26/01/20

Nicoletta Dosio piantonata in ospedale per un intervento chirurgico


dal carcere delle Vallette Torino - info notav

...Nicoletta ha subito un piccolo intervento programmato da tempo all’ospedale di Rivoli. A dire il vero l’intervento era programmato per la scorsa settimana ma poi rimandato per “problemi” ancora non giustificati, ci risulta, dall’amministrazione penitenziaria.
Nicoletta ha dovuto affrontare la cura della sua persona confrontandosi con l’oppressione del carcere, infatti è stata portata a Rivoli da una corposa scorta di polizia penitenziaria che non solo ha “presidiato” il piano e la stanza dell’ospedale, ma ha persino visto la presenza di un’agente donna, all’interno della sala operatoria.
Un qualcosa di abominevole, che rappresenta una volta in più la violenza della privazione della libertà, non rispettando niente e nessuno, nemmeno un minimo principio di riservatezza.
Nicoletta sta bene ora, l’intervento di routine è riuscito e purtroppo rientrerà in carcere in giornata, per fortuna non necessita ulteriori cure o medicazioni, anche perchè se così fosse la sezione femminile non ne è attrezzata.
A Silvano è stato concesso insieme all’avvocato di stare un’ora insieme a lei dopo l’operazione, almeno ha potuto avere un pò di conforto in un contorno orribile.
Nicoletta è forte e consapevole, ma una volta in più la vogliamo libera!

Qui di seguito l’ultima lettera che ci ha spedito Nicoletta:
Care compagne e compagni, datemi notizie sulle vostre vicende giudiziarie
CC Le Vallette, 16/01/2020
Cara Dana,
scrivo a te, ma sono certa che trasmetterai a tutte le compagne e i compagni, anzi, a tutte le donne e
gli uomini del movimento no Tav le mie notizie e il mio affetto.
Sono rinchiusa qui dentro oramai da venti giorni (ancora alla nuove giunte), ma il tempo scorre veloce, soprattutto grazie all’affetto che respiro dai vostri messaggi: mi giungono a centinaia da ogni parte del paese e anche dal resto del mondo; volti e nomi che magari non incontravo da tempo, ma che ora sono qui, bussano alle porte d’acciaio di questa prigione e si affacciano alle sbarre della mia detenzione per dirmi che il mondo delle lotte, fuori, esiste e prende forza anche da questo mio piccolo sacrificio.
In questo momento sono sola in cella; la mia compagna è andata al corso di cucito (qui c’è un lungo elenco di aspiranti, perché frequentare questi corsi permette di percepire un piccolo sussidio, pochi euri che fanno comodo a chi non ha aiuti esterni…e molte qui sono proprio senza “rete”).
Un’ altra giornata se ne sta andando con un sole del tramonto che inonda le finestre delle sezioni maschili e sembra togliere opacità al verde polveroso dei pochi alberi lungo i muri.
Il mio pensiero va alla nostra Valle, alle montagne sopra casa mia (Ermelinda, ci sono già le primule alla Meisonetta?)….e mi ritrovo sul sentiero verso la Clarea….le frazioni…la radura…il sentiero che porta in alto, oltre i cancelli in cui tante volte hanno cercato di fermare le nostre camminate resistenti e poi l’autostrada ed il tumore di quel cantiere, quella malattia che dobbiamo fermare….
Ma l’acqua della Clarea canta ancora…i dolci animali del bosco vegliano sulla terra che, precocemente, si sta risvegliando dai freddi dell’inverno….
Ricordo e provo la dolcezza di un amore che cresce ogni giorno e che nessuna durezza di un carcere può togliermi.
Perciò me ne sto qui serena, perché so che voi, fuori, continuate il cammino ed aumentano enormemente i compagni di lotta.
Con le mie attuali compagne di pena mi trovo bene, sapeste quante storie, quante ingiustizie subite in silenzio! Qui la violenza sulle donne, le umiliazioni, la mancanza di casa e di cibo sono un concentrato di esperienze da ogni parte del mondo. E la solidarietà semplice, senza fronzoli, spesso “petrosa”, diventa un bisogno concreto per la sopravvivenza.
Il carcere è fatto per dividere (sapeste quanto può dividere e suscitare “guerra tra poveri” la convivenza forzata….), ma anche per questo qui diventa più naturale “sentire sulle proprie guance lo schiaffo dato a chiunque, da qualunque parte del mondo”.
Care compagne e compagni, datemi notizie sulle vostre vicende giudiziarie.
Un abbraccio particolare alle mie coetanee e ai miei coetanei “over” e ai più piccoli No Tav, che mi stanno mandando tanti bei disegni e pensieri.
Alle sorelle No Tav l’abbraccio più affettuoso.
Avanti No Tav!!! Nicoletta
Ps: non mi spedite più francobolli: me li sequestrano. Poco per volta, risponderò a tutti. Grazie ancora per i tanti messaggi.

