06/05/21

Il messaggio delle lavoratrici Slai cobas sc e del Mfpr per Luana alle operaie della fabbrica Evoca di Bergamo

QUESTO MESSAGGIO DELLE LAVORATRICI SLAI COBAS SC E MFPR ALLE OPERAIE EVOCA, PORTATO IERI MATTINA ALLE 5.00 IN FABBRICA PER IL PRIMO TURNO, ERA COME ATTESO, PERCHÈ TRA LE TROPPE MORTI PER IL PROFITTO, QUELLA DI LUANA HA SCOSSO A FONDO


Non è stato un incidente, Luana è stata assassinata! Per aumentare la produzione lavorava senza griglia di sicurezza, e da sola

Proseguono le indagini per dare risposte ai tanti interrogativi sulla dinamica della tragedia della morte di Luana D’Orazio, la ventiduenne operaia di un’azienda tessile di Oste di Montemurlo risucchiata dal rullo di un orditoio durante il suo turno di lavoro.

Durante il primo sopralluogo dopo l’incidente gli investigatori hanno infatti notato che la griglia di sicurezza era stata rimossa. L’altro punto riguarda la fotocellula di sicurezza del macchinario, che sarebbe dovuta entrare in azione nel momento dell’aggancio di Luana, bloccando il movimento dei rulli che invece l’hanno stritolata in pochi secondi.

Oltre alle fotocellule, quindi, mancava anche il perimetrale: un cavo che tiene 2 micron teso ad altezza ginocchio, un dispositivo supplementare presente, in teoria, sulle macchine provviste di organi in movimento non protetti da carter.

Inoltre la giovane era stata assunta con un contratto da apprendista, il che per legge obbligava il datore di lavoro a non lasciare mai sola durante il lavoro Luana.

Quello della giovane è stato un omicidio vero e proprio con colpe dirette gravissime.

Per la morte dell’operaia sono stati iscritti nel registro degli indagati la titolare dell’azienda, Luana Coppini, e Mario Cusimano, addetto alla manutenzione del macchinario. Nei loro confronti la magistratura requirente ipotizza l’omicidio colposo, e la rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.

Intanto ieri mattina un’altra operaia, di 34 anni, è finita in ospedale con gravi lesioni alla testa, dopo essere rimasta impigliata con i capelli nel rullo di un macchinario su cui stava lavorando

La giovane, di origine albanese, ha riportato ferite molto gravi ed è sotto shock, ma non in pericolo di vita. L’infortunio è avvenuto all'interno di un'azienda specializzata nella progettazione e realizzazione di calzature, la "Frasson Tech Soles", a Casella d'Asolo, in provincia di Treviso. Il meccanismo le ha causato un distaccamento del cuoio capelluto. Immediato l'intervento dei colleghi, allarmati dalle urla della donna e che hanno subito allertato i soccorsi. Sul posto anche i tecnici dello Spesal che hanno avviato le indagini per comprendere la dinamica dell'incidente.

La mancanza di sicurezza sul lavoro è l’indice più evidente del grado reale di sfruttamento presente sui luoghi di lavoro. Un sistema di sfruttamento generato da mille fattori: lavoro in nero, orari di lavoro massacranti, contratti precari, salari bassi, contratti nazionali al ribasso, istituzioni assenti o fintamente preoccupate, organi ispettivi di controllo decimati, assenti o spesso accondiscendenti.

Dall'inizio dell'anno sono 187 i morti sul lavoro per l'INAIL, 230 quelli calcolati dall'Osservatorio indipendente di Bologna, a cui stamattina se ne è aggiunto un altro.

Se i vostri profitti valgono più della nostra vita, è ora che con questo sistema la facciamo finita!

Non si può morire per lavorare!


