10/08/26
"Il caldo che brucia chi cuce i nostri vestiti" - In India - Bangladesh - Cambogia...
09/08/26
Le lavoratrici, in questa estate troppo calda e faticosa, sono state al centro non solo del peggioramento della condizione delle donne, ma anche della protesta, scioperi, lotte
Sulle rappresentazioni del femminile nel Film "Odissea" - Un commento (stralci) che riportiamo
Di Viola Carofalo
Circe la strega
"...Uso volontariamente questa definizione inusuale, a dispetto del più ricorrente “maga”, perché la Circe di Nolan... riprende perfettamente l’immaginario legato alle streghe: il pentolone, il corvo, i capelli spettinati. Ha il viso segnato dalle rughe e i capelli arruffati – altro che incantatrice e maliarda affascinante e magnetica – è una donna di mezza età che ricalca lo stereotipo trito e ritrito della “zitella”, solitaria e frustrata, che sembra averne passate molte, troppe (o è solo pregiudizio e risentimento il suo? Non è dato saperlo) e allora si è isolata, odia gli uomini e cova vendetta...
Quando i compagni di Ulisse arrivano nella sua casa a dispetto della loro gentilezza – chiedono solo del cibo, non sono suggerite, dai loro comportamenti e parole, minacce o violenze di alcun tipo – lei li trasforma in “ciò che in realtà sono”: orribili porci. Mentre questi uomini, che sembrano aver commesso l’unico crimine di essere molto affamati e anche un bel po’ ingenui, trangugiano la zuppa fumante che lei gli offre, i loro volti iniziano a deformarsi (lei stessa contribuisce, manipolandoli, a questa trasformazione) in musi, gli arti in zampe.
Poi arriva Ulisse, che più che la scaltrezza incarna qui la Ragione – la ragione occidentale, verrebbe da dire, e, ovviamente, maschile – e con tre parole (è ridicolmente breve il suo discorso) riesce non solo a convincere Circe a dargli una mano e a riportare i suoi compagni alla forma umana, ma a smontare pezzo per pezzo i principi sui quali la donna ha strutturato la sua intera esistenza e modo di vita, innanzitutto il castello di pregiudizi che ha nei confronti degli uomini: NOT ALL MEN sembra dire Ulisse e Circe, non si sa perché, gli crede sulla fiducia.
Circe allora è solo una povera donna di mezza età che un uomo gentile e fermo può convincere di ogni cosa grazie al suo fascino. Questo è tutto quello che resta della maga affascinante, potente, della figlia del sole, distante anni luce dalla bella riscrittura di Madeline Miller...
Ulisse, in questa scena, sembra semplicemente cauto e ragionevole, ma Ulisse mente.
Perché se è vero che non tutti gli uomini sono pericolosi, sono potenziali stupratori senza scrupoli, proprio quegli uomini lo sono. Hanno saccheggiato e distrutto Troia, hanno violentato le troiane e ucciso i loro figli. Circe non ha mai avuto ragioni così ben fondate per pensare di doversi proteggere, per fare quel sortilegio e, perché no, per cercare vendetta.
Penelope e il vaccino
Ci sono almeno due immagini che passano nella testa di una femminista quando si nomina Penelope: una è quella classica, la moglie che aspetta, l’altra è quella proposta da Margaret Atwood nella sua contronarrazione in cui finalmente dietro al silenzio dell’eroina omerica si rivelano i pensieri di una donna tormentata e complessa.
Nolan riesce nell’incredibile impresa di dribblarle entrambe e sceglie di raccontare la Penelope più moscia di sempre.
