10/12/25

Tornando sui provvedimenti di legge verso le donne


Nell’azione del governo sull’educazione sessuale nelle scuole, sul ddl sul “consenso libero e attuale” contro gli stupri, sul “reato di femminicidio”, a
lla fine lo scopo è sempre e solo la repressione.

Guardiamo l'educazione sessuo-affettiva. Questo provvedimento, apparentemente di risposta alle richieste del movimento femminista, delle varie voci di democratici, avrà in realtà come conseguenza quella di impedire, reprimere che all'interno delle scuole ci siano delle voci differenti. Non si tratta solo di aver imposto il consenso formale dei genitori che vuole cancellare la possibilità che gli studenti, le studentesse in particolare, o anche gli insegnanti liberamente possano decidere di fare l'educazione nelle scuole; ma di porre per “legge” il divieto a studenti, a insegnanti democratici, di farla decidendo loro come e chi deve entrare nelle scuole, e chi non si attiene alle regole verrà represso – come è accaduto in tante scuole contro insegnanti, studenti che parlavano della Palestina.

Non solo. Valditara, deputati in parlamento della maggioranza del governo hanno caricato questo provvedimento di un umore viscerale contro le donne, contro i diritti democratici e contro tutto ciò che non è allineato alla concezione - come ha detto nella presentazione in parlamento il deputato leghista Sasso - di “Dio, Patria e Famiglia”.

E questo è l'aspetto più da contrastare perché è quello più pericoloso, più invadente.

In questo senso anche noi dobbiamo attrezzarci, strumentarci di più nel denunciare questa politica del governo rispetto alle donne, rispetto agli effetti drammatici di femminicidi, stupri, che ci sono e aumentano.

Proprio sulle donne si vede bene l'aspetto ideologico con cui vengono caricati questi provvedimenti.

E’ chiaro che anche per esempio sugli immigrati c'è una linea più repressiva, ma non tanto, rispetto alla posizione e all'azione dei governi precedenti, ma su questo siamo in una peggiore continuità. Sulla questione delle donne, invece, diventa chiaro il salto in termini proprio di humus viscerale, cioè di fascismo; si vede chiaro soprattutto qui che sono “fascisti dentro”.

E questi aspetti sono quelli che più influenzano, a volte negativamente, anche i movimenti, le possibili lotte, che necessariamente anch’esse devono fare un salto.

Nello stesso tempo, però, questo ci permette di arricchire la nostra azione e la nostra propaganda. Ci permette non solo di denunciare il governo della Meloni come fascista, ma di articolare come questo fascismo va avanti, che cosa è fascismo nel concreto della realtà, mostrandone tutti gli aspetti, che per le donne hanno un peso soprattutto ideologico.

Tornando alla questione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole col consenso dei genitori, il deputato leghista ha affermato che comunque l'educazione prioritaria è nella famiglia; quindi, viene prima la famiglia della scuola, e quindi non è possibile che la famiglia sia tenuta fuori dalla decisione di far partecipare o meno i figli a queste lezioni. Quella famiglia che oggi è la tomba per tante donne, dove avvengono la maggiorparte dei femminicidi; questa famiglia dovrebbe educare?

Questo miserabile reazionario deputato chiude dicendo: attenzione, guardate che “questo è il massimo della democrazia in ambito scolastico”. Per cui tutto ciò che non si attiene alle loro regole deve essere represso, perché questo è il “massimo della democrazia”.

Ecco, che anche sulle donne, anche provvedimenti apparentemente positivi, con questo governo hanno come effetto una politica e un’azione da “decreti sicurezza”.

Ma questi luridi personaggi ci danno, però, ulteriori strumenti per articolare in maniera più approfondita il nostro lavoro, le nostre parole d'ordini.

08/12/25

Formazione rivoluzionaria delle Donne - Tendenze nel movimento femminista in Italia, oggi - Nudm - 1° parte

Questo testo di analisi critica delle posizioni di Nudm è contenuto sempre in questo opuscolo. Oggi pubblichiamo una prima parte, con le parti più significative di questo lavoro teorico.

La seconda parte sarà pubblicata la prossima settimana.

L'opuscolo "360" contiene tanti altri importanti testi, che affrontano una serie di altre questioni teorico, ideologiche, politiche che sono attuali nel dibattito e lotta di posizione nel movimento femminista.

Per richiedere l'opuscolo scrivere a: mfpr.naz@gmail.com o WA 3408429376

Da dove nasce il movimento Nudm in Italia

In Italia a partire dal 2016 si è sviluppato un grande movimento di donne che si è incarnato principalmente nella realtà di NUDM.

Il fatto che Nudm, oggi, per la composizione di classe, rifletta principalmente le concezioni/posizioni di fondo e generali del femminismo e sia quindi espressione e sintesi delle sue varie facce, ci permette di fare questa analisi riferendoci a Nudm;

Nei primi mesi del 2014 a Roma vari collettivi femministi, alcuni provenienti principalmente dall’esperienza delle occupazioni di case, decisero di costituirsi in rete e assunsero il nome “Io Decido”, facendo riferimento alle donne spagnole che lottavano per la libertà di scelta in materia di procreazione. Nelle prime assemblee costitutive venne messo al centro il concetto del partire da sé e della relazione tra donne fuori da meccanismi gerarchici di potere; da qui l’importanza data ai momenti assembleari come unici luoghi delle decisioni.

Altro elemento era la volontà di costruire un soggetto collettivo intersezionale, capace cioè di connettersi con i molteplici aspetti della soggettività e forme di oppressione imposte dall’attuale sistema sociale, rifiutando il binarismo sessuale, uomo-donna, e l’eterosessualità come norma imposta socialmente, ma collegandosi alle lotte delle soggettività lesbiche, gay, transessuali, bisessuali attorno al movimento LGTB-queer...

Nel corso di due anni furono organizzate molteplici iniziative, per esempio contro l’obiezione di coscienza di medici e farmacisti, per l’applicazione della 194 e il rilancio dei consultori ecc.

Il 29 maggio del 2016 a Roma ci fu il femminicidio di una ragazza di 22 anni, Sara Di Pietrantonio, uccisa e bruciata dall’ex fidanzato che fece scattare a livello nazionale una forte indignazione per la sua crudeltà. Si sentiva forte l’urgenza di trovare forme nuove per lottare contro una realtà concreta fatta purtroppo di femminicidi, di stupri e di violenza ormai quotidiana e di unire le varie realtà impegnate su questo fronte.

Da qui l’obiettivo della costruzione di una rete nazionale… il nome poi scelto di “Non una di meno” era in collegamento con il movimento “Ni una menos” delle donne argentine.

Si è man mano formato un vero e proprio movimento che è entrato nella scena pubblica a livello nazionale con la prima e grande manifestazione del 25 novembre a Roma contro la “violenza maschile sulle donne”, cui è seguita l’indomani, il 27 novembre, la prima assemblea nazionale con l’obiettivo annunciato della stesura di un Piano nazionale femminista contro la violenza maschile sulle donne costruito dal basso attraverso una pratica politica orizzontale.

Dopo la prima manifestazione nazionale, diverse iniziative sono seguite con lo sviluppo della varie diramazioni territoriali di NUDM in tante città sul tema della violenza/femminicidi, contro le sentenze sessiste dei tribunali, sul tema dell’aborto e contro la disapplicazione della 194; antirazziste, fino ad arrivare all’assunzione a livello di movimento nel 2017 della parola d’ordine dello sciopero delle donne (che in Italia l’Mfpr aveva lanciato e concretizzato in primo evento storico ed eccezionale già a partire dal 2013), anche sulla spinta propulsiva dell’appello della donne argentine e polacche di organizzare lo sciopero l’8 marzo in tutto il mondo, uno sciopero scrive NUDM “…che riconnettesse sfera pubblica e sfera privata, produzione e riproduzione…”.

In merito a queste mobilitazioni, iniziative, manifestazioni che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di donne abbiamo scritto: “I fatti sono sempre più duri e più veri delle parole, e ci riferiamo ai ‘buoni fatti’ della combattiva opposizione al governo e alle politiche fasciste/populiste/ sessiste/razziste del movimento NUDM, ma le parole non vanno sottovalutate... necessità della lotta anche rispetto alle parole, alle ideologie, alle teorie che li accompagnano e che prima o poi possono tornare ad influire sui fatti, perché sono espressioni di classi, e in questo caso della piccola borghesia maggioritaria come concezioni, ideologia e conseguente prassi nel movimento…”.

