02/10/26

Il messaggio di Luigia dal presidio al Tribunale


Oggi è stata per me una giornata bellissima. Nonostante si trattasse di una udienza preliminare, quindi di fatto rituale, e in un orario difficile, circa una ventina tra compagne e compagni mi hanno portato la loro calorosa solidarietà fuori e dentro il tribunale di L'Aquila, alcuni affrontando ore di viaggio da Teramo, Giulianova.
Voglio ringraziare tutte coloro che mi hanno mandato messaggi di solidarietà lontano da questa città, le compagne di Fuori genere e Casematte che hanno reso possibile questa presenza solidale in pochi giorni, le compagne e i compagni del campetto occupato di Giulianova e di casa del popolo Teramo per essere stati con me oggi, nonostante il poco preavviso.
Un ringraziamento speciale va a Gigi, compagno apicoltore del campetto occupato, che nonostante dovesse badare alle sue api, rimaste troppo a lungo senza le sue cure a causa della repressione, è venuto ugualmente, con tutte le sue api.
La prima udienza dibattimentale è stata fissata per il 30 novembre alle ore 11, ma per me il processo è iniziato oggi, con i sorrisi, gli abbracci e i sacrifici che hanno dovuto affrontare i compagni e le compagne per starmi vicino.
 
Con immenso amore per voi
con immenso odio per chi ci vuole male
 
Luigia
 

Campetto occupato 

🤜
LUIGIA NON SEI SOLA ❤️
Stamattina in tribunale a L'Aquila vi è stata l'udienza preliminare contro la nostra compagna e sorella Luigia per una vicenda che ha dell'assurdo.
Il 3 gennaio scorso, durante una manifestazione di dissenso contro il passaggio della torcia olimpica all’Aquila, lei è stata coinvolta in una colluttazione con un agente di polizia.
L’agente in questione l’ha spintonata, le ha toccato il seno e ha tentato di strapparle dalle mani la bandiera della Palestina.
Il risultato? Un polso fratturato.
Una frattura che ha richiesto un’operazione e un lungo percorso di recupero.
E come se non bastasse, la nostra sorella è stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale.
Stamattina eravamo lì con lei, con la nostra rabbia, per ricordarle che non è sola, perché di fronte agli abusi di potere e alla criminalizzazione della protesta non abbassiamo la testa!
Di fronte alla repressione del dissenso non facciamo un passo indietro.
Di fronte a chi pensa di poter colpire una persona e trovarla isolata, rispondiamo con la solidarietà.
Per la piena libertà di critica al potere.
Contro il monopolio della violenza.
Se toccano unə, rispondiamo tuttə!
Sempre al fianco di chi lotta contro la repressione.
FORZA LUIGIA!
FORZA VALCHIRIA!
 

Per Luigia L'Aquila: Il vero oltraggio è la vostra violenza

Campetto occupato 

🤜
LUIGIA NON SEI SOLA ❤️
Stamattina in tribunale a L'Aquila vi è stata l'udienza preliminare contro la nostra compagna e sorella Luigia per una vicenda che ha dell'assurdo.
Il 3 gennaio scorso, durante una manifestazione di dissenso contro il passaggio della torcia olimpica all’Aquila, lei è stata coinvolta in una colluttazione con un agente di polizia.
L’agente in questione l’ha spintonata, le ha toccato il seno e ha tentato di strapparle dalle mani la bandiera della Palestina.
Il risultato? Un polso fratturato.
Una frattura che ha richiesto un’operazione e un lungo percorso di recupero.
E come se non bastasse, la nostra sorella è stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale.
Stamattina eravamo lì con lei, con la nostra rabbia, per ricordarle che non è sola, perché di fronte agli abusi di potere e alla criminalizzazione della protesta non abbassiamo la testa!
Di fronte alla repressione del dissenso non facciamo un passo indietro.
Di fronte a chi pensa di poter colpire una persona e trovarla isolata, rispondiamo con la solidarietà.
Per la piena libertà di critica al potere.
Contro il monopolio della violenza.
Se toccano unə, rispondiamo tuttə!
Sempre al fianco di chi lotta contro la repressione.
FORZA LUIGIA!
FORZA VALCHIRIA!