Penelope qui è una moglie innamoratissima che si consuma nell’attesa, tesse la tela e la disfa non per non dover sopportare un nuovo matrimonio con un uomo brutale e prepotente – con tutto ciò che esso comporta – ma per pura e semplice fedeltà. Poi a un certo punto Nolan, che evidentemente si è ricordato quel post it su cui aveva scritto “attualizzazione del personaggio”, costruisce un dialogo surreale tra lei e Telemaco nel quale Penelope sembra per un istante voler rivendicare il trono e farsi regina, sottolineando che i tre peli di barba sul mento del figlio non possono valere certo più della sua capacità e costanza a tenere, nel bene o nel male, per vent’anni in piedi un regno. Ma questo momento alla Simone De Beauvoir dura un battito di ciglia, non ha nessuna rilevanza né per spiegare tutto quello che il personaggio ha fatto prima né quello che farà dopo.
Non mi aspettavo e non desideravo una Penelope moderna e “femminista” – quel libro di Atwood, lo confesso, manco mi piace – il problema è che questa rappresentazione, proprio come quella di Circe, è profondamente reazionaria, pur, ed è questo il nodo del discorso, apparendo progressista.
A cosa serve quella frase sul diritto delle donne a aspirare al trono? Perché quello scambio ridicolo con Telemaco? Roland Barthes avrebbe parlato a questo proposito di vaccino1: inserire un segno che, solo apparentemente, contraddice il messaggio principale, ma in realtà lo rafforza. Penelope è stata trasformata da donna di potere e astuta in mogliettina innamorata e passiva non nonostante ma proprio grazie al tiepido messaggio femminista contenuto nel suo scambio con il figlio. Se fosse stata rappresentata come una Ballerina Farm delle isole greche semplicemente ci avrebbe fatto storcere il naso, ma immettere una piccola e inefficace dose di “femminismo” all’interno del personaggio è il modo migliore per depotenziarlo: ci rassicura di non stare guardando una vecchia Penelope, ma una nuova, in realtà ci propone una versione ben più impolverata e piatta di quella omerica. La Penelope di Omero è una donna che gioca benissimo le carte che le sono capitate tra le mani, è determinata, autorevole e tattica. Usa al meglio la sua differenza: sa che la castità è considerata un valore e utilizza questa convinzione per guadagnare tempo, ma nel frattempo immagina, pensa, fa piani. Penelope è e fa in Omero soprattutto ciò che è utile non semplicemente ciò che sente, in questo si mostra astuta almeno quanto suo marito (come dimostra l’“inganno del letto”, che Nolan ha cancellato) e, soprattutto, politica.
Circe da spietata diventa pietosa e comprensiva, Penelope da sposa convenzionale diventa moderna e egualitaria.
Non solo entrambi i personaggi in questa attualizzazione perdono di complessità, ma questo tipo di riscrittura rafforza l’equivoco (o meglio la strategia retorica) secondo cui per non marginalizzare o stereotipizzare una figura/gruppo bisogna “non parlarne male”.
Come quando ti fai ingannare dai “false friend”, termini che si scrivono o si pronunciano in modo simile in due lingue diverse, ma che hanno significati completamente differenti, queste figure sembrano esattamente il contrario di ciò che sono e veicolano un massaggio che è diametralmente opposto a quello che appare. Non è un atto di benevolenza, né un modo per essere al passo coi tempi raccontare una Circe compassionevole o una Penelope “ribelle”, è solo un altro modo per imbavagliarle e togliere loro ogni possibilità di azione. Cosa che il vecchio Omero non ha fatto.
08/08/26
Electrolux di Solaro - Il "danno" dello sciopero per l'azienda lo devono pagare le operaie e gli operai... - ma non esiste proprio...
07/08/26
ALTRO CHE BATTAGLIA PER IL SALARIO, ALLA BERETTA, CGIL E CISL SPINGONO LE OPERAIE A PRODURRE OLTRE IL 100%!
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| Bandiere alla portineria Beretta |
Quella che segue è una prima valutazione delle richieste per il contratto aziendale, per come sono state sommariamente presentate a fine luglio, da Cgil, Cisl e loro delegati al Salumificio F.lli Beretta, in un’assemblea convocata a sorpresa, per impedire alle operaie la minima preparazione critica sui contenuti, senza alcun materiale scritto o informazioni, aziendalista e costruita sulla base delle relazioni sindacali con l’azienda. Uil è semplicemente assente ora, ma già in passato ha avuto modo di dimostrare in fabbrica di essere fatta della stessa pasta, di avere la stessa natura antioperaia.
