19/07/26

Serve un movimento femminista proletario rivoluzionario

Riproponiamo un intervento.

La questione “quale femminismo oggi?” è importante. Noi diciamo, non da oggi ma a maggior ragione oggi in cui “la borghesia veste donna”, si traveste da donna per dimostrare, alla faccia della dura realta’ in cui la maggioranza delle donne vive, che la condizione delle donne invece va avanti, e questo sarebbe dimostrato con la peggiore figura attualmente delle donne, la Meloni fascista, che ciò che serve è un movimento femminista proletario rivoluzionario. 

Ognuna di queste parole: movimento, femminista, proletario, rivoluzionario, è importante.

Quando diciamo: movimento, è perché il femminismo è prima di tutto lotta, ribellione allo stato di cose esistente; il femminismo non è separabile dalla lotta, si è sviluppato cosi’ nella storia, in momenti decisivi attraverso appunto un movimento, spesso molto grande, di lotta, cosi’ è stato anche in Italia negli anni ‘70. Questo vuol dire che chi parla di femminismo ma non organizza le donne, le lotte su ogni terreno di sfruttamento, oppressione, di violenza sessuale, una lotta quasi quotidiana, non è “femminista”. D’altra parte è solo nelle lotte che le donne prendono coscienza che la propria condizione non è ineluttabile, eterna, “biologica”; nelle lotte si uniscono e vedono che attraverso l’unione è possibile cambiare questa condizione.

Ma deve essere un movimento femminista. E su questo dobbiamo fare un po' di chiarezza. “Femminista” nel senso che raccoglie tutte le espressione di ribellione delle donne su tutti gli aspetti di oppressione, sfruttamento, e in tutti gli ambiti. Quando i borghesi attaccano (per loro in senso dispregiativo) come “femminista” ogni manifestazione di ribellione, di protesta delle donne, di controtendenza, di denuncia della propria condizione di oppressione senz’altro, allora “siamo tutte femministe”.

Le rivoluzionarie, le comuniste non sono su una montagna, devono raccogliere ogni forma di ribellione al sistema capitalista esistente. In questo senso diciamo che proprio le donne proletarie devono essere “più femministe delle femministe”, perchè è interesse nostro, della maggioranza delle donne sviluppare, far avanzare la ribellione delle donne su ogni aspetto di oppressione.

Femminismo significa rivendicare l’imprescindibilita’ del protagonismo delle donne, della loro marcia in più. Poi torneremo su questa questione della “marcia in più”.

Il problema non è solo di lotta. Tutti lottano, i proletari lottano, i giovani lottano, però il problema assolutamente necessario è che nella lotta le donne, le ragazze siano protagoniste, siano anche dirigenti nel movimento proletario, anticapitalista.

In questo senso dire il capitalismo sfrutta sia le donne che gli uomini (benchè anche su questo non è la stessa cosa, anche se la radice è uguale), dire che abbiamo interessi comuni, di classe a lottare contro questo sistema sociale, è vero, però come avviene questo, cosa è necessario perchè le donne siano effettivamente protagoniste di questa lotta? Noi diciamo che è necessario un’organizzazione delle donne, specifica delle donne; un’organizzazione che permetta quelle condizioni pratiche, ideologiche in cui le donne possano riconoscere la loro condizione di doppia oppressione, non individuale ma collettiva, frutto di questa societa' capitalista, e quindi sentirsi forti. E in questo portare nel movimento proletario più generale una ricchezza, quella marcia in più, di cui parlavamo prima.

Le donne senza una propria organizzazione, le lavoratrici senza una propria organizzazione come proletarie donne non possono pesare realmente nella lotta di classe.

E' necessaria un'organizzazione delle compagne nelle organizzazioni rivoluzionarie, nei partiti comunisti marxisti-leninisti-maoisti. Non è un caso che li’ dove ci sono state, negli anni passati in cui era in corso una guerra popolare in Perù, in Nepal, o oggi in India, il ruolo delle donne è enormemente cresciuto.

