27/05/26

Sciopero generale il 29 maggio - Lavoratrici partecipate! Appello delle lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe

Sciopero generale il 29 maggio: per la Palestina, contro guerra e riarmo, contro la repressione, per il salario, il lavoro, salute e sicurezza sui posti di lavoro, per sanità pubblica, scuola, territorio.

Il 29 maggio è stato indetto uno sciopero generale nazionale che nasce da un appello delle associazioni palestinesi in Italia a tutte le organizzazioni sindacali di base e di classe del nostro Paese.

Questo appello chiama al sostegno del popolo palestinese contro l'imperialismo, il sionismo, il regime fascista e genocida di Netanyahu.

Nello stesso tempo chiama alla lotta contro la guerra imperialista e chiama i lavoratori italiani a mobilitarsi contro tutto questo e contro le ricadute della guerra sulle condizioni di vita e di lavoro.

Una parte dei sindacati di base ha raccolto questo appello che prevedeva una manifestazione nazionale tenutasi in Milano il 16 maggio e uno sciopero per il 29 maggio.

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe ha aderito sia alla manifestazione sia allo sciopero generale, nel testo da noi distribuito sulla base anche del testo nazionale dei sindacati di base che promuovono lo sciopero del 29 maggio scriviamo:

“la guerra imperialista e colonialista scatenata da Trump e Netanyahu contro l'aggressione all'Iran e al Libano con il rischio concreto di un ulteriore allargamento del conflitto a livello globale anche attraverso il coinvolgimento della Nato e di altri paesi tra cui l'Italia é dentro una marcia della terza guerra mondiale imperialista per una nuova ripartizione del mondo e delle sue risorse per i profitti del grande capitale, finanza e signori della guerra. Questa tendenza alla guerra imperialista e queste guerre in corso, oltre che comportare un carico inaccettabile di morte e di distruzioni, sono scaricate sui proletari e sulle masse oppresse attraverso l'aumento del costo della vita e la perdita del potere d'acquisto dei salari e l'impoverimento generale.

In Palestina, in tutto il Medio Oriente, Israele, guidato dal boia criminale, Netanyahu continua le violenze e le operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania con un numero altissimo di vittime civili e una distruzione e di vittime.

Anche in Libano l'attacco avviene con gli stessi metodi utilizzati a Gaza contro le popolazioni pressoché inermi causando migliaia di vittime e distruzioni di massa.

In Italia il governo guidato da Giorgia Meloni, è complice del genocidio in Palestina, è asservito all'imperialismo americano, sta demolendo quello che rimane dello Stato sociale scaricando sui proletari in nome della corsa al riarmo gli effetti di questa guerra”.

Questo sciopero parte da queste due questioni fondamentali che i lavoratori debbono impugnare nelle proprie mani, secondo i propri interessi di classe e secondo la propria necessità di combattere in questo paese contro tutto questo e agli effetti sulla loro condizione di queste cose.

Nel volantino vengono messi in rilievo la privatizzazione della Sanità, la sottrazione di risorse dal lavoro, soprattutto al sud devastato da precarietà e disoccupazione, le risorse sottratte alla scuola pubblica, ai trasporti, ai servizi sociali, alla cultura, alla casa, mentre l'indirizzo del bilancio è verso le spesi militari, l'utilizzo per la guerra e delle basi militari. A tutto questo si aggiunge la grave questione della repressione e dello Stato di polizia di questo governo contro le lotte dei lavoratori e dei movimenti, in particolare nei confronti degli studenti di solidarietà alla Palestina, dei movimenti contro la distruzione e la devastazione ambientale e conduce un attacco al diritto di sciopero, alle libertà democratiche sancite dalla Costituzione.

Queste sono le ragioni generali dello sciopero del 29 maggio.

Noi vi aderiamo e avremmo voluto che tutte le organizzazioni sindacali di base avessero fatto fronte comune e avessero partecipato - tutte insieme - sia alla manifestazione nazionale del 16 Maggio a Milano sia allo sciopero stesso perché l’unità delle organizzazioni sindacali è una base necessaria per mobilitare i lavoratori in maniera significativa e coinvolgere in questo sciopero il maggior numero di lavoratori, nel maggior numero di posti di lavoro.

Questa circostanza non si è realizzata per le responsabilità innanzitutto della USB, che è una delle organizzazioni sindacali di base, per di più la più forte, che invece si è separata dall'insieme del sindacalismo di base in quest'occasione, per promuovere un proprio sciopero generale - peraltro riuscito pochissimo - e per sottrarsi alla manifestazione nazionale di Milano. Questo ha indubbiamente danneggiato lo sciopero generale che si tiene il 29 maggio.

Noi persistiamo nella necessità di dare un segnale forte chiaro ai lavoratori, con la partecipazione in tutte le forme possibili e nei limiti delle situazioni esistenti nelle diverse realtà del Paese, allo sciopero generale del 29.

In questo sciopero mettiamo in rilievo alcune questioni fondamentali, la principale delle quali è lo stato reale dei lavoratori nelle fabbriche, nei grandi gruppi innanzitutto, basti pensare all'ex Ilva, al gruppo Stellantis e alla recente vicenda dell’Electrolux, a parte quelle legate all'industria bellica e all'economia di guerra che sono attualmente meno in crisi anzi, sono in pieno sviluppo dal punto di vista degli interessi dei profitti dei padroni, privati e di Stato, e riteniamo che in questo sciopero vanga portata all'insieme della classe operaia quello che sta realmente avvenendo con i piani del governo di vendita dell'ex Ilva che hanno una pesante ricaduta sui lavoratori e non risolvono i gravi più problemi di inquinamento e di sicurezza sul lavoro che in questo grande gruppo, in particolare all'ex Ilva di Taranto, si realizza.

Dal nostro punto di vista, lo sciopero serve a far camminare una piattaforma operaia alternativa ai piani del governo e dei padroni centrata sulla difesa dell'occupazione contro ogni esubero, sulla difesa delle condizioni di vita e di lavoro in fabbrica e sul territorio.

Nel gruppo Stellantis la questione ha a che fare con i nuovi piani annunciati in pompa magna su cui torneremo nelle prossime settimane, e mentre vengono annunciati questi mirabolanti piani, i lavoratori sono in cassa integrazione, sono supersfruttati, sono trasferiti da uno stabilimento all'altro, sono sottoposti al ricatto occupazionale e molti di essi sono costretti all'esodo, apparentemente volontario, ma forzato.

Questo ha un'enorme ricaduta sulle ditte del appalto dell'indotto Stellantis con licenziamenti, chiusure nei diversi stabilimenti con particolare riferimento, per quanto ne sappiamo, allo stabilimento di Melfi, allo stabilimento di Pomigliano, allo stabilimento di Cassino, e allo stabilimento di Mirafiori.

