lavoro gli stage lavorativi possano essere fatti anche d’estate, tipo spostare le cassette di frutta”.
In una festa dell’Unità totalmente militarizzata, andammo a scaricare le sue cassette di frutta e il nostro rifiuto alle sue politiche. Un ragazzo venne ferito alla testa, con una manganellata mentre era di spalle, mentre altri vennero rincorsi e manganellati al grido di “inginocchiatevi per terra”. Da lì la ovvia reazione della compagna contro l’eroico poliziotto, che ora chiede pure 2500 euro di risarcimento.
Ma rispediamo al mittente la condanna: di fronte alla verità, riprendendo il titolo, nessuno ci può giudicare, nemmeno tu, servo.”
da zic.it

Alle studentesse, che un buon anno di lotta cominci

14/09/19

Gli uomini che odiano le donne sono fascisti e vanno combattuti come tali



Da Michela Marzano - Repubblica:
"La Corte d'assise d'Appello di Roma, su invito della Cassazione, ritenendo che il reato di stalking non fosse assorbito in quello di omicidio, ha condannato all'ergastolo Vincenzo Paduano assassino di Sara Di Pietrantonio... Non è un semplice raptus di follia che spinge un uomo ad uccidere una donna. Nè tantomeno una scontata forma di "gelosia" - sebbene già nella gelosia sia insito il possesso... Un femminicidio non è qualcosa che accade inaspettatamente: non è l'ordinaria conseguenza di una lite, nè l'ovvio risultato di un tradimento, nè il mero frutto dell'abbandono. E' l'ultimo atto di una catena di soprusi e di violenze che, piano piano, svuotano la donna di ogni dignità, riducendola ad "oggetto"... Gli uomini violenti sono attraversati da profonde fratture narcisistiche che li rendono al tempo stesso fragili e pericolosi: denigrano per sentirsi superiori, offendono per gettare sulla donna la colpa dei propri fallimenti; immaginano che la propria compagna (o moglie) sia una cosa di cui poter disporre a proprio piacimento... Se nessuno interviene per bloccare l'escalation dei soprusi, la violenza di questi uomini non fa altro che aumentare...".

Ecco, vogliamo sottolineare quest'ultima frase. Gli uomini che uccidono, stuprano, fanno violenze sessuali contro le donne, occorre bloccarli prima. E' come contro i fascisti: se non si bloccano, se non si mettono in condizioni di non agire, prima, quando cominciano a sviluppare la loro barbarie, poi crescono, si sentono forti e più pericolosi.
Gli uomini che odiano le donne sono fascisti, comunque, perchè odiano le donne in quanto donne, in quanto pensano, si ribellano, non accettano il loro dominio, ecc., e quindi devono essere trattati come i fascisti, contro cui valgono solo i rapporti di forza e la repressione ferma e immediata, e non le parole o, peggio, la complice connivenza delle Istituzioni. 
Questa comprensione è importante anche per contrastare il clima di comprensione, giustificazione, sorpresa perchè era un "brava persona", verso gli uomini che uccidono le donne, che non di rado viene fuori tra gente del popolo. Anche questo clima deve essere contrastato non solo con le parole, la spiegazione, ma con i fatti, le azioni di lotta delle donne in primis, perchè, come per i fascisti, questo clima, se lasciato in pace, cova, dà alimento alla violenza reazionaria e sessista. E per questo va combattuto con altrettanta determinazione.


13/09/19

Ai domiciliari i 2 stupratori neofascisti di Viterbo. Questa è la giustizia borghese che legittima la violenza sulle donne e a cui le donne devonoa cui noi donne devono rispondere con la violenza rivoluzionaria per affermare l'unica vera giustizia: quella proletaria

Venerdì 13 Settembre 2019
Stupro al pub di Casapound, tornano a casa i due indagati.


«Un pentimento vero non c'è mai stato», aveva sottolineato il legale della donna violentata, l'avvocato Taurchini, secondo il quale le dichiarazioni rese dai due nel corso di un interrogatorio puntavano solo ad ottenere un alleggerimento della misura alla quale sono sottoposti.

Questa mattina la gip del Tribunale di Viterbo, Rita Cialoni, ha concesso i domiciliari con braccialetto elettronico a Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi.
I due ventenni sono stati arrestati a fine aprile per violenza sessulae di gruppo.
Secondo quanto emerso dalla ricostruzione degli inquirenti e dalle immagini dei video ritrovati sui celllulari i due indagati avrebbero violentato per più di tre ore una 36enne di Viterbo nel pub ad uso esclusivo di Casapound a piazza Sallupara.
Nei giorni scorsi il pm Michele Adragna ha chiuso le indagini sul caso e chiesto che vengano giudicati con rito immeditato. I  difensori hanno ancora dieci giorni per chiedere un rito alternativo al Tribunale di Viterbo.