Su questo, diceva una compagna comunista del Nepal, quando c’era la guerra popolare in corso: “Noi dobbiamo criticare le femministe piccolo borghesi che, dato il loro retroterra di classe, sono più sensibili alla rivendicazione dei diritti di sesso che a quelli di classe, arrivando inevitabilmente al riformismo, o, nella versione moderna, al femminismo post modernista.
Ma aggiungeva, e aggiungiamo anche noi, nello stesso tempo, bisogna stare attenti a che la questione delle donne non venga posposta a causa di un eccesso di zelo nell'applicazione della contraddizione di classe – non una sottovalutazione della contraddizione di classe ma un “eccesso di zelo” - questo porterebbe ad un settarismo di “sinistra” verso l’intero movimento femminista.

Così come è necessaria un’organizzazione specifica delle donne anche nei sindacati, di base, nei sindacati classisti e combattivi, dove senza che le lavoratrici affrontino e portino l’insieme della loro condizione, e del loro protagonismo positivo in termini di ricchezza, vediamo quello che succede: nelle assemblee anche di questi sindacati sono pochissime le lavoratrici che prendono in mano le assemblee, che intervengono, che decidono sulle varie questioni. 

Per la condizione che subiscono, le donne portano nella lotta l’insieme della loro condizione; partono dalla condizione che vivono sul posto di lavoro, ma poi inevitabilmente parlano della loro vita in famiglia, della questione dei figli, dei problemi col marito, sessuali. Per questo alle proletarie non basta ottenere un risultato dalla lotta, che comunque è poca cosa rispetto all’odio verso tutto quello che subiscono, rispetto al fatto che tutta la vita deve cambiare. Allora non ci si può fermare anche se si sono ottenuti alcuni risultati. Questo deve essere riconosciuto anche dai lavoratori maschi, anche dalle organizzazioni sindacali combattive e di classe, anche dalle organizzazioni rivoluzionarie, comuniste

Ma serve non un generico “femminismo” ma un femminismo proletario. Perchè non si tratta di una specificita’ femminile come astratto problema di genere, ma di un femminismo espressione della maggioranza delle donne che sono proletarie, lavoratrici, precarie di oggi e di domani, che sono oppresse dentro e fuori la famiglia, donne che non hanno nulla da difendere ma hanno doppie catene da spezzare. Un femminismo che non ha da migliorare questo sistema capitalista - o, come dice Nudm: da perseguire una “trasformazione radicale del sistema produttivo capitalista” - ma da rovesciare questo sistema; un femminismo che afferma l'incompatibilità, inconciliabilità delle donne con ogni aspetto, economico, politico, sociale, culturale, ideologico di questo sistema e lotta perchè “tutta la vita deve cambiare”. Un femminismo proletario perchè questo sistema sociale capitalista è di classe, questo Stato è di classe, questo Governo, questi partiti parlamentari sono di classe, la loro politica si fonda sulla lotta di classe quotidiana, perchè il maschilismo, il clericalismo, il fascismo sono espressione di una classe capitalista, imbarbarita e putrefatta. E' soprattutto tra le proletarie che si pone l'emergenza di fondere la lotta di classe con la lotta di genere.

Questo femminismo deve combattere ogni forma di interclassismo. Noi non siamo affatto partigiane delle donne che scalano il potere in questo sistema; anzi la storia e la realta’ ci dimostra che spesso le donne al potere sono “più realiste del re” in senso negativo.

E questo vale sicuramente oggi per le donne al potere che portano avanti gli interessi espliciti del capitale, dell’imperialismo; e quindi sostengono la guerra, lo scarico della crisi sui proletari e le masse popolari. Noi dobbiamo attaccare le donne dei partiti dell'opposizione che vogliono dare una veste nuova ad un riformismo vecchio, e in questo essere anche più pericolose delle fasciste per lo sviluppo delle lotte, perchè mascherano, dietro il discorso di "diritti sociali", che poi diventano diritti sociali essenzialmente per la piccola borghesia, la condizione della maggioranza delle donne che va sempre peggiorando.

Questo movimento femminista proletario non può che essere rivoluzionario: non c’è liberazione senza rivoluzione e la lotta delle donne possiamo dire che è la lotta più inconciliabile anche ora con qualsiasi aspetto del riformismo, anche quello apparentemente radicale; perchè la condizione delle donne è di un attacco a 360 gradi, di oppressione senz’altro  e qui torniamo al discorso di "uomini/donne, tutti siamo sfruttati, oppressi". Certo, ma per le condizioni storiche, economiche, su cui ora non possiamo soffermarci, l’oppressione verso le donne è come se sintetizza tutte le oppressioni, verso tutte le masse popolariPer questo parliamo di oppressione senz’altro, perchè è totale, è una violenza “sistemica” di questa società capitalista, che non può essere riformata ma rovesciata con un processo rivoluzionario, in cui le donne – dall'inizio - siano l'anima e la forza più generalista, più coerente, più radicale di una rivoluzione che vada a fondo, una rivoluzione nella rivoluzione, che trasformi la terra e il cielo.

