15/02/26
Senza consenso è stupro! Anche a Palermo oggi contro il DDL/Bongiorno, un altro pesante attacco contro le donne
DDL BONGIORNO: MOBILITAZIONI TERRITORIALI OGGI IN TANTE CITTA'
Violenza sessuale: devi urlare NO altrimenti è sempre SI
L'emendamento apportato dalla Bongiorno della Lega per eliminare dal testo la parola “consenso” all’atto sessuale e configurare il reato solo quando vi sia un dissenso manifestato chiaro e forte, rappresenta una violazione gravissima dei diritti delle donne e soprattutto alimenta la cultura dello stupro e della sopraffazione nei confronti della donna e vuole scoraggiare le denunce.
Non è accettabile sostituire il principio del consenso libero, esplicito e revocabile con l’obbligo di esprimere un dissenso, per di più destinato a essere valutato “in base al contesto”.
Questo significa alimentare la cultura dello stupro e costruire un immaginario colpevolizzante, che scoraggia le richieste di aiuto e rafforza una domanda già tristemente nota: “perché non hai detto no?”.
Significa anche fingere di ignorare che la maggior parte delle violenze sessuali avviene da parte di ex fidanzati, di conoscenti, o all’interno delle famiglie, in contesti di maltrattamento sistematico, dove manifestare un dissenso chiaro può essere estremamente pericoloso.
Questa riforma rafforza un impianto che colpevolizza ulteriormente chi subisce violenza, costringendola a dimostrare come, quando e con quanta forza abbia detto no.
Il silenzio non è un sì. L’assenza di resistenza non è un sì.
Il punto è questo: il consenso non è una sfumatura giuridica. È il confine tra scelta e violenza. Il consenso è un obbligo. Allora perché fa così paura scriverlo chiaramente in una legge?
In realtà tutto è amaramente coerente, questa riforma risponde alla stessa logica antifemminista e maschilista in linea con la politica repressiva del governo.
QUESTA RIFORMA INFATTI, COME ALTRE RECENTI LEGGI: SUL FEMMINICIDIO, SULL’EDUCAZIONE SESSUALE NELLE SCUOLE, VOGLIONO APPARIRE A TUTELA DELLE DONNE, MA IN REALTA’ DIVENTANO ULTERIORI CATENE OPPRESSIVE REPRESSIONE VERSO LE DONNE CHE NON RIENTRANO NELLE LORO LEGGI, FINO ALLA REPRESSIONE POLIZIESCA LI’ DOVE LE DONNE LOTTANO CONTRO (pensiamo alla azione violenta della polizia a Roma al presidio di compagne contro la legge Bongiorno).
Uno Stato che prova a smantellare il diritto di autodeterminazione delle donne è uno Stato che legittima ed ispira stupratori e femminicidi, e noi continueremo ad urlarlo con forza visto che vogliono un dissenso riconoscibile. Solo sì è sì. Senza consenso è stupro.
Ma tutto questo dimostra anche in maniera eclatante che il PD/Schlein i suoi appelli alla Meloni a lavorare insieme su questa materia sono misere illusioni, compromessi politici che contribuiscono a dar credito ad un governo fascista che vuole solo peggiorare la condizione delle donne e le concezioni maschiliste su di esse.
L'unica soluzione lottare contro questo governo!
A Taranto un'anticipazione di quello che succederà sempre se
passa questo Ddl: sotto processo vanno le donne e non gli uomini stupratori
Assolti tutti e 8 autisti Amat processati per violenza e molestie sessuali - Una sentenza inaccettabile, da respingere!
Il tribunale ha assolto gli 8 autisti Amat accusati di ripetute violenze sessuali verso una ragazza affermando addirittura che "il fatto non sussiste". Questo nonostante il PM aveva chiesto condanne fino a 6 anni, dicendo giustamente che lo stato di fragilità mentale della ragazza era un'aggravante.
Ora, invece, la fragilità mentale della ragazza, la sua confusione viene ritenuto una prova che le dichiarazioni della ragazza non contano...
