12/02/26

L'appello di Nudm per lo sciopero del 9 marzo - Info e una nostra nota

Lo Slai cobas per il sindacato di classe, e in particolare le lavoratrici dello Slai cobas sc, come ogni anno dal 2013, chiaramente ha proclamato lo sciopero del 9 marzo. 
Dal 2013 siamo state tra i primi sindacati di base, e spesso da sole, a indire lo "SCIOPERO DELLE DONNE" - che noi riteniamo giusto definire così e non "sciopero transfemminista" che appare riferito solo ad un settore delle donne. 
Per tale proclamazione abbiamo ricevuto ben due sanzioni dalla Commissione Garanzia Scioperi di 2500 euro l'una che stiamo ancora pagando (insieme ad altri soldi per aver fatto opposizione alla sanzione del 2020 e aver ricevuto condanna). Queste sanzioni sono state possibili anche perchè la CGS ha usato a piene mani pure il fatto che tutti gli altri sindacati di base avevano accettato di revocare quegli scioperi, accettandone i divieti. 
Noi NO! Abbiamo giustamente resistito, perchè si trattava di un illegittimo attacco al diritto di sciopero e in particolare un attacco alle donne nella giornata dell'8 marzo che subiscono non uno sfruttamento ma un doppio sfruttamento, non un'oppressione ma una oppressione totale, fino ai femminicidi, stupri, violenze sessuali.
Abbiamo detto: ribellarci è giusto e necessario! contro padroni, governi, istituzioni borghesi, maschi fascisti che ogni giorno rovinano le nostre vite.
L'abbiamo detto e l'abbiamo fatto, perchè la repressione non ci deve fermare! 
Anche quest'anno il governo fascista Meloni - che, ultima schifezza, vuole attaccare nuovamente la libera volontà delle donne con la legge "Bongiorno" sulla violenza sessuale - cercherà di impedire lo sciopero. Confidiamo che quest'anno in maniera unitaria nessun sindacato si tiri indietro, e ci sia una risposta unitaria, compatta.
Chiaramente non abbiamo nessuna fiducia nei sindacati confederali, che sui posti di lavoro spesso sono concausa delle condizioni di discriminazione che subiscono le lavoratrici.  

LAVORATRICI SLAI COBAS per il sindacato di classe

L'appello di Nudm

photo_5789478927486095469_y.jpg


LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!

APPELLO ALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI, ALL3 SINDACALIST3, ALL3 DELEGAT3 

PER LO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA DEL 9 MARZO 2026 

Viviamo un tempo in cui patriarcato e capitalismo ricorrono alla guerra per risolvere la crisi in cui versano. 

Le guerre, la corsa al riarmo e la deriva autoritaria attraversano il pianeta massacrando vite, impedendone la stessa riproduzione, rendendo i processi di liberazione e autodeterminazione delle esistenze minati da feroce repressione, chiudendo spazi di dissenso e pensiero critico. 

La guerra è sempre più impattante anche dove non ci sono conflitti armati in corso: la respiriamo nella nostra quotidianità, nell’incertezza del futuro, nella precarietà delle nostre esistenze, nelle crisi industriali della riconversione bellica, nella scuola delle prescrizioni a docentə, studentə e contenuti. 

Vogliamo ricostruire reti di solidarietà internazionale e di lotta comune. Raccogliamo la sfida dello sciopero transfemminista, politico, sociale e vertenziale, che tiene insieme lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dai e dei consumi, dai e dei generi, nel momento in cui la propaganda di governo getta la maschera e diventa guerra aperta alle donne e alle persone trans, alle persone razzializzate, alle persone disabilizzate e povere.  

Deriva autoritaria, controllo dei corpi e economia di guerra non sono aspetti disgiunti ma costruiscono quotidianamente l’arruolamento morale e materiale della società nello Stato e l’irrigidimento dei ruoli di genere e di classe. 

Ultima violenza istituzionale il disegno di legge sulla violenza sessuale che sostituisce il “consenso libero e attuale” con il “dissenso”, riavvolgendo il nastro della storia indietro di alcuni decenni. Il dissenso presuppone una disponibilità fino a manifestazione contraria e scredita la parola di chi ha subito per tutelare chi ha abusato.

