30/07/26
Le compagne del MFPR con il grande movimento NO Tav - NO a chi vuole dividere il movimento in "buoni e cattivi" - Siamo tutte "cattive" . Libertà per tutti . NO alle nuove misure da Stato di polizia del governo fascista Meloni
28/07/26
27 luglio, parte il presidio permanente di solidarietà per il reintegro di Margherita Napoletano, licenziata dal S. Raffaele
INVIATE MESSAGGI IN SOSTEGNO - NOI LI FAREMO PERVENIRE ALLA LAVORATRICE E AL PRESIDIO: slaicobasta@gmail.com - WA 3475301704
Oggi si è tenuto un partecipato presidio in solidarietà e sostegno a Margherita con delegazioni del sindacalismo di base, e altri solidali.
In tutto 150 con una presenza continua di operatrici e operatori sanitari del San Raffaele.
Nel corso sia nelle interviste che negli interventi è stato ribadito che da oggi parte un presidio permanente con alcuni delegati e delegate che iniziano lo sciopero della fame ad oltranza, invitando non solo i lavoratori dell'ospedale ma tutte le realtà solidali a venire a sostenere il presidio.
Poi si è fatto un corteo per accompagnare Margherita a consegnare il badge in direzione. Infine è stata annunciata un'assemblea generale dei lavoratori del San Raffaele a cui sono stati invitati i sindacati solidali
27/07/26
Le donne da cuore dell'oppressione, dell'attacco ideologico, politico, pratico del moderno fascismo, a cuore rosso della lotta rivoluzionaria contro il sistema capitalista/patriarcalista
Se una delle cartine di tornasole per giudicare il grado di civiltà di una società è quella della condizione delle donne dobbiamo dire oggi, purtroppo, che non si può più parlare solo di inciviltà, ma possiamo veramente parlare di barbarie in questo sistema sociale capitalista e imperialista, siamo di fronte a forme di vera e propria bestialità nei confronti appunto della maggioranza delle donne.
Questo l'abbiamo visto in tutto questo anno a livello nazionale e soprattutto a livello internazionale, basti guardare alla Palestina dove le donne in particolare subiscono proprio in maniera atroce una condizione di oppressione e di violenza che rappresenta oggi il cuore dell'oppressione fino in fondo che subiscono le donne ma che trasformano il loro immenso dolore in resistenza e lotta.
La guerra imperialista, dall’Ucraina a tutti i paesi martoriati dalla guerra per le donne significa subire doppia, tripla violenza, sofferenza; fino ad arrivare ai paesi imperialisti dove avanza un processo reazionario in marcia verso il moderno fascismo.
In un paese imperialista come l'Italia la condizione delle donne si aggrava ogni giorno di più non solo da un punto di vista economico, con i vari provvedimenti governativi che colpiscono sempre di più la condizione di lavoro/non lavoro delle donne, ma anche da un punto di vista ideologico e politico che in particolare con l’attuale governo Meloni si trasforma per le donne in un moderno medioevo, con l’attacco al cuore dei diritti, il diritto di aborto e di libertà di scelta delle donne, e le continue campagne ideologiche di stampo fascista sul ruolo delle donne che deve essere vincolato principalmente alla procreazione dei figli.
Ma la borghesia non può dare nessuna soluzione a quelli che sono i reali problemi dei proletari, della classe operaia e specificatamente della maggioranza delle donne, con il cuore delle donne proletarie più sfruttate e oppresse. Non ci sono soluzioni che la borghesia può dare, una borghesia che si è oggi vestita da donna, ma non è il fatto di essere donne, ma la classe sociale a cui si appartiene che stabilisce quali interessi si portano avanti e verso chi.
I femminicidi sono inevitabili in questa società, le false soluzioni della borghesia, vedi il codice rosso di stampo essenzialmente repressivo e di controllo sociale sulle donne, non hanno ridotto né risolto la piaga sociale dei femminicidi, della violenza, degli stupri, le donne continuano a essere uccise, denunciano ma sono uccise lo stesso da quella famiglia che così tanto piace alla Meloni, al suo governo!
I femminicidi, gli stupri, le violenze, sono uno dei più marci prodotti di questo sistema sociale in cui viviamo, che in primis ideologicamente sparge ogni giorno sempre di più modelli reazionari, sessisti, maschilisti che si manifestano poi concretamente dall’alto attraverso le istituzioni, i rappresentanti dei governi con tutti gli apparati di potere (dai tribunali alla forze repressive dalla polizia agli eserciti) fino ad ogni ambito sovastrutturale (la scuola, i mass media ecc), modelli che vengono inevitabilmente introiettati poi a livello di massa da uomini, da giovani perfino da ragazzini, vedi l’atroce femminicidio di Aurora di appena 13 anni, che si sentono legittimati ad ostentare/esercitare violenza e sopraffazione contro le donne.
