31/12/22

Ratzinger, espressione della Chiesa più conservatrice e teorico del "moderno medioevo" contro le donne, è morto!

Il Movimento femminista proletario rivoluzionario colse subito il segno reazionario esplicito della elezione di Ratzinger a papa, e la funzione di conservazione/madre del sistema capitalista da lui posta della donna in questo disegno, Questo lo fece anche utilizzando strumentalmente anche alcune posizioni dell'allora movimento femminista borghese sulla "differenza sessuale".
Facemmo un opuscolo, che oggi riproponiamo, tradotto anche in inglese. 
Invitiamo a richiedercelo, perchè Ratzinger è morto ma purtroppo non è morta la sua teoria esplicitamente rivendicata come antimarxista e la sua politica identitaria reazionaria a livello nazionale ed europeo nella Chiesa e nella societa'.
Per averlo scrivere a Mfpr.naz@gmail.com 

Dalle coraggiose operaie Beretta di Trezzo in lotta


...Ieri abbiamo fatto ancora 2-3 ore di sciopero perché ci hanno fatto l'ennesima ingiustizia. 
Togliendo una linea di produzione a noi operaie MPM e mettendo il personale Beretta su questa linea.... ci aggiorniamo nei prossimi giorni...

Un augurio da parte di tutte le lavoratrici  di MPM Beretta . Un abbraccio forte forte 💪 Grazie per il sostegno e il coraggio che ci date ogni giorno

Selvana per le operaie Beretta Slai Cobas sc in lotta 

Noi abbiamo tutte le ragioni di portare avanti tutta la nostra rabbia, le nostre lotte di donne/lavoratrici... verso il nuovo anno dalle precarie Assistenti di Palermo

Da un recente intervento ad una assemblea telematica nazionale Donne/Lavoratrici  di una combattiva  lavoratrice precaria Assistente igienico personale di Palermo, delegata Slai Cobas sc, pienamente valido oggi e verso il nuovo ANNO che sta per iniziare...  Auguri di un nuovo anno di doppia lotta a tutte le lavoratrici e i lavoratori dalle Assistenti precarie di Palermo.
 
"... la pandemia scoppiata nel 2020 ha colpito ancora di più la nostra condizione di lavoro. Siamo assistenti igienico personale specializzate agli studenti disabili nelle scuole statali, e  rappresentiamo le lavoratrici e i lavoratori precari della Sicilia che in buona parte si  sono uniti in quei mesi alla lotta esemplare di anni dello Slai cobas sc  delle lavoratrici e lavoratori di Palermo.
 Con il  lockdown di punti in bianco non abbiamo più lavorato, ci hanno rinchiuso a casa forzatamente, però nonostante questo abbiamo usato altri mezzi per contrastare i danni che abbiamo subito tutti i giorni.
Il 9 marzo 2020 comunque siamo scese in piazza in occasione dello sciopero delle donne. Abbiamo dovuto fare i conti con le restrizioni del governo però abbiamo dato ugualmente un segnale forte e non ci siamo arrese. Siamo tornate poi di nuovo in campo più aperto da giugno in poi non avendo più disoccupazione, una misera cassa integrazione  finita dopo assurdi mesi di attesa, da disoccupate. La lotta per il nostro lavoro è una lotta che dura da tantissimi anni, la regione Sicilia e quindi il presidente della Regione Musumeci "fascista per bene" e i suoi neri
Assessori,  decisero di cancellare questo nostro servizio e di trasferirlo illegittimamente ad altre figure che sono già all’interno della scuola tra cui i collaboratori scolastici, una decisione chiaramente solo per mero risparmio che ci ha danneggiato ulteriormente, cioè noi in maggioranza lavoratrici che prestiamo questo servizio da più di 25 anni, ognuna di noi ha famiglia, figli, ci sono donne separate, donne che hanno difficoltà ad andare avanti, un pò come tutte, come in tanti settori. Abbiamo continuato a portare avanti con coraggio e determinazione la nostra battaglia nei mesi successivi contro i palazzi del potere facendo varie  manifestazioni, incontri su incontri. Ci sono stati  momenti abbastanza caldi e concitati perché la rabbia è tantissima contro i palazzi del potere che tendono sempre a relegarci a casa, che ci privano del nostro diritto al lavoro come donne e della nostra dignità di vita. Ma ci ha fatto sempre più forti questa rabbia, noi non ci stiamo e abbiamo continuato  a lottare fino a riuscire con grande coraggio e sfida a RICONQUISTARE IL LAVORO rientrando nelle scuole nel 2021.   Abbiamo conosciuto tante realtà siciliane di assistenti come noi che si trovano a fare i conti con un lavoro che è già precario anche a due ore al giorno per arrivare ad uno stipendio se così si può chiamare di appena 300 euro,  quindi la precarietà nella precarietà, sì hai un lavoro ma questo non ti consente affatto di vivere in maniera dignitosa ... alla fine la giustezza di quello che facciamo è talmente grande che anche se in un numero più ridotto sicuramente non ci fermiamo.  
Noi siamo pure lavoratrici che abbiamo subito repressione, il 30 ottobre 2020 a noi è iniziato un processo per una iniziativa che avevamo messo in campo per difendere più che legittimamente il nostro lavoro contro una gara di appalto illecita della Città Metropolitana che licenziava di fatto tantissimi precari e che grazie a questa lotta è stata poi modificata, ma ci hanno ingiustamente denunciato.  Ma anche da questo punto di vista siamo riuscite a trovare la grinta per affrontare questa repressione ingiusta che è uno strumento che la borghesia, i padroni e i governi  utilizzano per intimorirci, per non portare avanti quelle che sono le nostre ragioni di lotta in difesa dei nostri diritti. Noi abbiamo detto durante l’iniziativa che facemmo in occasione dell’inizio del processo in presidio davanti al tribunale di Palermo: se toccano una toccano tutte! Io credo che questo sia un punto sul quale dovremmo trovare tutte noi donne lavoratrici, precarie, disoccupate, le nostre sorelle  migranti... la forza, una unione per attivarci tutte insieme e contrastare la repressione, perché fa parte della lotta più generale contro questo Stato, questo sistema, è un altro aspetto di questa lotta.
A Palermo guardiamo sempre perchè necessario anche alle altre realtà di lavoratrici che lottano per i loro diritti e che vengono represse dai padroni, dal palazzi del potere, dalle forze repressive al loro servizio ... perché, non bisogna mai guardare solo al proprio orticello, la solidarietà di classe è importantissima. Noi siamo state lavoratrici che in occasione del processo alle lavoratrici dell’Italpizza abbiamo fatto nelle varie città delle iniziative di solidarietà, abbiamo sostenuto attivamente la lotta delle lavoratrici  degli alberghi di Milano così  abbiamo sostenuto e sosteniamo le lotte delle nostre coraggiose sorelle  operaie della Montello di Bergamo e della Beretta di Trezzo contro pesanti condizioni di sfruttamento e oppressione in fabbrica e anche fuori la fabbrica la loro LOTTA E' LA NOSTRA LOTTA!
...siamo comunque “GOCCE DI UNO STESSO MARE” che sicuramente vede in un contesto più generale tante lavoratrici, operaie, precarie... oppresse e represse, perchè lottano per i propri diritti, per la propria dignità, per una vita migliore, perchè come diciamo la "vita deve davvero cambiare"..
Le donne  e in particolare le lavoratrici, le proletarie che lottano, che non si sottomettono passivamente a questo sistema che le vuole oppresse e sfruttate doppiamente danno fastidio, non solo ai padroni, ma anche a maggior ragione a questo "nuovo" governo fascio sessista Meloni, danno fastidio a tanti uomini fino al punto che le odiano uccidendole probabilmente perché abbiamo sempre quella marcia in più. E quindi su questo bisogna fare FRONTE COMUNE. Ci attacchino pure, ci processino pure! La repressione è uno strumento così vile che la borghesia al potere utilizza proprio perché ci vogliono fermare.
Dobbiamo andare avanti, stiamo andando avanti con forza con determinazione anche se è dura e difficile. Il nostro è un Cobas con diverse donne,  lo dico per far capire che realmente abbiamo una forza in più nonostante i nostri acciacchi, i problemi di salute, in famiglia. In piazza mostriamo sempre quella marcia in più e ci distinguiamo anche dagli uomini, checché se ne dica dei nostri lavoratori, anche con un temperamento non indifferente, che  lottano con noi e in generale ci sostengono... ma anche questa è una lotta ...
Il lavoro per noi donne è ancora più importante di qualsiasi altra cosa, perché ci aiuta ad essere più indipendenti e ci può aiutare anche a sganciarci da situazioni familiari pesanti che si possono vivere, è il caso di alcune precarie che lottano. E’ quindi è una lotta doppiamente necessaria anche se difficile... Alcune di noi, infatti, devono lottare doppiamente: mentre alcune si ritrovano a casa familiari, mariti che comprendono la necessità di difendere il posto di lavoro, altre invece si devono scontrare anche con i mariti, con i figli, con chi vive sotto lo stesso tetto, ma anche con altri familiari. A volte quando una parla della lotta magari con orgoglio, perché è un orgoglio lottare per la difesa del posto di lavoro per la difesa dei propri diritti, gli altri quasi quasi ti guardano come per dirti: ma sì, ma dai, ma va “lavati i piatta” - detto proprio in siciliano - perché è come se non comprendessero la necessità di quello che è giusto fare.
Noi abbiamo tutte le ragioni di portare avanti tutta la nostra rabbia, le nostre lotte per affermare i nostri diritti e la nostra vita di lavoratrici e di donne... la solidarietà che abbiamo ricevuto da parte di tante lavoratrici, precarie in questi anni ci fortifica, ci spinge ad andare avanti con maggiore forza e ci dà coraggio.  GIORGIA precaria in lotta

