10/06/26

Morta una bracciante agricola polacca - Quanto è legato alle condizioni di lavoro/trasporto?

Una bracciante agricola di 63 anni, di origine polacca, è morta a seguito di un violento incidente stradale avvenuto nel primo pomeriggio di lunedì 8 giugno sulla strada provinciale 96 che collega Francavilla Fontana a Manduria, al confine tra le province di Brindisi e Taranto.

Lo scontro ha coinvolto una Renault Megane, condotta da un uomo, e un Fiat Ducato a bordo del quale viaggiavano cinque lavoratori, che secondo le prime ipotesi investigative sarebbero tutti braccianti agricoli.

Nell’impatto sono rimaste ferite altre cinque persone, tra cui una donna in condizioni particolarmente gravi. Il bilancio complessivo è di tre donne e tre uomini coinvolti, tutti trasportati negli ospedali della zona, con ricoveri classificati tra codici rossi e gialli.

Una donna di 57 anni sarebbe in condizioni gravi. 

09/06/26

Licenziata dopo un aborto spontaneo: lavoratrice tarantina si rivolge al Tribunale - Massima solidarietà dalle compagne/lavoratrici Mfpr di Taranto

Dopo aver subìto un aborto spontaneo, una donna si è vista recapitare una lettera di licenziamento per superamento del periodo di comporto. È il caso di una lavoratrice tarantina, alle dipendenze di una multinazionale tedesca con una filiale anche nel capoluogo ionico, rimasta senza lavoro in seguito ad un aborto spontaneo. Una condizione che, data la normativa vigente, non può computarsi come malattia. La multinazionale, dunque, ha licenziato la lavoratrice nonostante la sua situazione. La donna si è quindi rivolta all’avvocato Fabrizio Del Vecchio per tutelare la propria posizione. Il legale ha impugnato il licenziamento davanti al Tribunale del Lavoro di Milano, dove ha sede la società, definendolo “ingiurioso e in ogni caso nullo, illegittimo, privo di giusta causa o giustificato motivo”.

07/06/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Interventi su "Produzione e riproduzione" - 3 - “Le donne sono soffocate dal lavoro (il lavoro domestico) più meschino, più umiliante..."

