11/03/26

Da Bergamo: Sciopero delle donne, delle operaie, delle immigrate doppiamente sfruttate e discriminate - ma sempre determinate a lottare!

Questi sono gli scioperi veri, le iniziative alle fabbriche che servono, che danno il segno di classe alla giornata di lotta delle donne e che dicono che l'8 marzo deve essere soprattutto proletario e... rivoluzionario.  

Alla fabbrica Beretta di Trezzo
La riuscita dello sciopero delle donne, alla fine fatto con lo spirito giusto dalle operaie iscritte allo Slai Cobas, è rimasta in forse fino all’ultimo minuto. Ma via via che si discuteva, perchè i dubbi di alcune lo avevano bloccato, per il costo o per l’utilità di scioperare in poche, si sono trasformati nella convinzione a farlo di quasi tutte e nella partecipazione al presidio davanti alla fabbrica.
Il presidio, organizzato a volo, ha valorizzato lo sciopero per le stesse lavoratrici che hanno scioperato e restituito a tutta la fabbrica il carattere ampio dell’8 marzo, della lotta delle donne di cui sentirsi parte, verso cui fare la propria parte anche se minoranza nello stabilimento, e ha detto che la paura dello sciopero per le minacce dei capi, si vince scioperando. Significativa la raccolta di immagini dalle manifestazioni delle donne del mondo condivisa e attaccate sul portone della fabbrica, a segnare che nello sciopero le donne si uniscono e che quindi seppur in poche, non erano sole a portare il giusto messaggio di ribellione. Anche con un ingrandimento della locandina mfpr, diffuso il foglio e l'appello denuncia per la multa CGS.
Lo sciopero è stato portato a tutta la fabbrica e la sua preparazione è diventata nuova occasione per avere altri elementi sulla condizione delle lavoratrici, ferme restando le mille difficoltà a parlare alla portineria.
Le operaie precarie, in maggioranza giovani e immigrate, manifestano apertamente contro il ricatto del posto di lavoro, ma questo ricatto finisce per far accettare tante discriminazioni e maltrattamenti anche da chiunque in fabbrica si senta ‘superiore’ all’operaia dell’agenzia, a partire da certe colleghe più anziane fino a capi capetti e direzione.
Nelle parole delle operaie in sciopero è emersa la condizione di doppia oppressione per le donne che faticano a trovare il lavoro, lavoro che è condizione di autonomia, ‘io sono sola, con i figli se perdo il lavoro come faccio…", "hanno chiuso l’altra fabbrica... io non vorrei... ma se parlo non mi rinnovano il contratto", fino alle molestie di certi capi, baci, carezze, abbracci… di cui qualcuna ha trovato il coraggio di parlare.
Dopo il primo sciopero nella storia di questa fabbrica, quello delle donne del’8 marzo 2022, il 9 marzo 2026 le operaie per la prima volta hanno lottato unite tra fisse e appalto, con Slai Cobas, rompendo la divisione imposta dal padrone e coltivata da Cgli e Cisl.

Alla Montello di Bergamo
corteo delle operaie Montello di qualche anno fa
Qui, quest'anno non c'è stato lo sciopero, ma alle portinerie, è stato diffuso il volantino, il foglio nazionale del Mfpr e portato lo sciopero del 9.
E' stato comunque importante perché abbiamo parlato con un gruppo delle operaie iscritte allo Slai cobas sc e delegate a partire dal significato dello sciopero delle donne proprio per le operaie della Montello, che negli altri anni sono state l'avanguardia di questo sciopero, da cui ripartire per riprendere la lotta sulle condizioni in fabbrica. Vi sarà un incontro specifico per approfondire i contenuti e ripartire con l'azione in fabbrica per unire le operaie, ad esempio sulla questione parità salariale ma anche sul problema degli attacchi razzisti e fascisti del governo.
Questa strada trova gli ostacoli dei sindacati confederali. Ma questo sta insegnando di diffidare di chi usa i lavoratori come pacchetti di tessere; questi sindacalisti sono veramente dannosi alla forza delle operaie, sempre pronti a buttare fango sullo Slai Cobas per propri interessi individuali.
La nostra strada è un'altra e lo abbiamo dimostrato nelle varie battaglie in cui le operaie hanno avuto fiducia, hanno lottato e hanno conquistato dei risultati, come tempo fa il rientro in fabbrica di 17 lavoratrici licenziate.
Per questo, anche se questa volta le operaie della Montello non hanno scioperato, lo "sciopero delle donne" è servito a porre le basi per una nuova ripresa della lotta che ci sarà.