E chiudiamo quest'anno in bruttezza... Ma con un impegno!

Che nel nuovo anno lo slogan: "Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa", diventi azione, lotta, contro gli uomini che odiano le donne e contro lo Stato, magistrati che li "assolvono"!
Dalla stampa 
Novi Ligure, subì a 12 anni un tentato stupro. Il ministero: no al risarcimento perché atto non grave
Un ragazza di origini arabe che ora ha 23 anni, aveva subito a 12 anni un’aggressione da parte di un vicino di casa di 40 anni che la trascinò con violenza nel tentativo di abusare sessualmente di lei in un garage. Fu il padre della ragazza a fermare il tentato stupro.
L'uomo fu condannato solo a 5 anni di reclusione perché non ci fu atto sessuale ma non poteva risarcire la ragazza perché nullatenente. Oltre al danno psicologico della violenza, la giovane fu costretta dalla famiglia e in particolare dal padre a una sorta di clausura in casa. La 23enne nel corso degli anni è stata anche ricoverata in Psichiatria a Novi e ha visto inoltre il 40enne, con numerosi precedenti per violenza comune, uscire di galera e tornare a vivere nel suo stesso condominio.
A distanza di molti anni, con la morte del padre, è finita anche la sua reclusione familiare, e grazie alla comunità novese ha trovato anche un lavoro, anche se non sufficiente per mantenersi.
La richiesta della 23enne inoltrata dall’avvocato Fabio Garaventa al ministero per il risarcimento per le vittime di violenza, non è stata però accolta perché, nonostante le perizie mediche accertate dalla Prefettura di Alessandria di una danno psicologico derivato dall’evento, il ministero ha valutato la sua situazione “non grave”.

29/12/22

Il calendario 2023 del Mfpr specchio degli importanti avvenimenti, lotte delle donne

Questo calendario in ogni mese rappresenta ciò che è stato più emblematico per le donne nell'anno che sta per finire, sia a livello nazionale che internazionale.
Rappresenta soprattutto, sia pur molto parzialmente, l'azione politica, pratica del Mfpr e da questa anche l'azione futura su tutti i piani, con al centro il ruolo sempre più crescente delle lavoratrici, proletarie in lotta perchè siano la prima fila della marcia in più delle donne contro doppia oppressione, doppio sfruttamento.

Il calendario è da appendere al muro. Richiederlo a: mfpr.naz@gmail.com

27/12/22

Analisi delle tendenze nel movimento femminista in Italia, oggi - Nudm - parte 2


Riprendiamo stralci da un opuscolo dal titolo "360°" prodotto nel 2019 in cui abbiamo riportato l'analisi e il dibattito che si svolse tra compagne e lavoratrici in un seminario estivo di quell'anno, e in particolare riprendiamo la sezione Analisi delle tendenze nel movimento femminista in Italia oggi - Nudm che riteniamo valida e attuale nella sua essenza perchè, come abbiamo scritto "...Noi sappiamo tutte le lotte che facciamo, potremmo fare un elenco che non finisce mai, però non parliamo delle tendenze teoriche che influenzano le lotte. Ora, dobbiamo cominciare ad entrare nel merito. L’analisi delle tendenze nel movimento femminista non è per tenerla per noi, ma per fare una battaglia, e non solo nelle realtà femministe organizzate, nelle assemblee, ma verso tutto il movimento delle donne, tutte le donne proletarie. Le donne proletarie devono dare forza alla loro condizione, la loro condizione è una forza di ribellione, ma deve essere una forza anche teorica... 
Negli ultimi anni c’è un grande movimento di lotta delle donne… Il movimento delle donne è il più vasto movimento di lotta, in Italia, e negli altri paesi. E quando vanno in piazza centinaia di migliaia di donne, si deve stare in questo movimento, come diciamo noi, con “un piede dentro e un piede fuori”. E’ questa situazione generale… che pone l’urgenza di dire: qual’è la linea? Qual’è la
lotta?
Non solo la linea pratica – qui ci sono i padroni, i governi, lo Stato che ci danno abbondante materia di lotta, per difendere uno schifo di lavoro perché anche quello schifo ce lo vogliono togliere, per le politiche familiste, di attacco al diritto d’aborto, per le norme securitarie e razziste, ecc. ecc. - Quindi, non solo pratica, ma anche quale linea politica, quale linea strategica, quale linea ideologica, quale linea teorica. E quali invece sono quelle linee, quelle posizioni che invece ostacolano, che fanno da freno a scatenare la furia delle donne come forza poderosa della rivoluzione, e di cui allora bisogna liberarsene facendo chiarezza verso la maggioranza delle donne, verso in particolare le donne proletarie. E’ necessario capire più a fondo perché vi sono quelle linee, qual’è la politica generale che le sostiene, qual’è la concezione che le guida, e ancora, di quali classi sono espressione quelle concezioni? Qui è la necessità di mettere le “mani nella pasta” e anche di questo seminario che, appunto, non sta in cielo, ma è un seminario fino in fondo collocato in questa fase e in questa realtà…


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parte 2°

Torniamo, allora, alle parole Il "PIANO FEMMINISTA"

Non Una Di Meno, in occasione della prima grande manifestazione del 25 novembre 2016 annunciò la presentazione del «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere», ponendolo come obiettivo di fase proprio a partire da quella manifestazione.
Un piano che via via si è articolato ed è stato elaborato attraverso un percorso fatto di successive assemblee nazionali, in alcune delle quali fu posto come tema centrale di discussione.
La filosofia di questo piano è quella di voler migliorare/cambiare dall'interno questo sistema borghese, imperialista, sempre più marcio, che ogni giorno regala alle masse popolari peggioramenti inaccettabili delle condizioni di vita, di lavoro, dei diritti democratici, diremmo "umani", peggioramenti che verso le donne hanno doppie conseguenze, spesso tragiche.
Si persegue una trasformazione culturale e politica, che avverrebbe principalmente sul piano delle idee, dell'educazione.
Sulle illusioni di poter cambiare le idee, senza rovesciare il sistema capitalista, la classe borghese dominante già tanti anni fa Marx ed Engels hanno detto parole definitive: "Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché a essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio. (...)". (Marx Engels, L'ideologia tedesca).