...Un movimento che porta in piazza centinaia di migliaia di donne non si può far finta di non vederlo, o liquidarlo tout court in modo superficiale o infantile dicendo che in quel movimento sono tutte piccolo borghesi e pertanto le proletarie, le lavoratrici, le operaie non se ne devono interessare.

Ma partecipare e agire nel movimento pensando che in quanto donne siamo meccanicamente tutte uguali e unite sugli stessi obiettivi e linea di lotta, è altrettanto sbagliato, significa cadere nella rete dell’idealismo dell’opportunismo, perché in questa società capitalista divisa in classi le donne non sono tutte uguali, le donne sono borghesi, sono piccolo-borghesi, sono proletarie, e come ha affermato Mariategui, il fondatore del Partito Comunista Peruviano, che ha analizzato la questione delle donne a partire dalla condizione di oppressione nel suo paese, “…attualmente la classe distingue gli individui più del sesso… le donne sono reazionarie, centriste o rivoluzionarie e di conseguenza non possono combattere la stessa battaglia”. Il femminismo, quindi, non è una cosa unica, c’è il femminismo borghese, piccolo borghese e il femminismo proletario.

Il piano femminista

...Non Una Di Meno, in occasione della prima grande manifestazione del 25 novembre 2016 annunciò la presentazione del «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere», ponendolo come obiettivo di fase...

La filosofia di questo piano è quella di voler migliorare/cambiare dall'interno questo sistema borghese, imperialista… Si persegue una trasformazione culturale e politica, che avverrebbe principalmente sul piano delle idee, dell'educazione.

Sulle illusioni di poter cambiare le idee, senza rovesciare il sistema capitalista, la classe borghese dominante, già tanti anni fa Marx ed Engels hanno detto parole definitive: "Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché a essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio (...)". [Marx Engels, L'ideologia tedesca]

Circa i tre quarti dell’intero piano femminista contro la violenza maschile sulle donne, sono incentrati su una trasformazione culturale e politica della società, sul potenziamento di consultori e CAV “laici e femministi”, il riconoscimento di quelli autogestiti dalle donne e il loro intervento formativo/educativo a vari livelli (scuole, nidi e università, istituzioni politiche, media e industria culturale, aziende, luoghi di lavoro, ASL, magistratura, avvocati, consulenti, forze dell’ordine, polizia penitenziaria ecc… E su intervenire sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile e di genere sulle donne”...

Sulla questione della violenza sessuale, si dice che la "violenza è strutturale" solo per dire che non è frutto di individui ma è insita nella società, nella famiglia, ecc. Un pò poco decisamente.

Non si fa un'analisi di classe di questa società, non si denuncia che è questo sistema capitalista la causa principe inevitabile, e che quindi non si può chiedere allo stesso sistema di non essere tale, e di conseguenza non si fa, anzi si contrasta, una lotta delle donne che abbia come prospettiva il rovesciamento della società capitalista.

Non si spiega mai, in maniera esplicita, l’origine del patriarcato. Certo, si “riconosce l’intreccio tra la matrice patriarcale e quella capitalista delle oppressioni”, e si dice: “la violenza di genere non è un’eccezione o un’emergenza del momento, ma il prodotto del patriarcato che ha una storia millenaria.

Patriarcato che nel sistema capitalistico ha trovato nuova linfa vitale, a partire dalla divisione sessuale del lavoro che ha relegato le donne dapprima nella dimensione domestica - facendo così della famiglia etero-normata e mononucleare il cardine della riproduzione sociale -, in secondo luogo includendole nel mercato del lavoro al prezzo di nuove violenze, disparità e ingiustizie”; ma questa affermazione è in realtà un insidioso sofisma, che crea confusione, sia sull’origine del patriarcato, sia su quella del sistema capitalistico, e stride con l’analisi storico-materialistica della condizione di oppressione delle donne.

(L’analisi storico materialistica di Engels e Marx dimostra che c’è stato tutto un lungo periodo, dallo stato selvaggio alla fase barbara, in cui veniva riconosciuto il ruolo centrale della donna, come determinante nel sistema sociale. I mezzi di produzione (terra, strumenti rudimentali) erano di proprietà collettiva e i beni equamente distribuiti.
Nell’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato Engels dimostra che nella società di tipo comunistico la differenza sessuale non era fonte di disuguaglianza, le donne non erano in condizione di subalternità.
Con lo sviluppo della proprietà privata legata allo sviluppo degli strumenti di produzione che portarono ad un progressivo accumulo di beni oltre la necessità immediata, si pone l’esigenza di tramandare ai figli maschi questa proprietà, “le ricchezze, nella misura in cui si accrescevano, da una parte davano all’uomo una posizione nella famiglia più importante di quella della donna, dall’altro lo stimolavano ad utilizzare la sua rafforzata posizione per abrogare, a vantaggio dei figli maschi la successione tradizionale…”. Dal diritto materno si passa a quello paterno e la prima divisione del lavoro è la divisione tra uomo e donna.
La nascita della proprietà privata e il conseguente passaggio dal matriarcato al patriarcato pone per le donne la base storico-materialistica della condizione di oppressione e subordinazione “segna la sconfitta sul piano storico universale del sesso femminile”, “la monogamia fu la prima forma di famiglia (patriarcale) che non fosse fondata su condizioni naturali ma economiche, precisamente una vittoria della proprietà privata sulla originaria e spontanea proprietà comune… essa appare come un soggiogamento di un sesso sull’altro… la prima divisione del lavoro è quella tra uomo e donna per la procreazione dei figli…” 
(Marx) la prima forma di antagonismo fu quella tra uomo e donna”.)

Questa ambiguità di fondo è corroborata anche dalla parte introduttiva del piano di NUDM, quando si afferma che “La violenza maschile è espressione diretta dell’oppressione che risponde al nome di patriarcato, sistema di potere maschile che a livello materiale e simbolico ha permeato la cultura, la politica, le relazioni pubbliche e private. Oppressione e ineguaglianza di genere non hanno quindi un carattere sporadico o eccezionale: al contrario, strutturale. Non sono fenomeni che riguardano la sola sfera delle relazioni interpersonali, piuttosto pervadono e innervano l’intera società... Il patriarcato, e dunque la violenza maschile, sono inoltre da sempre funzionali alle logiche del profitto e dell’accumulazione capitalistica, all’organizzazione della società secondo rapporti di sfruttamento”. Con questo paralogismo, sembrerebbe che la divisione della società in classi, e quindi l’origine del patriarcato, sia in realtà indipendente dal sistema capitalista, quasi fosse un “di più”, che merita di essere menzionato solo a fine discorso.

Anuradha Ghandy nel suo libro, analizzando il femminismo radicale che al suo interno racchiude diverse tendenze o sottotendenze tra cui quella del femminismo culturale, scrive: “…mentre si formulano critiche estremamente forti sulla struttura patriarcale – della società – le soluzioni che si offrono sono di fatto riformiste… anche se hanno iniziato analizzando l’intero sistema – affermando che si deve trasformare e cambiare – la loro linea di analisi li porta in canali riformisti…”.

La linea ideologica/teorica alla base del «Piano femminista” di NUDM rientra in questa analisi, perché accanto all’affermazione che la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere sono sistemiche, strutturali, cioè insite nel sistema capitalista etero-patriarcale, le “soluzioni” proposte vanno nella direzione invece di voler cambiare dall'interno questo sistema borghese.


(CONTINUA)

04/12/25

Educazione sessuo-affettiva nelle scuole... Papà non vuole mamma nemmeno...

