30/06/20

Le strade mai abbandonate dalle proletarie.

Siamo contente che in questi giorni in alcune città il movimento femminista nudm è tornato nelle strade.
Ma in questi mesi di lockdown le lavoratrici, le proletarie non hanno mai abbandonato le strade, nè hanno accettato di far sentire con ancora più rabbia e forza la loro voce di lotta, dalle tante che sono scese comunque in sciopero e in piazza il 9 marzo, alle lavoratrici precarie delle cooperative sociali di Palermo, alle lavoratrici delle pulizie, delle mense, degli asili di Taranto, come di Roma, alle voci di protesta difficili delle lavoratrici della sanità iper sfruttate e anche uccise, dalle lavoratrici delle Poste, alle operaie immigrate della Montello, alle lavoratrici, la maggior parte precarie della scuola, ecc.
Il coronavirus ha messo ancora di più in luce questo orrore di sistema capitalista, il doppio sfruttamento e oppressione delle donne, un sistema che ti chiude in casa col tuo assassino..., che vuole usare la pandemia non per dare vere risposte ai tragici problemi della sanità, della condizione degli anziani, ma per accentuare il ruolo delle donne di assistenza, di conciliazione tra stato/interessi del capitale/famiglia.
Noi non vogliamo tornare alla "normalità"! Neanche alla normalità di una lotta che non ponga in maniera forte e chiaro cosa vogliamo e dobbiamo: SCATENARE LA FURIA DELLE DONNE COME FORZA PODEROSA DELLA RIVOLUZIONE!
MFPR
26 GIUGNO-NUDM: TORNIAMO NELLE STRADE! CI TOLGONO IL TEMPO, RIPRENDIAMOCI TUTTO!
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Fin dall’inizio dell’emergenza da Covid-19 abbiamo sottolineato come questa crisi non fosse uguale per tutt* e così purtroppo è stato. La pandemia ha esasperato le disuguaglianze, lo sfruttamento e le violenze determinate dal sistema capitalista, patriarcale e razzista nel quale viviamo e che, quotidianamente, colpiscono le nostre vite.
La violenza domestica è aumentata moltissimo durante il lockdown, mentre i centri antiviolenza hanno cercato di continuare a garantire supporto alle donne che vi si rivolgono, nonostante le difficoltà imposte dal distanziamento sociale e dalla mancanza strutturale di finanziamenti. Tantissime persone si sono ritrovate senza lavoro e senza reddito, tra cassa integrazione in ritardo di mesi, bonus di 600 euro assolutamente insufficienti, nessun tipo di sussidio per tutti i lavori in nero e non riconosciuti. Nei settori considerati come “essenziali”, dalla sanità ai servizi sociali, dalla sanificazione alla grande distribuzione, dalla logistica alle troppe fabbriche rimaste aperte, tantissime donne si sono trovate spesso senza dispositivi di protezione individuale, mettendo a rischio la propria salute e quella delle persone a loro vicine in cambio dei soliti salari bassissimi, accompagnate dalla retorica che le voleva “eroine” o “angeli” e pronte a sacrificarsi per il paese con il sorriso.
Razzismo e sessismo istituzionali si rendono evidenti nell’ultimo provvedimento del governo: una sanatoria che esaspera le condizioni di ricattabilità in cui versano le donne e le soggettività migranti, la cui unica possibilità di regolarizzarsi è vincolata all’arbitrio di chi da anni le sfrutta nei campi o in casa con contratti precari o in nero.
L’epidemia, il sovraccarico del sistema sanitario, la chiusura delle scuole a tempo indeterminato, l’estensione indefinita dei tempi di lavoro causata dal ricorso allo smart working hanno moltiplicato esponenzialmente il carico di lavoro produttivo e riproduttivo che pesa sulle nostre spalle. Come si può lavorare da casa mentre ci si prende cura di una persona malata o anziana e bisogna seguire figlie e figli nella didattica a distanza? Come si può tornare a lavoro con turni spalmati su orari impossibili, mentre ancora non si sa se e come riapriranno le scuole a settembre? Queste domande non hanno trovato risposte, ad eccezione del tanto richiamato bonus baby sitter, che argina solo temporaneamente il problema e produce ulteriore lavoro precario e sottopagato per altre donne.
Non possiamo più parlare di emergenza: le conseguenze di questa pandemia saranno pesanti e stabili e stiamo già sperimentando nelle nostre vite le conseguenze di questa crisi.
Nonostante il distanziamento sociale, sappiamo che non siamo sole, ma parte di una lotta che in tutto il mondo si oppone alla violenza maschile e di genere, al razzismo e allo sfruttamento in casa e sul lavoro. L’epidemia del Coronavirus non ci ha costrette al silenzio. Le donne e le soggettività dissidenti, le persone migranti e razzializzate hanno continuato e continuano a scioperare e a ribellarsi alla violenza con cui ci vorrebbero zittire, rimettere al nostro posto, ancorare ai ruoli che ci sono imposti e che noi invece rifiutiamo.
Ora è tempo di riprenderci le strade, la visibilità, la parola che hanno provato a toglierci. È tempo di urlare tutta la nostra rabbia per annunciare che non accettiamo che la ricostruzione e la convivenza con il Covid-19 avvengano al prezzo del nostro sfruttamento, dell’intensificazione della divisione sessuale del lavoro e del razzismo.Con attenzione e cura per la salute di tutte e tutti, il 26 giugno torniamo in piazza in tantissime città.
Di fronte alle conseguenze di questa crisi e alla nuova insopportabile normalità che annuncia, non rimarremo in silenzio!
¡Juntas somos más fuertes!

