03/02/26

Torino, Torino è una gran bella città... - Da che parte stare

Da ORE 12/Controinformazione rossoperaia del 02.02.26

Torino è stata teatro di una grande manifestazione di 50.000 persone e diversi non sono riusciti ad arrivare per l'azione della polizia e per le decisioni sciagurate prese dalla questura e dalle istituzioni di Torino che hanno bloccato la città, le stazioni dove arrivava la manifestazione, le vie principali di alcuni pullman che arrivavano a Porta Nuova o che toccavano alcuni pezzi del corteo, con cittadini che sono stati lasciati a terra per ore, anche là dove non passava alcun corteo. Nello stesso tempo la polizia ha bloccato i bus che arrivavano dalle altre città per la manifestazione, identificando e fotografando tutte le persone.

Tutta questa manifestazione è stata ostacolata con una campagna stampa preventiva, con divieti e disposizioni del Ministero degli Interni, della questura di Torino, fino alla miserabile rettrice dell'Università Palazzo Nuovo che, su pressione del ministro Bernini, ha chiuso l'università agli studenti, a coloro che ne sono gli effettivi proprietari.

Quindi la violenza è cominciata già prima ed era violenza di Stato, violenza delle istituzioni, violenza della polizia. La madre di tutte le violenze é lo sgombero del centro sociale Askatasuna, sottrarre non solo ai militanti e agli attivisti di Askatasuna ma alla città, al quartiere, un centro sociale attivo da oltre 30 anni su tutte le grandi tematiche così come sulle piccole questioni del quartiere.

Questo centro sociale è stato uno dei cuori pulsanti della protesta contro la guerra, della solidarietà al popolo palestinese, della lotta sociale dei precari, dei disoccupati. ma innanzitutto è stato l'espressione della ribellione di una nuova generazione che a Torino per giorni e giorni, per settimane e settimane, è scesa in campo contro l'industria della guerra, la devastazione territoriale, l'opera speculativa fondata sul profitto del Capitale ai danni delle popolazioni che si chiama TAV. Contro tutto questo è stata esercitata una costante violenza, contro tutto questo è stato fatto di tutto per cancellare questa esperienza, per cancellare questa storia, queste vite.

Ebbene adesso parlano di violenza, ma la vostra violenza è la vera matrice di ogni disordine, è la vera matrice di una società, di uno Stato, di una città non fatta a misura dei proletari, delle masse popolari, dei giovani, dei migranti, dei lavoratori, ma fatta a misura della speculazione, della ricchezza, fatta a misura dei padroni, fatta a misura poi di una generazione di politici di centro-destra come di centro-sinistra che hanno permesso il sacco speculativo di questa città, la deformazione di una città operaia, giovane, volta al futuro, in una città a servizio del malaffare e dei grandi affari.

Contro tutto questo è vissuta l'esperienza trentennale di Askatasuna e non saranno certo quei quattro maledetti e miserabili che sono al governo e nelle istituzioni ad avere il diritto di denigrare un centro sociale che ha costituito una ricchezza di questa città e vuole continuare ad esserlo, una ricchezza del movimento antagonista, proletario, popolare e giovanile, una ricchezza del nostro Paese, contro coloro che se ne sono ora appropriati e pensano di usarla a uso e misura loro.

Contro tutta questa violenza di Stato, di sistema, si doveva trovare una risposta adeguata per fermarla e, in prospettiva, rovesciarla e cancellarla. Tutto il resto è noia, sono chiacchiere, sono miserabili difese di questo Stato, di questo governo, di questo sistema, di questa stampa, di questi partiti parlamentari.

Questa è stata la manifestazione di Torino.

Due immagini plastiche vanno pienamente rivendicate, che sono un'indicazione per tutto il nostro Paese: la marea di partecipanti - guardatela nelle foto dall'alto - un gigantesco serpentone, pieno in tutte le file come non mai, pieno di tutte le ragioni della lotta e del combattimento contro questo sistema, questo Stato che ci porta alla guerra, al fascismo, alla miseria, all'oppressione dei proletari e dei popoli, alla devastazione della TAV, TAP, il governo delle basi militari, il governo di Niscemi, degli altri disastri ambientali. Contro tutto questo la manifestazione ha voluto esprimere una opposizione. E migliaia e migliaia di compagni e compagne di organizzazioni sindacali, centri sociali, del movimento degli studenti, solidali con la Palestina, associazioni sono venuti a Torino, non in tanti quanto potevano essere e volevano essere, ma siamo stati tutti a Torino, sia chi ci è venuto e sia chi “ha guardato i video”.

Ma su questo però un discorso va fatto: basta, in occasioni che sono fondamentali per lo scontro sociale e politico, per il futuro di questo Paese, stare a guardare i video, i telefonini, invece di fare gli enormi sforzi che a volte sono richiesti per partecipare a una manifestazione lontana - perché siamo stati 50.000, ma potevamo essere 500.000, potevamo essere un milione, e questo non è stato possibile un po' per le ragioni oggettive che tutti abbiamo ma anche perché molti preferiscono stare a guardare, anche se si dicono antagonisti, oppositori; preferiscono stare ai video, salvo poi commentare come pulci e grilli parlanti sui social o mass media.

Ma torniamo alla manifestazione.

Abbiamo detto due immagini plastiche: la marea, il vento rappresentato da questa marea che ha riempito la città di Torino, che ha dato vita a questo enorme serpentone, e poi quella del blindato che brucia. Sì, il blindato che brucia, perché questa è stata un'azione necessaria, perché evidentemente non si possono accettare certe situazioni, non si può accettare la militarizzazione della città, non si può accettare una marea di poliziotti che blocca il corteo che voleva raggiungere il suo luogo naturale: stiamo manifestando contro lo sgombero di Askatasuna e Askatasuna è il punto di arrivo di una manifestazione nazionale, e vietarlo è una violenza che non può essere accettata, è una violazione di un diritto, quello di manifestare, di protestare, è una forma di dittatura, di ricatto, nei confronti di chi partecipava alla manifestazione, in particolare la marea di giovanissimi. Ad Askatasuna bisognava arrivare e per andarci bisognava fronteggiare uno schieramento di polizia certo ben deciso a picchiare, a massacrare, e caso mai anche a uccidere, perché questo è stato preparato prima, è stato detto ai poliziotti non certo di fermarsi ma quello di essere pronti a tutto pur di difendere il simulacro della repressione di Stato rappresentata dalla chiusura di Askatasuna.

La ferita vera di Torino, signori della Stampa di Torino, è la chiusura di Askatasuna, è la violenza esercitata contro un'esperienza, un popolo, una città, e su questa ferita di Torino voi siete stati zitti, complici e oggi non avete alcun diritto di strillare alla violenza. Il vostro giornale è una "merda" di giornale su questi temi e giustamente è stato fatto segno di una protesta anche all'interno, non siete voi che potete dare lezione a chi lotta per cose molto molto più grandi di voi.

La manifestazione ha attraversato tutta la città in forma pacifica e quando si dice in forma pacifica non significa “pacificata”, significa che gli slogan, gli striscioni, le mille voci combattive, determinate a lottare si sono unite. Importante la presenza significativa del popolo palestinese attraverso le sue rappresentanze, che ha richiesto forte e chiaro la liberazione dei prigionieri palestinesi, di coloro che avete arrestato voi Stato, voi Governo, per conto dello Stato sionista d'Israele, avete arrestato Hannoun, avete costruito una montatura giudiziaria che vuole intimidire la solidarietà e l'unità del popolo palestinese, avete condannato Anan un prigioniero politico appartenente alla resistenza che in questo paese non ha commesso alcun reato e lo tenete in galera sulla base delle carte portate dai criminali israeliani, da coloro che sono definiti anche dalla Corte Penale Internazionale come criminali: Netanyahu, il regime sionista, genocida, massacratore di donne e bambini, affamatore di un popolo, portatore di un piano di deportazione, di cancellazione di un popolo che ricorda l'Olocausto e i peggiori crimini della storia dell'umanità... Il popolo palestinese con le sue rappresentanze presenti ha gridato forte chiaro “libertà per Hannoun, Anan e tutti... Palestina libera”!

