04/06/26

Molto bene! La PM impugna la vergognosa assoluzione degli 8 autisti violentatori dell'Amat di Taranto

  


Il Movimento femminista proletario rivoluzionario di Taranto saluta e appoggia incondizionatamente questa giusta decisione della PM Marzia Castiglia.

Le violenze sessuali c'erano eccome - Il MFPR aveva fortemente denunciato quelle assoluzioni (in calce il nostro comunicato di aprile)

DALLA STAMPA LOCALE

Autisti Amat accusati di violenza sessuale, la Procura impugna la sentenza di assoluzione: chiesto il processo d'appello

Il pubblico ministero Marzia Castiglia contesta le motivazioni dell'assoluzione pronunciata dal Tribunale di Taranto e chiede una nuova valutazione del quadro probatorio

La Procura della Repubblica di Taranto ha infatti presentato ricorso in appello contro la decisione pronunciata il 22 gennaio scorso dal collegio giudicante presieduto da Elvia Di Roma, che aveva assolto tutti gli imputati con la formula "perché il fatto non sussiste".

A proporre l'impugnazione è stato il pubblico ministero Marzia Castiglia, titolare dell'inchiesta, che contesta le conclusioni cui era giunto il Tribunale, ritenendo la motivazione della sentenza affetta da profili di illogicità e contraddittorietà.

Secondo la Procura, il giudizio assolutorio non avrebbe adeguatamente valorizzato gli elementi emersi nel corso del dibattimento, in particolare le dichiarazioni della persona offesa, le intercettazioni telefoniche, la documentazione sanitaria acquisita agli atti e le relazioni degli specialisti che avevano seguito la giovane durante le indagini.

Nel ricorso viene inoltre contestata la valutazione operata dai giudici in merito alla condizione di vulnerabilità della ragazza e alla sua capacità di esprimere un consenso valido rispetto ai fatti contestati. Per l'accusa, il quadro probatorio raccolto nel corso dell'istruttoria sarebbe stato idoneo a sostenere l'impianto accusatorio e meriterebbe una nuova valutazione in sede di secondo grado...

La vicenda giudiziaria approda ora davanti ai giudici di secondo grado, che saranno chiamati a riesaminare il complesso materiale probatorio raccolto nel corso del procedimento e a pronunciarsi sulla correttezza della decisione adottata dal Tribunale di Taranto e sulla linea difensiva sostenuta dal nutrito collegio di legali che ha rappresentato gli imputati, gli avvocati Andrea Digiacomo, Marino Galeandro, Giorgio Mingolla, Pasquale Miraglia, Aldo Massaro, Vincenzo Monteforte, Pierluigi Morelli, Alessandro Scapati, Alessandra Semeraro e Marco Zito...

«Gli imputati, tutti adulti e dipendenti Amat, hanno approfittato della frequentazione abituale della ragazza sui mezzi pubblici, instaurando con lei rapporti confidenziali progressivamente degenerati in condotte sessualmente invasive» e le prove acquisite nel processo consentono di «ritenere provato il delitto di violenza sessuale, sia sotto forma di costrizione, che sotto forma di induzione». È quanto scrive il pm Marzia Castiglia nell'atto d'appello con il quale ha impugnato la sentenza di assoluzione degli otto autisti coinvolti nell'inchiesta sugli abusi ai danni di una ragazza con disabilità psichica a bordo dei mezzi di Kyma Mobilità tra il 2018 e il 2019.

Il collegi di giudici in primo grado ha assolto gli imputati sostenendo che gli atti sessuali narrati dalla ragazza ci sono stati, ma nel dibattimento non è emersa la prova che la giovane sia stata costretta a subirli... 

Per il pm Castiglia, invece, le cose non stanno così. «Si ritiene – scrive il magistrato inquirente - che la pronuncia assolutoria non abbia tenuto adeguatamente in conto il compendio probatorio acquisito all’esito della celebrazione di tutto il dibattimento»: il riferimento, in particolare è innanzitutto alle dichiarazioni rese in aula dalla ragazza e poi alle intercettazioni telefoniche.
A questo per l'accusa si aggiungono le conversazioni captate dagli investigatori che «hanno fornito ulteriori importanti riscontri in merito alla effettiva sussistenza delle condotte attribuite agli odierni imputati».
Elementi che, insieme con altri, per la Procura sono sufficienti a condannare gli autisti la cui posizione, ora, dovrà passare al vaglio della Corte d'appello di Taranto che deciderà se conferma o meno la sentenza di primo grado.

LA DENUNCIA DEL MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO DI TARANTO ALLA VERGOGNOSA SENTENZA DI ASSOLUZIONE 

Uscite le motivazioni della sentenza degli autisti violentatori - Una vergogna inaccettabile!