Abbiamo visto che con la nascita della proprietà privata e l'alienazione della donna dalla produzione sociale, si è perso il valore collettivo del ruolo economico della donna nella società. La direzione dell'amministrazione domestica, nella famiglia singola monogamica, ha perso il suo carattere pubblico, sociale, ed è diventato un servizio privato, escluso dal processo produttivo.
Nello stesso tempo il lavoro domestico, inteso appunto come lavoro riproduttivo, è essenziale per la società capitalista, e questo lavoro comporta un alto grado di fatica, di logoramento fisico e psichico.
Lenin parla proprio di una schiavitù domestica: "Le donne sono soffocate dal lavoro più meschino, più umiliante, più duro, più degradante, che le relega nell'ambito ristretto della casa e della famiglia. Un lavoro barbaramente improduttivo, monotono, snervante, che inebetisce e opprime, e non può, neanche in misura minima, contribuire allo sviluppo della donna."
Lo sviluppo della grande industria, con l'immissione di donne e di adolescenti nella produzione sociale, ha indubbiamente rotto, almeno in parte, l'isolamento e l'immobilità patriarcale precapitalistici che costringevano le donne proletarie nella cerchia ristretta dei rapporti familiari domestici. Ma, come osservava Lenin, in regime capitalistico la metà del genere umano subisce una duplice oppressione, l'oppressione del capitale e l'oppressione della casa, la “schiavitù domestica”, perché l'ineguaglianza giuridica permane anche nelle repubbliche borghesi più democratiche.
Questa condizione abbrutisce le donne e le fa arretrare. Di fronte all'arretratezza della donna, di fronte alla incomprensione della necessità della lotta di classe, degli ideali rivoluzionari, diminuisce anche la combattività dell'uomo, la sua tenacia nella lotta di classe. E' un circuito vizioso, difficile da arrestare, ma spezzarlo è necessario, non solo per l’emancipazione della donna, ma di tutto il proletariato.
Sull'uguaglianza giuridica, e quindi formale dei sessi, Lenin ha più volte attaccato l'ipocrisia della propaganda borghese, dimostrando, con l'evidenza dei fatti, con i risultati ottenuti con la rivoluzione bolscevica, che a parole la democrazia borghese promette l'uguaglianza e la libertà, ma di fatto, persino la repubblica borghese più avanzata, non ha dato alla metà del genere umano, ossia alle donne, la piena uguaglianza giuridica con l'uomo, né l’ha liberata dalla tutela e dall'oppressione dell'uomo.
Scriveva Lenin: "la democrazia borghese è una democrazia fatta di frasi pompose, di espressioni altisonanti, di promesse magniloquenti, di belle parole d'ordine, di libertà e di uguaglianza, ma tutto ciò, nei fatti, dissimula la mancanza di libertà e di uguaglianza per i lavoratori e gli sfruttati. Il diritto al divorzio, come tutti i diritti democratici senza eccezione, può essere attuato in regime capitalistico difficilmente, in modo convenzionale, limitato, angusto e formale. Tutta la democrazia consiste nella proclamazione di diritti realizzati assai poco e assai convenzionalmente sotto il capitalismo. Ma il socialismo è inconcepibile senza questa proclamazione, senza la lotta per realizzare questi diritti immediatamente, senza l'educazione delle masse nello spirito di questa lotta."
La democrazia borghese - continuando a citare Lenin - non distrugge l'oppressione, ma rende solo più pura, più ampia più aperta e più energica la lotta di classe.
Quanto più democratica è la struttura statale, tanto più risulta chiaro che la radice del male è il capitalismo, non la mancanza di diritti. Quanto più completa è la libertà e l'uguaglianza giuridica dei sessi, tanto più chiaro risulta per la donna che la fonte della sua schiavitù domestica va ricercata nel capitalismo e non già nella mancanza di diritti.
Il capitalismo unisce all'uguaglianza puramente formale, l'ineguaglianza economica e quindi sociale. E' questa una delle sue caratteristiche fondamentali, ipocritamente dissimulata dai sostenitori della borghesia.
E' stato detto che l'indice più importante del progresso di un popolo è lo stato giuridico della donna. C'è in questa formula, scriveva Lenin, una parte di profonda verità: da questo punto di vista soltanto la dittatura del proletariato, soltanto lo Stato socialista potevano raggiungere, e hanno raggiunto, il grado più avanzato di progresso.
Soltanto con l'abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione, quindi soltanto in uno stato socialista, è possibile trasferire alla società le funzioni educative ed economiche del nucleo familiare.
Questo per la donna significa liberazione dalla vecchia fatica massacrante della casa e dallo stato di soggezione all'uomo, permettendole di sviluppare appieno il suo ingegno e le sue inclinazioni, e permette all'infanzia di crescere libera dal giogo familiare.
La socializzazione del lavoro di cura, del lavoro riproduttivo, sarà un compito che spetterà principalmente alle donne, alle proletarie attuare.
Dall'esperienza della rivoluzione bolscevica, dopo la parità sul piano giuridico, sono cominciati a sorgere istituti di maternità, asili nido, mense, lavanderie, case per le donne e per i bambini ecc..
Ogni istituzione utile alla collettivizzazione di questo lavoro di cura è un germoglio da cui può crescere una nuova società.
Volevo finire con questo pezzo di Lenin:
"Il movimento operaio femminile si pone come compito principale la lotta per conquistare alla donna l'eguaglianza economica e sociale, e non soltanto quella formale. Far partecipare la donna al lavoro sociale, produttivo, strapparla alla «schiavitù domestica», liberarla dal peso degradante e umiliante, eterno ed esclusivo della cucina e della camera dei bambini: ecco qual è il compito principale. Sarà una lotta lunga perché esige la trasformazione radicale della tecnica sociale e dei costumi. Ma essa si concluderà con la completa vittoria del comunismo."