Non ce la siamo inventati noi, è una condizione storica e attuale delle donne, di attacco a 360 gradi e quindi di necessita’ di una lotta a 360 gradi. Per questo: non c’è liberazione senza rivoluzione, ma non c’è rivoluzione senza liberazione delle donne.

Le donne essendo le prime ad essere state soggiogate nella storia dell'umanità, saranno le ultime ad essere liberate, da qui la loro spinta a portare la rivoluzione a forme più alte, dalla rivoluzione socialista ad una rivoluzione nella rivoluzione. Perchè il veicolo della trasformazione dalla terra al cielo della società sono principalmente le donne. Per questo coloro che vogliono mantenere lo status quo cercano sempre di bloccare questo veicolo.

Occorre una Rivoluzione culturale proletaria - assumendo il grande esempio della Cina socialista - e che tocchi le questioni sovrastrutturali, che trasformi le idee patriarcali, che permangono nel sistema odierno capitalista o si vestono di "moderno patriarcalismo". - Le violenze sessuali non sono patrimonio solo dei borghesi, sono frutto di concezioni, pratiche che sono presenti anche tra i proletari. E ci sono anche tra i compagni – diceva il Partito Comunista dell’India maoista che decine e decine di atteggiamenti, concezioni maschiliste erano presenti anche tra i compagni comunisti, che pur morivano per la lotta. 

Lo stesso Lenin, nel suo famoso discorso con Clara Zetkin diceva ad un certo punto parlando della sottovalutazione da parte dei compagni della donna e del suo lavoro: "Disgraziatamente si può ancora dire di molti compagni: "Gratta un comunista e troverai un filisteo!". Evidentemente do­vete grattare il punto sensibile: la loro concezione della donna".

Quindi, è prima di tutto dalla condizione oggettiva che nasce la “marcia in più”. Non è un valore morale, è un’analisi scientifica.

Questa coscienza che le donne hanno una marcia in più spiega perchè la battaglia delle donne non è un’appendice della lotta di classe ma è parte della lotta di classe, del movimento proletario rivoluzionario, e porta una visione radicale. 

MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO

17/07/26

Lettera di una professoressa: “Paghiamo dazio a un sistema schizofrenico per fare il lavoro più bello del mondo”