MERCOLEDI' 13 - AD LATERE DELL'INCONTRO TELEMATICO ALLE ORE 16,30 SULLA FORMAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE - DECIDEREMO UN'INIZIATIVA

05/05/21

Al fianco delle nostre sorelle colombiane, contro la repressione del governo Duque e gli stupri punitivi perpetrati dalle forze armate colombiane addestrate dall'Italia


Brutale repressione in questi giorni in Colombia contro i e le manifestanti, in particolare giovani, che hanno aderito allo sciopero nazionale, iniziato il 28 aprile, contro la riforma fiscale, la riforma sanitaria, la riforma delle pensioni e altre politiche disastrose.
Lo scorso 1° maggio, il presidente Iván Duque aveva annunciato il dispiegamento dell’esercito e ammonito “coloro che, mediante violenza e atti di vandalismo e terrorismo, cercano di mettere paura alla società”. Detto e fatto: nella notte tra domenica e lunedì, a Cali l’esercito ha attaccato la popolazione civile con armi pesanti e elicotteri da combattimento.

Ventisei manifestanti uccisi/e, 761 arresti arbitrari, 142 casi di maltrattamento, 65 di sparizioni e 10 di violenza sessuale. In un video, trasmesso sui social network, è possibile ascoltare membri dell’ESMAD – polizia antisommossa – che dicono di “fare quello che vogliono” alle detenute. Questi sono i dati drammatici, forniti dalle organizzazioni locali per i diritti umani e risalenti a 48 ore fa, della repressione delle proteste iniziate il 28 aprile in Colombia.

Gli esperti in verifiche digitali di Amnesty International hanno convalidato e diffuso immagini sull’uso non necessario ed eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza incaricate di controllare lo svolgimento delle proteste: un modus operandi che, secondo l’organizzazione per i diritti umani, non è sporadico ma costante e che è causa di crimini di diritto internazionale.

Amnesty International è in grado di confermare che in diversi casi le forze di sicurezza hanno usato armi letali e hanno fatto ricorso indiscriminato ad armi non letali come gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

Le forze di sicurezza hanno usato fucili Galil Tavorn il 30 aprile a Cali e armi semi-automatiche il 2 maggio a Popayán. Il 1° maggio a Bogotá sono stati sparati proiettili veri da un blindato.

Di tutto questo non si parla nei media, nessuna condanna, né dall'UE, né dal governo italiano, delle continue violazioni dei diritti umani in Colombia, dove ogni anno vengono ammazzati/e centinaia di attivisti/e sociali.

Eppure proprio l’Italia ha addestrato le FF.AA. colombiane, così come ha fatto per l'Egitto, e in entrambi i casi, ma ce ne sono tanti altri, il silenzio è complice.

Luana lavorava per costruirsi un futuro, quel futuro che ci vogliono negare e per il quale, come donne, dobbiamo doppiamente lottare


“Luana lavorava in fabbrica per costruirsi un futuro… le sarebbe piaciuto diventare famosa, ma non certo in questo modo Lo ha detto sua madre nel suo appello accorato: Basta morti sul lavoro, non deve succedere né a vent’anni, né a sessanta né a settanta.

Luana era contenta di lavorare per essere indipendente, ma rispetto al suo lavoro, “c’erano tante cose che non le andavano bene”.

Di queste “cose che non le andavano bene” i media non han parlato, prediligendo lo spettacolo della tragica fine di una giovane mamma, così bella che avrebbe potuto fare l’attrice dopo la comparsa nel film «Se son rose».

Così il suo viso grazioso ha avuto eco sui media, di solito refrattari agli oltre due morti sul lavoro giornalieri, spegnendo, per un po', quello della rappresentazione tossica del 1° maggio di Fedez, sponsorizzato da Amazon, attraverso il palco dei sindacati concertativi, sponsorizzato da ENI.

Di quelle cose che a Luana non andavano bene dobbiamo continuare a parlarne noi.

Per ora le ipotesi di indagine della magistratura sono principalmente 2: il malfunzionamento di una cellula fotoelettrica, l'eventuale rimozione del sistema di protezione che doveva separare la macchina dall’operaia e garantire dunque una maggiore sicurezza.

Alla madre di Luana la titolare dell’azienda ha detto che proprio nel giorno in cui Luana è stata uccisa era stato assunto un altro ragazzo per aiutarla. Ma allora, perché il lavoro per il quale erano necessarie 2 persone veniva fatto da una sola? 

