13/09/26

"Serpenti" - un film da perdere

Si potrebbe pensare: bene, un film che parla del femminicidio...
Ma poi si trova con un film stupidamente grottesco con buona metà banale, pieno di luoghi comuni.
Non serve per un'analisi/denuncia degli uomini (piccoli, frustrati...) che odiano le donne; non serve la rappresentazione della polizia, per cui il grottesco fa apparire assurda una realtà che invece esiste ed è sempre più complice dei femminicidi. 
L'uomo diventa la vittima - come dice una presentazione del film: "di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi".
Una vergogna a trattare così una tragedia continua per tante donne, ragazze.
Chi lo vede esce col sorriso, sia pur tirato, non con rabbia e più consapevolezza. 


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11/09/26

“Nobel ai bambini di Gaza" NO dei Docenti per Gaza - NO ad una petizione ipocrita, a cui piacciono i palestinesi "vittime" e non resistenti



 

Noi lavoratrici Slai cobas sc della scuola, noi compagne del Mfpr siamo totalmente con i "Docenti per Gaza" nel denunciare e respingere questa squallida, ipocrita manovra.

*****

Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che vi spieghiamo qui:

https://www.docentipergaza.it/perche-non-appoggiamo…

L’11 agosto scorso, sul giornale Avvenire, è stato pubblicato un articolo del filosofo Eugenio Mazzarella, intitolato “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza”. Da quel giorno, è stata lanciata una petizione, a cui hanno aderito molti esponenti della politica cosiddetta d’opposizione – PD, AVS, M5S e Noi Moderati -, giustificando l’adesione come un atto di protesta nei confronti dell’indifferenza dei governi occidentali (Conte), come una denuncia dell’”orrore di Gaza” (Fratoianni) e della tregua, sotto la quale non sono cessate le uccisioni di bambin* (PD), e infine come un modo per “risvegliare la responsabilità sociale e la protezione dei diritti civili” (Lupi).

C’è una frase che più di tutte descrive il carattere della petizione, e la riportiamo qui: “loro (bambin* di Gaza, ndr) conoscono solo l’orrore, nudo e crudo. Loro che non hanno avuto pace, meritano il Nobel per la pace”. Ringraziamo Conte per averci dato il gancio per comprendere a pieno il nodo della petizione: il pietismo, la pornografia del dolore e uno sguardo coloniale e paternalista, proprio di chi vuole lavarsi la coscienza dei propri crimini, assegnando addirittura un premio di pace a chi viene ucciso da bombe sioniste e occidentali.

Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che, per facilità di lettura, elencheremo qui sotto:

-in primis, lo sguardo coloniale nei confronti della popolazione infantile e adolescenziale palestinese, che viene riconosciuta soltanto come vittima, e addirittura premiata per quello che viene definito dal filosofo stesso “un sacrificio”. Chiamare “sacrificio” il genocidio a Gaza e la pulizia etnica nei Territori Occupati sottintende una volontà della morte stessa, che chiaramente non sussiste. Siamo, ovviamente, lontani dal concetto di martirio, che parte della popolazione palestinese sostiene ogni volta che Israele, con le sue e le nostre bombe, si fa avanti nel suo piano di sterminio. Il martirio non avviene in nome della pace, ma in nome della giustizia, in nome della propria terra, e in nome di una totale remissione alla volontà del proprio Dio. La parola sacrificio, invece, allude a una resa da eroizzare, imputando alla popolazione infantile e adolescenziale palestinese la responsabilità della pace in Asia sud-occidentale e, ancora, la funzione di monito ai governi occidentali. Insomma, la vittima viene eroizzata nel proprio dolore e nella propria morte, perché utile allo sguardo lontano e sicuro di chi non mette in atto misure politiche contro Israele, ma fa lunghi discorsi sulla resilienza docile palestinese;

-la petizione e l’eventuale conseguente candidatura coincide, per noi, con un’offesa all’agency della popolazione palestinese: come Mohammed el Kurd spiega bene, il popolo palestinese viene difeso dalla politica, e quindi anche dai partiti d’opposizione nostrani, soltanto quando perfettamente inerme, docile e mansueto: chi di meglio, quindi, di bambin*? Perché, al contrario, non si può parlare delle strategie di resistenza che mette in atto perfino la popolazione palestinese più piccola? E’ notizia di ieri, infatti, di come bambin* abbiano fatto volare aquiloni nel cielo di Gaza per assaporare un po’ di quella libertà che Israele, con la complicità dei governi europei, sta violando; Israele, ovviamente, ha ribadito l’equazione aquilone=drone e ha minacciato di attaccare chiunque faccia volare un aquilone, come Israele già fece nel 2018 durante la cosiddetta “Marcia del ritorno”. Perché, allora, non parlare di bambin* che nei Territori Occupati hanno avviato una protesta contro coloni ed esercito sionista, che stavano impedendo loro di andare a scuola? Il motivo è palese: all’Occidente piace una certa narrazione pietistica, invece di guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere complice dell’uccisione di 71.000 persone, di cui 20.000 bambin* (ricordiamo che queste sono stime a ribasso e che le uccisioni continuano, giorno dopo giorno, senza contare le persone disperse, le persone senza la dignità di un corpo, le persone morte per fame, per sete, per malattia).