"Se leggete i decreti ministeriali che arrivano da Roma, parliamo di competenze digitali, di transizione pedagogica, di riforme strutturali con l’acronimo sempre aggiornato – tutte cose in cui restiamo comunque puntualmente indietro rispetto a quanto l’urgenza educativa richieda. Non solo. Se lo chiedete a me, disillusa e afflitta dalla giornata della scorsa settimana, quella in cui ho completato il mio “percorso abilitante da 30cfu”, vi parlo anche di un enorme, legalizzato mercato dei titoli in cui noi siamo la merce e lo Stato è il primo grande complice.
Devo parlare di conti correnti svuotati e di un bonifico da 2.500 euro fatto solo per comprare il diritto di lavorare. Più altri 150 euro, s'intende, come tassa di sbarco per l’esame finale. Il prezzo fisso per farsi guardare in faccia da una commissione, dopo mesi passati a guardare il nulla.
Il giorno dell’abilitazione e altre cose orribili che non farò mai più è andato in scena la scorsa settimana, in una sede d'esame di un'università telematica a Napoli. In cambio di quelle cifre, il deserto dei servizi: una fiumana di denaro impressionante che si riversa nelle casse di privati che non garantiscono ai corsisti nemmeno un parcheggio in sede, posti a sedere per tutti o aria condizionata funzionante il giorno della resa dei conti. Ma il primo atto è iniziato mesi fa, davanti a uno schermo. Il percorso formativo che lo Stato ci impone di pagare a questi colossi dell’istruzione a distanza si consuma in aule sature, durante maratone da dieci ore consecutive.
Funziona così: entri in una stanza della tua città, firmi un foglio e passi la giornata a fissare un monitor. Dall'altra parte, un docente in videoconferenza, con la voce che gratta e salta ogni tre minuti, parla contemporaneamente a decine di aule specchio in tutta Italia, divise per classi di concorso, da Vipiteno a Lampedusa. Un monologo asettico, privo di qualsiasi reale scambio pedagogico, mentre i contatori delle ore scorrono per certificare una presenza puramente burocratica. Questa non è formazione. È la burocrazia che si nutre di se stessa, ignorando completamente le competenze che molti di noi hanno già acquisito sul campo, anno dopo anno, supplenza dopo supplenza. Dietro la farsa delle lezioni "in presenza" c'è un dispendio economico ben più lauto dei soli costi di iscrizione, una tassa invisibile che lo Stato finge di non vedere. Parlo dei sacrifici di chi lavora a centinaia di chilometri da casa, magari al Nord, dove c'è maggiore disponibilità di convocazioni per le supplenze. Colleghi che per mesi, nei fine settimana, sono costretti a fare i pendolari d'Italia, a pagare biglietti del treno last minute e a prenotare stanze d'albergo improvvisate nei pressi delle sedi d'esame pur di non perdere le lezioni obbligatorie. Un salasso finanziario continuo che prosciuga quei pochi risparmi messi da parte con fatica.
Quando entri in un'aula scolastica, capisci l'immenso, spaventoso valore di questo mestiere. Oggi la scuola pubblica dovrebbe farsi carico di problematiche di incommensurabile valore: prima tra tutte quella di un’educazione sessuo-affettiva strutturata, o di una reale educazione alla cittadinanza per generazioni disorientate. Sono compiti cruciali che lo Stato puntualmente ignora, lasciando che tutto questo vuoto educativo ricada unicamente sulle spalle di chi, intanto, subisce il ricatto del precariato. Una richiesta incomparabile, che non trova riconoscimento in nulla: né nello stipendio, che evapora prima del venti del mese, né nella dignità sociale.
L’esame si è svolto in questo preciso clima surreale: una transumanza di candidati chiamati a scaglioni in corridoi che erano una bolgia immobile, satura di un caldo che sapeva di sconfitta. Lì dentro, la commissione, sfinita quanto noi, procedeva a ritmo industriale. Pochi minuti a testa. Domande standardizzate per liquidare una pratica che non doveva valutare la nostra capacità di stare in classe o la nostra sensibilità educativa, ma solo ratificare un percorso già pagato. Eravamo numeri di matricola su un faldone. Eppure eravamo lì, ad aver pagato per essere esaminati, ancora, solo per ottenere un bollino d'accesso. Provate a camminare con me in quei corridoi, rallentate il passo e guardate le persone in fila. A far mancare l'aria non era solo l'afa, ma l'età media di quel limbo. Non c’erano ventenni freschi di laurea con i sogni intatti e l'ansia del primo voto. C’eravamo noi. La generazione di trenta e quarantenni – e non solo, purtroppo. Gente con la vita già incastrata nell'età adulta, intrappolata in un limbo amministrativo permanente. C’erano donne sedute sui gradini a calibrare i tempi dell’allattamento tra una chiamata e l’altra, padri che spingevano passeggini stringendo dispense stropicciate, colleghe visibilmente al termine della gravidanza.
Perché ora, anche a queste condizioni? Perché c’è la scadenza di giugno. Perché se non ottieni questo benedetto pezzo di carta entro la chiusura delle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze), tu scompari dal sistema per i prossimi due anni. Diventi invisibile. Il tuo affitto non viene pagato, le tue bollette scadono, la tua spesa non si fa. E qui si inserisce l’inganno più sottile, quello specificamente riservato alle donne. Viviamo in un Paese che ci bombarda con la retorica della natalità e della famiglia, che ci chiede di fare figli per salvare il futuro demografico, ma che contemporaneamente ci nega la stabilità finanziaria per mantenerli. La società scarica interamente il carico di cura sulle nostre spalle, e molte colleghe "ripiegano" sulla scuola proprio perché pensano sia l'unico lavoro conciliabile con la gestione di una famiglia. Ma la scuola si rivela una trappola mobile: un eterno precariato in cui devi destreggiarti tra i figli a casa e l'ansia di un punteggio che si compra con il denaro.
È l'economia del ricatto puro: "Se non lo compri tu, lo compra il collega accanto e ti supera in graduatoria". Mezzo punto vale almeno una mensilità di stipendio.