Così come era presente una fortissima delegazione del Kurdistan che difende l'esperienza del Rojava, la lotta di un popolo e delle donne di questo popolo, per costruire un modello alternativo nel cuore di regimi barbari, di Assad, dello Stato islamico, tutti a servizio dell'imperialismo, tutti a servizio del fascista Erdogan, tutti a servizio delle mani sulle terre e sulle libertà dei popoli, che vogliono cancellare Rojava.

Come chiaramente era rappresentato tutto il popolo che ha combattuto a Torino come a livello nazionale in questi mesi, in questi anni.

Questa manifestazione è stata attraversata in questa maniera da tutte le istanze sociali di libertà, di liberazione, che hanno reso onore allo slogan “Askatasuna vuol dire libertà, la repressione non ci fermerà”. Questa è stata la manifestazione, un enorme corteo costretto a non attraversare il centro, isolato dagli altri quartieri popolari, come Barriera di Milano, ostacolato in ogni modo dai divieti di arrivarci perfino con la chiusura delle vie, del traffico ordinario, dei pullman. 

Questa manifestazione alla fine è arrivata, è arrivata dove doveva arrivare, al punto in cui la questura e le istanze del ministero degli Interni con la complicità di tutte le istituzioni avevano deciso che si doveva fermare. Ma non si poteva fermare, il vento non si può fermare, il desiderio di libertà e di ripresa degli spazi sociali non si possono fermare! E per questo è stato giusto e necessario che una grande parte della gioventù ribelle, e non solo, presente alla manifestazione, appartenente a tutte le realtà, dai centri sociali, al movimento studentesco, di Torino e delle diverse città, all'area dei compagni e compagne che giustamente con orgoglio dichiara di essere antagonista e rivoluzionaria, all'opposizione di questo governo, di questo Stato, di questo sistema, abbia marciato fino in fondo per raggiungere Askatasuna. Era necessario sia come forma di difesa, sia per porre chiaro di chi è Askatasuna, non solo un centro sociale ma un territorio che è diventato anch’esso un territorio da liberare.

E lo si è posto con tutte le necessarie "armi" per rispondere alla violenza poliziesca che tante volte ha colpito, massacrato giovani e giovanissimi e che ha colpito anche il 31 con idranti, massa enorme di lacrimogeni che bruciano polmoni, occhi, con manganelli, pugni, calci giovani, anche minorenni per terra, feriti (ma questo non si è fatto vedere nelle televisioni, su questo non ci sono foto o articoli della grande stampa...); per rispondere all'ignominia fascista e da Stato di polizia, dei decreti di sicurezza che violano le libertà anche costituzionali.

Certo che bisognava andare "attrezzati", certo che bisognava opporre alla violenza poliziesca tutto ciò che la potesse fermare, certo che bisognava rendere sempre più chiaro che quello spazio va riconquistato, che la resistenza che si oppone allo Stato della repressione è una Nuova Resistenza che non intende fermarsi e neanche essere fermata dallo Stato di polizia e dai decreti di sicurezza e dalla canea montante di stampa, tv, governo, istituzioni.

E quindi tutto quello che è avvenuto è normale, giusto e necessario. Anche l'episodio che ha fatto "scandalo", quello dell’”aggressione a un poliziotto”, di cui tutti i mass media, i politici sia di maggioranza che di "opposizione" parlano e straparlano, è stato ben spiegato da una giornalista de Il manifesto, di cui abbiamo pubblicato il testo, non è esattamente come è stato descritto (tutto questo allarme, addirittura "tentato omicidio" e poi viene dimesso dall'ospedale il giorni dopo, con qualche echimosi, escoriazioni..); ma quante volte i poliziotti hanno invece realmente massacrato? Ma per essi si chiede l'impunità, nessuno paga, anzi, riceve la visita della Meloni, gli encomi del governo fascista e poliziesco che fa dell'idea del fascismo e della pratica della repressione, sistemica, globale, la sua ideologia e la sua ragione per essere al potere, per essere a servizio del grande Capitale, dei suoi disegni, al servizio della guerra, al servizio di Trump e di tutti i mostri generati da questo sistema imperialista che è sempre più “da Minneapolis a Torino, dall'India alla Palestina”, un sistema che uccide, che massacra, un sistema capitalista/imperialista che deve essere abbattuto, perché è un freno alla storia sociale e politica di liberazione e di libertà, di uguaglianza, non solo del nostro popolo ma di tutti i popoli.

Con quale coraggio un ministro, il ciccione a servizio delle lobby militari come Crosetto, può parlare di “terrorismo” quando il suo ministero è dentro la Nato, dentro l'alleanza privilegiata con il sistema imperialista americano e di Trump? Il terrorismo siete voi, il terrorismo dello Stato militare, il terrorismo dell'industria bellica, il terrorismo degli tagli sociali per favorire l'industria bellica, il terrorismo delle vostre missioni militari, il terrorismo di voler inquadrare i giovani con una nuova divisa per diventare carne da macello delle vostre guerre. I veri terroristi siete voi, i terroristi della parola, potete dire tutto e il contrario di tutto, insultare i popoli, gli studenti, la gente che lotta e pensare di farla franca? Pensate che non arrivi anche per voi il giorno del giudizio? 

Pensate che la repressione possa fermare la ribellione ma invece l'alimenta! E Torino è una plastica dimostrazione che non la fermate. Le masse erano in piazza, erano in corteo, eravamo in tanti, eravamo molti di più di tutti voi e rappresentavamo molto di più di quella miseria di barbari che voi rappresentate!

Ed è per questo che era giusto e necessario che questa manifestazione segnasse un punto, anche di non ritorno, per il movimento che ha il diritto di ribellarsi, ha il diritto di insorgere rispetto allo Stato della guerra, della repressione, della distruzione dei posti di lavoro, della devastazione ambientale; un movimento che pensa che Askatasuna debba diventare - ed è diventata - una bandiera di tutti noi. Questa manifestazione ha reso onore al nome Askatasuna che vuol dire libertà, libertà di sciopero, libertà di manifestare, libertà di studiare, libertà di avere una casa, libertà di avere un salario, un diritto dignitoso, libertà di non perdere il posto di lavoro, libertà di non morire sul posto di lavoro, libertà di avere un territorio liberato dalle grandi opere, dalle basi Nato. Queste libertà si conquistano con la lotta, siamo figli tutti di due generazioni, la generazione della Resistenza, la generazione degli anni ‘70, orgogliosamente eredi degli anni ‘70 che riprendono le bandiere della ribellione.

Questo è il messaggio che viene dalla manifestazione e vale non solo per i giovani che l'hanno animato e vi hanno combattuto, ma vale per tutte le generazioni.

Ed è chiaro che è una cartina di tornasole da che parte stare, non basta mettersi a posto la coscienza gridando: “noi sappiamo da che parte stare, Palestina libera dal fiume fino al mare”, glorioso slogan che continuiamo a gridare e oggi ancora con più forza. Oggi bisogna stare dalla parte di Askatasuna, bisogna stare dalla parte della manifestazione di Torino, difenderla senza buoni e cattivi, sapendo che i cosiddetti cattivi in realtà sono i figli della loro classe sociale, la borghesia imperialista, i signori della ricchezza, i signori della guerra, i signori del petrolio, dell'energia, i signori della speculazione, i signori delle mani sulla città, i signori della corruzione, i signori del malaffare.