Un'assoluzione piena che è una doppia violenza per la ragazza.
Questa sentenza di fatto è un vergognoso messaggio anche verso altre ragazze e donne: non denunciate!
La ragazza che aveva avuto il coraggio di denunciare gli autisti, ora passa lei per bugiarda; lei che doveva portare le "prove". Il processo invece che giustizia, diventa accusa alle donne che osano denunciare.
I sindacati dell'Amat, in particolare la Cisl, si congratulano con gli autisti assolti - ma dimostrano solo che sono stati dall'inizio conniventi.
Per noi, del movimento femminista proletario rivoluzionario di Taranto, la cosa non può e non deve finire qui. Noi, che abbiamo seguito il processo, ora mettiamo a disposizione della ragazza il nostro sportello donna, la nostra avvocata per andare avanti.
Non accettiamo che questa violenza finisca senza verità e giustizia.
MFPR Taranto
14/02/26
13/02/26
Giù le mani da Francesca Albanese!
Respingiamo subito la campagna avviata dalla Francia, e appoggiata da vari paesi imperialisti, in prima fila l'Italia col governo Meloni, che non vedono l'ora di zittire la sua voce, la sua attività di denuncia del genocidio di Israele in Palestina e delle complicità dei governi imperialisti.
Nessuno tocchi Francesca Albanese!
Il discorso sotto accusa di Albanese
"Il fatto che invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l'abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario è una sfida".
Questo uno dei passaggi dell'intervento della relatrice speciale dell'Onu sui territori palestinesi al Forum di Al-Jazeera del 7 febbraio scorso. "Il fatto che la maggior parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato la narrazione pro-apartheid e pro-genocidio è una sfida - prosegue il discorso - Allo stesso tempo qui risiede anche l'opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero che mai prima d'ora la comunità globale si era accorta delle sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune".
Albanese, poi, in un post su X del 9 febbraio, ha chiarito il suo pensiero, spiegando che "il nemico comune dell'umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile".
Nel corso del suo discorso la relatrice Onu ha inoltre affermato che negli ultimi due anni tutti hanno potuto vedere "la pianificazione e la realizzazione di un genocidio, e il genocidio non è finito", ma è anzi "ora pienamente evidente". Oggi "il rispetto delle libertà fondamentali è l'ultima via pacifica, l'ultimo strumento pacifico che abbiamo per riconquistare la nostra libertà", ha proseguito ancora, lanciando un appello alle più varie categorie della società a "cambiare le nostre abitudini: da ciò che scegliamo di comprare, consumare, leggere, a come ci poniamo di fronte al potere". Albanese ha quindi concluso dicendo di credere "fermamente che la Palestina sarà libera. Ma dobbiamo agire e il momento è adesso" in un "2026 di pieno impegno verso la responsabilità e la giustizia"
12/02/26
L'appello di Nudm per lo sciopero del 9 marzo - Info e una nostra nota
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!
APPELLO ALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI, ALL3 SINDACALIST3, ALL3 DELEGAT3
PER LO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA DEL 9 MARZO 2026
Viviamo un tempo in cui patriarcato e capitalismo ricorrono alla guerra per risolvere la crisi in cui versano.
Le guerre, la corsa al riarmo e la deriva autoritaria attraversano il pianeta massacrando vite, impedendone la stessa riproduzione, rendendo i processi di liberazione e autodeterminazione delle esistenze minati da feroce repressione, chiudendo spazi di dissenso e pensiero critico.
La guerra è sempre più impattante anche dove non ci sono conflitti armati in corso: la respiriamo nella nostra quotidianità, nell’incertezza del futuro, nella precarietà delle nostre esistenze, nelle crisi industriali della riconversione bellica, nella scuola delle prescrizioni a docentə, studentə e contenuti.
Vogliamo ricostruire reti di solidarietà internazionale e di lotta comune. Raccogliamo la sfida dello sciopero transfemminista, politico, sociale e vertenziale, che tiene insieme lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dai e dei consumi, dai e dei generi, nel momento in cui la propaganda di governo getta la maschera e diventa guerra aperta alle donne e alle persone trans, alle persone razzializzate, alle persone disabilizzate e povere.
