30/10/22

"Bellissima" Assemblea operaie del 28 ottobre a Trezzo - Un percorso iniziato

Bellissima” come hanno detto in tante è stata l’assemblea del 28 ottobre lanciata dalle operaie in lotta della Beretta e sostenuta dall’Assemblea donne lavoratrici.

Bello lo spirito che si è creato durante tutta l’assemblea, uno spirito di sintonia, di calore, di gioia, che ha reso concreto anche lo striscione affisso nella sala “Se lotta una lottano tutte”, ma anche di bella emozione da parte di alcune operaie nel raccontare della vita in fabbrica, delle lotte non facili ma necessarie da fare, un’assemblea che ha visto la viva partecipazione delle operaie Beretta, di operaie della Montello, della fabbrica dell’Insalata, compagne/lavoratrici del Mfpr da Palermo, L’Aquila, Bologna, Milano, compagne del Si cobas, del Comitato 23 settembre, giovani compagne di Nudm Milano…

Un’assemblea importante e necessaria che si può davvero considerare, come è stato detto nell’introduzione, la prima assemblea specificatamente delle operaie che si sono prese la parola, operaie che già sono entrate in azione attraverso le lotte che fanno in fabbrica ma che hanno posto con forza in questa assemblea la necessità di rafforzare, estendere queste lotte collegandosi, unendosi ad altre operaie, lavoratrici che lottano o che ancora non lottano ma vorrebbero organizzarsi per farlo, perché partendo dai posti di lavoro, di cui hanno raccontato, denunciato, è emerso chiaramente come gli attacchi che si subiscono da parte di padroni e dei governi che li rappresentano si intrecciano inevitabilmente con la condizione più generale di vita come donne.

In questa assemblea sono state ricordate le operaie uccise sul lavoro e per il lavoro, come Luana, Layla, a cui con un grande applauso si è dedicata l’assemblea, operaie che continuano a vivere attraverso le lotte di altre operaie/lavoratrici.

Un’assemblea non rigida anche nello stile, alcune operaie Beretta, compagne hanno voluto parlare dal loro posto e anche questo ha creato una bella e calda atmosfera durante tutta l’assemblea introdotta dalla compagna Mfpr/Adl di Palermo che ne ha spiegato il significato, il suo messaggio fatto arrivare ad altre fabbriche e da portare in nuove ad altre operaie/lavoratrici, ponendo anche la denuncia della situazione più generale di doppio sfruttamento e oppressione che vive la maggioranza delle donne proletarie in questo paese anche nell’ottica del “neo” governo Meloni della destra più reazionaria che si è insediato, e la necessità di allargare la visuale… i padroni fanno il loro fronte noi donne operaie/lavoratrici dobbiamo costruire il nostro fronte di classe per rispondere a tutti gli attacchi a 360 gradi.

Quindi hanno parlato le operaie, in primi le operaie della Beretta, della difficile situazione in fabbrica, in cui i padroni mirano anche a dividere le operaie con differenze contrattuali e salariali, l’attacco subito con l’infame accordo padroni/Uil che le attacca in diritti basilari come la maternità, la necessità di organizzarsi con lo Slai Cobas per il sc e di lottare e le difficoltà che ci sono anche nella lotta; ma hanno sottolineato l’importanza dell’unità tra operaie che dà forza e non solo nella stessa fabbrica ma anche con operaie di altre fabbriche…

L’intervento dell’operaia della Montello che è partita dalla situazione in fabbrica, meno operaie e più lavoro e sfruttamento, con anche la denuncia sulle condizioni di salute, sulle discriminazioni con gli operai maschi, ribadendo con grande forza l’importanza dell’unità delle fabbriche perchè la lotta è difficile e non dobbiamo restare sole.


Si sono fatti anche dei collegamenti telefonici con alcune operaie e lavoratrici che non hanno potuto essere presenti di altre città:
da Taranto con un’operaia degli appalti Ex Ilva che ha parlato degli attacchi similari alla Beretta che subiscono alla Pellegrini, dobbiamo essere unite anche se in diversi posti di lavoro. Voi operaie della Beretta siete coraggiose… ha parlato mentre era in fabbrica a lavorare “così togliamo tempo ai padroni”;
da Palermo con una lavoratrice precaria delle Coop Sociali che partendo dalla lotta delle lavoratrici assistenti igienico sanitarie si è collegata alla lotta generale contro gli attacchi alle donne, in particolare sulla questione dell’aborto e delle azioni di lotta già messe in campo;
si è collegata telefonicamente anche una compagna di Campagne in Lotta che esprimendo piena solidarietà alle operaie e a tutta l’assemblea ha detto di volere rafforzare i collegamenti mettendo anche a disposizione tutta l’ esperienza di lotta che portano avanti con le donne immigrate.

