16/09/26

India - Libertà per i prigionieri, le prigioniere politiche /settimana di mobilitazione in India - iniziative nella giornata internazionalista del 26 settembre, anche in Italia



Tra i prigionieri politici, tante sono le donne, contro di loro oltre le condizioni terribili di detenzione, le torture che portano anche alla morte, le uccisioni nascoste, vengono perpetrati stupri, torture sessuali da parte dei soldati, dei carcerieri. L'India, che viene presentata come la "più grande democrazia del mondo", è il "carcere" più grande del mondo. Repressione, massacri, soprattutto delle popolazioni adivasi in lotta si uniscono alle pratiche di stupri, violenze sessuali anche verso le bambine. Particolare accanimento il governo Modi e le sue forze armate lo riservano alle donne combattenti maoiste, forza determinante nella guerra popolare condotta dal Partito Comunista dell'India (maoista), che Modi vuole definitivamente cancellare, con uccisioni di massa e mirate (questa operazione è in corso, e viene chiamata Operazione Kagaar).
E Modi e la Meloni sono grandi amici e hanno grandi interessi in comune; così come entrambi sono sostenitori di Netanyahu e complici del genocidio dei palestinesi.
Abbiamo fatto un dossier che testimonia l'orribile detenzione delle prigioniere politiche nelle carceri indiane. Richiedetecelo: mfpr.naz@gmail.com.
Facciamo appello alle compagne, alle giornaliste, alle femministe, alle lavoratrici, donne in lotta nel nostro paese a far sentire la loro voce, denuncia (perchè pochissimo si parla delle prigioniere politiche in India e della situazione generale delle donne in India); facciamo appello a partecipare alle iniziative in Italia per il 26 settembre, che si terranno in particolare a Milano, Bergamo, Ravenna, L'Aquila, Taranto, Palermo, ecc.
RICHIEDETECI INFORMAZIONI E MATERIALI

15/09/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Comune di Parigi les Communards