Sulla realtà concreta, circa i tre quarti dell’intero piano femminista contro la violenza maschile sulle donne, sono incentrati su una trasformazione culturale e politica della società, sul potenziamento di consultori e CAV “laici e femministi”, il riconoscimento di quelli autogestiti dalle donne e il loro intervento formativo/educativo a vari livelli (scuole, nidi e università, istituzioni politiche, media e industria culturale, aziende, luoghi di lavoro, ASL, magistratura, avvocati, consulenti, forze dell’ordine, polizia penitenziaria ecc. Come affermano le esponenti di Nudm: "Il focus, oggi come allora, ruota intorno ai centri antiviolenza, «luoghi di elaborazione politica, autonomi, laici e femministi, formazione «permanente e multidisciplinare» al cui interno operino esclusivamente donne e il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e politica e intervenire sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile e di genere sulle donne”. Per questi si chiedono finanziamenti pubblici e strutturali.

Sulla questione della violenza sessuale, si dice che la "violenza è strutturale" solo per dire che non è frutto di individui ma è insita nella società, nella famiglia, ecc. Un pò poco decisamente.
Non si fa un'analisi di classe di questa società, non si denuncia che è questo sistema capitalista la causa principe inevitabile, e che quindi non si può chiedere allo stesso sistema di non essere tale, e di conseguenza non si fa, anzi si contrasta, una lotta delle donne che abbia come prospettiva il rovesciamento della società capitalista.

Non si spiega mai, in maniera esplicita, l’origine del patriarcato. Certo, si “riconosce l’intreccio tra la matrice patriarcale e quella capitalista delle oppressioni”, e si dice: “la violenza di genere non è un’eccezione o un’emergenza del momento, ma il prodotto del patriarcato che ha una storia millenaria.
Patriarcato che nel sistema capitalistico ha trovato nuova linfa vitale, a partire dalla divisione sessuale del lavoro che ha relegato le donne dapprima nella dimensione domestica - facendo così
della famiglia etero-normata e mononucleare il cardine della riproduzione sociale -, in secondo luogo includendole nel mercato del lavoro a mezzo di nuove violenze, disparità e ingiustizie”; ma questa affermazione è in realtà un insidioso sofisma, che crea confusione, sia sull’origine del patriarcato, sia su quella del sistema capitalistico, e stride con l’analisi storico-materialistica della condizione di oppressione delle donne.
Questa ambiguità di fondo è corroborata anche dalla parte introduttiva del piano, quando si afferma che “La violenza maschile è espressione diretta dell’oppressione che risponde al nome di patriarcato, sistema di potere maschile che a livello materiale e simbolico ha permeato la cultura, la politica, le relazioni pubbliche e private. Oppressione e ineguaglianza di genere non hanno quindi un carattere sporadico o eccezionale: al contrario, strutturale. Non sono fenomeni che riguardano la sola sfera delle relazioni interpersonali, piuttosto pervadono e innervano l’intera società... Il patriarcato, e dunque la violenza maschile, sono inoltre da sempre funzionali alle logiche del profitto e dell’accumulazione capitalistica, all’organizzazione della società secondo rapporti di sfruttamento”. Con questo paralogismo, sembrerebbe che la divisione della società in classi, e quindi l’origine del patriarcato, sia in realtà indipendente dal sistema capitalista, quasi fosse un “di più”, che merita di essere menzionato solo a fine discorso.

Anuradha Ghandy (dirigente rivoluzionaria del Partito comunista maoista dell’India) nel suo libro “Tendende filosofiche nel movimento femminista” , analizzando il femminismo radicale che al
suo interno racchiude diverse tendenze o sottotendenze tra cui quella del femminismo culturale, scrive: “…mentre si formulano critiche estremamente forti sulla struttura patriarcale – della società – le soluzioni che si offrono sono di fatto riformiste… anche se hanno iniziato analizzando l’intero sistema – affermando che si deve trasformare e cambiare – la loro linea di analisi li porta in canali riformisti…”. La linea ideologica/teorica alla base del «Piano femminista” di NUDM rientra in questa analisi, perché accanto all’affermazione che la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere sono sistemiche, strutturali, cioè insite nel sistema capitalista etero-patriarcale, le “soluzioni” proposte vanno nella direzione invece di voler cambiare all'interno questo sistema borghese.
La denuncia di questo Stato borghese, dei governi della borghesia che si alternano al suo servizio, in una tendenza/marcia di moderno fascismo e moderno medioevo che avanza, resta di fatto circoscritta al piano sovrastrutturale, si ferma alla soglia degli aspetti fenomenici; si guarda principalmente alla contraddizione di genere non scendendo invece sul terreno che in ultima analisi è alla base della condizione di oppressione/subalternità delle donne, che è la causa da cui scaturisce la contraddizione di genere: il piano strutturale legato alla contraddizione di classe su cui si fonda la società esistente basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e divisa in classi appunto, e da cui scaturisce, influenza la sovrastruttura (l’insieme dei rapporti ideologici, filosofici, politici, giuridici, artistici, di genere…).
Il femminismo radicale “… ignora la struttura politico-economica e si concentra sugli aspetti sociali e culturali della società capitalista avanzata prendendo la relazione uomo-donna (rapporto sesso/genere) come la contraddizione centrale nella società…”.(Anuradha Ghandy),

La “soluzione” prospettata da NUDM nel “piano”, e cioè quella di chiedere di fatto riforme e per diversi aspetti finalizzare poi a questo nella pratica la mobilitazione delle donne, significa mettere in atto come abbiamo scritto in un precedente documento di critica al piano femminista, “un'operazione di rovesciamento tipica del riformismo borghese e piccolo borghese: le riforme
non sarebbero il sottoprodotto della lotta rivoluzionaria, della paura della borghesia della rivoluzione delle masse, ma in questo caso sono le lotte che diventano il sottoprodotto, l'accompagnamento alle riforme”, che diventano l’obiettivo, ma che ora più che mai con il fascio-populismo al potere, il governo, il parlamento non dà e non vuole dare. Codice rosso, delega alla polizia per la ”sicurezza” delle donne, aumento delle pene/giustizia borghese, ecc. queste sono semmai le “riforme” che danno i governi.
Quello che si chiede principalmente con questo piano (ad eccezione di alcuni aspetti condivisibili) è, solo, una "trasformazione culturale e politica" che deve partire dalle scuole, per esempio, dalle Università, dal mondo educativo e della cultura, che deve vedere il potenziamento/formazione di "... figure professionali e qualsiasi elemento coinvolti, dagli avvocati agli insegnanti”, dei «media e l’industria culturale », con un’operazione che agisca anche sul piano del linguaggio/nuovi modi di comunicare, al fine di trasformare, “decostruire…narrazioni tossiche» e “analfabetismi discriminatori altrettanto noti..."; dall’altro pone come centrale la questione dei CAV - “tutti i centri, gli sportelli, le case rifugio, le case di semiautonomia, gli spazi occupati e autogestiti delle donne… Questi sono luoghi di elaborazione politica, autonomi, laici e femministi al cui interno operano esclusivamente donne…” – e si chiede la loro formazione/potenziamento anche con richiesta di finanziamenti pubblici e strutturali.