Lo sciopero è l'occasione per proporre ai lavoratori di muoversi tutti insieme e costruire una contro-piattaforma, di rafforzare il sostegno alle lotte già in corso e di unire gli operai dello stabilimento all'indotto. Tutte cose che l'attuale linea delle organizzazioni sindacali finora non ha realizzato e che sostanzialmente ha posto i lavoratori in condizioni di debolezza rispetto all'attacco padronale.

L'esplosione della vertenza Elettrolux chiama tutti i lavoratori di questo gruppo, all'interno della più generale mobilitazione della classe operaia, a dare una risposta unitaria e di massa a difesa del lavoro, del salario, delle condizioni di lavoro.

Nella piattaforma viene evidenziato l'attacco al diritto di sciopero e giustamente si denuncia il ruolo che svolge la Commissione di Garanzia per frenare e reprimere le lotte dei lavoratori, su questo la risposta dei lavoratori si deve far sentire .

Questo sciopero generale va calato nelle varie realtà locali rispetto a questioni riguardano i proletari e che hanno colpito fortemente non solo i territori in cui questo si è verificato ma che hanno avuto un impatto nazionale e qui facciamo un riferimento per tutti al grave assassinio razzista avvenuto nella Città Vecchia di Taranto che ha visto la morte del migrante di origine del Mali, Bakari Sako.

Tutto questo portiamo nello sciopero generale nelle forme che nelle varie realtà siano praticabili.

GAZA: MALNUTRIZIONE PROVOCATA DA ISRAELE CON CONSEGUENZE DEVASTANTI SU DONNE INCINTE E NEONATI

Secondo un’analisi dei dati medici pubblicata il 6 maggio 2026 da Medici Senza Frontiere, la malnutrizione artificiosamente provocata da Israele a Gaza ha avuto conseguenze devastanti sulle donne incinte e su quelle che allattano, sui neonati e sui bambini di età inferiore ai 6 mesi durante i periodi di intense ostilità e assedio, come quello di metà 2025.

Una crisi di malnutrizione provocata artificiosamente

In 4 strutture sanitarie gestite e supportate dalle nostre équipe, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, i nostri team hanno registrato livelli più elevati di prematurità e mortalità tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione durante la gravidanza, alti livelli di aborti spontanei, e un forte aumento delle interruzioni delle cure tra i bambini malnutriti.
Attribuiamo questi dati al blocco dei beni essenziali imposto da Israele e agli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le strutture mediche. L’insicurezza, gli sfollamenti, le restrizioni agli aiuti e l’accesso limitato al cibo e alle cure mediche hanno avuto conseguenze devastanti per la salute materna e neonatale.
La situazione rimane estremamente fragile nonostante il cosiddetto cessate il fuoco ed esorta le autorità israeliane a consentire immediatamente l’ingresso senza ostacoli di assistenza e rifornimenti vitali.

La crisi di malnutrizione è interamente artificiale. Prima della guerra, la malnutrizione a Gaza era praticamente inesistente. Da 2 anni e mezzo, il blocco sistematico degli aiuti umanitari e delle merci commerciali, unito all’insicurezza, ha fortemente limitato l’accesso al cibo e all’acqua potabile. Le strutture sanitarie sono state costrette a chiudere e le condizioni di vita sono gravemente peggiorate. Di conseguenza, le persone più vulnerabili sono esposte a un rischio maggiore di malnutrizione”. Mercè Rocaspana referente medico di MSF per le emergenze

Analizzando i dati raccolti da 201 madri di neonati in cura nelle unità di terapia intensiva neonatale degli ospedali Al Nasser e Al Helou, a Khan Younis e Gaza City, tra giugno 2025 e gennaio 2026, emerge che più della metà delle donne ha sofferto di malnutrizione nel corso della gravidanza e il 25% era ancora malnutrito al momento del parto.

Le devastanti conseguenze della malnutrizione durante la gravidanza

Il 90% dei bambini nati da madri affette da malnutrizione è nato prematuro e l’84% presentava un basso peso alla nascita, un’incidenza molto più elevata rispetto ai bambini nati da madri non malnutrite al momento del parto. La mortalità neonatale era doppia tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione rispetto a quelli nati da madri non malnutrite.
Tra ottobre 2024 e dicembre 2025, i nostri team hanno ammesso 513 neonati di età inferiore ai 6 mesi nei programmi ambulatoriali di alimentazione terapeutica presso le strutture sanitarie di base di Al Mawasi e Al Attar a Khan Younis. Di questi, il 91% era a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo. A dicembre, 200 neonati non facevano più parte del programma: solo il 48% di loro era guarito, il 7% era deceduto, il 7% era stato indirizzato a un programma per bambini più grandi e un incredibile 32% aveva interrotto il trattamento, principalmente a causa dell’insicurezza e dello sfollamento.

La riduzione dei ricoveri tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 2025 ha coinciso con un periodo di intensificata insicurezza e interruzioni nella distribuzione di cibo. La maggior parte delle madri ha richiesto sostegno nutrizionale anche quando ai bambini non era ancora stata diagnosticata la malnutrizione, il che riflette la diffusa insicurezza alimentare causata dal blocco imposto da Israele, che ha di fatto impedito l’ingresso di cibo a Gaza per mesi. Le famiglie hanno adottato meccanismi di adattamento, spesso dando la priorità agli uomini e ai bambini rispetto alle madri nella distribuzione del cibo limitato”. Marina Pomares coordinatrice medica di MSF per la Palestina

Livelli di malnutrizione senza precedenti

Prima della guerra non esistevano reparti specializzati nell’alimentazione terapeutica. Le nostre équipe hanno individuato i primi casi di malnutrizione infantile nel gennaio 2024. Da allora fino a febbraio 2026, abbiamo ricoverato 4.176 bambini di età inferiore ai 15 anni, il 97% dei quali sotto i 5 anni, per malnutrizione acuta nell’ambito dei programmi ambulatoriali e di ricovero. Nello stesso periodo, 3.336 donne in gravidanza e in allattamento sono state inserite nei programmi ambulatoriali.

