23/09/26

Un nuovo Cobas è nato a Taranto tra le lavoratrici

Tante lavoratrici, impegnate nei servizi Sad e Adi di assistenza domiciliare - appalto comunale ma gestito da cooperative - si sono organizzate nello Slai cobas per il sindacato di classe, anche in critica, delusione dei sindacati confederali e della loro inazione.

Ieri si è tenuta una prima assemblea pubblica in piazza Castello. A cui hanno partecipato tutte le lavoratrici iscritte finora nello Slai cobas ma anche qualcuna iscritta ad altri sindacati - perchè - come è stato detto dalla coordinatrice Slai cobas - le nostre assemblee sono aperte a tutte le lavoratrici al di là della loro adesione sindacale.

L'assemblea ha fatto il punto delle problematiche esistenti e delle richieste da fare sia alla cooperativa che al Comune, per migliorare la loro condizione lavorativa. Faremo conoscere in seguito le loro rivendicazioni.

Di conseguenza si sono richiesti due incontri, con la Cooperativa e con il Comune assessorato Servizi sociali.  

Questo nuovo cobas di lavoratrici - a Taranto come lavoratrici esiste già da anni il cobas molto combattivo degli asili, quello delle lavoratrici delle pulizie nelle scuole, delle mense nei VV.FF., ecc. - è importante anche per estendere il messaggio a tutte le lavoratrici, per cui sempre si legano problemi di precarietà, di bassi salari, di riduzione di diritti elementari sul lavoro, ai problemi fuori dal lavoro, in famiglia, nei rapporti spesso oppressivi con marito, uomini, ecc. come donne. 

E' un messaggio di organizzazione, di lotta, di incoraggiamento, di possibilità di prendere nelle proprie mani la vita, per cambiarla realmente. 

22/09/26

Scuola: Meloni semina razzismo e fascismo a piene mani

Per smontare il merito, l'assurdità dei provvedimenti annunciati dalla Meloni alla festa di Fenix ci stanno già pensando, in modo efficace, vari interventi. 

Noi invece vogliamo fare un appello a denunciare, a respingere il messaggio più importante, ideologico soprattutto, che è quella assatanata Meloni e Valditara vogliono imporre.

E' chiaro che l'uscita della Meloni: Tetto per gli alunni stranieri e divieto di burqa e niqab dentro e fuori le scuole, ma poi anche l’obbligo di studiare l’italiano per i genitori, annunciando per questo un prossimo decreto, è interna alla battaglia inter-destra, a chi è più fascista dei fascisti, alla competizione della lunga campagna elettorale in corso per contrastare l'avanzata di Vannacci. 

E altrettanto chiaro che se fa questo decreto, vi saranno contestazioni (già si è espresso contro il presidente dell'associazione nazionale presidi e anche vari docenti), vi potranno essere azioni legali - perchè questo decreto sarebbe platealmente illegale, anticostituzionale; tanto per cominciare sarebbe in netto contrasto con l'obbligo della frequenza scolastica nella scuola più vicina per i bambini, adolescenti fino alla scuola dell'obbligo; come è illegale anche rispetto al divieto del velo - in Francia quando Macron lo tentò vi fu una giusta sollevazione - non si può imporre una religione, una "cultura", diventa una doppia oppressione per le donne, .

Ma il problema è che al di là degli scopi propagandistici l'effetto grave - razzista, da apartheid - resta tra settori di masse, e non va sottovalutato. 

E' una propaganda criminale, che punta a eccitare gli animi contro gli immigrati "attenzione, c'è una avanzata islamica nelle scuole..."; che vuole alimentare l'humus razzista tra settori di giovani, di masse, a legittimare gli attacchi, le violenze contro gli immigrati: se è il governo che dice questo, io posso cacciare uno studente dalla mia aula, posso perseguitarlo, fare azioni di bullismo, ecc. ecc.