Papà non vuole

"Babbo non vuole mamma nemmeno come faremo a fare l'amor..." diceva una canzone popolare di più di 50 anni fa...
Ecco, sull'educazione sessuo-affettiva, così come fatta dal governo/Min. Valditara, siamo tornati a più di 50 anni fa. Dato che l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, vietata per le primarie, per le medie e superiori deve avere il SI' di "babbo e mamma" (altrimenti non si fa).
Non a caso l'associazione Pro Vita "saluta con entusiasmo" il voto alla Camera.
"Una legge - scrive giustamente Il manifesto - con il chiaro marchio di «Dio, patria e famiglia»; e rivendicata ieri come tale dal deputato leghista Rossano Sasso a Montecitorio dicendo che tale slogan "è un credo che guida la nostra azione politica». 
Aggiunge poi, allargando lo scopo della legge:  «Con questa legge diciamo basta all’ideologia gender, alla bolla woke, non sarà più consentito agli attivisti politici di fare propaganda politica a scuola. Che se la facciano nelle loro sedi di partito», "la sinistra continuerebbe a portare nelle scuole «drag queen e pornoattori, gente che dovrebbe continuare, secondo loro, a poter parlare a bambini di fluidità sessuale, utero in affitto, confusione sessuale».
Per Sasso gli "attivisti politici" devono essere i loro "esperti" appartenenti alle associazioni come Pro Vita, Family Day, cattoliche integraliste che hanno detto chiaramente "il nostro obiettivo è impedire del tutto che attivisti politici travestiti da esperti del nulla entrino nelle scuole per trasformare le classi in sezioni di partito, circoli transfemministi o sedi Lgbt» E concludendo: «Questo risultato è il massimo della democrazia in ambito scolastico».
Il "massimo della democrazia" è quindi reprimere esperti, insegnanti, associazioni laiche decisi dalla studentesse e studenti.  
Anche una legge che potrebbe essere permissiva, "innovativa", con questo governo si caricherà di un forte peso repressivo, decidendo esso cosa è democrazia e cosa non deve esserlo. Questo è fascismo.
Ancora. Sasso rispondendo alle critiche delle opposizioni, con argomentazioni (rispetto a cui le "chiacchiere da bar" sembrano tesi filosofiche) da ultimo della classe in 'storia', ha detto che quelle critiche erano mosse "da una visione ideologica «per la quale lo Stato deve pensare all’educazione, come succede a Cuba, come succede in Venezuela, come succede in Iran. Lo Stato viene dopo, perché noi crediamo nel primato educativo della famiglia»
La famiglia?! Quale famiglia? Quella che uccide ogni 3 giorni donne, mogli, madri, figlie? Quella che considera le figlie come "proprietà privata" e deve decidere delle loro scelte, della loro vita? - "la difesa a spada tratta della famiglia nel bosco di Chieti è stato l’ultimo episodio in ordine di tempo" scrive il manifesto. 
E per concludere, questo miserabile parlamentare leghista fa un miscuglio da bassa demagogia, tra attacco agli insegnanti con cervello in testa e ricordo improvviso della condizione di "povere donne proletarie". «mi chiedo - ha detto questo "esperto" - è autonomia scolastica quando si giustifica, con la diffusione di fumetti, l’abominio della compravendita di bambini, sfruttando povere donne proletarie che utilizzano la propria maternità per vendere figli a gente che confonde i diritti con i propri capricci?» E tornando al "caro" slogan «Dio, patria e famiglia» ha chiarito definitivamente «per il mio gruppo e penso tutti i colleghi del centrodestra è un credo che guida la nostra azione politica»...
Stiamo veramente a posto...
Che riflettano le femministe che pongono al centro, a volte come unica via contro femminicidi, violenza sessuale contro le donne, l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole. In questa scuola di Valditara anche l'educazione diventa sotto-cultura catto-integralista, repressiva, moderno fascista.
Perchè la scuola sia altro, bisogna lottare contro questa scuola, ma soprattutto contro questo governo, questo sistema sociale che fomenta una concezione e prassi fascista, moderno patriarcalista verso le donne. Non è una legge che risolve la violenza sessuale, la morte delle nostre sorelle, è la rivoluzione per rovesciare questo sistema capitalista di morti viventi. 

PS - a proposito dell' "utero in affitto" invitiamo a rileggere un commento fatto tempo fa https://femminismorivoluzionario.blogspot.com/2023/06/proposta-di-legge-di-fdi-sulla.html

100 donne morte per il lavoro quest'anno

Carlo Soricelli aggiorna la tragica lista delle persone morte a novembre. Fra loro troppi anziani, costretti a lavorare, come mostra la storia “esemplare” di Giorgio Canetti… L’Osservatorio di Bologna chiede aiuto per realizzare due progetti: un docufilm e una “piramide” per non dimenticare.

Il mese si conclude con oltre 100 morti complessivi, 72 di questi sui luoghi di lavoro. Quello che colpisce di più è la terribile sequenza di donne che sono morte in itinere, 5 negli ultimi 5 giorni, già più di 100 le donne morte dall’inizio dell’anno. 

Nelle fotografie due di loro: Loredana Abbonizio e Benedetta Tralli

03/12/25

Massima solidarietà a Francesca Albanese - Da Controinformazione rossoperaia ORE 12 del 2 dicembre

Nella giornata di venerdì 28 nov., durante lo sciopero generale, un centinaio di manifestanti hanno fatto irruzione nella sede de “La Stampa”, giornale di Torino, al grido di “Free Palestine” denunciando in modo concreto mediante scritte con vernice spray, letame lanciato contro i cancelli, la complicità dei giornalisti in riferimento sia al genocidio in corso in Palestina e in riferimento all'arresto in CPR di Mohammed Said.

Rispetto a questo episodio la relatrice delle Nazioni unite, Francesca Albanese, ha commentato il fatto condannando l'aggressione e aggiungendo che questo evento “sia un monito per i giornalisti”.

Questa frase ha generato un'indignazione collettiva, un’insurrezione generale contro la relatrice delle Nazioni Unite, una serie di insulti nei suoi confronti considerata una fondamentalista, una istigatrice a delinquere ed un linciaggio senza uguali, che parte da lontano nel senso che già da due anni la stessa subisce insulti, aggressioni verbali, minimizzazione e screditamento dei contenuti che lei porta avanti; ma il fango e lo squallore disgustoso che si sta alimentando dopo questa frase da parte di pennivendoli al soldo di colonialisti e sionisti che oggi continuano a non raccontare che a Gaza non c'è alcuna tregua, non c’è alcuna pace, è veramente riprovevole.

Qualche giorno fa prima di questo episodio specifico Francesca Albanese era stata accusata di essere una strega dedita ai sortilegi. Ovviamente nessuna meraviglia di fronte a questo tipo di insulto perché proviene da chi da sempre si professa amico di uno Stato che da 58 anni occupa illegalmente, ferocemente territori non suoi e che mostra indifferenza se non un sovrano disprezzo per un popolo vittima di un genocidio.

In realtà non vi è nessuno scandalo nelle parole pronunciate dalla relatrice internazionale, perché fanno veramente disgusto i giornalisti che non raccontano oggi che a Gaza non c'è alcuna tregua, che non si pentono del fatto di avere iniziato a raccontare il genocidio solo dopo il 5000° bambino ammazzato. Se considerassimo questo, capiremmo che non vi è appunto nessuno scandalo nelle parole della relatrice internazionale anche perché l'Italia si colloca in una posizione veramente bassa in termini di libertà di stampa. Tra l'altro l'ultima perla di questa gogna mediatica contro la relatrice è offerta oggi dal personaggio Parenzo che propone una denuncia all'Albanese “per istigazione all'odio”, di contro potremmo denunciare i giornalisti “per omissione del loro obblighi e doveri di informare” e di raccontare la realtà così come sta avvenendo.

Le motivazioni di questa canea mediatica sono facilmente riconducibili al fatto che sono due anni che la relatrice internazionale sta svegliando il mondo dicendo che il popolo palestinese è vittima di un genocidio. Sono tre anni che per le Nazioni Unite racconta la violenza culturale continua, ossessiva, oppressiva nei confronti del popolo palestinese. Sono tre anni che racconta che la Palestina sta sparendo dalle mappe geografiche, che l'occupazione militare più lunga e violenta della storia moderna è una occupazione che sventra la vita dei palestinesi. Sono due anni che denuncia le complicità dei governi occidentali con uno Stato che perpetra il crimine di apartheid e continua ad uccidere.

Il genocidio non si è fermato e continua la pulizia etnica lontano dall'occhio vigile di tutti noi e questo non lo possiamo permettere e non lo possiamo far succedere al popolo palestinese che a casa muore nel fango della mancanza di dignità, di acqua, di cibo. Questo sta succedendo ma nulla di tutto ciò viene raccontato dalla maggiorparte dei giornalisti. Con la sua incessante denuncia dei crimini che stanno avvenendo in Palestina la relatrice ci ha fatto capire che l'economia della guerra che sta massacrando i palestinesi è la stessa che sta erodendo i diritti fondamentali di tutti i paesi occidentali e anche dell’Italia e la stampa occidentale compresa quella italiana non sta facendo il suo lavoro, anzi sta compiendo un pessimo lavoro indegno, complice di un disastro, di un massacro di bambini, dei loro genitori di tutto quello che avevano, che era vita e che non c’è più.