Dalla parte di chi si ribella contro tutto questo, con tutte le armi necessarie, perché alla violenza di Stato non si può rispondere con i fiori, i fiori se non hanno la forza combattente che rompa, metta in discussione la violenza di Stato, non possono liberare i popoli, i proletari, sia sulle grandi questioni della guerra, sia sulle piccole questioni della difesa dei diritti quotidiani di fronte a uno Stato e a un governo che in maniera arrogante pretende di soffocare ogni forma di dissenso, pretende di violare la Costituzione.

Mattarella, ma per favore, fottiti! Com’è possibile accettare di firmare tutti i decreti sicurezza e pretendere di avere l'anima pulita per parlare di democrazia e di Costituzione? Ma per favore!

Tornando alla manifestazione, siete voi che ci state chiamando ad alzare il tiro della lotta; tutti sia coloro che hanno uno spirito rivoluzionario e una volontà di Rivoluzione che sanno bene che la Rivoluzione non è un pranzo di gala, e la lotta di classe, la lotta sociale non lo è mai stata quando è vera, ma anche coloro che ancora non sono chiaramente su questa posizione.

Si sappia che, purtroppo, alla violenza di Stato, alla dittatura aperta verso cui marciano questo governo e questo Stato, secondo il modello Trump, secondo Minneapolis, occorrerà opporre una Nuova Resistenza, che è fatta di manifestazioni che sanno difendere le loro ragioni dagli attacchi della polizia, e che quindi usano tutti gli strumenti creativi che ci possiamo permettere. E questi strumenti creativi sono stati in parte presenti nella manifestazione di Torino, e questo è stato un bene, altrimenti noi saremmo stati riempiti di lacrimogeni comunque, saremmo stati inseguiti strada per strada e colpiti, feriti in ogni modo, fermati. Questa barriera ha posto un limite alla violenza poliziesca e quindi questa barriera era necessaria, è necessaria, e va valorizzata e va imparata. 

Dobbiamo imparare dalla manifestazione Torino, tutti, altrimenti saremo le anime belle del lamento, le anime belle del vittimismo, le anime belle che non conoscono il nemico, non sanno che questo nemico è un nemico che non si fermerà finché non potrà fare la dittatura aperta, lo Stato di polizia, finché non potrà fare le sue guerre, finché non potrà licenziare il lavoratore senza la possibilità di fare anche un ricorso, finché i migranti non siano buttati in mare, cacciati o rinchiusi nelle galere dei CPR, ecc.; finchè stare dalla parte della Palestina non diventi un vero crimine e non invece essere dalla parte di una grande umanità che questo mondo richiede come marea per uscire dalla barbarie verso cui ci stanno facendo precipitare.

Sì ai "fuochi" quando sono necessari, perché senza questi non siamo nulla, senza avere la forza di difendere le nostre manifestazioni ce le vieteranno sempre di più e ci costringeranno a peggiori scenari.

Infine, qualcos'altro va detto sull'infame atto d'accusa della Procuratrice di Torino che ora è la stella del governo e della stampa borghese, la quale ha preteso di leggere la questione secondo i peggiori canoni del codice fascista e della mentalità fascista che nella storia di questo paese non è certo nuova.

Giustamente è stata chiamata “serva della mafia tav”. Non è così forse? Finora la Procura ha fermato l'opera tav o invece ha perseguito con lo spirito da santa inquisizione tutti coloro che si sono battuti contro la Tav in tutte le forme, pagando anche alti costi sia in termini repressivi, e sia in qualche occasione di vita umana, ma soprattutto di perdita, di un pezzo importante del loro territorio e della loro vita? Ebbene la signora Lucia Musti, vestita con la toga di ermellino, si permette di fare questo processo infame alle intenzioni come la peggiore scuola del fascismo e delle dittature militari quando dice che “manifestare per i diritti nasconde la volontà di usare la piazza per una lotta fuori dal contesto democratico”.

Il “contesto democratico” ha chiuso Askatasuna, il “contesto democratico” ci porta alla guerra e alla repressione generalizzata, il “contesto democratico” condanna gli operai che hanno bloccato le strade di Bologna per il contratto; in questo “contesto democratico” state facendo le peggiori leggi fasciste e pretendete che il problema siano coloro che lottano fuori da questo “contesto democratico”! Se il “contesto democratico” è una foglia di fico di un fascismo agente, di una repressione, di uno Stato di polizia, siamo tutti fuori da questo “contesto democratico”, dobbiamo esserlo tutti, proprio in nome della difesa delle libertà, dei diritti, che sempre ha caratterizzato una parte rilevante di intellettuali, di piccola, e a volte anche media borghesia, che hanno sempre partecipato ai momenti storici di questo paese, alla Resistenza, agli anni ’70, e che continuano oggi a schierarsi con i popoli e con le lotte sociali.

Chi sei procuratrice Musti per fare discorsi di questo genere? Per attaccare “l’upper class responsabile - a suo avviso - di una benevola tolleranza, di una lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati da parte di taluni soggetti appartenenti, questa volta sì, alla upper class”. Così. hai già condannato, parli di “gravi reati”! Tu non sei una che deve sorvegliare le regole di un processo, tu sei la Santa Inquisizione, tu sei le leggi speciali, tu sei fascista, fascista e antidemocratica. Colpisci perfino gli appartenenti alla tua classe perché vuoi un regime, vuoi una dittatura. Ecco, fosse per lei, signora Lucia Musti, procuratrice generale di Torino, questo referendum per mettere le mani sulla magistratura non avrebbe nessuna ragione di farsi perché lei è già al servizio di questo governo, di questo sistema, con le leggi anticostituzionali che partorisce ogni giorno, tu non sei giustizia sopra le parti, sei giustizia negata, giustizia assassina, giustizia che vuole cancellare la democrazia e la giustizia vera in questo Paese.

Tutti ti si stringono intorno, la grande stampa ti elogia, fa di te una nuova paladina dei loro interessi sporchi, di uno Stato repressivo, uno Stato di Polizia che i nostri partigiani pensavano di aver cancellato con la Resistenza e a cui il movimento degli anni Settanta per alcuni mesi ha reso la vita difficile.

È chiaro che a questo punto la manifestazione va difesa, anche dalle voci di quanti vi hanno partecipato e ora "nascondono la mano". Certo, anche loro, l'opposizione parlamentare, sono bersaglio di attacchi del governo, della stampa e così via, ma certe dichiarazioni fanno schifo! Non potete strillare che questo Stato è così e cosà, gridare agli attacchi alla democrazia e alla Costituzione e poi essere pronti a salire sul carro dello Stato borghese, della sua stampa, del suo governo e quindi aprire voi la strada a nuove leggi repressive che dovreste combattere.

Ma come non siete riusciti, in parte non avete voluto combattere realmente i decreti sicurezza, ora la presa di distanza dalla manifestazione non vi salva l'anima, è parte del brodo di coltura delle nuove leggi che questo governo annuncia, perché la questione Torino è importante, è oggi una discriminante fondamentale: da quale parte stare e come vogliamo combattere questo Stato, questo governo, questo sistema; di qual'è non solo la vostra posizione politica, la vostra ideologia, la vostra cultura, ma l’impegno reale che volete mettere per fermare ciò che in questo Paese sta avvenendo e per combatterlo realmente, e non sulle pagine di giornali, sul web o nelle aule parlamentari, dove, a dir la verità, se sperassimo in voi per fermare tutto questo saremmo morti in partenza.