Le motivazioni depositate 2 giorni fa della sentenza che ha assolto tutti gli 8 autisti Amat perchè "il fatto non costituisce reato" sono oscene e da respingere!

Nei primi giorni di maggio il Movimento femminista proletario rivoluzionario farà un presidio al Tribunale e chiama femministe, ragazze, avvocate, ad organizzarlo insieme.

Non solo gli 8 violentatori sono stati assolti con formula piena (neanche una formula come: 'ripetute molestie, abusi sessuali' è stata usata), ma nelle motivazioni si scrive che è la ragazza che non ha dimostrato di aver subito violenze "costrizioni"; Sì - dicono i giudici - ci sono state atti sessuali ma la ragazza non ha dimostrato chiaramente di essersi opposta. La denuncia fatta dalla ragazza non ha quindi valore; peggio: il fatto che fosse un pò disabile mentalmente, invece di costituire un aggravante (come aveva chiesto il PM), viene ritenuta una prova di non credibilità. 

VERGOGNA GIUDICI! 

Una sentenza che dice che le denunce, sempre molto sofferte, in cui pesa a volte la vergogna, insieme ad una giusta sfiducia nella giustizia, sono a prescindere non vere; e che è la donna che deve portare prove provate che ha subito violenze sessuali, non gli uomini. E' la donna che deve dimostrare il "dissenso"; per cui se non dimostra un rifiuto "esplicito", se non grida, se non chiede aiuto, se ritarda nella denuncia, la violenza non è avvenuta...

A Taranto, siamo addirittura nella applicazione ultra rigida di questo abominio: nella sentenza i 3 giudici (di cui 2 donne...) riconoscono che "le condotte degli autisti sono "deprecabili" e "di deplorevole moralità", specialmente perché commesse da incaricati di un pubblico servizio", parlano anche di "abusi sessuali", riconoscono che gli atti sessuali avvenivano in zone deserte, dopo che erano state serrate le porte dei bus (e chi poteva portare i bus in queste zone, vicino all'Ilva, chi poteva serrare le porte, se non gli autisti!?); ma voi porci autisti non dovete provare nulla e... siete tutti assolti! Perchè quella "imbranata"/timida ragazza non ha LEI dimostrato la "coercizione". Quindi siamo all'affermazione per cui: il "consenso" della ragazza effettivamente non c'era, ma non c'è prova di "dissenso".

Questa sentenza è molto grave anche perchè può fare "scuola", queste motivazioni potranno essere usate contro tante altre donne.

Ultima sottolineatura vergognosa: questi 8 autisti violentatori sono stati in questo lungo periodo del processo totalmente appoggiati dai sindacati Cisl e Cisal, che hanno giubilato ora per la loro assoluzione. Ma essi stessi si auto denunciano come "complici", perchè - e noi l'abbiamo accertato - tutti all'Amat sapevano, dato che gli autisti si vantavano sui social delle loro violenze sessuali. 

Riportiamo di seguito alcuni articoli stampa. Ma questa ulteriore violenza non deve passare! Abbiamo già detto che daremo il massimo sostegno alla ragazza se vuole andare avanti, insieme all'appoggio legale per fare anche appello contro questa schifosa sentenza.

Ma prima di tutto dobbiamo respingere questa sentenza, con la nostra mobilitazione. 