-cosa c’è di più violento di assegnare un Nobel per la pace a quella stessa popolazione del cui genocidio siamo anche noi responsabili? Il mito degli “italiani brava gente” colpisce ancora e, con estrema vergogna, non possiamo non notare il grado di deresponsabilizzazione della politica italiana, che si autoassolve semplicemente firmando una petizione. Se per un attimo dovessimo metterci nei panni (laceri e sporchi quando fortunati) della popolazione palestinese, come suonerebbe questo premio? L’ennesima spettacolarizzazione di un genocidio, di un sistema di apartheid e di pulizia etnica, delle deportazioni, l’ennesima reificazione di un popolo e addirittura della sua porzione più innocente e fragile: i bambin*. A cosa serve assegnare un premio del genere se poi, voltata la schiena, continuiamo a stringere patti economici, commerciali, culturali e tecnologici con Israele? A cosa serve assegnare un premio del genere, mentre criminalizziamo ogni tentativo di Resistenza, armata o meno, del popolo palestinese? In sintesi, a cosa serve assegnare un premio per la Pace al popolo palestinese più piccolo, anagraficamente parlando, se la nostra politica è responsabile della violazione del loro diritto di esistere, di andare a scuola, di giocare, di amare, di farsi il bagno nel mare, di avere una casa, di avere dei genitori, di avere una famiglia integra, di avere libertà, di avere spazi pubblici ricreativi, di divertirsi? E potremmo andare avanti per ore. La risposta, per noi, è la seguente: white-saviorism. [una forma di benevolenza bianca verso persone o popolazioni non bianche considerate, in un modo o nell’altro, debitrici verso il White Savior, il loro presunto “salvatore bianco”].

-in ultimo, questo termine, la pace. Non smetteremo mai di ribadire che la pace non serve a niente, se non accompagnata, o anzi preceduta, dalla giustizia. O forse il nobel per la pace è pensato perché, con la soluzione finale per Gaza e Territori Occupati, Israele sarà libero di appropriarsi di tutta la terra e di stabilirsi come etnia maggioritaria? Che la pace dipenda dalle morti palestinesi? Abbiamo mai chiesto al popolo palestinese cosa significhi per loro “pace”? Che tipo di pace vogliano? L’Occidente continua a percepire la pace come l’assenza di bombardamenti, senza assolutamente mettere in discussione il sistema di apartheid, la pulizia etnica, le deportazioni e le detenzioni, senza includere le restituzioni di terre e case alle persone legittime proprietarie e senza augurarsi e lavorare affinché Israele paghi per i crimini contro l’umanità e di guerra commessi dal 1948 a oggi.

Guardiamoci allo specchio e chiediamoci: questa petizione, e questa eventuale candidatura, per chi si rende necessaria? Per noi, per le nostre coscienze sporche, o per il popolo palestinese, che resiste da più di un secolo, mentre il mondo, inclusa l’Italia, legittima Israele e i suoi piani genocidari?

Sarebbe forse meglio se tutti ci costituissimo e ci candidassimo per il Nobel alla migliore coalizione genocidaria, per la miglior politica brava solo a parole, per i migliori alleati dei più feroci governi fascisti? Chissà se i partiti, di cui sopra, sarebbero coraggiosi abbastanza da ritirarlo.

Martedì 15 settembre riprendiamo la Formazione rivoluzionaria delle donne

Con la Formazione rivoluzionaria vogliamo che le donne, in particolare le donne proletarie, a cui è principalmente diretta questa formazione, facciano proprie le teorie scientifiche marxiste-leniniste-maoiste per combattere chi ci propugna teorie borghesi, che a volte si presentano anche sofisticate, ma che vogliono far credere che la condizione di oppressione, di subalternità delle donne sia solo da riformare in questo sistema sociale borghese da moderno medioevo, e non da combattere ribellandosi e lottando per rovesciare questo sistema. Altri ne fanno solo una questione di trasformazione di idee, tentando di impedire una prassi rivoluzionaria. 
Senza elaborazione teorica, anche se ledonne lottano ogni giorno vengono guidate da teorie borghesi, piccolo borghesi che vogliono al massimo indorare le doppie catene.  
In questo senso chi ha più interesse a studiare Marx, Engels, Lenin, Mao sono le donne! Perchè senza teoria non c'è rivoluzione, e senza rivoluzione non c'è liberazione.

06/09/26

Femminicidi a catena!


