30/06/26

Evoca - Electrolux: contro il caldo e lo sfruttamento padronale le lavoratrici, i lavoratori non ci stanno e lottano - Una battaglia giusta da estendere


martedì 30 giugno 2026

SCIOPERO EVOCA... PER L'EMERGENZA CALDO SCIOPERO INDETTO DALLO SLAI COBAS SC

 

Non vogliamo essere un fenomeno per i titoli dei giornali vogliamo ribellarci non essere condannati a produrre così difendiamo salute e sicurezza in fabbrica anche dal caldo

Le ordinanze, dove ci sono, sono indirizzate sostanzialmente a chi lavora esposto direttamente al sole. Dal 1 luglio entrerà in vigore un decreto per finanziare la cassa integrazione per condizioni climatiche estreme sia per l’agricoltura che per l’industria. Ma è un decreto del governo Meloni, quello attento a non ostacolare ‘gli imprenditori che producono’. Già depotenziato dimezzando da 33 a 15 i già pochi milioni stanziati nel 2025 e’ debole di fronte ai padroni che non vogliono fermare le linee e usano ogni mezzo per mandare avanti la produzione.

Invece le operaie e gli operai nei reparti, sulle linee di montaggio, sanno bene come sia pericolosa ‘la normalità della produzione’ come i capannoni diventano forni, trappole di umidità soffocanti ed i ritmi di lavoro devastanti.

Ma con i loro comunicati copia incolla delegati e loro sindacati condividono le preoccupazioni dell’azienda per ogni piccolo fermo che possa ritardare la macchina del profitto.

Tant’è che mentre le operaie hanno inziato a scioperare per l’emergenza caldo/umidità con Slai Cobas, negli ultimi comunicati sindacali parlano di incontri RSU/Azienda, di problemi produttivi, di piani per gli orari estivi per l’anno prossimo, di distributori di gelati a pagamento… da mettere nei reparti che nessuno ha chiesto.

Dimostrando quanto siano lontani dalla condizione di sfruttamento operaia delegati e sindacati Fiom Fim Uilm nel loro complesso e qui in particolare. Ciechi persino ai casi di buon esempio di lotta che pure arrivano anche dalle loro file.

Il caldo è un’emergenza perché il sistema di sfruttamento del capitale ha raggiunto un livello di distruzione e saccheggio enorme dell’insieme della natura. L’emergenza caldo è sempre più normalità anno dopo anno e questa andata di calore è stata ampiamente annunciata.

Ma per affrontarla servono ancora gli scioperi operai!

Per ribellarsi, per organizzarsi, per cambiare.

L'azienda non risponde alle rivendicazioni, il caldo e lo sfruttamento continuano, lo sciopero pure a sostegno delle richieste Slai Cobas  e delle lavoratrici.

Un incontro urgente che Slai Cobasa per un piano di prevenzione caldo, a partire dall’esperienza e dalle proposte operaie, per sconfiggere la logica di emergenza dove ‘si fa qualcosa' quando al salire (annunciato) delle temperature si manifestano i malumuri nei reparti.

Quindi per interventi immediati e strutturali, a aprtire dalla distribuzione di sali; acqua fresca in quantità sufficienti, visto che i distributori ‘da ufficio’ nelle aree break all'atto pratico risultano non dimensionati per erogare in tempi contingentati la quantità di acqua fresca richiesta; riposizionamento delle sonde termiche dei raffrescatori tra le linee, in modo che percepiscano la stessa temperatura e umidità delle operaie: manutenzione per rendere gli impianti di condizionamento sempre efficienti e pronti all’uso; un programma per pause extra retribuite e riduzione della velocità delle linee per l’emergenza caldo/umidità. 

Da ForlìToday

Caldo estremo in fabbrica: braccio di ferro all'Electrolux: disertare i turni

L'azienda rifiuta la richiesta di stop nelle ore più torride. Rsu Fiom passa all'azione: "Condizioni proibitive, mancano persino i raffrescatori"


Redazione 29 giugno 2026

Alta tensione nello stabilimento Electrolux di Forlì, dove l'ondata di calore che sta interessando la regione ha innescato una dura protesta sindacale. A fronte dell'allerta meteo, la Rsu Fiom Cgil ha richiesto formalmente la sospensione dell'attività lavorativa nelle ore pomeridiane, ricevendo però un diniego dall'azienda. Una chiusura che ha spinto i rappresentanti dei lavoratori a promuovere un'azione in “autotutela”, invitando il personale a non entrare in fabbrica o a posticipare l'inizio dei turni.

La Rsu Fiom Cgil, in un comunicato, denuncia la situazione: “Alla richiesta Rls di sospendere l'attività nelle ore più calde (12-18) per queste due giornate estreme, come indica anche la medicina del lavoro e le circolari Inps, la risposta dell'azienda per mail è stata che non ci sono motivi”. Il sindacato punta il dito contro le condizioni proibitive all'interno dei reparti produttivi, citando persino un malore occorso al Rspp durante il rilevamento delle temperature. Nel mirino anche la dotazione tecnologica dello stabilimento forlivese, definito come “l'unico stabilimento del gruppo che non ha adottato i raffrescatori affidandosi a ventilatori giudicati completamente insufficienti”.

La Rsu ribadisce la propria posizione: “Viste le alte temperature, l’allerta emanata dalla protezione civile e il sito Arpae che mette Forlì sotto bollino arancione e rosso, oggi e i prossimi giorni, stante che abbiamo chiesto all’azienda di coprire con Cigo, come da circolari Inps, ma la direzione non ha dato risposte positive... E' promossa un'azione in autotutela per la giornata di oggi, lunedì, dalle 12”.