Dalla presentazione
“Le donne sono in buon numero... certo le donne amano la rivolta!”
La Comune di Parigi è stata la prima sfida contro il potere delle classi e Stati oppressori, un assalto al cielo quasi impossibile.
Durante la Comune di Parigi ci fu un grandissimo ruolo delle donne. 
Già durante l’assedio di Parigi, l’anno precedente, i giornali avevano parlato delle “Amazzoni della Senna”, ma è durante la Comune che fiorirono innumerevoli comitati, club, società di donne che sostenevano la causa della rivoluzione. 
Scrisse Louise Michel: “Fra i più ardenti combattenti, che si opposero all’invasione e difesero la repubblica come l’aurora della libertà, le donne sono in buon numero... certo è che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte”. 
Durante la Comune, la prima “Rivoluzione culturale”, il maggiore impulso all’autorganizzazione sociale venne proprio dalle donne: operaie, maestre, casalinghe e prostitute si scoprirono così soggetti attivi di una rivolta dentro una rivolta. 
La maggior parte di loro erano donne operaie, altre, convinte da concetti femministi e socialisti, provenivano da ambienti benestanti. Tutte erano ammirevoli per il loro valore, ardore e abnegazione.
Il primo giorno della Comune furono loro che invocarono l’insurrezione. Louise Michel e molte parigine impedirono alle truppe inviate dal governo di recuperare i cannoni di Montmartre e convinsero i soldati a fraternizzare con gli insorti.
Il 9 aprile 1871, sotto la guida di un’operaia rilegatrice, Nathalie Lemel, e di un’insegnante, l’aristocratica russa Elisabeth Dmitrieff, nacque l’«Unione delle donne per la difesa di Parigi e le cure ai feriti», la prima associazione organizzata dalle donne.
Il Comitato centrale dell’Unione delle donne, che comprendeva, oltre alle due attiviste, Marceline Leloup (sarta), Blanche Lefevre (lavandaia), Aline Jacquier (cucitrice), Theresa Collin (calzolaia) Aglaë Jarry (rilegatrice), pubblicò manifesti e organizzò incontri pubblici nei distretti e nei quartieri della capitale. 
Il 12 aprile, il primo appello alle donne venne affisso sui muri di Parigi, e diceva in sintesi: «I nostri nemici sono i privilegiati del presente ordine sociale, tutti coloro che hanno sempre vissuto coi nostri sudori, che si sono ingrassati con la nostra miseria ... L’ora decisiva è arrivata ... Che ce ne facciamo del vecchio mondo! Vogliamo essere libere! ...”. 
Le donne invitano altre donne a sostenere la causa del popolo della rivoluzione e della Comune.
L’unione promuove la rivoluzione sociale la rivendicazione dei diritti del lavoro dell’uguaglianza della giustizia.
L’Unione organizza mense, procura infermiere e ambulanze e collabora con le commissioni governative per la creazione di occupazione femminile... 
10.000 donne prendono attivamente parte alla Comune. Esse non hanno esitato a prendere le armi contro l’esercito nemico quando è stato necessario.
Le donne della Comune oltre ad essere innovative, organizzatrici, erano anche coraggiose combattenti. Alcune di loro affrontarono il pericolo e la morte, come quelle che lavoravano per i rifornimenti alle guardie nazionali o addette alle ambulanze; altre, armate di fucile, presero il loro posto nelle barricare, sparavano agli assalitori e combattevano fino all’ultimo e, nello stesso momento, incoraggiavano i loro compagni più deboli.
La repressione versagliese, che seguì contro di loro, fu terribile. Quando venivano trovate con le armi in mano, venivano fucilate sul posto. Le prigioniere, in attesa di un finto processo, furono mandate al sinistro campo di Satory sotto i fischi, gli insulti, i colpi dell’idiota folla borghese di Versailles. Ma si confrontarono con i loro giudici con tanto coraggio e dignità, sostenendo le loro azioni e vennero condannate alla deportazione in Nuova Caledonia. 
Viaggiarono per centoventi giorni su vecchie fregate, in condizioni abominevoli e in gabbia come animali.
Molto più che i Comunardi, furono calunniate, insudiciate, umiliate, trattate da puttane o incendiarie dai vincitori e dalle loro mogli.
Durante gli anni trascorsi in prigione, continuarono a ribellarsi e a difendere con energia e orgoglio i loro diritti di detenute politiche...

13/09/26

"Serpenti" - un film da perdere

Si potrebbe pensare: bene, un film che parla del femminicidio...
Ma poi si trova con un film stupidamente grottesco con buona metà banale, pieno di luoghi comuni.
Non serve per un'analisi/denuncia degli uomini (piccoli, frustrati...) che odiano le donne; non serve la rappresentazione della polizia, per cui il grottesco fa apparire assurda una realtà che invece esiste ed è sempre più complice dei femminicidi. 
L'uomo diventa la vittima - come dice una presentazione del film: "di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi".
Una vergogna a trattare così una tragedia continua per tante donne, ragazze.
Chi lo vede esce col sorriso, sia pur tirato, non con rabbia e più consapevolezza. 

La lista Tavolo4 cambia un poco

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11/09/26

“Nobel ai bambini di Gaza" NO dei Docenti per Gaza - NO ad una petizione ipocrita, a cui piacciono i palestinesi "vittime" e non resistenti



 

Noi lavoratrici Slai cobas sc della scuola, noi compagne del Mfpr siamo totalmente con i "Docenti per Gaza" nel denunciare e respingere questa squallida, ipocrita manovra.

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Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che vi spieghiamo qui:

https://www.docentipergaza.it/perche-non-appoggiamo…

L’11 agosto scorso, sul giornale Avvenire, è stato pubblicato un articolo del filosofo Eugenio Mazzarella, intitolato “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza”. Da quel giorno, è stata lanciata una petizione, a cui hanno aderito molti esponenti della politica cosiddetta d’opposizione – PD, AVS, M5S e Noi Moderati -, giustificando l’adesione come un atto di protesta nei confronti dell’indifferenza dei governi occidentali (Conte), come una denuncia dell’”orrore di Gaza” (Fratoianni) e della tregua, sotto la quale non sono cessate le uccisioni di bambin* (PD), e infine come un modo per “risvegliare la responsabilità sociale e la protezione dei diritti civili” (Lupi).