Possono i giornali continuare a fare inchieste, reportage su ideologie fasciste, criminali presenti tra i giovani, sui comportamenti, ma è il governo che crea l'ambiente giusto, l'ideologia nera, che fa considerare naturali concezioni e pratiche di violenza contro gli immigrati, contro le donne, verso i disabili, a difesa della proprietà privata, ecc.. ecc. SIETE VOI I CRIMINALI CHE DOVETE ESSERE CACCIATI. 

Il danno è fatto, prima che si realizzi in provvedimenti normativi ufficiali ci vorrà un pò di tempo - intanto vanno avanti circolari, disposizioni - e queste si possono anche far decadere, ignorare (non è che non ci avevano provato i governi precedenti, pensiamo al governo Berlusconi e alla circolare Gelmini sul tetto per gli alunni immigrati) - ma il danno è maledetto e subito. L'humus fascista gridato nelle piazze, negli assembramenti, amplificato dalle televisioni e giornali, quello resta ed è il vero pericolo!

Questo razzismo, fascismo era già iniziato prima che la scuola cominciasse. Ci sono stati atti e proposte avanzate da diversi esponenti della destra, accomunati tutti da un unico desiderio: proteggere gli istituti italiani dal pericolo di un’ipotetica “avanzata islamica”. Su questo ci sono già stati in estate circolari, risoluzioni da parte di Valditara.
Vi è la risoluzione “anti-islamizzazione”, approvata lo scorso luglio dalla Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera (chiamarla Commissione "Cultura, Scienza, Istruzione" è veramente osceno) – per prevenire tutte le forme di indottrinamento negli ambienti scolastici e per garantire le norme di "sicurezza". Ma che c'entra la sicurezza!? Neanche tanto sottilmente, si vuole paragonare la cultura islamica al terrorismo; si vuole in realtà affermare l'ignoranza, la sotto cultura, per dichiarare come unica cultura, "unica civiltà quella  occidentale, concentrando lo studio della storia sulle origini della civiltà occidentale, sui fondamenti della storia nazionale e sulla relativa identità italiana". Tra questi fondamenti è stata da Valditara indicata la Bibbia. E' il "Dio, patria, famiglia" applicato all'insegnamento scolastico.  

Valditara già pensava di inserire nel disegno di legge sulla sicurezza un emendamento che vieti alle ragazze di indossare il burqa in classe, con l’obiettivo, proprio lui..., di “riaffermare la dignità delle donne” - a parte che non può fornire neanche mezzo esempio di una studentessa con il burqa in classe, noi ricordiamo sempre quello che disse una giornalista afghana; "L'imperialismo che vuole toglierci il burqa per "liberarci", per noi sarebbe come uno stupro!". Molte indossano il velo per affermare la propria identità, per mantenere un legame con la propria cultura d’origine. Impedire con la repressione questo è una violenza verso le donne.

Nell'intervista di ieri al Corriere della sera, Valditara si fa paladino della libertà delle donne, della denuncia del patriarcato: "«è una questione di civiltà - dice - mi dispiace per chi fa polemiche, ma il burqa è il simbolo della mentalità patriarcale violenta che considera la donna una non persona e che noi come Lega abbiamo sempre avversato. I nostri valori dicono che la libertà della donna non è negoziabile». Proprio loro che ripropongono alla grande, soprattutto con la campagna sulla natalità, che il ruolo vero, centrale delle donne è fare figli, la famiglia, che una donna viene pesata, per avere miseri benefici di assunzione, bonus, da quanti figli ha, altrimenti te ne stai a casa; proprio loro che espandono l'humus fascista, sessista, militarista che alimenta, normalizza i femminicidi, gli stupri... e potremmo continuare.

Tornando alla sguaiata propaganda della Meloni alla festa dei giovani di FdI, la Meloni, più si avvicineranno le elezioni e più griderà come un'ossessa, ma dovrebbe sapere che chi vuole votare a destra, va all'originale (vota Vannacci, non la copia di FdI, della Lega). Questo è già avvenuto in Sassonia, in Romania, dove l’estrema destra domina a Bucarest, in Gran Bretagna.