Scuole materne di Milano piegate dal caldo, una mamma: “Asili senza condizionatori e con un solo ventilatore”

Una situazione inaccettabile che è frutto di un governo negazionista del cambiamento climatico che se ne frega dei bisogni di bambini, lavoratori e continua a spendere per le armi

La mamma di una bimba che frequenta l’ultimo anno di una scuola materna nel Municipio 9, a Milano, racconta a Fanpage.it le criticità riscontrate nell’asilo in queste ultime settimane di grande caldo senza un adeguato sistema di condizionatori.
A cura di Francesca Caporello

"Nell'asilo in cui va mia figlia c'è un solo ‘pinguino' che non è sufficiente per rinfrescare tutti i bambini e gli insegnanti. Fa molto caldo e spesso è difficile seguire tutte le attività in programma. Ma so che ci sono asili che non hanno nessun tipo di condizionatore e hanno solo qualche ventilatore", a parlare è la mamma di una bimba che frequenta l'ultimo anno di una scuola materna nel Municipio 9, a Milano.
Come lei, sono state molto numerose le segnalazioni arrivate alla nostra redazione da parte ci genitori che lamentano l'assenza di un adeguato sistema di condizionatori negli asili nido e nelle scuole materne milanesi. Si tratta infatti di una situazione critica diffusa in tante strutture diverse sparse nei vari Municipi della città.
Un malcontento che dalle parole è passato ai fatti. Venerdì 3 luglio alle 10 si terrà infatti un presidio sotto palazzo Marino, organizzato dai genitori dei bimbi della scuola materna Pezzi di Porta Romana a Milano, per richiamare l’attenzione dell’Amministrazione su una situazione diffusa, reiterata e non più sostenibile: le condizioni di caldo estremo all’interno degli edifici scolastici.
Intanto una rappresentante d’istituto e mamma di un bimbo frequentante una scuola materna nel Municipio 4 a Milano, zona Forlanini, ha lanciato una petizione rivolta al Comune – che in due giorni ha raccolto oltre 5mila firme – sull'emergenza caldo nelle scuole comunali dell’infanzia e nei nidi con richiesta di interventi strutturali urgenti. 
"Esattamente come lo scorso anno ci ritroviamo a dover affrontare il problema caldo. Le ondate di calore che hanno interessato Milano negli ultimi anni non possono più essere trattate come delle emergenze straordinarie, ma ordinarie. Il clima sta cambiando e occorre adeguarsi. Per far fronte a questo disagio, come genitori abbiamo pensato anche di fare una colletta per comprare un altro pinguino alla scuola, ma non tutti i genitori possono permettersi delle spese extra e in fondo non sarebbe neanche giusto. Ma occorre fare qualcosa immediatamente", conclude la mamma.

“Alta Moda” bassi salari e violenza padronale - I vestiti "luccicanti" grondano di sudore, miseria e sangue

Il capitalismo continua a richiedere lavoro da schiavi: 16 ore al giorno, 6 o 7 giorni a settimana e lavoro a cottimo, da 40 centesimi a 2 euro per capo di abbigliamento, il “caso”, ancora una volta, di Prato…

In tutti questi anni, invece che diminuire per le tantissime denunce, gli scandali ad ogni livello che svelano come i padroni dei marchi italiani fanno profitti astronomici, e le promesse della ministra tuttachiacchiere Calderone, il fenomeno di questo che viene chiamato “caporalato” è aumentato!

La borghesia italiana che in questo momento ha a capo la fascista Meloni è apertamente complice di un sistema di sfruttamento che va oltre il normale livello di sfruttamento della classe operaia, ma che diventa sempre più alto. Dalle righe dell’articolo del Manifesto del 28 giugno che riproponiamo si capisce quanto siano pretestuose le cosiddette debolezze dei sistemi di controllo, che deve fare addirittura ricorso ai fondi europei, mentre quasi quotidianamente le lavoratrici e i lavoratori in lotta, ma anche in genere chiunque si ribelli a questo sistema, viene apertamente represso con la forza, subendo denunce, arresti e incriminazioni per “terrorismo”.

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Prato, pochi centesimi a capo: arrestato imprenditore tessile

Toscana L’indagine partita da una dipendente a cui non veniva pagato il salario: tra 40 centesimi e 2 euro ad abito con turni di 16 ore

Edizione 28/06/2026

Il distretto tessile di Prato continua a essere protagonista di sfruttamento e irregolarità diffuse. Un sistema che non riguarda solo le manifatture del capoluogo toscano a gestione cinese ma anche le loro committenti italiane, le industrie della moda. Ieri un imprenditore cinese è stato arrestato per avere impiegato 16 lavoratori in nero, privi di permesso di soggiorno, che venivano pagati a cottimo tra 40 centesimi e 2 euro per capo confezionato.

GLI OPERAI facevano turni di 16 ore al giorno per sei o sette giorni a settimana. L’azienda era intestata a un prestanome e le forze dell’ordine hanno trovato un dormitorio dentro al capannone che ospitava 14 lavoratori in otto camere con pareti in cartongesso, un solo bagno e condizioni igieniche fatiscenti. Le indagini sono partite grazie alla denuncia di una lavoratrice aggredita dal datore durante una lite per ottenere il pagamento del salario. Nell’annunciare l’arresto, il procuratore Luca Tescaroli ha sottolineato il merito di una nuova metodologia investigativa finanziata coi fondi europei del progetto “Alt Caporalato”. La strategia, ha detto Tescaroli, si fonda su «un costante monitoraggio e un pedinamento continuativo anche mediante l’installazione di sistemi di videosorveglianza». Tuttavia le risorse e gli agenti rischiano di essere insufficienti rispetto alle dimensioni del fenomeno.

NEL DISTRETTO DI PRATO ci sono 7.119 aziende di moda, di cui 2.548 tessili e 4.571 di abbigliamento, i lavoratori sono almeno 40mila secondo il comune. Col sommerso potrebbero essere molti di più. Le loro nazionalità sono per lo più africane, bengalesi e pakistane, le notizie di vessazioni sono all’ordine del giorno. Martedì un gruppo di oltre 200 imprenditori e dirigenti cinesi ha assaltato un picchetto di 80 operai del magazzino Acca che protestavano contro la delocalizzazione dell’azienda. Il presidio, organizzato da Cobas, impediva l’entrata e l’uscita delle merci ma i padroni hanno aggredito i lavoratori e le forze dell’ordine. Un furgone ha investito un operaio, tre dirigenti cinesi sono stati arrestati con l’accusa di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.

POCO È CAMBIATO dall’incendio che il primo dicembre 2013 uccise 7 operai mentre dormivano dentro una fabbrica chiusa dall’esterno, accendendo i riflettori sulle condizioni disumane in cui vivono i lavoratori nel distretto. Lo scorso febbraio il procuratore generale di Firenze, Ettore Squillace Greco, ha detto che i reati di sfruttamento e caporalato in Toscana sono aumentati del 170% in un anno e che i principali protagonisti del fenomeno sono la produzione tessile a Prato e l’agricoltura a Siena. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato del lavoro, il 98% delle imprese controllate a Prato è risultato irregolare. A poco sono servite le varie visite della ministra del lavoro Calderone che aveva promesso di interessarsi al problema. Lo scorso aprile sono stati firmati 24 accordi per regolarizzare i lavoratori in alcune piccole fabbriche a gestione cinese che prevedono il semplice rispetto della settimana lavorativa standard da 40 ore e 5 giorni.