E nella fase attuale che stiamo vivendo, in cui il governo attuale è un governo di ideologia fascio-sessista, costituito da personaggi fascisti che, a partire dalla Meloni, ai La Russa, Salvini di turno, mentre mettono in campo politiche in cui ogni giorno attaccano, peggiorano sempre più le condizioni di vita e di lavoro di milioni di donne, da cui oggettivamente scaturiscono forme di subordinazione e di dipendenza delle donne, di oppressione (vedi la mancanza di indipendenza economica quando le donne non hanno un lavoro o lo perdono il lavoro, o sono costrette a lasciarlo perché devono accollarsi pienamente il lavoro di cura dei figli/famiglia scaricato di fatto sulla maggioranza delle donne , in primis proletarie, da questo Stato borghese), nello stesso tempo mettono in atto una sempre più pressante campagna ideologica contro le donne, quelle che “non hanno le testa sulle spalle” e che pertanto se la cercano la violenza, secondo la concezione della Meloni, per cui le donne sono socialmente utili solo se fanno figli italiani per il loro marcio sistema sociale al servizio del Capitale e oggi sempre più della guerra imperialista. Mentre si difende chi fa violenza sulle donne come il La Russa di turno ha fatto senza alcun indugio verso il figlio stupratore.
Tutto questo è parte del moderno fascismo che avanza e che per le donne significa moderno medioevo che avanza, all’interno della fase attuale del sistema capitalista e imperialista in crisi. Ma tutto questo mostra ancora una volta, ancora di più, che noi donne non possiamo continuare a subire, ma innanzitutto dobbiamo ribellarci a questo stato di cose.
Noi donne che abbiamo doppie ragioni per ribellarci e lottare, ragioni di classe e ragioni di oppressione sessuale, dobbiamo prendere coscienza che la nostra lotta non può che essere rivoluzionaria perché è una lotta che deve mettere in discussione a 360° questo sistema capitalista e imperialista che fa della doppia pressione delle donne una delle sue basi cardine.
Oggi è sempre più necessario che le donne, le proletarie, le lavoratrici, le operaie, le giovani ribelli impugnino la lotta rivoluzionaria rendendo viva e agente la parola d’ordine scatenare la ribellione, la furia delle donne come forza poderosa per la rivoluzione, affinchè le donne non solo mettano in campo la lotta contro gli attacchi immediati ma acquistino anche la consapevolezza della necessità della lotta rivoluzionaria.
Prendiamo ad esempio la questione della scuola, ci fa orrore l’ipocrisia squallida di personaggi fascisti come il ministro Valditara verso le scuole in cui in cui in occasione del 25 novembre si esorta per una volta all'anno di fare iniziative sul tema della condizione delle donne, della violenza sulle donne, quando per tutti gli altri giorni la normalità è quella di una scuola che sta diventando sempre più luogo di propaganda delle idee alla "Dio, patria, famiglia", una scuola dove si dà sempre più campo libero alle lezioni delle forze armate, dell'esercito sui "valori" della guerra e del militarismo o a poliziotti che insegnano ora anche come si usano i manganelli contro chi manifesta (come è successo in un liceo a Genova), una scuola, quindi, che di fatto inculca nei ragazzi soprattutto uno spirito di sopraffazione, di machismo che verso le ragazze significa, inevitabilmente, idee, pratiche sessiste, fasciste, di possesso, una scuola in cui per 364 giorno non si contrastano, al momento, concezioni, atteggiamenti maschilisti, che pur ci sono tra gli studenti verso le ragazze e che per un giorno dovrebbe ipocritamente essere strumento di "educazione"?
Contro questa scuola bisogna lottare! Una scuola inevitabilmente specchio di questo sistema sociale sempre più brutale, oppressivo, i cui gli attuali rappresentanti di governo, delle Istituzioni, sono le persone più pregne di stili di vita, di sub cultura, di concezioni e uso reazionari delle donne, un esempio vivente di che società orribile ci stanno propinando.
Questo sistema è marcio, da un lato fa apparire alle donne. ragazze una falsa "emancipazione", "libertà", attraverso social, Tv spazzatura, dall'altro propaganda, modernizzandole, concezioni patriarcaliste sulla famiglia, sui rapporti uomo/donna, sul ruolo delle donne, ancora più pericolose oggi in clima di moderno fascismo, che portano ragazzi, mariti, compagni a ritenere giustificate le reazioni di gelosia, di proprietà sulle donne e le donne, le ragazze ad accettare, subire, come espressione di amore quelle reazioni fino a che non decidono di rompere quei legami violenti, finchè non si ribellano e per questo sono uccise, offese, gravemente lese, stalkerizzate, molestate.
Certamente dobbiamo portare ovunque come donne la nostra voce, denuncia e lotta, certamente dobbiamo lottare per conquistare misure immediate, dai posti di lavoro alle scuole ai diversi ambiti, di contrasto alla violenza sulle donne in tutte le forme, ma illudersi che il governo attuale moderno fascista, mandante istituzionale ideologico e politico della condizione di sempre più oppressione e violenza sulle donne, "protegga e difenda le donne" è fuorviante e deviante in merito alla lotta sempre più urgente che noi donne oggi siamo chiamate a mettere in campo, che non può che essere necessariamente proiettata verso una prospettiva più ampia, rivoluzionaria, che deve combattere ad ampio raggio l’attuale sistema sociale, che è la vera e profonda causa della condizione di oppressione e di violenza delle donne e che per questo deve essere distrutto.