Deriva autoritaria, controllo dei corpi e economia di guerra non sono aspetti disgiunti ma costruiscono quotidianamente l’arruolamento morale e materiale della società nello Stato e l’irrigidimento dei ruoli di genere e di classe.
Ultima violenza istituzionale il disegno di legge sulla violenza sessuale che sostituisce il “consenso libero e attuale” con il “dissenso”, riavvolgendo il nastro della storia indietro di alcuni decenni. Il dissenso presuppone una disponibilità fino a manifestazione contraria e scredita la parola di chi ha subito per tutelare chi ha abusato.
Le conseguenze dell’approvazione sarebbero aberranti non solo nei contesti familiari ma anche nei contesti lavorativi e in particolare quelli di maggiore ricattabilità e sfruttamento. Le denunce stanno facendo registrare un aumento vertiginoso dei casi mentre il governo continua a negare l’educazione psicosessuo-affettiva e al consenso nelle scuole.
La legge va bloccata con ogni mezzo: anche con lo sciopero.
Il riarmo sta imponendo una pesante austerity in un momento di durissima crisi economica e di guerra commerciale mentre si programma la spesa a debito per finanziare la riconversione bellica della produzione industriale.
Le donne, le persone trans e non binarie, le persone razzializzate, disabili e neurodivergenti, giovani e meno giovani vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la crisi con l'aumento del lavoro povero e precario, l'aumento dei prezzi e la distruzione del servizio pubblico e del welfare. Si fa sempre più significativo il gender gap salariale mentre il governo continua a incentivare il part-time imposto e a enfatizzare il ruolo delle donne in quanto madri e lavoratrici, con misure una tantum e bonus. È lo stesso sistema che produce l'espulsione e l’invisibilizzazione sistematica dal mondo della formazione e del lavoro delle persone trans.
Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tutt.
Per questo chiediamo a tutti i sindacati di proclamare e sostenere lo sciopero generale per l’intera giornata nei posti di lavoro per consentire la più ampia partecipazione. Auspichiamo un sempre maggiore coinvolgimento delle organizzazioni sindacali nel sostegno attivo degli snodi organizzativi quanto nelle ipotesi politiche che da ormai 10 anni pratichiamo, fra tentativi ed errori sperimentando pratiche e strumenti, sempre in dialogo attraverso assemblee pubbliche
Lo Sciopero del 9 marzo si svolgerà durante le Paralimpiadi Milano Cortina che, come ogni Grande Evento, è una macchina moltiplicatrice del lavoro precario e volontario, di turistificazione e devastazione ambientale, ma non solo. Sappiamo del tentativo di sfruttare l'evento per imporre alle organizzazioni sindacali una sospensione degli scioperi al fine di "garantire il regolare svolgimento delle manifestazioni". Respingiamo l'ennesimo attacco al diritto di sciopero da parte del Governo: rispondiamo che se bisogna bloccare qualcosa, allora sono Olimpiadi o guerre, non uno dei pochi strumenti di conflitto sociale ancora praticabili, ovvero lo sciopero.
Al di là di ogni rischio di ritualità, la sperimentazione aperta dallo sciopero dell’8 marzo in questi 10 anni ha risuonato negli scioperi contro il genocidio dell’autunno passato al grido di Blocchiamo tutto! e nello sciopero generale contro l’ICE a Minneapolis. Intendiamo continuare a fare dello sciopero una pratica collettiva di lotta e di organizzazione capace di superare frammentazioni e di incidere su una realtà inaccettabile.
Il 9 marzo 2026 sarà sciopero transfemminista!