PRIMA SI LAVORAVA tutta la settimana per 12 ore al giorno. Altre 15 intese simili erano state siglate e marzo e ne arriveranno di nuove. Ma il problema è nel sistema della moda, un settore considerato fiore all’occhiello dell’Italia ma che è complice dello sfruttamento. Che si tratti di marchi di lusso o fast fashion, i brand commissionano capi di abbigliamento al costo più basso possibile. Per garantirlo le aziende produttrici scaricano le esternalità sui lavoratori e, per aggirare i controlli e sfuggire alle tassazioni, chiudono e riaprono con altri nomi ma operano negli stessi capannoni e con gli stessi caporali. E chi si iscrive al sindacato viene licenziato.

L’EXPORT del distretto tessile a Prato vale 2 miliardi ma i capi possono arrivare in vetrina con un prezzo fino a cento volte superiore a seconda dell’etichetta. Mentre i padroni cinesi delle fabbriche sono arrestati, i loro committenti sono perseguiti di rado. Un’eccezione riguarda Piazza Italia, marchio campano di abbigliamento a basso costo, per la quale lo scorso marzo il tribunale di Firenze ha disposto un anno di amministrazione giudiziaria. L’accusa non è lo sfruttamento diretto dei lavoratori bensì la rinuncia a vigilanza e verifiche nelle due fabbriche pratesi a cui era stata esternalizzata la produzione. Simili ramificazioni coinvolgono noti brand dell’alta moda come hanno dimostrato le inchieste della procura di Milano.

27/06/26

In merito al DDL Valditara su educazione sessuo-affettiva - un altro tassello per avanzare anche nella scuola nel moderno fascismo

Il DDL approvato dal ministro Valditara e dal governo Meloni che introduce l'obbligo di consenso informato scritto e preventivo dei genitori per i progetti scolastici sulla sessuo-affettività è una precisa operazione ideologica/politica di questo governo e un altro tassello per trasformare la scuola in senso moderno fascista.

L'obbligo di autorizzazione scritta per i percorsi extracurricolari sull’affettività e sul contrasto alla violenza di genere nelle scuole medie e superiori, alla scuola dell’infanzia e primaria sono stati vietati, trasforma il diritto universale allo studio e alla salute delle studentesse e studenti in una sorta di privilegio subordinato all’approvazione o al veto familiare. Per il sistema sociale capitalista in cui viviamo la famiglia è la cellula-base centrale in cui si riproduce la forza lavoro, delegare ai genitori la decisione di autorizzare o di impedire ai figli l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole significa istituzionalizzare in modo reazionario il possesso dei figli, considerati come degli oggetti e non soggetti con il diritto di scegliere, di emanciparsi e di sviluppare una coscienza critica anche sui temi della sessualità, sulla grave emergenza della violenza contro le donne e di genere.

Questo provvedimento è poi chiaramente pienamente classista perché colpisce principalmente le studentesse e studenti proletari, i cosiddetti figli della classe borghese nei suoi diversi livelli possiedono comunque mezzi economici, tecnologici, culturali per informarsi, per accedere ad ambiti medici o di supporto psico-fisico a pagamento, privati. Le giovani e i giovani proletari invece, alla luce anche dei costanti tagli del governo sui servizi sociali, consultori, sanità pubblica, scuola pubblica, restano tagliati fuori.

Una giustificazione ideologica utilizzata dal reazionario ministro Valditara è la presunta esigenza di difendere e proteggere i giovani studenti dalla "propaganda della teoria gender", mettendo in atto un’operazione ideologica mistificatoria e falsa come è proprio di questo governo per attaccare ancora una volta in modo odioso le persone lgbtqa+ agitando lo spettro del “pericolo biologico”, mentre all’insegna in primis ideologica del “Dio, patria, famiglia” in cui rientra anche questo DDL, si nasconde e si affossa la natura strutturale della violenza e dell’oppressione contro le donne, il cui ruolo riproduttivo in questa società non deve essere messo in discussione per la borghesia dominante, oggi rappresentata da questo governo, in uno Stato quale quello borgese che scarica il lavoro di cura riproduttivo sulle spalle della maggioranza delle donne proletarie. Educare le giovani generazioni all'accettazione passiva del proprio "destino biologico" deve servire alla salvaguardia e mantenimento dei ruoli sociali imposti dal capitalismo.


Rivendicare l’educazione sessuo -affettiva nelle scuole chiaramente a fronte di un governo reazionario quale quello Meloni che dall’alto ha in questi anni alimentato in primis ideologicamente la violenza contro le donne e che oggi sdogana indegni personaggi fascisti e sessisti alla Vannacci maniera, è certamente una sfida e lotta legittima che viene portata nelle manifestazioni, vedi quelle promosse da Nudm ma vedi anche i recenti Pride che ci sono stati in alcune città, ma occorre però non illudersi sul fatto che l’introduzione dell’educazione sessuale "transfemminista e intersezionale" per legge nelle scuole, e dobbiamo avere presente quale scuola oggi questo governo sta imponendo, possa risolvere il problema della violenza contro le donne e di genere, che non è affatto solo culturale, la questione delle relazioni sociali uomini-donne ecc in questa società capitalista e imperialista.

Rivendicare "più ore di educazione sessuo-affettiva" all'interno di una scuola che oggi con questo governo Valditara/Meloni deve essere sempre più una scuola-azienda, dei padroni, sempre più militarizzata e al servizio della propaganda della guerra imperialista, della repressione, della disciplina e irregimentazione degli studenti, del rivolgimento dei testi da studiare in una logica anche confessionale, vedi l’obbligo della lettura della bibbia, una scuola in cui si invitano le studentesse e gli studenti agli Stati generali sulla natalità, e in questo caso anche gli studenti più piccoli, con il beneplacito della associazioni antiabortiste, una scuola che deve porre/imporre nella testa degli studenti “i confini” “le barriere” contro i migranti in primis all’insegna del nazionalismo e potremmo continuare, senza porre come centrale innanzitutto la lotta contro questo governo da combattere a 360 gradi per cacciarlo, significa deviare e/o restringere potenzialità di lotta necessaria, con in prima linea le donne, in un ambito riformista che si illude di cambiare le cose dall’interno e all’interno di un sistema sociale sempre più marcio che non può essere affatto migliorato, e tutti i fatti reali oggi lo mostrano chiaramente e che è la vera causa sin dalle sue radici economiche dell'oppressione sociale della maggioranza delle donne e della violenza sessuale.