Scuole, la propaganda del governo Conte bis e la realtà delle lavoratrici

Conte: "Rafforzare l'offerta dell'educazione fin dal nido è un investimento strategico per il futuro della nostra società perché combatte le diseguaglianze sociali, che purtroppo si manifestano sin nei primissimi anni di vita, e favorisce una più completa integrazione delle donne nella nostra comunità di vita sociale e lavorativa", sono state le sue parole.".
E LE LAVORATRICI... CHE SONO IN LARGA MAGGIORANZA DONNE? SILENZIO! sulle loro condizioni, uno degli specchi più emblematici dal sud al nord del precariato, dei bassi salari, delle condizioni di sfruttamento, nulla è previsto.  PER FORTUNA PARLANO LE LOTTE

Taranto
 Palermo

La repressione non ferma ma alimenta la nostra ribellione. Solidarietà con le compagne sotto processo dal mfpr


Questa mattina si terranno due udienze contro alcune compagne che da anni si organizzano e lottano insieme alle persone che vivono e lavorano nei numerosi ghetti disseminati nelle campagne di questo paese.

A Palmi (RC) verrà emessa la sentenza contro due compagne accusate di aver aiutato una persona a sfuggire dall’identificazione e, per una di loro, di averlo fatto con l’uso della forza contro un carabiniere, in riferimento alla giornata di lotta del 22 marzo 2017 a San Ferdinando.
A Foggia, invece, si terrà un’udienza del processo che vede accusate alcune compagne di manifestazione non autorizzata, per il blocco avvenuto davanti la Questura durante la mobilitazione congiunta del 6 febbraio 2017, che rientrava in un percorso su scala nazionale contro confini e sfruttamento.

Il caso vuole che questi due processi avverranno in contemporanea, ma non è affatto una coincidenza che in questi contesti, da anni, esistano delle lotte autorganizzate che con tanto coraggio e determinazione stanno contrastando il razzismo e la segregazione che tutti i governi, con il loro apparati istituzionali e non, portano avanti al fine di sfruttare e controllare la vita di migliaia di persone, non solo immigrate.
La nostra solidarietà si basa sulla certezza che solo costruendo relazioni di lotta si possa abbattere questo esistente mortifero.
Quello che accade a chi vive nei ghetti, nei centri di accoglienza o di espulsione, alle persone bloccate alle frontiere o in difficoltà per superarle, viene spesso spettacolarizzato, masticato, digerito e buttato via rapidamente, tra l’esaltazione sul web di gesti altrui.
Noi crediamo invece che sia necessario mettersi in gioco in prima persona, convinti che l’unità vada ricercata tra le differenze e affrontando le contraddizioni, senza alleanze e opportunismi.

Per la libertà.
Rete Evasioni

Rete Campagne in Lotta
i compagni e le compagne di Hurriya

10/09/19

Femminicidio di Elisa Pomarelli, una narrazione che grida vendetta

Da DonnexDiritti, di Luisa Betti Dakli

Elisa non ha provocato la sua morte: Sebastiani è il suo assassino, un violento che la voleva come un oggetto