Una natura sindacale che si manifesta attraverso la forma, la linea collaborazionista delle burocrazie sindacali nelle fabbriche non si esprimerebbe così senza questo tipo di controllo sui lavoratori, delle assemblee, delle trattative, del prendere o lasciare. Come per i padroni, estrarre plusvalore dagli operai lo possono realizzare nel modo di produzione capitalista, una forma sociale storicamente determinata, ma non eterna.
Quindi un lavoro sicuramente di denuncia il nostro in fabbrica, ma parte dell’attività per la ribellione e l’autonomia nella lotta alla miseria e allo sfruttamento, delle operaie e degli operai che prendono nelle loro mani, organizzati, il proprio destino, per non essere solo la forza lavoro che produce le merci per l’intera società e che alla fine non conta, ma i becchini dello sfruttamento del capitale.
Le richieste di Cgil e Cisl e loro delegati, sono state illustrare, paternalisticamente, una per una, 16 punti, nell'oretta scarsa dell'assemblea, fatto che ha lasciato molti dubbi di comprensione dei punti stessi tra le lavoratrici 'non si è capito bene...' i commenti e ancora di più nell'assemblea del 2° turno.
Perché le assemblee sono state gestite per passare in rassegna superficialmente i punti e concentrare l’attenzione su ‘i 400 euro di aumento dell’attuale premio di produzione’, su gli ‘80 euro se in tre mesi non ti ammali, per 4 trimestri, forse certo, ma sono tutto in più’… detto in modo da far capire che ‘queste cifre valgono l’accordo aziendale’. Usando l’effetto annuncio, facendo leva sulle giuste aspettative di aumento salariale delle operaie, ‘io devo fare i sabati perché non basta lo stipendio, hanno esaltato i numeri, il come, il perché, a prezzo di cosa si otterranno questi soldi, a chi un accordo del genere convenga veramente non rientrava nei programmi. Vedremo quello che potremo ottenere, l’esplicito avvertimento dei sindacalisti.
Niente a che vedere con un’assemblea operaia viva e propositiva con il confronto collettivo delle lavoratrici che si misurano realmente sulle rivendicazioni fino a decidere quelle che rappresentano i loro interessi di classe, su come unirsi e lottare due condizioni necessarie per arrivare a dei risultati. Questo non è avvenuto, una parte oggettivamente segue Cgil e Cisl, una parte non è intervenuta. In chiusura il colpo di mano ha strappato un si, e le proposte sindacali restano il mostro aziendale che in effetti sono.
Ma deve essere chiaro che se da una parte le operaie devono arrivare a rompere con la paura, che lamentarsi, non capire e alla fine dire si rassegnate perché sembra il meno peggio, perché almeno c’è qualche soldo non ha prospettiva, che serve uno scatto in avanti perché l’unione fa la forza, lottare è meglio che subire e Slai Cobas lavora per sviluppare questa prospettiva di ribellione,
che dall'altra non c’è distanza tra lo spirito, il metodo con cui le richieste contrattuali di Cgil e Cisl vengono portate avanti e le critiche di un’operaia alla portineria perché esponiamo la bandiera della Palestina vicina alla bandiera dello Slai Cobas, ‘quelli qui non vanno bene sono stranieri’, anch’io sono straniera ma lavoro qui sono a posto non delinquo, parliamo solo del contatto… non c’è distanza e ne alimentano il carattere individualista/razzista reazionario presente tra le fila della classe operaia e gli danno una base su cui svilupparsi.
Le richieste di Cgil e Cisl e loro delegati illustrate in assemblea, cristallizzano la divisione tra le operaie dello stabilimento per anzianità, tipo di assunzione ‘fissa o precaria’ o mansione, ne aumentano la concorrenza produttiva e distribuiranno in maniera diseguale eventuali risultati.