Movimento femminista proletario rivoluzionario

WA 3475301704

02/06/26

Giù le mani dalle compagne, solidarietà ad Alina


Una madre di tre figli finisce sotto accertamento dopo uno sciopero della fame davanti a Montecitorio. Ultima Generazione denuncia: “Non tutela dei minori, ma intimidazione contro chi dissente”.
Una madre di tre figli segnalata ai servizi sociali per aver partecipato a uno sciopero della fame contro il genocidio a Gaza. È quanto denuncia Ultima Generazione, che ha reso pubblica la vicenda di Alina, 36 anni, attivista del movimento climatico e sociale, protagonista nell’autunno scorso di una protesta nonviolenta davanti a Montecitorio.
La donna aveva preso parte, insieme ad altre due attiviste, a uno sciopero della fame durato quindici giorni tra il 20 settembre e il 4 ottobre 2025. La richiesta rivolta al governo era il riconoscimento del genocidio in corso a Gaza e l’intervento per la protezione della Sumud Flotilla, la missione civile internazionale impegnata nel tentativo di rompere l’assedio imposto alla popolazione palestinese.
Secondo quanto riferito dal movimento, al termine della mobilitazione Alina sarebbe stata contattata dai servizi sociali del proprio territorio. Motivo della convocazione: una segnalazione trasmessa dalle forze dell’ordine di Roma nella quale si chiedeva di verificare un presunto abbandono dei figli minori durante il periodo della protesta.
La procedura avrebbe comportato colloqui con la madre e accertamenti nelle scuole frequentate dai ragazzi.
La vicenda solleva interrogativi che vanno ben oltre il singolo caso. Non si parla infatti di maltrattamenti, violenze o situazioni di disagio familiare. La contestazione nascerebbe esclusivamente dalla partecipazione a una protesta politica nonviolenta.
«Sono stata trascinata in questura, identificata e denunciata più volte per aver tenuto in mano un cartello e una bandiera», racconta Alina. «Poi, al mio ritorno, ho scoperto che era stata aperta una segnalazione nei miei confronti. È una cosa profondamente ingiusta. I miei figli non vivono in una famiglia problematica, ma in un mondo problematico, che non è quello che vorrei lasciare loro».
Il punto politico della vicenda è evidente. Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo ampliamento degli strumenti utilizzati contro chi protesta: denunce, fogli di via, sorveglianza speciale, sanzioni amministrative, fermo preventivo, misure cautelari. Ora emerge anche un altro terreno particolarmente delicato: quello che coinvolge la sfera familiare e personale degli attivisti.
Per Ultima Generazione non si tratta di un episodio isolato ma di un ulteriore tassello di una strategia volta a scoraggiare la partecipazione politica attraverso forme di pressione indiretta. Colpire una madre attraverso una segnalazione ai servizi sociali significa infatti intervenire nel punto più sensibile della vita di una persona, producendo un effetto intimidatorio che va ben oltre le conseguenze giudiziarie o amministrative.
La questione assume un rilievo ancora maggiore perché riguarda una protesta pacifica. Lo sciopero della fame è una delle forme di dissenso più antiche e nonviolente della storia politica contemporanea. Non comporta danni a persone o cose, non interrompe servizi, non mette in pericolo la sicurezza pubblica. Eppure, secondo il movimento, è stato trattato come un comportamento meritevole di particolare attenzione da parte delle autorità.
Il caso arriva inoltre in una fase caratterizzata da una crescente conflittualità attorno alle mobilitazioni per la Palestina. Negli ultimi mesi attivisti, studenti, lavoratori portuali, associazioni e movimenti solidali sono stati oggetto di provvedimenti amministrativi, denunce e misure restrittive in diverse città italiane.
Per questo la vicenda di Alina rischia di assumere un significato che va oltre la sua storia personale. Se la partecipazione a una manifestazione o a uno sciopero della fame può diventare il presupposto per attivare verifiche sulla capacità genitoriale di una persona, il confine tra tutela dei minori e controllo del dissenso diventa estremamente fragile.
Ultima Generazione ricorda che, a oggi, la magistratura ha emesso decine di assoluzioni nei confronti di attivisti del movimento, riconoscendo in molti casi la natura nonviolenta e la legittimità delle forme di protesta adottate. Proprio per questo, secondo il movimento, quanto accaduto ad Alina rappresenta un precedente grave che merita attenzione pubblica.
La domanda che resta aperta è semplice: in una democrazia costituzionale, la partecipazione a una protesta pacifica può diventare motivo sufficiente per mettere sotto osservazione una madre e la sua famiglia? Perché se il dissenso viene trattato come un indice di inaffidabilità personale, il problema non riguarda più soltanto chi protesta, ma la qualità stessa delle libertà democratiche.
Da Osservatorio repressione