Questa complicità segna anche la fine dei nostri diritti ed è per questo che è importantissimo legare la protesta contro il genocidio dei palestinesi alla protesta contro un nuovo male per nulla banale che stermina inermi, colonizza istituzioni, svuota i processi democratici e si arricchisce costruendo le fondamenta di un nuovo fascismo sovranazionale.

Nel suo secondo rapporto Francesca Albanese inchioda i governi degli Stati Uniti alle loro responsabilità, non fosse stato per loro il genocidio non sarebbe stato attuabile. Gli Stati Uniti hanno effettuato 742 spedizioni di armi e munizioni, approvato decine di miliardi di nuove vendite, le amministrazioni Biden e Trump hanno ridotto la trasparenza, accelerato i trasferimenti attraverso ripetuti approvazioni di emergenza, facilitato l'accesso israeliano alle scorte di armi statunitensi detenute all'estero e autorizzato centinaia di vendite. Sia l'amministrazione Biden che quella Trump hanno consentito questo flusso costante di armi e lo stesso è avvenuto da parte di tutte le nazioni occidentali alleate con l'America. La retorica “del mondo civile” della democrazia contro il “mondo arretrato e autoritario” si scioglie con vergogna di fronte a questi dati. Ma di tutto ciò la stampa italiana non ne fa alcuna menzione. Tutto ciò viene reso pubblico proprio dalla relatrice delle Nazioni Uniti ed è per questo che la relatrice fa paura perché rappresenta il cambiamento, rappresenta il risveglio delle coscienze, per questo la criticano, per questo la linciano mediaticamente. 

L'effetto Palestina ci ha fatto capire che l'economia della guerra che sta massacrando i palestinesi è la stessa che sta erodendo i diritti fondamentali di questo paese e la stampa occidentale in generale ma anche quella italiana sta compiendo un pessimo lavoro, un lavoro indegno fatto in larga misura di omissioni e complicità con uno Stato che è un'impresa coloniale che pratica apartheid e sta massacrando un intero popolo.

Sotto questo punto di vista quindi le parole della relatrice internazionale e il suo monito alla stampa italiana sono più che condivisibili perché è un invito a raccontare il reale, un invito a non essere complici di tutto ciò, supportando il governo di Netanyahu che da due anni commette imperturbato e legittimato il genocidio di un popolo.

30/11/25

Formazione rivoluzionaria delle donne - Patriarcato o patriarcalismo?

Entriamo con questa Formazione rivoluzionaria delle donne in un dibattito che si è riaperto anche in occasione delle manifestazioni del 25 novembre - ricordiamo che nella FRD abbiamo già pubblicato il 26.6.25: "Chiarezza sul patriarcato" https://femminismorivoluzionario.blogspot.com/2025/06/formazione-rivoluzionaria-delle-donne_26.html 

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Dall'opuscolo "360"

...c’è nel femminicidio contemporaneo e nelle violenze contro le donne qualcosa nuovo, perché nuova è la libertà che le donne rivendicano, e a cui gli uomini devono abituarsi, e rallegrarsene se ne sono capaci, o rassegnarsi se non altro – e troppo spesso non si abituano né si rassegnano, e se ne vendicano. Non sono uomini all’antica: sono modernissimi uomini antichi, mortificati dalla libertà delle donne, che sentono come il furto della loro libertà...”

Riportiamo stralci di una parte di un lungo documento proveniente dal Canada, uscito qualche anno fa, intitolato “In difesa del femminismo proletario”.

In esso vi è una parte che tratta della differenza tra “patriarcato e patriarcalismo” e che ci fornisce un utile contributo al lavoro teorico per una corretta linea e prassi femminista proletaria rivoluzionaria demolendo false idee, da cui provengono anche politiche, in senso lato, devianti.

Da un lato l’idea, presente anche in settori dei movimenti femministi, che la condizione di discriminazione e oppressione delle donne, il ruolo di subordinazione che viene mantenuto e anzi rafforzato nella crisi capitalista all’interno della famiglia, perchè sempre più utile come ammortizzatore sociale sia pratico che ideologico nel sistema capitalista, che il maschilismo con tutto il carico tragico di violenze sessuali e uccisioni, siano da addebitare al permanere di aspetti del patriarcato, e come tali, in contrasto con l’attuale sistema sociale. Di conseguenza a questo normalmente si risponde con proposte e politiche riformiste che vogliono mascherare la vera causa che è l’attuale sistema capitalista e deviare la lotta contro di esso.

Dall’altro l’idea, presente soprattutto nei settori della borghesia, che negando una pesante presenza di concezioni, ideologie, condizioni di vita, che potremmo definire “patriarcaliste”, vogliono negare la condizione generale e sociale di subordinazione delle donne, e nei fatti la limitano a situazioni individuali in contrasto con una società che consentirebbe alle donne un percorso emancipativo. Di conseguenza a questo si risponde con il pensiero e la politica del “gli ultimi restano indietro” (per colpa loro), e della “emancipazione” solo per una ristrettissima minoranza di donne della propria classe, e rigidamente all’interno dei canoni del sistema borghese, per cui il doppio sfruttamento e oppressione della maggioranza delle donne è uno dei puntelli principali.

Nello stesso tempo negare il permanere di ciò che possiamo chiamare “ideologie patriarcali” nega in termini antimaterialistico dialettici il rapporto tra sovrastruttura e struttura. Nel senso che è la struttura che determina le idee, ma queste a loro volta hanno influenza sulla pratica e possono diventare “forza materiale” che indirizza/devia la pratica.

Questo pone al movimento rivoluzionario proletario delle donne la necessità di una lotta articolata, ricca, a 360°, che non perdendo mai la rotta delle ragioni determinate economiche, di classe della condizione delle donne, punti sempre le sue armi contro il nero dell’ideologia che per le donne non resta affatto solo nel cielo delle idee ma avvolge pesantemente tutta la loro vita.

Infine, riprendendo una frase del testo canadese che dice “le relazioni patriarcali, intrinseche ai precedenti modi di produzione, sono state riportate e incorporate nella struttura del capitalismo realmente esistente”, noi pensiamo che non sia soltanto un “riportare e incorporare”, ma il sistema capitalista in questo ambito ha prodotto parecchio di “suo”, anche se più subdolo ma non meno pesante, per mantenere ed usare l’oppressione delle donne, che oggi potremmo sintetizzare nella neo fascista ideologia de “gli uomini che odiano le donne”. Questo richiede aggiornare ed affilare le nostre armi teoriche, di analisi e soprattutto di lotta.

Dal documento del Canada

Si “...fraintende la distinzione che viene fatta tra patriarcato e patriarcalismo… La distinzione qui è tra il patriarcato come una parte essenziale del modo di produzione e il residuo del patriarcato che si conserva nella sovrastruttura e ostacola quindi lo sviluppo della base. Il primo è essenziale per i rapporti di produzione precapitalistici in cui la posizione della donna nella società è determinata dal fatto che essa è formalmente classificata come “proprietà”, che la proprietà viene ereditata dagli uomini... e la divisione sessuale del lavoro è, in ultima istanza, intrinsecamente parte della divisione materiale del lavoro. Il secondo non nega che ci sia la continuazione dei rapporti patriarcali solo che sono stati trasformati dal capitalismo: il capitalismo come modo di produzione non richiede questa divisione di genere del lavoro al fine di mantenere il capitalismo e tuttavia, allo stesso tempo, conserva questa divisione di genere del lavoro – questo è ciò che si intende per patriarcalismo.

Quindi, sì, la "famiglia patriarcale" esiste ancora in una certa misura, ma non è identica a quella famiglia patriarcale che esisteva prima del capitalismo; anzi, nell’epoca del capitalismo si assiste a lotte femministe che non sarebbero potute esistere in epoche precedenti che in misura molto limitata, e che sono riuscite a vincere alcuni diritti borghesi. Sì, questi diritti saranno sempre tenui, possono essere autorizzati sotto il capitalismo senza compromettere il capitalismo...

