23/07/26

Fakir: l'assemblea lancia un appello per una nuova manifestazione al Pilastro domenica prossima e un’assemblea nazionale il 12 settembre “contro gli abusi di polizia e le logiche della remigrazione di questo governo”

Corrispondenza di un compagno di Ravenna

La lotta per la verità e giustizia per Abderrahim Fakir continua, la rabbia per quello che tutti riconoscono come omicidio di Stato, omicidio razzista, per mano di una polizia a cui questo governo ha garantito l'impunità, è troppo grande per essere contenuta da Stato, mass media e da tutta la feccia fascio-razzista presente nel governo, nei partiti che lo sostengono, nei benpensanti razzisti che vomitano odio nelle reti social. La polizia di questo governo non è riuscita a soffocarla con gli idranti, i lacrimogeni, con i manganelli, con la caccia all'uomo che hanno scatenato a Bologna il giorno del grande corteo per Fakir. La risposta dei giovani è stata straordinaria, giusta e necessaria, e l'assemblea popolare organizzata ieri dal PLAT (Piattaforma di intervento sociale) di Bologna la sostiene e non accetta alcuna divisione, la manifestazione ed il corteo erano una voce sola.

L'assemblea di ieri alla bolognina, con grande partecipazione e commozione, si è unita attorno alla famiglia di Abderrahim Fakir e la sostiene perché su di essa continua lo sciacallaggio mediatico e poliziesco, perché mentre la famiglia ha dichiarato che non vuole che le indagini vengano condotte dalla polizia proprio ieri ha subito una perquisizione in casa.

L' Assemblea è stata molto partecipata, è stata aperta dalle realtà immigrate, dal Si Cobas che aveva bloccato l'Interporto con i lavoratori e le forze solidali impedendo ai camion di passare, e dagli amici e conoscenti di Fakir, con la presenza di famiglie intere e grande commozione ha suscitato l'intervento di un adolescente che non può accettare la crudeltà, la disumanizzazione, di quell'omicidio. Sono intervenuti il comitato popolare pilastro/mu.basta, il coord. migranti di Bologna, e Lince, la ragazza a cui gli sbirri hanno lanciato un lacrimogeno in faccia e ha perso la vista in un occhio.

L'assemblea è stata aperta dalla giovane palestinese che ha sintetizzato tutto quello che è stata questa assemblea: "il razzismo non comincia col ginocchio sulla schiena, è quello quotidiano che subisce chi ha la pelle nera e su di lui si accaniscono polizia, lo Stato che gli nega i documenti, il permesso di soggiorno, la cittadinanza, una casa, quando un documento è più importante della vita di una persona, quando un immigrato è costretto ad accettare condizioni di sfruttamento e paghe da fame, quando una persona viene definita clandestino, maranza e per questo pericoloso, e quando tutto questo diventa "normale" agiscono la violenza razzista, i decreti sicurezza, i decreti anti-maranza, quello che chiamate "integrazione" che, in realtà, è solo obbedienza. Dopo l'omicidio di Fakir oggi ci chiedono di aspettare, di non parlare, di lasciare che altri possano raccontare quello che è successo, ma noi ci ribelliamo a questo".

Il comitato Mu.Basta denuncia con un comunicato: "RISULTA NECESSARIO TRARRE ALCUNE CONCLUSIONI:

- L’incapacità dello Stato di gestire i problemi sociali, fomenta i disordini per giustificare una più comoda repressione.
- La Censura mediatica in cui le istituzioni negano le proprie responsabilità anche di fronte all’evidenza, ricorrendo al silenzio della stampa (come nel caso di Rai 3).
- L’ipocrisia del sindaco che non ha il coraggio di riconoscere pubblicamente le colpe della questura, nonostante l’imponente risposta della società civile. Lancia il sasso chiamando la piazza e nasconde la mano imponendo il silenzio quando invece bisognerebbe parlare.
- Le politiche securitarie del Sindaco che si rifiuta di ammettere che la scelta di puntare sulla militarizzazione e sulla sicurezza di facciata non può che portare a simili tragedie.
- La profilazione razziale e urbanistica, dinamica presente al Pilastro come alla Bolognina e nelle periferie di ogni grande città. Al Pilastro questo abuso si somma alla violenza di un’opera devastante imposta dall’alto, che crea una frattura profonda con la popolazione. "