Rivendichiamo Torino, tutta: dalla marea del corteo al blindato bruciato, siamo da questa parte e da questa parte occorre raccogliere le forze migliori di questo paese perché siano oggi una diga e poi una resistenza effettiva che abbia la capacità di mettere in discussione e rovesciare l'ordine delle cose esistenti nell'interesse dei proletari e dei popoli sia nel nostro Paese sia nel mondo.

02/02/26

La “pace” del Papa Leone XIV è guerra contro le donne al servizio dell’ordine sociale esistente capitalista e imperialista


“…La chiesa cattolica è stata sempre pronta a sfoderare armi per legittimare la condizione di subordinazione, oppressione delle donne. In questo senso non è rimasta mai indietro anzi… scrivevamo anni fa nell’ opuscolo “Ratzinger “Il ritorno dell’Infamia originaria” “…e oggi scende in campo nell’aperta sponsorizzazione ideologico, culturale e politica del moderno fascismo e del moderno medioevo..."
Quando il Papa Leone XIV dichiara che oggi “l’aborto è il più grande distruttore della pace”, questo, nella fase attuale, è un atto politico ben preciso al servizio del sistema sociale dominante capitalista e imperialista, profondamente in crisi ma che deve essere salvaguardato con ogni mezzo e da ogni apparato funzionale ad esso.

Mentre imperversano le guerre nel mondo e avanza la tendenza alla guerra imperialista mondiale, mentre il mondo è martoriato da fame, povertà, sofferenza immane dei popoli con bambini massacrati sotto le bombe, mentre i migranti anche neonati annegano in mare, mentre Gaza è un cumulo di macerie con il genocidio che continua e con migliaia e migliaia di bambini uccisi la cui vita per Israele nazisionista e l’imperialismo che lo sostiene non conta assolutamente niente, mentre continuano a morire bambini, donne, persone in Ucraina, mentre la bastarda ICE negli Stati Uniti serva del moderno nazista Trump ammazza per strada a Minneapolis e arresta bambini di appena 5 anni, il Papa dichiara che “nessuna politica può porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”, citando Madre Teresa di Calcutta, e dicendo in modo abominevole che l’aborto è il nemico principale della pace mondiale, le donne e i loro corpi non controllati sono il nemico che mette in pericolo l’ordine sociale esistente, in cui il ruolo riproduttivo delle donne non deve essere messo in discussione in alcun modo, in cui le donne socialmente devono valere solo come macchine riproduttrici di figli oggi sempre più necessari al sistema del Capitale e della guerra imperialista.

Mentre la “pace” viene distrutta da guerre imperialiste, dallo sfruttamento capitalistico, dalla povertà strutturale, dalla violenza contro la maggioranza delle donne… la chiesa, ancora una volta, con l’attuale Papa trasforma l’autodeterminazione delle donne nel capro espiatorio universale, si rappresentano le donne come una minaccia morale che serve a deviare l’immaginario a livello di massa per assolvere quelli che sono i veri responsabili della distruzione della pace: le guerre, lo sfruttamento e oppressione capitalistici, la repressione sociale dei governi della borghesia oggi sempre più rappresentati dalle ali più reazionarie di essa.
La pace di cui parla Leone XIV è una pace dell’ordine sociale esistente, in cui la campagna per la natalità, contro il diritto d'aborto è fondamentale per la salvaguardia del loro sistema capitalista/imperialista: serve nuova forza-lavoro e nuove braccia per la guerra. Lo Stato borghese deve imporre stabilità e controllo sociale per garantire gli interessi dei padroni e dei governi dominanti, il corpo delle donne in questo senso deve essere territorio occupato al servizio del potere dominante.
L’aborto come libera scelta delle donne rompe questo meccanismo e la borghesia al potere, oggi rappresentata in questo paese dal governo fascista Meloni, odia profondamente il diritto di aborto perché allude all’autodeterminazione della donne.
“… Si mostra la paura della borghesia e di tutti i suoi apparati della messa in discussione del suo ordine esistente, dei suoi valori marci e morenti, si mostra che “il re è nudo” ma chiaramente proprio per questo più pericoloso, pronto a costruire un sistema di moderno fascismo, di guerre contro le “orde” dei popoli e i proletari, le donne che non ci stanno...” (dall’opuscolo Mfpr “Ratzinger: il ritorno all’infamia originaria”)

Ribellarsi è giusto!
Mfpr

30/01/26

Formazione rivoluzionafia delle donne - Su patriarcato e capitalismo - Parte 2° - Analisi e critica sulla base della teoria marxista

Publichiamo in questa seconda parte stralci del lavoro di Anuradha Ghandy, dirigente maoista del Partito Comunista dell'India (Maoista) su "Feminism and its Critique" (tradotto dal Mfpr in italiano), in cui analizza criticamente le teorie, e posizioni politiche conseguenti, del femminismo occidentale che, in particolare il "femminismo socialista", pur avendo contribuito a mettere in luce le oppressioni delle donne, non si basa sul materialismo storico dialettico, che lega l'oppressione delle donne alla proprietà privata e oggi al sistema capitalista, e di fatto vuole "correggere", fino a contrapporsi al marxismo, scadendo in realtà nel riformismo, e deviando dalla necessità di una rivoluzione proletaria socialista.

Questo ampio scritto affronta, quindi, le teorie analizzate nella FRD su "Patriarcato e capitalismo - Parte 1°, pubblicata il 25 gennaio: 

https://femminismorivoluzionario.blogspot.com/2026/01/formazione-rivoluzionaria-delle-donne.html

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Anuradha Ghandy
"...Le donne socialiste o marxiste che erano attive nel movimento studentesco della nuova sinistra contro la guerra in Vietnam negli anni ’60, si unirono al movimento di liberazione delle donne per come esso emerse spontaneamente. Sebbene fossero critiche nei confronti dei socialisti e dei comunisti per aver ignorato la questione delle donne, a differenza della tendenza femminista radicale, esse non ruppero con il movimento socialista, ma concentrarono i loro sforzi sulla combinazione del marxismo con idee femministe radicali. C’è un ampio spettro tra loro.

All’inizio degli anni ’80 il 45% della forza lavoro totale negli Stati Uniti era di sesso femminile. Quindi il loro obiettivo di studio è diventato la situazione delle donne nella forza lavoro nei loro paesi. Le femministe socialiste hanno analizzato come le donne negli Stati Uniti sono state discriminate in lavori e salari… Questi studi sono stati utili per esporre la natura patriarcale del capitalismo. Ma ai fini di questo articolo, solo la posizione teorica riguardante l’oppressione e il capitalismo sarà considerata da noi. Presenteremo la posizione avanzata da Heidi Hartmann in un articolo molto diffuso e dibattuto, “Il matrimonio infelice del marxismo e del femminismo: verso un’unione più progressista” per comprendere la posizione di base femminista socialista.

Secondo Heidi Hartmann il marxismo e il femminismo sono due insiemi di sistemi di analisi che sono stati sposati ma il matrimonio è infelice perché solo il marxismo, con il suo potere analitico di analizzare il capitale, sta dominando. Ma secondo lei, mentre il marxismo fornisce un’analisi dello sviluppo storico e del capitale, non ha analizzato i rapporti tra uomini e donne. Dice che i rapporti tra uomini e donne sono anche determinati da un sistema che è patriarcale, che le femministe hanno analizzato.