Il mio figlio più piccolo è morto a 5 mesi a causa di una grave malnutrizione. Anche io ho sofferto di malnutrizione durante la gravidanza e ho avuto problemi di diarrea e debolezza. Vivo in una casa parzialmente distrutta. Mio marito era un pescatore con una piccola barca, che i bombardamenti israeliani hanno distrutto. Non abbiamo un reddito fisso”. Mona donna di 23 anni curata da MSF

Il cessate il fuoco del gennaio 2025 è terminato a metà marzo 2025. Entro la fine di maggio 2025, i punti di distribuzione alimentare sono passati da circa 400 ai soli 4 della Gaza Humanitarian Foundation, molti dei quali operavano in condizioni precarie e con aperture irregolari.
Inoltre, il blocco sui camion commerciali di generi alimentari ha limitato drasticamente l’accesso al cibo, mentre la presenza di punti di distribuzione militarizzati e ritenuti insicuri ha reso ancora più difficile per la popolazione ricevere l’assistenza alimentare di cui c’era tanto bisogno.
Nei mesi successivi, le strutture da noi supportate, hanno registrato un forte aumento dei pazienti in cerca di cure a causa delle violenze perpetrate nei punti di distribuzione alimentare e della malnutrizione legata alla privazione di cibo.
Molte donne hanno anche riferito di aver vissuto uno stress e un’ansia estremi legati ai rischi significativi affrontati dai membri maschi della famiglia che tentavano di procurarsi cibo nei siti della GHF, nonché agli intensi bombardamenti aerei e agli sfollamenti che ne sono derivati.
Le nostre équipe hanno osservato un numero elevato di aborti spontanei durante questo periodo, identificando l’alto livello di stress come un fattore determinante.
Tra il 16 ottobre e il 30 novembre 2025, secondo la Classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare, che ad agosto aveva dichiarato una carestia, la prima in assoluto nella regione mediorientale, si stima che circa 3/4 della popolazione di Gaza abbiano dovuto affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta.

(*) Tratto da Medici Senza Frontiere.

23/05/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Il lavoro domestico nel sistema capitalista - Da Produzione e Riproduzione - 1


Torniamo sul tema "Produzione e Riproduzione" - analizzando il lavoro domestico nel sistema capitalista.
Questo è chiaramente un importante tema su cui da sempre il movimento delle donne, le sue principali teoriche hanno dibattuto, analizzato, preso posizione perchè ha a che fare con l'analisi di fondo del ruolo e condizione delle donne nel sistema capitalista e le sue implicazioni nella lotta di liberazione delle donne.
Questo tema riemerge periodicamente anche nel nostro paese, sia pur in maniera non approfondita e in generale con posizioni non classiste e non rivoluzionarie e/o anche con un uso distorto di Marx/Engels.
La stragrande maggioranza delle donne svolge lavoro domestico, che lavori fuori casa o sia disoccupata. Il carico della cura della famiglia, dei figli, del marito è sulle spalle delle donne.
Questa attività che apparentemente sembra privata, in realtà ha un fondamentale ruolo sociale per la riproduzione/conservazione della forza lavoro (compresa la nascita di nuove braccia produttive) perchè torni ad essere sfruttata il giorno dopo dal padrone.
In che senso però la riproduzione è parte della produzione capitalista; qual è il suo valore? 
Senza la lotta rivoluzionaria per l'abbattimento del sistema capitalista ci può essere liberazione dal lavoro domestico? 
E' possibile che una nuova società metta fine alla riproduzione come fonte di oppressione per le donne?
Di questo abbiamo cominciato a parlare nelle scorse settimane, a porre degli spunti, da approfondire successivamente facendo anche chiarezza su alcune posizioni che vanno per la maggiore nel movimento femminista.
Sia la produzione che la riproduzione dei lavoratori sono legate nel sistema capitalista, ma per il capitale hanno un valore diverso. 
Tutta la riproduzione della forza-lavoro, che vuol dire far da mangiare, vestire, assistere, curare, ecc. per conservare e far tornare il giorno dopo i lavoratori a lavorare per il capitale, ma anche reintegrare le forze-lavoro sottratte al mercato dalla morte e dal logoramento con forze-lavoro nuove e, quindi, con la nascita di nuovi esseri umani, tutto questo avviene a spese di un altro essere umano, la donna. 
Questo enorme, quotidiano lavoro di riproduzione non appare nella produzione, perchè avviene fuori dalla produzione. Il lavoro della donna, che è utile socialmente, non appare come tale, non appare come lavoro.
Perchè? Il lavoro domestico, la riproduzione della forza-lavoro pur essendo un'attività indispensabile al capitale non è un lavoro produttivo per il capitale, perchè per il capitale è produttivo solo ciò che produce plusvalore, il lavoro che produce merci che hanno un valore di scambio, possono essere vendute e realizzare il profitto. 
Il lavoro domestico invece produce valori d’uso e non di scambio, quindi non dà profitto, quindi per il padrone, per la classe capitalista non è nel “libro paga”, non ha valore. Anche una macchina per il padrone è necessaria, ma in sé non produce pluslavoro se non mette al lavoro gli operai o le operaie. 
Qui non stiamo parlando dell'importanza per il sistema sociale del lavoro domestico come lavoro riproduttivo della forza-lavoro, e che tale lavoro pesi enormemente sulla donna, comporti un alto grado di fatica, logoramento fisico e psichico, che “mangia” la vita intera di una donna. Qui quello che si vuole chiarire è che è illusoria una lotta che, fermo restando questo sistema capitalista, basato sul profitto privato, ponga come centrale il riconoscimento del lavoro domestico e pensi che con la lotta sul lavoro domestico si assesti un colpo fondamentale al sistema. 
Nel movimento delle donne vi sono posizioni che affermano: ma la donna produce una merce, la forza-lavoro. Siccome questa “merce” ha un valore d’uso per il capitale, avrebbe di conseguenza un valore di scambio per la donna, che vendendo questa merce dovrebbe ricevere denaro. Ma c’è un particolare: la donna non è proprietaria della forza-lavoro merce e quindi non può venderla o scambiarla. E’ il possessore della forza lavorativa – l’uomo o anche la donna - che può vendere la sua forza-lavoro.
La donna a questo punto potrebbe dire: sì, ma senza il mio lavoro domestico quella merce forza-lavoro non starebbe sul mercato. Ma questo lavoro domestico rientra, ripetiamo, in un lavoro di servizio che il capitalista indirettamente paga calcolandolo nel pagamento del salario, con cui l'operaio può acquistare i mezzi di sussistenza necessari a farlo tornare il giorno dopo al lavoro. 
La riproduzione, per il capitale, è contemperata nei costi del salario. - Marx scrive: ”Il valore della forza lavorativa... (è) determinato non solo dal tempo di lavoro necessario per mantenere il singolo operaio adulto, ma anche da quello necessario per mantenere la sua famiglia”. 
Per il capitalista è come il servizio del negoziante, senza il suo lavoro la merce non starebbe sul mercato, ma questo non vuol dire che è il negoziante che l’ha prodotta o che dal lavoro del negoziante il capitalista ottiene plusvalore.
Nel sistema del capitale la riproduzione della forza-lavoro è privatizzata; al capitale interessa che tu operaio/forza-lavoro sia riprodotto per essere disponibile, bello e pronto da sfruttare, ma non gli interessa come questa riproduzione avvenga – dice il capitalista: io ti pago col salario il valore dei mezzi di sussistenza occorrenti a che tu domani torni a lavoro (compreso anche i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, le nuove forze-lavoro), dopo di chè non mi interessa altro. 
Marx scrive: “Il consumo dell'operaio è di duplice natura. Nella produzione egli, tramite il suo lavoro consuma mezzi di produzione convertendoli in prodotti di un valore più elevato di quello del capitale anticipato. Questo è il suo consumo produttivo. Esso è allo stesso tempo consumo della sua forza lavorativa da parte del capitalista che l'ha acquistata (io ti ho acquistato, ho pagato per il tuo uso tot euro che coprono 4 ore di lavoro, le altre 4 ore che tu continui a lavorare sono lavoro gratis per me, pluslavoro non pagato). D'altro lato l'operaio converte in mezzi di sussistenza il denaro che gli è stato pagato per l'acquisto della propria forza lavorativa: questo è il suo consumo individuale. Il consumo produttivo e il consumo individuale dell'operaio sono perciò del tutto diversi. Nel primo funge da forza motrice del capitale ed è proprietà del capitalista, nel secondo appartiene a sé stesso e svolge funzioni vitali che prescindono dal processo di produzione. Il risultato dell'uno è la vita del capitalista, quello dell'altro la vita dell'operaio stesso”. 
La donna attraverso il lavoro domestico fornisce all’operaio quei mezzi di sussistenza di cui ha bisogno per presentarsi il giorno dopo a lavorare per il capitalista; cosa ha in cambio la donna? Parte del salario del lavoratore. 
Le leggi del capitale permeano tutta la società. I suoi confini non si fermano sulla “soglia della casa”. Il capitale, modifica, funzionalizza al suo sistema tutto. E il lavoro domestico è dentro questa legge. 
Quindi. Per il capitale il lavoro domestico non fa parte del processo produttivo: non produce plusvalore, non produce merce di scambio. Nello stesso tempo il lavoro domestico, come lavoro riproduttivo di forza-lavoro, è essenziale per la società capitalista, non ci può essere produzione senza riproduzione. Questo lavoro domestico, lo ripetiamo, comporta un alto grado di fatica, logoramento fisico e psichico, ma senza la lotta per l’abbattimento del capitalismo non ci può essere abolizione del lavoro domestico. 
La questione non va rovesciata, vedendo come centrale la lotta contro il lavoro domestico. Perchè affermare che il ruolo delle donne nella sfera della riproduzione è l'aspetto centrale e dovrebbe essere l'obiettivo principale, in realtà vuol dire accettare l'argomento della classe dominante che il ruolo sociale delle donne nella riproduzione è quello più importante, essenziale e nient'altro. 
Paradossalmente, al posto di “liberarci dal lavoro domestico” si chiede di dare riconoscimento al lavoro domestico – che, a parte la fatica, l'alienazione che comporta, porta oggettivamente un altro enorme danno per la lotta rivoluzionaria di liberazione delle donne; le individualizza, non le pone in una condizione oggettiva di collettivismo, di unità che invece la presenza delle donne nella produzione comporta (chiaramente questo non vuol dire non fare le lotte contro l'aumento, lo scarico dei servizi sociali, ecc.)
Noi pensiamo che solo nel socialismo il lavoro domestico può e deve essere abolito. Il socialismo mette fine al lavoro domestico, riproduttivo, come fatto privato, perchè esso viene socializzato. Che significherà in termini concreti non lo possiamo mettere a punto a tavolino. Ma sarà anche questo importante campo fattore di rivoluzione nella rivoluzione che ha nelle donne il fattore determinante.
(CONTINUA)