Le conseguenze dell’approvazione sarebbero aberranti non solo nei contesti familiari ma anche nei contesti lavorativi e in particolare quelli di maggiore ricattabilità e sfruttamento. Le denunce stanno facendo registrare un aumento vertiginoso dei casi mentre il governo continua a negare l’educazione psicosessuo-affettiva e al consenso nelle scuole. 

La legge va bloccata con ogni mezzo: anche con lo sciopero.

Il riarmo sta imponendo una pesante austerity in un momento di durissima crisi economica e di guerra commerciale mentre si programma la spesa a debito per finanziare la riconversione bellica della produzione industriale.

Le donne, le persone trans e non binarie, le persone razzializzate, disabili e neurodivergenti, giovani e meno giovani vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la crisi con l'aumento del lavoro povero e precario, l'aumento dei prezzi e la distruzione del servizio pubblico e del welfare. Si fa sempre più significativo il gender gap salariale mentre il governo continua a incentivare il part-time imposto e a enfatizzare il ruolo delle donne in quanto madri e lavoratrici, con misure una tantum e bonus. È lo stesso sistema che produce l'espulsione e l’invisibilizzazione sistematica dal mondo della formazione e del lavoro delle persone trans.

Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tutt.

Per questo chiediamo a tutti i sindacati di proclamare e sostenere lo sciopero generale per l’intera giornata nei posti di lavoro per consentire la più ampia partecipazione. Auspichiamo un sempre maggiore coinvolgimento delle organizzazioni sindacali nel sostegno attivo degli snodi organizzativi quanto nelle ipotesi politiche che da ormai 10 anni pratichiamo, fra tentativi ed errori sperimentando pratiche e strumenti, sempre in dialogo attraverso assemblee pubbliche

Lo Sciopero del 9 marzo si svolgerà durante le Paralimpiadi Milano Cortina che, come ogni Grande Evento, è una macchina moltiplicatrice del lavoro precario e volontario, di turistificazione e devastazione ambientale, ma non solo. Sappiamo del tentativo di sfruttare l'evento per imporre alle organizzazioni sindacali una sospensione degli scioperi al fine di "garantire il regolare svolgimento delle manifestazioni". Respingiamo l'ennesimo attacco al diritto di sciopero da parte del Governo: rispondiamo che se bisogna bloccare qualcosa, allora sono Olimpiadi o guerre, non uno dei pochi strumenti di conflitto sociale ancora praticabili, ovvero lo sciopero. 

Al di là di ogni rischio di ritualità, la sperimentazione aperta dallo sciopero dell’8 marzo in questi 10 anni ha risuonato negli scioperi contro il genocidio dell’autunno passato al grido di Blocchiamo tutto! e nello sciopero generale contro l’ICE a Minneapolis. Intendiamo continuare a fare dello sciopero una pratica collettiva di lotta e di organizzazione capace di superare frammentazioni e di incidere su una realtà inaccettabile.

 Il 9 marzo 2026 sarà sciopero transfemminista!

Non una di meno

CAPORALATO ALLA GLOVO, MA NON SOLO: IL DOPPIO SFRUTTAMENTO DELLE LAVORATRICI, UNA TESTIMONIANZA

Sara, la vita impossibile della mamma rider di Glovo: “Lavoravo tutti i giorni, portavo i figli con me”

Una 47enne racconta la sua esperienza da fattorina: sistema insostenibile. Prosegue l’indagine della Procura di Milano, verifiche sul criterio di calcolo dei compensi

Sara V., 47 anni, iniziò a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio

La paga “non è sufficiente”, neanche per pagare “l’affitto di 200 euro al mese” per vivere in un appartamento in condivisione con altri rider. “Non ho mai pause, lavoro sette giorni su sette”, ha spiegato un altro ciclofattorino ai carabinieri, che hanno raccolto le decine di testimonianze alla base del provvedimento con cui il pm di Milano, Paolo Storari, ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, la società del colosso del delivery Glovo. Provvedimento che dovrà essere convalidato da un gip. L’analisi tecnica si è concentrata sulla “gestione algoritmica della prestazione” lavorativa, il “monitoraggio” costante su “tempi” di consegna e "performance” con tanto di “punizioni”, ma anche su un elemento che resta, al momento, oscuro, ovvero il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e soprattutto calcolare il “compenso”. La piattaforma determina il compenso basandosi su “parametri registrati digitalmente e non negoziati dal rider”, e senza “analisi dei sistemi backend”, scrive il pm, non si sa come si arriva al “calcolo del compenso”. Più, in generale è la piattaforma, secondo la Procura, a “governare” il lavoro dei rider, formalmente lavoratori autonomi, pagato con cifre sotto la soglia di povertà.

