Continuiamo sul tema "produzione e riproduzione", pubblicando un intervento della filosofa Carla Filosa - Napoli, in una assemblea on line del Mfpr:
"Il lavoro della donna è valore d’uso senza valore"un intervento della filosofa Carla Filosa - Napoli
E' molto importante capire in quale sistema siamo oggi prima di arrivare alle sue conseguenze di cui il problema di genere è una.
Allora per capire questo mi sembra assolutamente prioritaria dare un’informazione rispetto alla situazione femminile oggi in termini di occupazione dovuta non solo alla crisi del capitale, ma alla crisi pandemica. Noi vediamo dai dati emersi che nel 2020, cioè l’anno scorso, l’occupazione femminile è diminuita del 5% rispetto addirittura al 3,9 degli uomini; la maggiorparte di queste persone, cioè donne che sono fuoriuscite dal mercato del lavoro, rimane fuori, cioè viene definita inattiva. Si è di fronte, questo lo dice l’OCSE, a una ritradizionalizzazione dei ruoli di genere e quindi in tutti questi ultimi anni c’è stato un aumento discriminante chiaramente nei confronti delle donne che hanno perso il lavoro.
Perchè questo dato mi sembra importante? Perché inanzitutto ci permettere di cogliere nella realtà presente una espulsione dal mercato del lavoro da parte di un sistema che si serve delle donne, e si è sempre servito del lavoro femminile, a seconda di come questo fa comodo, siccome le donne sono più docili, accettano maggiormente le condizioni imposte, cioè un lavoro magari pesante o con un orario più lungo però pagato meno - una realtà che a livello sindacale è conosciutissima - questa situazione permette al sistema nel quale noi viviamo, uomini e donne, di utilizzare la forza lavoro più fragile, a seconda dei suoi problemi, nel senso della utilizzazione da parte del capitale, cioè da parte del sistema, io aggiungerei, da parte del modo di produzione che è un concetto fondamentale che è bene oggi tirarlo fuori proprio nell’ottica di impadronirci della scienza. Allora, insieme alla condizione di oppressione, di inferiorizzazione e di difficoltà nella quale le donne sono tradizionalmente immesse, io penso che avviare un discorso scientifico, più teorico, capiamo meglio il perché delle motivazioni per cui siamo discriminate.
La produzione che questo sistema avvia, non è una produzione per i beni sociali, cioè per i beni che possano essere utili alla società, alla vita delle persone, ma è una produzione di valore, cioè la produzione di quella quantità di ricchezza che viene creata e non pagata, gratuita, di cui il capitale si appropria e cioè di cui espropria i lavoratori uomini e donne; allora la differenziazione sul mercato del lavoro di una forza lavoro che sia frantumata, flessibilizzata, razzializzata, inferiorizzata come quella femminile, è l’obbiettivo pricipuo attraverso il quale il capitale, cioè il sistema, cioè questo modo di produzione, può ottenere il massimo dell’estorsione di plusvalore, cioè di questa ricchezza creata dai lavoratori e non pagata di cui i capitalisti si appropriano.
Qui il discorso dell’inferiorità femminile lo collegherei all’uso del patriarcato; il capitale non se l’è inventato il patriarcato, il patriarcato diciamo, si perde dalla notte dei tempi, è funzionale come avrete visto nella questione che Engels ha trattato della proprietà privata e della formazione dello stato, proviene dalla divisione del lavoro. Certo che comincia con la divisione del lavoro uomo/donna, ma questa divisione del lavoro era funzionale a una vita comunitaria, non funzionale alla resa inferiore di un lavoro rispetto ad un altro, per cui il discorso del patriarcato è dalla notte dei tempi che viene utilizzato da tutti i sistemi che si sono avvicendati nel corso storico, di cui appunto, il sistema del capitale è l’ultimo, e in cui il patriarcato serve a relegare quelle peculiari, particolari forze lavoro più deboli, in modo tale che attuino un consenso alla loro inferiorità.