20/05/26

Risarcite le lavoratrici degli asili di Taranto - hanno vinto una battaglia, piccola ma significativa

Le lavoratrici delle pulizie e ausiliariato degli asili comunali di Taranto  organizzate nello Slai cobas, difese dall'avvocata Antonietta Ricci, dopo varie iniziative di mobilitazioni, hanno fatto un ricorso in Tribunale, riguardante il mancato pagamento di ore di lavoro straordinario fatte a settembre 2025 per attività lavorative di "pulizia di lavori di cantiere eseguiti da altre ditte", che non competevano alle lavoratrici ma che Comune di Taranto e la Ditta appaltatrice 'Servizi Integrati srl' le avevano fatte eseguire come giornate rientranti nel lavoro e nell'orario ordinario.

Questa vittoria, anche se riguarda una piccola rivendicazione, è importante perchè (leggi le motivazioni della sentenza sotto riportate) riconosce dei diritti di lavoro, salario che riguardano aspetti della condizione generale di lavoro che vengono attaccati in tante altre ditte -  diritti soprattutto in questa fase niente affatto scontati; ma è importante anche perchè dimostra che anche su piccoli aspetti ma significativi delle violazioni dei padroni e delle Istituzioni se si lotta si può vincere e apre la strada ad altre vittorie di lotte.

Questo ricorso è stato fatto solo dallo Slai cobas, mentre gli altri sindacati, anche di Base, come lì'Usb, presenti negli asili si sono guardati bene dal difendere gli interessi delle lavoratrici e lavoratori, dicendo alle loro iscritte di non unirsi alle lavoratrici Slai cobas, che invece le avevano invitate a fare insieme il ricorso.

Ora invece lo Slai cobas ha vinto e gli altri NO.

Questa vittoria costituisce un precedente positivo che incoraggia ad andare avanti, sia con le iniziative di lotta, sia con nuova iniziative legali, per difendere altri aspetti: dai livelli retributivi (ora le lavoratrici degli asili si stanno battendo per il riconoscimento del 3° livello), al lavoro tutto l'anno senza più sospensioni, ai problemi di difesa della salute, ecc.   

Ringraziamo l'avvocata Antonietta Ricci, il cui impegno e vicinanza con le lavoratrici, lavoratori dello Slai cobas va oltre la difesa legale.