Questi collegamenti telefonici sono stati apprezzati, applauditi dalle operaie e da tutte creando condivisione e unità.

L’intervento del compagno Slai Cobas sc ha inserito la vertenza Beretta nella più ampia denuncia e analisi del sistema capitalista, cosa sono veramente i padroni nella loro natura di classe, riprendendo anche un articolo recente sulla “Famiglia Beretta” che attacca le operaie sulla maternità e poi intitola una delle linee dei prodotti “W la mamma”

Anche attorno a questa assemblea si è creata nuova solidarietà o si è rinnovata, sono arrivati diversi messaggi da altre operaie, come alcune operaie della Clementoni Marche che alcuni giorni prima telefonicamente hanno mandato un saluto solidale alle operaie Beretta dando anche una prima informazione della loro situazione in fabbrica; collettivi di compagne, realtà che lottano per la sicurezza e salute sui posti di lavoro; blog di controinformazione on line, ecc. Messaggi che sono in parte stati letti per via del tempo circoscritto, visto che le operaie Beretta erano in assemblea sindacale non scontata ma anche questo frutto della lotta, ma tutti gli interventi arrivati, anche nella stessa giornata dell’assemblea, saranno pubblicati.

E’ stato letto anche un bel messaggio di una donna attivista iraniana di Bergamo che ha salutato l’assemblea e le operaie e attraverso cui si è fatto un collegamento internazionalista con l’esemplare lotta delle donne iraniane all’insegna dello slogan “Donne, Vita e Libertà” applaudita da tutte.

Quindi sono seguiti altri interventi:

la compagna del SiCobas di Milano che ha parlato delle dura lotta delle lavoratrici degli alberghi, dell’importante sostegno venuto dal Mfpr di Milano, dalle lavoratrici in lotta di Palermo, ribadendo la necessità dell’unità, collegamento;

la compagna del “Comitato 23 settembre” che partendo dalle lotte immediate ha allargato alla denuncia più generale di tutto quello che colpisce le donne e in particolare si è soffermata sulla grave questione dei femminicidi;

le compagne del Mfpr di Milano che hanno posto da un lato la necessità della presa di coscienza come sorelle della stessa classe sfruttata e oppressa dall’altro la questione dell’attacco al diritto di aborto, cosa significa questo attacco per le donne e in particolare per le donne lavoratrici, proletarie;

la compagna di Bologna che ribadendo la gioia di essere in assemblea ha ripreso il discorso della Resistenza, dell’azione delle compagne partigiane in unità alle donne proletarie collegando il vecchio con il moderno fascismo;

la compagna de L’Aquila che ha informato sulla positiva iniziativa a L’Aquila in unità con le compagne del Collettivo femminista Fuori Genere consegnando il messaggio scritto congiunto alle operaie Beretta.

le giovani compagne di Nudm Milano che esprimendo tutta la disponibilità solidale a fare conoscere la lotta delle operaie Beretta hanno anche posto la necessità di creare un collegamento e hanno inviato all’assemblea di Nudm in cui ci sarà anche un tavolo lavoro.

Un compagno del Si Cobas Milano ha posto la questione di cosa deve essere la solidarietà concreta e che non ci si deve limitare solo ad enunciarla, la questione repressione delle lotte con riferimento in particolare ai lavoratori/lavoratrici dell’Italpizza e dello sciopero del 2 dicembre. A questo intervento la compagna Mfpr di Palermo ha risposto, affermando chiaramente la necessità di non avere una visuale miope o addirittura cieca sulla questione solidarietà che c’è e si fa concretamente da parte delle lavoratrici/operaie, e questa assemblea lo dimostra chiaramente, così la necessità di allargare la visuale sulla questione lotta delle lavoratrici che quando scioperano è chiaro che portano nello sciopero le lotte quotidiane, immediate ma esse si caricano inevitabilmente di tutta la condizione di oppressione che si subisce a 360 gradi e su questo ha portato l’esempio concreto, reale e agente dello sciopero delle donne.