Se l’oppressione di genere assume aspetti trasversali che investe le donne di classi diverse (non solo la maggioranza delle donne proletarie, ma anche le donne borghesi o piccolo borghesi subiscono discriminazioni di genere e violenza in questa società impregnata di sessismo e maschilismo, manifestazioni dell’ideologia di classe borghese dominante), le donne, come abbiamo detto, non sono però tutte uguali né i loro interessi sono uguali. E questo investe anche ciò che riguarda la questione di come combattere la violenza sessuale, la violenza di genere.
Limitarsi alla "trasformazione culturale e politica" da agire nelle scuole o nelle università, significa illudere e ingannare le maggioranza delle donne; così come lo è quello di considerare la scuola come un mondo a parte separato dalla vera realtà della società attuale (il caso di Palermo, di una bambina Rom che non capiva il perché – mentre in classe la maestra parlava di integrazione e non violenza - della violenza della polizia contro la madre portata via a forza con altre donne a Roma in un Cie per essere espulsa, mentre nel campo tutti i bambini erano terrorizzati dai mitra spianati dai poliziotti, è emblematico in questo senso). E’ come cercare di ripulire solo la superficie di un terreno che resta marcio in profondità.
La scuola in questo sistema sociale è in realtà una scuola sempre più al servizio dei padroni, del Capitale, come parte di quella “sovrastruttura”, appunto, che si eleva dalla struttura economica della società capitalista (i padroni che sfruttano gratis gli studenti per i loro profitti nell’alternanza scuola-lavoro e se si tratta di studentesse si arrogano anche la pretesa di molestarle e violentarle, o quella dei Dirigenti Scolastici sceriffi e maschilisti che, in caso di assunzione diretta di docenti “femmine”, le hanno sottoposte ad osceni colloqui provando a non assumerle perché in stato di gravidanza… fino al fascismo improntato sul sessismo delle docenti antifasciste da Lavinia alla prof.ssa dell’Aria).

Ancora, NUDM nel piano, ma non solo, denunciando che la violenza «nasce dalla disparità di potere, non è amore, è trasversale e avviene principalmente in famiglia e nelle relazioni di prossimità. (…) e gli uomini che agiscono violenza non sono mostri, belve, pazzi, depressi" – (il che è vero), scrive poi: “...per cui sarebbe essenziale la formulazione per esempio di una "carta deontologica rivolta agli operatori ed operatrici del sistema informativo e mediatico". Tutto qui?.
Certamente occorre anche il fronte culturale nella lotta da mettere in campo, ma come uno degli ambiti di quella che deve essere una lotta ampia e a 360 gradi. Ma per la maggioranza delle donne
oppresse, delle donne proletarie che non hanno una ma tante catene da distruggere nell’intreccio classe/genere, combattere “la violenza di genere strutturale” significa combattere contro la struttura sociale che alimenta la cultura di questa violenza, cioè organizzarsi nella lotta rivoluzionaria in ogni ambito per rovesciare questa società capitalista, e non cadere nell’illusione che si possano cambiare le idee maschiliste, sessiste, la cultura maschilista e violenta, patriarcale senza rovesciare la fonte di tali idee, di tale violenza, cioè il sistema capitalista.
Ecco perché, nonostante si dica che la violenza è strutturale, sistemica, la si affronta dal frutto e non dalle radici, dalla sovrastruttura e non dalla struttura, potando la mala pianta e non estirpandola, col risultato di farla crescere più vigorosa e spargendo illusioni sulla possibilità di cambiare dall’interno questo marcio sistema capitalistico…

L’uso di termini da parte di NUDM come transfemminismo, intersezionalità, la questione del genere maschio-femmina posto come una costruzione sociale imposta dal sistema etero patriarcale minimizzano in realtà la lotta di classe. Le differenze tra le molteplici soggettività (donne etero, LGBT*Qeer), le diverse identità diventano tutte da valorizzare in sé stesse, da collegare/interconnettere tra di loro, ma di fatto si annullano le classi. “… Dare valore ai tratti della personalità piuttosto che alle condizioni materiali” scrive Anuradha Ghandy a proposito del femminismo radicale; ma anche in merito alla tendenza del femminismo post-modernista, “si celebra la differenza e l’identità e si critica il marxismo perché si concentra su una totalità – la classe… la conseguenza è l’ostacolo oggettivo all’organizzazione della lotta collettiva che intrecci la questione di classe, che produce le diverse disuguaglianze di genere, discriminazioni e oppressioni alla questione di genere, razza, casta ecc… Questa è una forma di relativismo culturale” (Anuradha Ghandy sul femminismo del post modernismo.

(Continua)

25/12/22

Uccisa a Parigi anche la responsabile delle donne curde in Francia. ll comunicato del blog proletari comunisti


Tra le vittime dell’attentato anche la leader delle attiviste curde. E
ra la responsabile del movimento delle donne curde in Francia. Impegnata per chiedere verità sulla morte delle tre compagne uccise quasi dieci anni fa, non lontano dal luogo dell'attacco, nella notte tra il 9 e il 10 gennaio 2013

COMUNICATO DAL BLOG PROLETARI COMUNISTI
L’odioso, selvaggio omicida attacco razzista di Parigi che ha provocato la morte di tre militanti del Centro culturale curdo, il ferimento grave di altri, è l’ultimo episodio di un’azione costante dell’imperialismo francese, del regime di Erdogan, della mano nera delle forze fasciste, accettate e tollerate dal sistema parlamentare e sedicente democratico francese e dal governo del Pres. Macron.
E’ giusta e sacrosante la rabbia, la collera, la protesta di tutta la comunita’ curda a Parigi, immediatamente sostenuta dalle forze comuniste rivoluzionarie della Turchia operanti a Parigi e in Europa e chiaramente dalle organizzazioni comuniste antimperialiste presenti in Francia.
Non possiamo che esprimere la massima vicinanza, solidarieta’, fratellanza di classe, internazionalismo proletario ai compagni e alle compagne uccise e a tutta la comunita’ curda, alle organizzazioni impegnate nella lotta di liberazione del popolo curdo.
Siamo perchè la lotta e la rivolta continui, si estenda a Parigi come in tutti i paesi d’Europa in cui la presenza turca e curda è rilevante e attiva.
Siamo perchè si pretenda lo scioglimento delle organizzazioni fasciste, razziste, naziste, xenofobe, in Francia come in tutti i paesi imperialisti.
Siamo perchè noi comunisti, noi proletari in questi paesi alziamo il tiro contro i governi imperialisti alleati stretti del regime fascista e genocida nei confronti del popolo curdo di Erdogan.