E oggi è sempre più necessario un movimento femminista proletario rivoluzionario che è sì un’organizzazione ma è anche una concezione e una prassi che nasce ed è frutto di un'analisi concreta della condizione concreta della maggioranza delle donne e dell’esperienza rivoluzionaria storica che abbiamo accumulato in termini di bilancio in questo paese e a livello internazionale, che significa che deve avanzare la consapevolezza da parte delle donne della prospettiva rivoluzionaria, perchè proprio la condizione della maggioranza delle donne dimostra l’inconciliabilità della lotta delle donne con il riformismo e con una logica di solo miglioramento/abbellimento di questa società marcia fino alle sue radici, ma che pone anche la questione che come donne non ci possiamo tirare indietro dalla responsabilità, necessità di essere parte determinante del processo di costruzione degli strumenti necessari che ci servono per la lotta rivoluzionaria, in primis il partito rivoluzionario della classe sfruttata e oppressa, di cui la maggioranza delle donne sfruttate e oppresse è e deve essere uno dei cuori pulsanti.
26/07/26
Tutta la nostra solidarietà alla lavoratrice/delegata Cub del San Raffaele licenziata
23/07/26
Fakir: l'assemblea lancia un appello per una nuova manifestazione al Pilastro domenica prossima e un’assemblea nazionale il 12 settembre “contro gli abusi di polizia e le logiche della remigrazione di questo governo”
Dal blog proletari comunisti (leggi anche gli articoli precedenti)
Corrispondenza di un compagno di Ravenna
La lotta per la verità e giustizia per Abderrahim Fakir continua, la rabbia per quello che tutti riconoscono come omicidio di Stato, omicidio razzista, per mano di una polizia a cui questo governo ha garantito l'impunità, è troppo grande per essere contenuta da Stato, mass media e da tutta la feccia fascio-razzista presente nel governo, nei partiti che lo sostengono, nei benpensanti razzisti che vomitano odio nelle reti social. La polizia di questo governo non è riuscita a soffocarla con gli idranti, i lacrimogeni, con i manganelli, con la caccia all'uomo che hanno scatenato a Bologna il giorno del grande corteo per Fakir. La risposta dei giovani è stata straordinaria, giusta e necessaria, e l'assemblea popolare organizzata ieri dal PLAT (Piattaforma di intervento sociale) di Bologna la sostiene e non accetta alcuna divisione, la manifestazione ed il corteo erano una voce sola.
L'assemblea di ieri alla bolognina, con grande partecipazione e commozione, si è unita attorno alla famiglia di Abderrahim Fakir e la sostiene perché su di essa continua lo sciacallaggio mediatico e poliziesco, perché mentre la famiglia ha dichiarato che non vuole che le indagini vengano condotte dalla polizia proprio ieri ha subito una perquisizione in casa.
L' Assemblea è stata molto partecipata, è stata aperta dalle realtà immigrate, dal Si Cobas che aveva bloccato l'Interporto con i lavoratori e le forze solidali impedendo ai camion di passare, e dagli amici e conoscenti di Fakir, con la presenza di famiglie intere e grande commozione ha suscitato l'intervento di un adolescente che non può accettare la crudeltà, la disumanizzazione, di quell'omicidio. Sono intervenuti il comitato popolare pilastro/mu.basta, il coord. migranti di Bologna, e Lince, la ragazza a cui gli sbirri hanno lanciato un lacrimogeno in faccia e ha perso la vista in un occhio.
L'assemblea è stata aperta dalla giovane palestinese che ha sintetizzato tutto quello che è stata questa assemblea: "il razzismo non comincia col ginocchio sulla schiena, è quello quotidiano che subisce chi ha la pelle nera e su di lui si accaniscono polizia, lo Stato che gli nega i documenti, il permesso di soggiorno, la cittadinanza, una casa, quando un documento è più importante della vita di una persona, quando un immigrato è costretto ad accettare condizioni di sfruttamento e paghe da fame, quando una persona viene definita clandestino, maranza e per questo pericoloso, e quando tutto questo diventa "normale" agiscono la violenza razzista, i decreti sicurezza, i decreti anti-maranza, quello che chiamate "integrazione" che, in realtà, è solo obbedienza. Dopo l'omicidio di Fakir oggi ci chiedono di aspettare, di non parlare, di lasciare che altri possano raccontare quello che è successo, ma noi ci ribelliamo a questo".
Il comitato Mu.Basta denuncia con un comunicato: "RISULTA NECESSARIO TRARRE ALCUNE CONCLUSIONI:
- La Censura mediatica in cui le istituzioni negano le proprie responsabilità anche di fronte all’evidenza, ricorrendo al silenzio della stampa (come nel caso di Rai 3).
- L’ipocrisia del sindaco che non ha il coraggio di riconoscere pubblicamente le colpe della questura, nonostante l’imponente risposta della società civile. Lancia il sasso chiamando la piazza e nasconde la mano imponendo il silenzio quando invece bisognerebbe parlare.