Chiaramente stendiamo un velo pietoso sulla ridicola, inutile "opposizione" del Pd e soci. La loro denuncia non scalfisce minimamente questa ondata di fascismo che vede centrale oggi gli immigrati. Ma anche questi si illudono; si illudono che alle elezioni loro dovrebbero andare avanti, addirittura vincere; questo non succederà, però i danni dell'ondata di moderno fascismo, dell'ondata di azione razzista verso gli immigrati, questi sì andranno avanti. 

Contro questo occorre una risposta di massa, una ribellione. Occorre la lotta! Perché senza la lotta, senza estenderla dalle scuole ai quartieri, alle piazze, ai posti di lavoro, questa ondata nera crea una situazione difficile ogni giorno di più. Occorre prenderne coscienza e combatterla adeguatamente con tutti i mezzi necessari.

20/09/26

La condizione schiavista, di violenze delle braccianti immigrate nel tarantino grida lotta, ribellione, organizzazione

Queste donne, per la maledetta Meloni che viene a farsi le vacanze in  Puglia, a celebrare il suo governo che ha dato "tanta occupazione alle donne", non esistono! 

Dalle inchieste in corso:
“Se le nere si fermano per andare in bagno le licenzio”
"Fanno le commedie queste persone qua? Questa gentaglia! 
Ma chi sono i neri che prendono picci?". E poi rincara: "Ma le nere sono sempre? E adesso le faccio stare a casa, dai, veloce, veloce". 
Per poi aggiungere, in un’altra conversazione, a proposito dello stop richiesto da un gruppo di lavoratrici: "Perdo soldi io, perdo soldi adesso!". 
Nei campi c’è chi andava anche con la febbre. E gli imprenditori non tolleravano alcuna sosta. Così lo stesso Mazzotta a colloquio con un collaboratore, avendo notato due braccianti ferme. Il collaboratore spiega che si erano fermate a causa delle vesciche alle mani. E l’imprenditore sbotta: "Mettile a fare l’uva, mettile a fare, si finiscono l’uva e se ne vanno a fare in culo".
Ricatti sessuali alle braccianti indiane, la nuova schiavitù...

19/09/26

Corrispondenza dall'Ungheria - Parte il processo d'appello contro Maja e gli altri antifascisti processati - Facciamo circolare

 

Il massacro deliberato dei bambini palestinesi - Lo documenta anche il Film "Naza"



Naza è un film documentario diretto dai giornalisti e cineasti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori di No Other Land (2024). L'opera ricostruisce i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, basandosi sulle inchieste giornalistiche pubblicate tra il 2023 e il 2025 da The Guardian, +972 Magazine e Local Call.

da Cristina Piccino su il manifesto

"Naza", presentato alla Mostra di Venezia, che ha vinto ieri il premio speciale della giuria, è l’acronimo israeliano per «vittime collaterali». Che non sono un incidente, ma l’obiettivo dei bombardamenti a distanza, come raccontano i soldati di Tel Aviv intervistati sotto anonimato

Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato a Venezia, le testimonianze agghiaccianti dell’intelligence israeliana. «È importante avere una distribuzione qui. L’Italia è tra i pochi Paesi in Europa che blocca le sanzioni», dicono i registi

«Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce. E che dopo l’attacco del 7 ottobre è stata portata a una piena realizzazione.

«Naza» diventa infatti man mano che la guerra va avanti un concetto che dimentica gli obiettivi militari, i terroristi, Hamas, e indica invece la sola volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con l’indifferenza di una totale disumanizzazione – «era come un videogame» dicono i militari dell’Idf – che per alcuni è addirittura un «divertimento», l’eccitazione orgogliosa dello scopo di odio e vendetta raggiunti. Sembra un’allucinazione dell’orrore, è la realtà in atto.

A RACCOGLIERE le parole di questi militari, uomini e donne sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani di No Other Land realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Naza, il documentario presentato ieri in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega Yuval Abraham.

Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine e sul quotidiano inglese The Guardian, che ha prodotto il film insieme al regista Jonathan Glazer e a James Wilson. Ascoltarle però da chi ha compiuto queste azioni muta la nostra prospettiva. Per la prima volta non siamo cioè testimoni di quanto accade a Gaza, ma ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni.