Gaza e Cisgiordania, la guerra contro le donne come strategia di conquista

Per questo le donne hanno 100/1000 ragioni in più per trasformare il loro immenso dolore nella Resistenza, che non può che essere dura, armata
da InsideOver
Se Gaza è la forma concentrata della devastazione, la Cisgiordania è il luogo della compressione continua.
La Palestina non è soltanto un teatro di guerra. È un laboratorio tragico in cui si vede, con crudezza quasi insopportabile, che cosa accade quando una crisi umanitaria diventa forma permanente della vita. Non più l’emergenza come interruzione della normalità, ma l’emergenza come normalità. Non più la guerra come evento eccezionale, ma la guerra come ambiente dentro cui si nasce, si cresce, si ama, si studia, si lavora, si partorisce, si invecchia e si muore.
È qui che la condizione delle donne palestinesi assume un valore politico e strategico enorme. Perché raccontare la loro vita non significa aggiungere un capitolo “umanitario” alla questione palestinese. Significa entrare nel punto più profondo del conflitto: là dove occupazione, bombardamenti, blocco economico, patriarcato, povertà, frammentazione territoriale e collasso dei servizi si incontrano e si scaricano sui corpi, sui tempi e sulle responsabilità delle donne.
La crisi palestinese, infatti, non cade su una pagina bianca. Non nasce nell’ottobre 2023, anche se da allora ha conosciuto una devastazione radicale. Cade su decenni di occupazione militare, restrizioni alla mobilità, espansione degli insediamenti in Cisgiordania, blocco di Gaza, precarietà economica, dipendenza dagli aiuti e disuguaglianze sociali sedimentate. Il risultato è che la guerra non crea semplicemente nuove vulnerabilità: accelera, amplifica e rende letali quelle già esistenti.
Il punto decisivo è questo: le crisi non sono mai neutrali. Non colpiscono uomini e donne allo stesso modo, non perché le donne siano più fragili per natura, ma perché la società, l’economia e il potere hanno già assegnato loro un posto più esposto. Quando crollano l’acqua, la sanità, la scuola, il lavoro, la casa, la sicurezza alimentare, non crolla solo l’architettura materiale della vita. Crolla l’intero sistema di protezione quotidiana. E dentro quel crollo sono le donne a dover garantire continuità: nutrire, curare, calmare, proteggere, organizzare, cercare, negoziare, sopravvivere.
La ricerca è costruita su 57 interviste approfondite con donne e ragazze di Gaza, Cisgiordania e diaspora, integrate dalle testimonianze di organizzazioni femminili e di operatrici umanitarie. Il suo impianto mostra come occupazione, patriarcato e crisi protratta si intreccino nel determinare non solo la vulnerabilità delle donne palestinesi, ma anche le loro forme di azione, organizzazione e resistenza.
Gaza è il luogo in cui la guerra assume la forma più brutale: distruzione urbana, sfollamento, fame, assenza di acqua, sistema sanitario al collasso, scuole trasformate in rifugi, tende che prendono il posto delle case, latrine condivise, code interminabili per il pane o gli aiuti. Ma ridurre Gaza a una sequenza di rovine sarebbe ancora insufficiente. Perché la distruzione più profonda non è soltanto quella degli edifici. È la distruzione dello spazio privato.
Per una donna, la casa non è semplicemente un bene immobiliare. È il luogo della cura, dell’intimità, della protezione dei figli, della memoria familiare, della gestione del tempo... Vivere in una tenda, in una scuola affollata, in un edificio danneggiato o in un riparo improvvisato significa essere sempre visibili, sempre vulnerabili, sempre dipendenti da altri.
La perdita della privacy ha un significato particolare per donne e ragazze. Lavarsi, cambiarsi, gestire le mestruazioni, allattare, dormire, andare in bagno diventano azioni cariche di rischio, vergogna, paura. Non sono dettagli minori. Sono il cuore della dignità umana. Una crisi che impedisce a una ragazza di curare il proprio corpo senza esporsi allo sguardo degli altri non è solo una crisi sanitaria. È una crisi morale e politica.
In questo quadro, la fame non è solo mancanza di calorie. È decisione quotidiana su chi mangia e chi aspetta. È una madre che riduce la propria razione per lasciare qualcosa ai figli. È una donna incinta o che allatta costretta a vivere senza alimentazione adeguata. È il corpo femminile trasformato in ammortizzatore biologico della catastrofe.
Lo stesso vale per l’acqua. Senza acqua non c’è igiene, non c’è salute, non c’è cura dei bambini, non c’è protezione mestruale, non c’è prevenzione delle malattie. Le donne diventano amministratrici della scarsità, incaricate di distribuire ciò che non basta mai. Ogni tanica diventa un problema logistico, sanitario e familiare. Ogni fila diventa esposizione al pericolo. Ogni spreco, anche minimo, diventa colpa.
Se Gaza è la forma concentrata della devastazione, la Cisgiordania è il luogo della compressione continua. Qui la violenza non sempre esplode con la stessa intensità spettacolare, ma si insinua nella vita quotidiana attraverso posti di blocco, incursioni, chiusure, controlli, demolizioni, espansione degli insediamenti, restrizioni agli spostamenti, incertezza permanente.
La mobilità è il vero campo di battaglia nascosto. Per una donna, non poter attraversare un posto di blocco non significa soltanto perdere tempo. Significa non raggiungere un ospedale, non andare al lavoro, non accompagnare un figlio a scuola, non partecipare a una riunione comunitaria, non accedere a un servizio, non poter programmare la propria giornata. Il controllo dello spazio diventa controllo del tempo. E il controllo del tempo diventa controllo della vita.
In Cisgiordania la crisi assume spesso la forma dell’impossibilità. Impossibilità di muoversi liberamente, di costruire, di progettare, di vivere senza il timore dell’irruzione improvvisa del potere militare. Non è necessario distruggere tutto per rendere precaria l’esistenza. Basta rendere ogni azione dipendente da un permesso, da un varco, da un ordine, da una chiusura, da una minaccia.
Per le donne questo significa ulteriore confinamento. Le famiglie, davanti all’aumento dei rischi esterni, tendono a limitare la mobilità femminile. Le ragazze possono essere spinte ad abbandonare la scuola, a restare in casa, a rinunciare al lavoro o alla partecipazione pubblica. La militarizzazione produce così un doppio effetto: restringe lo spazio politico della società palestinese e rafforza, al suo interno, norme patriarcali presentate come misure di protezione.