25/06/20

Taranto - le lavoratrici degli asili riprendono la lotta e non si fermeranno


Dopo il presidio del 19 giugno alla prefettura, a cui hanno anche consegnato un esposto contro gli appalti al massimo ribasso,
ieri le lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe dei servizi degli asili comunali hanno fatto un nuovo presidio al Comune con cui hanno avuto un incontro.

Le lavoratrici pongono tre questioni nette:

- non accetteremo ditte per il nuovo appalto che hanno fatto il massimo ribasso - delle tre che sono in graduatoria le prime due hanno presentato offerte vergognose al 99 e al 95% di ribasso; è evidente che il "recupero dei loro profitti" lo farebbero poi sulle spalle delle lavoratrici;
- il 1° settembre sia che ancora c'è l'appalto in corso sia che inizi il nuovo appalto, vogliamo l'aumento a tre ore di lavoro al giorno - i ritardi nella gara d'appalto non li devono subire le lavoratici; altrimenti a settembre il servizio di pulizia e ausiliariato non comincerà!

- luglio e agosto siano quest'anno lavorativi. La perdita di salario che hanno dovuto subire le lavoratrici, neanche parzialmente coperto dagli ammortizzatori sociali visto che ancora non hanno ricevuto un centesimo di indennità di Fis, richiede che ad emergenza della situazione di pandemia, si risponda da parte del Comune con un provvedimento di emergenza: recuperare i mesi di lavoro perso con un'attività lavorativa straordinaria a luglio e agosto, necessaria anche per pulire e sanificare in modo approfondito le scuole al fine di accogliere in sicurezza i bambini a settembre.
Attenderemo i primi giorni della prossima settimana per conoscere l'esito delle verifiche che il Comune sta facendo. Ma sia chiaro, hanno ribadito le lavoratrici Slai cobas, che in particolare le prime due richieste sono irrinunciabili.
Vi è poi la gravissima e vergognosa questione del non pagamento della FIS, che le lavoratrici attendono da marzo.

Su questo lunedì 29 giugno vi sarà un incontro con la Ditta e se non ci sono date certe e immediate del pagamento, decideremo altre iniziative di lotta, anche verso l'Inps.

Lavoratrici asili
Slai cobas per il sindacato di classe
Taranto

Appello alle altre lavoratrici in lotta: colleghiamoci, uniamoci nella lottacontro aziende e governo. Insieme siamo più forti.
SAPPIAMO CHE ANCHE A LIVELLO NAZIONALE IN TANTE CITTA' LE LAVORATRICI DELLE PULIZIE E DELLE MENSE HANNO RIPRESO LA LOTTA.
SONO A RISCHIO I NOSTRI POSTI DI LAVORO, IL SALARIO, E AMMORTIZZATORI SOCIALI CHE NON ARRIVANO.
MA NEANCHE VOGLIAMO TORNARE COME PRIMA CON CONTRATTI PRECARI, APPALTI AL MASSIMO RIBASSO PER FAVORIRE I PADRONI, MENTRE A NOI SI ABBASSANO LE ORE DI LAVORO, GLI STIPENDI, E SI TAGLIA SULLA SICUREZZA E LA SALUTE.

ORA SCENDIAMO IN LOTTA E NON CI DOBBIAMO FERMARE! A SETTEMBRE BLOCCHIAMO TUTTO! O ABBIAMO QUELLO CHE CHIEDIAMO O IL SERVIZIO NON COMINCIA!
 

PER QUESTO COLLEGHIAMOCI:

slaicobasta@gmail.com - 3475301704 WA 3208713272

Roma 26 giugno davanti la Regione Lazio: La salute non è una merce

Riceviamo e pubblichiamo, da Tavolo 4:


LE OPERAIE DELLA MONTELLO (BG) RIAPRONO LA STRADA DELLO SCIOPERO!

20 giugno - Assemblee, sciopero su tutti e 3 i turni che hanno visto la partecipazione di decine di operaie che a loro volta hanno investito anche quelle che sono entrate e uscite al cambio turno.
Le operaie con lo sciopero si sono riprese il diritto di assemblea sindacale perchè hanno ben chiaro che il primo punto per essere forti in fabbrica è il riconoscimento del sindacato che hanno scelto.
Hanno detto basta a trattative segrete della CGIL  che come sempre  preparano solo nuove fregature sulla testa di tutti i lavoratori. Gli accordi sindacali devono essere in mano ai lavoratori e sono le assemblee che devono decidere tutto.
Contrastiamo l'applicazione unilaterale della cassa integrazione che  non deve essere usata per fare nuovi processi di ristrutturazione e mantenere alti i profitti di padroni preparando nuovi licenziamenti e peggioramenti ai lavoratori.


