15/06/26

Mondiali di calcio - Grandi affari... Ma per le lavoratrici sessuali solo meno lavoro e divieti

Le lavoratrici sessuali espulse prima del fischio d’inizio: «È pulizia sociale»
Paula Jesus
Mondiali di Calcio Discriminazioni e riqualificazione urbana, parlano le attiviste della Brigata Callejera.
Le cifre promesse dagli organizzatori parlano di turismo, investimenti e indotto. Ma nei quartieri delle città messicane, il conto lo pagano prima di tutto i corpi più esposti. Come quelli delle lavoratrici sessuali: trasporti interrotti, affitti raddoppiati, hotel inaccessibili, angoli di lavoro cancellati. La riqualificazione, qui, somiglia a una pulizia sociale. Per Elvira, il fenomeno è direttamente legato alle speculazioni che accompagnano questo grande evento. «Il Mondiale sta agitando le mafie».
Quando entrano però in campo le grandi opere, a essere espulsi sono sempre gli stessi. «Durante le retate mi trascinavano sulle colline e mi trattenevano in commissariato per 36 o 72 ore, senza cibo. Per la polizia ero il bersaglio perfetto: indigena náhuatl, non parlavo ancora castigliano», racconta Manflora, nome che rivendica la sua identità transgender.
Anche Elvira descrive un sistema profondamente discriminatorio. È tra le fondatrici di Brigada Callejera, organizzazione nata durante una ricerca di sociologia sulla tratta e la prostituzione condotta dal professor Francisco Gómez Jara. «Se un ubriaco urinava in strada passava una notte in commissariato. Per una lavoratrice sessuale, invece, erano 15 giorni di detenzione e 1.500 pesos messicani di multa, circa 74,50 euro».
«Oggi accade meno, ma è un’ombra che il passato continua a gettare sul presente». Attorno a Manflora, molte annuiscono: è memoria collettiva. Accanto a lei, Elvira ascolta in silenzio. Poi, con voce ferma, aggiunge: «Abbiamo perso tantissime compagne».
Lo ribadisce anche Arlen, avvocata impegnata da 17 anni al fianco di Brigada Callejera: «La gestione della sicurezza sta producendo un clima di estrema violenza. Gli abusi non arrivano solo da clienti e criminalità, ma anche dalle autorità: funzionari pubblici, pubblici ministeri e polizia investigativa che, negli anni, hanno estorto denaro alle lavoratrici invece di proteggerle».
Eppure, in Messico, la prostituzione non è un crimine e non è nemmeno vietata a livello federale, ma il quadro resta frammentato. Il cambio di paradigma arrivò nel 2013, quando l’organizzazione, insieme al movimento zapatista Tierra y Libertad e con il sostegno di Bárbara Zamora, storica avvocata dell’Ezln, presentò il ricorso di tutela costituzionale 112/2013, accolto poi nel 2014.
«GRAZIE A QUEL RICORSO costituzionale, il lavoro sessuale venne riconosciuto come lavoro non salariato e non più come semplice infrazione amministrativa», racconta Arlen. «La sentenza rese Città del Messico pioniera nel riconoscimento dell’attività sessuale come lavoro a pieno titolo. Solo in seguito altri Stati, come Yucatán e Chihuahua, iniziarono percorsi simili. Il riconoscimento passa anche da una credenziale che le lavoratrici si portano appresso: riporta il loro nome, il punto della strada in cui operano e l’orario di attività».
Da lì, i diritti entrarono nelle politiche pubbliche: «Quando si riconosce l’esistenza di un settore lavorativo, allora si può iniziare a parlare di diritti». Arlen parla veloce. Ogni parola sembra già passata per anni di ricorsi e udienze: «La sentenza ha aperto una strada, ma il cammino è ostacolato da norme vecchie: il regolamento interno della Secretaría del Trabajo è del 1972 e non è mai davvero aggiornato».
«LO STATO IGNORA la specificità di questo lavoro: non è un’attività come quella dei musicisti, dei venditori ambulanti o dei lustrascarpe». Insiste: «Qui entrano in gioco altre dinamiche, come l’approccio del cliente e la relazione di potere nello scambio. Per questo non basta una categoria generica».