Per una donna è chiaro che esiste la insicurezza da quando nasce, la insicurezza all’interno della famiglia, la insicurezza all’interno di una formazione educativa da cui per molto tempo è stata estromessa, solo ultimamente si è realizzata la possibilità da parte della donna di accedere all’istruzione, e all’istruzione superiore - faccio presente che in alcuni paesi ancora questo obbiettivo è di là da venire, ancora da realizzare. Quindi, rendere la donna incapace di capire qual’è il valore del suo ruolo sociale è l’obbiettivo fondamentale perché il ruolo sociale venga gestito da un potere che viene mediamente gestito da uomini. Non significa che questi uomini siano responsabili in quanto maschi... in alcuni paesi, le donne possono accedere ai livelli più alti, ma questo sistema utilizza le persone che sono funzionali al funzionamento delle leggi, del sistema, non è importante che siano uomo o donna, di un colore o di un altro, l’importante che siano adeguati al funzionamento ottimale di un sistema che si basa sullo sfruttamento, cioè sulla creazione di ricchezza di una parte della popolazione che deve essere sfruttata, cioè deve essere immessa in una condizione di inferiorità cioè di povertà, perché questa è una delle condizioni di essere lavoratore, per cui va a vendere la propria forza lavoro e la forza lavoro deve produrre ricchezza da appropriare privatamente. Quindi il lavoro sociale di uomo, donna, giovani, vecchi, fanciulli o altro, oggi gli immigrati, è funzionale alla realizzazione di una ricchezza da appropriare.
Per quanto riguarda il lavoro riproduttivo, la donna proprio all’interno di questo doppio discorso, cioè subordinata al sistema di capitale e subordinata alla forma di patriarcato che il capitale utilizza perché ne vede i vantaggi in funzione della produzione di plusvalore, vede al suo interno una dimensione assolutamente anomala, per cui è valore d’uso senza valore perché il lavoro domestico, di cura, diciamo il “lavoro dell’amore”, ecco chiamiamolo così perché ha anche la sua valenza emotiva che va registrata, non è semplicemente l’affetto con cui si fanno le cose, è lavoro d’uso utile per altri, però non è pagato, cioè non entra nel mercato del lavoro. E' tutto il sistema che ne approfitta. Le politiche della famiglia, affinché la donna rimanga all’interno delle pareti domestiche e non si affacci sul mercato del lavoro, sono funzionali proprio ad utilizzare questo lavoro socialmente utile, ma senza valore, cioè non pagato, cioè non riconosciuto, rispetto a cui la donna peraltro deve sentirsi inferiore rispetto a chi lavora e a chi dice “io porto i soldi a casa”. Lei non porterà mai i soldi a casa, perché i soldi a casa lei li usa per gestire la vita di tutti i familiari, anziani, mariti, figli ecc.
Allora questo lavoro è anche un bel ammortizzatore sociale che il sistema utilizza senza chiaramente metterlo in chiaro, perché in chiaro c’è la funzione storica, tradizionale, abituale della donna come funzione. E come funzione lei non ha un’identità, ha semplicemente un ruolo, e su questo ruolo viene giudicata brava o meno brava, se lo svolge appieno con il suo consenso e una volta si diceva anche con il voto. Oggi non è più chiarissimo rispetto al voto, però se noi facciamo attenzione alla politica delle destre che stanno portando avanti, non a caso, l’ideologizzazione della famiglia e della donna dentro le pareti domestiche, forse conosciamo anche chi è che avalla questi obbiettivi che sono funzionali per l’appunto al funzionamento del sistema.
Quando noi vediamo che il sistema è in crisi, e questa crisi, che oggi perdura sin dagli anni ‘60, non si risolve e con ogni probabilità non si risolverà ancora per parecchio, questa crisi che si è raddoppiata con la crisi pandemica, ha fatto sì che le donne soffrissero più degli uomini. Ma perché? Non perché sono forza lavoro, cioè merce, perché la forza lavoro è merce - maschio, femmina, colorata o di qualsiasi altra forma, non ha importanza - è merce, è una realtà che il capitale deve per forza comprare perché se non hai i lavoratori il capitale non esiste, cioè non può assolutamente né produrre il suo plusvalore né appropriaselo, né quindi continuare a gestire il comando sul lavoro; ma perchè le donne sono funzionali ad avere questo ruolo di subalternità ulteriore, per cui siccome vengono relegate in ambiti lavorativi molto più di basso livello o con salarizzazione più bassa o con la formula che è stata definita “il tetto di cristallo”, senza poter accedere ai ruoli più renumerativi, più importanti, più politicamente rilevanti, le donne vengono ad essere espulse immediatamente non appena ci sono dei problemi di liberazione dal lavoro. Quindi nella crisi è ovvio che siano le donne a soffrire di più di questo e, una volta fuori dal mercato del lavoro è molto più difficile che ci rientrino o per, ovviamente la riproduzione biologica, cioè difronte alla gravidanza, la donna è più legata alla formazione del bambino, ma la formazione del bambino è un fatto suo privato, non è riconosciuto come ruolo sociale la maternità, no! Sono fatti propri delle persone singole, tanto è vero che molte ditte, aziende hanno fatto firmare tanto di documenti, naturalmente nascosti nel cassetto, in cui se la donna rimane incinta è in automatico licenziata.
Allora il suo riconoscimento biologico diventa una condanna da tenere nascosta oppure diventa l’elemento di inferiorità rispetto a cui è chiaro l’uomo può sempre stare al lavoro tutti i giorni dell’anno mentre la donna nella misura in cui diventa madre, cioè ha una funzione sociale altamente importante, non viene riconosciuta e quindi è penalizzata.
L’accettazione di tutte le penalità che alla donna vengono riservate in questo sistema è fondamentale per il suo permanere all’interno di una inferiorità non solo gestita ma anche tranquillamente accettata, non combattuta. Tutti gli elementi di conflittualità sociale vengono ammorbiditi da una presenza femminile che in genere invita i propri uomini, i propri mariti a continuare il lavoro come che sia, accettare un salario come che sia, a qualunque livello di inferiorità renumerativa venga realizzato, e ultimamente i salari si sono abbassati, e non a caso, per la crisi di cui abbiamo sofferto uomini e donne, con una specificità in più… la donna maggiormente.
Il discorso dell’uso del patriarcato è fondamentale per far capire che qualunque sistema che fosse capace di frantumare l’unità di classe della forza lavoro era benedetto da questo sistema, il patriarcato si è trovato ad essere il preferito perché, collaudato da secoli, funzionava a meraviglia proprio su questo terreno.
Quindi se noi vediamo oggi, e da un punto di vista sindacale risulta tranquillamente in maniera eccellente che la forza lavoro viene continuamente e ancora più frantumata, tutti i problemi che noi abbiamo compreso appunto questo attacco che viene portato avanti a livello di presenza sindacale, sindacale combattiva - perché se il sindacato è solo capace di ossequiare l’ordine padronale non fa problema ovviamente, però se i sindacati pretendono di avere ancora la difesa dei lavoratori, si presentano combattivi sul piano sociale - ehmbè debbono rispondere alle violenze che vengono perpetrate tranquillamente e devono essere accettate così come viene accettato ogni assassinio sul lavoro (voglio chiamarlo così e non omicidio bianco, dato che quest’anno ha il “privilegio” di aver aumentato addirittura i numeri) perchè l’attacco del capitale è su tutti i fronti nei confronti dei lavoratori. Ma nei confronti del genere femminile ha quel qualcosa in più che permette la frantumazione e questa frantumazione, badate bene, non avviene solo sul piano della differenziazione salariale, ma avviene anche su un piano di mentalità, di ideologizzazione e di idee ricevute, possiamo dire. Nel senso che la donna cerca sempre, questo tradizionalmente, di stemperare ogni elemento conflittuale perché è più propensa a vedere il minimo vantaggio possibile per il mantenimento dei figli o per la sopravvivenza della propria famiglia.
Questa mentalità diciamo, di non coerenza, non parità combattiva rispetto agli uomini che vivono più in prima persona il conflitto sociale, questa tradizione, viene continuamente riaffermata nella misura in cui le donne non si rendono neanche conto di essere portatrici di una ideologizzazione di cui dovrebbero liberarsi per acquisire quella che si chiama coscienza di classe, che altro non è se non la consapevolezza di come funziona questo sistema e perché questo sistema funziona in questa maniera.