10/07/26

Un libro utile da leggere - "La potenza delle madri"

Dall'intervista di Alessandra Pagliaru - su Il manifesto
L'intervista Parla Fatima Ouassak, ecofemminista francese di origine marocchina. «La potenza delle madri» (Tangerin) racconta la lotta del «Front de mères», sindacato di genitori
Fatima Ouassak
Cofondatrice del Front de mères, sindacato di genitori degli alunni dei quartieri popolari

«Molte grandi lotte sociali – operaie, contadine e anticoloniali – sono state condotte da organizzazioni di madri. Quello che volevo dire è: la questione non è se le madri costituiscano o meno una forza politica. Il fatto è che hanno sempre costituito una forza politica, in tutto il mondo». Così si esprime Fatima Ouassak, a proposito del suo La potenza delle madri edito da Tangerin.

Quando ha capito che il senso di impotenza che tante madri provano di fronte alla scuola, alla polizia o alle disuguaglianze sociali potesse trasformarsi in una forza collettiva in grado di sostenere una lotta universale?
Va detto che, per due motivi, sono erede di culture in cui il ruolo sociale e politico delle madri è importante. Innanzitutto grazie alla mia cultura mediterranea e musulmana, in cui il ruolo delle madri è molto più riconosciuto e valorizzato che in Francia, ad esempio. Le ragioni di questa «valorizzazione» del ruolo delle madri sono complesse. Ovviamente, sono influenzate da rappresentazioni patriarcali. Ma non è solo questo. C’è anche un forte riconoscimento del «lavoro» di riproduzione, educazione e trasmissione, nonché di una «funzione» comunitaria. E questo è molto positivo. Nell’Islam si dice che «il paradiso è sotto i piedi delle madri». Per me questo simboleggia proprio tale riconoscimento.
In seguito, sono cresciuta in un quartiere popolare in Francia dove le madri svolgevano un ruolo molto importante, non solo a casa, nell’ambito dell’educazione, ma anche nella comunità e nella sfera pubblica: lì hanno svolto un ruolo di coesione – e di controllo, bisogna ammetterlo – sociale. Lo abbiamo visto chiaramente durante il confinamento dovuto alla pandemia di Covid nel 2020/2021: in Francia, nei quartieri popolari, sono state le madri a permetterci di organizzarci, di organizzare le nostre iniziative di solidarietà alimentare, per esempio, e di sopravvivere.
Devo aggiungere che ho compreso ancora di più il potenziale di potere delle madri quando ho avuto figli io stessa. Perché io stessa ho vissuto un’esperienza paradossale: provare un senso di potere nel «dare la vita» e, in un certo senso, nel «creare il mondo», e allo stesso tempo provare l’esatto contrario, ovvero la sensazione di essere vulnerabile, più debole, meno rispettata, il cui corpo può essere manipolato senza il mio consenso, ad esempio dai medici.

La sua esperienza a Bagnolet ha profondamente trasformato la sua concezione della politica. Nel suo libro, lei traccia una genealogia che collega il nostro presente a una storia molto più antica, radicata nel colonialismo e nelle migrazioni. Perché era importante, per lei, ricostruire questa memoria?
Volevo soprattutto mettere in relazione il rapporto che le istituzioni intrattengono oggi con i bambini non bianchi e musulmani con quello che le istituzioni coloniali intrattenevano nei confronti dei bambini non bianchi e musulmani nelle colonie, ma anche nella Francia metropolitana. Prendo l’esempio di Fatima Bedar, che fu gettata nella Senna a Parigi dalla polizia francese il 17 ottobre 1961, data buia della storia della Francia, quando la Repubblica francese uccise centinaia di algerini e algerine che manifestavano pacificamente per la libertà e l’uguaglianza. Tra le vittime, la giovane Fatima Bedar, di 15 anni. Nomino anche l’esempio della piccola Malika Yezid, di 8 anni, torturata dai gendarmi in Francia negli anni ’70 e morta a causa di quella tortura. In entrambi i casi, gli agenti di polizia hanno goduto dell’impunità. Queste due bambine non sono state considerate come bambine. Parlo di un processo di «de-infantilizzazione»: non trattare i bambini non bianchi come bambini, ma come una minaccia: questa bambina non è una bambina, è un’araba. Questo processo coloniale e razzista di «de-infantilizzazione» è ancora oggi valido in Francia e in Europa.
Lo stesso vale a Bagnolet, dove si costringono i bambini di 3 anni a mangiare carne alla mensa con il pretesto di garantire loro «la libertà di non essere musulmani», ovvero senza rispettare la loro libertà di coscienza e di culto, il loro diritto fondamentale a ricevere dai genitori la propria cultura e religione. Questo obbligo di mangiare carne alla mensa scolastica a Bagnolet, nella Francia di oggi, può sembrare aneddotico rispetto alla storia di Fatima Bedar e Malika Yezid. Ma per me si tratta di un continuum coloniale che si riscontra ovunque, in tutti gli ambiti sociali.