Sara V., 47 anni, ha iniziato a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio perché i soldi, per una donna single con due figli da crescere, non bastano mai. Un impiego che a un certo punto è diventato sempre più assorbente portando via giorni e notti.

Fino a poco tempo fa, perché è riuscita a cambiare lavoro, Sara era uno dei 40mila rider che secondo le indagini coordinate dal pm di Milano Paolo Storari lavorano in condizioni di sfruttamento per Glovo, colosso spagnolo del delivery sottoposto al controllo giudiziario in Italia.

Sara, quando è entrata nella flotta di Glovo?

"Era il 2019, lavoravo part time in una cioccolateria e, avendo due figli piccoli, dovevo cercare per forza un secondo lavoro. Lo stipendio non era sufficiente. Per me all’inizio era un impiego che mi consentiva una certa flessibilità oraria. Con la pandemia ho lasciato la cioccolateria e ho iniziato a lavorare in una struttura sanitaria dalle 6 alle 10. Poi lavoravo per Glovo da mezzogiorno fino alle 8 di sera. Mi capitava di fare consegne anche sette giorni su sette, prendendo magari una mezza giornata per riposare”.

Come conciliava questo lavoro con la cura dei figli?

"Semplicemente, non avendo nessuno a cui affidarli, li portavo con me, perché facevo le consegne con la mia macchina. Non so neanche quante cene abbiamo fatto sul tavolino della mia Fiat Multipla. Per i miei figli, che ora hanno 13 anni, all’inizio era come un gioco. Scendevano con me e a volte mi aiutavano a fare le consegne. Poi la situazione, anche per loro, è diventata sempre più pesante. Si addormentavano in macchina, senza contare il rischio di incidenti. Guidavo costantemente in tensione”.

Quanto guadagnava con questo lavoro?

"In passato, lavorando sette giorni su sette, circa 1.500 euro lordi al mese. Ero costretta a lavorare anche il sabato e la domenica, perché altrimenti sarebbe sceso il mio punteggio, e vivevo costantemente attaccata al cellulare. A un certo punto sono diventata anche ’veterana’. Le condizioni sono peggiorate radicalmente quando è stato introdotto il sistema del free login (un sistema che ha eliminato calendari e slot consentendo ai rider di rimanere sempre connessi, pagati in base alle consegne effettuate, ndr), e lavorare è diventato insostenibile. Bisogna stare in giro ore con il rischio di non guadagnare nulla se non arrivano consegne, perché i tempi morti non vengono pagati. Per questo ho deciso di cercare un altro lavoro”.

11/02/26

Teheran: "Non c’è più spazio per i cadaveri. Non c’è più dignità". Info da Amnesty international

Dobbiamo agire e dobbiamo farlo ORA  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  ͏  

10/02/26

Operaio morto all’ex Ilva di Taranto, le parole della moglie Maria Teresa - Un atto di accusa

Questo racconto, che più che racconto, è una denuncia, va fatto conoscere. Prima di tutto la devono leggere, sentire gli operai dell'Ilva, dell'appalto che vivono ogni giorno questa paura di morire.

Insieme alla forza che esprime Maria Teresa, nonostante il grandissimo dolore, c'è una denuncia, che deve diventare un grido/un appello agli operai: non si può accettare di lavorare/vivere così! Il ricatto, la paura di perdere il lavoro, di essere messi in cassintegrazione, dei capi, non salva la vita nè il lavoro! Il lavoro è "tutto", è dignità, ma padroni, capi, lo mettono sotto i piedi - e non si può accettare.

Occorre un'altra strada, occorre ribellarsi, dire NO! Occorre provarci a farlo. Chi l'ha detto che se ci si ribella non si difende lavoro, salario, vita? 

Claudio Salamida non deve essere un numero, come vuole l'azienda; facciamolo continuare a vivere - non solo in un giorno di sciopero e poi tutto resta come prima, anche per i sindacati - facciamolo vivere prendendo l'altra strada. 