Un’assemblea che è davvero una novità nel panorama sindacale di classe e nel movimento delle donne, una tappa importante di un percorso iniziato da circa due anni con la positiva esperienza dell’Assemblea donne lavoratrici, che con questa assemblea avanza, si arricchisce e che deve continuare: Se lotta una lottano tutte, fare di ogni lotta la lotta di tutte, a sostengo della lotta delle operaie Beretta per l’unità delle operaie/lavoratrici, è questo il messaggio reale e concreto da Trezzo alle altre operaie e lavoratrici.

Saranno pubblicati i video degli interventi che raccoglieremo anche in un prossimo dossier.

Forti saluti di lotta a tutte

29/10/22

Luana D'Orazio: basta impunità per i padroni assassini! A cura della Rete Nazionale per la sicurezza e salute nei luoghi di lavoro

‘Ora gli imprenditori potranno continuare a fare quello che vogliono’, denuncia la mamma di Luana.

Anche questa infame decisione del patteggiamento per evitare il processo dimostra che è sempre più necessario presidiare i Tribunali dei padroni dove si svolgono i processi per gli omicidi sul lavoro e che l'unica giustizia è quella proletaria!

Dopo avere manomesso l’impianto di sicurezza dell’orditoio per aumentare produttività e profitti che ha portato alla morte sul lavoro dell’operaia apprendista Luana D'Orazio, ai padroni niente processo, viene permesso di cavarsela con il patteggiamento, con i risarcimenti e una multa e scaricano ora la responsabilità, che è solo la loro in quanto sono al vertice del comando organizzativo e decisionale della fabbrica, al responsabile della manutenzione.

La giustizia di classe che ha ammazzato un’altra volta ancora Luana, che impedirà ancora ai padroni di fare anche un solo giorno di galera per aver violato le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, è la stessa che ha garantito l’impunità ai padroni assassini nei processi per gli altri omicidi sul lavoro, è la stessa che colpisce le lotte operaie, gli scioperi e picchetti, con norme penali, con pene pesanti che arrivano fino all’arresto di chi partecipa e organizza quelle lotte.

Ma che cosa ci potevamo aspettare dai giudici di questo Stato? 

Nessuna illusione: i Tribunali dei padroni devono essere terreno di lotta, di mobilitazione e denuncia, di scontro politico e sociale. Dobbiamo lavorare perché sia sempre di più possibile organizzare davanti ai Tribunali la presenza di una Rete che raccolga diverse energie, dai lavoratori e dalle loro organizzazioni, dai famigliari e dalle loro associazioni, dagli studenti agli avvocati a tutti coloro che si impegnano concretamente per la difesa della vita e per la sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro.

La sicurezza sul lavoro passa dai rapporti di forza tra operai e padroni ed è sempre più necessario organizzare la forza dei lavoratori a partire dalle lotte nei luoghi di lavoro per portarle su di un piano nazionale. Dobbiamo ricostruire dal basso il potere degli Rls, non nominati dall’alto dai confederali o dai sindacati di base nelle rsa e arrivando a organizzarli anche nelle fabbriche con meno di 15 dipendenti. Per fare questo ci vogliono nuove leggi, un nuovo Statuto del Lavoratori, obiettivi che possiamo raggiungere solo con la lotta, con un movimento nazionale espressione di una Rete che unisca diverse realtà.

Luana D’Orazio: quanto vale la vita di un’operaia?

27 OTTOBRE 2022 | di Massimo Alberti radiopopolare

Un milione di euro e 10300 di multa per evitare il processo.

Il Giudice dell’udienza preliminare della procura di Prato ha accolto la richiesta di patteggiamento per la morte di Luana D’Orazio, la giovane operaia di 22 anni uccisa il 3 maggio 2021 in una ditta del pratese mentre lavorava su un macchinario cui erano stati tolti i dispositivi di sicurezza per farlo andare più veloce, produrre di più, aumentare il profitto. La procura e i difensori degli imputati hanno patteggiato rispettivamente 2 anni e un anno e mezzo per i titolari della ditta Luana Coppini e il marito Daniele Faggi, entrambi con sospensione della pena a condizione del pagamento di un risarcimento di 1 milione di euro. La ditta, in qualità di persona individuale, pagherà un’ammenda di 10300 euro. Rabbia e delusione della mamma di Luana D’Orazio, Emma Marrazzo “Mi aspettavo più rispetto per nostra figlia” ha commentato.

A processo andrà invece il manutentore dell’orditoio. Tutti erano accusati di omicidio colposo e rimozione dolosa di cautele antinfortunistiche. La madre ha ricordato la morte particolarmente atroce della figlia.