...La teoria di Mao “Sulla contraddizione”, spiega come la conservazione di residui di ideologie di modi di produzione precedenti possono ostruire la base materiale e diventare “concetti autodeterminanti”.

Ancora, definire che questi residui siano solo “formali” perché fanno parte della sovrastruttura, significa ignorare tutto ciò che i maoisti dicono circa la sovrastruttura e il suo ruolo: la sovrastruttura non esiste in piani separati connessi alla base – non sono “liquidati” e quindi irrilevanti – ma sono concetti che sono conservati e vanno così a deformare lo sviluppo della base materialistica. Ma affermare che patriarcato è un elemento costitutivo della base economica del capitalismo è estremamente problematico.

Non ci sarebbe ragione logica del perché il patriarcato dovrebbe ancora esistere in quanto le donne sarebbero sfruttate proprio come gli uomini con i diritti borghesi. Eppure, ovviamente, le donne proletarie sono di solito doppiamente oppresse, nonostante la logica di quest’astratto capitalismo e quindi è necessario chiedersi il perché. Perché le relazioni patriarcali, intrinseche ai precedenti modi di produzione, sono state riportate e incorporate nella struttura del capitalismo realmente esistente.

Questa distinzione può sembrare accademica, ma è importante per due ragioni: a) dimostra che il femminismo proletario non respinge il patriarcato come qualcosa che non esiste più, ma cerca di darne significato in un modo capitalistico di produzione; b) potremmo sostenere che una rivoluzione potrebbe essere prodotta da una lotta della classe femminile contro la classe maschile? No, perchè le donne non sono una classe in sè e per sè.

29/11/25

Donne in tutto il mondo contro i governi dell'oppressione

Il Movimento Rivoluzionario Studentesco-Giovanile condanna fermamente e protesta contro le molestie sessuali, le aggressioni e gli arresti

perpetrati dalla Polizia di Delhi contro gli studenti del Bhagat Singh Chhatra Ekta Manch (bsCEM), del Nazariya Magazine e di altre organizzazioni durante la protesta ambientalista all'India Gate di Delhi!


Per molto tempo, la capitale indiana, Delhi, è stata in cima all'Indice di Qualità dell'Aria come la città con l'aria più inquinata al mondo. Il 23 novembre 2025, il Comitato di Coordinamento per l'Aria Pulita di Delhi ha organizzato una manifestazione di protesta. Il comitato includeva, tra gli altri, l'organizzazione studentesca marxista-leninista-maoista Bhagat Singh Chhatra Ekta Manch (bsCEM) con sede a Delhi e il Nazariya Magazine. Durante la manifestazione, i manifestanti hanno respinto l'ambientalismo "in stile giardino". Hanno invece puntato il dito contro la responsabilità del partito fascista Hindutva BJP, il cui Primo Ministro Rekha Gupta è un agente dell'imperialismo, e contro i cosiddetti progetti di "sviluppo" della borghesia burocratica aziendale. Hanno chiesto la formazione di comitati popolari composti da lavoratori delle baraccopoli, lavoratori migranti, residenti dei villaggi circostanti e attivisti per i diritti della società civile, che assumano un ruolo guida nella pianificazione dello sviluppo di Delhi per la tutela del suo ambiente.

Durante questa protesta, la polizia di Delhi, fedele ai fascisti Hindutva, ha lanciato molteplici attacchi. Ventitré manifestanti radunati nei pressi del sito turistico di India Gate sono stati arrestati, tra cui undici donne. La polizia di Delhi ha sporto due denunce contro questi manifestanti. In base alla prima denunzia, il tribunale ha condannato cinque manifestanti a due giorni di custodia cautelare, e una sesta persona è stata messa in una casa sicura fino alla verifica dell'età. In base alla seconda denunzia, diciassette studenti sono stati arrestati e condannati a tre giorni di custodia cautelare.

Inoltre, il 18 novembre, lo Stato indiano ha ucciso la compagna Madhavi Hidma, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Indiano (Maoista) e comandante dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLGA), con la falsa pretesa di uno scontro. Uno degli slogan chiave del suo partito, delle sue forze e del governo popolare era la lotta per difendere "Jal, Giungla, Zameen" (acqua, foresta, terra). Molti studenti di Delhi hanno portato la sua fotografia alla protesta come esempio di qualcuno che ha svolto un ruolo pionieristico nella lotta per la protezione dell'ambiente e della vita del popolo indiano. La polizia di Delhi ha brutalmente attaccato coloro che portavano l'immagine di Hidma. Questo rende chiaro che lo Stato indiano fascista Hindutva ha iniziato il suo assalto perché Hidma, in quanto simbolo della lotta, rappresentava un ostacolo alla loro continua distruzione della natura e della vita stessa.

Noi, il Movimento Rivoluzionario Studentesco-Giovanile, condanniamo fermamente i brutali attacchi e gli arresti da parte dello Stato indiano e della polizia di Delhi e chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti. Chiediamo inoltre un'indagine trasparente, indipendente e con tempi certi sulle accuse di tortura durante la custodia della polizia, tra cui molestie sessuali e aggressioni fisiche.

Firmato da:

Azad

Membro Comitato Nazionale Movimento Rivoluzionario Studentesco-Giovanile

28/11/25

Lo scenario dei provvedimenti in corso in Parlamento contro Femminicidi e stupri

Da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 27/11


Un primo commento sulla legge ormai definitiva del reato di femminicidio. Sugli articoli di questa legge e sul loro significato, le loro conseguenze, ne parleremo più approfonditamente in seguito. Ora vogliamo parlare dello scenario politico e di concezioni che c'è dietro.

Il giorno del varo di questa legge è come se c'è stato una sorta di “colpo al cerchio, colpo alla botte”. Infatti contemporaneamente all'approvazione della legge sul reato di femminicidi c’è stato il rinvio del Disegno di Legge sul “consenso libero e attuale ad un atto sessuale”, altrimenti è sempre violenza.

Una cosa che unisce questi due provvedimenti è il fatto che sono in un certo senso bipartisan, come è stato detto anche da alcuni giornali. Cioè i provvedimenti hanno visto una unità tra la destra rappresentata esplicitamente dal governo della Meloni e la sinistra in Parlamento.

Questa unità non è affatto positiva. Sappiamo bene che l'ideologia della destra è reazionaria, conservatrice e quindi contro la maggioranza delle donne e sappiamo tutti quello che il governo Meloni sta facendo in termini di mettere al centro il ruolo delle donne nella famiglia, nel fare figli. Pensiamo al rapporto tra numero di figli e misure a favore dei datori di lavoro perché assumano donne.

Per cui questa unità è una sorta di “compromesso al femminile”; e non si tratta di un passo indietro per il governo, ma di un passo a suo favore da parte del PD e delle opposizioni. Sulle donne avviene di fatto un accordo e va avanti una concezione che è l'opposto di quello che è la realtà della maggioranza delle donne. Non è il fatto di essere donne ma la classe sociale a cui si appartiene che pesa realmente e che stabilisce quali interessi si portano avanti e verso chi. Invece ci troviamo che sotto la bandiera delle “donne”, che sotto il “non possiamo dividerci sulla difesa delle donne”, le donne di destra e di sinistra si uniscono in una ideologia e politica interclassista, fortemente deleteria per la maggioranza delle donne.

Quindi su questa “unità” non possiamo affatto essere contente.

L'altro aspetto è che questi provvedimenti, guarda caso, vengono varati o vengono annunciati quando ci sono delle giornate importanti per la lotta sia immediata sia soprattutto futura, strategica per la liberazione delle donne. Appunto, il 25 novembre, in cui pochi giorni prima si era annunciato il disegno di legge sul consenso contro gli stupri e l’8 marzo; ricordiamoci che anche il reato di femminicidio fu annunciato addirittura il giorno stesso dell'8 marzo scorso. Quindi con un vergognoso, ipocrita, inaccettabile uso di autopropaganda. E oggi di propaganda a fini elettorali.

In questo senso la questione del rinvio dell'approvazione del disegno di legge sul consenso attuale e libero sugli atti sessuali è il frutto di queste questioni bassamente elettorali. Salvini, la Lega, che di fatto ha proposto e ottenuto questo rinvio, vuole incamerare il vantaggio che ha avuto nelle recenti elezioni regionali per avere più peso all'interno del governo.