Nelle aziende del tessile, a largo impiego di manodopera femminile, i carichi e i ritmi di lavoro sono sempre più pesanti anche a causa dell’assenza di un’organizzazione sindacale delle lavoratrici, in grado di contrastare efficacemente le condizioni di sfruttamento in fabbrica.

I Paesi dell’Est-Europa e l’Italia, nonostante la pandemia, costituiscono snodi fondamentali per la produzione, in cui persistono condizioni diffuse e strutturali di sfruttamento del lavoro.

Si va dal lavoro illegale, informale, precario, che si annida nelle parti basse delle filiere produttive, fino al lavoro a domicilio, con salari bassissimi, mancanza di sicurezza, mancanza di un’accurata manutenzione dei macchinari, orari di lavoro che non vengono rispettati, rischi per la salute e paura di ritorsioni, di perdere il posto di lavoro.

Luana D’Orazio, con i suoi 22 anni, è sicuramente una delle lavoratrice più giovani ad aver perso la vita, ma la strage sul lavoro non si è mai fermata nemmeno con la pandemia, con le fabbriche e i campi sempre aperti.

Dopo la morte di Luana un altro lavoratore del tessile è rimasto incastrato con il braccio in un macchinario a Bergamo ed ora è in ospedale in gravi condizioni. A Busto Arsizio oggi è morto un operaio schiacciato dal tornio: "Si lamentava che fossero in troppo pochi" ha detto la moglie, rimasta da sola con due figlie piccole. E nel trevigiano, sempre oggi, un'altra giovane operaia, E. B. di 34 anni, è rimasta impigliata con i capelli in un macchinario di un'altra fabbrica tessile, che le ha procurato un vero e proprio scalpo nella nuca.

Il quadro tracciato dall'Inail sul primo trimestre del 2021 parla chiaro: 185 vittime. Dal 2015 gli incidenti mortali non sono mai scesi sotto i 1000 all’anno. Stando all’ultimo aggiornamento, che comprende i decessi per Covid contratto sul lavoro, nei primi tre mesi del 2021 le denunce di infortunio sono state 128.671 e i casi mortali 185, 19 in più rispetto ai 166 del primo trimestre 2020.

Ogni giorno due lavoratori/lavoratrici muoiono sul lavoro. Molti più uomini che donne, perché il 98% delle persone che con la crisi-pandemia hanno perso il lavoro sono donne, ma di donne ne sono morte 11 contro le 3 che avevano perso la vita nel primo trimestre 2020.

Dal punto di vista delle classi di età, sono raddoppiate le morti nella classe 60-69 anni: dalle 19 del primo trimestre del 2020, alle 38 del 2021. Lavoratrici e lavoratori che a quell’età dovrebbero andare in pensione e che invece vengono mandate/i al macello! Le donne ancor di più a rischio vita per il doppio lavoro!

Ma un messaggio subdolo, che dal volto di Luana passa per gli schermi televisivi, è anche un altro: “Donne, state a casa, perché in fondo ve la siete cercata!

Contro tutto questo altro che un misero scioperino ci vuole!

Ci vuole la ribellione organizzata delle donne proletarie a chi quel futuro ci vuole negare, lasciandoci ammazzare di lavoro e di non lavoro, in fabbrica come a casa.

La “presenza silente” delle braccianti agricole esposte al grave sfruttamento - Estendere il lavoro d’inchiesta per rafforzare, collegare, estendere le lotte da mettere in campo, anche sul piano specifico della salute e sicurezza

Nell'intervento al Convegno del 18 aprile su pandemia/salute/lotte proletarie, l'Assemblea donne/Lavoratrici ha rilanciato il lavoro d’inchiesta per far uscire dall'invisibilità le tante lavoratrici migranti del settore agricolo. Pubblichiamo di seguito un articolo di Luca Rondi, utile per orientarsi in questa direzione