La perizia sull’orditoio su cui Luana D’Orazio stava lavorando è in effetti raccapricciante. Al macchinario era stato levato deliberatamente un cancelletto di protezione che doveva evitare ciò che poi accadde: l’operaia restò agganciata con la maglia ad una sbarra sporgente che la trascinò dentro al motore, stritolandole il torace per 7 interminabili secondi prima che qualcuno corresse a spegnerla.

Il primo soccorritore era infatti a circa 30 metri di distanza. D’Orazio dunque non era vigilata, eppure era stata assunta come apprendista, contratto meno costoso, ma che richiede la sorveglianza di un tutor. Senza protezione il macchinario aveva aumentato la sua produzione dell’8%.

Le modalità di lavoro a rischio della vita degli operai erano talmente consuete, che la perizia accertò che il dispositivo di sicurezza non era usato da così tanto tempo da esser pieno di ragnatele. Se i proprietari della ditta se la caveranno con i soldi, andrà a giudizio il terzo imputato, il manutentore Mario Cusimano, colui che materialmente metteva le mani sulla macchina, ma che certo non prendeva le decisioni. La perizia parla ancora di “evidente manomissione con altrettanto evidente nesso causale con l’infortunio”.

Ma di fronte alla richiesta comprensibile di patteggiamento delle difese, anche con prove così schiaccianti la procura ha preferito evitare il processo, e come spesso accade nei processi per morti sul lavoro, puntare su pene pecuniarie che, al netto delle assicurazioni, costano relativamente poco a imprenditori che, proprio grazie al risparmio sulla sicurezza, hanno aumentato i profitti.

Dell’8%, in questo caso, pagati dalla vita di un’operaia di 22 anni.

Perché questo accada, ce lo eravamo chiesti all’indomani della morte di Luana D’Orazio. A partire da una provocazione.

La morte di un* operai* conviene?

Una provocazione però fino ad un certo punto, perché serve a provare a scoperchiare un altro pezzo del sistema che ogni giorno uccide almeno 3 lavoratrici e lavoratori e che si traduce in una parola, impunità.

La morte di un operaio può costare a un impresa anche solo poche decine di migliaia di euro. Meno che garantire le misure di sicurezza. Le condanne penali sono rare e complesse. Avere un controllo è un’ipotesi sempre più remota.

“Il mondo imprenditoriale non teme il penale, ma di esser colpito nel portafoglio“, aveva spiegato Carlo Sorgi, oggi pensione, dopo quasi 30 anni da magistrato del lavoro in cui le ha viste tutte. Perché anche la vita di un operaio ha un valore ed un costo di rischio che si rapporta con la spesa per garantire le misure di sicurezza. Ma quanto costa ad un’impresa la morte di un lavoratore? relativamente poco: se va bene, anche solo poche decine di migliaia di euro.

Da una parte c’è il penale, dove le sentenze definitive sono rare: pesa la complessità delle indagini, la difficoltà di dimostrare la responsabilità in processi dove la forza tra impresa e familiari è spesso impari. E laddove con fatica si ottiene il riconoscimento della responsabilità penale, spesso la prescrizione salva l’imputato.

Manca una cultura anche nella magistratura: “Se negli anni 80 alcune procure avevano nuclei penali formati sulla sicurezza del lavoro, questo si è perso, e spesso i magistrati, oberati di lavoro, non escono nemmeno più per i sopralluoghi – riflette Sorgi – secondo cui sul piano civile invece il sistema funziona e si arriva a risarcimenti spesso anche veloci.

La cifra dipende dal caso specifico, mediamente centinaia di migliaia di euro. Che per l’impresa però sono coperte da assicurazione, e spesso, il danno si traduce nell’aumento del premio assicurativo e del versamento Inail. Se va bene, appunto, anche poche decine di migliaia di euro nel caso estremo. Un costo teorico e spesso inferiore a quello certo che comporterebbe l’applicazione rigida dei dispositivi di sicurezza, la cui regolazione è ferma al testo unico del 2008, un buon impianto legislativo che nelle rapidità dei cambiamenti andrebbe aggiornato. E sì che le imprese un bel risparmio lo hanno già avuto grazie al regalo del governo Conte-bis, che aveva tagliato i loro contributi all’Inail, lasciato letteralmente in mutande, con 631 milioni di euro in meno di entrate mai compensate da altri stanziamenti. Poco conta che il 90% delle aziende che i circa 300 ispettori riescono a controllare non sia in regola. Nel 2019 le ispezioni erano state poco più di 15000, a fronte di 3.300.000 imprese registrate. Lo 0,46%. Più facile vincere al gratta e vinci che avere un controllo. In una parola: impunità.