Mfpr

24/06/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Concludiamo con Silvia Federici questo ciclo su "Produzione e riproduzione"

RICORDIAMO CHE LA FORMAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE RIPRENDERA' A SETTEMBRE


....Tra le teoriche che hanno influenzato e continuano ad influenzare il pensiero femminista occidentale e in particolare in Italia nel movimento “Non una di meno”, prendiamo a riferimento Silvia Federici (femminista accademica, insegna filosofia politica all’Hofstra college di Long Island, NY).

 

In queste note, ancora grezze, vogliamo affrontare alcune posizioni generali della Federici...

 

Nella presentazione del libro “Genere e Capitale – Per una lettura femminista di Marx” viene scritto (non smentito assolutamente dalla stessa autrice): “...Federici ci spinge a un superamento del marxismo e a cercare nel femminismo contemporaneo gli strumenti per l’emancipazione di tutte e di tutti”. 

 

Per la Federici, infatti, Marx da un lato non avrebbe voluto considerare la condizione delle donne o ne avrebbe fatto analisi limitate e carenti, dall’altro avrebbe dato una rappresentazione positiva del capitale e della grande industria.

 

Questo è un uso volutamente distorto di Marx. 

Primo, Marx ha analizzato con il metodo storico materialista dialettico – unico scientifico - il modo di produzione capitalista, l’ha “spezzettato” parte per parte, dalle origini al suo sviluppo/crisi. In questo è stato come un medico che fa l’autopsia di un corpo umano. Marx analizza la storia, il modo di produzione capitalista, come uno scienziato analizza per esempio l’azione degli animali sulla natura. Il suo scopo non è di dare un giudizio morale, ma ha il problema/compito di consegnare al proletariato la scienza/conoscenza.

Secondo, detto questo, nessuno più di Marx ha fatto una descrizione così cruda del capitale, della sua azione di distruzione di uomini, ambiente, forze produttive – su questo un enorme lavoro lo aveva fatto Engels con l’insuperabile testo “La condizione della classe operaia in Inghilterra”, ripreso da Marx ne Il Capitale. Tantissime pagine del Capitale grondano di sangue e distruzione. “Il capitale – scrive Marx – è lavoro morto che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia”.

La stessa Federici ad un certo punto nel libro “Genere e capitale” deve ammettere che “pochi studiosi hanno descritto con tanta passione ed efficacia la brutalità del lavoro capitalista…”, MA… Marx si sarebbe limitato ad osservare che l’impiego delle donne e dei bambini “serviva solo a falcidiare i salari operai”; e anche quando Marx descrive la generale condizione brutale delle donne, per la Federici lo avrebbe fatto con commenti di “stampo moralista sul degrado delle donne impiegate nel lavoro industriale” - lì dove invece c’è una denuncia schiacciante generale e un’analisi scientifica di ogni aspetto terribile della condizione delle donne in fabbrica e fuori, nelle case, senza nessun moralismo. Ma per la Federici se Marx (ed Engels) scrive che l’eccesso di lavoro e fatica per le donne producono un “innaturale estraniamento tra le operaie e i loro figli”, non significa che vuol denunciare la violenza immane che veniva perpetrata non solo sui corpi, ma sulle menti, sullo spirito delle donne, togliendo loro ogni vitalità, ma vorrebbe dire che Marx fa “appello ad un’immagine di maternità in sintonia con una concezione naturalizzante dei ruoli di genere”. 

Ora da un lato è imbarazzante leggere queste “chiacchiere da bar” dette da una intellettuale, dall’altro è evidente il malevolo pregiudizio della Federici che stravolge anche le cose più chiare per affermare che “Marx condivideva con gli economisti borghesi un profondo pregiudizio patriarcale”.

 

Nello stesso tempo Marx ed Engels vedevano nella grande industria la condizione dello sviluppo della classe operaia e della sua unità e forza di lotta, unica forza che può rovesciare il sistema del capitale e costruire un sistema socialista, verso il comunismo, in cui si realizzerà il rapporto dialettico e proficuo tra uomo e natura, non di “dominio” (dell’uomo sulla natura) ma di trasformazione al servizio dell’umanità. [1]

 

Questi sono fatti inoppugnabili, ed è una oscenità scrivere come fa la Silvia Federici che dice invece che Marx avrebbe fatto un'analisi limitata, quasi “compiacente” del capitalismo, omettendo di descrivere la sua funzione distruttiva. 

La Federici scrive che Marx avrebbe “sottovalutato la distruzione ambientale prodotta dall’industria”. Totalmente falso!, “specialmente – continua la Federici - con l’espansione della chimica e della produzione digitale” – evidentemente la Federici ha preso Marx per un profeta che doveva già prevedere i danni della plastica o dell’informatica, benchè proprio nell’analisi del capitale sono spiegate le “leggi” delle distruzioni future.

Ed è una vera stupidaggine quanto la Federici scrive subito dopo: “la certezza con cui egli (Marx) guarda al futuro in cui l’umanità potrà dominare la natura grazie all’industria su larga scala e plasmarla per il bene comune, oggi non può che apparire cieca e arrogante”. 

Marx mai ha scritto che l’industria capitalista così com’è nel futuro opererà per il “bene comune”, ma l’industria nelle mani della classe operaia al potere che rovescia le leggi del capitale. 

Parlare di “industria” senza aggiungere “modo di produzione capitalista”, o è appunto una emerita stupidaggine o, peggio (come noi in realtà pensiamo), un voluto imbroglio ad usum della propria tesi, che non ha niente di differente dalle tesi di quegli gli ambientalisti che dicono che nociva è la fabbrica in sé non il capitale. 

 

In Marx non c’è un “culto della tecnologia e dell’industria”, come scrive la Federici, ma – ripetiamo - un’analisi scientifica, storico materialistico sia della funzione oggettivamente progressiva che il capitalismo ha rispetto al feudalesimo e alla economia artigiana, sia del fatto che esso, per il profitto, sviluppando al massimo la contraddizione, irrisolvibile dallo stesso capitale e dal suo sistema, tra forze produttive e rapporti di produzione, crea le condizioni per passare dalla preistoria alla storia, perchè crea la classe, il proletariato, che porterà alla fine dell'ultima classe di oppressori, la borghesia, e verso il superamento di tutte le classi.