01/10/26

"Sorella non sei sola" - 2 ottobre al Tribunale dell'Aquila - massimo sostegno a Luigia del MFPR - Siamo vicine, inviate messaggi a luigia: sommosprol@gmail.com

Ungheria - Condannata di nuovo Maja T. - Nell’Appello la pena è stata ridotta di un solo anno. Un fermato alla manifestazione antifascista - Su questo fronte, nulla è cambiato da Orban

Da Il Manifesto
Per Maja la condanna è a sette anni per lesioni potenzialmente mortali aggravate dal movente politico e dalla partecipazione a un’organizzazione criminale. In primo grado ne aveva presi otto. La procura adesso ne chiedeva quattordici. Gabriele Marchesi, assente visto che nel 2024 la Corte d’appello di Milano ha respinto la sua estradizione in Ungheria, di anni ne ha presi sei (prima erano sette). La tedesca Hanna M., già libera, due.
FINISCE COSÌ, almeno per ora, il Budapest Complex, il maxi-processo agli Antifa, nato durante il governo di Viktor Orbàn, che ha peraltro fatto di questa sigla un’organizzazione terroristica. Adesso il presidente è un altro, Peter Magyar. Dicono sia un moderato, ma le leggi più repressive varate durante gli anni della «democrazia illiberale» non sono cambiate. E che ancora non è finita: Rexhino Abazaj, anche lui sospettato di aver preso parte alle azioni del 2023, verrà estradato dalla Francia alla Germania, e su di lui c’è un mandato ungherese che potrebbe essere eseguito. Per Ilaria Salis, il cui nome ancora campeggia su tutti i capi d’imputazione del Budapest Complex, si attende la fine del suo mandato da europarlamentare per cercare di riportarla alla sbarra. E Marchesi pure sarà oggetto di un nuovo mandato d’arresto europeo, questa volta per esecuzione della pena e non come semplice indagato. Deciderà di nuovo la Corte d’appello di Milano.
MAJA T. resterà in carcere, dove è rinchiusa da quando – giugno 2024 – la polizia del suo paese l’ha consegnata alle autorità ungheresi senza aspettare il parere di un tribunale. Visto che la sentenza di ieri è inappellabile, comunque, la difesa ha chiesto che la sua pena venga scontata in Germania, ma il percorso burocratico non sarà breve. Le previsioni più ottimistiche dicono che il trasferimento, se ci sarà, non avverrà prima della seconda metà dell’anno prossimo. «Questo processo è uno scandalo – dice fuori dal tribunale il signor Wolfram Jarosch, padre di Maja -, il ministero della Giustizia ungherese ha promesso che Maja potrà tornare in Germania. Questo deve accadere subito. E il tempo trascorso in carcere qui deve essere conteggiato almeno il doppio».
Per la legge tedesca, passati i due terzi della pena si può uscire di prigione. La tesi del padre di Maja T. è che il tempo trascorso in condizioni durissime a Budapest debba valere di più. 
IL GIUDICE ha riscritto diverse parti della prima sentenza: dai video, ha detto, non è stato possibile capire se Maja T. abbia in effetti partecipato alle azioni. Quindi lei, pur appartenendo a una banda criminale (la cui esistenza si ritiene provata solo in virtù delle indagini svolte in Germania) non ne è organizzatrice. È soltanto complice. Stesso discorso per Marchesi. Da qui lo sconto di un anno.
Fuori dal tribunale qualche decina di attivisti ha passato la mattinata sul marciapiede a gridare «Free Maja», «Free all Antifas» e, in italiano, «Siamo tutti antifascisti». L’autobus di solidali partito da Berlino nel pomeriggio di martedì è arrivato soltanto intorno alle 13. Il viaggio è stato complicato: al confine con la Repubblica Ceca la polizia tedesca lo ha intercettato e perquisito per ore. In tre sono stati fermati. Un altro lungo controllo poi è stato fatto dagli agenti ungheresi alla periferia di Budapest.
ALL’ARRIVO, un ragazzo, Ulle, è stato prelevato dalla polizia perché, per un paio di secondi, si è alzato il bavero fino al naso. E qui è vietato coprirsi la faccia durante una manifestazione. Giusto il tempo di farsi scrivere sul braccio il numero di telefono di un avvocato e poi via a sirene spiegate verso il commissariato. La cosa davvero particolare di questa scena è che tra i manifestanti nessuno ha mosso un dito: non quando gli agenti hanno rotto il presidio per prelevarlo, non quando lo hanno portato in un angolo per identificarlo, non quando lo hanno caricato sulla volante. «Se reagiamo in qualsiasi modo, qui in un minuto di agenti ne arrivano altri cento e portano via tutti», ci spiega un ungherese. A Ulle poteva andare peggio: se la caverà con una multa da un migliaio di euro. Ma il giudizio finale sulla possibilità di esercitare il diritto al dissenso anche da queste parti – in quello cioè che sarebbe un paese europeo – è negativo. O peggio, è triste.