31/05/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - "Il lavoro della donna nel sistema capitalista è valore d’uso senza valore" - Da Produzione e riproduzione - 2

Continuiamo sul tema "produzione e riproduzione", pubblicando un intervento della filosofa Carla Filosa - Napoli, in una assemblea on line del Mfpr:
"Il lavoro della donna è valore d’uso senza valore"
un intervento della filosofa Carla Filosa - Napoli
E' molto importante capire in quale sistema siamo oggi prima di arrivare alle sue conseguenze di cui il problema di genere è una. 
Allora per capire questo mi sembra assolutamente prioritaria dare un’informazione rispetto alla situazione femminile oggi in termini di occupazione dovuta non solo alla crisi del capitale, ma alla crisi pandemica. Noi vediamo dai dati emersi che nel 2020, cioè l’anno scorso, l’occupazione femminile è diminuita del 5% rispetto addirittura al 3,9 degli uomini; la maggiorparte di queste persone, cioè donne che sono fuoriuscite dal mercato del lavoro, rimane fuori, cioè viene definita inattiva. Si è di fronte, questo lo dice l’OCSE, a una ritradizionalizzazione dei ruoli di genere e quindi in tutti questi ultimi anni c’è stato un aumento discriminante chiaramente nei confronti delle donne che hanno perso il lavoro. 
Perchè questo dato mi sembra importante? Perché inanzitutto ci permettere di cogliere nella realtà presente una espulsione dal mercato del lavoro da parte di un sistema che si  serve delle donne, e si è sempre servito del lavoro femminile, a seconda di come questo fa comodo, siccome le donne sono più docili, accettano maggiormente le condizioni imposte, cioè un lavoro magari pesante o con un orario più lungo però pagato meno - una realtà che a livello sindacale è conosciutissima - questa situazione permette al sistema nel quale noi viviamo, uomini e donne, di utilizzare la forza lavoro più fragile, a seconda dei suoi problemi, nel senso della utilizzazione da parte del capitale, cioè da parte del sistema, io aggiungerei, da parte del modo di produzione che è un concetto fondamentale che è bene oggi tirarlo fuori proprio nell’ottica di impadronirci della scienza. Allora, insieme alla condizione di oppressione, di inferiorizzazione e di difficoltà nella quale le donne sono tradizionalmente immesse, io penso che avviare un discorso scientifico, più teorico, capiamo meglio il perché delle motivazioni per cui siamo discriminate. 
La produzione che questo sistema avvia, non è una produzione per i beni sociali, cioè per i beni che possano essere utili alla società, alla vita delle persone, ma è una produzione di valore, cioè la produzione di quella quantità di ricchezza che viene creata e non pagata, gratuita, di cui il capitale si appropria e cioè di cui espropria i lavoratori uomini e donne; allora la differenziazione sul mercato del lavoro di una forza lavoro che sia frantumata, flessibilizzata, razzializzata, inferiorizzata come quella femminile, è l’obbiettivo pricipuo attraverso il quale il capitale, cioè il sistema, cioè questo modo di produzione, può ottenere il massimo dell’estorsione di plusvalore, cioè di questa ricchezza creata dai lavoratori e non pagata di cui i capitalisti si appropriano. 
Qui il discorso dell’inferiorità femminile lo collegherei all’uso del patriarcato; il capitale non se l’è inventato il patriarcato, il patriarcato diciamo, si perde dalla notte dei tempi, è funzionale come avrete visto nella questione che Engels ha trattato della proprietà privata e della formazione dello stato, proviene dalla divisione del lavoro. Certo che comincia con la divisione del lavoro uomo/donna, ma questa divisione del lavoro era funzionale a una vita comunitaria, non funzionale alla resa inferiore di un lavoro rispetto ad un altro, per cui il discorso del patriarcato è dalla notte dei tempi che viene utilizzato da tutti i sistemi che si sono avvicendati nel corso storico, di cui appunto, il sistema del capitale è l’ultimo, e in cui il patriarcato serve a relegare quelle peculiari, particolari forze lavoro più deboli, in modo tale che attuino un consenso alla loro inferiorità. 
Per una donna è chiaro che esiste la insicurezza da quando nasce, la insicurezza all’interno della famiglia, la insicurezza all’interno di una formazione educativa da cui per molto tempo è stata estromessa, solo ultimamente si è realizzata la possibilità da parte della donna di accedere all’istruzione, e all’istruzione superiore - faccio presente che in alcuni paesi ancora questo obbiettivo è di là da venire, ancora da realizzare. Quindi, rendere la donna incapace di capire qual’è il valore del suo ruolo sociale è l’obbiettivo fondamentale perché il ruolo sociale venga gestito da un potere che viene mediamente gestito da uomini. Non significa che questi uomini siano responsabili in quanto maschi... in alcuni paesi, le donne possono accedere ai livelli più alti, ma questo sistema utilizza le persone che sono funzionali al funzionamento delle leggi, del sistema, non è importante che siano uomo o donna, di un colore o di un altro, l’importante che siano adeguati al funzionamento ottimale di un sistema che si basa sullo sfruttamento, cioè sulla creazione di ricchezza di una parte della popolazione che deve essere sfruttata, cioè deve essere immessa in una condizione di inferiorità cioè di povertà, perché questa è una delle condizioni di essere lavoratore, per cui va a vendere la propria forza lavoro e la forza lavoro deve produrre ricchezza da appropriare privatamente. Quindi il lavoro sociale di uomo, donna, giovani, vecchi, fanciulli o altro, oggi gli immigrati, è funzionale alla realizzazione di una ricchezza da appropriare. 