Dalle motivazioni della Sentenza

CONCLUSIONI, RAGIONI DI FATTO E DIRITTO DELLA DECISIONE (artt. 132 cpc e 118 disp att cpc, come applicabili ex art. 58 legge 69/2009)

Con ricorso collettivo depositato il 29/01/2025 i ricorrenti in epigrafe, tutti lavoratori addetti quali dipendenti della Servizi Integrati srl alle pulizie ed ausiliariato inquadrati nel II livello del CCNL Multiservizi nell’ambito dell’appalto per le pulizia di vari asili nido comunali affidato alla datrice di lavoro dal Comune di Taranto, hanno lamentato di essere stati adibiti, subito prima dell’inizio dell’anno scolastico 2024/2025 (precisamente dal 2 al 8 settembre 2024), ad espletare pulizie straordinarie degli ambienti interessati da lavori straordinari di ristrutturazione edilizia (pulizie di cantieri edili), come ammesso anche in sede di procedura di conciliazione presso la Prefettura in data 18-9-2024 dal dott. Pranzo, in rappresentanza della società datrice di lavoro, in violazione dell’art. 2103 codice civile in quanto assegnatari di mansioni di livello superiore a quello di pertinenza senza percepire alcun adeguato compenso aggiuntivo, sottoponendosi loro malgrado ad un impegno più gravoso e più faticoso di quello ordinariamente svolto e peraltro affrontando particolari rischi per la loro salute

tanto essenzialmente premesso gli attori hanno concluso per la condanna solidale dei convenuti, quali appaltatore e committente del servizio, al pagamento in loro favore della somma di euro 500,00 cadauno, equitativamente determinata, a titolo retributivo o quanto meno risarcitorio. Servizi Integrati srl, costituitasi, ha precisato come da capitolato di appalto i dipendenti fossero tenuti ad eseguire le pulizie di inizio anno scolastico, nonché pulizie di fondo prima dell’inizio dell’anno stesso, ma pur sempre nell’orario ordinario di lavoro, negando che l’attività concretamente svolta dai ricorrenti avesse integrato svolgimento di mansioni superiori rispetto a quelle normalmente svolte dai lavoratori inquadrati nel 2° livello del CCNL; il Comune di Taranto per parte sua ha eccepito la propria carenza di legittimazione passiva, per non essersi mai concretamente ingerito nell’organizzazione delle modalità esecutive dell’appalto e comunque ha dedotto la infondatezza del ricorso nel merito, trattandosi di lavoro previsti dal capitolato di appalto. Entrambi i convenuti hanno chiesto respingersi il ricorso. Documentalmente istruita e previo deposito di note difensive scritte, la causa è stata decisa alla odierna udienza come da separato dispositivo.

Il ricorso è fondato e va accolto nei limiti seguenti.
In fatto, nell’incontro in Prefettura de 18-9-2024 (cfr. il relativo verbale in allegato al fascicolo di parte attoreo) il rappresentante della Servizi Integrati srl, nello specifico Daniele Pranzo, ha riconosciuto che prima dell’inizio dell’anno scolastico 2024/2025 i lavoratori addetti al servizio di pulizia ed ausiliariato ha svolto lavori di pulizia straordinari determinati dall’esecuzione di lavori di manutenzione straordinaria edilizia degli edifici adibiti ad asili nido comunali; dunque, lo svolgimento di tali mansioni, può ritenersi in fatto accertato. Ad abundantiam la prova della situazione dei luoghi, con conseguente necessità di lavori straordinari di pulizia, è fornita dai reperti fotografici pure allegati nel fascicolo dei ricorrenti e non specificamente contestati dalle controparti. Ciò posto, è evidente che i lavori per cui è causa esulano dal novero della tipologia di pulizie, quotidiane e/o periodiche, che l’appaltatore è tenuto ad assicurare al committente/appaltante, ai sensi dell’art. 12 del Capitolato di appalto, prodotto in atti. 

In diritto, ritiene il giudicante che i convenuti, a titolo solidale derivante dalla normativa sugli appalti a tutela dei lavoratori e indipendentemente dal fatto se lo svolgimento dei lavori di pulizia straordinaria dopo gli interventi straordinari di edilizia possa integrare o meno lo svolgimento di mansioni superiori rispetto a quelle disimpegnate dai lavoratori inquadrati nel 2° livello del CCNL Multiservizi, abbiano diritto, a titolo risarcitorio e compensativo della maggiore gravosità e del maggior disagio del lavoro prestato per le pulizie dei cantieri edili (peraltro senza che tali pulizie aggiuntive siano state disposte con prolungamento del normale orario di lavoro), di una somma equitativamente determinata, non solo ex art. 36 Cost., ma anche per il risparmio in termini economici ottenuto sia dal Comune di Taranto (che non ha incaricato le stesse ditte edili di pulire i cantieri dopo la fine dei lavori, a costo di esborsi aggiuntivi o quanto meno non ha richiesto l’intervento di altre ditte di pulizia specializzate), sia dalla stessa datrice di lavoro (che a sua volta non ha affrontato alcun costo aggiuntivo né per compensare i ricorrenti del lavoro svolto, né per retribuire personale aggiuntivo esterno), dunque a titolo di ingiustificato arricchimento ex art. 2041 c.c.. Detta somma può essere determinata in euro 300,00 per ciascuno dei ricorrenti, a fronte di lavoro caratterizzato da maggior peso e maggiore rischio per la loro salute protrattosi per sei giorni, dunque nella misura aggiuntiva di euro 50,00 die. Le spese di lite seguono la soccombenza solidale dei convenuti e vanno distratte ex art. 93 cpc in favore del difensore anticipatario dei ricorrenti.

P.T.M.

a)- in parziale accoglimento del ricorso condanna in solido la SERVIZI INTEGRATI S.R.L. e il Comune di Taranto a corrispondere a ciascuno dei ricorrenti la somma di euro 300,00 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal settembre 2024 al soddisfo;
b)- condanna in solido la SERVIZI INTEGRATI S.R.L. e il Comune di Taranto al pagamento delle spese processuali.

Taranto, 7-5-2026 Il giudice
Dott. Saverio Sodo


16/05/26

Incinte, malate, in prigione: la difficile situazione delle donne palestinesi nelle carceri israeliane

UNA DENUNCIA DA PORTARE CON FORZA ALLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DI MILANO DI OGGI 16 MAGGIO

Nel mese di aprile, il numero di prigioniere palestinesi detenute nelle carceri israeliane ha superato le 90 unità.

Di Fayha Shalash – Ramallah

Nella sua ultima dichiarazione, il Palestinian Prisoners Club ha affermato che il numero di prigioniere palestinesi detenute nelle carceri israeliane ha superato le 90 unità durante il mese di aprile.

Ali Shawahneh, 46 anni, non ha tempo per cercare lavoro. Da quando Israele ha arrestato sua moglie, Amina Tawil, 36 anni, nella loro casa di Qalqilya, è diventato sia padre che madre per i loro quattro figli.

Amina si era fatta carico di queste responsabilità da sola in diverse occasioni, mentre Israele teneva in prigione suo marito. Durante l'ultima detenzione, Ali trascorse due anni in detenzione amministrativa e perse 75 chilogrammi. Si era appena ripreso quando Israele arrestò sua moglie, facendo precipitare la famiglia in un altro ciclo di difficoltà.

Nella sua ultima dichiarazione, il Palestinian Prisoners Club ha affermato che il numero di donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane ha superato le 90 unità durante il mese di aprile. Ha inoltre sottolineato che cifre simili erano state registrate in precedenza al culmine delle campagne di arresto nella Cisgiordania occupata, nei primi mesi della guerra genocida, e nel contesto delle persecuzioni contro le donne a Gaza.

