08/08/26

Electrolux di Solaro - Il "danno" dello sciopero per l'azienda lo devono pagare le operaie e gli operai... - ma non esiste proprio...

ELECTROLUX SOLARO 
Commento delle lavoratrici Slai cobas sc di Milano del comunicato Fim Fiom Uilm di Solaro e come decidono di  abdicare al proprio ruolo! 
Vediamo di fare una valutazione della situazione complessiva:
L'origine dello scontro (17 luglio 2026): la RSU indice un pacchetto di scioperi articolati di 30 minuti per ciascun reparto.
A fronte del presidio dei lavoratori, la Direzione Aziendale ne intima lo sgombero adducendo motivi di "sicurezza" (ostruzione di passaggi/magazzini) e, di conseguenza, dichiara la messa in libertà (serrata parziale/messa in mora del creditore) di tutto il personale di fabbrica collegato alla produzione a partire dalle ore 11:00.
La posizione di principio dei sindacati (17 luglio):con i primi comunicati, FIM, FIOM e UILM qualificano "la messa in libertà" come una ritorsione illegittima e un ostacolo al diritto di sciopero. Inoltre, affermano con fermezza la "messa a disposizione" dei lavoratori, sostenendo il principio  che "le retribuzioni vanno pagate integralmente" per l'intera giornata.
Ma il 3 agosto 2026 si assiste al "passo indietro" della RSU, infatti la RSU sottoscrive e accetta un accordo quadro che prevede il pagamento al 50% delle ore non lavorate durante la messa in libertà. Per la restante quota (il restante 50%), la RSU invita e concede ai lavoratori di "coprirsi" mediante l'utilizzo dei propri IROL/PAR/permessi individuali (con scadenza entro il 4 agosto ore 14:30), al fine di evitare il blocco o il mancato saldo in busta paga e prevenire contenziosi giudiziari incerti.(dall'ultimo volantino rsu) La decisione della RSU e delle Segreterie Territoriali, per quanto mossa dall'intento pratico di assicurare un "paracadute" economico immediato ai dipendenti, presenta rilevanti criticità strategiche e di rappresentanza. 
Con una leggerezza inaudita il sindacato permette ed approva che lo scarico del danno economico sia tutto dei  lavoratori: consentendo o suggerendo l'uso di permessi individuali (PAR/ROL) per coprire le ore di "messa in libertà", la RSU fa sì che il costo dell'azione unilaterale dell'azienda gravino sul monte ore/ferie dei singoli lavoratori.
Cessione di fronte alla minaccia del contenzioso: L'azienda ha fatto valere la minaccia di un "prolungato strascico giudiziario dalle tempistiche incerte". Piegarsi a questo rischio depotenzia l'efficacia negoziale e l'autorevolezza del sindacato nelle vertenze future.
Ci sono delle azioni giuridiche precise che si possono attivare: se i lavoratori (o sigle sindacali di minoranza/dissenso) intendessero contestare la gestione dell'azienda e non accettare la rinuncia passiva, il quadro normativo italiano offre precisi strumenti di tutela:
-  Azione Sindacale ex Art. 28 Statuto dei Lavoratori (Ricorso per Condotta Antisindacale) Fondamento: L'art. 28 della L. 300/1970 sanziona i comportamenti datoriali volti a impedire o limitare l'esercizio del diritto di sciopero.
- contenuto dell'azione: la "messa in libertà" della maestranza non scioperante (o al di fuori dello sciopero di reparto) costituisce spesso una serrata ritorsiva illegittima, come nel caso specifico.
Mandare a casa i lavoratori priva lo sciopero della sua efficacia naturale e costituisce condotta antisindacale.
-Legittimazione: l'azione è attivabile dagli organismi territoriali delle associazioni sindacali nazionali.
-Azioni Individuali dei singoli di recupero crediti retributivi (decreto Ingiuntivo) fondamento: Art. 1206 e ss. c.c. (mora del creditore) e contrattualistica del lavoro.
-I singoli lavoratori che non intendono sottoscrivere la richiesta di copertura tramite permessi individuali (e che il 17 luglio sono rimasti a disposizione dell'azienda a partire dalle 11:00) possono promuovere un ricorso per decreto ingiuntivo o una causa ordinaria presso il Giudice del Lavoro per ottenere la differenza retributiva non pagata (100% delle ore e non solo il 50%).
-Impugnazione/contestazione dell'accordo transattivo Art. 2113 c.c. (rinunzie e transazioni): se l'accordo siglato dalla RSU/Sindacati comporta la rinuncia a diritti retributivi già maturati dai singoli lavoratori senza una specifica delega/procura ad abdicare a tali diritti individuali, i lavoratori possono impugnare la transazione entro i termini di legge (6 mesi), riaffermando il proprio diritto all'integrale retribuzione delle ore di messa in mora aziendale. 