Per quanto riguarda il lavoro riproduttivo, la donna proprio all’interno di questo doppio discorso, cioè subordinata al sistema di capitale e subordinata alla forma di patriarcato che il capitale utilizza perché ne vede i vantaggi in funzione della produzione di plusvalore, vede al suo interno una dimensione assolutamente anomala, per cui è valore d’uso senza valore perché il lavoro domestico, di cura, diciamo il “lavoro dell’amore”, ecco chiamiamolo così perché ha anche la sua valenza emotiva che va registrata, non è semplicemente l’affetto con cui si fanno le cose, è lavoro d’uso utile per altri, però non è pagato, cioè non entra nel mercato del lavoro. E' tutto il sistema che ne approfitta. Le politiche della famiglia, affinché la donna rimanga all’interno delle pareti domestiche e non si affacci sul mercato del lavoro, sono funzionali proprio ad utilizzare questo lavoro socialmente utile, ma senza valore, cioè non pagato, cioè non riconosciuto, rispetto a cui la donna peraltro deve sentirsi inferiore rispetto a chi lavora e a chi dice “io porto i soldi a casa”. Lei non porterà mai i soldi a casa, perché i soldi a casa lei li usa per gestire la vita di tutti i familiari, anziani, mariti, figli ecc. 
Allora questo lavoro è anche un bel ammortizzatore sociale che il sistema utilizza senza chiaramente metterlo in chiaro, perché in chiaro c’è la funzione storica, tradizionale, abituale della donna come funzione. E come funzione lei non ha un’identità, ha semplicemente un ruolo, e su questo ruolo viene giudicata brava o meno brava, se lo svolge appieno con il suo consenso e una volta si diceva anche con il voto. Oggi non è più chiarissimo rispetto al voto, però se noi facciamo attenzione alla politica delle destre che stanno portando avanti, non a caso, l’ideologizzazione della famiglia e della donna dentro le pareti domestiche, forse conosciamo anche chi è che avalla questi obbiettivi che sono funzionali per l’appunto al funzionamento del sistema. 
Quando noi vediamo che il sistema è in crisi, e questa crisi,  che oggi perdura sin dagli anni ‘60, non si risolve e con ogni probabilità non si risolverà ancora per parecchio, questa crisi che si è raddoppiata con la crisi pandemica, ha fatto sì che le donne soffrissero più degli uomini. Ma perché? Non perché sono forza lavoro, cioè merce, perché la forza lavoro è merce - maschio, femmina, colorata o di qualsiasi altra forma, non ha importanza - è merce, è una realtà che il capitale deve per forza comprare perché se non hai i lavoratori il capitale non esiste, cioè non può assolutamente né produrre il suo plusvalore né appropriaselo, né quindi continuare a gestire il comando sul lavoro; ma perchè le donne sono funzionali ad avere questo ruolo di subalternità ulteriore, per cui siccome vengono relegate in ambiti lavorativi molto più di basso livello o con salarizzazione più bassa o con la formula che è stata definita “il tetto di cristallo”, senza poter accedere ai ruoli più renumerativi, più importanti, più politicamente rilevanti, le donne vengono ad essere espulse immediatamente non appena ci sono dei problemi di liberazione dal lavoro. Quindi nella crisi è ovvio che siano le donne a soffrire di più di questo e, una volta fuori dal mercato del lavoro è molto più difficile che ci rientrino o per, ovviamente la riproduzione biologica, cioè difronte alla gravidanza, la donna è più legata alla formazione del bambino, ma la formazione del bambino è un fatto suo privato, non è riconosciuto come ruolo sociale la maternità, no! Sono fatti propri delle persone singole, tanto è vero che molte ditte, aziende hanno fatto firmare tanto di documenti, naturalmente nascosti nel cassetto, in cui se la donna rimane incinta è in automatico licenziata. 
Allora il suo riconoscimento biologico diventa una condanna da tenere nascosta oppure diventa l’elemento di inferiorità rispetto a cui è chiaro l’uomo può sempre stare al lavoro tutti i giorni dell’anno mentre la donna nella misura in cui diventa madre, cioè ha una funzione sociale altamente importante, non viene riconosciuta e quindi è penalizzata. 
L’accettazione di tutte le penalità che alla donna vengono riservate in questo sistema è fondamentale per il suo permanere all’interno di una inferiorità non solo gestita ma anche tranquillamente accettata, non combattuta. Tutti gli elementi di conflittualità sociale vengono ammorbiditi da una presenza femminile che in genere invita i propri uomini, i propri mariti a continuare il lavoro come che sia, accettare un salario come che sia, a qualunque livello di inferiorità renumerativa venga realizzato, e ultimamente i salari si sono abbassati, e non a caso, per la crisi di cui abbiamo sofferto uomini e donne, con una specificità in più… la donna maggiormente. 
Il discorso dell’uso del patriarcato è fondamentale per far capire che qualunque sistema che fosse capace di frantumare l’unità di classe della forza lavoro era benedetto da questo sistema, il patriarcato si è trovato ad essere il preferito perché, collaudato da secoli, funzionava a meraviglia proprio su questo terreno. 