L'organizzazione ha spiegato che la maggior parte delle detenute è reclusa nel carcere di Damon, vicino ad Haifa, tra cui due bambine, una donna al terzo mese di gravidanza, 25 detenute amministrative, tre giornaliste, due detenute malate di cancro e due donne detenute da prima dell'ottobre 2023.

"Arrestate me al posto suo"

Due giorni prima dell'Eid al-Fitr, il 18 marzo, Amina stava pregando con il marito dopo che i figli si

erano addormentati. Prese il telefono per controllare le notizie e scoprì che l'esercito israeliano stava effettuando un'incursione nel loro quartiere proprio in quel momento.

La paura che Ali potesse essere arrestato di nuovo la assalì immediatamente, soprattutto perché due settimane prima le forze israeliane avevano fatto irruzione nella loro casa con il solo scopo di minacciarlo di arresto.

Pochi minuti dopo, i soldati fecero irruzione violentemente nella casa e iniziarono a urlare. Quando Ali vide l'ufficiale, chiese: "Perché state facendo irruzione in casa? Non eravate già venuti qui due settimane fa?". L'ufficiale rispose: "Sono qui oggi per sua moglie".

«Mi sono spaventato a morte quando l'ho sentito. Sono abituato agli arresti, ma lei non riesce a gestirli. Ero preoccupato per lei e ho chiesto all'agente di arrestare me al suo posto, ma si è rifiutato, dicendo che volevano lei. Ho chiesto loro di darle solo qualche minuto per vestirsi, e poi le soldatesse hanno iniziato a urlarle di sbrigarsi», ci ha raccontato Ali.

Per un'ora intera, Ali è rimasto confinato con i suoi figli in una stanza, mentre i soldati interrogavano Amina in un'altra.

La scena è stata straziante per i bambini, che hanno pianto per tutta la durata del blitz e hanno implorato l'ufficiale di non portare via la loro madre. Invece, i soldati l'hanno ammanettata davanti a loro e l'hanno scortata verso un veicolo militare.

La figlia maggiore di Amina e Ali ha otto anni, mentre la più piccola ne ha solo tre. Prima dell'arresto, Amina soffriva di debolezza, vertigini e nausea. Dopo il suo fermo, si è scoperto che era incinta di sei settimane, il che ha acuito le preoccupazioni di Ali per la sua salute.

«È stata interrogata per 25 giorni e poi trasferita al carcere di Damon. Le hanno detto che io e sua madre eravamo state arrestate solo per spaventarla e farla preoccupare per i bambini. Non ci sono accuse specifiche; ogni volta tirano fuori un'accusa diversa. Di recente, quando non sono riusciti a provare nulla contro di lei, hanno detto che avrebbero perquisito il suo telefono», ha spiegato Ali.

Quella stessa notte, le forze israeliane hanno arrestato 17 donne palestinesi solo a Qalqilya. La maggior parte è stata poi rilasciata, ma quattro sono rimaste in detenzione. Tre sono state poste in detenzione amministrativa, mentre Amina rimane in carcere senza alcuna informazione certa sul suo destino.

Ali è profondamente preoccupata per la sua salute, soprattutto a causa della malnutrizione a cui sono sottoposte le detenute nelle carceri israeliane. Amina soffre già di anemia e le condizioni attuali stanno aggravando i sintomi della sua gravidanza iniziale.

Dopo aver trascorso un totale di 19 anni nelle carceri israeliane, Ali ha perso il lavoro. Ora non può nemmeno uscire di casa per cercare un impiego perché deve prendersi cura dei suoi figli. Cucina, pulisce, lava i vestiti, li prepara per la scuola e gestisce ogni aspetto della loro vita quotidiana.

«Sono all'ultimo semestre del mio master a Nablus e devo portare con me i miei figli perché non posso lasciarli soli. Ora capisco il peso della responsabilità che mia moglie si è portata sulle spalle mentre ero imprigionato nelle carceri israeliane», ha detto.

Ali spera che il tribunale israeliano acconsenta al rilascio di Amina, anche a condizioni restrittive come gli arresti domiciliari, a causa delle sue condizioni di salute e della gravidanza, che non è monitorata dal personale medico all'interno del carcere.

Tuttavia, lunedì il tribunale israeliano ha prolungato la detenzione di Amina per altri otto giorni senza fornire spiegazioni, lasciando la famiglia devastata e sempre più preoccupata.

«I bambini piangono per lei ogni giorno. Mi si spezza il cuore e non so cosa fare. Cerco di fare del mio meglio per sopperire alla sua assenza, ma l'abbraccio di una madre è sempre la cosa più calda per i suoi figli», ha concluso, visibilmente commosso.

Un pericolo reale

Secondo il Palestinian Prisoners Club, le prigioniere affrontano condizioni di detenzione dure, tra cui fame, negligenza medica, abusi, isolamento e pratiche invasive come le perquisizioni corporali.

La maggior parte degli arresti di donne avviene con l'accusa di "incitamento". Dall'ottobre 2023, oltre 700 donne palestinesi sono state arrestate nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme e nei territori del 1948. Non sono disponibili dati precisi sugli arresti a Gaza.

"Questa escalation si verifica in uno dei periodi più sanguinosi per le donne palestinesi, in un contesto di continue gravi violazioni, tra cui aggressioni fisiche e sessuali e la detenzione di donne come ostaggi per fare pressione sulle loro famiglie", aggiunge la dichiarazione.

Nel febbraio 2025, le forze israeliane hanno intercettato il veicolo di Fidaa Assaf, 50 anni, mentre tornava a casa nel villaggio di Kafr Laqif, nella Cisgiordania settentrionale, dopo una visita all'ospedale governativo di Ramallah. I soldati l'hanno ammanettata e arrestata.

Fidaa è stata trasferita da un centro di detenzione all'altro prima di essere trasferita al carcere di Damon, dove rimane tuttora detenuta e sotto processo da oltre un anno. Secondo quanto riportato, i pubblici ministeri israeliani chiedono una condanna a due anni di reclusione.

A Fidaa è stata diagnosticata la leucemia nel 2024. Si è sottoposta a diverse sedute di trattamento e dipende da farmaci per tutta la vita.

Suo fratello, Raafat Al-Ashqar, ci ha detto che la famiglia è profondamente preoccupata per la sua salute, date le dure condizioni a cui sono sottoposte le detenute.

Ha spiegato che, all'inizio della detenzione, le erano stati negati i farmaci per oltre un mese, il che aveva gravemente indebolito il suo fisico. Il suo avvocato ha poi richiesto all'amministrazione carceraria di fornirle i medicinali.