Il sindaco di Taranto Bitetti sul carro fasciorazzista di Meloni/Valditara su tetto agli studenti stranieri, sul velo alle donne, contro gli immigrati... - Vergogna!

Bitetti, come un pappagallo dei fascisti al governo, si appella ai cosiddetti "valori occidentali" quei valori che fanno le guerre, che coprono e partecipano ai genocidi dei palestinesi - Abbiamo la versione tarantina di "Dio, patria, famiglia". Forse Bitetti spera di candidarsi per il prossimo parlamento? - E Assessore e consigliere che dicono...?

Burqa e limite agli studenti stranieri, Bitetti favorevole alle nuove regole per la scuola

Il sindaco interviene durante la presentazione del volume curato dal ministro Valditara: «Rispetto massimo per tutti i popoli che accogliamo, ma vanno rispettate anche le nostre tradizioni»

Burqa e limite agli studenti stranieri, Bitetti favorevole alle nuove regole per la scuola

TARANTO - Il sindaco di Taranto Piero Bitetti si dice favorevole al divieto di burqa nelle scuole e all’introduzione di un limite alla presenza nelle classi degli studenti stranieri che non conoscono adeguatamente la lingua italiana. Il primo cittadino è intervenuto sul tema nel corso della presentazione del volume “Manifesto per l’Occidente. I valori universali della nostra cultura”, curato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Le dichiarazioni sono state riportate da RaiNews Puglia.

Bitetti ha legato la propria posizione al rispetto delle regole e delle tradizioni del Paese ospitante. «Rispetto massimo di tutti i popoli che accogliamo, ma penso che le nostre regole, le nostre abitudini, le nostre tradizioni vadano rispettate», ha affermato.

Nello stesso intervento il sindaco ha richiamato anche la presenza del crocifisso negli istituti scolastici: «va rispettata la presenza del crocefisso nelle aule».

Il primo cittadino si è soffermato anche sul tetto del 30 per cento previsto dal provvedimento del Governo per determinate situazioni scolastiche. La misura riguarda in particolare gli studenti di nuovo ingresso che non possiedono una sufficiente conoscenza dell’italiano.

Bitetti ha espresso il proprio sostegno alla scelta, motivandolo con le possibili conseguenze sulla gestione delle classi e sull’apprendimento. «Aumentare in maniera esponenziale la presenza di altre nazionalità rischia di compromettere i nostri ragazzi che fanno fatica a mantenere il passo», ha dichiarato.