Adesso è chiaro, il processo è già stato fatto e grazie al nostro grande giornalismo d’inchiesta è emerso che la vera responsabile della morte di Elisa Pomarelli non è altro che lei stessa: una donna di 28 anni che ha provocato il suo decesso per il suo comportamento verso il suo assassino, un amico che voleva essere il suo fidanzato ma che è stato rifiutato da lei perché, oltretutto, era anche lesbica. Una sentenza già confezionata dai giornali che hanno insistito in maniera unanime sulle lacrime del povero Massimo Sebastiani che ha esordito con una confessione dove il pentimento per la sua azione dettata solo da un amore non corrisposto, è stato messo in risalito più della gravità del crimine stesso. Titoli che indugiano su ossessione, raptus di follia e sulle lacrime dell’assassino, e articoli che addirittura empatizzano con l’uomo descritto come un sempliciotto dalle mani grandi che balbetta e si esprime a gesti: un criminale che in realtà ha ucciso senza scrupoli una donna, sua amica, strangolandola e occultandone il cadavere per poi nascondendosi nel tentativo di sfuggire alla legge. Un uomo in realtà violento e pericoloso ripreso in un video pubblicato sulla Libertà dove spacca un armadio recriminando un potere su quella donna come un oggetto tra le sue mani che se non può essere suo, non deve essere di nessuno.
Ieri si è consumata così una delle pagine più vergognose del giornalismo italiano: dai giornali locali fino a Repubblica e Messaggero, la quasi totalità dell’informazione ha solidarizzato con l’assassino che si è macchiato di un femminicidio in piena regola: una dinamica in cui la donna-oggetto (Elisa) che sfugge al possesso del maschio (Massimo), che non vuole se non come amico, viene punita con la sua soppressione fisica senza che questo però provochi un vero sdegno nell’opinionista ma neanche un’oggettiva descrizione dei fatti da parte del cronista che addirittura simpatizza apertamente con chi l’ha uccisa, ribattezzato addirittura “Gigante buono” da un quotidiano non degno di questo nome.
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E allora perché ricamare sopra un amore non corrisposto facendo presa su stereotipi così pericolosi, legati a una quanto mai inopportuna subalternità femminile? Nessuno che abbia usato la parola “violento” per descrivere lo spaccarmadi, nessuno che abbia solidarizzato con Elisa che aveva tutti i diritti di frequentare un amico e di respingerlo senza per questo pensare di dover morire, nessuno che si sia fatto scrupolo di mettere in prima pagina la foto dei due insieme sorridenti e felici come se nulla fosse. 
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Elisa uccisa perché amava le donne;
Era profondamente innamorato;
Il gigante buono e quell’amore non corrisposto;
sono alcune delle perle raccolte nei titoli di giornali che praticamente hanno accusato Elisa di aver provocato la reazione di un uomo respinto che per troppo amore ha ucciso la donna che “non poteva avere”. Una vergogna che ha raggiunto l’apice in Rai dato che al Tg2 è andato un onda un servizio con il seguente commento giornalistico: “L’uomo ha detto di essere distrutto, che la sua vita è finita con quella di Elisa. Il corpo è stato trovato coperto da una coperta in segno di pietà. L’uomo non è andato mai via dal luogo in cui ha portato il corpo della donna, tutti i giorni andava a trovarla e le parlava.” Parole che rendono questi giornali complici di questi femminicidi che vengono descritti come reati marginali perché dettati da gelosia, raptus o amore, dove l’assassino viene dipinto come un uomo disperato che non poteva evitare di commettere quel crimine quando qui è chiaro che i sentimenti non c’entrano assolutamente nulla perché chi ama non uccide. E questo perché nel profondo è insito e ben fermo che l’uomo ha sempre delle ragioni, mentre la donna no, neanche quando è vittima di una furia omicida.
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Una rivittimizzazione grave che avviene ancora dopo anni di formazione fatta in tutta Italia dallo stesso Ordine dei giornalisti e dagli Odg regionali, su concetti spiegati a grandi lettere nel Manifesto di Venezia e in una miriade di articoli, saggi, convegni, libri, recuperabili ovunque da qualsiasi collega che si voglia documentare su quello che va a scrivere. Giornalisti che non possono più nascondersi dietro una presunta ignoranza perché allora sarebbero fuori dal mondo, e che ormai non possono più esimersi dal prendersi la responsabilità di quello che scrivono e del dolore che provocano sia alle sopravvissute che ai familiari di chi viene uccisa.
A questo punto, oltre la formazione che evidentemente non basta, forse bisognerebbe creare una sezione all’interno della commissione di disciplina dell’ordine dei giornalisti su questi argomenti e un canale privilegiato in cui si possano segnalare questi articoli procedendo speditamente alle dovute sanzioni.
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07/09/19

Uomini che odiano le donne e legittimano i femminicidi: Pillon e CasaPound insieme per vomitare omofobia e sessismo

Da Gayburg


Pillon ospite alla festa nazionale di CasaPound: insieme contro il “gender”

Sono evidentemente nati per stare insieme, così senza quel sentimento sconosciuto della vergogna, Simone Pillon raggiunge a Verona gli “amici” di CasaPound nel corso di “Direzione Rivoluzione”, la festa nazionale del partito di matrice neofascista.

Sebbene durante l’ultima campagna elettorale Matteo Salvini abbia preso – almeno con le parole – le distanze dal fascismo, la vicinanza dalla Lega a CasaPound è sempre più evidente. Ricordiamo tutti la polemica scatenata quando l’editore Altaforte – casa editrice vicina al partito di estrema destra – si presentò al Salone del Libro di Torino portando il libro intitolato “Io sono Matteo Salvini”.

Passa per lo stesso editore anche la partecipazione del senatore Pillon alla festa nazionale di Casapound; il leghista ha infatti presentato il libro “L’era delle streghe”, il cui è autore Francesco Borgonovo (vicedirettore de La Verità) mentre l’editore è, appunto Altaforte.

Ad accomunare Pillon a CasaPound non vi sono solo i contenuti del libro antifemminista, ma anche l’ossessione per il “gender” e la lotta contro i diritti delle famiglie arcobaleno. «L’aria che tira è pessima – ha dichiarato Pillon durante l’incontro – L’attuale ministro della famiglia, Elena Bonetti, ancora non si è espressa, ma se ricordiamo che è l’autrice della Carta del Coraggio, un documento con cui gli scout cattolici italiani nel 2014 hanno chiesto alla Chiesa di prendere sostanzialmente le distanze del Family Day e di aprire invece alle unioni gay e ad altro evidentemente contrario alla famiglia, già sappiamo come la pensa». Il senatore si dice allarmato anche della presenza del pentastellato Vincenzo Spadafora al governo: «è stato collocato in un ministero sensibile dal punto di vista della famiglia come quello dello Sport e dei Giovani».