Le aziende, come dicevamo tolgono i dispositivi di sicurezza dalle macchine perché fa perdere tempo, rallenta la produzione, rischi che il macchinario si fermi sospendendo l’attività. Fa niente se così chi ci lavora rischia di perdere una mano, o peggio, come accaduto a Luana D’Orazio.

 Anni di tagli ai fondi per sicurezza sul lavoro, imprese che non investono.

La crisi non è una scusa: i numeri pre e post pandemia sono simili. Mancano gli ispettori, i controlli non si fanno, le aziende non rinnovano i macchinari. Si resta al lavoro di più, e si arriva senza formazione. E nel recovery plan non si è trovato un euro da investire sulla sicurezza. Un disinteresse che uccide.

Da alcuni anni, gli ispettori del lavoro periodicamente scioperano e protestano per i tagli alla loro categoria. Il jobs act nelle intenzioni ha unificato i diversi ispettorati, senza mai però finanziamenti adeguati. L’ultimo taglio è del governo Conte che nel 2019, per tagliare le tariffe Inail alle imprese, ha ridotto le risorse ai piani di investimento su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, nell’unico paese d’Europa che un piano nazionale per la sicurezza sul lavoro non ce l’ha. E così l’Ispettorato nazionale ha 4.500 dipendenti invece di 6.500, l’ Asl 2mila, ma erano 5000 10 anni fa, mentre all’Inail di ispettori ne sono rimasti 250. In Italia le imprese registrate sono oltre 6 milioni. Ogni anno un ispettore dovrebbe controllare 1000 imprese, 3 al giorno. Se l’azienda di Luana D’Orazio avesse ricevuto un controllo, forse la ragazza si sarebbe salvata. Nella sola edilizia, l’80% delle sole 10000 aziende controllate l’anno scorso ha riscontrato irregolarità: Due dati che la dicono lunga sul disinteresse dello stato e delle imprese per la sicurezza.

L imprese godono di sgravi e bonus per rinnovare i macchinari, ma preferiscono spendere in altro. E’ il caso ad esempio dell’agricoltura, che insieme all’edilizia fa alzare i dati. Proprio in edilizia si rileva l’età media molto alta dei morti, segno che si resta al lavoro troppo dopo gli aumenti di età pensionabile. E quando si arriva giovani, magari con contratti a precari e stipendi bassi, spesso è senza formazione, altro campo in cui le imprese hanno smesso di investire. Tante cause, dunque: dai controlli che non ci sono, alle imprese che non spendono, alle riforme di lavoro e previdenza che hanno cambiato il contesto. Ma un cambio di passo non si vede, il disinteresse continua.

Nel Recovery Plan, La parola sicurezza è scritta 93 volte, mai legata al lavoro. Per la sicurezza sul lavoro, negli oltre 200 miliardi del fondo, non si è trovato un euro. Vite che non valgono nulla. Non servono dichiarazioni o commissioni d’inchiesta. Serve che lo stato metta i soldi che deve, e costringa le imprese a fare altrettanto.

E poi c’è l’ultimo capitolo: la guerra che le azienda fanno ai delegati alla sicurezza.

28/10/22

Dall'Aquila a Trezzo siamo tutte e tutti operaie Beretta

Dall'Assemblea al CSOA case matte L'Aquila

Se lotta una lottano tutte!

"...L'attacco che viene fatto alle operaie, le discriminazioni, ricatti, trasferimenti, licenziamenti - anche se colpiscono spesso tutti i lavoratori - per le donne è di più, sia in termini quantitativi che qualitativi, perchè colpisce non solo il problema del salario, del posto di lavoro, ma colpisce l'indipendenza economica delle donne... colpisce il fatto che le donne possano lavorare, riconoscersi in una realtà collettiva, unirsi e non essere relegate individualmente nelle case..."

(Da un intervento alle Assemblee Donne/Lavoratrici )

La voce e la lotta delle operaie della Beretta di Trezzo, raccolta dall’assemblea donne lavoratrici del 9 giugno 2022, rappresenta un'esperienza preziosa per la lotta di liberazione di tutte e tutti dal capitale e dallo sfruttamento, dalla doppia, tripla oppressione che produce, anche in termini repressivi, sui nostri corpi e sulle nostre vite.