La “presenza silente” delle braccianti agricole esposte al grave sfruttamento

Dagli insediamenti informali del foggiano alle serre del ragusano, passando per la pianura calabrese. A migliaia di donne invisibili è negato l’accesso ai diritti. E il sistema anti-tratta fatica a “intercettare” le violenze multiple e a farsi carico delle vulnerabilità
di Luca Rondi

Da chi cerca di fornire loro un supporto vengono definite una “presenza silente”. Sono le migliaia di donne braccianti che vivono una dimensione di vulnerabilità che le porta ad essere esposte al grave sfruttamento. Dagli insediamenti informali del foggiano alle serre del ragusano, passando per la pianura calabrese. Il silenzio che accompagna la loro condizione le fa diventare invisibili: “La dimensione di informalità -spiega Letizia Palumbo, ricercatrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia- colpisce tutti i lavoratori ma soprattutto le donne che sono gravate anche dal carico del lavoro di cura. La mancanza dell’accesso ai diritti sociali è un fattore che le espone particolarmente a dinamiche di sfruttamento e abusi”.

Lo sfruttamento multiplo è diffuso negli insediamenti informali della provincia di Foggia. I più popolosi sono l’ex Pista aeroportuale di Borgo Mezzanone, il Gran Ghetto di Rignano Scalo, il Ghana House di Borgo Tre titoli, a questi si aggiungono numerose masserie occupate a macchia di leopardo in un raggio di 50 chilometri dal centro cittadino. Non luoghi in cui le donne sono appunto una “presenza silente”. 

Lo racconta Erminia Rizzi, operatrice legale e socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) che interviene negli insediamenti informali dai primi anni 2000. “In questi tre campi la presenza di donne è numericamente significativa. Premesso che tutti coloro che vivono negli insediamenti sono in una condizione di vulnerabilità e fragilità, le donne sono spesso vittime di un doppio sfruttamento: quello lavorativo prevalentemente in ambito agricolo, quello sessuale da parte di chi gestisce i proventi della prostituzione. A questo si aggiunge una condizione di violenza di genere ‘sistemica’. Lo sfruttamento e la violenza diventano così multiplo e trasversale”. 

Gli insediamenti registrano una presenza fissa di circa 2mila persone che cresce a partire da febbraio fino a raggiungere le 6.500 persone nel periodo estivo. “Rispetto a queste presenze è difficile dare una stima numerica della presenza femminile soprattutto perché, a differenza degli uomini, c’è molta mobilità. Salvo coloro che lavorano nei bar e ristoranti interni al campo, le altre vengono trasferite frequentemente in altri insediamenti anche fuori Regione”. La condizione di sfruttamento delle donne, spesso, non emerge. “Questo perché devono mantenere un profilo basso, per il forte rischio di violenza a cui sono sottoposte. Sviluppano in taluni casi forme di disagio psicologico per le situazioni che vivono. La condizione di vita delle donne all’interno degli insediamenti informali è particolarmente difficile e la condizione precaria di vita e l’esclusione sociale ne favoriscono lo sfruttamento e situazioni di violenza”. 

Il sistema anti-tratta fatica a “intercettare” questa violenza. Su tutto il territorio nazionale, tra il 2017 e il 2019, sono state identificate come vittime di sfruttamento lavorativo nel settore agricolo (come forma di sfruttamento principale) solamente 37 donne, contro le 3.123 vittime di sfruttamento sessuale. Il sistema sembra non rispondere alle esigenze di chi cerca di sganciarsi dall’interno dei campi. “Queste donne chiedono una protezione immediata che le riconosca come persone capaci di decidere e non solo come vittime. Spesso il complessivo sistema dei servizi non è in grado di dare risposte soddisfacenti per loro”.