Ma il sindacato qui ha fatto gli interessi dei padroni non dei lavoratori. La risposta dell’azienda è immediata e brutale: intima lo sgombero del presidio e dichiara la messa in libertà dell’intera maestranza collegata alla produzione a partire dalle ore 11:00. Una scelta che colpisce lavoratori che non stavano scioperando, svuota di efficacia lo sciopero articolato, configura una serrata ritorsiva, pratica vietata dall’ordinamento italiano. Nei primi comunicati, FIM, FIOM e UILM riconoscono la natura antisindacale dell’atto e affermano un principio chiaro: i lavoratori erano a disposizione e la retribuzione va pagata al 100%.
Il passo indietro del 3 agosto: la resa della RSU, dopo due settimane, la RSU e le segreterie territoriali firmano un accordo che: riconosce solo il 50% della retribuzione delle ore di messa in libertà, invita i lavoratori a coprire il restante 50% con PAR/ROL/IROL, giustifica la scelta con la minaccia aziendale di un “lungo contenzioso”.
Le conseguenze politiche di questa scelta scellerata  della RSU non è un dettaglio tecnico, è un precedente politico.
L’azienda ora sa che può usare la messa in libertà come arma e i lavoratori imparano che il sindacato può arretrare anche quando ha ragione e il costo del conflitto viene scaricato sui singoli operai, non su chi lo ha provocato. Noi affermiamo e sosteniamo  l’opposto: 
Il diritto di sciopero non si transa. La retribuzione non si baratta. La dignità non si negozia.
Noi siamo per una battaglia che serva davvero, quello che difende i diritti e non li amministra. La vertenza Electrolux Solaro deve diventare un segnale chiaro.
Una lotta in cui la rappresentanza non deve essere un titolo, ma una responsabilità. E quando viene tradita, va riconquistata, ma al punto in cui sono arrivati bisogna avvertire gli operai che otterranno di più se impugnano nei tribunali le loro vertenze.
ORA DIVENTA URGENTE PARLARE DI CONFLITTO DI CLASSE
Oggi il conflitto di classe è a senso unico e bisogna essere precisi: 
il conflitto di classe non è scomparso, semplicemente è stato monopolizzato. La classe dirigente:è compatta, ha strategia, ha obiettivi chiari, usa strumenti giuridici, mediatici, psicologici, non arretra, non si vergogna del proprio interesse, anzi ne va fiera. 
La classe operaia invece è frammentata, è isolata, è spaventata, non ha più memoria delle forme della lotta, delega a rappresentanze che non rappresentano niente, accetta compromessi che non sono compromessi, ma vere e proprie  rese. Perché la classe operaia è divisa?
Non è un difetto morale, è un processo storico: con l'affermarsi dell'individualismo ogni operaio è trattato come singolo e non come parte di un  corpo collettivo.
Poi c'è la paura economica: precarietà, mutui, figli, salari bassi e  la paura paralizza.
Sindacati istituzionalizzati: non più strumenti di conflitto, ma mediatori di compatibilità. Il risultato è che la classe operaia non riconosce più se stessa come classe, ha introiettato il punto di vista dei padroni, ha perso la sua identità collettiva,  e senza identità' non c’è lotta collettiva, difesa dei propri diritti.
La classe dirigente vince perché lotta e vince non perché è “più forte”, ma perché ha coscienza di sé, ha obiettivi comuni, ha strumenti, ha continuità. La classe operaia invece lotta solo quando è disperata, non quando è organizzata. E quando lotta, spesso lo fa senza strategia, senza direzione, senza obiettivi chiari, senza strumenti giuridici, senza pressione politica. Il caso Electrolux Solaro  ne è un esempio perfetto: l’azienda ha agito con lucidità, la RSU ha agito con paura, i lavoratori hanno agito con fiducia mal riposta.
Se non ci sarà uno scatto, la classe operaia continuerà a subire,  i sindacati continueranno a firmare rese spacciate per accordi e i lavoratori continueranno a pagare il prezzo delle decisioni altrui, la dignità continuerà a essere trattata come una variabile negoziabile e, soprattutto, continuerà la normalizzazione della sconfitta.
Bisogna lavorare e sfruttare ogni occasione per parlare e  ricostruire la coscienza di classe.
Comprendere e far comprendere che non stiamo parlando di  un concetto astratto, ma di un qualcosa che e' possibile perché è un fatto naturale. 
Anni di storia e strategie capitalistiche ci hanno confuso, ed infine persi "ognuno dentro i fatti suoi" .
Slai Cobas per il sindacato di classe Milano

07/08/26

ALTRO CHE BATTAGLIA PER IL SALARIO, ALLA BERETTA, CGIL E CISL SPINGONO LE OPERAIE A PRODURRE OLTRE IL 100%!


Bandiere alla portineria Beretta

Quella che segue è una prima valutazione delle richieste per il contratto aziendale, per come sono state sommariamente presentate a fine luglio, da Cgil, Cisl e loro delegati al Salumificio F.lli Beretta, in un’assemblea convocata a sorpresa, per impedire alle operaie la minima preparazione critica sui contenuti, senza alcun materiale scritto o informazioni, aziendalista e costruita sulla base delle relazioni sindacali con l’azienda. Uil è semplicemente assente ora, ma già in passato ha avuto modo di dimostrare in fabbrica di essere fatta della stessa pasta, di avere la stessa natura antioperaia.

Una natura sindacale che si manifesta attraverso la forma, la linea collaborazionista delle burocrazie sindacali nelle fabbriche non si esprimerebbe così senza questo tipo di controllo sui lavoratori, delle assemblee, delle trattative, del prendere o lasciare. Come per i padroni, estrarre plusvalore dagli operai lo possono realizzare nel modo di produzione capitalista, una forma sociale storicamente determinata, ma non eterna.

Quindi un lavoro sicuramente di denuncia il nostro in fabbrica, ma parte dell’attività per la ribellione e l’autonomia nella lotta alla miseria e allo sfruttamento, delle operaie e degli operai che prendono nelle loro mani, organizzati, il proprio destino, per non essere solo la forza lavoro che produce le merci per l’intera società e che alla fine non conta, ma i becchini dello sfruttamento del capitale.

Le richieste di Cgil e Cisl e loro delegati, sono state illustrare, paternalisticamente,  una per una, 16 punti, nell'oretta scarsa dell'assemblea, fatto che ha lasciato molti dubbi di comprensione dei punti stessi tra le lavoratrici 'non si è capito bene...' i commenti e ancora di più nell'assemblea del 2° turno.

Perché le assemblee sono state gestite per passare in rassegna superficialmente i punti e concentrare l’attenzione su ‘i 400 euro di aumento dell’attuale premio di produzione’, su gli80 euro se in tre mesi non ti ammali, per 4 trimestri, forse certo, ma sono tutto in più’… detto in modo da far capire che ‘queste cifre valgono l’accordo aziendale’. Usando l’effetto annuncio, facendo leva sulle giuste aspettative di aumento salariale delle operaie, ‘io devo fare i sabati perché non basta lo stipendio, hanno esaltato i numeri, il come, il perché, a prezzo di cosa si otterranno questi soldi, a chi un accordo del genere convenga veramente non rientrava nei programmi. Vedremo quello che potremo ottenere, l’esplicito avvertimento dei sindacalisti.

Niente a che vedere con un’assemblea operaia viva e propositiva con il confronto collettivo delle lavoratrici che si misurano realmente sulle rivendicazioni fino a decidere quelle che rappresentano i loro interessi di classe, su come unirsi e lottare due condizioni necessarie per arrivare a dei risultati. Questo non è avvenuto, una parte oggettivamente segue Cgil e Cisl, una parte non è intervenuta. In chiusura il colpo di mano ha strappato un si, e le proposte sindacali restano il mostro aziendale che in effetti sono.

Ma deve essere chiaro che se da una parte le operaie devono arrivare a rompere con la paura, che lamentarsi, non capire e alla fine dire si rassegnate perché sembra il meno peggio, perché almeno c’è qualche soldo non ha prospettiva, che serve uno scatto in avanti perché l’unione fa la forza, lottare è meglio che subire e Slai Cobas lavora per sviluppare questa prospettiva di ribellione,

che dall'altra non c’è distanza tra lo spirito, il metodo con cui le richieste contrattuali di Cgil e Cisl vengono portate avanti e le critiche di un’operaia alla portineria perché esponiamo la bandiera della Palestina vicina alla bandiera dello Slai Cobas, ‘quelli qui non vanno bene sono stranieri’, anch’io sono straniera ma lavoro qui sono a posto non delinquo, parliamo solo del contattonon c’è distanza e ne alimentano il carattere individualista/razzista reazionario presente tra le fila della classe operaia e gli danno una base su cui svilupparsi.

Le richieste di Cgil e Cisl e loro delegati illustrate in assemblea, cristallizzano la divisione tra le operaie dello stabilimento per anzianità, tipo di assunzione ‘fissa o precaria’ o mansione, ne aumentano la concorrenza produttiva e distribuiranno in maniera diseguale eventuali risultati.

Spingono ad andare a lavorare da ammalati, previsto un ‘premio’ di 80 euro al trimestre se l’operaia non fa malattia, per i quattro trimestri

spingono a lavorare sempre al limite delle proprie condizioni fisiche e con qualunque situazione sulle linee, quindi aumentano il carattere usurante del lavoro al Salumificio e lo sfruttamento    previsto un incremento di 400 euro del premio di produttività al raggiungimento dei parametri aziendali di produzione e presenza

spingono a lavorare oltre lo stesso limite già fissato dal padrone, previsto un importo da definire per chi va oltre il 100% della produzone standard

Nascondendo tra l’altro che nelle aziende i record produttivi di pochi, via via tendono a venire imposti come normalità produttiva a tutti e a paga ordinaria.

Questa è la testimonianza di una giovane lavoratrice che abbiamo raccolto in fabbrica.

… timbro poi vado al mio posto, mi fanno girare, la maggior parte è la linea 11, la più veloce del reparto e come al solito dobbiamo correre avanti e indietro tutta la giornata perché la linea non si ferma e devi essere veloce a cambiare il rotolo e il prodotto ogni mezz'ora o un'ora, devi essere attenta a non sbagliare il codice del rotolo o il cartone. Fanno entrare delle ragazze nuove molto spesso e se non sono velocissime le fanno tornare a casa. Per ciò le persone bisognose di lavoro come me devono correre altrimenti vengono cacciate. Non posso mai dire di no quando mi chiedono di fare il sabato o gli straordinari o la notte perché ho paura di essere mandata via.

Nulla di ciò c’è in questo contratto, ma questa è la condizione di metà stabilimento ed ha effetti negativi sull’altra parte. Questa testimonianza esemplare ci aiuta anche ad immaginare, nel senso concreto della prospettiva del nostro lavoro, i contenuti reali di una assemblea operaia alla Beretta. Di tipo totalmente diverso da questa, un obiettivo da conquistare.

…. e poi poi con il tempo e lo spazio preso per entrare nel merito dei problemi, ogni lavoratrice, avrebbe potuto contestare ai sindacalisti e loro delegati che a lavorare in questo modo, tutte le loro promesse fatte per la sicurezza sono parole vuote, non valgono niente, perchè è a lavorare così che ci si usura, e aumentano le possibiiltà di fare e subire infortuni. Ai voglia a fare corsi, il rischio aumenta anche per l’altissimo numero di operaie precarie che cambiano spesso inserite nelle linee a pieno regime anche con poca esperienza e conoscenza degli impianti. Due operaie giovani dell’agenzia hanno subito di recente infortuni importanti e sono state lasciate a casa!!! Scaricate.

Come ogni lavoratrice avrebbe potuto contestare a quei signori sul palco, che il premio che voi avete pensato non è un vero aumento di stipendio, sicuro, soldi in più rispetto alla mia paga attuale, per la fatica che già faccio, per l’aumento del costo della vita... Non sono nemmeno un aumento certo, stabile, fisso che non mi può essere tolto, che rivaluta tutti i miei istituti contrattuali e contributivi il Tfr, la 13a,… è come per i tiket, l’azienda li recupera ‘scaricandoli’, mentre a me si allontana la pensione! No i soldi che ci proponete signori miei, mi vengono dati, magari dopo essere arrivata malata al lavoro, solo dopo che sono stata spinta a produrre molto più del solito nelle stesse otto ore. Sono una piccola percentuale di un grande lavoro extra. Non sono un aumento della paga! State cambiando la natura del salario, da diritto a opzionale, state distruggendo il contratto nazionale, invece di unirci ci mettete una contro l’altra.

Ed ancora, ma solo andando più a fondo dei punti illustrati ogni lavoratrice precaria avrebbe potuto dire che sono anni che al Salumificio Beretta noi precari entriamo perché quelli che c’erano prima di noi continuano ad essere mandati via, in tutti questi anni i posti precari li avete fatti diventare una struttura della fabbrica, le operaie che li occupano no. Dite stabilizzare un certo nr di precari che ci sono ora, ma così si va incontro al turn over e poco più, non si parla del numero massimo possibile in fabbrica di precari. Guardate come sarebbe meglio fare una percentuale reparto per reparto tra fissi e precari del reparto e poi cominciare un piano vero di riduzione, chiaro che anche noi possiamo controllare!

La forma di questi dialoghi è stata immaginata così, per provare a restituire in maniera più viva la situazione della fabbrica, la natura proletaria delle giuste critiche semmai ancora incomplete, la condanna netta alla piattaforma di Cgil e Cisl, sindacati lontanissimi dalla condizione operaia.

Ma non bastano le parole, ogni critica a Cgil/Cisl è un appello alle lavoratrici a prendere coscienza, unirsi e lottare contro questa politica sindacale che sottomette allo sfruttamento, che è al servizio del profitto, ma prendere coscienza, e lottare, di come questa scelta sia l'applicazione fabbrica per fabbrica della linea nazionale di Cgil Cisl Uil,  rafforzata con il patto per il lavoro del 17.06.2026 con Confindustria a sostegno della produzione per la fine del conflitto operaio, e che rende la stessa Cgil ancora più simile alla Cisl e Uil, vicini ed aperti sostenitori del governo Meloni, antioperaio, fascista, razzista, repressivo e guerrafondaio. 

Ogni critica contiene un appello alle lavoratrici per provare a costruire assieme una piattaforma operaia a cominciare da alcuni punti qualificanti da approfondire nel confronto, con un aumento salariale sicuro slegato dalla produttività; con la lotta alla precarietà a partire dalla riduzione del numero dei precari in fabbrica e loro assunzione; con la difesa della salute e della sicurezza migliorando le condizioni di lavoro attuali; con un piano formativo immediato (non l’anno prossimo) ed un periodo di affiancamento extra organico per le nuove assunte; con un piano di avanzamenti sicuri per esperienza e anzianità; per il rispetto di ognuna e basta ricatti per tutte.

Una piattaforma operaia da sviluppare con la mobilitazione, per costruire unità e forza tra le operaie che vogliono lottare per i propri comuni interessi, per rompere la divisione tra fisse a agenzia che fanno solo il gioco del padrone, per organizzarci collettivamente, per un sindacato di classe nelle mani dei lavoratori non delle burocrazie sindacali, e 'fare la nostra parte' nella ripresa di un grande movimento operaio nazionale.

02/08/26

Evoca/Bergamo, operaie in sciopero con Slai cobas per l’emergenza caldo/umidità

O SCHIATTI DAL CALDO O LOTTI E SCIOPERI
La nuova ondata di caldo e lo sciopero emergenza caldo/umidità, non di massa ma diffuso in tutta la fabbrica, che resta la prima forma di autotutela della salute, è stato indetto dallo Slai Cobas, l’unico che abbia raccolto questi bisogni.
Le operaie in sciopero si ribellano
- alla condizione della fabbrica caserma, perchè la ristrutturazione non avanza senza strappi, imposizioni, repressione
- ai sindacati confederali che hanno la faccia tosta di augurare le buone ferie ai lavoratori, dopo aver dimostrato sul campo torrido di questa estate, quanto sono distanti e insensibili alla condizione operaia.
Uno sciopero per organizzare la lotta collettiva operaia, far valere il protagonismo delle operaie che devono contare e decidere, per liberarne la forza, il vero antidoto alla paura, per la salute caldo, come per la difesa del posto e delle condizioni di lavoro e di vita.
Nell’emergenza caldo in effetti, lo sciopero ha contribuito a far si che tra le operaie si cominciasse a parlare con più coscienza e decisione delle condizioni della fabbrica.
Le rivendicazioni dello sciopero di fronte alle condizioni meteo stagionali, alle condizioni aziendali nei reparti di produzione arretrate e inadeguate sono per un incontro aziendale con Slai Cobas sc ed una delegazione delle operaie in sciopero per un piano di prevenzione caldo centrato sull’esperienza delle operaie in linea; per interventi immediati, quali, distribuzione sali minerali, acqua fresca a disposizione per tutte/i secondo necessità, manutenzione ed efficienza degli impianti esistenti, sonde in linea per percepire lo stesso caldo e umidità delle operaie/i, programma per pause extra retribuite e riduzione velocità delle linee in emergenza caldo.
E la quarta ondata di caldo, che vuol dire un evento meteo che aggrava le stagionali condizioni climatiche, ovvero che è conosciuto ed atteso, è arrivata. Ma di prevenzione non se ne parla mai… potremmo dire parafrasando la storica canzone ‘la ballata della Fiat’ che in musica ci parla ancora oggi della contestazione operaia anche alle vuote parole ed ai piagnistei dei sindacalisti in assemblea ‘e di lottare non si parla mai…’ appunto, operai che si presero le assemblee e via via diventarono i protagonisti di una grande stagione del conflitto di classe.
La cronaca lascia intendere che almeno per i lavoratori esposti direttamente alla calura qualcosa si sia mosso. In realtà questo titolo è uscito proprio ad inizio settimana quando un nuovo omicidio sul lavoro ha colpito un operaio morto di stenti dentro una serra in orario vietato al lavoro dalle ordinanze regionali per ‘l’emergenza caldo’.

Appare chiaro che per i lavoratori i provvedimenti istituzionali, gli allarmi della protezione civile, le azioni del governo Meloni/dei padroni, che fanno danni, come la riduzione da 33 a 15 milioni del fondo per la cassaintegrazione caldo, da soli non bastano, per quantità, efficacia e per sostanza dato che per i profitti dei padroni la produzione non si deve fermare mai.
E altrettanto chiaro che senza le mobilitazioni autonome e collettive, senza un’organizzazione di classe i lavoratori sono destinati a subire nello scontro individuale con i padroni.
Alcuni commenti delle operaie Evoca scese in sciopero con Slai Cobas:
"ieri non si respirava, stamattina è peggio, non oso immaginare di pomeriggio", "71% di umidità già alle 6 di mattina", "stiamo gocciolando in linea"… "ieri i colleghi mi dicono che alla 16 i distributori di acqua erano gia’ vuoti".
Poi denunciano anni di mancati interventi specifici dentro i capannoni in cui non vengono messi soldi per la salute dei lavoratori, quindi nemmeno gli adeguamenti necessari allo stress termico provocato dall’intensificarsi del fenomeno delle ondate di calore, perchè tutto è concentrato su di una ristrutturazione che accelera i ritmi di lavoro, dove ‘correre’ diventa la parola d’ordine, che fa la saturazione dei tempi di lavoro, toglie operaie dalle postazione e chi resta deve fare il lavoro in più, per aumentare il plusvalore estorto alle operaie/i, e mettere più profitti nelle tasche degli azionisti/padroni. Queste sono le normali condizioni di lavoro fortemente usuranti su cui si scarica il microclima tropicale, sulle linee di montaggio di una fabbrica con una età media per altro alta. 
Ma è il piano industriale in corso da tempo avanza. I sindacalisti di Cgil Cisl Uil e i loro delegati fingono di non vedere, arrivando a chiedere nelle assemblee "fateci sapere, noi domandiamo il piano industriale alla direzione ma non abbiamo informazioni"... ridicoli imbonitori che finiscono per essere smentiti dalle stesse operaie: "...questo te l’ho detto anche l’anno scorso ma non avete fatto nulla".
La direzione aziendale e ‘loro sindacati - basta leggere i comunicati congiunti azienda/esecutivo - continuano unitariamente ad ignorare la questione caldo. A questi sindacati è lasciato il ruolo di portaordini, di convincimento e di controllo verso gli operai a restare inermi di fronte a tutto. Sono dunque, un ostacolo diretto alla mobilitazione necessaria, con cui fare i conti.

San Raffaele, sospeso lo sciopero della fame per il licenziamento della lavoratrice/delegata: oggi l’incontro tra Regione Lombardia e azienda....

 .....ma il presidio e la lotta continua

È stato sospeso lo sciopero della fame iniziato da Margherita Napoletano contro il licenziamento deciso dall’Ospedale San Raffaele di Milano. La coordinatrice della RSU CUB Sanità ha interrotto il digiuno insieme alle lavoratrici che avevano aderito alla stessa forma di protesta, mentre continua il presidio davanti all’ospedale.

La decisione arriva dopo l’incontro svoltosi il 30 luglio presso Regione Lombardia, quando Margherita Napoletano era giunta al quarto giorno di sciopero della fame, nonostante il caldo soffocante e le crescenti preoccupazioni per le sue condizioni di salute.

Nel corso dell’incontro, è stato chiesto al Direttore Generale Welfare di Regione Lombardia, Mario Melazzini, di intervenire presso la proprietà del San Raffaele per ottenere la convocazione urgente di un confronto con l’amministratore unico dell’ospedale, Marco Centenari, con un preciso ordine del giorno: il ritiro del licenziamento di Margherita Napoletano.

Melazzini si era impegnato a contattare la proprietà e, nella giornata di oggi, 31 luglio, incontrerà l’amministratore unico del San Raffaele.

Come concordato durante il confronto in Regione, la conferma dell’incontro ha determinato la sospensione dello sciopero della fame. Margherita Napoletano e le altre lavoratrici hanno però precisato che, qualora il San Raffaele non ritirasse il licenziamento, il digiuno potrebbe riprendere.

Resta invece confermato il presidio davanti all’ospedale, che continuerà fino al raggiungimento dell’obiettivo: il ritiro del licenziamento e il pieno rispetto della libertà e dell’agibilità sindacale.

01/08/26

Le donne hanno una doppia ragione per lottare - Rilanciamo questo testo/appello

Dalla Palestina, al "ventre della bestia" degli Usa, dai paesi imperialisti europei, all'Italia, in tutti i paesi imperialisti e nei paesi oppressi dall'imperialismo e dai regimi reazionari, le donne lottano e resistono.

Il genocidio di Israele in Palestina, la guerra imperialista che si va sempre più estendendo nei paesi arabi, fa massacri di donne, bambini e rende la loro vita sempre più terribile; nei paesi imperialisti la marcia reazionaria degli Stati e governi, e in alcuni paesi, a partire dall'Italia, con piani, azioni, ideologie da moderno fascismo, crea l'humus adatto per femminicidi, stupri, attacco ai diritti fondamentali, come i tentativi di mettere in discussione il diritto d'aborto; piani che peggiorano, discriminano, immiseriscono, precarizzano sempre più le condizioni di lavoro delle donne, i loro salari, il carico di servizi familiari, di assistenza, ecc. ecc.; 

Tutto questo, però, alimenta la ribellione e la lotta delle donne, con il cuore nelle donne proletarie, delle masse popolari, delle immigrate.

Le donne hanno una doppia ragione per lottare; la ragione di classe - che è la contraddizione determinante, discriminante (perchè il fatto di essere donne non vuol assolutamente dire che stiamo dalla stessa parte delle Meloni, delle padroni, delle donne della classe borghese, delle donne nei posti di potere, ecc.) - e la ragione di sesso.

Questa lotta delle donne deve e può essere rivoluzionaria, perché non c’è liberazione senza rivoluzione e la lotta delle donne, per la loro condizione di doppio sfruttamento e oppressione, è quella più inconciliabile con qualsiasi aspetto del riformismo, anche quello apparentemente radicale; perchè la condizione delle donne è di un attacco a 360 gradi, di oppressione senz’altro, sintetizza tutte le oppressioni, verso tutte le masse popolari.

Il Movimento femminista proletario rivoluzionario lavora perchè le donne, proletarie, delle masse popolari, le ragazze ribelli, siano l'anima e la forza più generalista, più radicale di una rivoluzione proletaria e socialista, che vada a fondo, una rivoluzione nella rivoluzione, che sconvolga e trasformi la terra e il cielo.

Le donne essendo le prime ad essere state soggiogate nella storia dell'umanità, saranno le ultime ad essere liberate, da qui la loro spinta a portare la rivoluzione a forme più alte, che tocchi le questioni sovrastrutturali, ideologiche, culturali, che combatta radicalmente le idee patriarcali, che si riciclano, si modernizzano alimentate dal moderno fascismo, e si manifestano come reazione/odio verso le spinte di indipendenza, ribellione/rottura ai legami oppressivi delle donne.

Dalla condizione delle donne nasce la “marcia in più”. Non è un valore morale, è un’analisi scientifica.

La battaglia delle donne non è un’appendice della lotta di classe, essa è parte determinante della lotta di classe, del movimento proletario rivoluzionario.

Per questo le donne devono conquistarsi il loro posto centrale nella lotta dell'umanità e nella costruzione degli strumenti di questa lotta, in primis del Partito rivoluzionario, che chiamiamo tuttora Partito comunista, di tipo nuovo.

Non possiamo delegare ai compagni la costruzione di questo partito. Un partito che dal primo momento, per principio, deve creare le condizioni ideologiche e organizzative per un pieno sviluppo della militanza rivoluzionaria delle donne, in particolare delle donne proletarie, perchè le compagne siano dirigenti complessivi del partito rivoluzionario, per tradurre in forza materiale la parola d'ordine "scatenare la furia delle donne come forza poderosa della rivoluzione". Questo, dove sono in corso le guerre popolari, in primis in India, già avviene nel partito comunista maoista, nel ruolo nella guerra popolare.