Senza la mobilitazione coraggiosa delle operaie della Beretta, che lo scorso 8 marzo sono state protagoniste del primo sciopero di sole donne nello stabilimento, la sofferenza di tante lavoratrici ed ex lavoratrici del salumificio sarebbe rimasta chiusa e inascoltata all’interno di qualche recensione su indeed o di qualche assemblea dei sindacati confederali, e utilizzata anzi come ulteriore arma di ricatto da parte del padrone e dei sindacati asserviti e complici di questo sistema neoschiavistico, che vede le donne, soprattutto immigrate, vittime di una plurima discriminazione.

Dalle discriminazioni sulla paga e sulle condizioni contrattuali (a parità di mansioni le operaie dell’appalto sono costrette a lavorare di più per una paga più bassa) alle assunzioni umilianti e discriminatorie da parte di capi uomini, le operaie della Beretta di Trezzo stanno combattendo apertamente contro tutte le discriminazioni e gli abusi. Sono tutte donne, a parte il magazziniere, e sono discriminate perché donne, perché proletarie, perché mamme, e se si ammalano o subiscono infortuni o devono assistere i propri figli o familiari malati o disabili a cui questo Stato, questi governi non garantiscono possibilità di cura e assistenza collettiva, scatta per loro una sanzione che è una vera e propria estorsione, rendendo impossibile a molte operaie percepire anche 600 euro!

L’infame accordo che UIL ha firmato all’oscuro di tutte le operaie con MPM (appalto Beretta di Trezzo) prevede la riduzione di una parte del loro stipendio che scatterà progressivamente con tre giorni di assenza per malattia, maternità e infortuni (- 25%, 50%, 100%). A queste discriminazioni si aggiunge, per le operaie immigrate, il ricatto del permesso di soggiorno e la beffa del sostegno alla natalità, elemosina annunciata dal governo Meloni, dalla quale le donne immigrate sono comunque escluse.

E si aggiunge la repressione di quelle che lottano e denunciano infortuni. “Eliminare il cobas…” è il messaggio al centro degli appunti smarriti da una dirigente alla Beretta di Trezzo.

Ma è proprio dalla lotta, dagli scioperi e dall’unità delle donne/lavoratrici, che anche attraverso questa assemblea le operaie della Beretta di Trezzo stanno cercando di costruire senza farsi intimidire, che la sofferenza di tutte le lavoratrici, della Beretta come di altre fabbriche e luoghi di lavoro, esce dalla dignità della denuncia dove non si lotta ancora e diventa forza e faro per una lotta di tutte, per una lotta collettiva contro la repressione del padrone e dello Stato, per la difesa del posto di lavoro e delle condizioni di lavoro e di vita, per una nuova società, libera da sfruttamento, violenza, discriminazioni, guerra.

La loro lotta è perciò la nostra lotta

Siamo tutte operaie Beretta!

L’Aquila 26.10.2022

Mfpr-aq

Collettivo Fuori Genere

"Lotta una lottano tutte" - Oggi Assemblea operaie - Dalla Beretta di Trezzo (MI) a tutte le operaie - L'unità è la nostra forza

Per essere piu’ forti contro discriminazioni sul lavoro, salari piu’ bassi, attacco ai diritti delle donne che il nuovo governo si appresta a peggiorare e per sostenere la lotta delle lavoratrici al salumificio Beretta di Trezzo sull’Adda l’Assemblea Donne Lavoratrici e Lavoratrici Slai-Cobas Beretta hanno indetto un’assemblea operaia per venerdi 28 ottobre dal titolo “Lotta una lottano tutte”.

Ne parliamo con Donatella Assemblea Donne Lavoratrici 

27/10/22

Occupata la Sapienza!


“Mai più violenza sugli studenti! Riprendiamoci i nostri spazi” è lo striscione esposto dai collettivi universitari nel cortile di Scienze politiche alla Sapienza. Dopo le tensioni con le forze dell’ordine in occasione della protesta contro il convegno promosso dai movimenti di destra, gli studenti hanno organizzato un’assemblea pubblica, ed è massiccia la partecipazione, con centinaia di persone che affollano il cortile della facoltà. Su un altro striscione, calato da una scala si legge: “Vostro il governo. Nostra la rabbia”. Presenti anche bandiere dell’Anpi. Con il microfono sono stati invitati gli agenti della Digos ad allontanarsi. Il collegamento con Simone dei collettivi dell’Università La Sapienza.