22/01/20

Perchè la lotta contro il 41 bis, per la liberazione di Nadia Lioce e di tutti i prigionieri politici ci riguarda tutte e tutti

In unità con la mobilitazione contro l'arresto di Nicoletta Dosio e degli attivisti NoTav, rilanciamo in tutte le città e a livello nazionale la campagna per la scarcerazione di tutti i compagni arrestati, criminalizzati e perseguiti per le lotte politiche e sociali.

Riapriamo in forme determinate la battaglia contro il 41bis e per la liberazione di tutte e tutti i prigionieri politici nel nostro paese.

Dopo iniziative di lotta e prese di posizione, anche di settori coerentemente democratici nel corso dello scorso anno, è calato un lungo silenzio sulla questione del 41bis ai prigionieri politici rivoluzionari, a Nadia Lioce e sulle condizioni di detenzione delle carceri.
Ma questa lotta contro il 41 bis, per la liberazione di tutti i prigionieri politici rivoluzionari ci riguarda tutte e tutti!

Ricordiamo che da 15 anni Nadia Lioce e altri 2 prigionieri politici delle BR-PCC, sono sottoposti a questo regime duro del 41 bis. Un regime che, per le condizioni estreme di detenzione, rappresenta la negazione dei diritti primari di ogni persona detenuta. Isolamento assoluto e permanente in un ambiente totalmente asettico in cui tutto è negato, dal diritto di parola a quello della lettura, dal ricevere o inviare lettere, all’affettività, persino all’ascolto.
L’estensione delle misure afflittive/punitive di questo regime a settori di alta sicurezza, con la detenzione, lo scorso anno, di 3 compagne anarchiche nel carcere di L’Aquila, ha fatto emergere il filo nero che lega questo presidio di tortura alla repressione sociale e politica, che punta a rompere la resistenza e la solidarietà di classe.
In questo il carcere dell'Aquila, per l'uso continuo, esteso, oltre ogni necessità pur legislativa, di un regime oltremodo duro, di attacco ad ogni dignità umana e che si accanisce in particolare verso le donne, è un'aberrazione anche giuridica, a cui si deve porre fine!

C’è un accanimento ideologico nella detenzione della Lioce e degli altri prigionieri politici in regime di 41 bis. Si vuole piegare l’individuo non solo con l’ergastolo, ma pure con altre restrizioni, anche per mandare un messaggio all’esterno... Il decreto sicurezza del resto, va nella stessa direzione. Si sta inasprendo tutto in vista di un peggioramento generale delle condizioni sociali...” (da un'intervista dell'Avv. di Nadia Lioce, Caterina Calia).
C'è effettivamente un legame tra gli arresti, la condizione dei detenuti politici e i decreti “sicurezza” che, oltre che razzisti e criminali contro i migranti, sono misure per reprimere e criminalizzare le lotte dei lavoratori, le lotte sociali, i normali picchetti di sciopero e blocchi stradali, la resistenza agli sfratti e occupazioni di case, ecc., come lo stanno sperimentando i lavoratori immigrati in lotta.
La disinvoltura con cui varie Procure, vedi quella di Torino, continuano a criminalizzare, spesso con l’accusa di terrorismo (anticamera del 41 bis), i No Tav, le compagne e i compagni che lottano contro la segregazione dei migranti nei CPR e il loro rinvio nei lager libici, chi difende gli spazi sociali, il diritto alla casa e a un lavoro dignitoso, mostra con chiarezza che questa giustizia è di classe e che la classe non conosce categorie e confini.
Per tutte queste ragioni crediamo che la lotta sia una sola. Tutti coloro che lottano contro questo sistema di sfruttamento, di oppressione, di ingiustizia sono nostre sorelle e fratelli e devono essere liberati!

Questa campagna ha bisogno di un ampio fronte, dai movimenti di lotta sociali e politici ai compagni e compagne, dai democratici, giuristi, ai comunisti rivoluzionari, alle avanguardie dei lavoratori, ai sindacati di base, ecc. In cui ognuno e insieme, facciamo la nostra parte, per estenderla in ogni città, piazza, posto di lavoro, carcere e dare continuità, non fermarci fino a risultati.