Sia l’analisi materialistica storica del marxismo che il patriarcato come struttura storica e sociale sono necessari per comprendere lo sviluppo della società capitalista occidentale e la posizione delle donne al suo interno, per capire come sono stati creati i rapporti tra gli uomini e come il patriarcato ha plasmato il corso del capitalismo. È critica verso marxismo sulla questione femminile. Dice che il marxismo ha affrontato la questione delle donne solo in relazione al sistema economico. Dice che le donne sono viste come lavoratori, e tutti gli aspetti della vita delle donne sono studiati solo in relazione a come perpetuano il sistema capitalista. Persino lo studio sulle faccende domestiche ha affrontato la relazione delle donne con il capitale ma non con gli uomini. Sebbene i marxisti siano consapevoli delle sofferenze delle donne, si sono concentrati sulla proprietà privata e sul capitale come fonte dell’oppressione delle donne. Ma, secondo lei, i primi marxisti non riuscirono a prendere in considerazione la differenza nell’esperienza maschile e femminile del capitalismo e considerarono il patriarcato un residuo del periodo precedente. Dice che il capitale e la proprietà privata non opprimono le donne come donne; quindi la loro abolizione non porrà fine all’oppressione delle donne. Engels e altri marxisti non analizzano correttamente il lavoro delle donne nella famiglia. Chi trae beneficio dal suo lavoro a casa chiede - non solo il capitalista, ma anche gli uomini. Un approccio materialista non dovrebbe aver ignorato questo punto cruciale. Ne consegue che gli uomini hanno un interesse materiale nel perpetuare la subordinazione delle donne.

Più avanti la sua analisi sostenne che sebbene il marxismo ci aiuti a comprendere la struttura produttiva capitalista, la sua struttura occupazionale e la sua ideologia dominante, i suoi concetti come l’esercito di riserva, la classe dei lavoratori salariati sono ciechi sul genere perché non fanno analisi su chi riempirà questi posti vuoti, cioè chi sarà il lavoratore salariato, chi sarà l’esercito di riserva ecc. ecc. Per il capitalismo chiunque, indipendentemente dal genere, razza, e nazionalità, possono riempirli. Questo, dicono, è dove soffre la questione della donna.

Alcune femministe hanno analizzato il lavoro delle donne usando la metodologia marxista ma adattandola. Juliet Mitchell per esempio ha analizzato il lavoro della donna nel mercato, il suo lavoro di riproduzione, la sessualità e l’educazione dei figli. Secondo lei, il lavoro nel mercato è la produzione, il resto è ideologico. Per Mitchell il patriarcato opera nel regno della riproduzione, della sessualità e dell’educazione dei figli. Secondo Mitchell, “abbiamo a che fare con due autonomi: il modo economico del capitalismo e il modo ideologico del patriarcato”. 

Hartmann non è d’accordo con Mitchell perché considera il patriarcato solo come ideologico e non gli fornisce una base materiale. Secondo lei, la base materiale del patriarcato è il controllo degli uomini sulla forza lavoro femminile. Lo controllano negando l’accesso alle donne alle risorse produttive della società (negandole un lavoro con un salario di sussistenza) e limitando la sua sessualità. Questo controllo secondo lei opera non solo all’interno della famiglia, ma anche all’esterno sul posto di lavoro. A casa serve il marito e al lavoro serve il capo. Qui è importante notare che Hartmann non fa distinzioni tra uomini delle classi dominanti e altri uomini. Hartmann ha concluso che non esiste un patriarcato puro e nessun capitalismo puro. Produzione e riproduzione sono combinate in un’intera società nel modo in cui è organizzata e quindi abbiamo quello che lei chiama capitalismo patriarcale.

Secondo lei esiste una forte partnership tra patriarcato e capitalismo. Pensa che il Marxismo sottovaluta la forza e la flessibilità del patriarcato e sopravvalutato la forza del capitale. Il patriarcato si è adattato e il capitale è flessibile quando incontra i precedenti modi di produzione e li ha adattati alle sue esigenze di accumulo di capitale. Il ruolo delle donne nel mercato del lavoro, il suo lavoro a casa è determinato dalla divisione sessuale del lavoro e il capitalismo li ha utilizzati per trattare le donne come lavoratori secondari e per dividere la classe lavoratrice. 

Altre femministe socialiste non sono d’accordo con la posizione di Hartmann secondo cui ci sono due sistemi autonomi che operano, uno, il capitalismo nel regno della produzione, e due, il patriarcato nel regno della riproduzione e dell’ideologia e lo chiamano la teoria dei sistemi duali, Iris Young per esempio ritiene che il duplice sistema di Hartmann renda il patriarcato una sorta di fenomeno universale che esiste prima del capitalismo e in ogni società conosciuta lo rende astorico e incline a pregiudizi culturali e razziali. Iris Young e alcune altre femministe socialiste sostengono che esiste un solo sistema che è il patriarcato capitalista. Secondo Young, il concetto che può aiutare ad analizzare questo chiaramente non è di classe, perché è cieco di genere, ma la divisione del lavoro. Sostiene che la divisione del lavoro basata sul genere è centrale, fondamentale per la struttura dei rapporti di produzione.

Tra le femministe socialiste più influenti c’è Maria Mies (anche lei diventata un’eco-femminista) che si concentra anche sulla divisione del lavoro - “La divisione gerarchica del lavoro tra uomini e donne e le sue dinamiche formano parte integrante delle relazioni di produzione dominanti, cioè relazioni di classe di un’epoca e di una società particolari e delle più ampie divisioni nazionali e internazionali del lavoro.

Secondo lei una spiegazione materialista ci impone di analizzare la natura dell’interazione delle donne e degli uomini con la natura e, attraverso di essa, costruire la loro natura umana o sociale. In questo contesto è critica nei confronti di Engels per non aver considerato questo aspetto. La femminilità e la virilità sono definite in ogni epoca storica in modo diverso. Così, in precedenza, quelle che lei chiama società matriarcali, le donne erano significative per la loro produttività: erano produttori attivi di vita. Sotto le condizioni capitaliste questo è cambiato e sono casalinghe, vuote di tutte le qualità creative e produttive. Le donne come produttori di latte e bambini, in quanto raccoglitori e agricoltori avevano una relazione con la natura che era diversa da quella degli uomini. Uomini legati alla natura attraverso strumenti. La supremazia maschile non derivava da un contributo economico superiore, ma dal fatto che inventavano strumenti distruttivi attraverso i quali controllavano donne, natura e altri uomini. Inoltre aggiunge che è stata l’economia pastorale dove sono state stabilite le relazioni patriarcali. Gli uomini hanno imparato il ruolo del maschio nella fecondazione. Il loro monopolio sulle armi e questa conoscenza del ruolo maschile nella riproduzione hanno portato a cambiamenti nella divisione del lavoro. Le donne non erano più importanti come raccoglitori di cibo o come produttori, ma il loro ruolo era allevare figli. Così conclude: “possiamo attribuire la divisione asimmetrica del lavoro tra uomini e donne a questo modo predatorio di produzione, o piuttosto appropriazione, che si basa sul monopolio maschile sui mezzi di coercizione, cioè le armi e la violenza diretta mediante cui i rapporti di sfruttamento e dominio tra i sessi sono stati creati e mantenuti “.

Per sostenere questo, la famiglia, lo Stato e la religione hanno svolto un ruolo importante. Anche se Mies dice che dovremmo rifiutare il determinismo biologico, lei stessa si volta verso di esso. Molte delle loro proposte di cambiamento sociale, come quelle delle femministe radicali, sono dirette alla trasformazione delle relazioni uomo-donna e alla responsabilità di allevare i bambini. La preoccupazione centrale delle femministe socialiste secondo lei è la libertà riproduttiva. Ciò significa che le donne dovrebbero avere il controllo [sul fatto di n.d.t.] se avere figli e quando avere figli.