Quindi se noi vediamo oggi, e da un punto di vista sindacale risulta tranquillamente in maniera eccellente che la forza lavoro viene continuamente e ancora più frantumata, tutti i problemi che noi abbiamo compreso appunto questo attacco che viene portato avanti a livello di presenza sindacale, sindacale combattiva - perché se il sindacato è solo capace di ossequiare l’ordine padronale non fa problema ovviamente, però se i sindacati pretendono di avere ancora la difesa dei lavoratori, si presentano combattivi sul piano sociale -   ehmbè debbono rispondere alle violenze che vengono perpetrate tranquillamente e devono essere accettate così come viene accettato ogni assassinio sul lavoro (voglio chiamarlo così e non omicidio bianco, dato che quest’anno ha il “privilegio” di aver aumentato addirittura i numeri) perchè l’attacco del capitale è su tutti i fronti nei confronti dei lavoratori. Ma nei confronti del genere femminile ha quel qualcosa in più che permette la frantumazione e questa frantumazione, badate bene, non avviene solo sul piano della differenziazione salariale, ma avviene anche su un piano di mentalità, di ideologizzazione e di idee ricevute, possiamo dire. Nel senso che la donna cerca sempre, questo tradizionalmente, di stemperare ogni elemento conflittuale perché è più propensa a vedere il minimo vantaggio possibile per il mantenimento dei figli o per la sopravvivenza della propria famiglia. 
Questa mentalità diciamo, di non coerenza, non parità combattiva rispetto agli uomini che vivono più in prima persona il conflitto sociale, questa tradizione, viene continuamente riaffermata nella misura in cui le donne non si rendono neanche conto di essere portatrici di una ideologizzazione di cui dovrebbero liberarsi per acquisire quella che si chiama coscienza di classe, che altro non è se non la consapevolezza di come funziona questo sistema e perché questo sistema funziona in questa maniera.
L’unica emancipazione non è semplicemente il differenzialismo, perché questo va nell’ottica di un’ulteriore divisione da parte dei lavoratori. E io non sto parlando delle donne in generale, io sto parlando delle donne lavoratrici, cioè quelle che vivono del proprio lavoro, che sono costrette a vivere del proprio lavoro, perché le donne borghesi hanno la possibilità di avere altre risorse che alle donne proletarie non sono date. Le donne borghesi si permettono di pagare i propri aiuti dentro casa o altrove attraverso l’utilizzazione di quelle che oggi si chiamano colf oppure badanti, le lavoratrici domestiche, ecc. 
Ma questi servizi, che vedono la presenza femminile in primo luogo non sono interni al meccanismo del capitale, vengono pagati con reddito dalla classe media, una forma di classe cuscinetto tra la proprietà privata e la proletarizzazione; questa classe media, che oggi è stata declassata ampiamente,  aveva comunque la possibilità di pagarsi dei servizi con il proprio reddito e quindi a sollevarsi da qualche carico di lavoro. 
La donna proletaria invece, con il suo reddito già basso per sopravvivere non è in grado mai di pagarsi se non qualcosa ma non di più, ed è chiaro che si trova non solo il doppio lavoro ma si trova un doppio lavoro pagato male o addirittura non pagato, proprio perché la sua condizione imposta la  rende per l’appunto incapace di avere un suo ruolo sociale da proporre all’esterno.
Il problema della coscienza e quindi del lavoro di appropriazione teorica è importante, perché nella misura in cui noi riusciamo a capire dov’è che sta il  punto focale della inferiorità che viviamo è li che noi possiamo avere la possibilità di lottare e di incidere. Ma se noi non abbiamo presente questo, le nostre lotte possono pure essere bellissime, esaltanti, grandiose, però non ottenere nulla.
Le lotte che io ritengo essere proletarie devono avere un ruolo importante sul piano sociale altrimenti non abbiamo nessuna possibilità di fuoriuscire da condizioni che il capitale ci mette davanti in maniera sempre più dura. 
Volevo concludere con una frase di Engels, perché mi sembra fondamentale toccare il tema del diritto, perché molto spesso si parla di diritti sociali contrapposti a quelli civili, ecc... Allora quando si parla di diritti cerchiamo di capire bene, perchè o noi sappiamo che è una frase che deve racchiudere molti concetti, oppure noi facciamo uso delle parole illudendoci che queste abbiano un senso. 
Faccio semplicemente riferimento a quello che Engels disse nel libro delle Lotte di classe in Francia quando parlò del diritto al lavoro, dicendo appunto che i lavoratori cercavano sempre di parlare del diritto al lavoro. Engels lo definisce un pio desiderio addirittura. Engels dice: “è una prima formulazione goffa in cui si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato, ma dietro al diritto al lavoro, sta il potere del capitale, dietro al potere del capitale l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata e quindi l’abolizione del lavoro salariato del capitale e dei loro rapporti reciproci”.
Questa frase di Engels mi sembra lapidaria di definizione di un sistema ancora oggi in auge e che ci schiaccia tutti quanti. Perché quando noi parliamo di diritti o sappiamo che sono la merce di scambio che il potere utilizza per dire non voglio i cinesi, quindi dico, loro non hanno diritti, mentre invece gli Stati Uniti soffocano le persone col ginocchio, oppure noi parliamo di diritto al lavoro che non è un diritto nel capitale, lo sarà nel socialismo chiaramente, ma nel capitale non è un diritto, è un pio desiderio. Però se noi non abbiamo capito che questo sistema deve essere abolito all’interno dell’appropriazione dei mezzi di produzione e della loro gestione da parte della classe proletaria tutta, maschi, femmine, colorati, bianchi, verdi ecc, noi non riusciremo a costruire il socialismo. E il nostro essere rivoluzionario sarà anch’esso un pio desiderio.