Chiaramente la borghesia ha distrutto precedenti relazioni, saperi individuali, rapporti tra le persone (come ben descrivono Marx ed Engels nel “Manifesto del Partito comunista”), ma esaltare, come in alcuni passaggi del libro fa la Federici, il bel tempo antico come più “umano” è un tentativo antistorico di portare indietro la ruota della storia; è l'utopia dei piccolo borghesi. E' non vedere il comunismo come sviluppo dell'umanità, in cui l'uomo liberato dalle catene fisiche e ideologiche, diventa l'uomo completo (al mattino cacciatore, la sera critico critico...) in grado di affrontare e risolvere i grandi problemi creati dal capitalismo/imperialismo che affliggono l'umanità.

 

Silvia Federici nel cap. 4 "Note su genere e razza nell'opera di Marx" del libro Genere e capitale" afferma che per Marx il tema della discriminazione razziale e sessuale è quasi completamente assente, e sulla discriminazione razziale dice che “non compare come elemento strutturale dell'organizzazione del lavoro capitalistica nel voluminoso corpus degli scritti marxiani".

Primo, sono il razzismo, il sessismo che non si possono spiegare senza un'analisi marxista.

Secondo, la discriminazione razziale non è un elemento strutturale dell'organizzazione del lavoro capitalistica.

La Federici confonde schiavitù con razza. La Federici non può non sapere che i mercanti di schiavi andarono in Africa a razziare braccia da portare in America, non perché pensassero che i negri erano una razza inferiore, ma perché l'Africa era un luogo conveniente per catturare persone da portare in America a produrre ricchezza per i latifondisti. L'ideologia della razza inferiore serviva a giustificare la tratta e la schiavitù.

La Federici non può altrettanto non sapere che lo sfruttamento dei migranti ai limiti della schiavitù di oggi non deriva dal loro essere africani o asiatici, ma proprio dalla loro qualità di migranti.

I migranti, italiani, irlandesi, marocchini, bengalesi ecc... hanno costituito un bel bacino di forza lavoro più ricattabile e più sfruttabile degli autoctoni, utile a diminuire la paga a tutti i lavoratori e ad aumentare i profitti dei padroni.

L'ideologia razziale e razzista che esiste eccome fomentata e aizzata dalla destra/fascisti e che influenza anche settori delle masse, non deve far mascherare il rapporto di classe. Al capitalista alla fine non importa niente se chi sta sfruttando è bianco o nero, importa che, siccome è nero, è più sfruttabile perché lo Stato con le sue istituzioni e le sue leggi ha contribuito a renderlo tale.

 

La Federici continua addebitando alla divisione del lavoro basata su sessismo e razzismo la “capacità da parte dei governi e del capitale di mobilitare settori del proletariato come strumenti di una politica razzista e per la repressione delle lotte sociali” che ha permesso al capitalismo di “riprodursi fino ai giorni nostri e questo nonostante per Marx l’estensione globale dei rapporti capitalisti sia l’elemento unificante del proletariato mondiale”. 

Tutto questo senza spiegarlo sulla base dell’analisi dell’imperialismo, l’azione dell’imperialismo diventa una politica, un’operazione ideologica, per cui sono le concezioni razziste e sessiste che creerebbero la divisione/contraddizione tra proletariato dei paesi imperialisti e proletari e popoli oppressi, e non l’azione di espansione/di deprivazione/guerrafondaia dell’imperialismo, come fase suprema del capitalismo, di cui Marx ha analizzato le leggi fondamentali e Lenin, sulla base del marxismo, le ha sviluppate e applicate; azione che ha come portato ideologico, culturale il razzismo, che sicuramente, ripetiamo, influenza anche settori del proletariato.

Invece di spiegare tutto questo, la Federici rovescia la realtà, parte dalle idee e non dal sistema sociale che produce quelle idee. E trae la conclusione che il marxismo è una “teoria e politica eurocentrica”…! E a sua dimostrazione che fa? Va a prendere i lavoratori precari di oggi che si “riproducono con lavori informali” e che, evidentemente, il marxismo non avrebbe considerato – Che c’azzecca?

E’ solo frutto di “pregiudizio” voler trarre da Marx, dal Capitale una posizione, giudizio su razzismo, sessismo. Engels dice che lo schiavismo è stato fattore di progresso delle forze produttive, ma sarebbe assurdo trarre da questo la valutazione che Engels era a favore dello schiavismo.

Le più capaci intellettuali diventano cieche e banali quando si allontanano dal marxismo.

 

Ma evidentemente la contrapposizione principale col marxismo la Federici la pone sulla questione del lavoro domestico e la battaglia – portata avanti da varie aree del movimento femminista soprattutto nella metà degli anni ‘70 – sul “salario per il lavoro domestico”. 

Qui, certamente, non vogliamo negare il valore sociale del lavoro domestico, il suo, come abbiamo detto prima, valore d’uso essenziale per la riproduzione della forza-lavoro necessaria al capitale; né vogliamo negare il contributo importante dato dalla Federici nella denuncia ricca e particolareggiata di questo lavoro che comporta un alto grado di fatica, di logoramento fisico e psichico, imposto sia con la subordinazione esplicita della donna da parte dell’uomo, sia con le catene “indorate” dell’amore, dell’esaltazione del ruolo di moglie/madre, tale da far introiettare alle stesse donne il “valore” del loro ruolo nella famiglia come bello e positivo. 

Ma è sbagliato affermare che il marxismo avrebbe affrontato la questione delle donne solo in relazione al sistema economico.

Lenin già molto tempo prima aveva detto parole inequivocabili, definitive sulla schiavitù del lavoro domestico, considerato un grande spreco di energie fisiche e mentali: “Le donne sono soffocate dal lavoro più meschino, più umiliante, più duro, più degradante, che le relega nell’ambito ristretto della casa, della famiglia. Un lavoro barbaramente improduttivo, monotono, snervante, che inebetisce e opprime, e non può, neanche in misura minima, contribuire allo sviluppo della donna”.