Tra le scrittrici successive, un importante contributo è arrivato da Gerda Lerner. Nel suo libro, The Creation of Patriarchy, entra in una spiegazione dettagliata delle origini del patriarcato. Sostiene che è un processo storico che non è un momento della storia, dovuto, non a una causa, ma un processo che procede per 2.500 anni dal 3.100 a.C. al 600 a.C. Afferma che Engels nel suo lavoro pionieristico apportò importanti contributi alla nostra teoria della posizione delle donne nella società e nella storia. Ha definito le principali questioni teoriche per i prossimi cento anni. Fece delle proposizioni sulla storicità della subordinazione femminile, ma non fu in grado di dimostrare le sue affermazioni. Dal suo studio delle società e degli Stati antichi, conclude che è stata l’appropriazione delle capacità sessuali e riproduttive delle donne da parte degli uomini che sta alla base della proprietà privata; ha preceduto la proprietà privata.

I primi stati (Mesopotamia ed Egitto) furono organizzati sotto forma di patriarcato. Gli antichi codici di diritto istituzionalizzarono la subordinazione sessuale delle donne (gli uomini controllavano la famiglia) e la schiavitù e furono applicate con il potere dello Stato. Ciò è avvenuto attraverso la forza, la dipendenza economica delle donne e i privilegi di classe per le donne delle classi superiori. Attraverso lo studio della Mesopotamia e di altri Stati antichi, traccia come sono state sviluppate idee, simboli e metafore attraverso cui le relazioni di genere / sesso patriarcali sono state incorporate nella civiltà occidentale. Gli uomini hanno imparato a dominare le altre società dominando le loro stesse donne. Ma le donne continuarono a svolgere un ruolo importante come sacerdotesse, guaritrici ecc. Come si vede nell’adorazione della dea. E fu solo più tardi che ebbe luogo anche la svalutazione femminile nella religione.

Le femministe socialiste usano termini come marxisti meccanici, marxisti tradizionali e marxisti economisti per quelli che sostengono la teoria marxista concentrandosi sullo studio e l’analisi dell’economia e della politica capitalista e si differenziano da essi. Stanno criticando tutti i marxisti per non considerare la lotta contro l’oppressione delle donne come l’aspetto centrale della lotta contro il capitalismo. Secondo loro, l’organizzazione delle donne (i progetti di organizzazione femminista) dovrebbe essere considerata un lavoro politico socialista e l’attività politica socialista deve avere un lato femminista.

 

LA STRATEGIA FEMMINISTA-SOCIALISTA PER LA LIBERAZIONE DELLE DONNE

Dopo aver tracciato la storia della relazione tra il movimento di sinistra e il movimento femminista negli Stati Uniti, una storia in cui hanno camminato separatamente, Hartmann sente fortemente che la lotta contro il capitalismo non può avere successo se non vengono prese in considerazione anche le questioni femministe. Propone una strategia in cui afferma che la lotta per il socialismo deve essere un’alleanza con gruppi con interessi diversi (ad esempio gli interessi delle donne sono diversi dagli interessi generali della classe lavoratrice) e in secondo luogo afferma che le donne non devono fidarsi degli uomini per liberarle dopo la rivoluzione. Le donne devono avere una propria organizzazione separata e una propria base di potere. Anche i giovani sostengono la formazione di gruppi autonomi di donne, ma pensano che non ci siano problemi per le donne che non implichino un attacco al capitalismo.

Per quanto riguarda la sua strategia, significa che non è necessario un partito di avanguardia per rendere la rivoluzione un successo e che i gruppi di donne debbano essere indipendenti dall’organizzazione socialista. Jagger lo afferma chiaramente quando scrive che “l’obiettivo del femminismo socialista è quello di rovesciare l’intero ordine sociale di ciò che alcuni chiamano il patriarcato capitalista in cui le donne subiscono l’alienazione in ogni aspetto della loro vita. La strategia femminista socialista è di sostenere alcune organizzazioni socialiste ‘miste’. Ma formare anche gruppi indipendenti di donne e in definitiva un movimento indipendente delle donne impegnato con uguale dedizione alla distruzione del capitalismo e alla distruzione del dominio maschile. Il movimento delle donne si unirà in coalizioni con altri movimenti rivoluzionari, ma non rinuncerà alla sua indipendenza organizzativa “.

Hanno intrapreso agitazioni e propaganda su questioni che sono anticapitaliste e contro il dominio maschile. Dal momento che identificano il modo di riproduzione (procreazione, ecc.) come base per l’oppressione delle donne, lo hanno incluso nel concetto marxista della base della società. Quindi credono che molte delle questioni trattate come la lotta contro lo stupro, le molestie sessuali, l’aborto gratuito siano sia anticapitaliste sia una sfida al dominio maschile. Hanno sostenuto gli sforzi di sviluppare una cultura femminile che incoraggi lo spirito collettivo. Sostengono anche gli sforzi per costruire istituzioni alternative, come le strutture sanitarie e la vita della comunità incoraggiata o qualche forma di sistemazione a metà strada. In questo sono vicine alle femministe radicali. Ma a differenza delle femministe radicali il cui scopo è che queste strutture debbano permettere alle donne di allontanarsi dalla cultura patriarcale e bianca nel loro rifugio, le femministe socialiste non credono che un tale ritiro sia possibile all’interno del quadro del capitalismo. In breve, le femministe socialiste lo vedono come un mezzo per organizzare e aiutare le donne, mentre le femministe radicali lo vedono come un obiettivo di separazione totale dagli uomini. Le femministe socialiste, come le femministe radicali, credono che gli sforzi per cambiare la struttura familiare, che è ciò che chiamano la pietra angolare dell’oppressione delle donne, debbano iniziare adesso. 

Sebbene siano consapevoli che questo è solo parziale, e il successo non può essere raggiunto all’interno di una società capitalista, ritengono che sia importante fare lo sforzo. Le femministe radicali affermano che tali accordi sono “vivere in rivoluzione”. Ciò significa che questo atto è la rivoluzione stessa. Le femministe socialiste sono consapevoli che la trasformazione non arriverà lentamente, che ci saranno periodi di sconvolgimento, ma questi sono i preparativi.


CRITICA

Fondamentalmente, se vediamo i principali scritti teorici delle femministe socialiste, possiamo vedere che stanno cercando di combinare la teoria marxista con la teoria femminista radicale e la loro enfasi è nel dimostrare che l’oppressione delle donne è la forza centrale e in movimento nella lotta all’interno della società. Gli scritti teorici sono stati prevalentemente in Europa e negli Stati Uniti e si concentrano sulla situazione nella società capitalista avanzata. C’è una tendenza a universalizzare l’esperienza e la struttura dei paesi capitalisti avanzati in tutto il mondo. La prospettiva maoista sulla questione delle donne in India identifica anche il patriarcato come un’istituzione che è stata la causa dell’oppressione delle donne in tutta la società di classe, ma non lo identifica come un sistema separato con le sue leggi di movimento. La comprensione è che il patriarcato assume diversi contenuti e forme in società diverse a seconda del loro livello di sviluppo e della storia e delle condizioni specifiche di quella particolare società; che è stato ed è utilizzato dalle classi dominanti per servire i loro interessi. Quindi non esiste un nemico separato per il patriarcato.

Le stesse classi dominanti, imperialisti, capitalisti, feudali e lo Stato che controllano, sono i nemici delle donne perché sostengono e perpetuano la famiglia patriarcale, la discriminazione di genere e l’ideologia patriarcale all’interno di quella società. Ottengono indubbiamente il sostegno degli uomini comuni che assorbono le idee patriarcali, che sono le idee delle classi dominanti e delle donne oppresse. Ma la posizione degli uomini comuni e di quelli delle classi dominanti non può essere paragonata. 

Le femministe socialiste, sottolineando la riproduzione, stanno sottolineando l’importanza del ruolo delle donne nella produzione sociale. La domanda cruciale è che senza le donne che hanno il controllo sui mezzi di produzione e sui mezzi per produrre necessità e ricchezza, come può mai finire la subordinazione delle donne? Questa non è solo una questione economica, ma anche una questione di potere, una questione politica.