Sulla cosiddetta "famiglia del bosco": un osceno sciacallaggio della Meloni e della sua misera corte ad usum campagna referendaria e rilancio di ideologie reazionarie

Un provvedimento di normale azione dei giudici (al di là di eventuali esagerazioni) di tutela dei bambini - come altri giudici fanno in tante altre occasioni - è preso come palla al balzo in una ignobile campagna referendaria in cui ogni occasione è buona per attaccare la magistratura e far votare Si. 

Chi allora sono gli sciacalli? Chi usa strumentalmente dei bambini per fare bassa propaganda usando bandierine reazionarie, integraliste, sulla "famiglia", sulla "madre", ecc? Chi allora fa violenza?

I bambini non sono "proprietà" della famiglia! E dove sta scritto che la "famiglia" è sempre un bene per i figli? In questa "famiglia" borghese sempre più in crisi avvengono troppe volte violenze, oppressioni, da film dell'orrore.

Quanta grande ipocrisia fanno lor signore sulla "famiglia". Ma cos'è la famiglia, quali sono i rapporti con i figli, che voi volete, in questa società? Togliamo il putrido velo che copre una realtà tutt'altro che idilliaca e che noi, come comuniste, vogliamo denunciare e abolire.

"Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l'educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari. E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l'influenza della società sull'educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l'educazione all'influenza della classe dominante. La fraseologia borghese sulla famiglia e sull'educazione, sull'affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro" 
(Da Il Manifesto del Partito comunista - Marx ed Engels)

"La famiglia (nella attuale società borghese - ndr) è un centro di egoismo, ma nella nuova società i rapporti tra genitori e figli saranno liberi da interessi materiali e passeranno ad una nuova fase storico; una volta privata delle sue funzioni economiche... la famiglia nel senso tradizionale del termine non esiste più(dall'opuscolo "Riprendiamoci la Kollontaj" - Mfpr)

Così, la "madre", senza aggettivi, viene innalzata ad emblema del bene dei bambini... Una sorta di "esaltazione", quasi religiosa, che è opposta ad ogni valutazione concreta, effettiva del ruolo di una madre.

I giornali, le Tv come servi, coscienti o, poche volte, incoscienti, stanno amplificando la vicenda (tra un pò non meravigliamoci se qualcuno ci potrà anche fare un film: "La famiglia del bosco"), vogliono parlare alla "pancia" della gente, per imporre a livello di massa concezioni fasciste.

Giornali, Tv a servizio del governo Meloni mettono subito dopo le notizie sulle guerre dei mostri imperialisti Trump/Netanyahu, sui bombardamenti, massacri di centinaia di bambini da Gaza all'Iran, le notizie della "famiglia del bosco"... E' un'evidente distrazione di massa, per deviare l'attenzione della gente. 

Poi il referendum sulla giustizia è alle porte, e come perdere questa ghiotta occasione per dire che bisogna votare contro la magistratura, della serie: vedete che fanno i giudici? Vi portano via i bambini...

Ecco, nessun proletario, nessuna donna può cascare in questa schifosa propaganda!