Proletari comunisti/PCm Italia
25.12.22

«I Talebani temono le donne che studiano. Li combatteremo». Non facciamo calare il silenzio sulla drammatica e barbara condizione di vita delle donne afghane


Da Il Manifesto
AFGHANISTAN. Intervista a Samia Walid dell’associazione femminista Rawa: «Ci reprimono con prigione e tortura, ci vietano scuola e lavoro...»
Giuliana Sgrena
Le donne afghane non sono disposte ad accettare l’ultima decisione oscurantista del regime dei taleban, la chiusura delle università.
«L’educazione è un nostro diritto», hanno urlato decine di studentesse riunite ieri davanti all’università di Kabul. «Il gruppo medioevale e misogino dei taleban ha paura dell’educazione delle donne, ma il popolo afghano non è ignorante e si solleverà contro questa banda terrorista e brutale imposta dalla Nato e dagli Usa», sostengono le donne di Rawa (Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan)...
Da quando l’Afghanistan è stato riconsegnato ai taleban il popolo afghano deve far fronte a una tremenda crisi umanitaria, le strutture economiche e sociali sono collassate e la gente ha perso quei pochi diritti umani di cui godeva. Dopo un anno e mezzo l’Afghanistan è dimenticato mentre la tragedia umana continua, milioni di persone vivono sotto il livello di povertà, soffrono la fame, molti emigrano per trovare lavoro in Pakistan o in Iran. Ma anche in quei paesi la situazione è difficile: gli afghani sono discriminati dai pakistani e dagli iraniani. Peggiore è la condizione delle donne e dei bambini: alle donne è vietato andare al lavoro e a scuola, i taleban reprimono le proteste delle donne con la violenza, la prigione e la tortura...
Il non riconoscimento internazionale del governo dei taleban è la richiesta della maggioranza degli afghani che considera i taleban un gruppo terrorista. Tuttavia le potenze, inclusi gli Stati uniti, dicono di non avere riconosciuto i taleban ma sono in contatto con loro e fanno arrivare finanziamenti sotto forma di aiuti umanitari. Le Nazioni unite hanno dichiarato di aver dato ai taleban due miliardi di dollari negli anni. Ma questi aiuti non vanno alla popolazione, i taleban usano gli aiuti solo per mantenere in piedi il loro governo. Negli ultimi 20 anni i fondi della comunità internazionale non sono stati usati per la ricostruzione delle infrastrutture ma sperperati da governi afghani corrotti e jihadisti. Ancora oggi i soldi sono utilizzati per sostenere criminali. I taleban, secondo quanto rivelato da un giornale famoso (il britannico The Telegraph, ndr), hanno anche investito nella costruzione degli stadi per la Coppa mondiale di calcio in Qatar. A Doha, dove si sono svolti i negoziati con gli Usa, i taleban sono ben piazzati.
L’Afghanistan comunque continua a essere terreno di battaglia di diversi paesi, come la Cina e la Russia. Quali sono i loro interessi nel paese?
Purtroppo, l’Afghanistan è un terreno di battaglia tra Cina, Russia e Pakistan che vogliono ritagliarsi uno spazio nel paese. Cina e Russia hanno interessi strategici ed economici. Pechino punta sulle risorse naturali di cui l’Afghanistan è ricco, Mosca gioca la partita contro gli Stati uniti, entrambi i paesi hanno stretti contatti con i taleban. La Cina ha problemi con i fondamentalisti islamici uiguri, la Russia con i fondamentalisti che agiscono in Tagikistan. Quello che chiedono ai taleban è di non appoggiare questi gruppi. Ma a questi paesi non interessa cosa fanno i taleban in Afghanistan...
La lotta delle donne iraniane e il loro coraggio sono di grande ispirazione per noi. Il regime fascista degli ayatollah e dei mullah ha oppresso per decenni il popolo iraniano e se cadrà avrà grandi ripercussioni in Afghanistan. Il regime di Teheran è un sostenitore dei fondamentalisti afghani; se cadesse, i taleban perderebbero un grande sostegno. Fin dall’inizio della protesta le donne afghane hanno appoggiato le iraniane rischiando la loro vita con manifestazioni anche davanti all’ambasciata iraniana a Kabul, con lo slogan «Donna, vita, libertà».

22/12/22

Iran. Uccisa stuprata una ragazza di 14 anni. Dalle prigioni l'appello a continuare la lotta di piazza contro il regime

Rivolgiamo le nostre proteste, manifestazioni contro il governo, lo Stato italiano, complice delle uccisioni del regime iraniano. 
Basta con le parole ipocrite! 
"...i bossoli prodotti e marchiati Cheddite possono essere venduti da società estere ad aziende iraniane e da queste ultime utilizzati per la produzione di cartucce complete. Tale ipotesi viene avvalorata dal fatto che sui 13 bossoli rinvenuti, oltre al marchio Cheddite, appare la stampigliatura di aziende iraniane...".


Si allarga la protesta contro il regime fascio-islamico degli Ayatollah. Dal carcere di Rajaeeshahr a Karaj, dove sabato scorso un detenuto è stato ucciso e più di 100 sono stati feriti da percosse e colpi di arma da fuoco durante la rivolta scoppiata nel penitenziario per protestare contro l'imminente esecuzione di un prigioniero, Saeed Eqbali, attivista per i diritti umani e prigioniero politico, in una telefonata alla famiglia fa appello a non svuotare le strade, a continuare a lottare per fermare l'esecuzione dei manifestanti in Iran.

Saeed Eqbali dal carcere Rajaei Shahr a Karaj (traduzione in italiano):

Iqbali ha anche informato della custodia di un certo numero di donne arrestate di recente nell'8° reparto della prigione di Rajaei Shahr a Karaj, noto come il centro di detenzione del Ministero dell'Informazione, e ha espresso preoccupazione per le loro condizioni.

Le donne infatti vengono torturate e stuprate fino alla morte, come è successo di recente a una ragazza di 14 anni di un quartiere povero di Teheran che ha protestato togliendosi il velo a scuola. La ragazza, di nome Masoomeh, è stata identificata dalle telecamere della scuola e arrestata; non molto tempo dopo, è stata portata in ospedale con gravi lacerazioni vaginali. La ragazza è morta e la madre, dopo aver dichiarato di voler rendere pubblico il caso della figlia, è scomparsa. Di casi come questo ce ne sono purtroppo tanti, troppi, ed è veramente osceno e vergognoso il modo in cui i media italiani ne diano notizia. "Iran: 14enne muore dopo arresto perché non portava il velo", ecco quello che ha da dire l'ANSA dopo oltre 500 morti, 30000 imprigionati, le esecuzioni per chi protesta ed ogni tipo di brutale violenza sui prigionieri, comprese le violenze sessuali a morte.

Dalle prigioni la protesta si allarga alle mobilitazioni che proseguono in tante città, alle lotte dei lavoratori, con gli scioperi che sono in aumento e che uniscono alla solidarietà, alle proteste contro il regime, le rivendicazioni economiche e contro il sistema di lavoro.

Anche in Italia proseguono le manifestazioni di solidarietà con la rivoluzione del popolo iraniano, contro lo stato e il governo italiano che continuano a collaborare con il regime reazionario fascista degli Ayatollah.

A Bergamo anche domenica scorsa si è manifestato contro le esecuzioni, contro il regime fascio-islamico iraniano, per una ribellione popolare che non può fermarsi, perché l'unica soluzione è la rivoluzione.