La preoccupazione principale di Pillon è che passi una legge sull’omotransfobia, che punirebbe in modo più duro chi commette reati basati sull’odio verso le persone LGBT. Per chi basa la propria propagnada sull’odio verso le minoranze ed è stato già condannato per diffamazione sarebbe effettivamente una cattiva notizia.

06/09/19

IN USCITA NEL MESE GLI ATTI DEL RICCO SEMINARIO ESTIVO DEL MFPR

NEL MESE IN USCITA GLI ATTI DEL RICCO SEMINARIO MFPR

Entro settembre esce il Quaderno con tutti gli Atti del seminario MFPR che si è tenuto a Taranto a luglio scorso. 

Si tratta di scritti, interventi, contributi molto ricchi e pieni di tanti spunti, da sviluppare e approfondire, su vari temi.

In linea di massima, esso contiene:
- una breve analisi della condizione delle donne e del movimento delle donne in corso;

- Analisi delle tendenze del femminismo raccolto prevalentemente nel movimento nudm;
le concezioni/posizioni generali del femminismo piccolo borghese;

- Necessità della battaglia femminista proletaria rivoluzionaria nei sindacati di base e nelle lotte
sindacali delle lavoratrici

- Elementi di linea politica, teorica sulla necessità del movimento rivoluzionario delle donne, fondato sull'analisi di classe, storico materialista, e sulla pratica, ideologia agente dell'intreccio classe/genere;
- Contributo delle compagne di Rete Campagne in lotta sulla condizione delle braccianti, migranti;

- Contributi su: Famiglia, quale ruolo oggi (femminicidi, ideologia reazionaria...) - Detenute politiche: campagna contro carceri, 41bis, quale linea - Il ruolo dell'arte e delle artiste;

- Materiali su: "Produzione e riproduzione" - "Patriarcato e patriarcalismo" - Note su transfemminismo.

Gli atti saranno a disposizione di tutte. Si possono richiedere a mfpr.naz@gmail.com

Un'altra donna uccisa a Milano... era ricorsa al "codice rosso", è stata uccisa lo stesso!


A Milano Adriana Signorelli a fine agosto aveva denunciato l'ennesima aggressione  del marito e aveva attivato il codice rosso. E' stata uccisa lo stesso! 

Non sono leggi come il codice rosso, che possono risolvere l'emergenza sociale dei femminicidi, della violenza sulla donne frutto più marcio di questa società capitalista, prodotte su impianto ideologico fascio-sessista.
I problemi "tecnici" che già sollevano le procure e che esistevano anche prima del codice rosso (Da quando è entrato in vigore il codice rosso, ci sono 30 allarmi al giorno", pari al numero di casi che vengono immediatamente segnalati in Procura dalle forze dell'ordine, "e questo ci impedisce di concentrarci sui casi più gravi") non sono la causa principale. 
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Da un comunicato del Movimento femminista proletario rivoluzionario del 25 luglio 2019

...Il Codice Rosso  "per il contrasto alla violenza contro le donne", approvato dal governo Salvini/Lega/M5S, non deve far ingannare. Esso non è altra cosa della politica da moderno medioevo, alla Pillon, alla Fontana, ecc.; è l'altra faccia della stessa medaglia.

Meno diritti alle donne, cercando di strappare anche quelli conquistati da anni con le lotte (divorzio, aborto, ecc.), più famiglia (come base di conservazione, oppressione, portatrice di ideologie reazionarie), più repressione, più pene, delega alla polizia vanno di pari passo. 
Non possono essere proprio i responsabili del potenziamento dell'oppressione e
peggioramento delle condizioni di vita delle donne a difendere le donne dalle violenze sessuali. 
Coloro che sdoganano e danno piena legittimità ai fascisti; chi, Salvini, ha alimentato, con frasi sessiste su fb, la pancia razzista del suo "popolo" che incita a stuprare Carola (un ministro dei Caraibi si è dimesso per offese sessiste, qui niente di niente); coloro che spargono dai loro social, dai convegni, dalle Tv, una concezione aberrante sulle donne, sono i primi e più pericolosi violentatori. 