Chi tace, chi scrolla le spalle si scava la fossa con i suoi piedi, è complice della situazione sempre più grave in Ilva.

*****  

Il racconto della moglie di Claudio Salamida, tra turni massacranti, paura di ritorsioni, silenzi e una sicurezza che, secondo chi viveva la fabbrica ogni giorno, era solo sulla carta
 

 

 

da Corriere di Taranto - Giacomo Rizzo

«Non era un lavoro, sembrava di stare sotto una dittatura». È così che Maria Teresa D’Aprile descrive l’ambiente in cui lavorava suo marito, Claudio Salamida... l’operaio di 46 anni morto precipitando dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2, nell’area del convertitore 3, mentre stava eseguendo lavori di manutenzione...

Quella rilasciata a Diego Bianchi per la trasmissione di La 7 “Propaganda live” è stata una intervista drammatica. Un racconto che va oltre il dolore privato e diventa atto d’accusa contro un modello di lavoro che sembra fondarsi sulla soggezione verso l’azienda, sul timore di ritorsioni e su un’omertà che soffoca la verità...

«Nell’ultimo periodo mi ha detto che non sarebbe vissuto molto, non so perché», rivela Maria Teresa... «quando c’è stato il boom delle assunzioni all’Ilva per lui è stato un miracolo trovare un posto fisso. Mi diceva sempre che non avrebbe mai sputato nel piatto dove gli davano da mangiare». Una frase che racconta meglio di mille analisi il ricatto implicito che spesso governa il lavoro: accetti tutto, perché il lavoro è sopravvivenza.

I turni erano estenuanti, ben oltre il dovuto. «Non erano mai otto ore», spiega la moglie. Claudio usciva di casa due ore prima e rientrava anche un’ora e mezza dopo, affrontando ogni giorno il viaggio da Putignano a Taranto. A volte arrivava a lavorare 16 ore consecutive.
«Non riposava quasi mai». E quando un collega mancava, il contratto imponeva di coprire almeno quattro ore in più. Una spirale che trasformava l’eccezione in regola.

«Lui... non voleva stare in cassa integrazione. Si sentiva inutile, per lui il lavoro era tutto, voleva lavorare a tutti i costi perché voleva contribuire alle spese della famiglia e non si dava pace. Diceva: ma perché dopo tutti questi anni mi devo ritrovare in cassa integrazione?».
In questo contesto, parlare di sicurezza diventa quasi una beffa. «I dispositivi di protezione non esistono se non quel misero caschetto che hanno trovato accanto al suo corpo», denuncia Maria Teresa. Claudio conosceva i rischi, li minimizzava per non spaventare la famiglia, ma confidava alla moglie che «lì è tutto rischioso». Eppure non mollava perché per lui «il lavoro era dignità, era sacro».

All’ospedale, il riconoscimento del corpo prima consentito e poi negato. «Era chiuso in una sacca nera. Ho visto solo la sua mano. Purtroppo è caduto di faccia e quindi gli altri mi hanno detto: non lo vedere perché potresti rimanere scioccata... Sopra c’erano le polveri dell’Ilva. Mi raccomandarono di non toccarla». E allora la domanda, feroce e inevitabile: «io che ero entrata per la prima volta non dovevo toccare mio marito perché c’erano le polveri e gli operai che in quel luogo lavorano da una vita? Non hanno mai pensato a loro?».

Alla fabbrica, tra vigilanti e telecamere, Maria Teresa si è sentita accerchiata. «Hanno speculato sul dolore degli altri. Noi siamo sempre stati riservati. Hanno filmato anche il bambino senza consenso. Io ho chiesto di parlare con un responsabile. Una persona mi ha confidato che era lì da poco e che si occupava della sicurezza. Ho detto: alla faccia della sicurezza, ma che sicurezza è questa? E lui: non è proprio così». «L’ultima morte è avvenuta molto tempo fa»...