Due anni fa queste operaie, quasi tutte immigrate, fecero una lunga e importante battaglia per ottenere il pagamento della pausa mensa. In questa lunga lotta emerse con forza la condizione di sfruttamento, di discriminazione, l'oppressione generale  che come donne e immigrante vivono.
Ne parlammo anche in questo opuscolo "360°" - Riportiamo una parte che vogliamo riconsegnare soprattutto a queste combattive operaie.  

Per richiedere l'opuscolo:
mfpr.naz@gmail.com
"Nel seminario è stato visto un bel video-intervista fatto ad alcune operaie immigrate della fabbrica Montello (BG) da una compagna artista, Alice – Alys.thewitch, che vive in Inghilterra. L'intervista è stata pubblicata su Eco Women.
Nell'intervista ad un certo punto una delle operaie dice alla compagna che le sta intervistando: “abbiamo bisogno di persone istruite cosi noi prendiamo più audacia”. In un certo senso questo è il rapporto giusto, niente affatto da “imperialista di sinistra o buonista”, ma il rapporto necessario. Cioè una compagna che conosce di più, oggettivamente, perché anche ha fatto storicamente delle lotte, perchè impegnata sul fronte della battaglia culturale, si mette al servizio della lotta delle operaie per dare loro voce.
Il problema, dice di fatto l'operaia: 'non è che tu devi sostituire me, ma tu devi dirmi le cose che io non posso sapere, oppure non riesco perché non so la lingua. Anche sul lavoro il padrone mi dice che devo firmare subito e si tiene il contratto perché io non lo possa leggere, ma io prima di firmare vorrei sapere che sto firmando. Quindi serve che ci sia qualcuno invece che mi dia questa possibilità”. Poi siamo noi, il nostro coraggio che ci fa fare le lotte, ci fa andare avanti ecc…

Un’altra cosa importante - che traspare da questo video - è l’inchiesta, come fare l'inchiesta. Nel senso che, io non devo parlare “su” ma devo far parlare i fatti... Ecco questa alle operaie della Montello è una dimostrazione di come si fa inchiesta, in cui le protagoniste sono quelle operaie, sono loro che parlano; tu fai l’inchiesta nel momento in cui non sovrasti, permetti alle operaie di parlare. E non si tratta solo di una denuncia o di raccontare, ma di cosa ha significato per la loro vita le battaglie che fanno, quale emancipazione: “come donne noi dobbiamo farci valere, ci devono rispettare...”, dicono.

Anche su questo è emblematica la lotta delle operaie della Montello.
Questa lotta era iniziata come Slai Cobas per il sindacato di classe, ad un certo punto, in occasione
dello sciopero delle donne dell’8 marzo, sono cominciate ad intervenire in particolare le compagne di Milano del Mfpr. Questo è stato anche per tutte noi un insegnamento, il fatto che lotta sindacale e lotta delle donne vanno insieme ma sono anche differenti.
Cioè le lavoratrici lottano sul terreno sindacale, in una organizzazione sindacale di base, di classe, questo è chiaramente importante. Ma ci vuole il ruolo del femminismo proletario rivoluzionario, ci vuole, perché spesso le lavoratrici sono le più attive nella lotta sindacale, le più determinate, le più combattive, però manca un elemento in termini di decisione, in termini di portare con forza la doppia ragione come donne. Questo non avviene spontaneamente a livello sindacale, e quindi qui serve il passaggio, che non è mettere da parte l’aspetto della lotta sindacale, ma ci vuole l’intervento delle compagne, ci vuole la linea del femminismo proletario rivoluzionario.
Perché le lavoratrici migranti si autorganizzino, lottino è necessario, quindi, non solo l’intervento sindacale per ottenere dei risultati, ma quel lavoro in più e quel rapporto in più che solo in una battaglia come donne, come compagne può esserci, non avviene nè spontaneamente, nè il sindacato di per sè lo può portare. E questo non solo per la presenza anche nei sindacati di base di concezioni e prassi  sessiste - posizioni e atteggiamenti che influenzano e sono presenti anche tra i lavoratori, verso cui quando viene fuori il razzismo la prima cosa non è spiegare ma porre con nettezza e anche durezza  uno stop, dopo di che parliamo, ti spiego anche perché è giusto essere solidali, uniti lavoratori italiani e migranti -; ma perchè il sindacato, per quanto buono, è l'organizzazione di difesa dei lavoratori, di lotta per strappare condizioni migliori, non è l'organizzazione per fare la rivoluzione proletaria e per creare le condizioni, l'organizzazione necessaria delle donne perchè le donne proletarie siano avanguardia per la rivoluzione nella rivoluzione...
Un’altra cosa che viene fuori. Se facessi un’inchiesta tra gli operai ci direbbero le condizioni dure di lavoro, gli attacchi al salario, come stanno le cose in fabbrica, ecc…  Parli con una donna e ti dice in mezz’ora le condizioni di lavoro, ti dice dei figli, ti dice della famiglia, ti dice come viene trattata senza rispetto... Cioè ti dice tutto.