 

Vogliamo qui contestare due cose:

- che il lavoro domestico sia produttivo per il capitale, “il pilastro dell’organizzazione del lavoro capitalista” – anche su questo per non essere ripetitive rimandiamo all’opuscolo “Produzione e Riproduzione”; in questo testo vogliamo affrontare questo argomento in critica alle posizioni della Federici; 

- che, quindi, centrale è la lotta contro il lavoro domestico per mettere in crisi il capitale e che il potere delle donne comincia con la lotta per il salario. 

 

Tornando alla prima questione,  

Marx scrive:”Poichè il fine immediato e lo specifico prodotto della produzione capitalista è il plusvalore, in essa è produttivo soltanto quel lavoro che produce direttamente plusvalore; quindi, soltanto il lavoro consumato direttamente nel processo di produzione per valorizzare il capitale”. - E allora Marx sarebbe maschilista perchè spiega che il lavoro domestico per il capitale non produce plusvalore, non ha valore di scambio ma solo valore d’uso?

Continua Marx: “Questo fatto, che cioè con lo sviluppo della produzione capitalistica tutti i servizi si trasformino in lavoro salariato e tutti coloro che li eseguono in lavoratori salariati, avendo questo carattere in comune col lavoratore produttivo, induce a confondere i due termini tanto più in quanto è un fenomeno che caratterizza la produzione capitalistica e ne è generato, mentre permette ai suoi apologeti di presentare il lavoro produttivo, perchè salariato, come un operaio che si limita a scambiare i suoi servizi (il suo lavoro come valore d’uso) contro denaro, sorvolando bellamente sulla differentia specifica e di tale “lavoratore produttivo” e della produzione capitalistica come produzione di plusvalore, come processo di autovalorizzazione del capitale, di cui il lavoro vivo non è che l’agente e in cui è incorporato. Un soldato è un salariato, e infatti riceve un “soldo”, ma non per questo è un lavoratore produttivo!”.

Il lavoratore improduttivo produce per lui (per il compratore) un semplice valore d’uso, non una merce...”; “in sé e per sé... questa distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo non ha niente a che fare né con la particolare specialità del lavoro né col particolare valore d’uso in cui questa specialità si incorpora”. 

 

Marx non sta parlando in termini astratti di ciò che è produttivo o improduttivo ma si riferisce ad una determinata società, quella capitalista, che i comunisti vogliono rovesciare perchè ciò che è produttivo o improduttivo non sia più ciò che da o non da profitto al capitale ma ciò che serve alla società. 

 

In questo sistema sociale il lavoro domestico che serve a riprodurre/conservare/rinnovare le forze-lavoro per il capitale ha un enorme valore d’uso ma senza valore (come dice Carla Filosa). 

Questa è la risposta alla domanda che la Federici rivolge alla “sinistra”: “Perchè mai il capitale permetterebbe la sopravvivenza di tanto lavoro che non genera profitto”. Perchè ha un valore d’uso, riproduce la forza-lavoro, ma il sangue che tiene vivo il “vampiro” capitale è il profitto che viene prodotto dal mettere al lavoro quella forza-lavoro. 

 

D’altra parte – nella “legge” del rapporto tra capitale e lavoro salariato - il capitale paga col salario operaio il lavoro per riproduzione della forza-lavoro. Poichè, scrive Marx: "Il valore della forza-lavoro è determinato dal tempo di lavoro necessario non soltanto per mantenere l'operaio adulto individuale, ma anche da quello necessario per il mantenimento della famiglia dell'operaio.". 

Il salario dell'operaio è già il prezzo che il proprietario dei mezzi di produzione paga al proprietario della forza lavoro per la sua riproduzione, se un capitalista pagasse la moglie dell'operaio per la riproduzione, poi non farebbe altro che diminuire la paga dell'operaio. Il salario, per il capitalista, include, pertanto, il lavoro in casa della donna per far mangiare, vestire, curare, ecc. la forza-lavoro, nonché per riprodurre le forze di ricambio, i figli dei lavoratori. 

E’ falso infine quanto scrive la Federici: “In nessun passaggio del Capitale, Marx riconosce che la riproduzione della forza-lavoro richiede specifiche attività domestiche, generalmente svolte dalle donne e non remunerate – per preparare il cibo, lavare i vestiti, allevare i figli”.

 

Per quanto detto prima, il “salario al lavoro domestico” non va ad intaccare il rapporto di capitale. 

Il lavoro domestico, ribadiamo, pur avendo una grande importanza sociale, non ha valore per il capitale, nel senso che il capitale non lo considera lavoro; quindi è un pio desiderio cercare di farselo riconoscere dal capitalista.

Le denunce, i lamenti su questo non cambiano la sostanza se non si rovescia il modo di produzione capitalista, e si pongono nella società socialista le condizioni per rivoluzionare tutti i rapporti, a partire da quelli uomo-donna. 

Non è ciò che “facciamo nelle nostre cucine o camere da letto” che può portare ad un “cambiamento sociale” o ad abbattere il capitale, e addirittura, come scrive la Federici “potevamo lottare autonomamente, partendo dal lavoro in casa, quale centro nevralgico della produzione della forza-lavoro. E la nostra lotta di classe doveva spesso cominciare dalle nostre case”. [2]

 

La Federici nel ‘74 in uno scritto “Salario contro il lavoro domestico” scrive:
L’operaio salariato quanto lotta per ottenere un aumento di salario sfida il suo ruolo sociale ma rimane al suo interno. Quando noi lottiamo per il salario lottiamo senza alcun dubbio direttamente contro il nostro ruolo sociale… quando lottiamo per il salario non è per entrare nei rapporti di produzione capitalistici perchè noi non ne siamo mai state fuori. Noi lottiamo invece per distruggere i piani del capitale sulle donne che è un momento essenziale della divisione pianificata del lavoro e del potere sociale all’interno della classe operaia, divisione attraverso la quale il capitale ha potuto mantenere il proprio potere. Il salario al lavoro domestico è quindi una richiesta rivoluzionaria non perché di per sé stessa distrugge il capitale, ma perché attacca il capitale e lo costringe a ristrutturare i rapporti sociali in termini più favorevoli a noi e, conseguentemente, più favorevoli all’unità di classe”.