- Le politiche securitarie del Sindaco che si rifiuta di ammettere che la scelta di puntare sulla militarizzazione e sulla sicurezza di facciata non può che portare a simili tragedie.
- La profilazione razziale e urbanistica, dinamica presente al Pilastro come alla Bolognina e nelle periferie di ogni grande città. Al Pilastro questo abuso si somma alla violenza di un’opera devastante imposta dall’alto, che crea una frattura profonda con la popolazione. "
Un toccante intervento è stato quello dell'assemblea donne del coord. migranti di Bologna contro l'odio razziale e le discriminazioni nei confronti delle donne immigrate, contro i femminicidi e la violenza anti-queer. Dal comunicato: " In questa direzione va anche il percorso aperto dalla manifestazione migrante che ha attraversato Bologna il 20 giugno: nata dalla protesta per l'uccisione di Bakary Sako, Waseem, Amin, Safi e Ullah, si è trasformata in un processo politico di cui siamo parte che proseguirà con un'assemblea il 12 settembre e una nuova manifestazione a ottobre, confermando la necessità di costruire spazi di organizzazione capaci di tenere insieme le lotte contro il patriarcato, il razzismo e lo sfruttamento."
Nel nome di Abderrahim Fakir la lotta continua, continua perché è un tutt'uno con la rabbia per la morte di Ramy, di Abderrahim Mansouri, a Milano, perchè non si può subire la violenza poliziesca all'interno delle carceri, nelle manifestazioni, così come non si può accettare che l'unica risposta a chi vive nelle periferie dei quartieri popolari e proletari da parte dello Stato, delle Istituzioni, del Governo sia sempre e solo polizia!
Domenica prossima al Pilastro, alle ore 19, ci sarà la manifestazione, nel nome di Abderrahim Fakir la lotta continua!
Tutti gli articoli sull'assassinio di Fakir e la grande mobilitazione dal blog di proletari comunisti
- Bologna, piazza bella piazza, brucia di rabbia con...
- Fakir: l'assemblea alla bolognina lancia un appell...
- Bologna - Contro i benpensanti a difesa della prot...
- La posizione di proletari comunisti
- BOLOGNA - ASSEMBLEA CITTADINA - GIUSTIZIA PER FAKIR
- Bologna e ancora Bologna: alle cariche e alla repr...
- Bologna - contro gli sbirri assassini, il governo ...
- Fakir, la protesta si sposta all'Interporto: "Bloc...
- Bologna, con una grande e determinata manifestazio...
- Bologna la protesta e le sue voci
- Di Faki ucciso non si deve parlare... INTANTO UNA ...
- Manifesto per Abderrahim Fakir un lavoratore uccis...
- UN ALTRO PROLETARIO E FRATELLO UCCISO! - UN ALTRO ...
- Sbirri assassini a Bologna - Il filmato di cinque ...
20/07/26
Dal blog maoistroad - Oman’s Forgotten Feminist Marxist Revolution - info
traduzione a seguire
Oman’s lesser-known communist separatist guerrilla. Today in 1965, Dhofar’s independence movement took up armed struggle.
The Masses Take Up Arms
It happened on 9 June, in the Wadi al-Kabir. A congress of fighters declared the opening of an armed struggle. It would consume the mountains of Dhofar for more than a decade. The Dhofar Liberation Front had been founded only months earlier. It was an offshoot of George Habash’s pan-Arab Movement of Arab Nationalists. Within a few years it would become one of the most ambitious revolutionary projects the Arabian Peninsula has ever seen. Then it would be erased almost entirely from the region’s official memory.
Feudal Tyranny Under British Patronage
The world the rebels rose against was, by any measure, archaic. Sultan Said bin Taimur ruled Muscat and Oman as a personal fief. Britain had propped him up financially and militarily since 1932. His regime banned schools for most subjects and prohibited paved roads and modern medicine. It policed daily life down to the absurd, forbidding football, sunglasses, and conversations longer than fifteen minutes. Dhofar, where the Sultan chose to reside, was governed not as a province but as private property. Its people, as the archival record shows, had effectively no rights at all.
From National Liberation to Scientific Socialism
The rebellion’s character shifted decisively after 1967. Britain withdrew from Aden, and the National Liberation Front won next door. The result was a Marxist state on Dhofar’s doorstep: the People’s Democratic Republic of Yemen. Sanctuary, weapons, and training followed.
The turning point came at the Hamrin Conference of September 1968. There the movement renamed itself the Popular Front for the Liberation of Oman and the Arabian Gulf. It formally adopted Marxism-Leninism and a commitment to women’s liberation. It also embraced a wider vision. Its newspaper Sawt al-Thawra placed Dhofar within a tricontinental struggle spanning Asia, Africa, and Latin America.