Soccorso rosso proletario
MFPR
srpitalia@gmail.com; mfpr.naz@gmail.com - 3287223675

Washington 18 gennaio - La protesta delle donne contro Trump

Donne in marcia


Davanti la Casa Bianca

19/01/20

"Col decreto Salvini assistenza non garantita". Così la Svizzera blocca l'espulsione di una donna nigeriana, fuggita dall'Italia per violenza da parte del marito


Di Claudio Del Frate

"Con il Decreto Sicurezza non sono garantite assistenza e cure mediche di cui ha bisogno… L'italia - scrive il tribunale federale - ha tagliato i fondi per l'accoglienza". Al centro del caso una donna nigeriana che aveva chiesto asilo alle autorità elvetiche e che ha bisogno di cure mediche.


Un tribunale svizzero ha bloccato l'espulsione verso l'Italia di una donna nigeriana richiedente asilo ritenendo che, in seguito al decreto Salvini, l'Italia non sia più in grado di garantire una adeguata assistenza umanitaria e sanitaria ai migranti.

Lo ha reso noto l'agenzia Swissinfo citando una sentenza del tribunale amministrativo federale del 17 dicembre scorso. Secondo l'agenzia, il provvedimento seguirebbe una linea tenuta dai giudici elvetici anche in altri casi analoghi.

Dalla Nigeria alla Svizzera - Protagonista del caso è una donna proveniente dalla Nigeria e che si era stabilita in un primo tempo in Italia (dove si era anche sposata). Da qui però la donna era fuggita in Svizzera, in seguito a una serie di violenze subite dal marito, dove aveva presentato domanda di asilo politico.

Nel luglio del 2018 la Segreteria di Stato per l'immigrazione (Sem) di Berna aveva però respinto la domanda interpretando alla lettera l'accordo di Dublino: l'esame della richiesta di asilo spetta al primo Stato in cui il migrante fa ingresso, in questo caso l'Italia. Per la donna si prospettava un accompagnamento alla frontiera di Chiasso ma la sentenza del tribunale federale ha bloccato l'espulsione invitando la Sem a riesaminare più da vicino il caso della donna prestando attenzione "alle condizioni effettive e concrete della presa a carico delle famiglie in Italia nei centri di prima accoglienza".

Il precedente del 2014 - La sentenza del tribunale federale, presieduta dalla giudice Emilia Antonioni, ritiene che in Italia, in seguito al decreto Salvini siano peggiorate le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, in particolare quelli che devono avere accesso a cure mediche specialistiche, come nel caso della donna nigeriana al centro del contendere.
Tutto questo perché il decreto ha smantellato il sistema degli Sprar (che prevedevano un'accoglienza diffusa, in piccoli gruppi), concentrando invece l'accoglienza in strutture di grandi dimensioni. Il tribunale - secondo quanto riporta Swissinfo - ha anche rilevato che le sovvenzioni statali per l'assistenza ai migranti sono state tagliate. I giudici si sono mossi anche sulla base di una precedente sentenza del 2014 (caso Tarakhel) in cui si raccomandava di espellere migranti solo nel caso venisse loro garantita dal paese di destinazione una adeguata assistenza umanitaria, sanitaria e giuridica.

"Tenere conto del decreto Salvini" - "Tenuto conto dei cambiamenti avvenuti in seguito all'entrata in vigore del Decreto Salvini - dice un passo della sentenza - il Tribunale è del parere che la giurisprudenza Tarakhel deve essere estesa alle persone che soffrono di malattie (somatiche o psichiche) gravi o croniche, che necessitano una presa a carico immediata al loro arrivo in Italia". Da qui la richiesta di allontanare la donna nigeriana - e tutte le persone che si trovassero nella sua identica situazione - solo dopo essersi assicurati che l'Italia garantisca livelli di assistenza adeguati. Il dipartimento dell'immigrazione ha a sua volt a diffuso una nota in cui afferma che la sentenza viene applicata solo nei casi "di persone e famiglie che necessitano di cure mediche immediate".

1.114 espulsi verso l'Italia - Il flusso di migranti tra l'Italia e la Svizzera risente dell'andamento generale degli sbarchi dal sud del Mediterraneo ed è drasticamente calato negli ultimi anni. Tuttavia ancora oggi diverse centinaia di persone l'anno riescono ad attraversare il confine di nascosto. Applicando l'accordo di Dublino sui richiedenti asilo le autorità elvetiche tra gennaio e novembre del 2019 hanno rimandato in Italia 1.114 richiedenti asilo.