 Allora, un atteggiamento basista, economicista è sbagliato, è sbagliato sempre, anche con i lavoratori maschi, ma con le donne a maggior ragione, anche perché non c’è ragione. Quando dicono: che vita dobbiamo fare? Sarebbe stato meglio rimanere in Africa. L’Europa? Noi avevamo tutta una bella illusione sull’Europa, poi veniamo e vediamo che stiamo quasi peggio di prima, ecc. In un certo senso si pongono problemi per cui l’unica risposta è “un’altra vita”, cioè “tutta la vita deve cambiare”, e quindi si pone il come e che tipo di lotta.

La forza delle proletarie italiane e la forza dell’immigrate sono una forza esplosiva, sono una forza in più per porre la questione del lavoro lungo, difficile e complesso che noi chiamiamo rivoluzionario. Per le donne è come se questo è più facile perché le hanno passate tutte, per le migranti è come se passano ancora di più tutte le oppressioni e le forme di sfruttamento, vivono direttamente sulla loro pelle e vita sia che significa oppressione feudal patriarcale, sia che significa l’oppressione nella realtà di capitalismo avanzato.

In un certo senso la lotta delle operaie della Montello ricorda il film “7 Minuti”. Il film racconta di una fabbrica di cui ad un certo punto cambia la società, cioè il padrone; le operaie avevano paura che ci fossero parecchi licenziamenti, che fossero peggiorate tutte le condizioni di lavoro, ecc… No, su quello tutto rimane come prima. Qual’era allora il problema? Il problema è che volevano ridurre di 7 minuti la pausa. In tutto il film c’è uno scontro anche tra le operaie, nel caso anche delegate, in cui la maggior parte diceva: “scusate, non ci toglie il lavoro, non lo peggiora…  e va be’ 7 minuti che saranno?”. Ma via via nel film l’operaia più anziana spiega perché questi 7 minuti sono importanti e le altre lo comprendono.
Ecco questo film parla anche della lotta delle operaie della Montello. Queste operaie in fondo, rispetto ad altre situazioni di lavoratrici immigrate che sono veramente da schiavismo, da lavoro nero, loro ce l’hanno il contratto, prendono il salario contrattuale, ecc.; il problema è che questa mezz’ora non gli viene pagata, cioè fanno la pausa  e non gli viene pagata. Per loro è mezzora di vita: tu padrone, tu sindacato non è che mi stai rubando solo il salario, mi stai rubando mezzora di vita, è come in “7 minuti”, che poi non sono 7 minuti, in un anno quante ore sono? E in 5 anni? Mi stai rubando centinaia di ore di vita! Sono altre ore che in cui io dò lavoro gratis a te padrone.
Una che ti parla di “7 minuti” è come se parla di rivoluzione, a un certo punto non gli basta che è garantito il lavoro, che è garantito il contratto ecc, voglio garantito tutto! Voglio tutto! E per tutto devi fare la rivoluzione!..."

24/06/20

19/20 giugno - L'azione delle donne/lavoratrici nelle giornate di lotta contro la repressione delle lotte dei lavoratori e in solidarietà con i prigionieri politici nel mondo. Breve report fotografico del MFPR, che ha aderito al Soccorso Rosso Proletario

Bergamo - alla Montello sciopero combattivo e partecipato delle operaie ad ogni turno - contro la repressione padronale e l'attacco ai diritti dei lavoratori


Taranto - donne contro la repressione di lavoratrici e lavoratori


Palermo - lavoratrici contro l'attacco al diritto di sciopero e solidali con i prigionieri politici


L'Aquila - contro il carcere e la repressione, per la libertà di tutti i prigionieri politici



Pesaro - compagne della Rete Jin in solidarietà con il popolo curdo, contro l'imperialismo dello stato fascista turco


Milano, 20 giugno, con le campagne del soccorso rosso proletario


22/06/20

IL DIRITTO DI SCIOPERO DELLE DONNE NON SI TOCCA!

Abbiamo fatto un mini dossier sulla vicenda del divieto fatto dalla CGS dello sciopero delle donne del 9 marzo.
Richiedetecelo scrivendo a: mfpr.naz@gmail.com, e vi chiediamo di farlo girare il più possibile.
Questo attacco al nostro sciopero di fatto ha anticipato gli attacchi che stanno avvenendo anche in questa fase al diritto di sciopero in tanti luoghi di lavoro, anche per questo è importante respingerlo insieme.
Tra alcuni giorni sarà pronto il ricorso legale che stiamo facendo con compagne avvocatesse di Roma.
Avvieremo poi una campagna.

Giù le mani dallo sciopero delle donne! 

MFPR Lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe

21/06/20

Publichiamo la comunicata di Non una di meno Perugia, che condividiamo

Libere di scegliere sul nostro corpo.
Fuori la giunta fascista dalla regione Umbria!