26/10/22

Siamo tutte operaie della Beretta - venerdì 28 ottobre ASSEMBLEA OPERAIE


"...L'attacco che viene fatto alle operaie, le discriminazioni, ricatti, trasferimenti, licenziamenti - anche se colpiscono spesso tutti i lavoratori - per le donne è dipiù, sia in termini quantitativi che qualitativi, perchè colpisce non solo il problema del salario, del posto di lavoro ma colpisce l'indipendenza economica delle donne... colpisce il fatto che le donne possano lavorare, riconoscersi in una realtà collettiva, unirsi e non essere relegate individualmente nelle case..."
"...è necessario che si senta forte la solidarietà, il sostegno quando le operaie lottano, e vengono minacciate, ricattate, a volte represse...
...lotta una lottano tutte"
"...quando lottano le donne lavoratrici allora le cose cominciano effettivamente a cambiare, perchè emerge in maniera evidente che è una lotta di classe, una lotta contro l'intero sfruttamento e ogni oppressione..."
(Da interventi alle Assemblee Donne/Lavoratrici)

25/10/22

Un dibattito su aborto e maternità - sulla lista "tavolo 4" - dopo un post contro la Meloni

    Care compagne,
    avete ragione: Giorgia Meloni è una fascista, che si ispira al ventennio del secolo scorso in Italia e alla Polonia e all'Ungheria odierne. 
    Però sulla MATERNITA' la penso un po' diversamente da voi. La maternità quando è liberamente scelta è una cosa bellissima, ma ci sono molte proletarie che vorrebbero essere madri e NON possono esserlo, perchè sono disoccupate o precarie o a tempo parziale imposto, perchè mancano asili nido e scuole dell'infanzia pubbliche o hanno costi eccessivi e perchè manca l'assistenza domiciliare per gli anziani e per i vecchi.
    I figli e le figlie si fanno perchè è bello farli/e, perchè continuano la vita, perchè è un desiderio e una scelta personale che deve poter diventare inviolabile. Qualunque Paese un minimo civile deve mettere in condizione donne e uomini di diventare genitori, NON per fare gli interessi del capitale o per mandarli in guerra.
    L'aborto non si tocca, ma l'aborto è solo una delle possibilità di scelta per le donne. Si deve lottare per un lavoro qualificato, a tempo indeterminato, garantito, sicuro; per congedi parentali UGUALI per uomini e donne, per la retribuzione PIENA durante la maternità, per asili nido, scuole dell'infanzia, assistenza ai vecchi, case popolari in quantità sufficienti. E magari per la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro perchè le donne possano essere lavoratrici e madri e partecipanti alla vita pubblica tutto nello stesso tempo...
    E poi , scusate, l'aborto non è poi un'esperienza così bella! L'ABORTO E' UN RIPIEGO DOLOROSO. La vera conquista sarà quanto le proletarie NON AVRANNO PIU' BISOGNO DELL'ABORTO, con l'educazione sessuale nelle scuole, con la contraccezione gratuita e con il ricorso ai consultori pubblici, che - per legge - devono essere 1 ogni 20.000 abitanti  nelle aree urbane e 1 ogni 10.000 nelle aree rurali.
    Maria Carla Baroni