04/06/26

Molto bene! La PM impugna la vergognosa assoluzione degli 8 autisti violentatori dell'Amat di Taranto

  


Il Movimento femminista proletario rivoluzionario di Taranto saluta e appoggia incondizionatamente questa giusta decisione della PM Marzia Castiglia.

Le violenze sessuali c'erano eccome - Il MFPR aveva fortemente denunciato quelle assoluzioni (in calce il nostro comunicato di aprile)

DALLA STAMPA LOCALE

Autisti Amat accusati di violenza sessuale, la Procura impugna la sentenza di assoluzione: chiesto il processo d'appello

Il pubblico ministero Marzia Castiglia contesta le motivazioni dell'assoluzione pronunciata dal Tribunale di Taranto e chiede una nuova valutazione del quadro probatorio

La Procura della Repubblica di Taranto ha infatti presentato ricorso in appello contro la decisione pronunciata il 22 gennaio scorso dal collegio giudicante presieduto da Elvia Di Roma, che aveva assolto tutti gli imputati con la formula "perché il fatto non sussiste".

A proporre l'impugnazione è stato il pubblico ministero Marzia Castiglia, titolare dell'inchiesta, che contesta le conclusioni cui era giunto il Tribunale, ritenendo la motivazione della sentenza affetta da profili di illogicità e contraddittorietà.

Secondo la Procura, il giudizio assolutorio non avrebbe adeguatamente valorizzato gli elementi emersi nel corso del dibattimento, in particolare le dichiarazioni della persona offesa, le intercettazioni telefoniche, la documentazione sanitaria acquisita agli atti e le relazioni degli specialisti che avevano seguito la giovane durante le indagini.

Nel ricorso viene inoltre contestata la valutazione operata dai giudici in merito alla condizione di vulnerabilità della ragazza e alla sua capacità di esprimere un consenso valido rispetto ai fatti contestati. Per l'accusa, il quadro probatorio raccolto nel corso dell'istruttoria sarebbe stato idoneo a sostenere l'impianto accusatorio e meriterebbe una nuova valutazione in sede di secondo grado...

La vicenda giudiziaria approda ora davanti ai giudici di secondo grado, che saranno chiamati a riesaminare il complesso materiale probatorio raccolto nel corso del procedimento e a pronunciarsi sulla correttezza della decisione adottata dal Tribunale di Taranto e sulla linea difensiva sostenuta dal nutrito collegio di legali che ha rappresentato gli imputati, gli avvocati Andrea Digiacomo, Marino Galeandro, Giorgio Mingolla, Pasquale Miraglia, Aldo Massaro, Vincenzo Monteforte, Pierluigi Morelli, Alessandro Scapati, Alessandra Semeraro e Marco Zito...

«Gli imputati, tutti adulti e dipendenti Amat, hanno approfittato della frequentazione abituale della ragazza sui mezzi pubblici, instaurando con lei rapporti confidenziali progressivamente degenerati in condotte sessualmente invasive» e le prove acquisite nel processo consentono di «ritenere provato il delitto di violenza sessuale, sia sotto forma di costrizione, che sotto forma di induzione». È quanto scrive il pm Marzia Castiglia nell'atto d'appello con il quale ha impugnato la sentenza di assoluzione degli otto autisti coinvolti nell'inchiesta sugli abusi ai danni di una ragazza con disabilità psichica a bordo dei mezzi di Kyma Mobilità tra il 2018 e il 2019.

Il collegi di giudici in primo grado ha assolto gli imputati sostenendo che gli atti sessuali narrati dalla ragazza ci sono stati, ma nel dibattimento non è emersa la prova che la giovane sia stata costretta a subirli... 