GLI ASSASSINI DOVREBBERO PROTEGGERCI DAGLI ASSASSINI?  
"Il moderno fascismo è l'edificazione a sistema di tutto ciò che è reazionario, maschilista... Le violenze sessuali oggi sono interne ad un clima politico, ad un humus sessista-razzista, sono quasi sempre spinte dalla reazione degli uomini alle donne che vogliono ribellarsi, rompere legami familiari oppressivi..." (Da "Uccisioni delle donne, oggi").

Noi sappiamo bene che la violenza sulle donne non fa che proseguire la discriminazione, il doppio sfruttamento e oppressione, l'ingiustizia che subiscono le donne nella società capitalista, e mai come in questo periodo la condizione delle donne sta facendo passi indietro su lavoro, salario, sfruttamento del lavoro domestico, di assistenza, ecc. Ma su questo non ci sono leggi... 

...Anche con il "Codice rosso" il governo non mette in campo un euro e non accoglie nessuna delle richieste dei centri anti-violenza. 

Le obiezioni a questa legge sono venute da più parti. Alcuni hanno scritto: 
"E’ pura ipocrisia dirsi dalla parte delle donne e poi dare in pasto le donne ai fan dei social in cui le donne vengono minacciate o insultate. E’ ipocrita dirsi dalla parte delle donne e poi condannare quelle che dicono di No a un ministro, al bullismo politico, al mobbing istituzionale".
"Questa legge è solo frutto di una visione paternalista che solletica l’ego dell’eroe che arriva dopo, sempre e solo dopo, che la donna è già stata vittima di violenza. E prima? Durante?". "Manca in questa legge qualunque attenzione alla prevenzione del fenomeno". 

Le donne, il grande movimento di lotta delle donne, espressosi in particolare quest'anno, non si lascerà certo ingannare!

01/09/19

Giù le mani da Luca y siesta

Comune, Atac e Tribunale hanno deciso: la Casa delle donne Lucha y Siesta va chiusa tra pochi giorni. La gravissima decisione ci è stata comunicata ieri con una lettera che annuncia l’interruzione delle utenze per il 15 settembre e l’immediato sgombero dello stabile. È così che Comune, Atac e Tribunale vogliono decretare la fine di una delle esperienze socio-culturali più preziose in città, e la soppressione del Centro e della Casa rifugio per donne che vogliono uscire dalla violenza più grande di Roma e della Regione Lazio.

La brutale accelerazione delle procedure di sgombero, nonostante le inconsistenti rassicurazioni dell’ultimo anno, oltre a causare sconcerto e apprensione per il futuro tra chi vive nella struttura (15 donne e 7 bambini), fa supporre che esista già un acquirente.

Da una parte quindi, il Comune di Roma, che fa della violenza sulle donne una vetrina politica, sceglie la precarietà dei bandi e lo svuotamento dell’approccio femminista al contrasto di questo fenomeno senza tutelare la prevenzione, la sostenibilità dei percorsi di fuoriuscita e la cultura che lo alimenta. Dall’altra l’Atac, affogato dai debiti per una storica cattiva gestione, svende il patrimonio a favore dei soliti noti speculatori.
Dobbiamo pertanto mettere in conto che non solo le interlocuzioni avute si sono rivelate, alla prova dei fatti, solo bugie e manipolazioni, ma che questa città allo sbando è in mano a liquidatrici e a tribunali fallimentari. La politica ha abdicato alla sua funzione pubblica per nascondersi dietro procedure giudiziarie e burocratiche, preoccupandosi come sempre degli interessi di pochi piuttosto che del benessere di milioni di persone che ci vivono. Oggi viene presentato il governo della discontinuità ma noi da qui, Roma – Pianeta Terra – non registriamo alcun cambiamento se non ingiustizia, accanimento e la solita incompetenza e incapacità politica. Da Lucha y Siesta non ce ne vogliamo andare, perché è necessaria più dell’aria.
Le donne, attiviste e femministe della Casa delle donne Lucha y Siesta

28/08/19

Sgombero a La Felandina - la lotta deve continuare!


In nome della nostra sorella uccisa.
Le donne a La Felandina sono poche decine, ma non è certo un caso che a
morire il 7 agosto sia stata una di loro.
Tra i braccianti migranti sono quelle che hanno più problemi a trovare
lavoro, alcune di loro fino a ieri restavano al campo durante la
giornata per cucinare per i braccianti, fare dei servizi.
La condizione nel campo, nelle baracche in cui mancava tutto: acqua,
luce, bagni, ecc., era ancora più terribile per loro.
Ora con lo sgombero rischiano solo di andare nel circuito delle Chiese,
in cui l'assistenza è legata al controllo, a dover accettare le regole,
meno libertà.
Le donne de La Felandina vogliono lavoro, vogliono case.