Ci sono alcune parole ricorrenti nei racconti dei militari che rivendicano il loro status elitario e di sinistra. Una è «pulizia»: dovevamo pulire, ripetono. Così dopo avere ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria. L’altra, ovviamente, è «uccidere». Ci dicono come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto, mentre le mani tracciano il disegno dei corpi che crollano. O spiegano quelle linee mai tracciate che i palestinesi senza saperne l’esistenza non dovevano superare. Un bambino che si è avvicinato è stato ucciso senza ragione, il corpo mangiato dai cani, ma Gaza dicono ancora «è piena di corpi».

IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia raffinata al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso. Gli archivi ci mostrano però che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) in una storia che ha sempre cancellato dalla Nakba in poi la presenza palestinese, a Tel Aviv ne è rimasta traccia solo in una casa.

GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande... l’eco delle bombe arriva da lontano: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham. E in questa frase affiora il senso del sentimento di un intero Paese, la stessa quieta indifferenza, la narrazione di un essere vittima in quello skyline che dista solo sessanta chilometri da Gaza e dal genocidio, al cui centro risiedono i palazzi dell’intelligence. Possibile? In strada si celebra la Giornata della memoria, la cineteca di Tel Aviv propone Shoah di Lanzmann. Il riferimento all’Olocausto e ai nazisti torna in diverse dichiarazioni dei soldati, del resto è un elemento fondante di quella società – insieme ai miti biblici – che Netanyahu ha strumentalizzato dal 7 ottobre con spudoratezza, quasi a legittimarvi il proprio agire, opponendo l’antisemitismo alle critiche alla sua politica.

«PENSO ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?» si chiede uno degli intervistati...

16/09/26

India - Libertà per i prigionieri, le prigioniere politiche /settimana di mobilitazione in India - iniziative nella giornata internazionalista del 26 settembre, anche in Italia



Tra i prigionieri politici, tante sono le donne, contro di loro oltre le condizioni terribili di detenzione, le torture che portano anche alla morte, le uccisioni nascoste, vengono perpetrati stupri, torture sessuali da parte dei soldati, dei carcerieri. L'India, che viene presentata come la "più grande democrazia del mondo", è il "carcere" più grande del mondo. Repressione, massacri, soprattutto delle popolazioni adivasi in lotta si uniscono alle pratiche di stupri, violenze sessuali anche verso le bambine. Particolare accanimento il governo Modi e le sue forze armate lo riservano alle donne combattenti maoiste, forza determinante nella guerra popolare condotta dal Partito Comunista dell'India (maoista), che Modi vuole definitivamente cancellare, con uccisioni di massa e mirate (questa operazione è in corso, e viene chiamata Operazione Kagaar).
E Modi e la Meloni sono grandi amici e hanno grandi interessi in comune; così come entrambi sono sostenitori di Netanyahu e complici del genocidio dei palestinesi.
Abbiamo fatto un dossier che testimonia l'orribile detenzione delle prigioniere politiche nelle carceri indiane. Richiedetecelo: mfpr.naz@gmail.com.
Facciamo appello alle compagne, alle giornaliste, alle femministe, alle lavoratrici, donne in lotta nel nostro paese a far sentire la loro voce, denuncia (perchè pochissimo si parla delle prigioniere politiche in India e della situazione generale delle donne in India); facciamo appello a partecipare alle iniziative in Italia per il 26 settembre, che si terranno in particolare a Milano, Bergamo, Ravenna, L'Aquila, Taranto, Palermo, ecc.
RICHIEDETECI INFORMAZIONI E MATERIALI

15/09/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Comune di Parigi les Communards