Dal quartiere La Merced, ci si sposta alla Condesa, dove lavora Natasha. Alta, capelli neri spessi, fa lo stesso lavoro da 41 anni; con ironia veracruzana, aggiunge: «Molti ci dicono che lavoreremo di più durante la Coppa del Mondo, perché arriveranno più gringos. Purtroppo non è così. Già ora lavoriamo un 70% in meno». Parla dal suo pezzo di marciapiede, davanti a Casa de los Ángeles, mentre saluta i suoi clienti: «Non è che puoi arrivare da un giorno all’altro e metterti in piedi in qualsiasi angolo». Una “piazza” non è solo un punto della strada: è relazioni, sapere accumulato, resistenza. Conquistarla può richiedere anni. Perderla, significa perdere tutto.
Natasha avrebbe dovuto iniziare il suo turno a mezzanotte, ma è riuscita ad arrivare solo all’una e mezza. I lavori di riqualificazione della metro stanno spingendo le lavoratrici sessuali fuori dal loro marciapiedi. Così si ritrovano ad affrontare una crisi senza precedenti. «La situazione non migliorerà dopo il Mondiale. Quelli che fanno pulizia urbana sono gli stessi che ci hanno spinto in questi quartieri».
NATASHA RACCONTA che «prima dei lavori di ristrutturazione in vista dei Mondiali c’erano tre turni della metro lungo Tlalpan. Ora quello della notte ora è stato cancellato». Non potersi spostare vuol dire non poter lavorare. Le lavoratrici trans sono espulse prima del fischio d’inizio.
La voce di Elvira ritorna, è la più anziana: «L’economia delle compagne va male, non mangiano bene. Alcune hanno persino tentato di togliersi la vita. Molte sono costrette a dormire per strada». Ad aggravare ulteriormente la loro precarietà, è stato l’aumento drastico degli hotel, cresciuti in maniera esponenziale. Non trovano una casa dove vivere, tantomeno un letto a ore dove lavorare per pagare una casa dove dormire.
TRA LORO COMMENTANO che una stanza di hotel che prima costava 100 pesos – circa 5 euro – oggi costa il quadruplo. La città respinge il lavoro sessuale dallo spazio pubblico con metodi più sotterranei che dichiarati; nelle auto, negli angoli meno visibili, lontano dai riflettori.
Non a caso, durante la marcia del Primo Maggio, uno degli slogan più ripetuti dalle lavoratrici sessuali era: «La FIFA del Mondiale non mi dà da mangiare, il mio angolo sì».

14/06/26

Sulle manifestazioni a Ginevra contro il G7 puoi seguire post del blog proletari comunisti

 

Un solo colpo, alla tempia - non stancarsi di denunciare il barbaro genocidio di tipo nazista del popolo palestinese

114 (al ribasso) casi documentati di bambini uccisi con un solo proiettile dalle IDF

Formazione rivoluzionaria delle donne - Altri interventi su "Produzione e riproduzione" 4 - Capitalismo, riproduzione - valore d'uso/valore di scambio

Informazione: Dopo questi interventi, sulla tematica "Produzione e riproduzione" vi sarà un altro, ultimo, testo, che prende a riferimento in termini critici alcune posizione della teorica femminista Silvia Federici.
Dopo di che la FRD farà una lunga pausa, per ritornare a settembre con...
"Le donne nella Comune di Parigi"
MFPR
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1* Intervento - La produzione e la riproduzione costituiscono  la struttura del sistema capitalistico, ma la riproduzione della forza lavoro avviene a spese di un altro essere umano che è la donna, ed essa non appare nella produzione. Nella famiglia proletaria (che si basa sul modello patriarcale) l’operaio produce e va in fabbrica, la donna sta a casa e pensa a tutto ciò che è necessario per far star bene e in salute il marito e figli, quindi tutto quello che fa è fuori dalla produzione, ma utile e necessario dal punto di vista sociale. Insomma i lavori domestici producono valore d’uso e non valore di scambio e perciò non considerato, il lavoro domestico e di cura non fa parte del processo produttivo, non produce plusvalore, non produce merce di scambio.
Ma il lavoro domestico, inteso come lavoro riproduttivo, è essenziale per il capitalismo, questo lavoro riproduttivo  è molto faticoso, duro e degradante e perciò determina inevitabilmente  una condizione di subordinazione e oppressione. 
Solo nel socialismo il lavoro domestico privato può essere abolito per essere socializzato e portare le donne ad un uguaglianza sostanziale e non formale.
Nonostante i cambiamenti sociali, culturali abbiano modificato la rigida divisione sessuale del lavoro, le donne relegate al lavoro riproduttivo gratuito (domestico e di cura) e gli uomini dediti al solo lavoro produttivo si continua a denunciare una situazione di disparità molto elevata,  una situazione di potere patriarcale duro a morire.
Questo lavoro di riproduzione agisce profondamente sulla qualità della vita delle donne poiché è lavoro svilito, dato per scontato e difficilmente conciliabile coi tempi del lavoro produttivo. Da diverse indagini risulta che si produce più lavoro non retribuito che retribuito. Secondo una stima economica  il lavoro di riproduzione vale 395 miliardi di euro l’anno ed è un valore che è destinato a crescere nel tempo, circa il 30% del PIL (2019)
Il capitale continua a macinare utili, il lavoro di cura, i lavori più precari continuano a ricadere sulle spalle delle donne, così come sui settori di giovani o migranti.