Mentre una pesante crisi aggrava la situazione del paese e il periodo dopo  Covid si annuncia molto duro per la vita economica e sociale delle donne e di tutt*, la giunta della destra leghista di Donatella Tesei lancia il suo affondo all’autodeterminazione delle donne firmando un dispositivo che prevede per l’Umbria il ricovero di tre giorni per le donne che utilizzano la Pillola abortiva RU486. Inutile qui ricordare come l’Italia sia da decenni l’unico paese in Europa in cui, vista la particolare attenzione verso le posizioni del mondo cattolico integralista, si prevede necessariamente, per le donne che vogliono assumere questa pillola abortiva, un passaggio in ospedale in Day Hospital (sempre che gli ospedali ne siano dotati: proprio in Umbria nella gran parte degli ospedali da tempo questa pillola non c’è).
Se questa situazione caratterizza storicamente il nostro paese tale che esiste una anomalia italiana nel campo dell’aborto farmacologico -perché le donne, si sa, nella cultura egemone dominante devono partorire e eventualmente abortire nel dolore- la variazione d’intensità a cui ci sottopone oggi la giunta leghista è quella del ricovero ospedaliero coatto di tre giorni per le donne che vi facciano ricorso. Ricordiamo che l'IVG non riguarda solo le vite precarie delle donne umbre bianche, borghesi o proletarie, ma una quantità di donne migranti: badanti, braccianti, sex workers, che hanno gravidanze indesiderate, spesso da rapporti sessuali altrettanto indesiderati e hanno difficoltà non solo ad attuare l’IVG ma anche a essere raggiunte da informazioni su come/cosa fare.
Se questa faccenda non fosse drammaticamente lesiva della dignità e della libertà delle donne, potremmo cogliere il lato tragicomico della faccenda, visto che la sanità dei tagli neoliberisti ci ha abituato da tempo a norme e procedure “spiccialetti” per le degenze anche in caso di bisogni significativi. Un attacco della Lega, questo, che arriva proprio nel corso di una crisi pandemica che ha pesantemente condizionato la vita generale e in un momento in cui dovrebbe essere chiaro ormai a tutt* l’importanza fondamentale del lavoro di cura e riproduttivo svolto storicamente dalle donne. Siamo stat* a casa e ci siamo pres*, infatti, cura le une (e gli uni) delle altr* anche per sopperire alle difficoltà di un sistema sanitario ridotto sul lastrico dalle scelte politiche precedenti, neoliberiste e di privatizzazione, soprattutto nelle regioni caratterizzate maggiormente dalle giunte leghiste, ma non solo. Siamo state a casa e il lavoro femminile e femminilizzato si è amplificato a dismisura: non solo nelle cucine, ma nei dispositivi smartphone del telelavoro, nell’aiuto e nel sostegno a figl* confinat* a casa.
Molte donne sono rimaste “a casa”, nella “casa patriarcale” e per questo hanno subito in quelle mura nascoste ancora di più violenze psicologiche, fisiche, economiche.
Nonostante siano diminuite le denunce delle violenze, le aggressioni e i femminicidi sono in questi mesi aumentate. Il momento fase due si annuncia ancora più drammatico, perché molt* hanno perso lavoro, perché il reddito è insufficiente, perchè le disuguaglianze sono aumentate: d’altra parte dovremmo aver imparato che la riproduzione della vita si basa su valori comuni come mutualismo e solidarietà e non su competizione, merci, imprenditorialità. Invece in questo preciso momento la “ripartenza” sembra di nuovo decollare sulle spalle del lavoro riproduttivo e invisibilizzato delle donne.
Un filo nero lega l’attacco fascista alla determinazione delle donne su RU in Umbria, e l’incuria con cui lo stesso governo ha posto scarsa attenzione e soprattutto scarsi finanziamenti al welfare, a partire ad esempio dalla questione scuola.
Ma anche a proposito della sanità chiediamo con forza il rifinanziamento della medicina territoriale e dei consultori (dove si dovrebbe garantire l’IVG e la gratuità dei mezzi contraccettivi) che da anni ormai sono trascurati e vedono ridotte funzioni e personale, mentre dovrebbero essere ripensati per affrontare nuovi bisogni e desideri riguardo a salute e sessualità.
La ripartenza ha di fatto delineato ancora una volta una dicotomia tra il “mondo ritenuto produttivo delle imprese” e il “mondo della riproduzione e del welfare”.
Abbiamo sentito la cantilena che è necessario che la produzione riparta, e solo in seconda battuta che dovevano riattivarsi i cosiddetti “servizi” (magari meglio privati o privatizzati).
Come femministe riteniamo che il welfare, la riproduzione, il lavoro di cura siano centrali per la vita e che non siano un “servizio” subalterno a quella che viene definita dal patriarcato la “produzione”.
Non faremo un passo indietro, per questo né di fronte al governo fascista della Tesei, né di fronte ad alcun governo.
La libertà delle donne è per noi imprescindibile: essa si costruisce materialmente insieme rivendicando diritti per la salute riproduttiva, una casa non patriarcale per tutte, welfare e reddito.

NON UNA DI MENO Perugia

15/06/20

Solidarietà dall' MFPR alla coraggiosa ragazza e a sua madre!