Sebbene ciò possa essere considerato nel contesto della divisione del lavoro basata sul genere nella pratica, la loro enfasi è sulle relazioni all’interno della famiglia eterosessuale e sull’ideologia del patriarcato. D’altra parte, la prospettiva marxista sottolinea il ruolo delle donne nella produzione sociale e il suo ritiro dal giocare un ruolo significativo nella produzione sociale è stata la base per la sua subordinazione nella società di classe. Le regole e le norme patriarcali hanno contribuito a intensificare lo sfruttamento delle donne e a ridurre il valore del loro lavoro.

Le femministe socialiste sottolineano il ruolo delle donne nella riproduzione per costruire il loro intero argomento. Prendono la seguente citazione di Engels: “Secondo la concezione materialista, il fattore determinante nella storia è, in ultima istanza, la produzione e la riproduzione della vita immediata. Questo, ancora, ha un carattere duplice: da un lato, la produzione dei mezzi di esistenza, del cibo, dell’abbigliamento e del riparo e gli strumenti necessari per quella produzione; dall’altra parte, la produzione di esseri umani stessi, la propagazione della specie. L’organizzazione sociale in cui vivono le persone di un’epoca particolare è determinata da entrambi i tipi di produzione “. (Origine della famiglia. Proprietà privata e Stato).

Sulla base di questa citazione fanno notare che nella loro analisi e studio si sono concentrate solo sulla produzione ignorando del tutto la riproduzione. Ma la citazione di Engels fornisce il quadro di base di una formazione sociale. Il materialismo storico, il nostro studio della storia, chiarisce che ogni aspetto non può essere isolato o compreso senza tenere in considerazione l’altro. Il fatto è che nel corso della storia le donne hanno avuto un ruolo importante nella produzione sociale e ignorarle e affermare che il ruolo delle donne nella sfera della riproduzione è l’aspetto centrale e dovrebbe essere l’obiettivo principale è in realtà accettare l’argomento delle classi dominanti patriarcali che il ruolo sociale delle donne nella riproduzione è più importante e nient’altro.

Anche le femministe socialiste distorcono e rendono insignificante il concetto di base e la sovrastruttura nella loro analisi. Firestone dice che (e anche le femministe socialiste come Hartmann) la riproduzione fa parte della base. Ne consegue che tutte le relazioni sociali ad essa connesse devono essere considerate parte della base della famiglia, altre relazioni uomo-donna, ecc. Se tutte le relazioni economiche e le relazioni riproduttive fanno parte della base, il concetto di base diventa così ampio che perde completamente il suo significato e non può essere uno strumento analitico come dovrebbe essere. La divisione del lavoro basata sul genere è stata uno strumento utile per analizzare il pregiudizio patriarcale nella struttura economica di determinate società. Ma le femministe socialiste che avanzano il concetto di divisione del lavoro come più utile della proprietà privata confondono il punto, storicamente e analiticamente. La prima divisione del lavoro era tra uomini e donne. Ed era dovuto a cause naturali o biologiche - il ruolo delle donne nel portare bambini. Ma questo non significava disuguaglianza tra di loro, il dominio di un sesso su un altro.

La partecipazione delle donne alla sopravvivenza del gruppo è stata molto importante: la raccolta di cibo che hanno fatto, la scoperta che hanno fatto delle piante in crescita e tendenti, l’addomesticamento degli animali era essenziale per la sopravvivenza e l’avanzamento del gruppo. Allo stesso tempo ha avuto luogo un’ulteriore divisione del lavoro che non era basata sul sesso. L’invenzione di nuovi strumenti, la conoscenza degli animali domestici, della ceramica, della lavorazione dei metalli, dell’agricoltura, tutto questo e molto altro contribuirono a creare una divisione del lavoro più complessa. Tutto ciò deve essere visto nel contesto della società globale e della sua struttura: lo sviluppo di strutture di clan e parentela, di interazione e di scontri con altri gruppi e di controllo sui mezzi di produzione che si stavano sviluppando. Con la generazione di surplus, con le guerre e la sottomissione di altri gruppi che potrebbero essere costretti a lavorare, sembra che il processo di ritiro delle donne dalla produzione sociale sia iniziato.

Ciò ha portato alla concentrazione dei mezzi di produzione e dell’eccedenza nelle mani di capi clan / tribù iniziando cosi a manifestarsi come dominio maschile. Sia se questo controllo dei mezzi di produzione rimase di forma comunitaria, sia se si sviluppò sotto forma di proprietà privata, sia se già allora la formazione di classe fosse avvenuta pienamente o meno, ciò è diverso nelle diverse società. Dobbiamo studiare i fatti particolari di società specifiche. Sulla base delle informazioni disponibili ai suoi tempi, Engels ha tracciato il processo nell’Europa occidentale nei tempi antichi, sta a noi tracciare questo processo nelle nostre rispettive società. La completa istituzionalizzazione del patriarcato avviene solo più tardi, cioè la difesa o la giustificazione ideologica del ritiro delle donne dalla produzione sociale e il loro ruolo limitato alla riproduzione nei rapporti monogami, avviene solo dopo il pieno sviluppo della società di classe e l’emergere dello Stato.

Quindi il semplice fatto della divisione del lavoro di genere non spiega la disuguaglianza. Affermare che la divisione del lavoro basata sul genere è la base dell’oppressione delle donne piuttosto che quella di classe svia ancora la domanda. Se non troviamo alcune ragioni sociali e materiali per la disuguaglianza, siamo costretti ad accettare l’argomento secondo cui gli uomini hanno una spinta innata per il potere e il dominio. Un tale argomento è controproducente perché significa che non ha senso lottare per l’uguaglianza. Non può mai essere realizzato. Il compito di crescere i bambini da solo non può essere la ragione di questa disuguaglianza, perché come abbiamo detto prima era un ruolo che è stato lodato e accolto nella società primitiva. 

Altre ragioni materiali dovevano sorgere come causa, che le femministe radicali e socialiste non stanno sondando. Nel regno dell’ideologia, le femministe socialiste hanno fatto analisi dettagliate esponendo la cultura patriarcale nella loro società, ad esempio il mito della maternità. Ma l’enfasi unilaterale di alcune di loro che si focalizzano solo su fattori ideologici e psicologici fa perdere di vista la più ampia struttura socio-economica su cui si basano questa ideologia e questa psicologia. Nelle questioni organizzative le femministe socialiste seguono le femministe radicali e le anarcofemministe. Hanno chiaramente posto la loro strategia, ma questa non è una strategia per la rivoluzione socialista. È una strategia completamente riformista perché non affronta la questione di come il socialismo possa essere portato a termine. Se, come credono, i partiti socialisti / comunisti non dovrebbero farlo, allora i gruppi femminili dovrebbero portare avanti una strategia su come rovesciare il maschio della borghesia monopolista. Stanno limitando le loro attività pratiche all’organizzazione di piccoli gruppi, alla costruzione di comunità alternative, alla propaganda generale e alla mobilitazione intorno a richieste specifiche. Questa è una forma di pratica economicista. Queste attività in sé sono utili per organizzare le persone a livello di base, ma non sono sufficienti, per rovesciare il capitalismo e portare avanti il processo di liberazione delle donne. Ciò comporta un importante lavoro di organizzazione che comporta il confronto con lo Stato: la sua intelligenza e il suo potere armato.