MFPR


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24/08/19

Da vittime a furiose: insurrezione femminista contro la polizia messicana

Lunedì 12 agosto, nella capitale messicana, un gruppo di donne aveva protestato contro l’impunità di quattro poliziotti accusati di aver violentato una minorenne nel municipio di Azcapotzalco, dopo che la sua famiglia aveva ritirato la denuncia a causa di dati e video filtrati ai media dove si metteva in discussione la versione della giovane. Inoltre, vi era da poco stata la denuncia di una ragazza abusata da una guardia di sicurezza del museo della fotografia e lo stupro di una donna indigente che vive in strada da parte di due poliziotti della capitale.
Durante la manifestazione di lunedì scorso, il capo della Sicurezza Pubblica ha ricevuto un bagno di glitter davanti alle telecamere di tutti i media. Arrivate di fronte al Tribunale, conosciuto come “il Bunker”, un gruppo di donne ha attaccato la porta a vetri lasciando sui muri messaggi di ripudio per le violenze sessuali della polizia. Questi gesti sono stati definiti come provocazioni dalla governatrice di Città del Messico, Claudia “Shame-baum”. In un comunicato, ha affermato che «la violenza genera altra violenza» e che aprirà un procedimento poliziesco contro le manifestanti.
Da tempo, la politica progressista del governo della capitale ha provato a costruirsi un volto amichevole implementando corsi con prospettiva di genere e diritti umani per la polizia. Ad esempio il braccialetto fucsia, che i poliziotti porterebbero come codice per segnalare la possibilità di aiutare le donne che si trovano in una situazione di pericolo. Lo strumento ha origine dai braccialetti che le femministe hanno distribuito l’8 marzo 2017 ad altre donne, come segnale di mutuo sostegno nel caso in cui si sentano minacciate nello spazio pubblico.



Messicane al glitter di guerra

A fronte dei tentativi del potere locale di attaccare la protesta, molte voci femministe hanno risposto con una serie di frasi e slogan come «Esigere giustizia non è una provocazione», «Non ci proteggono, ci violentano». Già l’hashtag #MeCuidanMisAmigasNoLaPolicia – «Di me si prendono cura le mie amiche, non la polizia» – esprimeva abbastanza chiaramente la mancanza di fiducia nei corpi di polizia. Alcune hanno cominciato a scrivere l’equazione policía = violicía, per mettere in luce e denunciare la lunga storia di aggressioni sessuali da parte della polizia.

In Messico non è la prima volta che accadono violenze sessuali da parte di forze di polizia o militari nei confronti di giovani, contadine, indigene o cittadine in lotta. Amnesty International ha documentato almeno 60 casi: Acteal 1992,  San Andrés Larrainzar 1995; Montebello,  Tláhuac, 1998; Ayutla, 2002; Guadalajara, 2004; Atenco, 2006; Parral, 2006; Zongolica, 2007; solo per menzionare i casi più conosciuti.

Il percorso lungo per richiedere giustizia da parte delle donne che hanno subito violenza ha incontrato momenti di disprezzo e prese in giro. Ottenere giustizia per vie istituzionali è impossibile se non si proviene da una famiglia ricca o se la rimostranza non arriva a istituzioni internazionali attraverso la pressione delle organizzazioni dei diritti umani.
Nell’arco di tutta la settimana, una generazione di giovani femministe, in gran parte tra i 14 e i 29 anni, si sono organizzate e hanno lanciato un’altra manifestazione per venerdì, mentre neutralizzavano mediaticamente la condanna conservatrice per aver rotto i vetri della porta del tribunale. Intanto, a migliaia di chilometri dalla capitale, anche le donne delle città del nord come Hermosillo, Mazatlán, Culiacán, Saltillo, dove difficilmente si convocano manifestazioni femministe, sono scese in piazza per ripudiare le violenza sessuale della polizia. Nel Chihuahua, le ragazze hanno espresso con scritte sui muri il loro ripudio, mentre a Puebla le donne organizzate hanno assaltato una volante. Fatti inediti da queste parti.
Durante questa mobilitazione il glitter rosa è stato il gioco che ha caratterizzato la giornata di lotta, come gesto simbolico di intervento estetico e politico di fronte al potere. Centinaia di meme e gif hanno cominciato a circolare sui social rivendicando l’uso del glitter come arma magica femminista contro il potere. Sono state condivise ricette per elaborare glitter ecologici, come per esempio colorare con lo zucchero di rosa per non utilizzate il glitter inquinante di metallo.



Siamo capaci di creare, siamo capaci di distruggere

Le manifestazioni nella capitale hanno conquistato l’attenzione dei media internazionali per le immagini dei graffiti sui monumenti e l’incendio di una centrale di polizia. Gli interventi sulle pareti degli immobili sono stati realizzati nella zona Rosa, nel cuore delle aree di commercio di Città del Messico. Una delle immagini che più ha circolato in televisione è quella di un uomo infiltrato che ha colpito un reporter che trasmetteva dal vivo. Ripetendo in modo spettacolare queste immagini si attendeva una reazione conservatrice da parte della popolazione messicana.