Non una di meno
CAPORALATO ALLA GLOVO, MA NON SOLO: IL DOPPIO SFRUTTAMENTO DELLE LAVORATRICI, UNA TESTIMONIANZA
Sara, la vita impossibile della mamma rider di Glovo: “Lavoravo tutti i giorni, portavo i figli con me”
Una 47enne racconta la sua esperienza da fattorina: sistema insostenibile. Prosegue l’indagine della Procura di Milano, verifiche sul criterio di calcolo dei compensi
Sara V., 47 anni, iniziò a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio
La paga “non è sufficiente”, neanche per pagare “l’affitto di 200 euro al mese” per vivere in un appartamento in condivisione con altri rider. “Non ho mai pause, lavoro sette giorni su sette”, ha spiegato un altro ciclofattorino ai carabinieri, che hanno raccolto le decine di testimonianze alla base del provvedimento con cui il pm di Milano, Paolo Storari, ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, la società del colosso del delivery Glovo. Provvedimento che dovrà essere convalidato da un gip. L’analisi tecnica si è concentrata sulla “gestione algoritmica della prestazione” lavorativa, il “monitoraggio” costante su “tempi” di consegna e "performance” con tanto di “punizioni”, ma anche su un elemento che resta, al momento, oscuro, ovvero il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e soprattutto calcolare il “compenso”. La piattaforma determina il compenso basandosi su “parametri registrati digitalmente e non negoziati dal rider”, e senza “analisi dei sistemi backend”, scrive il pm, non si sa come si arriva al “calcolo del compenso”. Più, in generale è la piattaforma, secondo la Procura, a “governare” il lavoro dei rider, formalmente lavoratori autonomi, pagato con cifre sotto la soglia di povertà.
Sara V., 47 anni, ha iniziato a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio perché i soldi, per una donna single con due figli da crescere, non bastano mai. Un impiego che a un certo punto è diventato sempre più assorbente portando via giorni e notti.
Fino a poco tempo fa, perché è riuscita a cambiare lavoro, Sara era uno dei 40mila rider che secondo le indagini coordinate dal pm di Milano Paolo Storari lavorano in condizioni di sfruttamento per Glovo, colosso spagnolo del delivery sottoposto al controllo giudiziario in Italia.
Sara, quando è entrata nella flotta di Glovo?
"Era il 2019, lavoravo part time in una cioccolateria e, avendo due figli piccoli, dovevo cercare per forza un secondo lavoro. Lo stipendio non era sufficiente. Per me all’inizio era un impiego che mi consentiva una certa flessibilità oraria. Con la pandemia ho lasciato la cioccolateria e ho iniziato a lavorare in una struttura sanitaria dalle 6 alle 10. Poi lavoravo per Glovo da mezzogiorno fino alle 8 di sera. Mi capitava di fare consegne anche sette giorni su sette, prendendo magari una mezza giornata per riposare”.
Come conciliava questo lavoro con la cura dei figli?
"Semplicemente, non avendo nessuno a cui affidarli, li portavo con me, perché facevo le consegne con la mia macchina. Non so neanche quante cene abbiamo fatto sul tavolino della mia Fiat Multipla. Per i miei figli, che ora hanno 13 anni, all’inizio era come un gioco. Scendevano con me e a volte mi aiutavano a fare le consegne. Poi la situazione, anche per loro, è diventata sempre più pesante. Si addormentavano in macchina, senza contare il rischio di incidenti. Guidavo costantemente in tensione”.
Quanto guadagnava con questo lavoro?
"In passato, lavorando sette giorni su sette, circa 1.500 euro lordi al mese. Ero costretta a lavorare anche il sabato e la domenica, perché altrimenti sarebbe sceso il mio punteggio, e vivevo costantemente attaccata al cellulare. A un certo punto sono diventata anche ’veterana’. Le condizioni sono peggiorate radicalmente quando è stato introdotto il sistema del free login (un sistema che ha eliminato calendari e slot consentendo ai rider di rimanere sempre connessi, pagati in base alle consegne effettuate, ndr), e lavorare è diventato insostenibile. Bisogna stare in giro ore con il rischio di non guadagnare nulla se non arrivano consegne, perché i tempi morti non vengono pagati. Per questo ho deciso di cercare un altro lavoro”.
11/02/26
Teheran: "Non c’è più spazio per i cadaveri. Non c’è più dignità". Info da Amnesty international
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