Se i servizi faticano ad entrare in questi insediamenti -in cui le nazionalità maggiormente presenti sono quella nigeriana, ghanese e gambiana-, anche con riferimento agli insediamenti informali abitati da donne comunitarie l’accesso è difficile. Il 14 marzo 2021 la Corte d’Assise di Foggia ha condannato quattro cittadini di origine romena per riduzione e mantenimento in schiavitù, induzione e sfruttamento della prostituzione minorile e sequestro di persona. I fatti risalgono al 2018 quando una giovane minorenne aveva richiesto aiuto scappando da uno dei tanti “non luoghi”. Era stata sequestrata dalla famiglia, portata in un campo tramite un uomo conosciuto in città e poi costretta a prostituirsi anche a gravidanza inoltrata. “C’è sicuramente una responsabilità penale individuale ma anche una responsabilità sociale. Come è possibile che nessuno abbia mai incontrato questa ragazzina? Nessuno l’ha mai intercettata? -si chiede Rizzi-. Una storia terrificante che dà la misura di quel che succede: un contesto peggiorato con la pandemia”. 

Una ricerca realizzata da Crea-PB e Action Aid Italia sottolinea come nel 2017 su 324 interruzioni di gravidanza di donne di nazionalità romena condotte in Puglia, 119 state realizzate nel foggiano. Un segno della condizione di vulnerabilità anche delle donne comunitarie di cui le istituzioni non si fanno carico adeguatamente. “La risposta agli insediamenti non può essere solo di tipo repressivo -continua Rizzi- con sgomberi senza alternative e senza rimuovere le cause, che sono legate alla mancanza di accoglienza, alla mancata inclusione sociale e abitativa, al permesso di soggiorno, all’accesso al lavoro regolare e con tutte le tutele previste, che portano questi luoghi, la grave discriminazione e lo sfruttamento a continuare ad esistere”. 

La situazione di violenza e sfruttamento multiplo non si concentra solo nella provincia di Foggia. In generale, la condizione delle donne nel settore agricolo è precaria anche se sfugge alle analisi quantitative. Nel 2020 i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) evidenziano come, con riferimento alle condotte di caporalato e sfruttamento lavorativo, solo il 10% delle vittime identificate sono donne. Da un lato, incide lo scarso controllo nel settore dell’agricoltura, dall’altra “l’invisibilità” della presenza femminile. Sempre Crea-PB e Action Aid segnalano che, nelle aree di Cerignola e Ginosa in Puglia, il lavoro agricolo femminile a tempo determinato è tre volte superiore a quanto riportato dai dati Inps 2017. 

“Denuncio da tempo la difficoltà nel reperire dati qualitativi e quantitativi inerenti la presenza delle braccianti in Italia -continua Palumbo, curatrice di un capitolo del V rapporto Caporalato e Agromafie di Flai Cgil dedicato alla condizione delle donne nel settore agricolo-. Si dovrebbe lavorare per far sì che a livello di metodologia di raccolta dei dati ci fosse un’attenzione specifica alla dimensione di genere. Così come, in termini di ispezioni, servirebbe una maggiore formazione, rivolta a tutto il personale incaricato della vigilanza e del contrasto, dedicata all’analisi di genere dello sfruttamento lavorativo in settori come l’agricoltura, e finalizzata al riconoscimento sia degli indici di sfruttamento sia delle forme discriminazione di genere, comprese la disparità salariale e le violenze e molestie sessuali”. I dati diventano importanti per leggere un fenomeno in cui il tema centrale è la vulnerabilità. Vulnerabilità “situazionale”, sottolinea Palumbo, legata anche al carico di lavoro di cura che si aggiunge e favorisce l’abuso e lo sfruttamento di violenza. Vulnerabilità che, spesso, nelle aule dei tribunali dove transitano accuse di tratta, riduzione in schiavitù e grave sfruttamento non trova ancora l’interpretazione corretta. 

“Salvo qualche pronuncia lungimirante, spesso la lettura dei tribunali è ancora poco attenta alla complessità di questo concetto che non è riconducibile solamente a precise caratteristiche individuali. La vulnerabilità è determinata anche dal contesto in cui la persona è situata, dalla sua posizione nella società e nelle relazioni di potere. Va considerata, quindi, anche sotto il profilo dell’intersezionalità, tenendo conto dell’intreccio di molteplici e diversi fattori quali il genere, la nazionalità, la condizione sociale, l’età, che generano e/o amplificano situazioni di vulnerabilità”. 