Dalla presentazione
“Le donne sono in buon numero... certo le donne amano la rivolta!”
La Comune di Parigi è stata la prima sfida contro il potere delle classi e Stati oppressori, un assalto al cielo quasi impossibile.
Durante la Comune di Parigi ci fu un grandissimo ruolo delle donne. 
Già durante l’assedio di Parigi, l’anno precedente, i giornali avevano parlato delle “Amazzoni della Senna”, ma è durante la Comune che fiorirono innumerevoli comitati, club, società di donne che sostenevano la causa della rivoluzione. 
Scrisse Louise Michel: “Fra i più ardenti combattenti, che si opposero all’invasione e difesero la repubblica come l’aurora della libertà, le donne sono in buon numero... certo è che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte”. 
Durante la Comune, la prima “Rivoluzione culturale”, il maggiore impulso all’autorganizzazione sociale venne proprio dalle donne: operaie, maestre, casalinghe e prostitute si scoprirono così soggetti attivi di una rivolta dentro una rivolta. 
La maggior parte di loro erano donne operaie, altre, convinte da concetti femministi e socialisti, provenivano da ambienti benestanti. Tutte erano ammirevoli per il loro valore, ardore e abnegazione.
Il primo giorno della Comune furono loro che invocarono l’insurrezione. Louise Michel e molte parigine impedirono alle truppe inviate dal governo di recuperare i cannoni di Montmartre e convinsero i soldati a fraternizzare con gli insorti.
Il 9 aprile 1871, sotto la guida di un’operaia rilegatrice, Nathalie Lemel, e di un’insegnante, l’aristocratica russa Elisabeth Dmitrieff, nacque l’«Unione delle donne per la difesa di Parigi e le cure ai feriti», la prima associazione organizzata dalle donne.
Il Comitato centrale dell’Unione delle donne, che comprendeva, oltre alle due attiviste, Marceline Leloup (sarta), Blanche Lefevre (lavandaia), Aline Jacquier (cucitrice), Theresa Collin (calzolaia) Aglaë Jarry (rilegatrice), pubblicò manifesti e organizzò incontri pubblici nei distretti e nei quartieri della capitale. 
Il 12 aprile, il primo appello alle donne venne affisso sui muri di Parigi, e diceva in sintesi: «I nostri nemici sono i privilegiati del presente ordine sociale, tutti coloro che hanno sempre vissuto coi nostri sudori, che si sono ingrassati con la nostra miseria ... L’ora decisiva è arrivata ... Che ce ne facciamo del vecchio mondo! Vogliamo essere libere! ...”. 
Le donne invitano altre donne a sostenere la causa del popolo della rivoluzione e della Comune.
L’unione promuove la rivoluzione sociale la rivendicazione dei diritti del lavoro dell’uguaglianza della giustizia.
L’Unione organizza mense, procura infermiere e ambulanze e collabora con le commissioni governative per la creazione di occupazione femminile... 
10.000 donne prendono attivamente parte alla Comune. Esse non hanno esitato a prendere le armi contro l’esercito nemico quando è stato necessario.
Le donne della Comune oltre ad essere innovative, organizzatrici, erano anche coraggiose combattenti. Alcune di loro affrontarono il pericolo e la morte, come quelle che lavoravano per i rifornimenti alle guardie nazionali o addette alle ambulanze; altre, armate di fucile, presero il loro posto nelle barricare, sparavano agli assalitori e combattevano fino all’ultimo e, nello stesso momento, incoraggiavano i loro compagni più deboli.
La repressione versagliese, che seguì contro di loro, fu terribile. Quando venivano trovate con le armi in mano, venivano fucilate sul posto. Le prigioniere, in attesa di un finto processo, furono mandate al sinistro campo di Satory sotto i fischi, gli insulti, i colpi dell’idiota folla borghese di Versailles. Ma si confrontarono con i loro giudici con tanto coraggio e dignità, sostenendo le loro azioni e vennero condannate alla deportazione in Nuova Caledonia. 
Viaggiarono per centoventi giorni su vecchie fregate, in condizioni abominevoli e in gabbia come animali.
Molto più che i Comunardi, furono calunniate, insudiciate, umiliate, trattate da puttane o incendiarie dai vincitori e dalle loro mogli.
Durante gli anni trascorsi in prigione, continuarono a ribellarsi e a difendere con energia e orgoglio i loro diritti di detenute politiche...