SABATO 13 GIUGNO 2020
Tutta la nostra solidarietà alla coraggiosa ragazza e a sua madre
Un uomo di 37 anni, di Taranto, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale nei confronti della figlia minorenne. La misura restrittiva è stata firmata dal gip a pochi giorni di distanza dalla denuncia presentata dalla moglie dell’arrestato, che ha chiesto aiuto alla Polizia di Stato dopo aver raccolto le confessione della figlia 15enne. La minore, in lacrime, ha raccontato delle violenze fisiche, psichiche e soprattutto sessuali subite dal padre. L’uomo, già da tempo, oltre a fare uso di alcool e droga anche in presenza dei due figli, entrambi minori, assumeva spesso atteggiamenti violenti in ambito familiare. Determinante è stata la testimonianza della vittima che «ha dato conferma dei terribili e raccapriccianti momenti passati negli ultimi due anni»

13/06/20

Blacklivesmatter, un'interessante analisi sugli USA e sul protagonismo delle donne nel movimento, con Silvia Baraldini


Da Radio Onda Rossa



Con Silvia Baraldini analizziamo le motivazioni oggi della lotta dei Blacklivesmatter, allargando il discorso alla situazione americana economico-politico. Una bellissima analisi.
All'interno anche il nostro corrispondente dagli USA e le voci che abbiamo racconto ieri a Piazza del Popolo per #BlacklivesmatterItaly

11/06/20

Una strage di donne - Basta con le morti. Basta con le ipocrisie!


"Dal Mediterraneo a Minneapolis sott'acqua 
sotto un ginocchio, non riesco a respirare".

E' l'imperialismo che uccide!
Abolire i Decreti Sicurezza

Aprire i porti


Secondo una prima ricostruzione di eventi, la nave, che trasportava 53 persone per lo più dall'Africa sub-sahariana, aveva lasciato la costa tunisina dalla città di Sfax, con l'obiettivo di raggiungere l'Italia. Il naufragio si è verificato tra il 4 e il 5 giugno al largo delle Isole Kerkennah.
Di questi migranti almeno 24 sono donne, una dei quali era incinta, e almeno tre bambini, di età compresa tra tre e quattro anni. 
 
 
“I rifugiati di guerra e le vittime della tortura vengono lasciati morire in silenzio o catturati con il coordinamento dei governi europei e poi torturati nei campi di detenzione libici. Mare Jonio sta tornando al suo giusto posto, dove sono necessari aiuto e umanità ”, ha dichiarato Alessandra Sciurba, presidente di Mediterranea.
 


Info MFPR

10/06/20

Gravissima aggressione fascio-sessista a Firenze - la nostra massima solidarietà alla compagna - Mfpr Solidarietà per Annina e amore e rispetto a questa piccola grande donna.


Un fatto gravissimo si è consumato ieri sera alle 22 circa, in pieno centro storico, al termine di una giornata di lotta e solidarietà, una compagna del movimento Annina stava rincasando quando è stata aggredita alle spalle da 5 energumeni fascisti che probabilmente avendola riconosciuta le si sono scagliati addosso. Vi descrivo Anna per chi non la conosce, una fiera compagna, un passerotto d'assalto di 40 kg con i capelli argento, una nonna. Nonostante tutto si è difesa con onore e ne ha "stesi" 3 poi un pugno in faccia ha steso lei, l'hanno presa a calci nelle costole, le hanno rotto il naso e gli occhiali, i quali per fortuna non hanno rilasciato schegge che potevano seriamente danneggiare gli occhi. Non ha denunciato, non è andata in ospedale perché non ci crede più essendo la seconda volta che le succede e non avendo avuto nessuna giustizia malgrado un referto di 21 giorni, il che ha ferito oltre che il suo corpo anche il suo orgoglio. " Meglio così" mi ha detto "almeno ho solo il danno e non la beffa". Onore alla mia compagna, alla nostra compagna. Mi domando però, in un quartiere storico per i movimenti, dove i compagni hanno sempre lottato per difendere il quartiere da spacciatori e infami di ogni tipo, in un quartiere dove c'è un'alta concentrazione di sedi da sindacali a collettivi, come può succedere questo? Non prendeteci per nostalgici se affermiamo che 30 anni fa non sarebbe passato sotto silenzio, che ci fumavano di più i coglioni e che li avremmo cacciati a calcinculo. Vediamo il da farsi, perché non è la prima volta e non è la sola compagna che ha subito l'attacco del branco, di un branco senza umanità e dignità. Solidarietà per Annina e amore e rispetto a questa piccola grande donna.

I compagni del movimento di lotta per la casa di Firenze.

FIRENZE: SOLIDARIETA' AD ANNA
Da FLNA

Le Donne in Lotta esprimono la loro solidarietà ad Anna, compagna di Firenze, che sabato notte è stata aggredita alla spalle da 5 energumeni fascisti (come denunciato pubblicamente in un comunicato del Movimento di Lotta Per la Casa di Firenze). Dopo che Anna ha cercato di reagire all'aggressione, i 5 fascisti hanno inasprito la violenza: l'hanno presa a calci nelle costole, le hanno rotto il naso e gli occhiali. 
Nell'esprimere piena solidarietà ad Anna, ribadiamo l'urgenza di organizzare l'autodifesa delle donne, sempre più esposte - tanto più in questi momenti di crisi economica e frustrazione psicologica - ad atti di violenza e sopruso. Tante donne hanno subito violenze per settimane rinchiuse nelle case durante il lock down. Ora, nel momento in cui escono (perché i capitalisti hanno deciso che possono uscire per riattivare la macchina dello sfruttamento e della vendita delle merci), rischiano nuove violenze, nelle strade e nei luoghi di lavoro. 