Anche l’attenzione politica non è adeguata. L’ultimo Piano nazionale d’azione contro la tratta (Pna), avente una durata di tre anni, è scaduto nel 2016 e non è ancora stato rinnovato. “L’attenzione della politica non è sufficiente -conclude Palumbo-. La parità di genere è la bandierina che ormai troviamo ovunque: si pubblicizzano politiche di intervento che poi, spesso, sono vuote di contenuto. Occorre integrare la prospettiva di genere in maniera trasversale e sostenere iniziative e azioni che permettano alle lavoratrici di confrontarsi su bisogni ed esperienze di violazioni di diritti e abusi, e sostenerle perché diventino portatrici di istanze da indirizzare ai tavoli politici”.

04/05/21

Per le operaie uccise non basta il lutto, pagherete caro, pagherete tutto!


Luana D’Orazio aveva solo 22 anni, un figlio piccolo, e ancora una vita davanti. Per quella vita, da circa un anno, lavorava in fabbrica, a Oste di Montemurlo in provincia di Prato, nel settore tessile.
Ma la sua vita ieri mattina si è fermata proprio dentro il macchinario al quale stava lavorando, intrappolata tra i subbi di un orditoio, lasciando il suo corpo straziato davanti alle colleghe.
Perché i rulli dell’orditoio non si sono bloccati? Non si può morire così, straziate nel fiore degli anni per il profitto dei padroni!
Nel distretto tra Prato e Pistoia, quello di Luana è il secondo infortunio mortale quest'anno, ma di infortuni sul lavoro ne accadono di continuo nei capannoni del tessile, dove si continua a lavorare con ritmi insostenibili e ad altissimi costi in termini di perdita della salute e di vite umane. E se poi operaie ed operai alzano la testa contro il moderno schiavismo e pretendono di lavorare in sicurezza, vengono licenziat*, repress*, violentat* dal braccio armato di stato e padroni.
Solo 10 giorni fa eravamo a Prato, a portare la solidarietà di donne e lavoratrici alla lotta degli operai della Texprint per lavorare 40 ore settimanali anziché 84, e ricordiamo bene come quella manifestazione fu interrotta dalla notizia di un attentato con l’acido a danno dei lavoratori rimasti in presidio fuori dalla fabbrica!
Ora che Luana è morta i sindacati collaborazionisti esprimono cordoglio di circostanza. In attesa delle risposte della magistratura hanno indetto per venerdì “una forte azione di mobilitazione", perché "non si può non rilevare che ancor oggi si muore per le stesse ragioni e allo stesso modo di cinquant’anni fa … e troppo spesso la sicurezza continua ad essere considerata solo un costo“.
Noi, come donne e lavoratrici, siamo profondamente addolorate per quest’ennesimo femminicidio, ma anche molto indignate per l’ipocrisia di chi, per 50 anni, ha venduto i nostri diritti, la nostra salute e sicurezza ai padroni, ha fatto carta straccia dello statuto dei lavoratori e ora piange false lacrime di coccodrillo.
Dov’erano l’8 marzo questi becchini del diritto di sciopero? Mentre noi scioperavamo per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, per la riduzione dei ritmi e dei carichi di lavoro nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro, per condizioni e ambienti di lavoro a tutela della salute e della dignità delle lavoratrici?
Le nostre vite, la nostra salute valgono molto di più dei vostri interessi e dei vostri profitti, e sarà non il vostro pianto ma la nostra rabbia organizzata a fare giustizia per Luana, a far sì che di sfruttamento e di oppressione non si muoia più!
Il nostro amore, la nostra vicinanza va alla famiglia di Luana, al suo bambino, ai genitori e al fratello.
Il nostro odio irriducibile, di donne e di classe, va invece a questo sistema sociale mortale, che quotidianamente inghiotte le nostre vite dentro la pancia insaziabile del capitale.

Mfpr
Lavoratrici Slai Cobas s.c.