Restano le domande sulla dinamica: una pedana di legno a coprire una voragine, nessun collaudo, forse un uomo mandato da solo dove si dovrebbe andare in due. «Chi l’ha fatto salire?», chiede la moglie. Nessuno risponde. I colleghi tacciono, i capi anche. «Tutti hanno paura di perdere il posto di lavoro»...
Nell’audio whatsapp diffuso dalla moglie, Claudio spiegava: «Poi che fai? Ti metti contro l’azienda? L’azienda poi ti castiga giorno per giorno». È il cuore del ragionamento: il timore di chiedere un giorno di riposo, la paura di essere segnati. «Sembrava stesse sotto una dittatura», ammette Maria Teresa. E aggiunge un dettaglio che accresce la sua rabbia: «Dell’azienda non mi ha chiamata nessuno. Neanche una telefonata».
Claudio Salamida «era una matricola, non era una persona», conclude amaramente la moglie. «È morto, l’hanno già sostituito»... Un sistema che muove capitali, produzioni, numeri e bilanci e relega ai margini le persone...

Si lavora stanchi, si lavora con paura, si lavora sapendo che parlare può significare isolamento, punizione, perdita del posto. Si accetta il rischio perché il ricatto è silenzioso ma potente: se non lo fai tu, lo farà un altro...

Solidarietà a Maja! Costruire un ampio fronte di lotta e mobilitazione - da Soccorso Rosso Proletario


 

Il 4 febbraio 2026, un tribunale di Budapest ha condannato in primo grado Maja, Gabri e Anna a 8,7,2 anni di carcere rispettivamente, per le contestazioni a Budapest tra il 9 e l’11 febbraio 2023 contro il cosiddetto “Giorno dell’onore”, il raduno annuale in cui neonazisti e neofascisti provenienti da tutta Europa commemorano i soldati delle Ss caduti durante la Seconda guerra mondiale.

Particolarmente grave è la situazione di Maja T., attivista antifascista tedesca condannata per tentate lesioni personali gravi a danni di neonazisti. Maja è stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 e deportata in Ungheria il 27 giugno 2024, poche ore prima che la Corte costituzionale federale tedesca dichiarasse illegale la sua estradizione.

Contro di essa gli avvocati di Maja hanno argomentato la sproporzione della pena richiesta dalla procura ungherese rispetto alle accuse rivolte, le condizioni di detenzione al di sotto degli standard previsti dalle leggi tedesche ed europee, la pesante ingerenza del governo Orban nel sistema giudiziario ungherese che non garantirebbe il diritto a un giusto processo, stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Questi stessi argomenti hanno bloccato le estradizioni di altri imputati, come quella di Gabriele dall’Italia e di Gino dalla Francia, ma non sono stati presi in considerazione da un tribunale minore tedesco.

Da 18 mesi Maja è rinchiusa in una prigione di Budapest in isolamento permanente che può durare anche 3 anni. Le condizioni di detenzione nelle carceri ungheresi, già denunciate da Ilaria Salis durante la sua carcerazione lì, sono aggravate dall’identità queer di Maja, fortemente repressa dal regime di Orban, che la espone a ulteriori violenze e discriminazioni.

Lo scorso anno Maja ha portato avanti uno sciopero della fame per oltre un mese contro le condizioni inumane e degradanti del carcere ungherese e la sua estradizione illegale, contro la quale ha fatto numerosi ricorsi, puntualmente ignorati dalle autorità tedesche.

Nella lettera in cui annunciava il suo sciopero della fame, Maja denunciava il regime di tortura bianca a cui è sottoposta, con luci e controlli orari che le tolgono il sonno, telecamere accese giorno e notte affisse illegalmente nella cella, controlli intimi e perquisizioni corporali durante le quali era costretta a spogliarsi integralmente, condizioni insalubri del cibo e della cella con presenza di insetti e luce insufficiente, mancanza di integratori vitaminici e di visite mediche tempestive.

Condizioni che ne hanno già compromesso gravemente la salute fisica e mentale e contro le quali Maja attende ancora di essere risarcita. Anche per questo farà ricorso in appello contro questa infame sentenza, emessa al termine di un procedimento pilotato dal governo Orban per condannare in maniera esemplare i suoi nemici, antifascisti, antirazzisti e comunità LGBTQ+.

Tutto il processo di Budapest, d’altronde, appare sempre più per quello che è, una farsa giudiziaria, una montatura costruita su congetture traballanti e non su fatti, e contraddistinta da gravi violazioni del diritto alla difesa, oltre che da un grave pregiudizio del giudice e del sistema politico ungherese.