19/12/22

Analisi delle tendenze nel movimento femminista in Italia, oggi - Nudm - parte 1

Riprendiamo stralci da un opuscolo dal titolo "360°" prodotto nel 2019 in cui abbiamo riportato l'analisi e il dibattito che si svolse tra compagne e lavoratrici in un seminario estivo di quell'anno, e in particolare riprendiamo la sezione - Analisi delle tendenze nel movimento femminista in Italia oggi - Nudm che riteniamo valida e attuale nella sua essenza perchè, come abbiamo scritto "...Noi sappiamo tutte le lotte che facciamo, potremmo fare un elenco che non finisce mai, però non parliamo delle tendenze teoriche che influenzano le lotte. Ora, dobbiamo cominciare ad entrare nel merito. L’analisi delle tendenze nel movimento femminista non è per tenerla per noi, ma per fare una battaglia, e non solo nelle realtà femministe organizzate, nelle assemblee, ma verso tutto il movimento delle donne, tutte le donne proletarie. Le donne proletarie devono dare forza alla loro condizione, la loro condizione è una forza di ribellione, ma deve essere una forza anche teorica."

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Essere nel movimento generale delle donne vuol dire capire, imparare ad analizzare una realtà come quella del nostro paese in cui sono presenti tendenze femministe...
In Italia a partire dal 2016 si è sviluppato un grande movimento di donne che si è incarnato principalmente nella realtà di NUDM.
Il fatto che Nudm, oggi, per la composizione di classe, rifletta principalmente le concezioni/posizioni di fondo e generali del femminismo e sia quindi espressione e sintesi delle sue varie facce, ci permette di fare questa analisi riferendoci a Nudm;

Da dove nasce il movimento NUDM in Italia? In sintesi, per avere un quadro, certamente non esaustivo di tutti i passaggi, Non Una di Meno nasce nel 2016 a partire da un appello della rete romana Io decido che si pone in connessione con le Associazioni nazionali Donne in rete contro la violenza – Centri antiviolenza. Rete romana Io decido: Nei primi mesi del 2014 a Roma vari collettivi femministi, alcuni provenienti principalmente dall’esperienza delle occupazioni di case, decisero di costituirsi in rete e assunsero il nome “Io Decido”, facendo riferimento alle donne spagnole che lottavano per la libertà di scelta in materia di procreazione. Nelle prime assemblee costitutive venne messo al centro il concetto del partire da sé e della relazione tra donne fuori da meccanismi gerarchici di potere; da qui l’importanza data ai momenti assembleari come unici luoghi delle decisioni.
Altro elemento era la volontà di costruire un soggetto collettivo intersezionale, capace cioè di connettersi con i molteplici aspetti della soggettività e forme di oppressione imposte dall’attuale sistema sociale, rifiutando il binarismo sessuale, uomo-donna, e l’eterosessualità come norma imposta socialmente, ma collegandosi alle lotte delle soggettività lesbiche, gay, transessuali, bisessuali attorno al movimento LGTB-queer... Per cambiare la realtà occorre necessariamente occupare gli spazi pubblici con i propri corpi, la propria intelligenza, la propria creatività…
Nel corso di due anni furono organizzate molteplici iniziative, per esempio contro l’obiezione di coscienza di medici e farmacisti, per l’applicazione della 194 e il rilancio dei consultori ecc.
Il 29 maggio del 2016 a Roma ci fu il femminicidio di una ragazza di 22 anni, Sara Di Pietrantonio, uccisa e bruciata dall’ex fidanzato che fece scattare a livello nazionale una forte indignazione per la sua crudeltà. Si sentiva forte l’urgenza di trovare forme nuove per lottare contro una realtà concreta fatta purtroppo di femminicidi, di stupri e di violenza ormai quotidiana e di unire le varie realtà impegnate su questo fronte.
Da qui l’obiettivo della costruzione di una rete nazionale lanciato con un appello scritto insieme a UDI e DIRE appunto. Il nome poi scelto di “Non una di meno” era in collegamento con il movimento “Ni una menos” delle donne argentine.
Si è man mano formato un vero e proprio movimento che è entrato nella scena pubblica a livello nazionale con la prima e grande manifestazione del 25 novembre
a Roma contro la “violenza  maschile sulle donne”, cui è seguita l’indomani, il 27 novembre, la prima assemblea nazionale con l’obiettivo annunciato della stesura di un Piano nazionale femminista contro la violenza maschile sulle donne costruito dal basso attraverso una pratica politica orizzontale.
A Roma, come in altre città, il lavoro preparatorio si articolò in otto tavoli tematici con la partecipazione di giuriste, operatrici dei Centri antiviolenza, giornaliste, ginecologhe, donne di diverse associazioni… con incontri pubblici tra cui uno davanti la sede del Ministero della Salute in concomitanza col contestato fertility
day (governo PD Renzi).
In merito alla manifestazione, in cui lo spezzone di apertura doveva essere composto da donne e soggettività lgbt*q, si sviluppò un dibattito circa il fatto di non chiudere alla presenza di uomini che avevano partecipato agli incontri e/o condividevano l’appello, tra chi sosteneva che “il separatismo è pratica femminista imprescindibile” e chi riteneva giusto dare spazio “ai mutamenti del maschile prodotti proprio dal femminismo” come coscienza di “una presa di distanza dal patriarcato vecchio e nuovo”.
Dopo la prima manifestazione nazionale, diverse iniziative sono seguite con lo sviluppo della varie diramazioni territoriali di NUDM in tante città sul tema della violenza/femminicidi, contro le sentenze sessiste dei tribunali, sul tema dell’aborto e contro la disapplicazione della 194; antirazziste (contro gli attacchi alle migranti delle politiche dell’allora ministro dell’Interno Minniti/PD, precursore delle odiose leggi fascio-razziste-repressive di Salvini), fino ad arrivare all’assunzione a livello di movimento nel 2017 della parola d’ordine dello sciopero delle donne (che in Italia l’Mfpr aveva lanciato e concretizzato in primo evento  storico ed eccezionale già a partire dal 2013), anche sulla spinta propulsiva dell’appello della donne argentine e polacche di organizzare lo sciopero l’8 marzo in tutto il mondo, uno sciopero scrive NUDM “…che riconnettesse sfera pubblica e sfera privata, produzione e riproduzione…”.
Da quella tappa del primo sciopero delle donne è seguito un percorso scandito da nuove assemblee nazionali, dal rilancio/conferma dello sciopero delle donne nella giornata dell’8 marzo, da nuove grandi manifestazioni, vedi ultime, Roma il 24 novembre 2018 e quella di Verona contro il congresso reazionario, fascista, sessista e oscurantista pro-famiglia.
In merito a queste mobilitazioni, iniziative, manifestazioni che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di donne abbiamo scritto: “I fatti sono sempre più duri e più veri delle parole, e ci riferiamo ai ‘buoni fatti’ della combattiva opposizione al governo e alle politiche fasciste/populiste/ sessiste/razziste del movimento NUDM, ma le parole non vanno sottovalutate e anche quando in parte sembrano, o sono, superate dai fatti, occorre mantenere una lotta critica affinché o nuove parole corrispondano ai nuovi fatti o si elevi la coscienza della necessità della lotta anche rispetto alle parole, alle ideologie, alle teorie che li accompagnano e che prima o poi possono tornare ad influire sui fatti, perché sono espressioni di classi, e in questo caso della piccola borghesia maggioritaria come concezioni, ideologia e conseguente prassi nel movimento…”.
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Fare l’analisi concreta della situazione concreta significa, in un’ottica strategica e di fase nel percorso di lotta volto all’emancipazione e liberazione della maggioranza delle donne, che noi intendiamo in senso rivoluzionario, cogliere la realtà odierna del movimento NUDM senza cadere né in posizioni meramente liquidatorie né settarie. NUDM ha confermato il ruolo di avanguardia nel movimento di lotta delle
donne, e in particolare, sin da quando si è insediato, contro il governo fascio- populista-sessista-razzista.
Il salto di qualità della reazione moderno fascista, oscurantista e da moderno medioevo che vi è stato nel nostro paese in senso generale e nello specifico in termini di attacco sempre più pesante alla condizione generale di vita delle donne, ha sicuramente inciso e reso più sensibili alla protesta/ribellione larghe fette di masse femminili.
NUDM ha mostrato la capacità di organizzare, compattare grandi numeri, mantenendo, come abbiamo affermato dopo la grande manifestazione di Verona, “forza, egemonia, rappresentanza del movimento delle donne…” e questo è un fatto concreto e un merito reale.
Come Mfpr stiamo dentro il movimento più generale delle donne. Abbiamo partecipato alle grandi manifestazioni nazionali lanciate da NUDM, alle assemblee nazionali, abbiamo condiviso anche alcune iniziative territoriali perché giuste e necessarie, vedi per esempio quelle contro le odiose sentenze sessiste di alcuni tribunali come quello di Torino contro donne vittime di stupro o molestie sessuali o le molteplici e combattive iniziative contro il DDL Pillon, ecc.
I “buoni fatti” che dicevamo all’inizio. Ma partecipare, condividere non può significare porsi in modo acritico e/o neutrale dinnanzi alle differenze ideologiche, teoriche e di conseguenza pratiche che emergono nel movimento sulla base delle tendenze che si manifestano in esso e che scaturendo da un’ideologia non di classe proletaria, non rivoluzionaria influiscono negativamente, deviano, frenano il movimento di lotta delle donne appunto dal piano rivoluzionario.
Un movimento che porta in piazza centinaia di migliaia di donne non si può far finta di non vederlo, o liquidarlo tout court in modo superficiale o infantile dicendo che in quel movimento sono tutte piccolo borghesi e pertanto le proletarie, le lavoratrici, le operaie non se ne devono interessare. Ma partecipare e agire nel movimento pensando che in quanto donne siamo meccanicamente, automaticamente tutte uguali e unite sugli stessi obiettivi e linea di lotta, è altrettanto sbagliato, significa cadere nella rete dell’idealismo e dell’opportunismo,
perché in questa società capitalista divisa in classi le donne non sono tutte uguali, le donne sono borghesi, sono piccolo-borghesi, sono proletarie e come ha affermato Mariategui, il fondatore del Partito Comunista Peruviano che ha analizzato la questione delle donne a partire dalla condizione di oppressione nel suo paese, “…attualmente la classe distingue gli individui più del sesso… le donne sono reazionarie, centriste o rivoluzionarie e di conseguenza non possono combattere la stessa battaglia”, il femminismo non è una cosa unica, c’è il femminismo borghese, piccolo borghese e il femminismo proletario.