Un toccante intervento è stato quello dell'assemblea donne del coord. migranti di Bologna contro l'odio razziale e le discriminazioni nei confronti delle donne immigrate, contro i femminicidi e la violenza anti-queer. Dal comunicato: " In questa direzione va anche il percorso aperto dalla manifestazione migrante che ha attraversato Bologna il 20 giugno: nata dalla protesta per l'uccisione di Bakary Sako, Waseem, Amin, Safi e Ullah, si è trasformata in un processo politico di cui siamo parte che proseguirà con un'assemblea il 12 settembre e una nuova manifestazione a ottobre, confermando la necessità di costruire spazi di organizzazione capaci di tenere insieme le lotte contro il patriarcato, il razzismo e lo sfruttamento."

Nel nome di Abderrahim Fakir la lotta continua, continua perché è un tutt'uno con la rabbia per la morte di Ramy, di Abderrahim Mansouri, a Milano, perchè non si può subire la violenza poliziesca all'interno delle carceri, nelle manifestazioni, così come non si può accettare che l'unica risposta a chi vive nelle periferie dei quartieri popolari e proletari da parte dello Stato, delle Istituzioni, del Governo sia sempre e solo polizia!

Domenica prossima al Pilastro, alle ore 19, ci sarà la manifestazione, nel nome di Abderrahim Fakir la lotta continua!

Tutti gli articoli sull'assassinio di Fakir e la grande mobilitazione dal blog di proletari comunisti

Al fianco del grande movimento degli studenti e studentesse in India contro il regime di Modi - facciamo conoscere e sosteniamo

La meglio gioventù indiana alla prova del manganello
Manganelli sugli «scarafaggi» in protesta a Delhi

20/07/26

Dal blog maoistroad - Oman’s Forgotten Feminist Marxist Revolution - info

traduzione a seguire

19/07/26

Serve un movimento femminista proletario rivoluzionario

Riproponiamo un intervento.

La questione “quale femminismo oggi?” è importante. Noi diciamo, non da oggi ma a maggior ragione oggi in cui “la borghesia veste donna”, si traveste da donna per dimostrare, alla faccia della dura realta’ in cui la maggioranza delle donne vive, che la condizione delle donne invece va avanti, e questo sarebbe dimostrato con la peggiore figura attualmente delle donne, la Meloni fascista, che ciò che serve è un movimento femminista proletario rivoluzionario. 

Ognuna di queste parole: movimento, femminista, proletario, rivoluzionario, è importante.

Quando diciamo: movimento, è perché il femminismo è prima di tutto lotta, ribellione allo stato di cose esistente; il femminismo non è separabile dalla lotta, si è sviluppato cosi’ nella storia, in momenti decisivi attraverso appunto un movimento, spesso molto grande, di lotta, cosi’ è stato anche in Italia negli anni ‘70. Questo vuol dire che chi parla di femminismo ma non organizza le donne, le lotte su ogni terreno di sfruttamento, oppressione, di violenza sessuale, una lotta quasi quotidiana, non è “femminista”. D’altra parte è solo nelle lotte che le donne prendono coscienza che la propria condizione non è ineluttabile, eterna, “biologica”; nelle lotte si uniscono e vedono che attraverso l’unione è possibile cambiare questa condizione.

Ma deve essere un movimento femminista. E su questo dobbiamo fare un po' di chiarezza. “Femminista” nel senso che raccoglie tutte le espressione di ribellione delle donne su tutti gli aspetti di oppressione, sfruttamento, e in tutti gli ambiti. Quando i borghesi attaccano (per loro in senso dispregiativo) come “femminista” ogni manifestazione di ribellione, di protesta delle donne, di controtendenza, di denuncia della propria condizione di oppressione senz’altro, allora “siamo tutte femministe”.

Le rivoluzionarie, le comuniste non sono su una montagna, devono raccogliere ogni forma di ribellione al sistema capitalista esistente. In questo senso diciamo che proprio le donne proletarie devono essere “più femministe delle femministe”, perchè è interesse nostro, della maggioranza delle donne sviluppare, far avanzare la ribellione delle donne su ogni aspetto di oppressione.

Femminismo significa rivendicare l’imprescindibilita’ del protagonismo delle donne, della loro marcia in più. Poi torneremo su questa questione della “marcia in più”.