Le femministe socialiste hanno abbandonato questa questione, in un certo senso l’hanno lasciata ai partiti revisionisti e rivoluzionari che loro criticano. Quindi il loro intero orientamento è riformista, per intraprendere organizzazione e propaganda limitate all’interno del sistema attuale. Un gran numero di teorici della tendenza femminista radicale femminista e femminista socialista è stato assorbito in lavori ben pagati, della classe media, per esempio nelle università e questo si riflette nell’elitarismo che si è insinuato nei loro scritti e nella loro distanza dal movimento di massa. Si riflette anche nel regno della teoria.


Un’errata analisi teorica e strategie sbagliate possono influenzare un movimento, come si è visto nel caso del movimento femminista. Non comprendendo l’oppressione delle donne come collegata alla più ampia struttura socio-economica e politica sfruttatrice, all’imperialismo, hanno cercato soluzioni all’interno del sistema imperialista stesso. Queste soluzioni hanno avvantaggiato al meglio una parte delle donne della classe media, ma hanno lasciato la vasta massa di donne oppresse e sfruttate lontana dalla liberazione. 

La lotta per la liberazione delle donne non può avere successo isolatamente dalla lotta per rovesciare il sistema imperialista stesso. 

29/01/26

Torino - Ultim'ora - La nostra risposta è grande partecipazione alla manifestazione di sabato

Breve info sull'Assemblea nazionale di Nudm del 24/1

L'assemblea nazionale in prospettiva dello sciopero, quest'anno, del 9 marzo si è tenuta on line il 24 gennaio, l'ha seguita soprattutto nella seconda parte una compagna del Mfpr di Taranto.
Riportiamo un suo breve e sintetico report per dare una prima idea del dibattito di Nudm.
Torneremo su questo, a tempo necessario.

Ma diciamo subito che questo 8 marzo è molto importante, soprattutto per il messaggio rivoluzionario che deve portare, in questa fase di guerre contro i popoli, di moderno fascismo/nazismo, di orrore, di oppressione, di femminicidi, di ritorno ad un moderno medioevo delle donne.
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Report: Questa volta l'assemblea è stata solo telematica, ho seguito solo la parte pomeridiana, le varie realtà di nonunadimeno erano in  maggioranza. 
In linea erano poco più di un centinaio, gli interventi vertevano sullo smantellamento del welfare del servizio cura e istruzione part time solo per donne, disuguaglianza di genere, sciopero produttivo, 5000 donne vittime del lavoro domiciliare

mobilitarsi contro l'economia di guerra che ci tocca.

Milano scuole chiuse per le olimpiadi e mobilitarsi per riattivare i rapporti con i sindacati con una lettera aperta ai sindacati.

Contro l'attacco ai centri sociali 

Scenari di guerra e genocidio dei palestinesi

Si è discusso molto sulla questione sciopero perché c'è la questione delle olimpiadi e il governo vuole vietare gli scioperi dal 4 al 17 marzo, chiedere subito ai sindacati di indire sciopero, ma c'è poca fiducia negli stessi per via del blocco e anche per paura di uno sciopero fallimentare in termini di numeri. C'è poi lo sciopero dei portuali del 6, partecipare per tessere relazioni con altre realtà e partecipazione ad assemblee di altre realtà sociali.

La questione del riarmo del decreto flussi, del razzismo, l'attacco del governo ai diritti, la casa, devono essere portati in piazza. Naturalmente la questione femminicidio, ddl stpro/consenso, ecc.

Poi hanno discusso sugli slogan, parecchi erano i soliti, tranne per le olimpiadi "sospese le guerre e non gli scioperi"

Hanno organizzato una assemblea interna in presenza per oggi, necessaria per un cambiamento di fase.

Per quello che ho capito sono abbastanza in crisi, l'assemblea è stata peggio delle altre, gli interventi scarsi e penosi e scontati.

28/01/26

Violenza sessuale: devi urlare NO altrimenti è sempre SI - Un commento dell'avvocata Antonietta Ricci

È stato adottato a maggioranza in commissione Giustizia, con 12 voti a favore (compreso quello della presidente Giulia Bongiorno) e 10 contrari, il nuovo testo base dell'articolo 609 bis del codice penale sulla violenza sessuale. Un testo in cui non rientra la parola "consenso", voluta dalle opposizioni, e restano invece le locuzioni "dissenso" e "contraria alla volontà della persona".

Sono cambiate invece le sanzioni, che aumentano: passano da 6 a 12 anni di reclusione (anziché da 4 a 10 anni) per gli atti sessuali contro la volontà di una persona e da 7 a 13 anni (erano tra 6 e 12) se il fatto è commesso con violenza, minaccia o abuso di autorità.

La scelta adottata in Senato ovvero di eliminare dal testo la parola “consenso” all’atto sessuale e configurare il reato solo quando vi sia un dissenso manifestato chiaro e forte, rappresenta una violazione gravissima dei diritti delle donne e soprattutto alimenta la cultura dello stupro e della sopraffazione nei confronti della donna. Una scelta che è più grave, ancora più inaccettabile, se la guardiamo nel contesto europeo e internazionale.

A novembre 2025 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione chiarissima: il reato di stupro va definito incentrandolo sul consenso, non sulla violenza fisica, non sulla resistenza, non sulla capacità della vittima di dire “no” nel modo “giusto”. È un indirizzo politico netto, che riconosce finalmente una verità semplice: senza consenso non c’è sesso, c’è violenza.

E mentre il Senato italiano cancella il consenso, la Francia sull’onda del clamore mediatico e politico della vicenda di Gisèle Pelicot, a novembre 2025 ha riformato la legge definendo stupro ogni atto sessuale privo di consenso. Senza ambiguità. Senza scaricare il peso della prova sul corpo e sul comportamento della vittima. Senza chiedere performance di dolore, urla, lividi.

L’Italia, invece, fa la scelta opposta.

Non solo resta indietro: decide consapevolmente di tornare indietro.

Il disegno di legge approvato ieri è improponibile. Non è accettabile sostituire il principio del consenso libero, esplicito e revocabile con l’obbligo di esprimere un dissenso, per di più destinato a essere valutato “in base al contesto”. Questo significa alimentare la cultura dello stupro e costruire un immaginario colpevolizzante, che scoraggia le richieste di aiuto e rafforza una domanda già tristemente nota: “perché non hai detto no?”.

Significa anche fingere di ignorare che la maggior parte delle violenze sessuali avviene nelle case, all’interno delle famiglie, in contesti di maltrattamento sistematico, dove manifestare un dissenso chiaro può essere estremamente pericoloso. Questa riforma rafforza un impianto che colpevolizza ulteriormente chi subisce violenza, costringendola a dimostrare come, quando e con quanta forza abbia detto no.

Il silenzio non è un sì. L’assenza di resistenza non è un sì.

Il punto è questo: il consenso non è una sfumatura giuridica. È il confine tra scelta e violenza. Il consenso è un obbligo. Allora perché fa così paura scriverlo chiaramente in una legge?

Inoltre, ieri, mentre la commissione giustizia adottava la riforma, le forze dell'ordine bloccavano il presidio di donne, attiviste, militanti e associazioni antiviolenza riunite davanti al Senato per manifestare contro la riforma. Le partecipanti sono state spinte violentemente al punto di ferirle e farle cadere a terra impedendone lo spostamento.

In realtà tutto è amaramente coerente, questa riforma e questa gestione del conflitto di piazza rispondono alla stessa logica antifemminista e maschilista in linea con la politica repressiva del governo per il quale c’è un dissenso che piace, quello contenuto nella riforma del reato di violenza sessuale, e uno che non piace, quello presente nei vari pacchetti sicurezza.

Uno stato che prova a smantellare il diritto di autodeterminazione delle donne è uno stato che legittima ed ispira stupratori e femminicidi, e noi continueremo ad urlarlo con forza visto che vogliono un dissenso riconoscibile.

Solo sì è sì. Senza consenso è stupro.