Qualche riflessione sulla questione delle donne nella Resistenza e su come il Partito Comunista d’Italia ha cercato di organizzare questo ruolo delle donne, delle compagne e renderle protagoniste.
Il lavoro di massa da parte del Partito non cessò mai neanche nei momenti in cui si dovette entrare in clandestinità, da qui la capacità del Partito comunista di sapere agire in ogni condizione e di continuare a mantenere il legame con le masse. In questo senso va vista anche la pratica dei “Gruppi di difesa delle donne” nome che poteva sembrare strano per un partito comunista rivoluzionario ma che mostrava l’intelligenza dell’uso tattico di dotarsi di strumenti specifici per legarsi alle masse, in questo caso femminili, al di là della stretta militanza nel partito o dell’aderenza al partito, per mobilitarle, e questo lo si è visto nei fatti in molteplici forme.
Per affermare il ruolo importantissimo delle donne nella Resistenza le compagne, le donne hanno dovuto fare anche una lotta per assumere alcuni ruoli anche di direzione. Questo aspetto è presente anche nell’esperienza dei gap. Il libro "Con cuore di donna" di Carla Capponi - che è stata una gappista - fa emergere bene questo ruolo e la lotta messa in campo da compagne contro atteggiamenti maschilisti da parte dei compagni anche all’interno dello stesso Partito. Uno dei fatti esemplari è che nelle azioni armate alle donne venivano affidati ruoli di supporto. Per esempio, se si doveva fare un’azione dovevano fare le finte fidanzate che distraevano; spesso si impediva che partecipassero all’azione armata in senso stretto.
Carla Capponi invece partecipò in prima fila, ma dovette imporsi. Nel libro racconta un episodio: ruba un’arma su un autobus a un fascista e impone a un compagno del suo gruppo, della sua squadra di insegnarle ad usarla. Poi diventerà una compagna attiva anche nell’attentato di via Rasella.
Negli anni post Resistenza c’è stato un attacco e un tentativo anche di sminuire se non cancellare il ruolo del Pci nella Resistenza, questo per le donne è stato una costante. Hanno dovuto battersi per affermare il loro diritto, rivendicare di essere della Resistenza, ma il loro ruolo nella Resistenza è stato sempre ridimensionato a partire dal fatto che le staffette avrebbero costituito un ruolo minimale, poco importante, di puro supporto. Invece è stato un ruolo fondamentale e anche di grande intelligenza per tenere sempre i collegamenti.
Nella Resistenza il contributo attivo delle donne fu anche come partigiane in montagna; tantissime sono le partigiane che hanno svolto ruoli anche di direzione, sono state commissarie politiche in alcuni casi. Però, come dice la Guidetti Serra, in qualche libro di storia a mala pena si accenna che nascono i Gruppi di difesa della donna.
L’aspetto importante è che sono proprio i comunisti a cogliere questa necessità e a capire come le donne avessero bisogno, qualsiasi estrazione, qualsiasi ruolo nella società rivestissero, di avere una forma di organizzazione che desse loro la possibilità di essere parte di una organizzazione collettiva che rendesse più facile la loro attivizzazione, che in vari modi già c’era ma aveva bisogno di essere organizzata ed elevata. Ed elevata anche la loro formazione politica. Quindi le comuniste in particolare riuscirono a svolgere in tempi rapidi l’addestramento politico, la formazione ideologica, ma anche ad acquisire le norme della clandestinità a cui comunque per lunghi anni si erano attrezzate, svolgendo una qualche forma di lavoro clandestino. Tutto questo riescono a renderlo patrimonio anche delle donne comuni, non abituate a fare questo tipo di attività.
Per le donne comunque, era molto più difficile; la loro attività non veniva immediatamente e in generale accettata all’interno del movimento partigiano, e si ricorda un episodio: le ragazze, le donne salite in montagna per unirsi ai partigiani vengono apostrofate con “sei venuta qui per fare la resistente oppure per fare la prostituta?”.
Anche nella vita quotidiana per il tipo di attività che svolgevano erano comunque soggette a possibili attacchi per il loro comportamento, per cui potevano essere additate come di facili costumi, perché si dovevano muovere pure per tantissimi chilometri, stare in compagnia di uomini che non appartenevano alla famiglia, ecc.
Dopo la Resistenza si sono rese conto del tentativo di cancellare, annullare il ruolo di combattenti che fino ad allora avevano avuto; su questo hanno lasciato tante testimonianze. Per esempio, anche nei cortei della Liberazione viene consigliato loro di non parteciparvi e soprattutto non partecipare armate. Ma loro, le partigiane ci vanno, con dignità e orgoglio.