8/9 marzo da Milano: Una giornata di lotta dal mattino alla sera - Non nascondiamoci i problemi - Un dibattito utile che è bene che si estenda

I giornali hanno raccontato lo sciopero dell’8 marzo come un semplice sciopero “del sindacalismo di base”, concentrandosi esclusivamente sui possibili disagi in scuola, sanità, università e ricerca. È scomparsa la ragione vera: una giornata di lotta femminista, che denuncia le condizioni materiali e ideologiche che continuano a colpire le donne.
Al mattino del 9 marzo la partecipazione degli studenti è stata vivace e determinata, particolarmente prezioso il rapporto che si è creato con le studentesse che hanno letto, fotografato e condiviso il nostro striscione con entusiasmo, riconoscendosi nel messaggio e facendolo circolare ben oltre il corteo.
La performance che si è svolta nelle vicinanze del consolato americano: il fantoccio con la faccia di Trump è stato bruciato ed è stato un gesto contro politiche oppressive e violente che ha dato voce a una rabbia lucida e collettiva.
Il nostro striscione ha avuto un grande impatto: moltissime persone lo hanno fotografato e abbiamo rilasciato due interviste, a Milano Today e Telenova, segno che la nostra presenza è stata vista, ascoltata e riconosciuta.
L'adesione parziale della CGIL, limitata a scuola e università, è stata vissuta da molte lavoratrici come una scelta divisiva, che ha finito per escludere proprio le operaie e le lavoratrici dei settori più esposti alle disuguaglianze.
Nel pomeriggio abbiamo partecipato al corteo indetto da NUDM che ha una buona capacità di attirare un buon numero di persone, ma riscontriamo una difficoltà crescente a trasformare questa curiosità in relazione, parola, conflitto condiviso.
Al nostro banchetto il movimento c’era, visibile, riconoscibile. La gente si avvicinava, guardava, prendeva il foglio che ha catturato attenzione, ha fatto fermare molte persone.
In un contesto di miseria politica e sociale come quello in cui ci muoviamo, non è un risultato da poco. Ma resta la sensazione che la superficie sia più affollata della profondità, che la disponibilità a “vedere” non coincida con la disponibilità a “parlare”, a interrogarsi, a mettersi in gioco.
Quello che emerge, dunque, è un clima di partecipazione leggera, quasi turistica, che riflette un arretramento collettivo: la protesta come gesto per identificarsi e, appunto, mostrarsi, come se tutto ciò sia sufficiente; manca la tensione o propensione a provare ad affrontare un reale processo di trasformazione. 
Un 8 marzo che dice quanto lavoro c'è da fare per riaprire spazi e per ricostruire legami politici che vadano oltre l’occhiata veloce e la simpatia di superficie.


UN DIBATTITO UTILE - per avviare la giusta via della lotta femminista e di classe

Da una compagna lavoratrice delle Marche:
Cara compagna, bisogna smettere di andare in piazza e cominciare andando ai cancelli delle fabbriche e bloccare la produzione. Serve una disamina su che cosa è oggi la classe operaia, intercettare e politicizzare quelle donne e portarle nel dibattito politico. Ma la vedo molto dura in quanto tutte le associazioni e le realtà che si richiamano al trasfemminismo oggi si muovono fin troppo bene in questo sistema e mai si metterebbero di traverso. Noi operaie precarie siamo completamente invisibilizzate 

Risposta del Mfpr di Milano:
Cara compagna, condivido la tua idea che bisogna tornare davanti ai cancelli delle fabbriche: senza toccare la produzione, la nostra lotta resta simbolica. Le operaie, soprattutto le precarie, sono state rese invisibili per anni, e riportare la lotta nei luoghi di lavoro è difficile, ma fondamentale.
Ma proprio perché è l’8 marzo non possiamo dimenticare che la forza di questa giornata sta nella presenza delle donne in tutte le loro condizioni materiali: lavoratrici, migranti, precarie, disoccupate. La piazza e la fabbrica non sono alternative: sono due terreni che devono parlarsi, perché la nostra oppressione non si divide in compartimenti stagni.
Sulla questione del transfemminismo, condivido il limite che vedi anche tu. Non perché le differenze non contino, ma perché una parte di quel discorso è diventata troppo centrata sull’identità individuale, rischiando di lasciare indietro proprio chi è più sfruttata. Le sigle – L, G, B, T, Q… – non dovrebbero essere un elenco da recitare, ma vite reali da difendere dentro una pratica collettiva.
La solidarietà non nasce dall’identità, ma dalla condizione comune di chi subisce precarietà, bassi salari, ricatti, violenza economica e sociale.
E questo vale anche per i sindacati: molti danni sono stati fatti, anche da quelli di base, e lo sappiamo molto bene.
Ma proprio per questo serve ricostruire legami, non chiuderci in cerchie sempre più piccole. La lotta non può permettersi di escludere nessuno: né chi sta in piazza, né chi sta in fabbrica, né chi vive discriminazioni diverse dalle nostre.