 

Ma su questo vogliamo riprendere l’analisi critica fatta da Anuradha Ghandy – dirigente del Partito comunista dell’India Maoista nel suo scritto “Tendenze filosofiche nel Movimento Femminista”: 

“Le femministe marxiste come Mariarosa Dalla Costa e altre femministe in Italia (ma si potrebbe far riferimento anche alla Silvia Federici – ndr) hanno fatto un’analisi teorica delle faccende domestiche sotto il capitalismo. Dalla Costa ha argomentato in dettaglio che attraverso il lavoro domestico le donne riproducono il lavoratore, una merce. Quindi secondo loro è sbagliato considerare che solo i valori d’uso vengono creati attraverso il lavoro domestico. Anche il lavoro domestico produce valori di scambio: la forza lavoro. Quando la richiesta di stipendi per le faccende domestiche cresce Dalla Costa la spiega come una mossa tattica per fare in modo che la società realizzasse il valore delle faccende domestiche, perchè queste creano plusvalore.

Queste analisi, il dibattito che creava portò – dice la Anuradha Ghandy- ad una “maggiore consapevolezza di come le faccende domestiche servano al capitale”.

Ma senza che le donne abbiano “il controllo sui mezzi di produzione e sui mezzi per produrre necessità e ricchezza, come può mai finire la subordinazione delle donne? Questa non è solo una questione economica, ma anche una questione di potere, una questione politica”. 

 

Quindi, la richiesta di “salario al lavoro domestico” non può essere presentata come “richiesta rivoluzionaria” - e la stessa Federici poi la ridimensiona – e né attacca “i piani del capitale sulle donne” per imporre “il suo potere sociale all’interno della classe operaia”, dato che il capitale lo impone con lo sfruttamento della forza lavoro nel processo di produzione, con la mannaia dei licenziamenti, ma anche col dare briciole a ristretti settori, dividendo i lavoratori, col fare dei sindacati organi di freno delle spinte di lotta dei lavoratori, attraverso l’azione ideologica/repressiva dello Stato, ecc.; e, nella società, non lo costringe a “ristrutturare i rapporti sociali” dato che lì dove e quando venisse, anche parzialmente, accettata questa richiesta del salario al lavoro domestico, di essa si caricherebbe il governo (e da dove prenderebbe i soldi è facile immaginarlo), non il capitale di per sè.

Il sistema capitalista, il suo Stato, i suoi governi possono anche arrivare a scaricare le donne di una parte del lavoro domestico, come in alcuni paesi del nord Europa, ma ciò non inficia per niente la questione di ciò che è produttivo e ciò che è improduttivo per il capitale, ne tantomeno vengono distrutti “i piani del capitale sulle donne”. 

 

Così è falso che con il salario al lavoro domestico verrebbe meno la “nostra dipendenza dall’uomo proprio in quanto non salariate”; anzi, attenzione, potrebbe essere il contrario per l’uomo, della serie: siccome tu donna ora sei pagata per il tuo lavoro domestico, devi farlo per forza e bene, senza  nessuna pretesa di divisione del lavoro in casa tra donna e uomo, o di rivendicazioni per un impegno maggiore del lavoratore rispetto ai figli.

Contro la divisione del lavoro operata dal capitale e per realizzare rapporti “più favorevoli all’unità di classe” incide molto di più la lotta delle donne all’interno dei luoghi di lavoro contro le discriminazioni salariali, discriminazioni/divisione sulle condizioni di lavoro, contro l’attacco ai diritti delle lavoratrici come donne, contro il maschilismo dei lavoratori.

 

D’altra parte la Federici sembra non accorgersi (?) che stravolgendo Marx toglie ogni prospettiva di una società in cui il lavoro domestico individuale, scaricato sulla donna, possa essere invece un lavoro socializzato in larga parte industrializzato (sappiamo che questa parola “industrializzato” fa rizzare i capelli alla Federici, ma non c’è altra strada se si vogliono realmente socializzare alcune attività oggi assurdamente private – Engels: "...La liberazione della donna diventa possibile solo quando ad essa sia permesso di partecipare, su larga scala sociale alla produzione, e l'impegno del suo lavoro domestico sia ridotto ad una quantità irrilevante. Tutto ciò è divenuto possibile solamente con la grande industria moderna, che non solo rende possibile il lavoro della donna su larga scala, ma lo esige formalmente, ed ha la tendenza a trasformare in misura sempre crescente lo stesso lavoro domestico privato in una industria pubblica."). 

Per criticare Marx circa il “ruolo emancipatorio dell’industrializzazione” la Federici scrive infatti: “Marx sembra dimenticare che la maggior parte del lavoro che si compie anche nei paesi più tecnologicamente avanzati è irriducibile alla meccanizzazione” – per cui – “l’industrializzazione del lavoro di riproduzione domestico appare sempre più un obiettivo irraggiungibile e indesiderabile”. Abbandonate quindi ogni speranza o voi donne che lottate...

 

La Federici nel voler dare un valore rivoluzionario della lotta per il “salario al lavoro domestico” sparge illusioni nel movimento femminista ma col risultato di una strategia riformista.  

E questo non si aggira solo dando valore addirittura di lotta per il potere delle donne – ma qui la Federici estende il discorso anche alla lotta degli operai - contro il rapporto capitalistico che il salario esprime. La lotta generale per il salario è una lotta che sempre gli operai hanno fatto e faranno, ma è interna al modo di produzione capitalista, nello scontro tra il capitale che vuole ridurre fino al minimo possibile il pagamento della forza-lavoro degli operai, il salario appunto, e gli operai che vogliono impedire questa riduzione e/o avere aumenti salariali. La Federici può girarla come vuole, ma le parole non cambiano il fatto che questa è una lotta economica per strappare migliori condizioni; e che si pone la necessità della lotta politica della classe contro il lavoro salariato, per abolire, abolendo il modo di produzione capitalista, il lavoro salariato.

 

Ma la Federici ha in odio tutto ciò che appartiene al percorso storico del proletariato, alle sue rivoluzioni; per cui anche quando con la Rivoluzione d’ottobre nell’Unione sovietica, o con la rivoluzione cinese, nella Repubblica popolare in Cina, il potere socialista comincia a socializzare il lavoro domestico e a liberare le donne da questa schiavitù, a porre le condizioni perché le donne fossero protagoniste in tutti i luoghi della società, nella produzione, alla Federici non sta bene e scrive sdegnata che “l’ottica in cui si ponevano i pianificatori socialisti era quella di una “società di produttori” dove ogni cosa sarebbe stata funzionale alla produzione”, quindi “la socializzazione del lavoro domestico può essere solo una maggiore irregimentazione delle nostre vite – come l’esempio di scuole, ospedali, caserme, ecc. continuamente insegna”. Allora anche nella società socialista con il potere nelle proprie mani le donne devono continuare a fare lavoro domestico individuale, sia pur pagato?