(Continua)

Intervento alle Carrozzerie Mirafiori: la denuncia più forte dalle operaie


Dalla compagna di proletari comunisti e del Mfpr che è intervenuta a Mirafiori

Vi sono state varie discussioni con operai, ma soprattutto con operaie che più denunciavano le pesanti condizioni dentro lo stabilimento e di lavoro nell’incertezza delle prospettive produttive, dando elementi diretti di conoscenza sulla attuale situazione della fabbrica, a cui abbiamo portato la nostra posizione verso le Assemblee proletarie, nel lavoro di prospettiva alle fabbriche.

Il freddo e i ritmi di lavoro, sono stati una costante nelle parole delle operaie e degli operai delle carrozzerie: "mai visti ritmi così alti". "Ci fanno fare dieci ore nel reparto", hanno detto operaie della finitura, non tanto come denuncia degli straordinari in se, che non sono utilizzati su larga scala "...c’è la cassa non gli straordinari", ma come forma specifica di flessibilità, di modifica degli orari per far fronte alla produzione in quel reparto, che mostra come non ci sono più regole o tutela sindacale; "ci sono molti operai in cassa, ma le linee sono al minimo di presenza".
Più di una operaia ha fatto notare che "non riusciamo più a prendere un permesso", e come questo pesasse nella loro condizione di donne con i carichi familiari.

Nello stesso tempo alcune operaie sottolineavano che "è un momento buono perché c'è molto lavoro, questo ci permette di affrontare un po' meglio la fine di quest'anno, tra periodi di cassa integrazione e molta preoccupazione, inoltre siamo un po' più fortunate rispetto a chi lavora all'interno sulla catena, almeno noi possiamo andare in bagno e fermarci ogni tanto senza dover "chiamare".

Sembra che sia rallentato il progetto degli esuberi incentivati (sicuramente c’è stato un boom prima dell’estate perché hanno alzato gli incentivi con più 20.000 euro a chi si sarebbe dimesso entro maggio 22); c’è una parte degli operai che ha una elevata anzianità di servizio che spera di essere tra quelli che usciranno con un accordo, per "finirla con questa vita lavorativa dove non c'è neppure più la forza di un sorriso, ma tutti occupati a tirare avanti… come "i ciucci".

La nostra risposta, però, è stata: "certo capiamo, è un sentimento sempre più diffuso non solo qui a Mirafiori, ormai dappertutto, ma questo non fa che aggravare il problema, non ci permette di parlare fra noi e cercare altre soluzioni; poi una volta fuori i problemi non finiscono, ci sarà il problema dei figli da sistemare, il carovita, la casa, la sanità che non ci dà più la possibilità di curarci, come la mettiamo?"

D'altra parte, come altri denunciavano, i problemi non finiscono anche quando devono andare in pensione: una operaia ha raccontato che è appena andata in pensione "dai conteggi manca qualcosa... hanno avuto tutto il tempo di fare i conteggi, ma devono continuare a fare i bastardi, fare capire che sono loro i padroni, che se pure c'è stato un errore devo dargli il tempo. Mi chiedo perché? A me il tempo di andare a pisciare quando lavoravo non me l'hanno mai dato... quando ero a lavoro mi sono ammalata, mi sono uscite diverse ernie che mi impedivano di fare certi lavori, nonostante i certificati medici mi spostavano in altri reparti, tipo al montaggio delle cinture di sicurezza, dove dovevo stare mezza dentro e mezza fuori e le mie ernie si davano alla pazza gioia, dolori che non ti dico, questo giochetto tanto per darmi della lavativa, lamentosa, dimmi tu se non sono dei bastardi".

Le operaie erano più incuriosite ed aperte e più disponibili a fermarsi e, a volte, tornare un po' indietro quando specificavamo che non si trattava dello stesso volantino diffuso dalla Fiom.

Alcune operaie che uscivano in gruppo di getto hanno denunciato: "dentro non funziona niente, fa freddo, non danno i vestiti di ricambio, i permessi, la mensa, i ritmi di lavoro…. non si può fare niente, e quelli che hanno una posizione diversa non contano niente (Fiom che non ha firmato il piano di esuberi, che ha fatto gli scioperi per il caldo quest’estate….). Poi parlando sul "non si può fare niente", si è chiarito meglio il problema: "nessuno ci ascolta", e che quindi la questione è come fare per avere voce, peso, visto che comunque non stanno zitte, ma lamentano di non avere strumenti. 