Cara Maria
qui non si sta mettendo in dubbio l'esperienza della maternità come frutto di una libera scelta delle donne ma stiamo parlando di come in questo sistema capitalistico i padroni, i governi borghesi al loro servizio, oggi la frazione della destra più reazionaria della borghesia, questo Stato borghese concepiscono la maternità per la maggioranza delle donne, non il frutto di una libera scelta ma di una condizione posta/imposta per cui le donne, in primis le proletarie, devono fare i figli per l'economia del capitale e per la guerra imperialista, è questo che si denuncia e che si deve combattere all'interno di una lotta che non può che essere a 360 gradi contro un sistema che fa della doppia oppressione delle donne una sua base/cardine.
In questi giorni come  compagne del Mfpr, attraverso la positiva esperienza dell'Assemblea donne lavoratrici che abbiamo promosso da circa due anni a questa parte, stiamo sostenendo attivamente la lotta delle operaie della Beretta (il 28 ci sarà una importante assemblea a Trezzo proprio a sostegno della lotta di queste operaie e per l'unità delle lavoratrici, a cui ti invitiamo), che in particolare stanno lottando contro un infame accordo siglato dai padroni con la UIL che attacca pesantemente queste operaie proprio sulla maternità, sulla fruizione dei congedi parentali, malattia bambino con decurtazioni economiche sul salario già basso se queste operaie, nella maggioranza madri e donne immigrate, ricorrono a questi permessi; ma non si stratta solo di un attacco a diritti basilari di tipo economico, ma si tratta anche di un grave attacco ideologico che rientra nella concezione ideologica dominante di questa società: una società dove le donne devono essere considerate macchine riproduttrici, anche con beceri ricatti economici di stampo fascista come avviene già oggi in alcune Regioni a guida Lega, per gli interessi del Capitale, dove le donne sono assassine se ricorrono all'aborto. Ma nello stesso tempo se sono madri e donne proletarie vengono colpite nei loro diritti basilari di essere madri e di vivere la maternità che per i padroni è "un costo" come dicono...
Tutto questo deve essere parte della lotta a cui siamo chiamate come donne e in cui le donne proletarie devono essere in prima linea se la nostra vita "deve davvero cambiare", contro un sistema sociale che non può che essere rovesciato per la vera liberazione sociale delle donne.
Nella piattaforma delle donne/lavoratrici  che nasce soprattutto dalla lotte delle lavoratrici, operaie, precarie, immigrate... , dal lavoro di inchiesta fatto in diversi posti di lavoro, dall'analisi conseguente della condizione della maggioranza delle donne in questo paese, piattaforma sulla cui  base abbiamo fatto gli scioperi dello donne, che si articola e si cerca di concretizzare di fase in fase cercando di collegare/unire le lavoratrici, le donne proletarie in quegli aspetti di doppio sfruttamento e oppressione che le accomunano o che si sviluppano potendo diventare leva di nuove lotte e organizzazione, abbiamo scritto tra le varie istanze, per esempio: 
- Socializzazione dei servizi domestici essenziali; 
- Accesso gratuito ai servizi sanitari, aumento di asili e servizi di assistenza anziani gratuiti; 
- Diritto di aborto libero, gratuito e assistito, in tutte le strutture pubbliche, abolizione dell’obiezione di coscienza; contraccettivi gratuiti - potenziamento della ricerca per contraccettivi sicuri per la salute.
Il diritto di aborto come scrivi non si tocca e non deve essere toccato e deve essere difeso perchè attiene alla libertà di scelta delle donne che è centrale. La borghesia al potere odia il diritto d’aborto perché pone come centrale l’autodeterminazione delle donne, il fatto che una donna può e deve decidere liberamente in tema di maternità e della sua vita più generale, perché le donne devono essere incatenate a determinati ruoli funzionali alla conservazione, mantenimento e perpetuazione di questo sistema sociale capitalista.
La lotta necessaria contro gli attacchi al diritto d'aborto è "pericolosa" per la borghesia dominante perché essa mette in discussione le basi ideologiche, politiche, materiali di questo sistema capitalista.
saluti di lotta
Donatella Mfpr

IL POST
Ministero della natalità e modello Polonia - Questa è la "difesa della Legge 194" della Meloni!

1) La Lega chiede un ministero esplicitamente per la natalità, perchè ha detto Salvini: "perché bisogna tornare a mettere al mondo figli senza tanti problemi». E chiaramente il problema principale sarebbe la possibilità delle donne di abortire. "Dobbiamo seguire l'esempio - hanno aggiunto esponenti della Lega - delle politiche del Trentino Alto Adige, la Regione che ha l'indice di natalità più alto".
Quindi, di conseguenza, bisogna eliminare il diritto d'aborto!
Così, con il governo della Meloni si vuole passare dal Ministero delle "pari opportunità e della Famiglia", ancora ambiguo verso la condizione e i diritti delle donne, al possibile, chiaro, "Ministero della natalità" diretto dalla Lega, esplicitamente impegnato a ricattare le donne perchè facciano figli, per l'economia del capitale e per la guerra imperialista.
2) Giorgia Meloni ha detto che il suo modello è la Polonia.
La Polonia è il paese che ha cancellato il diritto all’aborto e colpito tutti i diritti umani, civili, del lavoro. Che ha eliminato l’autonomia della magistratura e dichiarato fuori legge lo stato di diritto europeo. Che persegue una politica razzista e di fanatismo religioso.
Già nessuno aveva creduto alle dichiarazioni della Meloni da Mentana, in cui giurava che l'aborto non sarebbe stato cancellato; ora nell'approssimarsi della formazione del governo su questo cade ogni menzogna.
Tante donne, i movimenti femministi, Nudm hanno già dato nelle scorse settimane una prima estesa risposta. Ma se attaccano realmente il diritto d'aborto sono le donne più colpite, le proletarie che non hanno alcuna soluzione alternativa, che devono scendere in campo, per elevare e rendere "pericolosa" la lotta.
MFPR