Il problema non è solo di lotta. Tutti lottano, i proletari lottano, i giovani lottano, però il problema assolutamente necessario è che nella lotta le donne, le ragazze siano protagoniste, siano anche dirigenti nel movimento proletario, anticapitalista.

In questo senso dire il capitalismo sfrutta sia le donne che gli uomini (benchè anche su questo non è la stessa cosa, anche se la radice è uguale), dire che abbiamo interessi comuni, di classe a lottare contro questo sistema sociale, è vero, però come avviene questo, cosa è necessario perchè le donne siano effettivamente protagoniste di questa lotta? Noi diciamo che è necessario un’organizzazione delle donne, specifica delle donne; un’organizzazione che permetta quelle condizioni pratiche, ideologiche in cui le donne possano riconoscere la loro condizione di doppia oppressione, non individuale ma collettiva, frutto di questa societa' capitalista, e quindi sentirsi forti. E in questo portare nel movimento proletario più generale una ricchezza, quella marcia in più, di cui parlavamo prima.

Le donne senza una propria organizzazione, le lavoratrici senza una propria organizzazione come proletarie donne non possono pesare realmente nella lotta di classe.

E' necessaria un'organizzazione delle compagne nelle organizzazioni rivoluzionarie, nei partiti comunisti marxisti-leninisti-maoisti. Non è un caso che li’ dove ci sono state, negli anni passati in cui era in corso una guerra popolare in Perù, in Nepal, o oggi in India, il ruolo delle donne è enormemente cresciuto.

Su questo, diceva una compagna comunista del Nepal, quando c’era la guerra popolare in corso: “Noi dobbiamo criticare le femministe piccolo borghesi che, dato il loro retroterra di classe, sono più sensibili alla rivendicazione dei diritti di sesso che a quelli di classe, arrivando inevitabilmente al riformismo, o, nella versione moderna, al femminismo post modernista.
Ma aggiungeva, e aggiungiamo anche noi, nello stesso tempo, bisogna stare attenti a che la questione delle donne non venga posposta a causa di un eccesso di zelo nell'applicazione della contraddizione di classe – non una sottovalutazione della contraddizione di classe ma un “eccesso di zelo” - questo porterebbe ad un settarismo di “sinistra” verso l’intero movimento femminista.

Così come è necessaria un’organizzazione specifica delle donne anche nei sindacati, di base, nei sindacati classisti e combattivi, dove senza che le lavoratrici affrontino e portino l’insieme della loro condizione, e del loro protagonismo positivo in termini di ricchezza, vediamo quello che succede: nelle assemblee anche di questi sindacati sono pochissime le lavoratrici che prendono in mano le assemblee, che intervengono, che decidono sulle varie questioni. 

Per la condizione che subiscono, le donne portano nella lotta l’insieme della loro condizione; partono dalla condizione che vivono sul posto di lavoro, ma poi inevitabilmente parlano della loro vita in famiglia, della questione dei figli, dei problemi col marito, sessuali. Per questo alle proletarie non basta ottenere un risultato dalla lotta, che comunque è poca cosa rispetto all’odio verso tutto quello che subiscono, rispetto al fatto che tutta la vita deve cambiare. Allora non ci si può fermare anche se si sono ottenuti alcuni risultati. Questo deve essere riconosciuto anche dai lavoratori maschi, anche dalle organizzazioni sindacali combattive e di classe, anche dalle organizzazioni rivoluzionarie, comuniste

Ma serve non un generico “femminismo” ma un femminismo proletario. Perchè non si tratta di una specificita’ femminile come astratto problema di genere, ma di un femminismo espressione della maggioranza delle donne che sono proletarie, lavoratrici, precarie di oggi e di domani, che sono oppresse dentro e fuori la famiglia, donne che non hanno nulla da difendere ma hanno doppie catene da spezzare. Un femminismo che non ha da migliorare questo sistema capitalista - o, come dice Nudm: da perseguire una “trasformazione radicale del sistema produttivo capitalista” - ma da rovesciare questo sistema; un femminismo che afferma l'incompatibilità, inconciliabilità delle donne con ogni aspetto, economico, politico, sociale, culturale, ideologico di questo sistema e lotta perchè “tutta la vita deve cambiare”. Un femminismo proletario perchè questo sistema sociale capitalista è di classe, questo Stato è di classe, questo Governo, questi partiti parlamentari sono di classe, la loro politica si fonda sulla lotta di classe quotidiana, perchè il maschilismo, il clericalismo, il fascismo sono espressione di una classe capitalista, imbarbarita e putrefatta. E' soprattutto tra le proletarie che si pone l'emergenza di fondere la lotta di classe con la lotta di genere.