09/02/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Patriarcato e capitalismo sono sullo stesso piano? Alcune note (in divenire) del MFPR


Teorizzare (vedi le precedenti Formazioni rivoluzionarie delle donne) anche oggi nel movimento femminista in generale e non solo che patriarcato-capitalismo siano paralleli, entrambi importanti o, nella versione del femminismo socialista, che siano intrecciati, che l'uno determina e influenza l'altro ma hanno pari importanza, nessuno ha la priorità sull'altro, è una teoria errata e impotente. Apparentemente può sembrare più avanzata, che mette in discussione tutti gli aspetti di oppressione, e che quindi spinge a tener conto di ogni aspetto e lottare a su tutto; in realtà appiattisce tutto, cela il "bandolo della matassa" ed è pertanto impotente a rovesciare la realtà che, per essere rovesciata, deve rompere il sistema, rompere i rapporti di produzione arretrati rispetto alla potenzialità delle forze produttive (e per forze produttive intendiamo niente affatto solo le forze strutturali, ma anche quelle sovrastrutturali, la cultura, la scienza, l'arte, ecc. ecc; ma in primis soprattutto le energie dell'umanità, e le energie delle donne che a causa della loro condizione di totale oppressione non sono potuto crescere e determinare tutti i campi), affinchè le forze possano esplodere e svilupparsi.
Sappiamo bene e siamo d'accordo con le femministe quando dicono che non basta rovesciare il sistema capitalista, abolire la proprietà privata per porre fine all'insieme delle oppressioni delle donne, perchè restano le idee, le abitudini che sono più difficili da superare, eliminare e richiedono una continuazione della lotta. Questa è la ragione per cui nella rivoluzione culturale proletaria in Cina si teorizzò la necessità della continuazione della rivoluzione, di una rivoluzione nella rivoluzione che toccasse anche il "cielo", la sovrastruttura. Anche su questo sono Marx ed Engels che ci danno una critica spietata della "famiglia", dell'"educazione", del ruolo meramente riproduttivo della donna (nota 1); è Mao Tse tung, è Chiang Ching che ci danno una risposta e una iniziale esperienza della necessità, possibilità di una rivoluzione nel mondo delle idee reazionarie (e di quelle più invasive tra le masse: sessismo, maschilismo, razzismo, ecc.) che permangono, Quindi, non si tratta certo di una risposta meccanicista che tiene conto solo dei rapporti di produzione. Dire che il marxismo non avrebbe analizzato i rapporti tra uomini e donne è una critica inesistente. 
Karl Marx e Friedrich Engels hanno detto: «Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». Più affermazione completa e dialettica di così...   
Dire invece altro, che lo si voglia o no, si teorizza lo status quo, e quindi l'immobilismo (che non è mai stasi, perchè la realtà si muove o avanti o, come nella fase odierna di crisi, "ultimo stadio" del capitalismo, va "indietro", che non è effettivamente un indietro storico, ma un avanti deformato). 
Ugualmente porta a un immobilismo considerare uguali, come base della società ogni struttura di potere, e quindi ogni terreno di lotta (oppressione delle donne, razzismo, discriminazioni/repressione di genere, capitalismo, ecc.), senza una priorità, senza la centralità del sistema capitalista che va abbattuto. Altrimenti si scade inevitabilmente nell'illusione perdente del riformismo.
Le posizioni femministe che non legano il patriarcalismo alla fase della borghesia capitalista/imperialista, all'uso che il sistema capitalista fa di esso rifuggono da un'analisi storico materialista, tagliano le "radici" della permanenza di concezioni e prassi patriarcali e, di fatto ne fanno una questione solo ideologica, senza basi, senza corrispondenza al sistema sociale, economico, politico, ideologico attuale.
Di conseguenza, la risposta, il contrasto/la lotta al "patriarcato" resta su un fronte puramente sovrastrutturale, di educazione che deve trasformare, ma che, fermo restando l'attuale sistema capitalista non solo non può cambiare ma diventa sempre più parte dell'azione del potere borghese in senso lato. 
Anche i Femminicidi - gravissimo centrale problema - considerarli come frutto di residui del "patriarcato", non coglie realmente il "perchè oggi". Si può dire, all'inverso, che essi sono frutto oggi essenzialmente della reazione alla crisi del ruolo del maschio, rispetto a donne che vogliono rompere la condizione esistente. 