C’è una frase che più di tutte descrive il carattere della petizione, e la riportiamo qui: “loro (bambin* di Gaza, ndr) conoscono solo l’orrore, nudo e crudo. Loro che non hanno avuto pace, meritano il Nobel per la pace”. Ringraziamo Conte per averci dato il gancio per comprendere a pieno il nodo della petizione: il pietismo, la pornografia del dolore e uno sguardo coloniale e paternalista, proprio di chi vuole lavarsi la coscienza dei propri crimini, assegnando addirittura un premio di pace a chi viene ucciso da bombe sioniste e occidentali.

Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che, per facilità di lettura, elencheremo qui sotto:

-in primis, lo sguardo coloniale nei confronti della popolazione infantile e adolescenziale palestinese, che viene riconosciuta soltanto come vittima, e addirittura premiata per quello che viene definito dal filosofo stesso “un sacrificio”. Chiamare “sacrificio” il genocidio a Gaza e la pulizia etnica nei Territori Occupati sottintende una volontà della morte stessa, che chiaramente non sussiste. Siamo, ovviamente, lontani dal concetto di martirio, che parte della popolazione palestinese sostiene ogni volta che Israele, con le sue e le nostre bombe, si fa avanti nel suo piano di sterminio. Il martirio non avviene in nome della pace, ma in nome della giustizia, in nome della propria terra, e in nome di una totale remissione alla volontà del proprio Dio. La parola sacrificio, invece, allude a una resa da eroizzare, imputando alla popolazione infantile e adolescenziale palestinese la responsabilità della pace in Asia sud-occidentale e, ancora, la funzione di monito ai governi occidentali. Insomma, la vittima viene eroizzata nel proprio dolore e nella propria morte, perché utile allo sguardo lontano e sicuro di chi non mette in atto misure politiche contro Israele, ma fa lunghi discorsi sulla resilienza docile palestinese;

-la petizione e l’eventuale conseguente candidatura coincide, per noi, con un’offesa all’agency della popolazione palestinese: come Mohammed el Kurd spiega bene, il popolo palestinese viene difeso dalla politica, e quindi anche dai partiti d’opposizione nostrani, soltanto quando perfettamente inerme, docile e mansueto: chi di meglio, quindi, di bambin*? Perché, al contrario, non si può parlare delle strategie di resistenza che mette in atto perfino la popolazione palestinese più piccola? E’ notizia di ieri, infatti, di come bambin* abbiano fatto volare aquiloni nel cielo di Gaza per assaporare un po’ di quella libertà che Israele, con la complicità dei governi europei, sta violando; Israele, ovviamente, ha ribadito l’equazione aquilone=drone e ha minacciato di attaccare chiunque faccia volare un aquilone, come Israele già fece nel 2018 durante la cosiddetta “Marcia del ritorno”. Perché, allora, non parlare di bambin* che nei Territori Occupati hanno avviato una protesta contro coloni ed esercito sionista, che stavano impedendo loro di andare a scuola? Il motivo è palese: all’Occidente piace una certa narrazione pietistica, invece di guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere complice dell’uccisione di 71.000 persone, di cui 20.000 bambin* (ricordiamo che queste sono stime a ribasso e che le uccisioni continuano, giorno dopo giorno, senza contare le persone disperse, le persone senza la dignità di un corpo, le persone morte per fame, per sete, per malattia).