Turchia - la prigioniera politica Nurcan Bakir si uccide per protestare contro la repressione nelle carceri


La prigioniera politica Nurcan Bakir (47 anni di età, in carcere da 28 anni e gravemente ammalata) si è tolta la vita in cella per protestare contro la repressione nelle carceri turche e denunciare le condizioni indegne in cui versano i detenuti.

Contro la sua volontà Nurcan era stata trasferita dal carcere femminile di Gezbe a quello speciale di Burhaniye, prigione chiusa di tipo T che sorge nei pressi di Mardin (provincia Balikesir, nella regione di Marmara).

Una ritorsione – tale trasferimento – per la sua partecipazione allo sciopero della fame di massa indetto l’anno scorso per protestare contro l’isolamento totale imposto al leader curdo Ocalan.

Al suo rilascio definitivo mancavano ancora due anni e lei si era quindi rivolta alla Corte di Giustizia Europea per i Diritti Umani affinché, date le sue condizioni di salute, potesse essere rilasciata prima.

Nel suo ultimo contatto con familiari (una telefonata del giorno precedente) aveva detto di non voler “tacere di fronte alla repressione”, ma soprattutto di ricordare “ogni notte nei sogni i suoi figli assassinati dal regime”.

Inizialmente il suo corpo era stato portato all’Istituto di Medicina Forense di Bursa e qui trattenuto in quanto pare mancassero alcuni documenti.

Altri problemi dalla direzione del cimitero di Bursa che ha reso problematica (rifiuto di un mezzo di trasporto, proibizione di trasportarlo in aereo) la restituzione della salma alla famiglia.

Nurkan Bakir verrà sepolta nel villaggio di Kayakdere (nel distretto Omerli di Mardin) dove nel pomeriggio di questo 16 gennaio i suoi parenti si stanno dirigendo trasportandone i resti con i propri mezzi.

Seguiti e controllati da uno spiegamento di polizia. Sicuramente le forze dell’ordine cercheranno di impedire che la cerimonia funebre si svolga pubblicamente diventando un momento di lotta e protesta contro Erdogan.


18/01/20

A Sanremo si cantano i femminicidi e si insultano sessualmente le donne.

«L'ho ammazzata, le ho strappato la borsa. C'ho rivestito la maschera». Su queste parole, il videoclip mostra il cantante muoversi di fronte ad una ragazza legata mani e piedi a una sedia e con un sacchetto sulla testa, mentre cerca di liberarsi.
Junior Cally, a differenza di Sfera Ebbasta, non è conosciuto dal mondo adulto; è un rapper romano, si esibisce con la maschera ed è stato invitato al 70mo Festival di Sanremo. 
In occasione del programma «I soliti ignoti» dello scorso 6 gennaio, il conduttore Amadeus lo ha introdotto come ultimo dei 24 Big in gara, dicendo  che «in meno di 3 anni ha sfiorato quota 100 milioni di streaming» ed è «in vetta alle classifiche dei dischi più venduti con il suo ultimo album». È tutto vero, così come è vero - aggiungo io- che ha un profilo Instragram con oltre 380mila followers.
Ma quali sono i contenuti di questo grande successo decretato in rete da ragazzini sempre più bambini? Tralasciando diverse questioni comunque problematiche dal punto di vista educativo, andiamo ad analizzare come la donna viene trattata nelle sue canzoni già presenti in rete e che costituiscono il suo curriculum, visto che è stato inviatato ad un Festival «all'insegna della donna», come ha dichiarato il conduttore della manifestazione in una recente intervista al Corriere.
Nel brano «Strega» possiamo ascoltare insulti a sfondo sessuale all'indirizzo di una ragazza: «Lei si chiama Gioia, ma beve poi ing**ia. Balla mezza nuda, dopo te la d*. Si chiama Gioia, perché fa al tr**ia, sì, per la gioia di mamma e papà». Poi, il testo si trasforma in un'aggressione verbale: «Questa [Gioia ndr] non sa cosa dice. Porca tr**a, quanto ca**o chiacchera? L'ho ammazzata, le ho strappato la borsa. C'ho rivestito la maschera». Su queste parole, il videoclip mostra il cantante mascherato come sua consuetudine che si muove minacciosamente di fronte ad una ragazza legata mani e piedi ad una sedia e con un sacchetto sulla testa, mentre si divincola per liberarsi: se le parole e le immagini hanno un valore, qui abbiamo la rappresentazione di una costrizione violenta ed il racconto di un femminicidio [«l'ho ammazzata»]. Queste sono alcune immagini tratte dal videoclip [minuto 0:47]. Il tutto avviene tra insulti indicibili, in parte sopra riportati.