In che modo il «potere» di cui parla può essere concepito come una costruzione politica invece che come un destino biologico? E cosa si perde quando la maternità viene abbandonata alle retoriche della destra?
Quando il libro è uscito in Francia, nel 2020, mi sono trovata di fronte a questa questione: il rischio che la mia analisi venisse strumentalizzata dalle reti di estrema destra, in relazione al concetto di «tradwife». Ma questa preoccupazione all’interno della sinistra, alla lettura e all’accoglienza riservata al mio libro, è durata due minuti. Fin dalle prime pagine del libro, parlo dei movimenti dei genitori, delle madri in particolare, che nel 2012 si sono mobilitati a milioni contro «il matrimonio per tutti», che è stato definito «matrimonio gay». E proprio a questo proposito affermo: ecco i nostri nemici politici che strumentalizzano i propri figli, mettendoli in primo piano, in un contesto ideologico e politico di odio omofobo, di rifiuto, di ingiustizia e di disuguaglianza. È nostra responsabilità non lasciare che «le madri» diventino il soggetto politico dei reazionari, che siano la «madre cuscinetto» incaricata di riprodurre l’ordine sociale stabilito. Sì, è vero, le madri possono essere mobilitate come soggetto reazionario. In Francia come in Italia, è proprio questo che ci si aspetta da loro: placare la rabbia dei bambini, insegnare loro a «stare al proprio posto», ecc. Ma è proprio questo che propongo di combattere: fare delle «madri» un tema politico rivoluzionario, rifiutare il ruolo di «madri cuscinetto», rifiutare di essere quelle creature inoffensive che esistono «solo in casa» (in francese c’è questa espressione per riferirsi alle madri: «mère au foyer», come se le madri non esistessero più nel loro ruolo sociale e politico una volta varcata la soglia di casa…).

I bambini, le generazioni future, sono presenze che trasformano il nostro modo di concepire la crisi ecologica. Perché, secondo lei, la giustizia climatica e la giustizia sociale sono indissociabili?
In Europa, gli ambientalisti parlano spesso delle «generazioni future». Nei quartieri popolari non si dice «le generazioni future», si dice «i nostri bambini», «i nostri bambini, proprio ora, non nel 2090»; si parla delle loro condizioni materiali di vita oggi: cosa mangeranno oggi, è sano o è veleno, che aria respirano? È salubre? È inquinata? Pensare all’ecologia partendo dalle condizioni materiali di vita dei bambini significa radicare l’analisi delle conseguenze del cambiamento climatico nella terra e nelle condizioni materiali di vita: significa essere concreti.
Ci viene ripetuto che siamo «tutti sulla stessa barca», mentre in realtà sono proprio coloro che sono meno responsabili del cambiamento climatico (delle emissioni di gas serra) a pagare il prezzo più alto di questo fenomeno: salute, benessere, condizioni di lavoro, mortalità.
È urgente rifiutare questa favola della «stessa barca» e collegare la giustizia sociale alla giustizia climatica. Abbiamo bisogno di una rivoluzione comunista, decoloniale e internazionalista per affrontare l’emergenza climatica.