-cosa c’è di più violento di assegnare un Nobel per la pace a quella stessa popolazione del cui genocidio siamo anche noi responsabili? Il mito degli “italiani brava gente” colpisce ancora e, con estrema vergogna, non possiamo non notare il grado di deresponsabilizzazione della politica italiana, che si autoassolve semplicemente firmando una petizione. Se per un attimo dovessimo metterci nei panni (laceri e sporchi quando fortunati) della popolazione palestinese, come suonerebbe questo premio? L’ennesima spettacolarizzazione di un genocidio, di un sistema di apartheid e di pulizia etnica, delle deportazioni, l’ennesima reificazione di un popolo e addirittura della sua porzione più innocente e fragile: i bambin*. A cosa serve assegnare un premio del genere se poi, voltata la schiena, continuiamo a stringere patti economici, commerciali, culturali e tecnologici con Israele? A cosa serve assegnare un premio del genere, mentre criminalizziamo ogni tentativo di Resistenza, armata o meno, del popolo palestinese? In sintesi, a cosa serve assegnare un premio per la Pace al popolo palestinese più piccolo, anagraficamente parlando, se la nostra politica è responsabile della violazione del loro diritto di esistere, di andare a scuola, di giocare, di amare, di farsi il bagno nel mare, di avere una casa, di avere dei genitori, di avere una famiglia integra, di avere libertà, di avere spazi pubblici ricreativi, di divertirsi? E potremmo andare avanti per ore. La risposta, per noi, è la seguente: white-saviorism. [una forma di benevolenza bianca verso persone o popolazioni non bianche considerate, in un modo o nell’altro, debitrici verso il White Savior, il loro presunto “salvatore bianco”].

-in ultimo, questo termine, la pace. Non smetteremo mai di ribadire che la pace non serve a niente, se non accompagnata, o anzi preceduta, dalla giustizia. O forse il nobel per la pace è pensato perché, con la soluzione finale per Gaza e Territori Occupati, Israele sarà libero di appropriarsi di tutta la terra e di stabilirsi come etnia maggioritaria? Che la pace dipenda dalle morti palestinesi? Abbiamo mai chiesto al popolo palestinese cosa significhi per loro “pace”? Che tipo di pace vogliano? L’Occidente continua a percepire la pace come l’assenza di bombardamenti, senza assolutamente mettere in discussione il sistema di apartheid, la pulizia etnica, le deportazioni e le detenzioni, senza includere le restituzioni di terre e case alle persone legittime proprietarie e senza augurarsi e lavorare affinché Israele paghi per i crimini contro l’umanità e di guerra commessi dal 1948 a oggi.

Guardiamoci allo specchio e chiediamoci: questa petizione, e questa eventuale candidatura, per chi si rende necessaria? Per noi, per le nostre coscienze sporche, o per il popolo palestinese, che resiste da più di un secolo, mentre il mondo, inclusa l’Italia, legittima Israele e i suoi piani genocidari?

Sarebbe forse meglio se tutti ci costituissimo e ci candidassimo per il Nobel alla migliore coalizione genocidaria, per la miglior politica brava solo a parole, per i migliori alleati dei più feroci governi fascisti? Chissà se i partiti, di cui sopra, sarebbero coraggiosi abbastanza da ritirarlo.

Martedì 15 settembre riprendiamo la Formazione rivoluzionaria delle donne

Con la Formazione rivoluzionaria vogliamo che le donne, in particolare le donne proletarie, a cui è principalmente diretta questa formazione, facciano proprie le teorie scientifiche marxiste-leniniste-maoiste per combattere chi ci propugna teorie borghesi, che a volte si presentano anche sofisticate, ma che vogliono far credere che la condizione di oppressione, di subalternità delle donne sia solo da riformare in questo sistema sociale borghese da moderno medioevo, e non da combattere ribellandosi e lottando per rovesciare questo sistema. Altri ne fanno solo una questione di trasformazione di idee, tentando di impedire una prassi rivoluzionaria. 
Senza elaborazione teorica, anche se ledonne lottano ogni giorno vengono guidate da teorie borghesi, piccolo borghesi che vogliono al massimo indorare le doppie catene.  
In questo senso chi ha più interesse a studiare Marx, Engels, Lenin, Mao sono le donne! Perchè senza teoria non c'è rivoluzione, e senza rivoluzione non c'è liberazione.