Fidaa ha lottato contro l'infertilità per 15 anni prima di riuscire finalmente a dare alla luce la sua unica figlia, Qatr Al-Nada, che ora ha 13 anni e soffre di un grave disagio emotivo a causa dell'assenza della madre.

«Si rifiuta di parlare con chiunque e preferisce stare seduta da sola in silenzio tutto il tempo. Siamo molto preoccupati per il suo stato mentale. Era estremamente legata a sua madre e la sua assenza le causa molto dolore. Siamo certi che faccia soffrire ancora di più sua madre», ha detto Raafat.

Fidaa soffre di ricorrenti problemi di salute e solo quando le sue condizioni si aggravano viene trasferita all'infermeria del carcere, dove non riceve un adeguato follow-up medico per la sua malattia.

Sfide significative

Le detenute subiscono sofferenze aggravate dalle pressioni fisiche e psicologiche a cui sono sottoposte all'interno delle carceri israeliane.

Amani Sarahneh, portavoce del Palestinian Prisoners Club, ci ha riferito che le detenute subiscono gravi privazioni, in particolare per quanto riguarda i loro bisogni specifici in quanto donne. Ha affermato che l'amministrazione carceraria israeliana utilizza deliberatamente queste privazioni come forma di punizione.

Ha aggiunto che le detenute sono soggette a continui abusi e umiliazioni, nonché a punizioni arbitrarie come l'isolamento. In molti casi, una singola cella ospita dalle nove alle dieci detenute, senza che vengano forniti nemmeno i beni di prima necessità.

Tra le detenute ci sono dottoresse, giornaliste, avvocate, studentesse universitarie, attiviste, madri, mogli, sorelle e madri di martiri. Almeno 40 delle detenute sono madri e la maggior parte degli arresti si basa su vaghe accuse di incitamento”, ha affermato Sarahneh.

Due delle detenute hanno meno di 18 anni, tra cui una minorenne trattenuta in detenzione amministrativa senza accusa formale.

"Una delle sfide più significative che le detenute devono affrontare è la politica delle umilianti perquisizioni corporali, effettuate ripetutamente dal momento dell'arresto fino al loro trasferimento al carcere di Damon", ha affermato.

«Sono costretti a spogliarsi con il pretesto di un'ispezione. Le loro celle vengono costantemente perquisite e irrorate con gas lacrimogeni. Durante le perquisizioni all'interno delle celle vengono utilizzati cani poliziotto e i prigionieri sono costretti a sedersi in posizioni umilianti», ha spiegato.

Nelle ultime settimane di escalation militare con l'Iran, sono stati registrati almeno quattro episodi di repressione contro detenute nel carcere di Damon, che Sarahneh ha descritto come estremamente duri.

(The Palestine Chronicle)

Fayha' Shalash è una giornalista palestinese residente a Ramallah. Si è laureata all'Università di Birzeit nel 2008 e da allora lavora come reporter e conduttrice radiotelevisiva. I suoi articoli sono apparsi su diverse pubblicazioni online. Ha contribuito con questo articolo a The Palestine Chronicle.

15/05/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Le donne conquistano la metà del cielo - 60° anniversario della GRCP


Per questa settimana interrompiamo la FRD su "Produzione e riproduzione", 
perchè in occasione del 60° anniversario della Grande rivoluzione culturale proletaria della Cina rossa, vogliamo presentare un opuscolo che parla della grande trasformazione della condizione delle donne che portò la rivoluzione in Cina diretta da Mao Tse tung, ma soprattutto parla del ruolo delle donne per portare avanti la rivoluzione nella rivoluzione per abbattere le vecchie e oppressive idee che permanevano ed erano restie ad essere cancellate anche nella Cina rossa, tra i quadri del Partito Comunista.
Per questo era necessario che "le donne spezzino le catene spirituali e dispieghino uno spirito rivoluzionario".
Come disse una donna cinese: "la ferocia del passato derivava dal fatto che le donne non avevano il potere e tutta la felicità del presente deriva dal fatto che le donne possono avere il potere".
"Le donne sostengono la metà del cielo - disse Mao – Ma le donne devono conquistare la metà del cielo".

Riprenderemo nella prossima settimana la FRD su "Produzione e riproduzione".

Dall'introduzione
La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria è  stata l’esperienza più moderna del proletariato, che ha indicato come portare la lotta rivoluzionaria in ogni ambito, non solo della struttura ma anche della sovrastruttura. 
Le donne durante gli anni precedenti la Rcp, con la rivoluzione democratica e socialista e la Repubblica popolare, avevano già conquistato grandi cambiamenti sociali - l’ingresso massiccio nel mondo del lavoro, nelle fabbriche, la riforma della legge sul matrimonio, la riforma del sistema d’istruzione,  corsi di istruzione gratuita per le contadine, la riforma agraria, ecc - che avevano portato le donne da una condizione di nera oppressione a “liberare i loro piedi, i loro corpi, il loro spirito”; ma è con la Rcp che le donne vengono chiamate per diventare loro stesse protagoniste dell’assalto al cielo, per portare avanti in prima persona la “rivoluzione nella rivoluzione”. 
Durante il vento della Grcp le donne dovettero lottare su tutti i campi, per conquistare la metà del cielo, nelle case e fuori dalle case, dai quartieri alle fabbriche, ad una nuova educazione dei bambini; contro la violenza sessuale organizzarono comitati di quartiere in cui facevano processi popolari contro i mariti, i padri violentatori; furono distribuite le pillole anticoncezionali tra le donne che potevano iniziare a decidere della propria vita e maternità. 
Le donne avevano doppie ragioni per sollevarsi, perchè dovevano rompere non solo le catene pratiche, ma anche quelle più dure e pericolose, quelle sovrastrutturali, e per rompere le nuove catene ideologiche “tinte di rosso”.
Ma per questo dovettero battersi contro le concezioni e gli ostacoli presenti anche tra i quadri del partito, lottare strenuamente sempre contro i tentativi revisionisti di Liu Shao qi di estrometterle dal lavoro e relegarle di nuovo nel lavoro domestico.
Scriveva Bandiera Rossa “la lotta di classe non  finita. Durante la rivoluzione e l’edificazione socialista, esiste ancora una grave lotta di classe sul problema delle donne. L’anima della Grcp è chiamare le masse a ribellarsi, per rivoluzionarizzare tutto”.
Mao diceva che le donne sono un grande potenziale umano. Non esiste un movimento di massa senza la mobilitazione delle donne che sono più della metà della popolazione. E una volta che le donne si mobilitano, è su tutti i campi che vogliono la trasformazione.