Spingono ad andare a lavorare da ammalati, previsto un ‘premio’ di 80 euro al trimestre se l’operaia non fa malattia, per i quattro trimestrispingono a lavorare sempre al limite delle proprie condizioni fisiche e con qualunque situazione sulle linee, quindi aumentano il carattere usurante del lavoro al Salumificio e lo sfruttamento previsto un incremento di 400 euro del premio di produttività al raggiungimento dei parametri aziendali di produzione e presenza
spingono a lavorare oltre lo stesso limite già fissato dal padrone, previsto un importo da definire per chi va oltre il 100% della produzone standard
Nascondendo tra l’altro che nelle aziende i record produttivi di pochi, via via tendono a venire imposti come normalità produttiva a tutti e a paga ordinaria.
Questa è la testimonianza di una giovane lavoratrice che abbiamo raccolto in fabbrica.
… timbro poi vado al mio posto, mi fanno girare, la maggior parte è la linea 11, la più veloce del reparto e come al solito dobbiamo correre avanti e indietro tutta la giornata perché la linea non si ferma e devi essere veloce a cambiare il rotolo e il prodotto ogni mezz'ora o un'ora, devi essere attenta a non sbagliare il codice del rotolo o il cartone. Fanno entrare delle ragazze nuove molto spesso e se non sono velocissime le fanno tornare a casa. Per ciò le persone bisognose di lavoro come me devono correre altrimenti vengono cacciate. Non posso mai dire di no quando mi chiedono di fare il sabato o gli straordinari o la notte perché ho paura di essere mandata via.
Nulla di ciò c’è in questo contratto, ma questa è la condizione di metà stabilimento ed ha effetti negativi sull’altra parte. Questa testimonianza esemplare ci aiuta anche ad immaginare, nel senso concreto della prospettiva del nostro lavoro, i contenuti reali di una assemblea operaia alla Beretta. Di tipo totalmente diverso da questa, un obiettivo da conquistare.
…. e poi poi con il tempo e lo spazio preso per entrare nel merito dei problemi, ogni lavoratrice, avrebbe potuto contestare ai sindacalisti e loro delegati che a lavorare in questo modo, tutte le loro promesse fatte per la sicurezza sono parole vuote, non valgono niente, perchè è a lavorare così che ci si usura, e aumentano le possibiiltà di fare e subire infortuni. Ai voglia a fare corsi, il rischio aumenta anche per l’altissimo numero di operaie precarie che cambiano spesso inserite nelle linee a pieno regime anche con poca esperienza e conoscenza degli impianti. Due operaie giovani dell’agenzia hanno subito di recente infortuni importanti e sono state lasciate a casa!!! Scaricate.
Come ogni lavoratrice avrebbe potuto contestare a quei signori sul palco, che il premio che voi avete pensato non è un vero aumento di stipendio, sicuro, soldi in più rispetto alla mia paga attuale, per la fatica che già faccio, per l’aumento del costo della vita... Non sono nemmeno un aumento certo, stabile, fisso che non mi può essere tolto, che rivaluta tutti i miei istituti contrattuali e contributivi il Tfr, la 13a,… è come per i tiket, l’azienda li recupera ‘scaricandoli’, mentre a me si allontana la pensione! No i soldi che ci proponete signori miei, mi vengono dati, magari dopo essere arrivata malata al lavoro, solo dopo che sono stata spinta a produrre molto più del solito nelle stesse otto ore. Sono una piccola percentuale di un grande lavoro extra. Non sono un aumento della paga! State cambiando la natura del salario, da diritto a opzionale, state distruggendo il contratto nazionale, invece di unirci ci mettete una contro l’altra.
Ed ancora, ma solo andando più a fondo dei punti illustrati ogni lavoratrice precaria avrebbe potuto dire che sono anni che al Salumificio Beretta noi precari entriamo perché quelli che c’erano prima di noi continuano ad essere mandati via, in tutti questi anni i posti precari li avete fatti diventare una struttura della fabbrica, le operaie che li occupano no. Dite stabilizzare un certo nr di precari che ci sono ora, ma così si va incontro al turn over e poco più, non si parla del numero massimo possibile in fabbrica di precari. Guardate come sarebbe meglio fare una percentuale reparto per reparto tra fissi e precari del reparto e poi cominciare un piano vero di riduzione, chiaro che anche noi possiamo controllare!