Difendiamoci dalla violenza! Abbattiamo questo sistema economico violento e maschilista!

Donne in Lotta 

07/06/20

05/06/20

CORRISPONDENZA DI UNA LAVORATRICE DELLE POSTE MI

Ieri c’è stato uno sciopero in Poste Italiane proclamato in modo unitario dalle sigle sindacali di base (Si Cobas Poste, Slg cub, Cub Poste, Confederazione Cobas Poste), uno sciopero riuscito discretamente, anche se a macchia di leopardo, si sono tenuti dei presidi in 4 città Roma, Milano, Firenze, Salerno.
I motivi che ci hanno portato allo sciopero sono numerosi e presenti da tempo in categoria: la continua e inarrestabile fuoriuscita del personale sostituito con lavoro precario continuamente sotto ricatto (continue promesse di assunzioni definitive, solo raramente mantenute), diritti disattesi con scuse burocrate, infinite (graduatorie di trasferimenti anch’esse sempre disattese, c’è chi attende da 10 anni), un'organizzazione del recapito a giorni alterni che ha causato aumenti dei carichi di lavoro più del doppio e continui disservizi per i cittadini che si vedono costretti a recarsi presso gli uffici postali a ritirare la loro corrispondenza “a firma” (raccomandate, atti giudiziari), neppure il giorno dell’avviso, ma dopo giorni e giorni, provocando molta rabbia che chiaramente deve, poi, gestire l’operatore di sportello, le dirigenze sono spesso assenti perché il loro solo obbiettivo è il risultato commerciale (prestiti, mutui, assicurazioni, sim, ecc), tutto il resto è “noia”.
L’aumento dei carichi di lavoro hanno portato ad un aumento degli infortuni, anche mortali, che l’azienda continua a derubricare come incidenti stradali, ma che sono a tutti gli effetti infortuni perché il luogo principale dove il portalettere svolge la sua attività è la strada.
L’elenco continua ed è molto lungo e tra i problemi più urgenti, che questa pandemia ha acutizzato, c’è quello della salute e sicurezza sul lavoro in ogni angolo e in ogni singolo posto di lavoro di questa grande Azienda che continua a far crescere il profitto minacciando e ignorando tutto ciò che non genera profitto.
Il presidio sindacale di Milano si è svolto sotto la Prefettura e siamo stati ricevuti, in questa sede istituzionale abbiamo esposto tutte le nostre ragioni sia sindacali sia i problemi che abbiamo dovuto affrontare durante i lunghi mesi critici del covid-19 (che per noi non sono affatto finiti, altro che fase2): dispositivi arrivati in ritardo, centellinati, spesso rifiutati ai lavoratori e distribuiti agli “amici”, sanificazioni appena accennate, pulizie a fine giornata svolte “normalmente” e senza nessuna precauzione per il personale delle pulizie, sostituzione dei filtri dell’aria fatti ad ufficio aperto e solo verso la fine del periodo della cosiddetta fase 1 (parliamo del mese di maggio), molti uffici sono stati chiusi solo per un puro calcolo: la gente era chiusa in casa, molte ditte e negozi erano chiusi e molti colleghi assenti in permessi 104, congedi familiari e malattia per i soggetti “fragili”, molti colleghi sono tuttora assenti.
Inoltre molti uffici come le filiali sono ancora chiusi per il ricorso selvaggio e senza nessuna tutela sindacale allo smart working. (tutti motivi che non hanno aiutato all’adesione massiccia allo sciopero), ma i motivi di lamentela, in particolare per la Lombardia, non sono finiti.
Abbiamo denunciato anche l’ultimo atto di arroganza di questa Azienda, che in presenza di ben due circolari della Regione Lombardia che parla del monitoraggio della temperatura per il personale, la nostra grande e proficua Azienda ha pensato bene di chiedere ad ogni impiegato/ lavoratore di presentare ogni mattina un’autocertificazione del suo stato di salute.
Una soluzione che abbiamo prontamente respinto al mittente e che ora, visto che in alcuni posti di lavoro sono stati chiamati persino i carabinieri, Poste ha deciso di non chiedere nulla, di fatto dove sorge il problema non chiede nulla, semplicemente fa finta di niente, ma neppure si preoccupa di mettere in piedi nessun monitoraggio, salvo nei posti molto grandi, quali cmp e centri grossi di recapito, e fatto anche male.
Inoltre, come è possibile che un’azienda che ha un'affluenza enorme di pubblico in tutto il paese non si preoccupa minimamente di organizzare un qualche controllo? L’unica cosa che fa è far entrare il pubblico poco per volta e permette che si verifichino grossi assembramenti davanti gli uffici postali di cui non sente minimamente nessuna responsabilità con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.
Perfino per il gel per le mani all’ingresso di ogni luogo dove accede il pubblico Poste ha deciso di mettere le colonnine solo a metà maggio.