Comrades Across Continents: The Maoist Line
China was central to this turn. The PFLOAG drew heavily on Maoist theory, and Beijing was quick to reciprocate. A peasant-based guerrilla force waging protracted struggle from a mountain base fit the Maoist model closely. That gave the Front strong credibility in Chinese eyes. China supplied weapons and military training, and Dhofari fighters were sent abroad — to China and elsewhere — for instruction in unconventional warfare. Beijing established an embassy in Aden, and South Yemen allowed its territory to be used to channel arms to the rebels. A new flow of Chinese and Soviet weaponry, together with better training, turned the PFLOAG’s armed wing into an effective fighting force; by 1969 it had overrun much of the Jebel. For Beijing there was also a Cold War calculation. Support for the PFLOAG acted as a counterweight to growing Soviet influence in the Indian Ocean. That Maoist phase proved relatively short, however. Chinese involvement waned after 1971, and Soviet aid expanded to fill the gap as the Sino-Soviet rivalry played out across the region.
Building the New Society in the Liberated Zones
What the PFLOAG built in its liberated zones is the part of the story most often left out. The Sultan had banned medicine and roads. The Front did the opposite. It poured resources into the infrastructure of a region the state had abandoned, opening schools and clinics. It also put into practice, however imperfectly, a programme of social transformation. That programme included one of the most radical experiments in women’s emancipation the Gulf had seen. For a time, the revolutionaries controlled almost the entire Jebel.
Women Hold Up Half the Sky
The commitment to women’s liberation, adopted at the same 1968 conference, was among the most striking features of the whole revolution. The PFLOAG held that the liberation of women was central to the success of the struggle. It would not arrive automatically, the Front argued, but only through a sustained fight against what it called the “objective backwardness” of society. This was a materialist analysis, drawn from Marxist thought and shaped by Maoism — including Mao’s famous line that women hold up half the sky. The PFLOAG recognised a double oppression: women were subordinated both as women in relation to men, and as workers in relation to the economic system.
The programme was not merely theoretical. Women fought in the People’s Liberation Army alongside men, and their political participation was treated as a measure of the revolution’s seriousness. In the liberated areas the Front moved against female circumcision and polygyny, and cut the bride price after failing to abolish it outright. Crucially, these campaigns were driven by women cadres themselves. The Bahraini militant Laila Fakhro (Huda Salem) pushed the PFLOAG to ban female circumcision and limit the bride price, and she also worked across political education, teaching, care work, and the Front’s media and foreign relations. In June 1970, with Abdel Rahman al-Nuaimi, she helped found the movement’s monthly magazine 9 Yunyu (9 June). An essay circulated by solidarity campaigners captured the stakes in the words of one Omani woman, who said she had suffered under four sultans: the sultan of Muscat, the tribal sheikh, the religious imam, and the family — her father, brother, and husband.


This radicalism drew outside attention. In 1971 the Lebanese filmmaker Heiny Srour travelled to Dhofar and filmed the women fighters who would appear in her 1974 documentary The Hour of Liberation Has Arrived. Srour, who described herself as a defeated feminist in Lebanon, was astonished to hear a PFLOAG representative raise the question of women’s oppression on his own initiative — naming not only imperialism and class, but fathers, husbands, and brothers.
The movement consciously placed its women within a wider revolutionary tradition. Its newspaper Sawt al-Thawra drew parallels with Vietnamese women fighters, documenting the arrests and mistreatment of women and girls by the British-backed regime alongside their internationalist activity. In June 1975 the revolutionaries founded the Omani Women’s Organisation, headed by Wafa Yasser, with its own programme to fight illiteracy and transform women’s social position. The following month the first official Omani women’s delegation — Nadia Khaled and Huda Muhad — travelled to a symposium organised by the Soviet Women’s Committee in Alma-Ata, in Soviet Kazakhstan. From there it went on to the Democratic Republic of Vietnam at the invitation of the Vietnamese Women’s Federation. Such links were material, not merely rhetorical. They showed that Dhofar was not an isolated revolt in a distant corner of the Gulf. It was a globally connected movement, and one that placed women’s political participation at its very centre.
Counter-Revolution: The British-Backed Coup
That this revolution was ultimately crushed owed less to the Sultan’s army than to the scale of foreign intervention arrayed against it. The first move came from within the palace. In July 1970, Said bin Taimur was deposed by his own son, Qaboos. The British military and the Foreign Office openly backed the coup. London had concluded that the old Sultan’s intransigence was making the insurgency worse. He was flown into exile and spent his last two years in a London hotel. Qaboos immediately launched the reforms his father had refused: development, amnesties, and the incorporation of Dhofar into Oman proper. They were explicitly designed to drain the rebellion of its popular base.
The Forces of Reaction
The reforms alone did not win the war. As the military analysts who have studied the campaign agree, the conflict was internationalised on a remarkable scale. From December 1973 the Shah of Iran dispatched troops to fight alongside the Sultan’s forces. He cited the security of the Strait of Hormuz. Iran eventually fielded an Imperial task force several thousand strong, complete with helicopters, paratroopers, and artillery. Jordanian special forces, Pakistani Baloch soldiers, Saudi money, and reportedly Israeli advisers joined the effort. Yet the coalition was still commanded almost entirely by British officers. A Times of London correspondent observed as much on the eve of victory. One Omani general told him bluntly that British withdrawal would be catastrophic.