La forma di questi dialoghi è stata immaginata così, per provare a restituire in maniera più viva la situazione della fabbrica, la natura proletaria delle giuste critiche semmai ancora incomplete, la condanna netta alla piattaforma di Cgil e Cisl, sindacati lontanissimi dalla condizione operaia.
Ma non bastano le parole, ogni critica a Cgil/Cisl è un appello alle lavoratrici a prendere coscienza, unirsi e lottare contro questa politica sindacale che sottomette allo sfruttamento, che è al servizio del profitto, ma prendere coscienza, e lottare, di come questa scelta sia l'applicazione fabbrica per fabbrica della linea nazionale di Cgil Cisl Uil, rafforzata con il patto per il lavoro del 17.06.2026 con Confindustria a sostegno della produzione per la fine del conflitto operaio, e che rende la stessa Cgil ancora più simile alla Cisl e Uil, vicini ed aperti sostenitori del governo Meloni, antioperaio, fascista, razzista, repressivo e guerrafondaio.
Ogni critica contiene un appello alle lavoratrici per provare a costruire assieme una piattaforma operaia a cominciare da alcuni punti qualificanti da approfondire nel confronto, con un aumento salariale sicuro slegato dalla produttività; con la lotta alla precarietà a partire dalla riduzione del numero dei precari in fabbrica e loro assunzione; con la difesa della salute e della sicurezza migliorando le condizioni di lavoro attuali; con un piano formativo immediato (non l’anno prossimo) ed un periodo di affiancamento extra organico per le nuove assunte; con un piano di avanzamenti sicuri per esperienza e anzianità; per il rispetto di ognuna e basta ricatti per tutte.
Una piattaforma operaia da sviluppare con la mobilitazione, per costruire unità e forza tra le operaie che vogliono lottare per i propri comuni interessi, per rompere la divisione tra fisse a agenzia che fanno solo il gioco del padrone, per organizzarci collettivamente, per un sindacato di classe nelle mani dei lavoratori non delle burocrazie sindacali, e 'fare la nostra parte' nella ripresa di un grande movimento operaio nazionale.
02/08/26
Evoca/Bergamo, operaie in sciopero con Slai cobas per l’emergenza caldo/umidità
San Raffaele, sospeso lo sciopero della fame per il licenziamento della lavoratrice/delegata: oggi l’incontro tra Regione Lombardia e azienda....
.....ma il presidio e la lotta continua
La decisione arriva dopo l’incontro svoltosi il 30 luglio presso Regione Lombardia, quando Margherita Napoletano era giunta al quarto giorno di sciopero della fame, nonostante il caldo soffocante e le crescenti preoccupazioni per le sue condizioni di salute.
Nel corso dell’incontro, è stato chiesto al Direttore Generale Welfare di Regione Lombardia, Mario Melazzini, di intervenire presso la proprietà del San Raffaele per ottenere la convocazione urgente di un confronto con l’amministratore unico dell’ospedale, Marco Centenari, con un preciso ordine del giorno: il ritiro del licenziamento di Margherita Napoletano.
Melazzini si era impegnato a contattare la proprietà e, nella giornata di oggi, 31 luglio, incontrerà l’amministratore unico del San Raffaele.
Come concordato durante il confronto in Regione, la conferma dell’incontro ha determinato la sospensione dello sciopero della fame. Margherita Napoletano e le altre lavoratrici hanno però precisato che, qualora il San Raffaele non ritirasse il licenziamento, il digiuno potrebbe riprendere.
Resta invece confermato il presidio davanti all’ospedale, che continuerà fino al raggiungimento dell’obiettivo: il ritiro del licenziamento e il pieno rispetto della libertà e dell’agibilità sindacale.