10/03/26

8/9 marzo a Palermo con lo sciopero delle donne

Doppia giornata di azione a Palermo 
L'8 marzo alla manifestazione promossa da Nudm Palermo ha visto il dispiegarsi di un corteo di alcune migliaia di partecipanti che ha attraversato buona parte del centro storico. 
Anche quest'anno presenti tante giovani e giovanissime vivaci e determinate, molto sentita, parlando con alcune di esse, la questione del vergognoso Ddl Bongiorno/stupri sull'eliminazione del consenso. 


Soprattutto al concentramento abbiamo diffuso senza difficoltà il foglio speciale Mfpr e il volantino/piattaforma dello sciopero, in particolare diverse giovani si sono avvicinate incuriosite dallo striscione esposto e anche fotografato, con cui abbiamo voluto portare il messaggio della necessità come donne di considerare centrale oggi la lotta contro il governo Meloni del moderno fascismo e del moderno medioevo che avanza, all'interno della lotta più ampia contro questa società capitalista, vera causa della condizione di oppressione della maggioranza delle donne. 

Apprezzate e prese volentieri le due locandine fatte per l'8 marzo e riprodotte in adesivo. 

Con un cartello abbiamo voluto portare anche il messaggio di forte solidarietà alle donne palestinesi, alle donne iraniane e a tutte le donne che lottano contro la guerra imperialista fino al cuore pulsante costituito dalle donne e compagne rivoluzionarie dall'India al mondo intero.

Il 9 marzo nella giornata dello sciopero delle donne in azione con le lavoratrici precarie delle Coop Sociali. 
Prima a Piazza Verdi con una tappa al presidio di Nudm per lo sciopero  dove erano presenti delegazioni di lavoratrici della Filcams e Flc Cgil e Usb. Abbiamo esposto lo striscione e la piattaforma  dello sciopero riprodotta in un grande pannello, la piattaforma è stata poi diffusa dalle precarie  alle altre lavoratrici presenti della scuola, settore turismo e ristorazione in particolare, che hanno denunciato le problematiche legate alla loro condizione di lavoro e di donne al microfono aperto. 



Le compagne di Nudm ci hanno invitato a parlare  e siamo intervenute. 

                                                      video 


Dopo l'intervento alcune lavoratrici si sono avvicinate esprimendo condivisione su quanto detto, in particolare  sulla questione del moderno patriarcalismo prodotto e legato alla società capitalista e alla fase specifica in cui viviamo oggi, vedi la questione dei femminicidi. 
da Palermotoday

Ci siamo spostate quindi alla Prefettura dove le precarie hanno animato un sit-in di denuncia della loro condizione di sempre più precarietà ed instabilità economica e di vita, denunciando i falsi proclami del governo Meloni  sui miglioramento della condizione di lavoro e di vita della donne  che invece questo governo attacca sin da quando si è insediato in ogni ambito. 

Una delegazione di precarie ha chiesto e ottenuto un incontro con il vice-prefetto a cui è stata espressa tutta la denuncia e protesta consegnando la piattaforma dello sciopero delle donne e un documento specifico sulla condizione di lavoro/non lavoro delle precarie Coop sociali, ribadendo  con forza che il lavoro non si tocca e sarà difeso perchè legittimo e giusto. 