Questo femminismo deve combattere ogni forma di interclassismo. Noi non siamo affatto partigiane delle donne che scalano il potere in questo sistema; anzi la storia e la realta’ ci dimostra che spesso le donne al potere sono “più realiste del re” in senso negativo.

E questo vale sicuramente oggi per le donne al potere che portano avanti gli interessi espliciti del capitale, dell’imperialismo; e quindi sostengono la guerra, lo scarico della crisi sui proletari e le masse popolari. Noi dobbiamo attaccare le donne dei partiti dell'opposizione che vogliono dare una veste nuova ad un riformismo vecchio, e in questo essere anche più pericolose delle fasciste per lo sviluppo delle lotte, perchè mascherano, dietro il discorso di "diritti sociali", che poi diventano diritti sociali essenzialmente per la piccola borghesia, la condizione della maggioranza delle donne che va sempre peggiorando.

Questo movimento femminista proletario non può che essere rivoluzionario: non c’è liberazione senza rivoluzione e la lotta delle donne possiamo dire che è la lotta più inconciliabile anche ora con qualsiasi aspetto del riformismo, anche quello apparentemente radicale; perchè la condizione delle donne è di un attacco a 360 gradi, di oppressione senz’altro  e qui torniamo al discorso di "uomini/donne, tutti siamo sfruttati, oppressi". Certo, ma per le condizioni storiche, economiche, su cui ora non possiamo soffermarci, l’oppressione verso le donne è come se sintetizza tutte le oppressioni, verso tutte le masse popolariPer questo parliamo di oppressione senz’altro, perchè è totale, è una violenza “sistemica” di questa società capitalista, che non può essere riformata ma rovesciata con un processo rivoluzionario, in cui le donne – dall'inizio - siano l'anima e la forza più generalista, più coerente, più radicale di una rivoluzione che vada a fondo, una rivoluzione nella rivoluzione, che trasformi la terra e il cielo.

Non ce la siamo inventati noi, è una condizione storica e attuale delle donne, di attacco a 360 gradi e quindi di necessita’ di una lotta a 360 gradi. Per questo: non c’è liberazione senza rivoluzione, ma non c’è rivoluzione senza liberazione delle donne.

Le donne essendo le prime ad essere state soggiogate nella storia dell'umanità, saranno le ultime ad essere liberate, da qui la loro spinta a portare la rivoluzione a forme più alte, dalla rivoluzione socialista ad una rivoluzione nella rivoluzione. Perchè il veicolo della trasformazione dalla terra al cielo della società sono principalmente le donne. Per questo coloro che vogliono mantenere lo status quo cercano sempre di bloccare questo veicolo.

Occorre una Rivoluzione culturale proletaria - assumendo il grande esempio della Cina socialista - e che tocchi le questioni sovrastrutturali, che trasformi le idee patriarcali, che permangono nel sistema odierno capitalista o si vestono di "moderno patriarcalismo". - Le violenze sessuali non sono patrimonio solo dei borghesi, sono frutto di concezioni, pratiche che sono presenti anche tra i proletari. E ci sono anche tra i compagni – diceva il Partito Comunista dell’India maoista che decine e decine di atteggiamenti, concezioni maschiliste erano presenti anche tra i compagni comunisti, che pur morivano per la lotta. 

Lo stesso Lenin, nel suo famoso discorso con Clara Zetkin diceva ad un certo punto parlando della sottovalutazione da parte dei compagni della donna e del suo lavoro: "Disgraziatamente si può ancora dire di molti compagni: "Gratta un comunista e troverai un filisteo!". Evidentemente do­vete grattare il punto sensibile: la loro concezione della donna".

Quindi, è prima di tutto dalla condizione oggettiva che nasce la “marcia in più”. Non è un valore morale, è un’analisi scientifica.

Questa coscienza che le donne hanno una marcia in più spiega perchè la battaglia delle donne non è un’appendice della lotta di classe ma è parte della lotta di classe, del movimento proletario rivoluzionario, e porta una visione radicale. 

MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO