10/07/26

Un libro utile da leggere - "La potenza delle madri"

Dall'intervista di Alessandra Pagliaru - su Il manifesto
L'intervista Parla Fatima Ouassak, ecofemminista francese di origine marocchina. «La potenza delle madri» (Tangerin) racconta la lotta del «Front de mères», sindacato di genitori
Fatima Ouassak
Cofondatrice del Front de mères, sindacato di genitori degli alunni dei quartieri popolari

«Molte grandi lotte sociali – operaie, contadine e anticoloniali – sono state condotte da organizzazioni di madri. Quello che volevo dire è: la questione non è se le madri costituiscano o meno una forza politica. Il fatto è che hanno sempre costituito una forza politica, in tutto il mondo». Così si esprime Fatima Ouassak, a proposito del suo La potenza delle madri edito da Tangerin.

Quando ha capito che il senso di impotenza che tante madri provano di fronte alla scuola, alla polizia o alle disuguaglianze sociali potesse trasformarsi in una forza collettiva in grado di sostenere una lotta universale?
Va detto che, per due motivi, sono erede di culture in cui il ruolo sociale e politico delle madri è importante. Innanzitutto grazie alla mia cultura mediterranea e musulmana, in cui il ruolo delle madri è molto più riconosciuto e valorizzato che in Francia, ad esempio. Le ragioni di questa «valorizzazione» del ruolo delle madri sono complesse. Ovviamente, sono influenzate da rappresentazioni patriarcali. Ma non è solo questo. C’è anche un forte riconoscimento del «lavoro» di riproduzione, educazione e trasmissione, nonché di una «funzione» comunitaria. E questo è molto positivo. Nell’Islam si dice che «il paradiso è sotto i piedi delle madri». Per me questo simboleggia proprio tale riconoscimento.
In seguito, sono cresciuta in un quartiere popolare in Francia dove le madri svolgevano un ruolo molto importante, non solo a casa, nell’ambito dell’educazione, ma anche nella comunità e nella sfera pubblica: lì hanno svolto un ruolo di coesione – e di controllo, bisogna ammetterlo – sociale. Lo abbiamo visto chiaramente durante il confinamento dovuto alla pandemia di Covid nel 2020/2021: in Francia, nei quartieri popolari, sono state le madri a permetterci di organizzarci, di organizzare le nostre iniziative di solidarietà alimentare, per esempio, e di sopravvivere.
Devo aggiungere che ho compreso ancora di più il potenziale di potere delle madri quando ho avuto figli io stessa. Perché io stessa ho vissuto un’esperienza paradossale: provare un senso di potere nel «dare la vita» e, in un certo senso, nel «creare il mondo», e allo stesso tempo provare l’esatto contrario, ovvero la sensazione di essere vulnerabile, più debole, meno rispettata, il cui corpo può essere manipolato senza il mio consenso, ad esempio dai medici.

La sua esperienza a Bagnolet ha profondamente trasformato la sua concezione della politica. Nel suo libro, lei traccia una genealogia che collega il nostro presente a una storia molto più antica, radicata nel colonialismo e nelle migrazioni. Perché era importante, per lei, ricostruire questa memoria?
Volevo soprattutto mettere in relazione il rapporto che le istituzioni intrattengono oggi con i bambini non bianchi e musulmani con quello che le istituzioni coloniali intrattenevano nei confronti dei bambini non bianchi e musulmani nelle colonie, ma anche nella Francia metropolitana. Prendo l’esempio di Fatima Bedar, che fu gettata nella Senna a Parigi dalla polizia francese il 17 ottobre 1961, data buia della storia della Francia, quando la Repubblica francese uccise centinaia di algerini e algerine che manifestavano pacificamente per la libertà e l’uguaglianza. Tra le vittime, la giovane Fatima Bedar, di 15 anni. Nomino anche l’esempio della piccola Malika Yezid, di 8 anni, torturata dai gendarmi in Francia negli anni ’70 e morta a causa di quella tortura. In entrambi i casi, gli agenti di polizia hanno goduto dell’impunità. Queste due bambine non sono state considerate come bambine. Parlo di un processo di «de-infantilizzazione»: non trattare i bambini non bianchi come bambini, ma come una minaccia: questa bambina non è una bambina, è un’araba. Questo processo coloniale e razzista di «de-infantilizzazione» è ancora oggi valido in Francia e in Europa.
Lo stesso vale a Bagnolet, dove si costringono i bambini di 3 anni a mangiare carne alla mensa con il pretesto di garantire loro «la libertà di non essere musulmani», ovvero senza rispettare la loro libertà di coscienza e di culto, il loro diritto fondamentale a ricevere dai genitori la propria cultura e religione. Questo obbligo di mangiare carne alla mensa scolastica a Bagnolet, nella Francia di oggi, può sembrare aneddotico rispetto alla storia di Fatima Bedar e Malika Yezid. Ma per me si tratta di un continuum coloniale che si riscontra ovunque, in tutti gli ambiti sociali.

In che modo il «potere» di cui parla può essere concepito come una costruzione politica invece che come un destino biologico? E cosa si perde quando la maternità viene abbandonata alle retoriche della destra?
Quando il libro è uscito in Francia, nel 2020, mi sono trovata di fronte a questa questione: il rischio che la mia analisi venisse strumentalizzata dalle reti di estrema destra, in relazione al concetto di «tradwife». Ma questa preoccupazione all’interno della sinistra, alla lettura e all’accoglienza riservata al mio libro, è durata due minuti. Fin dalle prime pagine del libro, parlo dei movimenti dei genitori, delle madri in particolare, che nel 2012 si sono mobilitati a milioni contro «il matrimonio per tutti», che è stato definito «matrimonio gay». E proprio a questo proposito affermo: ecco i nostri nemici politici che strumentalizzano i propri figli, mettendoli in primo piano, in un contesto ideologico e politico di odio omofobo, di rifiuto, di ingiustizia e di disuguaglianza. È nostra responsabilità non lasciare che «le madri» diventino il soggetto politico dei reazionari, che siano la «madre cuscinetto» incaricata di riprodurre l’ordine sociale stabilito. Sì, è vero, le madri possono essere mobilitate come soggetto reazionario. In Francia come in Italia, è proprio questo che ci si aspetta da loro: placare la rabbia dei bambini, insegnare loro a «stare al proprio posto», ecc. Ma è proprio questo che propongo di combattere: fare delle «madri» un tema politico rivoluzionario, rifiutare il ruolo di «madri cuscinetto», rifiutare di essere quelle creature inoffensive che esistono «solo in casa» (in francese c’è questa espressione per riferirsi alle madri: «mère au foyer», come se le madri non esistessero più nel loro ruolo sociale e politico una volta varcata la soglia di casa…).

I bambini, le generazioni future, sono presenze che trasformano il nostro modo di concepire la crisi ecologica. Perché, secondo lei, la giustizia climatica e la giustizia sociale sono indissociabili?
In Europa, gli ambientalisti parlano spesso delle «generazioni future». Nei quartieri popolari non si dice «le generazioni future», si dice «i nostri bambini», «i nostri bambini, proprio ora, non nel 2090»; si parla delle loro condizioni materiali di vita oggi: cosa mangeranno oggi, è sano o è veleno, che aria respirano? È salubre? È inquinata? Pensare all’ecologia partendo dalle condizioni materiali di vita dei bambini significa radicare l’analisi delle conseguenze del cambiamento climatico nella terra e nelle condizioni materiali di vita: significa essere concreti.
Ci viene ripetuto che siamo «tutti sulla stessa barca», mentre in realtà sono proprio coloro che sono meno responsabili del cambiamento climatico (delle emissioni di gas serra) a pagare il prezzo più alto di questo fenomeno: salute, benessere, condizioni di lavoro, mortalità.
È urgente rifiutare questa favola della «stessa barca» e collegare la giustizia sociale alla giustizia climatica. Abbiamo bisogno di una rivoluzione comunista, decoloniale e internazionalista per affrontare l’emergenza climatica.

Per lei, il problema non è solo che alcuni bambini, in particolare quelli delle classi popolari, dispongano di minori opportunità, ma che il sistema riduca il campo dell’immaginabile. Cosa significa mantenere aperto quello che lei chiama il «campo del possibile»? E come, questo modo di pensare, può oggi ispirare le altre lotte?
Bisogna riflettere sulle conseguenze del cambiamento climatico partendo dai bambini, dalle loro condizioni materiali di vita. Ma bisogna anche immaginare le soluzioni e gli orizzonti emancipatori partendo dai bambini. Bisogna, ad esempio, pensare a «città a misura di bambino», città più vivibili, dove i bambini abbiano più spazio per giocare (spazio sottratto alle auto!), più sicurezza per muoversi in tranquillità (senza controlli di polizia basati sul «profilo razziale», è dimostrato in Francia che questi controlli di polizia sono razzisti; la mia analisi è che servano a costringere a rimanere nei quartieri i giovani non bianchi che vivono nei quartieri popolari), dove abbiano maggiore accesso a cibo sano e di qualità, ecc. Città in cui i bambini abbiano la possibilità di ritrovarsi nell’«agorà», perché credo fermamente nella loro capacità di agire. Anche i bambini sono un soggetto politico rivoluzionario. Noi adulti li priviamo di ogni potere, con il pretesto di «proteggerli». Ma non è vero: li proteggiamo ben poco, siamo noi i responsabili della maggior parte delle violenze che subiscono. Il minimo che possiamo fare è lasciare loro spazio affinché imparino a difendersi: delle agorà, appunto.

Violenza sessuale 'dopo 20 secondi', condannato in Appello bis il sindacalista. La vittima: "C'è sollievo"

Finalmente e' arrivata, ma una condanna non cancella gli otto anni di vita che quella donna ha dovuto sacrificare.
La storia dei “20 secondi” è diventata quasi un simbolo: non per la brevità dell’atto violento, ma per la lunghezza devastante delle conseguenze che lei ha dovuto sopportare, un prezzo altissimo, non solo per la violenza subita, ma per tutto ciò che è venuto dopo: il processo infinito, la diffamazione, l’isolamento, il dover cambiare lavoro perché chi avrebbe dovuto sostenerla ha invece scelto di screditarla. Questo è un meccanismo che purtroppo conosciamo, dove la vittima viene processata più del colpevole.
Questa condanna è importante perche riconosce la violenza senza minimizzarla, nonostante la narrazione tossica dei “20 secondi”.
Smentisce la cultura del sospetto che spesso circonda le donne che denunciano. Segna un precedente contro comportamenti diffamatori e intimidatori, anche da parte di figure sindacali che dovrebbero tutelare chi lavora e non distruggere.
Il punto politico e sociale di questa storia dimostra quanto sia fragile la posizione delle donne che denunciano violenza: non basta il coraggio di parlare, serve resistere a un sistema che spesso le punisce per averlo fatto. E quando la vittima deve cambiare lavoro per colpa di chi l’ha screditata, siamo davanti a una forma di violenza istituzionale, non solo individuale.
Siamo dentro un sistema che, tagliando fondi e indebolendo le politiche di tutela, diventa parte della violenza.
La violenza sessuale non è un’emergenza: è il prodotto di un sistema che ha scelto di non sostenere le donne.
Un sistema che taglia i fondi ai centri antiviolenza, che indebolisce le politiche di tutela, che riduce gli spazi di libertà, che minimizza la gravità della violenza, non è un sistema neutrale.
Non possiamo accettare che la sicurezza delle donne venga trattata come un tema secondario e la vita delle donne sia sempre sacrificabile.
NON BASTA CAMBIARE LE REGOLE
BISOGNA CAMBIARE IL SISTEMA
NOI NON SIAMO FRASTORNATE, MA SEMPRE PIU' INCAZZATE.

MFPR MILANO

Oggi, mentre scriviamo, arriva la notizia di un altro femminicidio. Un’altra donna uccisa, un’altra vita spezzata, un’altra conferma che il sistema non funziona. Non importa il nome, l’età, la città: importa che continua a succedere. E continua a succedere perché chi dovrebbe sostenerci ha scelto di non farlo.
"Uccisa dal marito in casa, 'uno strazio che colpisce Loreto e l'Italia'
Residenti sotto choc. Il sindaco valuta giornata di lutto cittadino: 'siamo frastornati'
LORETO, 10 luglio 2026, 11:48

Disastro Seveso - 50 anni sono passati, ma sotto il Bosco delle Querce… la diossina è ancora lì - Un contributo

Disastro di Seveso, 1976: la nube tossica che cambiò l’Italia per sempre 

A cura di Veronica Di Palo
Nel luglio 1976 una nube di diossina fuoriesce da una fabbrica chimica che travolge Seveso e i comuni vicini. È il più grave disastro ambientale italiano: animali uccisi, evacuazioni forzate, cloracne nei bambini, aborti terapeutici autorizzati dallo Stato. Un caso che fece scuola in Europa e cambiò per sempre le leggi sulla sicurezza industriale, sull’ambiente e sul corpo delle donne.
Una mattina d’estate come tante, un silenzio irreale e poi un sibilo. Alle 12:28 del 10 luglio 1976, dal reattore A101 dello stabilimento ICMESA, alle porte di Seveso, si sprigiona una nube biancastra. Invisibile, letale. Dentro, un veleno senza odore né forma, la diossina TCDD, una delle sostanze più tossiche mai prodotte dall’uomo.
Nel cuore verde della Brianza, accade quello che nessuno avrebbe mai immaginato: un incidente chimico di portata storica, che segnerà per sempre la vita di migliaia di persone e aprirà una nuova stagione nella coscienza ambientale europea. All’epoca si sapeva poco o nulla della diossina. Le notizie viaggiano lente, la reazione delle autorità è incerta. Ma intanto, nei giorni successivi, iniziano a morire gli animali da cortile. Le piante si seccano. I bambini si ammalano.
L’esplosione invisibile
L’impianto ICMESA di Seveso, nell’agosto del 1976
La fabbrica ICMESA, di proprietà prima della Givaudan e dal 1963 della Hoffmann-La Roche, produceva triclorofenolo, una sostanza usata per realizzare erbicidi e disinfettanti. Quel sabato, il reattore chimico A101 viene spento per il weekend, ma qualcosa va storto: la reazione chimica non si arresta e la temperatura sale fino a 250°C, ben oltre i 170 gradi necessari. Il sistema di sicurezza cede e una parte del contenuto – tra i 13 e i 18 chili di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), comunemente nota come diossina – viene espulsa nell’atmosfera.
Il vento porta la nube verso sud-est. Colpisce i comuni di Meda, Desio, Cesano Maderno, ma soprattutto Seveso. È lì che il disastro mostra il suo volto più crudele.
I primi segnali: cloracne e paura
La piccola Alice Senno, di quattro anni, con il suo bel viso sfigurato da una grave malattia della pelle, causata dalla nube tossica di sostanze chimiche.
I segni sono sottili, ma inequivocabili. I bambini, ma anche alcuni adulti, iniziano a sviluppare lesioni cutanee, la famigerata cloracne: bolle, cisti, croste che non vanno via. Su 214 bambini esposti nella zona A, i casi accertati saranno 42. Le madri osservano, angosciate, mentre le autorità – inizialmente ignare, poi reticenti – tardano ad agire. Solo giorni dopo, il 15 luglio, arriva la prima ordinanza che vieta il contatto con il terreno, gli ortaggi e gli animali. L’evacuazione della zona A inizia solo il 26 luglio, due settimane dopo l’incidente.
In tutto, 736 persone vengono allontanate dalle loro case. Alcune non torneranno mai più. Perché quelle case saranno demolite, il suolo scavato fino a 80 cm di profondità, sigillato in due gigantesche vasche di cemento. Lì, sopra a ciò che rimane della catastrofe, oggi cresce il Bosco delle Querce, un parco pubblico, simbolo di rinascita e memoria.
Il disastro di Seveso non fu solo ambientale. Colpì l’Italia nel profondo: nella fiducia verso le istituzioni, nella percezione della scienza, e persino nei diritti civili. Le donne incinte, terrorizzate dagli effetti sconosciuti della diossina sui feti, chiesero di poter abortire. All’epoca l’aborto era illegale, salvo rare eccezioni. Ma il governo Andreotti, in un gesto senza precedenti, autorizzò gli aborti terapeutici. I resti vennero mandati in Germania per analisi. Nessuna malformazione visibile, ma i dubbi restano. Anche da lì, anche da Seveso, nascerà la spinta che porterà alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, approvata due anni dopo. 

Le conseguenze sulla salute
Seveso. Disastro ecologico dopo l’esplosione dell’impianto chimico. 1976.
Gli studi scientifici andranno avanti per decenni. Oltre ai casi di cloracne, si registrano effetti a lungo termine:
un aumento di leucemie, linfomi e mielomi nelle zone A e B;
un aumento di tumori al retto e alla mammella tra i residenti contaminati;
alterazioni ormonali nei neonati, collegati all’esposizione prenatale alla TCDD;
riduzione della fertilità maschile nei bambini nati da madri esposte.
L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) classificherà la TCDD come cancerogeno certo per l’uomo. La sua presenza nel sangue degli abitanti di Seveso è stata tracciata per oltre 30 anni. Gli effetti sulla salute continuano a emergere anche a distanza di decenni.

La lezione europea: nasce la “Direttiva Seveso”
Un agente della Polizia Stradale affigge cartelli di avvertimento nei pressi di Seveso, in Italia, a seguito della contaminazione dell’area causata da una nube tossica
Il nome di Seveso entrerà nella storia non solo per il dolore che ha lasciato, ma per ciò che ha insegnato. Nel 1982, la Comunità Europea approva la Direttiva Seveso (82/501/CEE) , un insieme di norme che impone a tutti gli Stati membri il censimento e il monitoraggio degli impianti industriali a rischio. È l’inizio di una politica di prevenzione che cambierà radicalmente la gestione del rischio industriale nel continente. La direttiva sarà aggiornata due volte: nel 1996 e nel 2012, diventando sempre più severa e trasparente.
Seveso oggi: tra memoria e futuro
Il Bosco delle Querce. Seveso (Italia), 8 luglio 2021
Chi oggi cammina nel Bosco delle Querce respira un’aria diversa, tra querce e sentieri, senza immaginare che sotto quei prati si nasconde il passato più tossico del Paese. Ma per chi c’era, la memoria resta incisa nella pelle. Seveso è diventata simbolo di una ferita – e della capacità di risanarla. Una vicenda che ha cambiato la scienza, la legge, la politica e il corpo stesso delle donne italiane. 
Seveso non ha dimenticato. Né dovremmo farlo noi. Perché sotto il Bosco delle Querce… la diossina è ancora lì.

05/07/26

Non dimentichiamo Maja - Deve essere liberata!

Sui prigionieri e prigioniere politici nulla è cambiato dal regime Orban?

Al popolo, i giovani, le donne, gli intellettuali ungheresi che si sono mobilitati in massa per cacciare Orban e che hanno festeggiato la sua sconfitta, facciamo appello a mobilitarsi per i prigionieri antifascisti ancora rinchiusi nelle carceri. E' una battaglia di solidarietà che va oltre le carceri, ma riguarda il cambiamento che deve esserci anche del peso in Ungheria delle forze fasciste/naziste.

MFPR



Maja T: «Resisto nella gabbia dell’isolamento»

di Marta Massa


L'INTERVISTA Chius* nel carcere ungherese, da due anni vive in cella senza socialità: «È un sistema disumano che impedisce forme minime di sostegno reciproco»


A Budapest è una mattina soleggiata. A pochi metri dal parlamento è detenut* Maja T., da due anni in isolamento. La guardia carceraria attende il nostro arrivo, ci guida nell’aula delle visite e aspettiamo il suo arrivo. Una guardia armata, una traduttrice e un agente penitenziario si siedono al lato sinistro della stanza. Maja arriva con le manette ai polsi, un quaderno lilla in mano e una maglietta dai colori pastello, un sorriso delicato sul volto.


Come va?

Sono davvero molto tes*: è strano essere qui adesso, con te e con tutte queste persone, mentre solo dieci minuti fa ero in cella. È da 25 ore che non parlo con nessuno. Però sono felice di avere un attimo per aprirmi e parlare, anche se è difficile esprimere come mi sento e come sto.


Come è stato il periodo tra febbraio, in cui è stata annunciata la sentenza di otto anni, e oggi?

Sapevo che non sarei potut* tornare a casa dopo il verdetto, ma questo periodo ha segnato la fine di una tappa. È stato un incubo essere in tribunale quel giorno ma allo stesso tempo sentivo la forza della mia famiglia, amiche e amici. Era molto bello sentire il supporto e la solidarietà delle persone, però ero immers* nella realtà di una profonda ingiustizia orchestrata da un sistema la cui volontà è di distruggere e sopprimere. Potevo solo stare sedut* lì con le manette, con tanti occhi addosso. Mi sono sentit* intrappolat*, non avevo la possibilità di esistere come essere umano, solo come un oggetto da osservare, su cui proiettare idee. Nel pomeriggio ero di nuovo in cella, cercavo di trovare la forza e una nuova speranza per affrontare la prossima tappa. Sedut* nel tribunale sentivo vicino a me Gabriele, Ilaria e le altre persone imputate. Era come se fossero lì accanto a me. Pensavo a come potevano sentirsi Gabriele e Anna, nel ricevere il loro verdetto.

Questa vicinanza mi ha dato forza e speranza. So che stiamo sopportano un periodo difficile della nostra vita, in cui ci viene rubata la libertà. Ma c’è sempre la consapevolezza di quanto sia importante lottare, perché ci sono tante cose da perdere e sentiamo questa perdita dappertutto. Dopo l’ultima udienza ho realizzato che il carcere non è un incubo ma la mia realtà. Mi sento isolat*, oscillo tra due realtà, vorrei andare a casa però non posso, vorrei sentirmi partecipe in questa comunità però non posso. Poi vedo le mie risorse, la mia forza, la solidarietà fuori e vorrei condividere con le altre persone ma c’è un muro davanti a me e non so cosa fare. Il sistema carcerario ti priva dalla possibilità di esistere in collettività e di sperimentare la solidarietà. L’altro giorno ho sentito che un detenuto in una cella vicina non aveva il pane, avrei voluto condividere il mio ma non potevo.

Siamo costretti a sopportare regole assurde e crudeli, che creano solo concorrenza e solitudine. Io cerco di combattere nel mio piccolo, anche creando momenti di leggerezza. Non voglio smettere di sperare in una vita allegra. Dopo la sentenza mi sono sentit* disorientat* e confus* perché non sapevo come lottare, ne sento la necessità e al contempo non ne ho la possibilità. Adesso ho imparato che la lotta non è sempre a voce alta, si può lottare con le piccole cose. Continuo a scrivere lettere in cui descrivo quello che accade qui e provo a comprendere il sistema carcerario e il sistema autoritario in Ungheria. Per me la lotta significa trovare modi di condividere le mie risorse anche con gli altri detenuti perché vedo i modi in cui ci viene rubata l’umanità. È difficile, mi sento spesso senza speranza.


Sono cambiate le condizioni detentive dal verdetto?

Sono ancora in una cella da sol*. Mi hanno trasferit* nel quarto piano in una cella molto simile alla precedente ma capita che incontri altre persone detenute mentre cammino nel corridoio e a volte posso scambiare un sorriso. Poi sento le loro voci, li sento discutere e non mi sento così sol*, nonostante l’isolamento. Ho la possibilità di telefonare a uno psicologo tedesco del ministero degli affari esteri, ho aspettato quasi un anno per questo incontro. Ora posso parlare con qualcuno della mia situazione in prigione, dei miei dubbi e le mie emozioni. Quando la mia famiglia viene a visitarmi o durante le nostre telefonate posso fare domande e parlare di cose belle, senza angosciarli.


Cosa ha significato l’arrivo della primavera e dell’estate?

Ho sentito la leggerezza della primavera, il primo raggio di sole a marzo. Almeno per un’ora al giorno, quando esco nel cortile interno, posso vedere il sole. L’inverno è stato lungo. Il cortile interno di 10 metri è l’unico posto dove possono crescere piante e fiori, c’era anche un albero ma lo hanno tagliato e adesso non c’è più niente, è stato un giorno triste per noi. Però adesso ovviamente ci sono già nuove piccole piante tra i muri. Percepisco l’arrivo della stagione calda attraverso la mia famiglia, amiche e amici e i loro racconti. Mi siedo qui con la mia famiglia e mi raccontano del giardino di casa nostra, delle verdure che hanno piantato nell’orto e sento così il cambio della stagione.


Quali sono ora le aspettative e le speranze?

Mi aspetto un’estate caldissima fatta di attese. So che devono passare altri mesi fino alle prossime udienze, che inizieranno in autunno, e voglio essere preparat*. Nel frattempo scrivo molto. Ho ricevuto una macchina da scrivere, ci è voluto un anno perché accettassero questa richiesta. Sono sedut* 23 ore nella cella, davanti alla scrivania, posso solo leggere e scrivere, perciò sono molto felice di questo cambiamento, perché ho qualcosa da fare. È il cambiamento più importante dal giorno del verdetto. Spero sempre di poter tornare a casa, sento una grande stanchezza e fatica. Non solo dentro di me, ma anche sulla mia famiglia, amiche e amici. Voglio che questa situazione finisca per tutti e spero di poter iniziare un nuovo capitolo a cui possa contribuire attivamente, perché qui non posso. So che sono importante per la mia famiglia, che non vedono l’ora di incontrarmi e di stare insieme. Però tutto questo è difficile per me qui, sento spesso solo la stanchezza e da lì è difficile che germogli la speranza di un cambiamento.


Cosa significa resistenza in questo periodo?

Resistere significa difendere la nostra volontà di vivere, la nostra volontà di condividere e di difendere i nostri spazi, anche se falliamo in questo tentativo. Resistere significa avere la possibilità di amare, perché ci è concesso esistere in libertà. Resistere significa poter agire, insieme, essere in grado di supportarci a vicenda quando è necessario. Per me, la resistenza significa unire le forze, senza togliere nulla agli altri, senza reprimere o sfruttare nessuno, significa non perdere la speranza e rendersi conto che anche le situazioni più difficili possono cambiare. Anche se non ci sarà un lieto fine, ci saranno giorni migliori se continuiamo a lottare.


Il cambio di governo in Ungheria porta nuove speranze? Crede che possa cambiare qualcosa?

La notte delle elezioni sentivo una grande tensione nell’aria, come un primo temporale d’estate che ti spinge a uscire e danzare nella pioggia con sconosciuti. Ho sentito la musica di notte, la folla, sentivo la gioia delle persone e la voglia di festeggiare. Nutro la speranza che per il popolo ungherese adesso possa arrivare un periodo più leggero, con meno repressione, ma non credo che questo nuovo governo cambierà la mia situazione. Le condizioni delle persone detenute non cambiano con i governi. Forse ora non sono l* nemic* principale di questo governo (come lo ero per il partito Fidesz e per Viktor Orbán), forse sono sces* a un livello inferiore nella scala di priorità. In realtà, quello che vedo qui non è l’odio ma l’indifferenza, è come una tensione costante e sottile. Sino a ora sono riuscit* a sopportare la delusione, a sentire attimi leggeri, a ridere e godermi le visite con la mia famiglia. So che la delusione non è tutto ciò che ho intorno e se può esistere altro nel mondo è giusto e necessario lottare. Negli ultimi mesi ho provato ad alimentare la fiducia in me, sapendo di non essere mai sol*. Anche se sento tanta stanchezza, cerco di coltivare la forza e il coraggio in me stess* e per questo è necessaria la fiducia.

L’ora dell’intervista è finita, l’ufficiale e la guardia ci comunicano che dobbiamo concludere. Maja T ci augura di incontrarci presto fuori, in libertà. Ci scambiamo gli ultimi sorrisi, prima che Maja sparisca dietro la porta dell’aula delle visite, varcando la soglia di un mondo a noi inaccessibile. Un mondo che per Maja T. è la normale quotidianità, dal giorno della sua estradizione illegale (a febbraio 2025 la Corte costituzionale tedesca ha stabilito in via definitiva che l’estradizione in Ungheria era priva di basi giuridiche), avvenuto nella notte tra il 27 e il 28 giugno 2024, Maja vive e resiste in completo isolamento.

04/07/26

Altro che lotta ai padroni e caporali che sfruttano i braccianti - La morte di Paola Clemente dopo 11 anni non trova giustizia


Dalla Gazzetta del Mezzogiorno


"Oltre 150 testimoni, due cambi di giudici, rinvii, l’interruzione dovuta al Covid. Così rischia di morire nelle aule di giustizia di Trani il processo che avrebbe dovuto accertare la responsabilità di sei presunti caporali dopo l'inchiesta avviata per la morte di Paola Clemente, bracciante agricola tarantina deceduta a 49 anni per infarto in un vigneto di Andria il 13 luglio 2015 e diventata simbolo della lotta allo sfruttamento nelle campagne. 

Nelle motivazioni della sentenza d’appello che ha assolto l’imprenditore Luigi Terrone dall’accusa di omicidio colposo, la Corte ha bacchettato gli inquirenti tranesi per le indagini condotte e per l’impostazione delle accuse, ma non solo: i giudici di secondo grado hanno evidenziato come questo secondo procedimento sui caporali, a distanza di sette anni, non sia ancora arrivato nemmeno a una sentenza di primo grado...».