Nel suo ragionamento il sindaco ha poi richiamato i numeri dell’immigrazione verso l’Italia. «È anche vero che l’Italia ha avuto numeri importanti legati all’immigrazione, parliamo di 65.000 nel 2024, 66.000 nel 2025, numeri alti», ha aggiunto, facendo riferimento anche alla presenza di minori arrivati nel Paese.

Bitetti ha quindi collegato il fenomeno ai valori che, a suo giudizio, rendono l’Italia un punto di riferimento per chi arriva dall’estero, parlando di minori immigrati che «hanno guardato il Paese Italia per quei valori» richiamati durante l’incontro.

Le dichiarazioni del sindaco di Taranto si inseriscono così nel confronto aperto sulle nuove regole riguardanti integrazione scolastica, rispetto delle tradizioni e presenza degli studenti stranieri nelle classi.

30/09/26

Difende la bandiera della resistenza palestinese: prima le rompono il polso poi la processano per oltraggio

Il 3 gennaio a L’Aquila, verso la fine di un presidio improvvisato per contestare il passaggio della fiamma olimpica e gli sponsor del genocidio in Palestina, Luigia, una compagna del MFPR e  soccorso rosso proletario, è stata presa per i seni e spinta in terra da un poliziotto, che ha cercato di strapparle dalle mani una bandiera palestinese con su scritto Free Anan.
In seguito alla caduta e probabilmente anche a causa della stretta dell’agente sul suo polso destro, Luigia ha riportato 3 mesi di prognosi per una frattura multipla che ha dovuto operare.
Nel denunciare gli agenti coinvolti - il poliziotto che l’ha aggredita e l’agente donna che si è rifiutata di fornirle il nome - Luigia ha dovuto sporgere querela contro ignoti, richiedendo inutilmente al Comune dell’Aquila le immagini di una videocamera di sorveglianza che avrebbero potuto meglio chiarire la dinamica dell’accaduto.
Il risultato di questa omertà e di questa giustizia borghese è stata l’immediata denuncia e l’imminente processo della compagna per “oltraggio a pubblico ufficiale”. Processo che inizierà il 2 ottobre, mentre la querela della compagna rischia di essere insabbiata così come hanno tentato di fare con l’altra denuncia di Luigia, nei confronti di vari politici sionisti e di un “giornalista” che l’hanno diffamata dopo il flash-mob al Carrefour del 25 aprile 2025. Anche per quell’azione, per quel corteo silenzioso che intendeva denunciare la complicità della multinazionale nel genocidio del popolo palestinese, la compagna è stata trascinata a processo nel giro di un anno, mentre per alcune delle sue querele è stata immediatamente chiesta l’archiviazione.

Il caso di Luigia però, non è semplicemente da ascrivere a un abuso di potere. Le querele sono state presentate non perché si avesse fiducia in questa giustizia borghese e israelianizzata, come il processo ad Anan Yaeesh ha dimostrato, ma al contrario, come atto politico di sfida, di insubordinazione ad essa, ed è per questo che la compagna viene perseguita.
In questo stato fascista e dei padroni, in questo sistema capitalista e imperialista sei buona solo come vittima silente, se non denunci le ingiustizie, se non reagisci quando ti attaccano,  se accetti di farti massacrare senza opporre resistenza. Come fa Israele con i Palestinesi, così Trump e Meloni con gli antifascisti, gli anticapitalisti, gli antisionisti. Ma i veri criminali, i veri terroristi sono loro, non chi manifesta il proprio dissenso alle loro politiche genocidiarie.
È ora di rompere questo silenzio e difendere la nostra dignità, senza temere la repressione. Sono loro che devono continuare ad aver paura e sono le nostre lotte a fargli paura! Continuiamo a difendere e a tenere alta la bandiera della Palestina come quella di tutti i popoli oppressi, la storia e la resistenza ci daranno ragione.
Qui la solidarietà del collettivo Fuori Genere e di CM che saranno presenti in udienza.