Nel pomeriggio di venerdì, nello snodo della Glorieta de Insurgentes, prima che ardesse il fuoco, vi sono state scene di solidarietà e dialogo tra donne e giovani ragazze che condividevano l’indignazione e il glitter.

Scambiandosi pañuelos verdi, neri, viola. Ascoltando i dolori e la rabbia di tutte. Quelle che sono rimaste a casa la osservavano virtualmente. Poesie, canzoni, cori, silenzi, lacrime, gridi. Maschere, teste di maiali come travestimenti, molti A.C.A.B (All Cops Are Bastards).
All’imbrunire è aumentata l’intensità delle proteste: le donne che sono rimaste in piazza hanno organizzato cordoni per evitare che entrassero uomini a provocare nel blocco che attaccava la sede di  Metrobús. «Unitevi tutte» si gridava. Questa unione nei cordoni ha permesso di non darla vinta alla paura a fronte delle voci su una possibile repressione. Per esempio, quando le manifestanti sono entrate nella stazione di polizia di Florencia per incendiarla, un blocco di donne è rimasto fuori per proteggerle. Il governo ha inviato donne poliziotte prima di reprimere, mentre le donne in corteo richiamavano una sorta di solidarietà di genere: «Donna poliziotta, ti stanno usando! Devi stare dalla nostra parte».



Per fortuna, la reazione conservatrice è stata neutralizzata mediaticamente attraverso  conversazioni e discussioni virtuali. Si è riusciti a mettere al centro la difesa e l’importanza della vita al di sopra degli oggetti (auto, monumenti e immobili). Centinaia di donne stanno sostenendo nelle reti transnazionali come facebook e twitter che bruciare oggetti non è comparabile con la violenza patriarcale che quotidianamente soffriamo sui nostri corpi.

Intanto, il governo progressista cerca di amministrare la furia femminista dando spazio a voci femministe istituzionali e dividendo le manifestanti tra “decenti, sensate e mature” contro “giovani, rabbiose e incandescenti”, creando nuove tensioni e nuove discussioni su quello che potrà accadere da qui in avanti rispetto all’aumento della violenza patriarcale contro i nostri corpi.
Nonostante tutto, il 16 di agosto può essere pensato già come il momento in cui abbiamo spostato in avanti i limiti di ciò che ci è permesso fare, un “giorno storico di disobbedienza, rabbia e libertà”.

Foto di copertina: tratta da Desinformemonos. Foto nell’articolo: tratte da Women Are Europe.
Traduzione in italiano: Alioscia Castronovo per DINAMOpress.

Festa Usb TA - le donne fanno da contorno e divertimento nel peggiore cliché sessista

Dal blog tarantocontro
Lo squallido, sessista concorso delle "Miss" è arrivato anche alla festa dell'USB di Taranto.
 
 
Quando si parla di uomini, si trattano temi seri (l'attacco al lavoro e la morte degli operai Ilva/AM)Le donne invece - la cui condizione di lavoro e di vita, di attacco ai diritti e alla dignità, con la punta di iceberg di violenze sessuali e femminicidi, anche a Taranto è pesantissima,  delle donne, dalle mamme dei Tamburi alle lavoratrici degli asili, delle pulizie, ecc., che a Taranto lottano con fermezza e dignità - fanno solo da contorno e divertimento nel più osceno clichè maschilista e sessista. 
Uno schifo! Che le donne, lavoratrici Usb lo impediscano!
 

MFPR Taranto

16/08/19

Solidarietà a Giulia e Gaja aggredite da miltanti leghisti e polizia mentre manifestavano contro Salvini a Siracusa



AGGRESSIONE DA PARTE DI LEGA E POLIZIA A SIRACUSA AL COMIZIO DI SALVINI

A due ore dal comizio di Salvini insieme ad altri attivisti che portano dei cartelli veniamo fermate e scortate da un uomo della Digos. L'uomo- che precede una squadra di poliziotti in divisa- pretende di "accompagnarci" ad una "manifestazione organizzata" che non esiste.

Ci porta vicino ad un luogo dove noi dovremmo incontrare altri attivisti, non a caso non lontano dalla guardia di finanza.Ricordiamo all'uomo che come cittadine e cittadini abbiamo il diritto di manifestare il nostro dissenso con ogni mezzo di diffusione- art. 21 della Costituzione.

Riusciamo ad allontanarci dai poliziotti col pretesto di scrivere un articolo per la scuola per riportare le parole di Salvini.

Una volta ritornate nella piazza del comizio io e Gaja siamo in prima fila e mostriamo i cartelli: "Resistiamo Umani" e- ricordiamo la dichiarazione di Salvini sui "pieni poteri"- "Salvini fascista- historia docet", "Olocausto Mediterraneo" e un altro con scritte tutte le leggi che il decreto sicurezza bis viola.