Per noi che lottiamo da anni, continuiamo ancora più determinati e vogliamo che questa crisi la paghino i padroni e non noi lavoratori, in particolare per noi di Poste, la lotta deve andare avanti e svilupparsi e, per quanto ci riguarda, non coinvolge solo l’azienda, ma anche i suoi famosi complici, che in questi mesi ci hanno costretto a scrivere tanto senza ottenere risposte, sindacati “venduti” che a tavolino hanno confezionato accordi, linee guida, ma chi li ha visti?
Anzi da una parte sottoscrivevano accordi e, appena si verificava la protesta prontissimi scrivevano qualche nota sindacale per aggiustare il tiro, uno squallido gioco delle parti, giusto per non perdere il totale controllo delle loro clientele.
Lottiamo perché tutto questo finisca.
Un ringraziamento alla solidarietà, senza se e senza ma, dimostrata dallo Slai Cobas di classe aiutandoci a distribuire il materiale.

Antonella - Milano

02/06/20

Siria, donne nude detenute all’interno delle carceri dalle milizie filoturche. La popolazione di Afrin chiede ad Ankara di andarsene

Dozzine di donne nude e altri detenuti sono stati liberati dai centri di detenzione della Divisione al-Hamza, da uomini armati provenienti dalle campagne di Damasco. A renderlo noto l’Osservatorio siriano per i diritti umani. I residenti della capitale siriana e delle campagne nel nord del Paese spiegano in una nota le ragioni che hanno portato agli scontri con il gruppo affiliato all’Esercito libero siriano, chiedendo ai comandanti delle forze di Ankara e dell’Esercito Nazionale di rimuovere tutte le sedi di al Hamza dalla città di Afrin e di porre in stato di fermo i responsabili delle violazioni.
Nel documento, anche la richiesta di chiarimenti sulla presenza di «detenute nude all’interno delle carceri». Secondo fonti vicine all’Osservatorio, una calma apparente sarebbe tornata nella città dell’ex enclave curda nel zona nordorientale della Siria, dopo i feroci scontri tra il gruppo al-Hamza, uomini armati della Ghouta orientale e residenti di Afrin, che hanno costretto alla fuga alcuni dei membri della milizia sotto accusa.  La direzione della stessa Divisione si difende, rilasciando una dichiarazione in cui annuncia l’apertura di un’indagine e l’impegno a consegnare alle forze di polizia militare le persone ritenute responsabili, assicurandole alla giustizia. La città di Afrin, controllata da fazioni sostenute dalla Turchia dopo l’occupazione del gennaio-marzo 2018 con l’operazione “Ramoscello d’ulivo”, è stata pure teatro di numerosi combattimenti tra miliziani di al-Hamzat e membri di Ahrar al-Sham. Scontri e sistematiche violazioni dei diritti umani che stanno esasperando la popolazione, tanto che lo scorso venerdì, secondo quanto argomenta l’Osservatorio siriano, si è organizzata in corteo per manifestare dinnanzi alla residenza del governatore, chiedendo il suo intervento per fermare gli abusi.
I manifestanti hanno anche inneggiato slogan che invitavano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, di intervenire affinchè le fazioni vicine all’Esercito Nazionale, appoggiato dalla Turchia, portino le loro sedi militari fuori dai quartieri residenziali della città. Nel frattempo un appello congiunto delle organizzazioni umanitarie operanti in Siria e in Europa è stato rivolto  al Segretario generale della Nazioni Unite Antonio Guterres, all’alto Commissario per i diritti umani Michelle Bachelet e al presidente della Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Siria Paulo Pinheiro. Una lettera in cui si chiede «l’istituzione un comitato per indagare sui fatti connessi ai reati e alle violazioni commesse ad Afrin e in altre aree occupate dalla Turchia, perchè vengano denunciati alle autorità internazionali competenti. Esercitare maggiore pressione su Ankara – si legge nel documento – affinché svolga i suoi compiti e adempiendo alle proprie responsabilità di forza occupazionale nel garantire la sicurezza dei civili».
Infine, si reclama la sospensione della presenza militare turca in territorio siriano, nonché la protezione internazionale sotto l’egida del Consiglio di sicurezza, fino a quando non sarà trovata una soluzione politica globale alla crisi siriana. Dopo l’intervento turco nel cantone di Afrin, nella regione autonoma del Rojava, oltre 300 mila persone sono state costrette alla fuga. Hasan Ivanian, docente universitario fuggito dalla città durante l’invasione per rifugiarsi in un villaggio a nord di Aleppo, riconquistata dalle truppe Damasco e ora sotto il controllo russo, ci mostra con rimpianto le foto della sua casa, una villetta in mezzo al verde degli ulivi, occupata dai mercenari al seguito delle milizie turche. «Il mio giardino, la mia casa, si sono presi tutto. La porta di ingresso  sfregiata con incisioni che mostrano come le milizie di Faylaq al Sham, sostenuta dalla Turchia- denuncia Ivanian- si siano appropriate di un bene che non gli appartiene. Non so se potrò far più ritorno nella mia città, ora viviamo da sfollati. Qui dove ci troviamo siamo più al sicuro, ma non abbiamo elettricità, acqua calda, nessun elettrodomestico. Siamo fuggiti portando solo il necessario per sopravvivere».

POSTE - IL PRIMO SCIOPERO NAZIONALE NELLA FASE 2 - Massimo sostegno e circolazione