Per il pm Castiglia, invece, le cose non stanno così. «Si ritiene – scrive il magistrato inquirente - che la pronuncia assolutoria non abbia tenuto adeguatamente in conto il compendio probatorio acquisito all’esito della celebrazione di tutto il dibattimento»: il riferimento, in particolare è innanzitutto alle dichiarazioni rese in aula dalla ragazza e poi alle intercettazioni telefoniche.
A questo per l'accusa si aggiungono le conversazioni captate dagli investigatori che «hanno fornito ulteriori importanti riscontri in merito alla effettiva sussistenza delle condotte attribuite agli odierni imputati».
Elementi che, insieme con altri, per la Procura sono sufficienti a condannare gli autisti la cui posizione, ora, dovrà passare al vaglio della Corte d'appello di Taranto che deciderà se conferma o meno la sentenza di primo grado.

LA DENUNCIA DEL MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO DI TARANTO ALLA VERGOGNOSA SENTENZA DI ASSOLUZIONE 

Uscite le motivazioni della sentenza degli autisti violentatori - Una vergogna inaccettabile!

Le motivazioni depositate 2 giorni fa della sentenza che ha assolto tutti gli 8 autisti Amat perchè "il fatto non costituisce reato" sono oscene e da respingere!

Nei primi giorni di maggio il Movimento femminista proletario rivoluzionario farà un presidio al Tribunale e chiama femministe, ragazze, avvocate, ad organizzarlo insieme.

Non solo gli 8 violentatori sono stati assolti con formula piena (neanche una formula come: 'ripetute molestie, abusi sessuali' è stata usata), ma nelle motivazioni si scrive che è la ragazza che non ha dimostrato di aver subito violenze "costrizioni"; Sì - dicono i giudici - ci sono state atti sessuali ma la ragazza non ha dimostrato chiaramente di essersi opposta. La denuncia fatta dalla ragazza non ha quindi valore; peggio: il fatto che fosse un pò disabile mentalmente, invece di costituire un aggravante (come aveva chiesto il PM), viene ritenuta una prova di non credibilità. 

VERGOGNA GIUDICI! 

Una sentenza che dice che le denunce, sempre molto sofferte, in cui pesa a volte la vergogna, insieme ad una giusta sfiducia nella giustizia, sono a prescindere non vere; e che è la donna che deve portare prove provate che ha subito violenze sessuali, non gli uomini. E' la donna che deve dimostrare il "dissenso"; per cui se non dimostra un rifiuto "esplicito", se non grida, se non chiede aiuto, se ritarda nella denuncia, la violenza non è avvenuta...

A Taranto, siamo addirittura nella applicazione ultra rigida di questo abominio: nella sentenza i 3 giudici (di cui 2 donne...) riconoscono che "le condotte degli autisti sono "deprecabili" e "di deplorevole moralità", specialmente perché commesse da incaricati di un pubblico servizio", parlano anche di "abusi sessuali", riconoscono che gli atti sessuali avvenivano in zone deserte, dopo che erano state serrate le porte dei bus (e chi poteva portare i bus in queste zone, vicino all'Ilva, chi poteva serrare le porte, se non gli autisti!?); ma voi porci autisti non dovete provare nulla e... siete tutti assolti! Perchè quella "imbranata"/timida ragazza non ha LEI dimostrato la "coercizione". Quindi siamo all'affermazione per cui: il "consenso" della ragazza effettivamente non c'era, ma non c'è prova di "dissenso".

Questa sentenza è molto grave anche perchè può fare "scuola", queste motivazioni potranno essere usate contro tante altre donne.

Ultima sottolineatura vergognosa: questi 8 autisti violentatori sono stati in questo lungo periodo del processo totalmente appoggiati dai sindacati Cisl e Cisal, che hanno giubilato ora per la loro assoluzione. Ma essi stessi si auto denunciano come "complici", perchè - e noi l'abbiamo accertato - tutti all'Amat sapevano, dato che gli autisti si vantavano sui social delle loro violenze sessuali. 

Riportiamo di seguito alcuni articoli stampa. Ma questa ulteriore violenza non deve passare! Abbiamo già detto che daremo il massimo sostegno alla ragazza se vuole andare avanti, insieme all'appoggio legale per fare anche appello contro questa schifosa sentenza.

Ma prima di tutto dobbiamo respingere questa sentenza, con la nostra mobilitazione. 

Movimento femminista proletario rivoluzionario

WA 3475301704