The diplomatic ground shifted at the same time. After the 1975 Algiers Agreement, Iraq dropped its support for the Front. Sadat’s Egypt, courting the Gulf monarchies, did likewise. As external aid to Oman swelled, the rebels’ lifelines were severed one by one. In October 1975 the Sultan launched a final offensive, Operation Hadaf. It cut the PFLO, as the Front was by then known, off from its bases across the Yemeni border. After repeated setbacks, the remaining fighters retreated into the PDRY in 1976. The Dhofar Rebellion was declared defeated that same year.
A Forgotten Legacy
It remains one of the few Western-led counterinsurgencies counted a success in the postwar Middle East. It is also, not coincidentally, one of the most thoroughly forgotten. The men and women who fought for a different Arabia were not so much beaten by a sultan. They were overwhelmed by the combined weight of empires, monarchies, and a Cold War that had no intention of letting their experiment survive.
Yet defeat on the battlefield is not the same as irrelevance. For more than a decade, peasants and workers in one of the poorest corners of the Arabian Peninsula built schools and clinics where a sultan had banned both. They sent women to fight and to govern. They tied their mountain villages to the revolutionary currents of Vietnam, China, and the wider Third World. That this happened at all, in a region now synonymous with absolute monarchy and oil wealth, is a fact worth sitting with. The Gulf was not always destined to look the way it does today. Other futures were imagined, and for a time, fought for.
This article makes no claim to be a work of academic research or a scholarly paper. It is an introduction, drawn from the historians, theses, and journalism cited below, meant to bring a buried history back into view. The Dhofar Revolution deserves far more than a brief retelling. Its archives, its newspapers, and above all the testimony of those who lived it remain underexamined, scattered, and at risk of vanishing entirely. If these pages do anything, let it be to send the curious reader toward the sources, and to make the case that this forgotten chapter of the region’s past deserves to be studied far more seriously than it has been.
Sources
“The Dhofar Revolution: An Archival Analysis of the Conflict (1965–1976),” Journal of Islamic Thought and Civilization — https://journals.umt.edu.pk/index.php/JITC/article/download/6066/2955?inline=1
“The Dhofar Rebellion: Influence of External Powers on Counterinsurgency,” Naval Postgraduate School thesis (citing Geraint Hughes, “A ‘Model Campaign’ Reappraised”) — https://calhoun.nps.edu/server/api/core/bitstreams/453ddfa2-40d0-4d25-b476-7f22f2d5c2c9/content
“The Dhofar Rebellion,” DTIC archived study — https://apps.dtic.mil/sti/trecms/pdf/AD1184920.pdf
“Sawt al-Thawra: A Counterarchive of the Dhufar Revolution,” Marral Shamshiri, Revolutionary Papers — https://revolutionarypapers.org/teaching-tool/sawt-al-thawra/
Abdel Razzaq Takriti, Monsoon Revolution: Republicans, Sultans, and Empires in Oman 1965–1976 (Oxford University Press, 2013) — foundational scholarly history, cited throughout the Revolutionary Papers tool above
Geraint Hughes, “All the Shah’s Men: The Imperial Iranian Brigade Group in the Dhofar War,” Defence-in-Depth (King’s College London) — https://defenceindepth.co/2016/06/06/all-the-shahs-men-the-imperial-iranian-brigade-group-in-the-dhofar-war/
“The Dhofar War and the Myth of ‘Localized’ Conflicts,” RealClearDefense — https://www.realcleardefense.com/articles/2018/01/12/the_dhofar_war_and_the_myth_of_localized_conflicts_112890.html
“Oman: How the Shah of Iran Saved the Regime,” Orient XXI (citing The Times of London, 1976) — https://orientxxi.info/magazine/oman-how-the-shah-of-iran-saved-the-regime,3681
“Remembering the Shah’s Iran – Iran War Briefing #9,” Counterfire — https://www.counterfire.org/article/remembering-the-shahs-iran/
“China–Oman Cooperation in the Age of the Belt and Road Initiative,” Manara Magazine (on Chinese moral, financial, and military aid to the Dhofar rebels) — https://manaramagazine.org/2019/05/china-oman-belt-and-road-initiative/
“China’s Rising in the Gulf and Relations with Oman,” ResearchGate (citing Jonathan Fulton, “China’s Relations with Oman”) — https://www.researchgate.net/publication/347520694_China’s_Rising_in_the_Gulf_and_Relations_with_Oman
La rivoluzione marxista femminista dimenticata dell'Oman
Il guerrigliero separatista comunista meno conosciuto dell'Oman. Oggi, nel 1965, il movimento indipendentista di Dhofar ha preso in campo la lotta armata.