Ungheria: Una poesia di Maja, incarcerata, per l'8 marzo - Solidarietà

L'8 marzo, Giornata internazionale della donna, Maja ha spedito questa poesia:
"Né Dio, né Stato, né patriarcato", si poteva leggere una volta su un muro... Ora c'è una guardia e la vernice è sbiadita; il quartiere è condannato all'obbedienza – o almeno così sembra, così hanno decretato la legge, la ragione e l'amministrazione distrettuale, ma noi ci rifiutiamo di accettarlo... […] Quindi, ci uniamo alle fila, chiedendoci di chi fidarci? Di Dio o dello Stato? Abbiamo i nostri corpi e le nostre sorelle con noi! Consapevoli che è il patriarcato è dividere, noi, gioiose e irriverenti, riempiamo le strade di bassi, plasmando la città a nostra immagine, devianti, queer, e con compagne e compagni solidali contro il capitalismo, la cultura dello stupro e il patriarcato. Abbiamo il nostro Giardino dell'Eden con noi; invita le femministe queer di Migrantifa a unirsi!
Con tutta la nostra solidarietà alla manifestazione dell'8 marzo, che il futuro rimanga pieno di tenerezza, coraggio e spirito combattivo. A presto!

09/03/26

A nostra madre, intervento di Luigia del Mfpr e della sorella Luisa al termine del corteo dell'8 marzo a L'Aquila