Tornando al “reato di femminicidio”. Siamo ad una guerra di bassa intensità contro le donne che aumenta – lo mostrano anche i dati che ci fornisce l'Istat, che comunque sono parziali perché si basano su dati ufficiali, sulle denunce e non sulla realtà che spesso viene oscurata - ma la risposta del governo si limita ad essere essenzialmente punitiva, repressiva.

Certo, noi siamo perché gli uomini che assassinano le donne – i femminicidi ormai stanno diventando quasi una “normalità” a fronte di un rifiuto della donna di un rapporto, di scelta da parte delle donne di una vita diversa, lontana dal proprio marito, dal proprio partner, ecc., di ribellione a una vita fatta, spesso per anni e anni, di violenze verbali, fisiche, di subordinazione, oppressione – abbiano condanne esemplari. Perché nella maggiorparte dei casi non avviene, non è possibile un loro cambiamento; anzi vediamo che se invece non ci sono delle condanne anche dure, questi uomini dopo un po' possono liberamente circolare, possono tornare a uccidere, possono tornare a minacciare di morte le proprie mogli, le ex compagni (se prima non ci sono riusciti). Noi non siamo per una giustizia che poi diventa ingiustizia per le donne.

Ma chiaramente un intervento puramente repressivo, puramente punitivo non risolve affatto i femminicidi, non è un freno ai femminicidi.

Oltretutto questa legge interviene a posteriori su una situazione già accaduta, già con le donne uccise, morte.

Quando la legge parla dei tribunali che devono dare l'ergastolo, quando parla degli altri provvedimenti, verso i figli orfani, verso la famiglia che era intorno alla donna, tutto questo mostra che in realtà la legge non prevede alcun intervento per evitare che ci siano i femminicidi, per impedire che le donne muoiano. Sono interventi a “fatto compiuto”, che chiaramente non fanno ritornare in vita le donne, né danno un conforto ai figli o ai familiari che restano. Quindi questo aspetto non può essere un aspetto che può farci rassicurare.

A fronte del fatto che il 30% delle donne subiscono uccisioni o tentativi di uccisioni o induzione al suicidio, questa legge non oppone realmente nessun intervento preventivo.

Certo, si tratterebbe comunque di interventi sempre parziali, perché il clima e la politica generale di questo sistema sociale capitalista sempre più barbaro, sempre più marcio, in crisi, fomenta i femminicidi, aumenta la condizione di oppressione verso le donne, vuole impedire che le donne possano scegliere la propria vita. (Una brevissima parentesi: come possiamo considerare avanzata questa legge quando nello stesso tempo si sta andando verso un attacco al diritto d'aborto che vuol dire libertà di scelta delle donne?

Ci potrebbero essere degli interventi parziali, che riguarda per esempio il problema delle case per le donne che rompono i legami, il problema delle condizioni lavorative - tanto per dire, ci sono alcuni settori economici che stanno ponendo dei provvedimenti per cui le donne che minacciate di violenza devono avere un vantaggio nelle assunzioni; invece ci troviamo a dei provvedimenti da parte del governo che dà sostegni, sgravi, contributi alle aziende se le donne hanno due o meglio tre figli.

Quindi siamo in una situazione in cui tutto quello che potrebbe essere di prevenzione, di difesa della condizione delle donne, anche in termini di indipendenza economica, non è previsto, non è nella legge; anzi, ci sono delle azioni del governo che invece vanno proprio nel senso contrario, quello di confermare, riaffermare, esaltare il ruolo delle donne nella famiglia e per la nascita di più figli.

Per questo non possiamo essere d'accordo con questa legge.

Poi vedremo anche, quando diventerà legge, la questione del “consenso”, in che cosa effettivamente può servire alle donne nella battaglia contro la violenza sessuale, per la loro libertà, e in cosa invece è inutile, o peggio, in linea con una concezione che rimane conservatrice, rimane reazionaria sulla pelle delle donne.

Contro gli Stati generali natalità - Non siamo macchine per la riproduzione ma donne in lotta per la rivoluzione!

Mattarella ti diciamo NO!
NO a fare figli per dare nuove braccia di ricambio da sfruttare per i padroni
NO a fare figli per i vostri "conti e welfare"
NO a fare figli per sostenere la vostra economia capitalista, che difende i profitti di pochissimi e attacca le condizioni di vita e di lavoro delle masse proletarie e popolari
NO a fare figli per fare da carne da macello per le vostre guerre imperialiste e di genocidi dei popoli del mondo

SI a figli che diventino "nuovi combattenti" contro il vostro sistema marcio e violento!

SUI FATTI AL CORTEO DEL 25 NOVEMBRE A BERGAMO - Massima solidarietà da parte del Mfpr alle compagne e realtà di questa denuncia

E' successo al corteo del 25 novembre di Bergamo: la delazione alla Digos contro le compagne in procinto di fare un’azione…, da parte di appartenenti al centro sociale Paci Paciana, con un primo vivo confronto in piazza a fine corteo che ha portato altri del centro sociale a giustificare pietosamente o, senza riuscirci, a negare quanto avvenuto. Il gravissimo fatto ha portato ad una denuncia e presa di posizione collettiva delle realtà provinciali con una prima condivisione del seguente comunicato diffuso a partire dai social.

 25 NOVEMBRE A BERGAMO: CSA PACÌ PACIANA AL SERVIZIO DELLA DIGOS

È proprio arrivato il momento di metterlo su instagram perchè sembra che sia l’unico linguaggio che il Pacì Paciana comprende.

Ieri, corteo del 25 novembre contro la violenza di genere , il Pacì Paciana ha deciso di mettere alla guida del furgone del corteo un uomo che un mese fa é stato accusato pubblicamente di molestie e prevaricazioni. Ci sembra evidente l’ipocrisia e la violenza di questa azione.

Durante il corteo, poi, il centro sociale “antagonista” ha deciso di essere talmente antagonista alle forze dell’ordine che ha comunicato alla digos che alcun3 compagn3 (non loro compagn3, evidentemente) avrebbero fatto un’azione e in quale luogo l’avrebbero fatta. Cosi’ facendo hanno ovviamente messo a rischio le compagne che sono poi state pedinate dalla digos per tutto il corteo.

Siamo stanche e non accetteremo più che venga considerato come un collettivo compagno e transfemminista. Non lo è, mette a rischio tutte noi alla prima occasione. Prevediamo che la loro risposta sarà un lungo comunicato in cui ci accuseranno di essere violente, come hanno fatto ieri in piazza. Questo perché alcun3 compagn3 hanno reagito e si sono ribellat3, cercando di togliere i telefoni con cui il Pacì Paciana le stavano filmando. Rivendichiamo la legittimità delle nostre risposte alle loro azioni infami. Perchè una regola abbiamo: non parlare con gli sbirri e con i fasci. E l’azione di andare dalla digos a infamare delle attiviste che lottano non si addice a un centro sociale che si definisce “antagonista, antifascista e intersezionale”. Queste azioni parlano chiaro e é chiaro che scendere in piazza con loro non é sicuro per nessun3. É chiaro che non c’é più margine di dialogo.

E, soprattutto, “sorella io ti credo” finchè non è accusato il nostro amico che lasciamo che guidi il camion del corteo del 25 novembre.

26/11/25

25 novembre a Taranto, un corteo ha attraversato il centro città - Bene, ma inadeguato per la lotta necessaria

A Taranto, vi è stata un corteo lungo il centro città, con alcune fermate in piazze. Il corteo era stato indetto dall'ass. Alzaia e dal Cetro antiviolenza "sostegno donna", a cui, si dice, avevano aderito circa un centinaio di associazioni, realtà di sinistra parlamentare, sindacati confederali, associazionismo cattolico, arci, alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, e altre varie sigle anche della provincia. Rispetto a questa vasta adesione in realtà vi è stata una presenza ridotta rispetto allo scorso anno, alcune centinaia di persone. Per fortuna hanno partecipato alla manifestazione ragazze, studentesse, compagne della Fgc, della Casa del popolo, alcuni collettivi e attiviste delle iniziative per la Palestina, ecc.