Per lei, il problema non è solo che alcuni bambini, in particolare quelli delle classi popolari, dispongano di minori opportunità, ma che il sistema riduca il campo dell’immaginabile. Cosa significa mantenere aperto quello che lei chiama il «campo del possibile»? E come, questo modo di pensare, può oggi ispirare le altre lotte?
Bisogna riflettere sulle conseguenze del cambiamento climatico partendo dai bambini, dalle loro condizioni materiali di vita. Ma bisogna anche immaginare le soluzioni e gli orizzonti emancipatori partendo dai bambini. Bisogna, ad esempio, pensare a «città a misura di bambino», città più vivibili, dove i bambini abbiano più spazio per giocare (spazio sottratto alle auto!), più sicurezza per muoversi in tranquillità (senza controlli di polizia basati sul «profilo razziale», è dimostrato in Francia che questi controlli di polizia sono razzisti; la mia analisi è che servano a costringere a rimanere nei quartieri i giovani non bianchi che vivono nei quartieri popolari), dove abbiano maggiore accesso a cibo sano e di qualità, ecc. Città in cui i bambini abbiano la possibilità di ritrovarsi nell’«agorà», perché credo fermamente nella loro capacità di agire. Anche i bambini sono un soggetto politico rivoluzionario. Noi adulti li priviamo di ogni potere, con il pretesto di «proteggerli». Ma non è vero: li proteggiamo ben poco, siamo noi i responsabili della maggior parte delle violenze che subiscono. Il minimo che possiamo fare è lasciare loro spazio affinché imparino a difendersi: delle agorà, appunto.

Violenza sessuale 'dopo 20 secondi', condannato in Appello bis il sindacalista. La vittima: "C'è sollievo"

Finalmente e' arrivata, ma una condanna non cancella gli otto anni di vita che quella donna ha dovuto sacrificare.
La storia dei “20 secondi” è diventata quasi un simbolo: non per la brevità dell’atto violento, ma per la lunghezza devastante delle conseguenze che lei ha dovuto sopportare, un prezzo altissimo, non solo per la violenza subita, ma per tutto ciò che è venuto dopo: il processo infinito, la diffamazione, l’isolamento, il dover cambiare lavoro perché chi avrebbe dovuto sostenerla ha invece scelto di screditarla. Questo è un meccanismo che purtroppo conosciamo, dove la vittima viene processata più del colpevole.
Questa condanna è importante perche riconosce la violenza senza minimizzarla, nonostante la narrazione tossica dei “20 secondi”.
Smentisce la cultura del sospetto che spesso circonda le donne che denunciano. Segna un precedente contro comportamenti diffamatori e intimidatori, anche da parte di figure sindacali che dovrebbero tutelare chi lavora e non distruggere.
Il punto politico e sociale di questa storia dimostra quanto sia fragile la posizione delle donne che denunciano violenza: non basta il coraggio di parlare, serve resistere a un sistema che spesso le punisce per averlo fatto. E quando la vittima deve cambiare lavoro per colpa di chi l’ha screditata, siamo davanti a una forma di violenza istituzionale, non solo individuale.
Siamo dentro un sistema che, tagliando fondi e indebolendo le politiche di tutela, diventa parte della violenza.
La violenza sessuale non è un’emergenza: è il prodotto di un sistema che ha scelto di non sostenere le donne.
Un sistema che taglia i fondi ai centri antiviolenza, che indebolisce le politiche di tutela, che riduce gli spazi di libertà, che minimizza la gravità della violenza, non è un sistema neutrale.
Non possiamo accettare che la sicurezza delle donne venga trattata come un tema secondario e la vita delle donne sia sempre sacrificabile.
NON BASTA CAMBIARE LE REGOLE
BISOGNA CAMBIARE IL SISTEMA
NOI NON SIAMO FRASTORNATE, MA SEMPRE PIU' INCAZZATE.

MFPR MILANO

Oggi, mentre scriviamo, arriva la notizia di un altro femminicidio. Un’altra donna uccisa, un’altra vita spezzata, un’altra conferma che il sistema non funziona. Non importa il nome, l’età, la città: importa che continua a succedere. E continua a succedere perché chi dovrebbe sostenerci ha scelto di non farlo.
"Uccisa dal marito in casa, 'uno strazio che colpisce Loreto e l'Italia'
Residenti sotto choc. Il sindaco valuta giornata di lutto cittadino: 'siamo frastornati'
LORETO, 10 luglio 2026, 11:48