2° intervento Engels dimostra che nella società primitiva la donna aveva una grande importanza per la produzione e riproduzione sociale: la donna non aveva solo il compito di generare, educare i nuovi esseri umani, ma anche quello di produrre tutti i cibi e gli indumenti indispensabili alla sopravvivenza. 
Oggi la riproduzione della donna e produzione di valore d’uso, produzione per la vita immediata, con lo scopo di un uso immediato. Il suo lavoro è socialmente utile e necessario. Ma questo tipo di lavoro è contraddistinto dal fatto che è determinato per l’uso immediato, non per lo scambio. La produzione della donna nel lavoro domestico è appunto di questa natura. 
Il fatto che la produzione della donna sia principalmente la produzione di valore d’uso per il consumo immediato, spiega due cose:
1) l’importanza della donna nella società primitiva e la sempre crescente sottomissione in una società nella quale la produzione  di merci e la proprietà privata si vanno affermando come forze motrici.
2) gli ostacoli che si trova d'avanti la donna di concorrere alla produzione di merci e di valori di scambio, a causa dell’investimento della sua forza lavoro principalmente nella produzione di valore d’uso in una società basata sulla produzione di merci e valori di scambio.
Marx scrive: “Con la divisione del lavoro esiste la possibilità reale che l’attività spirituale e quella materiale, il piacere e il lavoro, la produzione e il consumo vadano ad individui diversi e che questi fattori entrano in contraddizione. Con la divisione del lavoro si verificano nel contempo anche la distribuzione ineguale per quantità e qualità, del lavoro e dei suoi prodotti, e quindi la proprietà che ha la sua origine, la sua prima forma già nella famiglia, dove la donna e i figli sono schiavi dell’uomo”.
A causa della divisione del lavoro, soprattutto a causa della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, si sono creati i presupposti per cui un essere umano può decidere della vita di un altro, cioè sfruttarlo e opprimerlo. Questo vale ancora di più per la donna la quale non ha mai potuto partecipare alla pari dell’uomo al lavoro produttivo perché impegnata molto di più, a causa della procreazione e la cura dei figli, alla riproduzione immediata della vita. 
Le spiegazioni che cercano  di dimostrare la sottomissione della donna con differenze biologiche e specifiche tra i sessi, sono teorie borghesi, che in fondo vorrebbero far sparire tanto il conflitto tra uomini e donne, cioè l’oppressione dell’uomo sulla donna, quanto le sue cause che hanno precise radici.
Il merito storico dell’analisi marxista è quello di dimostrare che l’oppressione della donna e lo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano non sono sempre esistiti. L’opera letteraria fondamentale de “l’origine della famiglia...“ dimostra che lo sfruttamento e la sottomissione della donna non sono leggi della natura, dimostra che le relazioni tra esseri umani non sono di tipo biologico bensì sono condizionate da processi storici e sociali e che la donna non è oppressa per natura né l’uomo è oppressore per natura, ma entrambi sono diventati ciò che sono con lo sviluppo delle forze produttive, e di conseguenza sono mutabili, parallelamente al cambiamento dei rapporti di produzione. 
Una conseguenza importante dell’introduzione della proprietà privata fu che l’economia domestica si staccò dall’economia comunitaria e comportò un tipo di famiglia con un tipo di economia sempre più isolata e individuale. I lavori prodotti all’esterno furono riservati ai membri maschili mentre la donna fu relegata ai fornelli. Si assiste, quindi, al rafforzamento della divisione del lavoro
Per la concezione marxista il lavoro è la produzione e la riproduzione della vita immediata, dunque ogni produzione di beni di consumo per i bisogni umani è produttiva. La caratteristica di questi prodotti è che non entrano come merci sul mercato. Realmente però la donna produce in questo ambito una merce; è la merce forza-lavoro, il cui valore d’uso da parte del capitale ha la natura particolare di essere fonte di valore. 
Con il suo lavoro domestico la donna non solo provvede alla riproduzione di questa merce che quotidianamente è di nuovo a disposizione del capitalista, ma poi si preoccupa quando bisogna “ripararla” a causa di una malattia o quando a causa dell’anzianità non è più efficiente per la produzione. Provvede inoltre alla produzione di uomini di riserva in grado di entrare nella produzione capitalista e sostituire la forza-lavoro consumata, i suoi figli. 
Pur essendo preziosa questa merce che essa produce non le porta alcun profitto, non viene pagata dai capitalisti, ma viene pagata la sua utilizzazione nel processo di produzione. Solo chi entra in questo processo sarà pagato.
Qual’è il risultato? Il risultato è che la donna  e il suo lavoro vengono sempre più isolati dalla produzione sociali di merci. Sebbene la sua forza lavoro sia in parte investita nel lavoro domestico essa non viene negoziata e pagata come merce-forza lavoro, ma retribuita così per dire in salario naturale. In questo rapporto anche il lavoratore salariato usufruisce del lavoro domestico della donna in casa. Questo avviene sia che il suo salario basti per tutta la famiglia sia che esso non sia sufficiente. 
Per terminare, il lavoro domestico per il capitale non produce merce di scambio, ma nello stesso tempo il lavoro domestico inteso come lavoro riproduttivo è essenziale per la società capitalista. Non ci può essere produzione senza riproduzione, che viene regolata dalle stesse leggi del sistema capitalista.
La questione donna va dunque affrontata mettendo al centro la contraddizione tra capitale e lavoro. Quindi per l’emancipazione della donna e per rivoluzionare la famiglia bisogna prima di tutto rivoluzionare i rapporti di produzione che sono la base.