 

Come abbiamo scritto prima, il risultato delle posizioni della Federici non portano ad una necessità della rivoluzione per una nuova società, socialista, verso il comunismo, ma portano… al riformismo. Tutta la socializzazione diventa la realizzazione dei commons (beni comuni)(alternativi al comunismo – e non a caso l’ultimo capitolo del libro ‘Genere e capitale’ lo intitola “Dal comunismo ai commons: una prospettiva femminista”). 

Riportiamo, per concludere, alcuni pezzi “egregi”: “La cooperazione sociale e lo sviluppo della conoscenza, che Marx attribuisce al lavoro industriale, possono essere realizzati solo attraverso attività in comune – giardini urbani, banche del tempo, progetti open-source (progetti accessibili pubblicamente - ndr) – che sono auto-organizzati e richiedono ma anche producono comunità…”. E tutto qui? Tutta la prospettiva della liberazione delle donne si ridurrebbe a “giardini urbani, banca del tempo…”, che, tra l’altro vengono realizzati anche in questo sistema?

Ma per la Federici “la politica dei commons traduce in parte la concezione di Marx del comunismo, come abolizione dello stato di cose presente”. E non contenta di affermare emerite stupidaggini aggiunge: “Si può sostenere che con lo sviluppo del commons online e la crescita dei movimenti per il free-software, ci stiamo avvicinando a quell’universalizzazione delle capacità umane che Marx prevedeva come risultato dello sviluppo delle forze produttive” – per aggiungere per fortuna dopo “Ma tra la politica dei commons e il comunismo ci sono differenze sostanziali…”. 

Sì, decisamente! Marx, se non fosse quell’ironico che anche era, si starebbe rivoltando nella tomba.

Ma questi discorsi non li fa anche Bill Gates, mentre incassa miliardi e di miliardi?

Cambiamo il mondo senza prendere il potere” scrive la Federici, riprendendo uno scritto di John Holloway; ‘mettiamo così in crisi lo Stato’ (e non rovesciamo lo Stato borghese), e quando la Federici parla di Stato il suo bersaglio é soprattutto lo Stato proletario, la dittatura del proletariato che “sarebbe una svolta disastrosa. Invece di creare un nuovo mondo rinunceremmo a quel processo di auto-trasformazione senza il quale una nuova società non è possibile…”. Ù

 

Quindi, care donne, niente rivoluzione, niente nuova società in cui il potere sia nelle mani dei proletari e proletarie, delle masse popolari, niente rivoluzione nella rivoluzione per trasformare la terra e il cielo, accontentatevi di free-software. Se poi questa politica dei commons la fa, in questo stesso sistema sociale, una parte della borghesia – ma quella di “sinistra”, illuminata! - accontentatevi, siete voi che non capite che questa è “liberazione delle donne”. 

 

*****

 

[1] Ma il problema è che alla Federici non piace proprio la classe operaia e il suo ruolo nella preistoria/storia, e critica la “sinistra” – facendo anche un unico calderone “stalinisti, trotzkisti, anarco-libertari, vecchia e nuova sinistra” - per aver privilegiato questa classe operaia di fabbrica rispetto ad altri settori lavorativi “riproducendo – scrive nel libro “Genere e classe - ”le stesse divisioni di classe che caratterizzano la divisione capitalista del lavoro”. E accusa questa “sinistra” di “voler portare le donne in fabbrica e le fabbriche nel terzo mondo”, quindi di lottare non contro il capitale ma “per il capitale, per uno sfruttamento più razionalizzato e più produttivo”, facendo una contrapposizione tra “l’operaio metalmeccanico di Detroit” che lotta contro “la catena di montaggio” e donne e contadini del Terzo mondo che la “sinistra” vuole che lottino per avere quel lavoro in fabbrica.  

Queste affermazioni sono ancora una volta imbarazzanti e da “chiacchiere da bar”. La Federici vuole lasciare le donne in casa – sia pur pagate per il loro lavoro domestico - e le masse dei paesi del terzo mondo a rimanere in rapporti di lavoro feudali; lì dove invece le donne lottano in ogni città, paese per poter lavorare all’esterno delle case e contro le discriminazioni  lavorative, salariali, di condizioni di lavoro, ecc., e le masse dei paesi del terzo mondo lottano contro la povertà, i gioghi di oppressione feudali; e lì dove operaio di Detroit, donna, contadino del Terzo mondo sono uniti nella lotta contro lo sfruttamento e ipersfruttamento del capitalismo, dell’imperialismo.
La Federici parla delle donne ma sembra che non conosca affatto le donne, le loro lotte per il lavoro; per questo non può capire che nella determinazione delle donne in queste lotte c’è un carico ideologico, perché  per esse il lavoro fuori casa significa, questo sì, indipendenza economica, liberarsi oggettivamente almeno di una parte del lavoro domestico, come della loro fissazione a farlo bene; ma significa anche socializzazione, unità con le altre donne, significa uscire dalle case. Significa lottare! Anche la Federici deve notare riprendendo Hewitt – benchè  per attenuare la realtà scriva che questo accadeva “finché non sono esplose le lotte per il welfare e il movimento femminista” – che “nel nord dell’Inghilterra molte donne andavano al lavoro anche quando non ne avevano bisogno, perché preferivano “la fabbrica piena di gente alla casa tranquilla e odiavano la solitudine dei lavori domestici”. Certo in questa società borghese questo vuol dire doppio lavoro, doppio sfruttamento per le donne, tale che a volte le costringe a rinunciare al lavoro fuori casa, ma provasse la Federici a chiedere a quelle donne se vogliono rinunciare al lavoro esterno o se invece non vorrebbero liberarsi del lavoro domestico. Ed è solo la media borghesia, che il lavoro “buono” ce l’ha e se lo tiene ben stretto, che in maniera stupidamente sprezzante può dire a queste donne che: “Lottare per il lavoro è già una sconfitta”.


[2]. Quello che manca in questa critica a Marx è proprio il perno della dottrina marxista, il rapporto di classe, (dentro cui si colloca il rapporto di genere) che Federici non nomina e nasconde dietro espressioni quali "il rapporto salariale" che, secondo lei, comprende un universo di relazioni non salariali. La critica a Marx oscura la lotta di classe, che è l'ambito in cui la lotta di genere acquista significato per un radicale rivolgimento della vita a 360 gradi.