14/05/26

La solidarietà è la nostra arma - Oggi più che mai difendiamo il nostro diritto di sciopero - Che successe nel 2020 quando la CGS attaccò lo sciopero delle donne

Altri contributi per la sanzione della Commissione Garanzia Sciopero stanno arrivando e sono, ve lo assicuriamo una vera "boccata di ossigeno"
Dopo Rosa di Torino, Pinuccia di Milano, Flavia di Bergamo, Potere al popolo, Vincenzo di Milano, Vladimir di Torino, Antonietta di Taranto...
sono arrivati contributi da Rosso Claudia, Luigia de L'Aquila, Nudm di Torino, Giorgio C., Antonella docente universitaria
per chi vuole e può, il contributo può essere mandato su c/c bancario UNICREDIT BANCA ROMA agenzia Taranto via Marche, 52 intestato a SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE, avente le seguenti coordinate bancarie: IT 49 W - ABI 02008 - CAB 15807 n. conto 000011056357 - con la motivazione: contributo per sanzione della CGS a sciopero delle donne marzo 2020).
Lavoratrici Slai cobas sc

COSA E' SUCCESSO NEL 2020 - da comunicati di allora

- Quest’anno l’8 marzo e lo sciopero delle donne sono caduti proprio in piena emergenza coronavirus. Hanno fatto di tutto per impedire lo sciopero, annunciando pesanti sanzioni. Ma lo Slai cobas per il sindacato di classe lo ha indetto lo stesso.
(Le lavoratrici Slai cobas sc, le compagne del Mfpr fecero prima una inchiesta tra le lavoratrici, compagne, Nudm a livello nazionale - e la maggioranza delle risposte disse SI FACCIAMOLO!) 
Continuano ad arrivare messaggi, prese di posizioni di lavoratrici, donne per dire SI allo sciopero delle donne, NO ai divieti strumentali e gravi. 
"Non possiamo permettere alla CGS, al governo, ai Ministeri di usare una seria emergenza sanitaria per creare un pericoloso precedente di attacco al diritto di sciopero e alla condizione di noi donne"
"Non siamo d'accordo con il governo che sta dicendo: "tutto chiuso, tutti in casa" (proprio quello che noi donne non vogliamo, perchè significa oppressione, fatica, dipendenza e a volte morte); questa situazione rischia di peggiorare anche in futuro la nostra condizione"
"stanno usando strumentalmente il coronavirus per licenziare o mettere in cassintegrazione o tagliare i salari; ma anche per impedire assemblee, minacciare provvedimenti"
"con le scuole chiuse in tutt'Italia significa scaricare ancora di più sulle donne il peso della famiglia e anche spesso la perdita di salario o lavoro. Occorre una disobbedienza civile!" 
"Il divieto della CGS è gravissimo. E' la prima volta nella storia della Repubblica che viene bloccato uno sciopero a livello nazionale! Mentre non è certo la prima volta che vi sono "avvenimenti eccezionali di particolare gravità o di calamità naturale". 
"Se ci tolgono, ora con la questione del coronavirus, domani con un'altra "emergenza", il diritto di sciopero, siamo con tutte e due i piedi nel fascismo".
"in tante realtà lavorative noi lavoratrici siamo costrette a continuare a lavorare anche più di prima (nel settore sanitario, pulizie, personale Ata nelle scuole, nel commercio, ecc.) e invece non possiamo scioperare!"
D'altra parte lo sciopero è un diritto individuale che non può essere cancellato o subordinato ad altri diritti altrettanto fondamentali.
"NOI non ci stiamo! Noi scioperiamo!"
"SCIOPERIAMO E SCENDIAMO IN PIAZZA. Quando vi è un attacco a diritti fondamentali (come diritto di sciopero, diritti umani dei migranti, ecc.), insieme alla denuncia politica dobbiamo fare delle giuste AZIONI!"

- Tante operaie, lavoratrici, precarie, sfidando i divieti, hanno detto: “Se siamo buone a lavorare fianco a fianco, siamo buone a scioperare!”.
Nell’emergenza coronavirus sono le lavoratrici, le proletarie nella loro grave, e peggiorata dal lockdown, condizione, sia di lavoro che di vita che sono emerse con forza, e in maniera anche drammatica: i casi emblematici di suicidi nelle lavoratrici della sanità e l’intensificazione dei casi di femminicidi.
Ma queste donne non hanno potuto avere voce come movimento organizzato che ne rappresentasse le istanze e bisogni, ma la prepotenza con cui è tornata la condizione delle donne proletarie con l'emergenza coronavirus ha posto in maniera netta e senza scampo che questo sistema capitalista è la causa e il cancro dell’umanità, e che le donne non hanno da aspettarsi niente da esso ma hanno da rompere le catene che si fanno sempre più strette. E non è un caso che sono state, anche nei mesi di emergenza, le lavoratrici, le precarie, le proletarie, la maggioranza delle donne che non ce la fa a vivere ad aver ripreso la scena!
Certo sono ancora poche, ma sono state e sono l’avanguardia, un esempio per tutte; dalle lavoratrici della sanità che hanno comunque, in tanti modi, portato fuori la loro durissima realtà di sfruttamento, di contagi, fino ai troppi casi di morte; alle lavoratrici delle scuole costrette al lavoro in casa ma senza certo futuro; alle precarie delle mense, delle pulizie, degli asili, dei servizi di assistenza scolastici, che hanno lottato sempre; alle lavoratrici delle Poste, alle lavoratrici degli alberghi, dei call center…
Anche qui sono state soprattutto le operaie la punta avanzata della ribellione delle donne: le combattive operaie, quasi tutte immigrate, della Montello (BG), le operaie dell’Electrolux di Susegana che hanno fatto lo sciopero delle mascherine contro i ritmi di lavoro; poi, le operaie della Meridi s.r.l in Sicilia; le lavoratrici delle mense della Fca; e tante altre piccole e medie fabbriche ecc.
Queste combattenti non si sono fermate, sia dalle case, sia sui posti di lavoro, sia appena possibile con gli scioperi, nei presidi, nelle piazze. Queste sono le “eroine”! 
In questa “emergenza” vogliamo affermare ancora di più la “nostra emergenza”: che tutta la nostra vita deve cambiare!
Questa emergenza ci pone la necessità di riorganizzarci anche in forme nuove, in forme creative.
Noi diciamo NO alla chiusura, a volerci isolare, individualizzare.
SI all’unità, al collegamento, alla socializzazione, partendo anche dai caseggiati, dai quartieri, dai momenti in cui stiamo in fila a fare la spesa, ecc.;
Ci vuole in questo momento la solidarietà attiva, l’aiuto reciproco, non certo per scaricare lo Stato dal rispondere ai bisogni delle donne ma per rafforzare l’unità e la mobilitazione delle donne contro questo sistema.
Organizziamo lo sciopero delle donne in cui come donne facciamo sentire forte la nostra protesta e le nostre ragioni di lotta.