Nei rapporti umani, e il rapporto uomo/donna è il principale rapporto umano, via via che il sistema borghese va in crisi, "scoppia" un contrasto, una lacerazione tra "sviluppo delle forze produttive" = potenzialità delle donne e "rapporti di produzione" che cercano disperatamente e con la violenza di contrastare questo sviluppo, di mettere le catene, di "ucciderlo". Ma non ci riescono. E le "forze produttive" devono necessariamente non cercare di "cambiare" questi rapporti di oppressione, ma romperli, con una violenza, levatrice della nuova storia, e in questo senso rivoluzionaria. 
In questo senso, è il sistema capitalista/imperialista che determina, usa, modella in funzione della permanenza del suo interesse, del suo sistema generale (strutturale e sovrastrutturale) ogni idea, ideologia, prassi conseguenti; e nella fase di crisi, di "ultimo stadio" questo uso produce marciume, barbarie, violenza fascista, opposizione ad ogni spinta in avanti. 
Per questo, un'analisi storico materialista dialettica - che non vuol dire affatto meccanicista, ma esattamente il contrario - ci mostra che finchè non viene rovesciato, è il capitalismo che sta al "vertice" e sussume e determina a suo interesse vitale ogni altra struttura di potere.
Il patriarcato è come la religione.
La religione è stata in perfetta sintonia con il sistema sociale, economico esistente fino al feudalesimo. La borghesia, nel bene e nel male, ha strappato via le basi della religione; essa comunque permane pur non avendo più le basi strutturali.
Ugualmente il patriarcato è un sistema sociale, con una ideologia dominante e prassi conseguente dalla nascita della famiglia monogamica (nota 2); anche qui la borghesia ne ha strappato le basi e con essa i "valori" (nota 3). 
Ma anche qui - anzi, potremmo dire, ancora di più qui - i "valori" restano. 
Per la religione i progressi scientifici (avvenuti col, nel capitalismo) hanno comunque intaccato alcune delle credenze più "solide". Per il patriarcalismo, per la condizione delle donne di subordinazione/oppressione di più della metà dell'umanità, pur riducendosi le ragioni strutturali (l'entrata di una parte significativa delle donne nell'attività produttiva; una certa indipendenza economica; la messa in crisi della famiglia tradizionale), le concezioni restano, si "ammodernano", la riproduzione delle forze-lavoro resta a carico della donna, come il lavoro domestico. 
Ed entrambi sono funzionali a tenere in vita questo capitalismo morente. 
Questo sistema deve essere rovesciato con la rivoluzione, per spazzare via ogni aspetto del patriarcato, per liberare le grandi energie delle donne, dei proletari che trasformino la terra e il cielo. 
*****
Nota 1 - "Abolizione della famiglia… su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica...
E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via?...
La fraseologia borghese sulla famiglia e sull'educazione, sull'affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.
Tutta la borghesia ci grida contro in coro: ma voi comunisti volete introdurre la comunanza delle donne. Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione. Sente dire che gli strumenti di produzione devono essere sfruttati in comune e non può naturalmente farsi venire in mente se non che la sorte della comunanza colpirà anche le donne... Non sospetta neppure che si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione..."
(da Il manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels)

Nota 2 - "… il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso femminile da parte di quello maschile. La monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporaneamente essa, accanto alla schiavitu’ e alla proprietà privata, schiuse quell’epoca che ancora oggi dura, nella quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si compie mediante il danno e la repressione di altri. Essa fu la forma cellulare della società civile, e in essa possiamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con pienezza".
(da l'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di Engels)

Nota 3 - "Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti"... In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e politiche...
La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro… Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare".
(da Il manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels)

Il consenso no, deve esserci "dissenso" per essere considerato femminicidio, ci deve essere "odio di genere"! L'ennesima violenza legalizzata sul corpo delle donne

Perché per la morte di Zoe Trinchero non si indaga per femminicidio: “Bisogna provare possesso e odio di genere”
Sul corpo della 17enne Zoe Trinchero sono stati trovati segni di percosse e strangolamento. Il 20enne Alex Manna però non è stato accusato di femminicidio, ma di omicidio aggravato da futili motivi. L’avvocato penalista Fabio Messina a Fanpage.it spiega: “Il capo d’imputazione non è ancora cristallizzato”