Ma, ripetiamo, al lungo elenco di adesione non corrispondeva una presenza significativa. Certo, a Taranto, anche cortei di poche centinaia di persone sono importanti e soprattutto per la giornata del 25 novembre. Ma questo sistema di tante sigle che poi non partecipano e anche nei giorni successivi spariscono, non va bene. Tra l'altro il corteo era con il patrocinio del Comune che si sta comportando malissimo su temi sociali, e silenzio sulla Palestina, ecc.

Per questo noi, del Movimento femminista proletario rivoluzionario, non avevamo dato la adesione, ma abbiamo deciso di partecipare al corteo con nostre chiare e discriminanti parole d'ordine, cartelli, che erano un pò in contrasto con i contenuti, parole d'ordine molto moderate che c'erano: nessuna denuncia del sistema, del governo, dello stato che fomenta un clima, con le sue campagne ideologiche conservatrici, fasciste, con i mancati provvedimenti o provvedimenti inutili buoni solo per propaganda elettorale, un clima favorevole ad alimentare l'oppressione, le discriminazioni nella vita e sul lavoro e le conseguenze più terribili, femminicidi e stupri. E la scuola da tanti invocata come strumento di educazione sessuo-affettiva, in realtà non fa che riprodurre questa situazione, e non può essere certo oggi fattore di educazione/trasformazione.

Il nostro intervento è risultato utile e costruttivo attraverso slogan, cartelli (vedi la foto), brevi comizi volanti lungo il percorso, portando con chiarezza, soprattutto alle ragazze che per porre fine alla violenza sessuale non si tratta di chiedere a questo sistema, governo di "cambiare"; si tratta invece di "rovesciarlo", attraverso la ribellione, la lotta delle donne che deve essere di tutti i giorni e a 360° perchè "tutta la nostra vita deve cambiare".

Abbiamo portato solo noi con forza la denuncia della più immane delle violenze reazionarie oggi in atto contro le donne, quella del genocidio in Palestina, dove sono massacrate decine di migliaia di donne e bambini da parte di Netanyahu, con l'aiuto di Trump e la complicità del nostro gioverno Meloni; e nello stesso tempo chiamato alla solidarietà alla resistenza delle donne palestinesi - trovando appoggio.

I nostri cartelli - con Netanyahu-Meloni-Trump a testa in giù con la scritta: "tremate, tremate le streghe son tornate", e un altro "siamo tutte palestinesi", con slogan conseguenti, hanno trovato condivisione e sostegno, per tutto il corteo sono stati portati /innalzati da altre donne/compagne.

Riportiamo alcuni degli slogan più ripresi:

Assassini/assassini tremate tremate - le streghe son tornate 
Per ogni donna, uccisa, stuprata e offesa - siamo tutte parte lesa
Meloni fascista per te non c’è domani sono nate le nuove partigiane
Contro femminicidi, stupri oppressione - scateniamo la nostra ribellione
Lo stupratore non è malato ma figlio sano di questo Stato (cambiato)
La furia delle donne vogliamo scatenare - questo sistema vogliamo rovesciare
Siamo tutte Palestinesi
Ci dicono di fare più bambini, e poi li ammazzano come in Palestina 
Ma quale Patria, ma quale Dio, del mio corpo decido io
Violenza sul lavoro, violenza familiare - questo sistema vogliamo rovesciare
Per ogni donna uccisa non basta il lutto - pagherete caro pagherete tutto!  
La lotta delle donne non si può fermare - tutta la vita deve cambiare

Contro la violenza sulle donne servono parole nuove e lotta vera - Da Raffella di Taranto del comitato iostoconlapalestina


"GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE"....
"Una giornata indetta a Taranto con una "chiamata"(?) generica, neutra e "neutrale", direi asettica, vuota, svuotata di contenuto....
Dovremmo invece scrivere e parlare con altre parole, parole nuove, che queste si' che ce l'hanno un significato...
"contro lo stato che esercita  violenza sulle donne"
 con ed attraverso le sue invasive "braccia", i suoi tentacoli istituzionali tutti che sono i pilastri del potere capitalista reazionario necessari  ad imporre i suoi "valori", i suoi "dogmi" i suoi anelli atti alla sua sopravvivenza e a tenerlo in piedi.... primo fra tutti la  "sacra famiglia", quella che fa trio con dio e patria, tanto cara alla fascista Meloni ed a questo governo, dove avvengono la maggiorparte dei femminicidi, famiglia che e' il primo mattone, la prima cella del sistema capitalista e funzionale  allo sfruttamento, emarginazione ed alla crocifissione  della donna sulla croce  dei ruoli "tradizionali"  imposti e funzionali al sistema (dispensatrici di "servizi" , prigioni d'isolamento ecc. ). Di seguito la scuola, la religione, i massmedia, la televisione, i programmi spazzatura che vicolano modelli da seguire e in cui identificarsi, i poteri della propaganda , insomma.
Pero' in questa giornata in cui si parla di violenza si deve  portare alta  la bandiera dei colori della Palestina e delle donne in Palestina  che piu' che mai rappresentano e sono l'emblema della violenza spietata, programmata, pianificata dal ladroditerra e criminale Israele.Violenza perpetrata da cent'anni  fino ad oggi. Violenza atta a colpire le donne in quanto tali, in quanto madri e custodi di storia antica che ha radici profonde nella propria Terra, procreatrici di Storia e di memoria, genitrici di futuri combattenti, i Gazawi di una indomita e mai indietreggiata Resistenza.
Violenze incessanti, torture, stupri, assassinii feroci dei propri figli, dei propri bambini mirati di proposito alla testa, al petto, ai genitali da cecchini  israeliani, bambini.... i resistenti di domani.
Incarcerate e torturate,  umiliate, annientate nell'identita' anche piu' intima...,  uccise. Colpite a botte ed a proiettili al ventre gravido maciullandone e sbrandellandone il feto  e con bombe le cui deflagrazioni tantissimo potenti ne  provocano  l'espulsione.
Donne in Palestina, gridiamo e parliamo di Loro, oggi piu' di ieri perche' sono l'incarnazione del coraggio, della fermezza e della perseveranza nell'attaccamento alla propria Terra ed alla Storia di Palestina, che sono l'incarnazione della Resistenza alla violenza, al sopruso, all'ingiustizia.

Prigioniere palestinesi: "...quello che mi hanno fatto credo nessun essere umano avrebbe potuto farlo..."