Bella, come la liberazione che riscattò la tua adolescenza da un'infanzia vissuta sotto la dittatura nazifascista.
Per il regime di Mussolini tu dovevi essere figlia della lupa e dovevi credere, obbedire e combattere. Ma tu eri figlia di un socialista e di una partigiana comunista. A te quel regime riservò guerra, fame, persecuzione, e i brandelli di carne di tuo fratello morto, mentre lavorava per la Resistenza. 
Quel dolore e quell'orrore lo hai portato con te tutta la vita, e lo hai raccontato, perché non dovesse ripetersi mai più. 
Eri credente sì, ma in un Dio universale e non sessista, non razzista. 
Ed obbedivi sì, ma solo al tuo cuore. 
E combattevi sì, ma per la libertà di tutte e tutti.
Hai sempre dovuto lavorare duramente per crescere i tuoi fratelli, le tue sorelle, le tue figlie, e non hai potuto continuare gli studi, ma hai vigilato sempre sulla nostra istruzione e sulla nostra educazione.
Ricordo quando arrivasti a scuola con papà per dare lezioni di democrazia al nostro maestro di quinta elementare, che aveva omesso di dirci che Hitler era un dittatore nazista responsabile di crimini contro l'umanità.
Accogliente e protettiva con tutt*, ma forte e testarda come una roccia, non sfuggivano alle tue lezioni le nostre compagne di scuola.
Venivano da noi a casa per giocare e tu non le lasciavi andare via se non ripetevano spedite i compiti di storia e geografia. Grazie alle tue lezioni le nostre amiche pastorelle presero le prime sufficienze. 
Eri la sentinella di una democrazia fragile, con i nervi scoperti dalla reazione clerico fascista che cercava di soffocare l'onda lunga della Resistenza, i venti degli anni 60/70, con le bombe nelle piazze e le controriforme in Parlamento. 
Tu non avresti divorziato, ma hai fatto una campagna attiva per il divorzio, casa per casa, convincendo anche le famiglie più lontane ed arretrate del paese a votare no al referendum abrogativo. 
Casa per casa, grazie alla tua campagna, fu istituito uno scuolabus per accompagnare i bambini e le bambine a scuola. Prima di esso, molt* di noi erano costrett* a recarvisi a piedi per km, munit* di bastoni o di frasche per difendersi da aggressori e pedofili. 
Tu non hai fatto soltanto la mamma, ma molto di più, Fernanda. 
Eri falegname, muratora, agricoltrice, hai lottato per l'emancipazione tua e di tutte le donne.
A modo tuo hai combattuto contro un ritorno al passato. Un ritorno che però c'è stato perché non tutti hanno avuto l'onore di partecipare alle tue campagne, di ascoltare i tuoi ricordi.
E quel passato è tornato, più feroce di prima, con il suo carico di guerra, morte, insicurezza, fame e repressione.
Sei ritornata bambina quando ti sei ammalata e abbiamo cercato di proteggerti da quell'orrore che tornava. 
Ma tu lo sentivi ugualmente. 
Nonostante spegnessimo la TV e non portassimo giornali a casa, tu rivivevi la guerra, il genocidio, il moderno nazifascismo. 
Quando arrivava la notte cercavi rifugio dalle bombe e volevi ci blindassimo in casa, chiudendo serrande e finestre. 
Forse avevi ragione tu, dovevamo rinchiuderci in casa e contare solo sulle nostre forze anche per fronteggiare la tua malattia. Forse, anzi, sicuramente, non potevamo contare su un sistema sanitario a misura del profitto e non dell'umanità.
Ma ci siamo illuse che un briciolo di questa umanità fosse rimasto e ti abbiamo messo nelle mani fameliche di una struttura privata convenzionata, l'unica accreditata a trattare la tua malattia senza averne i requisiti.
Un infermiere su 85 pazienti per risparmiare sui costi del personale, sporcizia e insicurezza degli ambienti e malati abbandonati a sé stessi perché i soldi pubblici servono per la guerra e non per investire sulla sanità e le cinture di contenzione per trattenere la tua ribellione, anche quando non avevi più la forza per muoverti, anche quando dormivi profondamente da giorni, per i sedativi e per la debolezza, perché lì hai smesso di nutrirti e idratarti. E qualcun* lì ha avuto anche l'intollerabile arroganza di chiederci "ma che le avete dato per farla stare così?" "Così", ovvero in uno stato soporifero profondo innaturale. Noi, che cosa le abbiamo dato???!!!! Loro, che cosa le hanno dato o non dato!!!!!!!!
Avremmo dovuto dar retta al nostro istinto e portarti via subito fuori da lì, mamma, ma ci dicevano che dopo le prime settimane ti saresti ambientata, che ovunque, non solo lì, il personale sanitario era poco e le cose non sarebbero andate diversamente. E poi quella valutazione: "paziente con demenza", che non lasciava scampo: curarti a casa era impossibile senza un capitale, senza poter pagare un medico, un infermiere privato e due badanti di giorno e di notte che ti accudissero ogni volta che sarebbe servito.
Avevi perlomeno altri due o cinque anni di vita dignitosa e libera davanti a te.
Avevi bisogno di una terapia adeguata e ti è stata negata.
Avevi bisogno di dolcezza e hai trovato violenza. 
Avevi bisogno di amore e hai trovato dolore.
Sei morta da sola mamma, di fame, di sete e di malattie, in una struttura sanitaria che avrebbe dovuto curarti e non lo ha fatto perché doveva risparmiare sul personale sanitario.
Non accettiamo le condoglianze di chi si è reso complice di un sistema inumano, basato sul profitto, sulla guerra e sulla sopraffazione.
Un sistema che vorrebbe farti nascere a comando per la guerra e per il profitto dei padroni assassini. 
Un sistema incarnato non soltanto dagli attuali governi a livello nazionale e regionale, ma anche da quelli precedenti, che ti uccide quando non servi più, quando sei vecchio, fragile o ribelle.
L'orrore del passato è tornato mamma, e noi ti vendicheremo. 
La tua morte, come quella di tante persone, uccise da questo sistema capitalista imperialista saranno lo sprone per una nuova Resistenza e per una vera liberazione. 
Arrivederci amore nostro!!!!
Bella ciao!!!!

8 marzo dall'India - liberare tutte le prigioniere politiche


In occasione della Giornata Internazionale della Donna, dedicata alle donne che in tutto il mondo lottano per il rispetto, la giustizia, l'uguaglianza e la libertà, la Campagna contro la Repressione di Stato (CASR) esprime la sua solidarietà.
Mentre la Giornata Internazionale della Donna è celebrata come simbolo di emancipazione femminile e resistenza in tutto il mondo, molte prigioniere politiche in India sono state rinchiuse in carcere per molti anni senza essere sottoposte a frequenti processi, sotto leggi crudeli come l'UPA.
La CASR condanna fermamente la costante detenzione di attiviste, avvocate e insegnanti ai sensi dell'UAPA, con accuse fittizie. Molte di queste donne sono state sottoposte a processo e hanno trascorso anni in prigione senza mai concludere i loro casi. Coloro che sono stati condannati a una incarcerazione ingiusta