L’unica emancipazione non è semplicemente il differenzialismo, perché questo va nell’ottica di un’ulteriore divisione da parte dei lavoratori. E io non sto parlando delle donne in generale, io sto parlando delle donne lavoratrici, cioè quelle che vivono del proprio lavoro, che sono costrette a vivere del proprio lavoro, perché le donne borghesi hanno la possibilità di avere altre risorse che alle donne proletarie non sono date. Le donne borghesi si permettono di pagare i propri aiuti dentro casa o altrove attraverso l’utilizzazione di quelle che oggi si chiamano colf oppure badanti, le lavoratrici domestiche, ecc.
Ma questi servizi, che vedono la presenza femminile in primo luogo non sono interni al meccanismo del capitale, vengono pagati con reddito dalla classe media, una forma di classe cuscinetto tra la proprietà privata e la proletarizzazione; questa classe media, che oggi è stata declassata ampiamente, aveva comunque la possibilità di pagarsi dei servizi con il proprio reddito e quindi a sollevarsi da qualche carico di lavoro.
La donna proletaria invece, con il suo reddito già basso per sopravvivere non è in grado mai di pagarsi se non qualcosa ma non di più, ed è chiaro che si trova non solo il doppio lavoro ma si trova un doppio lavoro pagato male o addirittura non pagato, proprio perché la sua condizione imposta la rende per l’appunto incapace di avere un suo ruolo sociale da proporre all’esterno.
Il problema della coscienza e quindi del lavoro di appropriazione teorica è importante, perché nella misura in cui noi riusciamo a capire dov’è che sta il punto focale della inferiorità che viviamo è li che noi possiamo avere la possibilità di lottare e di incidere. Ma se noi non abbiamo presente questo, le nostre lotte possono pure essere bellissime, esaltanti, grandiose, però non ottenere nulla.
Le lotte che io ritengo essere proletarie devono avere un ruolo importante sul piano sociale altrimenti non abbiamo nessuna possibilità di fuoriuscire da condizioni che il capitale ci mette davanti in maniera sempre più dura.
Volevo concludere con una frase di Engels, perché mi sembra fondamentale toccare il tema del diritto, perché molto spesso si parla di diritti sociali contrapposti a quelli civili, ecc... Allora quando si parla di diritti cerchiamo di capire bene, perchè o noi sappiamo che è una frase che deve racchiudere molti concetti, oppure noi facciamo uso delle parole illudendoci che queste abbiano un senso.
Faccio semplicemente riferimento a quello che Engels disse nel libro delle Lotte di classe in Francia quando parlò del diritto al lavoro, dicendo appunto che i lavoratori cercavano sempre di parlare del diritto al lavoro. Engels lo definisce un pio desiderio addirittura. Engels dice: “è una prima formulazione goffa in cui si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato, ma dietro al diritto al lavoro, sta il potere del capitale, dietro al potere del capitale l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata e quindi l’abolizione del lavoro salariato del capitale e dei loro rapporti reciproci”.
Questa frase di Engels mi sembra lapidaria di definizione di un sistema ancora oggi in auge e che ci schiaccia tutti quanti. Perché quando noi parliamo di diritti o sappiamo che sono la merce di scambio che il potere utilizza per dire non voglio i cinesi, quindi dico, loro non hanno diritti, mentre invece gli Stati Uniti soffocano le persone col ginocchio, oppure noi parliamo di diritto al lavoro che non è un diritto nel capitale, lo sarà nel socialismo chiaramente, ma nel capitale non è un diritto, è un pio desiderio. Però se noi non abbiamo capito che questo sistema deve essere abolito all’interno dell’appropriazione dei mezzi di produzione e della loro gestione da parte della classe proletaria tutta, maschi, femmine, colorati, bianchi, verdi ecc, noi non riusciremo a costruire il socialismo. E il nostro essere rivoluzionario sarà anch’esso un pio desiderio.