Testimonianza di una donna sopravvissuta agli stupri sistematici durante la detenzione nelle carceri israeliane
Di Mohammad Dahman
     23 novembre 2025 (WAFA- Palestine New Info  Agency) – Inizia il suo racconto con una frase che sembra una ferita: “Urlavo e nessuno mi sentiva…  Ho implorato la morte piuttosto che rimanere legata tra le loro mani. Quello che mi hanno fatto credo nessun essere umano avrebbe potuto farlo, e quello che non posso descrivere è ancora peggio”.
A 42 anni,  una donna del nord di Gaza, porta con sé una testimonianza di torture, violenze sessuali e della lenta cancellazione della sua identità all'interno dei centri di detenzione israeliani. 
Il suo calvario è iniziato il 29 ottobre 2024, il giorno in cui è stata sfollata con la forza da Beit Lahia, ed è terminato più di un mese dopo con il suo rilascio: il suo corpo era pieno di lividi, i capelli rasati e il suo nome sostituito da un numero: 101.
   Ciò che racconta  e' “un altro genocidio, quello  che avviene dietro i muri”.
  Trascinata nella macchina dell'abuso:
Dal primo posto di blocco, dove le forze israeliane hanno eretto una barriera militare all'interno di Gaza, è stata esposta all'umiliazione: bendata, spogliata dell'hijab, lasciata al freddo sulla ghiaia, unica donna tra 150 uomini detenuti.
Il giorno dopo, lei e gli altri furono spinti su due mezzi di trasporto "inadatti al trasporto di esseri umani". I soldati li picchiarono ripetutamente e urlarono insulti, tra cui maledizioni rivolte a Dio e all'Islam, mentre venivano condotti in un posto militare vicino a Sderot.
  "È stata solo una tappa", dice, "sulla strada verso qualcosa di molto peggio".
   A Sde Teiman, l'ormai famigerata base nel deserto, le fu ordinato di spogliarsi nuda sotto la minaccia delle armi. Quando alzò le braccia per togliersi la maglietta, i soldati le strapparono il velo,  e due di loro la filmarono deridendola ed umiliandola con i loro telefoni. Le sue mani erano ammanettate così strette che sanguinavano. Fu rinchiusa in una gabbia troppo piccola per sedersi. Quando implorò di poter fare i propri bisogni, i soldati si rifiutarono. Così urinò in piedi, davanti a tutti, tra le loro risate.
Più tardi, i cani furono sguinzagliati contro di lei e i detenuti nel cortile. Costretti a inginocchiarsi per ore con la testa china, alcuni vennero morsi. Lei tremava in modo incontrollabile e si bagnò di nuovo per la paura.
Poi è arrivato il cosiddetto controllo medico. Un uomo che si spacciava per medico le ha chiesto se fosse stata picchiata. 
Quando lei ha risposto di sì, l'uomo l'ha tempestata di insulti.
    "Niente assomigliava alla medicina. Niente assomigliava all'umanità", dice.
     Seguirono interrogatori: domande sui tunnel, sui parenti, sui nomi. Quando disse di non sapere nulla, due soldati la picchiarono ripetutamente sulla nuca. Un agente dei servizi segreti le promise rilascio e protezione se avesse collaborato, poi minacciò di stupro e violenza alla sua famiglia se si fosse rifiutata. Lei rifiutò.
   La stanza che nessuno lascia indenne:
il terzo giorno, quattro soldati mascherati la portarono in una piccola stanza di quattro metri quadrati con un tavolo di metallo imbullonato al pavimento.
"Sembrava una stanza progettata per un solo scopo", dice. "Torturare le donne. Stuprarle."
Costretta a spogliarsi, fu legata al tavolo. Due soldati la violentarono mentre altri due la filmavano. Le telecamere erano già montate sulle pareti.
Rimase legata lì, nuda, per un giorno intero, senza cibo né acqua.
Il giorno dopo tornarono. La violentarono di nuovo. Uno di loro si tolse la mascherina, si fece chiamare Leo, disse di essere di origine russa e pretese un rapporto sessuale con lei. Quando lei si rifiutò, la picchiarono selvaggiamente.
Iniziò a sanguinare. Quella notte le arrivò il ciclo. Rimase legata e sanguinante sul tavolo per ore.
   "Ho perso la cognizione del tempo", dice. "Non esisteva né la notte né il giorno. C'era solo il mio numero: 101."
Giorni dopo fu trasferita in un'altra stanza delle torture. Catene pendevano dal soffitto. Al centro c'era una croce di metallo. Le fu ordinato di spogliarsi di nuovo, e fu appesa per mani e piedi mentre i soldati la picchiavano sul petto finché non sentì di soffocare. Le mostrarono foto del suo corpo nudo, foto dello stupro.
   "Se non collabori con noi, pubblicheremo tutto questo", hanno detto.
   Lei rifiutò di nuovo.
Le attaccarono dei fili al corpo e la sottoposero a scosse elettriche finché non perse conoscenza. Si svegliò sentendo l'acqua gelida schizzarle sulla pelle.
   Una cella come un frigorifero:
la sua cella, ricorda, era "un frigorifero": un condizionatore al massimo della potenza, niente materasso, niente coperta. Le davano una tazza di yogurt e una mela al giorno. A causa delle ferite sanguinanti e del ciclo mestruale, le guardie la trattavano con disgusto e la insultavano
Il quinto giorno, un soldato le porse un assorbente. La sensazione era strana. Quando lo mise nel secchio che fungeva da water iniziò a sfrigolare ed emettere un fumo bianco soffocante, "come una combustione chimica". Credo che fosse stato progettato per ferirmi internamente.
Quando le guardie tornarono e videro il fumo, si resero conto che non l'aveva usato. Le urlarono contro.
Da una prigione all'altra
La sesta notte, un ufficiale che si faceva chiamare "Capitano Abu Ali" entrò nella sua cella. "Dormirai meglio nella prigione di Damon", le disse con sfregio ed ironia...
  Non era vero
A Damon, racconta, i pestaggi avvenivano senza motivo e in modo casuale. Alcune notti le guardie selezionavano le celle a caso e aggredivano chiunque si trovasse all'interno. Il cibo era avariato. La puzza era insopportabile.
Ha implorato cure mediche per le ferite riportate dopo lo stupro, ma le sono state negate.
   Spruzzavano gas  nelle celle finché le donne non crollavano o perdevano conoscenza....
Ha trascorso 25 giorni a Damon prima che gli agenti con minacce e violenze la costringessero con la forza a firmare una dichiarazione in cui dichiarava di non essere stata torturata o stuprata. L'hanno minacciata di pubblicare i video sulle loro schifose chat se si fosse rifiutata.
Lei firmò.
Fu poi trasferita al centro interrogatori di Moskobiyeh a Gerusalemme per un ultimo giorno di percosse e insulti, "come se ogni posto facesse a gara per essere peggiore", racconta.
   Alcuni prigionieri furono rilasciati
Il 6 dicembre 2024,  lei fu rilasciata al valico di Karm Abu Salem. Indossava l'uniforme grigia della prigione. Il suo nome non era ancora stato utilizzato: solo "101".
Tutti i suoi beni (l'anello d'oro, una collana e dei soldi) le erano stati sottratti.
Le squadre della Croce Rossa l'hanno incontrata al valico. Ha raccontato loro tutto. Poi è stata portata all'Ospedale Europeo di Gaza, con il corpo segnato da ferite che raccontavano la sua storia.
Un anno dopo, sta ancora cercando di tornare in vita. Riceve supporto psicologico tramite il CICR. Ammette di aver pensato di togliersi la vita più di una volta.
"Non riesco a dormire", dice. "Gli incubi mi riportano ogni notte in quelle celle fredde....ed alle torture e soprusi subiti...
Gli abuso sessuali  dei prigionieri nelle carceri israeliane sono sistematici 
Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno denunciato che le atrocità commesse contro i prigionieri e i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane hanno superato ogni immaginazione. I resoconti indicano torture diffuse, carestia, negligenza medica e abusi sessuali, tra cui lo stupro, mentre le testimonianze continuano a rivelare nuovi e sempre più gravi dettagli degli abusi in corso.
Majeda Shehada, direttrice dell'Unità femminile del Centro palestinese per i diritti umani (PCHR), ha dichiarato a WAFA che le condizioni di detenzione e i metodi di tortura sono peggiorati drasticamente  compresi aggressioni e abusi sessuali sistematici volti  spezzare la volontà e la personalità dei prigionieri . 
Negli ultimi due anni centinaia di prigionieri palestinesi sono morti sotto custodia israeliana a causa di torture e negazione di cure mediche, un numero indefinito e che non ha riferimenti ad un totale reale a causa delle sparizioni forzate avvenute a partire dall'ottobre 2023.
DONNE IN PALESTINA:
RADICI SALDE ED INTRECCIATE A QUELLE DEGLI ULIVI. NELLA PROPRIA TERRA. 
VOI NAZISIONISTI ISRAELIANI, VOI CRIMINALI  COMPLICI PROTETTORI OCCIDENTALI, TU, GOVERNO ITALIANO CHE TI RIEMPI LA BOCCA CON "MADRE E CRISTIANA" MENTRE MANDI ARMI, DRONI. BOMBE E CARRIARMATI AI TUOI AMICI NETANYAHU E COMPANY, TU GOVERNO DI PERSONAGGI CHE HAN LE MANI IN PASTA NELLA FABBRICA DI MORTE LEONARDO E S'INGROSSANO LA PANCIA VENDENDO ARMI E S'INGOZZANO DEL SANGUE E DELLE CARNI DELLE MIGLIAIA DI BAMBINI TRUCIDATI E RIDOTTI A BRANDELLI.
VOI TUTTI DA LI', DA ISRAELE, DALL'AMERICA E DA QUI' ITALIA
SDRADICATE BRUCIATE ABBATTETE CAMPI DI ULIVO, UCCIDETE DONNE BAMBINI, SVENTRATE DONNE IN CINTA  E NE SBRANDELLATE I FETI..  MA LA TERRA CUSTODISCE  LA STORIA DI PALESTINA , SEMI E "SUMUD", PERSEVERANZA  E RESISTENZA...
LE ACQUE DAL FIUME AL MARE NESSUNO POTRA' IMPRIGIONARLE ED INCATENARLE PERCHE' ALTRI GIOVANI ULIVI LE ABBRACCERANNO...