    Syeda Asia Andrabi, condannata a 8 anni di carcere
    2. Sophie Fehmida, condannata a 8 anni di carcere
    3. Nahida Nasreen, condannata a 8 anni di carcere
    4. Avvocato Bellala Padma, sotto processo 2 anni e 9 mesi
    5. Binda Sona, sotto processo 2 anni
    6. Prabha, sotto processo 2 anni e 6 mesi
    7. Sunita Potham, sotto processo 1 anno e 9 mesi
    8. Sheila Marandi, sotto processo 4 anni e 4 mesi
    9. Jayeta Das, sotto processo 4 anni
    10. Narla Education, sotto processo 8 mesi
    11. Cosy, 3 anni
    12. Savitri, sotto processo 4 anni
    13. Woolmaya, sotto processo 2 anni
    14. Kamala, sotto processo 2 anni e 8 mesi
    15. D. Devendra, sotto processo da 3 anni e 8 mesi
    16. C.H. Shilpa, sotto processo da 3 anni e 8 mesi
    17. K. Sirisha, sotto processo da 2 anni e 9 mesi

Ci sono molte persone che non sono in questa lista.
Queste donne rappresentano molte lotte in diversi ambiti. Il governo sta abusando dell'UAPA per renderle un reato, per sopprimere la loro voce e per trattare la fiducia politica come un crimine. La maggior parte di queste donne proviene da contesti tribali e rurali. Tutte hanno partecipato attivamente a varie attività per la liberazione delle donne prima degli arresti. Invece di affrontare le questioni relative ai legittimi diritti alla terra, alle libertà civili e alla giustizia sociale da loro sollevate, lo Stato le ha etichettate come "terroriste" e le ha incarcerate in base a rigide norme antiterrorismo. Le condizioni di queste donne prigioniere sono molto gravi. La maggior parte di loro è sotto inchiesta. Il principio fondamentale del diritto è l'assoluzione fino a prova contraria. A causa delle rigide norme sulla cauzione previste dall'UAPA, è obbligatorio il carcere prima che il reato possa essere provato.
Le donne in carcere affrontano gravi problemi di ansia.
Molte affermano che la salute fisica e mentale peggiora a causa della detenzione prolungata, della mancanza di cure mediche adeguate e della severa detenzione. Alcune persone hanno avuto gravi problemi di salute riproduttiva, come l'aborto durante la detenzione.
La Giornata internazionale della donna è una celebrazione della giustizia, dell'uguaglianza e dell'impegno per i diritti delle donne. Ma oggi, i leader del governo, da un lato, pronunciano discorsi sull'emancipazione femminile e, dall'altro, la costante detenzione di queste prigioniere politiche è una testimonianza di questa duplice tendenza.
Il CASR ritiene che la detenzione di attiviste ai sensi delle leggi antiterrorismo sia un attacco ai diritti democratici. Il crescente numero di arresti ai sensi dell'UAPA implica che la legge venga utilizzata per reprimere l'opposizione politica, i movimenti per i diritti umani e altri movimenti di base pubblici, piuttosto che per contrastare il terrorismo. In questa Giornata Internazionale della Donna, il CASR avanza le seguenti richieste:

Tutte le prigioniere politiche incarcerate ai sensi di altre leggi brutali, inclusa l'UAPA, devono essere rilasciate immediatamente.
2. Tutte le donne in carcere devono ricevere cure mediche immediate.
3. L'abuso della legge antiterrorismo deve essere fermato per trattare il dissenso e le attività democratiche come reati.
4. Un processo rapido ed equo deve essere condotto in tutti i casi in carcere, in quanto detenute sotto processo da diversi anni.

Il CASR ha chiesto alle istituzioni democratiche, alle organizzazioni femminili e ai gruppi per i diritti civili di far sentire la propria voce in favore di queste donne che vengono incarcerate ingiustamente.
Tutte le prigioniere politiche devono essere rilasciate immediatamente.
L'UAPA deve porre fine agli abusi.
Proteggere i diritti democratici.

Campagna contro la repressione statale   (CASR)