Subito un militante leghista mi spinge indietro, in un crescendo di insulti e aggressioni verso di noi da destra, sinistra, dietro e avanti oltre la balaustra dove stanno poliziotti e team della lega.

A Gaja un uomo della Digos stacca a una a una le dita dalla balaustra; le danno della "quasi cittadina" perchè è nera, nonostante sia a tutti gli effetti cittadina italiana; ci danno delle fasciste, ma noi dialoghiamo, citiamo a memoria l'art. 21 della Costituzione sulla libera espressione, ricordiamo il discorso del Bivacco del 1922 in cui 

Mussolini chiedeva  "i pieni poteri" e rilasciamo interviste.

Strappano il mio cartello in tre persone, uno della Digos lo sequestra e da dietro stracciano anche quello sulle leggi. La nostra è resistenza passiva: saremmo state ferme coi cartelli se non ci avessero aggredito e non abbiamo mai mosso violenza.


NESSUNO DEVE RIBALTARE LE RESPONSABILITÀ E DIFFONDERE CALUNNIE SU DI NOI: SIAMO CITTADINE CHE HANNO ESPRESSO IL PROPRIO DISSENSO IN MODO PACIFICO E SONO STATE PER QUESTO AGGREDITE.


Una poliziotta strappa il cartello a Gaja e un militante le stringe il polso per "difendere sua moglie" - Gaja si alza sulla balaustra: " non mi muoveró da qui finchè non mi ridanno il cartello e il diritto di manifestare".

L' uomo della Digos che ci aveva scortate entra nel nostro spazio insieme a una squadra della Celere in tenuta anti-sommossa e fa indietreggiare i manifestanti.

Ho paura di ricevere colpi e sono debole per le aggressioni, arretro in quarta, quinta fila.

Solo quando i giornalisti si mettono tra noi e la polizia leggo con Gaja testi su vittime della Resistenza del 42, carceri della Libia e Cpr in Italia nel 2019.

In breve alcuni poliziotti  agitano i manganelli, mi sento mancare e mi stendo a terra; mi soccorrono manifestanti e una donna del pronto soccorso. Mi vengono diagnosticati i sintomi dello stato di presincope. 

Gaja si sdraia, chiede a tutte e  tutti di sedersi per evitare eventuali cariche, ma quelli della Celere manganellano da sotto lo scudo.

Quanto a me una volta in ospedale mi lasciano da sola in corridoio per un'ora mentre continuo a piangere e a ripetere consapevolmente che Salvini non dovrebbe parlare perchè ha violato la Costituzione e vite umane; ripeto che voglio essere libera, che resisteremo.

Mi portano in un'altra stanza dove un infermiere che si dichiara "convinto prosalviniano" dopo aver sentito il mio racconto- sottolineo la scarsa professionalità di un infermiere che non è tenuto a dare opinioni politiche nello svolgimento del suo lavoro- mi porta un liquido senza dirmi che si tratta di un calmante- devo chiedere io stessa se sia un calmante per poi rifiutarlo. Subito dopo nella stanza sono di nuovo da sola prima che arrivi una nuova paziente.

La medica che mi visita mi parla di attacco di panico dovuto a un mio stato di agitazione; le dico che bisogna tener conto del contesto in cui mi trovavo.

Sul referto non c'è scritto che ho subito aggressioni; nessuno lo ha riconosciuto formalmente. All'una di notte vengo dimessa- intanto Gaja, nonostante abbia ripetuto ad un'infermiera che ha subito l'aggressione insieme a me e abbia avuto in sala d'attesa un attacco di panico, non è stata mai ammessa nella stanza nè le è stato prestato soccorso.

Questa è la fine del resoconto e anche uno dei mille inizi per  dimostrare che questi atteggiamenti di leghisti e poliziotti sono fascisti in quanto oppressivi e discriminatori e stanno minando le basi della democrazia e della nostra costituzione antifascista.


  LA NOSTRA TESTIMONIANZA VUOLE ALLARMARE CITTADINE E CITTADINI: UNIAMOCI CONTRO OGNI TIPO DI FASCISMO, MOSTRIAMO COME UNO STATO CON SALVINI PREMIER SAREBBE VIOLENTO, OPPRESSIVO, AUTORITARIO, CLASSISTA, SESSITA E RAZZISTA - basta leggere gli insulti  inammissibili che Gaja ha ricevuto sulla pagina FB di Salvini- RESISTIAMO PERCHÈ LA VIOLENZA AUMENTERÁ E RIPETIAMO: "VIVIAMO, SIAMO PARTIGIANE E PARTIGIANI E 

RESISTEREMO  UMANI"




Giulia e Gaja