Qui parlando delle Assemblee delle operaie, dell’assemblea alla Beretta, delle indicazioni positive che ne sono uscite e che ci portano a volerla fare come proposta giusta, necessaria anche a Mirafiori /Torino, costruendola però con le operaie, mirando a spostare in avanti i rapporti di forza, per organizzarsi, si è aperto un interesse. Le operaie hanno lasciato con la promessa di leggere il volantino e di pensarci.

Certo, ci vorra' tempo e altri interventi alla fabbrica ma la carica iniziale, la denuncia di getto, il bisogno di trovare una risposta sono stati molto concreti. Ma abbiamo cominciato a suscitare interesse per la novità delle 'Assemblee operaie", come funzionano, come è possibile farle ‘autorganizzate’, che, hanno capito bene, vuol dire costruirle assieme. E il significato differente delle Assemblee operaie è stato ben colto da alcune che hanno detto: "siamo contente che ci sia più attenzione nei nostri riguardi non solo come operaie, ma anche come donne"

Combattere la violenza sulle donne a 360 gradi - Le studentesse universitarie a Palermo si ribellano contro sessismo e violenza

È del 24 novembre scorso la notizia di una studentessa che, dopo aver evitato per giorni di percorrere Viale delle Scienze per la vergogna, ha avuto il coraggio di comunicare per mezzo stampa alla comunità studentesca di essere finita in una lista di “studentesse dalle migliori prestazioni sessuali”. A redigere questa lista è stato un dottorando di ricerca del Dipartimento di Economia di Unipa.
Episodi come questo ci fanno rendere conto di come uno spazio femminista all’Università sia necessario e che l’emancipazione delle donne oggi non sia affatto scontata, nemmeno negli ambienti accademici, tra i banchi dei dottorati dove prende forma la classe intellettuale di domani, in perfetta continuità con le classi intellettuali stantìe e reazionarie di oggi e di ieri.
Tolleranza zero. COLLETTIVO MEDUSA

15/12/22

Asili di Taranto un altro risultato, frutto della mobilitazione. Come agiscono le lavoratrici Slai cobas

Basta con le sospensioni del lavoro e del salario! Questo abbiamo detto e con la lotta lo stiamo ottenendo. Dopo il mese di lavoro di quest'estate, ora si è rotto anche il "tabù" dei giorni di sospensione in questo periodo festivo.

E' stata la determinazione dello Slai cobas e ultimamente anche dell'Usb ad ottenere questo risultato che per decenni è sembrato impossibile. 

I sindacati confederali a parte qualche flebile parola non hanno mai fatto alcuna iniziativa per ottenere la fine della sospensione, schierandosi di fatto, come sempre, dalla parte del Comune e della Ditta e contro le lavoratrici e lavoratori. 

Su questo, anche su questo, chiamiamo le lavoratrici che ancora credono in questi sindacati di aprire gli occhi.

Slai cobas Taranto

SEGUE UN COMUNICATO SULL'INCONTRO AZIENDALE CHE HA POSTO ALTRI IMPORTANTI PUNTI, ALCUNI DEI QUALI (aumento del salario e delle ore, internalizzazione, problematiche su sicurezza e salute) RICHIEDONO UNITA' E MOBILITAZIONE NAZIONALE. 

Esso mostra anche come agiscono le lavoratrici Slai cobas 

COMUNICATO INFORMATIVO SULL’INCONTRO CON SERVIZI INTEGRATI DEL 12.12.22


1) Sulla questione della attuale distribuzione delle 7 unita’ per asilo; abbiamo insistito con la Ditta di tener conto delle presenze reali e non di quelle sulla “carta”, atteso che vi sono lavoratrici in aspettativa, lunga malattia, con gravi problemi di salute, ecc. che non possono garantire una presenza stabile.
La Ditta si è impegnata ad equilibrare le forze, in questo periodo natalizio. Ma da parte nostra invitiamo le lavoratrici dei vari asili a segnalarci situazione particolari (che impediscono di essere effettivamente 7 nell’asilo) affinchè noi possiamo controllare.

2) Sulla questione sostituzioni; da ora le sostituzioni in tutti gli asili verranno fatte al 100% delle ore di assenza. Questo, pertanto, non richiede ogni volta una preventiva autorizzazione.

3) Sul superamento dei giorni di sospensione nel periodo natalizio; fermo restando la volontarieta’ di scendere a lavorare, per tutte le 70 lavoratrici e lavoratori e in tutti gli asili i giorni che fino allo scorso anno erano di sospensione quest’anno invece saranno lavorativi: nei 4 asili in cui vi sono dei “centri invernali” si svolgeranno le normali attivita’ di pulizie/ausiliariato, in tutti gli altri pulizie straordinarie.

Questa è un risultato che abbiamo ottenuto solo grazie alla nostra mobilitazione. Mentre i sindacati confederali se ne fregavano.
Continueremo a lottare per mettere definitivamente fine alle sospensioni sia nel periodo pasquale che nell’altro mese estivo.
4) Su attrezzature, prodotti che riguarda anche problemi di difesa sicurezza/salute; la nostra Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza ha fatto un elenco delle attrezzature necessarie che mancano da tempo e da portare in ogni asilo (tra le principali: aspirapolvere/aspiraliquidi (con prolunghe), secondo carrello per trasportare secchi, ecc., spazzatrici piccole, eliminare le mazze di legno, pompe per il terrazzo, idropulitrici, lavavetri, scovolini, sgrassatori ecocompatibili, secchi distinti, ecc.). in ogni caso noi formalizzeremo con un elenco preciso queste richieste.
Inoltre è stato chiesto di avere in ogni asilo un locale per lo spogliatoio, indipendente da quello della lavanderia.
La Ditta si è impegnata a provvedere in questo periodo natalizio. Anche su questo invitiamo le lavoratrici di ogni asilo a segnalarci le mancanze.

5) Sulla richiesta di corrispondere una tantum, a fronte di aumento del carico di lavoro e dei bambini, a fronte del carovita, aumento di bollette, a fronte dell’incremento del fatturato della ditta per le attivita’ nei periodi di sospensione (ottenuto grazie alla nostra lotta); abbiamo chiesto che tale una tantum venga data entro il 12 gennaio 2023 (utilizzando anche il decreto aiuti quater per le detassazioni); la Ditta si è riservata di sentire i responsabili nazionali per darci una risposta nella prossima settimana.

Mentre nel nuovo anno avvieremo una contrattazione aziendale per un incremento generale dei salari.

6) Sulla responsabile aziendale; per l’ennesima volta a fronte di denunce provenienti da vari asili nei confronti della responsabile per discriminazioni, favoritismi portati avanti e atteggiamenti impositivi che vanno oltre la sua funzione, abbiamo sollecitato per l’ultima volta la Ditta a togliere a questa persona ogni incarico di responsabile. Se questo non verra’ fatto, procederemo con denuncia agli organi competenti.

Infine, a tutt’oggi il Comune non ha voluto fissare l’incontro richiesto nella giornata di lotta del 2 dicembre, che per gli asili riguarda principalmente: un aumento dell’orario di lavoro subito (senza attendere la nuova gara d’appalto) perchè le lavoratrici non ce la fanno più a fare tutto il carico di lavoro nelle pochissime ore; e la internalizzazione.

Se, come è molto probabile, questo incontro non ci sara’ entro l’anno, a gennaio decideremo nuovi e più incisive azioni di lotta, scioperi, ecc.

Informativa dello Slai cobas

15.12.22