09 giugno 2026
Le masse prendono le armi
Èsuccesso il 9 giugno, nel Wadi al-Kabir. Un congresso di combattenti dichiarò l'apertura di una lotta armata. Avrebbe consumato le montagne di Dhofar per più di un decennio. Il Fronte di Liberazione di Dhofar era stato fondato solo pochi mesi prima. Fu una diramazione del Movimento panarabo dei Nazionalisti Arabi di George Habash. Nel giro di pochi anni sarebbe diventato uno dei progetti rivoluzionari più ambiziosi che la Penisola Arabica abbia mai visto. Poi sarebbe stato quasi completamente cancellato dalla memoria ufficiale della regione.
Tirannia feudale sotto il patrocinio britannico
Il mondo contro cui i ribelli si sollevarono era, sotto ogni misura, arcaico. Il sultano Said bin Taimur governava Mascate e Oman come feudo personale. La Gran Bretagna lo aveva sostenuto finanziariamente e militarmente dal 1932. Il suo regime vietò le scuole per la maggior parte delle materie e vietò le strade asfaltate e la medicina moderna. Ha ridotto la vita quotidiana all'assurdo, al calcio proibitivo, agli occhiali da sole e alle conversazioni che duravano più di quindici minuti. Dhofar, dove il Sultano scelse di risiedere, era governata non come una provincia ma come proprietà privata. Le sue persone, come dimostrano i documenti d'archivio, non avevano praticamente alcun diritto.
Dalla Liberazione Nazionale al Socialismo Scientifico
Il carattere della ribellione cambiò radicalmente dopo il 1967. La Gran Bretagna si ritirò da Aden e il Fronte di Liberazione Nazionale vinse. Il risultato fu uno stato marxista alle porte di Dhofar: la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen. Seguirono armi e addestramento.
Il punto di svolta arrivò alla Conferenza di Hamrin del settembre 1968. Lì il movimento si ribattezzò Fronte Popolare per la Liberazione dell'Oman e del Golfo Arabico. Adottò formalmente il marxismo-leninismo e un impegno per la liberazione femminile. Abbracciava anche una visione più ampia. Il suo giornale Sawt al-Thawra collocava Dhofar all'interno di una lotta tricontinentale che si estendeva in Asia, Africa e America Latina.
Compagni attraverso i continenti: La linea maoista
La Cina fu centrale in questa svolta. La PFLOAG si basò molto sulla teoria maoista, e Pechino fu rapida a ricambiare. Una forza guerrigliera basata su contadini che conduceva una lotta prolungata da una base montana si adattava perfettamente al modello maoista. Questo diede al Fronte una forte credibilità agli occhi cinesi. La Cina forniva armi e addestramento militare, e i combattenti Dhofari venivano inviati all'estero — in Cina e altrove — per l'addestramento nella guerra non convenzionale. Pechino istituì un'ambasciata ad Aden e lo Yemen del Sud permise che il suo territorio venisse utilizzato per convogliare armi ai ribelli. Un nuovo flusso di armamenti cinesi e sovietici, insieme a un addestramento migliore, trasformò l'ala armata del PFLOAG in una forza combattente efficace; nel 1969 aveva invaso gran parte del Jebel. Per Pechino c'era anche un calcolo della Guerra Fredda. Il sostegno alla PFLOAG fungeva da contrappeso alla crescente influenza sovietica nell'Oceano Indiano. Tuttavia, quella fase maoista si rivelò relativamente breve. Il coinvolgimento cinese diminuì dopo il 1971 e gli aiuti sovietici si ampliarono per colmare il vuoto mentre la rivalità sino-sovietica si diffondeva nella regione.
Costruire la Nuova Società nelle Zone Liberate
Ciò che la PFLOAG ha costruito nelle sue zone liberate è la parte della storia più spesso esclusa. Il Sultano aveva vietato medicine e strade. Il Fronte fece l'opposto. Ha investito risorse nelle infrastrutture di una regione abbandonata dallo stato, aprendo scuole e cliniche. Mise in pratica, seppur in modo imperfetto, un programma di trasformazione sociale. Quel programma includeva uno degli esperimenti più radicali sull'emancipazione femminile mai visti nel Golfo. Per un certo periodo, i rivoluzionari controllarono quasi tutta la Jebel.
Le donne sostengono la metà cielo
L'impegno per la liberazione delle donne, adottato alla stessa conferenza del 1968, fu tra le caratteristiche più sorprendenti dell'intera rivoluzione. La PFLOAG riteneva che la liberazione delle donne fosse centrale per il successo della lotta. Non sarebbe arrivata automaticamente, sosteneva il Fronte, ma solo attraverso una lotta prolungata contro quella che chiamava la "arretratezza oggettiva" della società. Questa era un'analisi materialista, tratta dal pensiero marxista e plasmata dal maoismo — inclusa la famosa frase di Mao secondo cui le donne sollevano mezzo cielo. La PFLOAG riconosceva una doppia oppressione: le donne erano subordinate sia come donne in relazione agli uomini, sia come lavoratrici rispetto al sistema economico.
I campi non sono nemmeno un esperimento mentale.
Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Grecia stanno già bussando alle porte in tutta l'Africa, alla ricerca di governi disposti a accartocciare le persone che l'Europa rifiuta. Il Kenya è nella lista. Il modello è l'accordo dell'Italia con l'Albania, dove le persone tirate fuori dal mare venivano spedite in campi su suolo straniero. Gli avvocati per i diritti umani chiamano questi luoghi buchi neri legali, costruiti deliberatamente in un luogo dove i tribunali europei non vogliono controllare. Questo è il design, non un effetto collaterale.
La Gran Bretagna ne vuole uno proprio. Keir Starmer ha fatto una grande scena nell'abbandonare il piano dei Tory in Ruanda. Ora il suo governo è in trattative per centri di ritorno propri, puntando ai Balcani occidentali: Serbia, Bosnia, Macedonia del Nord. Il marchio è nuovo e la logica identica. Spedire gli indesiderati in un posto più povero e chiamarlo controllo di frontiera.
Guarda chi finisce davvero in questi posti, e le parole educate si sgretolano completamente. Sono persone nere e di colore, quasi tutte, provenienti dal Sud Globale. Proprio dai paesi che gli imperi europei hanno diviso, prosciugato e lasciato via. "Irregolare" è solo la parola del burocrate per indesiderato. Il crimine che ti fa guadagnare due anni in gabbia è attraversare un confine che gli imperi hanno tracciato fin dall'inizio.
Controrivoluzione: il colpo di stato sostenuto dai britannici
Il fatto che questa rivoluzione fosse stata infine schiacciata fu dovuto meno all'esercito del Sultano che alla portata dell'intervento straniero che vi si oppose. La prima mossa arrivò dall'interno del palazzo. Nel luglio 1970, Said bin Taimur fu deposto dal figlio Qaboos. L'esercito britannico e il Foreign Office hanno apertamente sostenuto il colpo di stato. Londra aveva concluso che l'intransigenza del vecchio sultano stava peggiorando l'insurrezione. Fu esiliato e trascorse gli ultimi due anni in un hotel londinese. Qaboos avviò immediatamente le riforme che suo padre aveva rifiutato: sviluppo, amnistie e l'incorporazione di Dhofar nell'Oman propriamente detto. Erano esplicitamente progettate per prosciugare la ribellione della sua base popolare.
Le Forze di Reazione
Niente di tutto ciò era un inciampo, né un centro trascinato a destra contro la sua volontà. Il mainstream l'ha scelta, e ha scelto di passarla fianco a fianco con l'estrema destra, su un coro di mandali indietro.
Il terreno diplomatico cambiò nello stesso momento. Dopo l'Accordo di Algeri del 1975, l'Iraq ritirò il suo sostegno al Fronte. L'Egitto di Sadat, corteggiando le monarchie del Golfo, fece lo stesso. Con l'aumento degli aiuti esterni all'Oman, le linee di salvataggio dei ribelli venivano recise una dopo l'altra. Nell'ottobre 1975 il Sultano lanciò un'offensiva finale, l'Operazione Hadaf. Tagliava il PFLO, come era allora chiamato il Fronte, dalle sue basi oltre il confine yemenita. Dopo ripetuti contrattempi, i caccia rimasti si ritirarono nella PDRY nel 1976. La Ribellione del Dhofar fu dichiarata sconfitta nello stesso anno.
Un'eredità dimenticata
Rimane una delle poche controinsurrezioni guidate dall'Occidente che hanno avuto successo nel dopoguerra. È anche, non a caso, uno dei più dimenticati. Gli uomini e le donne che combatterono per un'Arabia diversa non furono tanto sconfitti da un sultano. Furono sopraffatti dal peso combinato di imperi, monarchie e una Guerra Fredda che non aveva alcuna intenzione di lasciare sopravvivere il loro esperimento.
Eppure la sconfitta sul campo di battaglia non è la stessa cosa dell'irrilevanza. Per più di un decennio, contadini e operai in uno degli angoli più poveri della Penisola Arabica costruirono scuole e cliniche dove un sultano aveva vietato entrambe. Mandarono donne a combattere e governare. Collegarono i loro villaggi montani alle correnti rivoluzionarie del Vietnam, della Cina e del più ampio Terzo Mondo. Il fatto che ciò sia accaduto, in una regione ora sinonimo di monarchia assoluta e ricchezza petrolifera, è un fatto con cui vale la pena riflettere. Il Golfo non era sempre destinato a apparire come è oggi. Altri futuri furono immaginati, e per un certo periodo si combatterono.
Questo articolo non pretende di essere un'opera di ricerca accademica o un articolo accademico. È un'introduzione, tratta dagli storici, dalle tesi e dal giornalismo, pensata per riportare in luce una storia sepolta. La Rivoluzione di Dhofar merita molto più di una breve narrazione. I suoi archivi, i suoi giornali e soprattutto la testimonianza di chi l'ha vissuta rimangono poco esaminati, dispersi e a rischio di scomparire del tutto. Se queste pagine servono a qualcosa, sia quello di indirizzare il lettore curioso verso le fonti, e di sostenere che questo capitolo dimenticato del passato della regione meriti di essere studiato molto più seriamente di quanto non sia stato mai fatto.

.jpeg)
.jpeg)