Chi nega, attacca, o mette in secondo piano, delega, questa necessità del ruolo delle donne, che è ideologico, teorico, politico, pratico, nella costruzione del partito rivoluzionario, in realtà anche in questa battaglia strategica propaganda, volente o non volente, un ruolo subordinato delle donne, e limita la loro lotta ad un orizzonte parziale, oggettivamente riformista. Ma questa è la strada perdente del femminismo piccolo borghese non delle donne proletarie, delle masse popolari, non delle donne che resistono e lottano in tutto il mondo.

MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO

30/07/26

Le compagne del MFPR con il grande movimento NO Tav - NO a chi vuole dividere il movimento in "buoni e cattivi" - Siamo tutte "cattive" . Libertà per tutti . NO alle nuove misure da Stato di polizia del governo fascista Meloni

Dal conferenza stampa dei No Tav:
“Siamo tutti responsabili, non ci sono buoni e cattivi... Quello che è successo sabato lo abbiamo fatto tutti"; "non c'erano i valligiani da una parte che volevano manifestare tranquillamente e poi sono arrivati i black bloc. In realtà, questa divisione è assolutamente falsa».
«Sono andati a Chiomonte in migliaia e migliaia. Quello che è accaduto là lo abbiamo fatto tutti. Entrare nel cantiere, è stato un atto condiviso". 
Nicoletta Dosio, storica militante della valle, finita in carcere qualche anno fa per una condanna riconducibile a fatti legati al No Tav, dice: «Abbiamo praticato il diritto alla difesa. Ma ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte. E dire che noi la devastazione l'abbiamo vista arrivare giorno dopo giorno su questo territorio. Proprio con quei cantieri».
Il Movimento femminista proletario rivoluzionario condivide in pieno queste parole. Chi ha attaccato i cantieri ha fatto ciò che è necessario, e aveva dietro e l'appoggio di tutti i 20mila manifestanti, della popolazione della Valle. 
I veri devastatori stanno al governo, nello Stato, che devastano interi territori, sia stravolgendoli per interessi della mobilità delle merci del capitale, delle guerre (come dice una giornalista Linda Maggiori, la Tav serve alla mobilità militare, parte del piano europeo "Military mobility"); sia abbandonando/distruggendo intere zone, paesi, e distruggendo insieme la vita degli abitanti.
I veri terroristi sono chi ammazza lavoratori come Fakir, e vuole coprire i poliziotti assassini. 
Denunciamo e chiamiamo tutte e tutti a respingere, il tentativo del Governo Meloni di usare la giusta lotta dei No Tav, per fare altre norme fasciste, da Stato di polizia (uso della di armamento più devastante, fino all'uso di pallottole di gomma; nuove modalità di identificazione e fermi), che hanno lo scopo di colpire le lotte, le manifestazioni, per fare, loro, diventare ogni lotta terreno di scontro/di guerra. Questo tocca tutte noi.
Ma ai loro miseri tentativi, alla loro corsa a chi è più a destra dei destri, ad uso propaganda, noi rispondiamo: "RIBELLARCI è GIUSTO!" e lo dobbiamo fare molto di più. 
Riprendiamo lo slogan: Le brave ragazze vanno in paradiso le cattive dappertutto!
Libertà per gli arrestati! 

MFPR
Chiaramente denunciamo, ma meglio, ci fanno schifo, le penose e complici dichiarazioni della cosiddetta opposizione parlamentare, le cui prime dichiarazioni sono sempre e prima di tutto di solidarietà alle forze dell'ordine.

28/07/26

27 luglio, parte il presidio permanente di solidarietà per il reintegro di Margherita Napoletano, licenziata dal S. Raffaele

INVIATE MESSAGGI IN SOSTEGNO - NOI LI FAREMO PERVENIRE ALLA LAVORATRICE E AL PRESIDIO: slaicobasta@gmail.com - WA 3475301704

Oggi si è tenuto un partecipato presidio in solidarietà e sostegno a Margherita con delegazioni del sindacalismo di base, e altri solidali.
In tutto 150 con una presenza continua di operatrici e operatori sanitari del San Raffaele.
Nel corso sia nelle interviste che negli interventi è stato ribadito che da oggi parte un presidio permanente con alcuni delegati e delegate che iniziano lo sciopero della fame ad oltranza, invitando non solo i lavoratori dell'ospedale ma tutte le realtà solidali a venire a sostenere il presidio.
Poi si è fatto un corteo per accompagnare Margherita a consegnare il badge in direzione. Infine è stata annunciata un'assemblea generale dei lavoratori del San Raffaele a cui sono stati invitati i sindacati solidali