Ma questa volta ci rivolgiamo direttamente alle donne. 
Gli uomini che opprimono le donne, che fanno violenze contro le scelte delle donne NON CAMBIANO!
Non c'è nessuna possibilità che cambino, che smettano, sono piccoli uomini frustati che odiano le donne che rompono pesanti, violenti legami familiari; mostrano tutta la loro miseria, e uccidono.
C'è uno slogan che dice: Non aprite quella porta! 
Questi uomini che odiano le donne non possono cambiare, perchè trovano in questa società capitalista marcia, in crisi, sempre più alimento al loro odio, con l'humus fascista, individualista, prevaricatorio che questo sistema, questo Stato, questo governo fascista istigano tra le masse, rinnovando concezioni, prassi patriarcaliste, oppressione, subordinazione delle donne, che invece non corrispondono, non possono corrispondere alla volontà, realtà di tante donne di non accettare queste nere catene. 
Non è "Dio, patria, famiglia" la parola d'ordine centrale della marcia verso un "moderno medioevo" che tentano di imporre? E non diventa "normale", "naturale" imporre con la violenza, fino ad uccidere chi non ci sta, in primis proprio le donne, che sono il cuore dell'oppressione per questo sistema borghese? 
Con tutta la nostra grande solidarietà al padre di Lorena, ma questo Stato, questo governo non possono essi combattere i femminicidi; non possono coloro che creano le condizioni ideologiche, politiche, di attacchi alle condizioni di vita delle donne, di peggioramento della scuola che vogliono militarizzata, razzista, di propaganda di una sottocultura schifosa, essere quelli che danno soluzioni alla catena di femminicidi, educare al rispetto, ecc. ecc.
Costoro, NON CAMBIANO, SE NON LI COMBATTI.
Serve tutt'altro! Serve la ribellione delle donne, serve la lotta delle donne, serve una rivoluzione che rovesci questo maledetto sistema capitalista, moderno fascista.  

05/09/26

Lavoro femminile, a Taranto il divario resta profondo - Ogni tanto se ne ricordano...

Dal Corriere di Taranto - Gianmario Leone

Quarantamila donne occupate contro 106mila uomini. Sul fronte dell’inattività, invece, sono circa 200mila le donne che restano fuori dal mercato del lavoro, contro 100mila uomini. Numeri che restituiscono la dimensione del divario di genere nel mercato del lavoro tarantino e che si inseriscono in un quadro regionale ancora caratterizzato da forti differenze tra uomini e donne.
Un altro elemento riguarda il ricorso al part-time. Nel 2024 a Taranto il part-time ha raggiunto il 34,9%, un dato inferiore a quello regionale ma superiore alla media nazionale. Ancora più significativo è il peso del part-time involontario: secondo i dati disponibili, riguarda il 58% delle donne, contro il 21% degli uomini. 
Il tema, dunque, non riguarda soltanto il livello della retribuzione, ma anche la quantità e la continuità del lavoro. Una maggiore presenza femminile nel part-time può infatti incidere sul reddito complessivo e, nel lungo periodo, sui percorsi professionali e previdenziali...
Nel settore privato, nel 2024, un lavoratore pugliese percepisce mediamente 102,6 euro lordi al giorno, contro i 91,9 euro di una lavoratrice. Il divario retributivo è quindi del 10,5%, inferiore alla media nazionale del 12,4%.
La distanza aumenta però con il livello professionale. Il gap raggiunge il 27,2% tra i dirigenti e il 20,2% tra gli impiegati, mentre scende al 2,2% tra gli apprendisti. Anche l’età incide: il divario è del 6,3% nella fascia 25-29 anni e arriva al 15,9% tra gli over 65...
Nel pubblico il divario è quasi doppio. raggiunge in Puglia il 20,7%, quasi il doppio rispetto al privato.
Il divario è nullo nella scuola, il comparto più numeroso e femminilizzato, mentre raggiunge il 14,6% nel servizio sanitario, il 12,5% nelle università e il 12,3% nelle forze armate e di polizia.
Anche nel pubblico la distanza cresce con l’età e l’anzianità professionale: si passa dall’1,9% nella fascia 20-24 anni al 25% tra i 50 e i 54 anni. Un andamento che evidenzia criticità soprattutto nelle fasi centrali della carriera e nei percorsi di avanzamento professionale.
La Puglia presenta inoltre lo scarto più ampio in Italia tra il Gender Pay Gap del settore pubblico e quello del privato: 10,2 punti percentuali, contro i 6,8 punti della media nazionale.
Non è il contratto a determinare la differenza
...Le differenze possono emergere invece dalla diversa quantità di lavoro, dalla maggiore presenza femminile nel part-time, dalla discontinuità occupazionale e dai percorsi di carriera...
Per Taranto, i numeri raccontano dunque una doppia difficoltà: meno donne occupate e una maggiore esposizione a forme di lavoro a tempo parziale, mentre sul piano regionale il divario retributivo continua a emergere soprattutto con l’avanzare della carriera.