30/05/26

Notizie dall'Electrolux - L'intervento delle lavoratrici Slai cobas sc di Milano

Siamo andate il 29 all'Electrolux di Solaro. In particolare le operaie sono state contente di vederci e ci hanno ringraziato. Il volantino è stato preso da tutte le operaie, dalle più anziane alle giovanissime. Molto interessate alle questioni come unità di tutto il gruppo ma nella prospettiva di unità di classe con le altre fabbriche per ricostruire la forza operaia e combattere le politiche di governo e padroni; condivisione di combattere passività e rassegnazione; la necessità di combattere guerra-riarmo e corsa verso la guerra mondiale, per farla finita con questo sistema di sfruttamento/miseria e lutto. 

Ora dobbiamo consolidare l'intervento (Electrolux è "casa nostra") in particolare con le operaie, è stato veramente rincuorante la loro gioia nella lotta la determinazione, la disponibilità con chi non gli racconta balle ma parla di unità e lotta.

Notizie dalle lavoratrici sullo sciopero generale del 29 - Invitiamo altre lavoratrici di altri posti di lavoro, altre città ad inviarci informazione sullo sciopero di ieri - le pubblicheremo tutte

Da Taranto 
Ieri è stata una mattinata di lotta, a cui è seguita un presidio e assemblea in piazza sotto il Comune, positiva delle lavoratrici degli asili - già in mobilitazione in questo periodo, strappando anche vittorie giudiziarie.

In piazza le lavoratrici hanno visto l'importanza, oggi soprattutto, di unire le forze (lavoratori di vari appalti comunali, e movimenti di lotta: in primis Freedom Flotilla a Taranto, i giovani della Fgc, chi si mobilita realmente per la Palestina, ecc.) che aiuta a comprendere come sempre più sono intrecciate le condizioni e le ragioni di lotta sia particolari che generali, sia locali che nazionali e internazionali, come e perchè Palestina, la lotta contro le guerre e la lotta delle lavoratrici non sono due mondi a parte, ma sono lo stesso mondo e la stessa lotta; così come le altre realtà intervenute, in particolare, appunto, la rappresentante della Freedom Flotilla, rappresentanti dei giovani studenti, hanno apprezzato e sono stati contenti di incontrare le lavoratrici (che raramente hanno possibilità di conoscere e incontrare).
Questa giornata di lotta era stata preparata da vari giorni da parte delle RSA Slai cobas che sono andate direttamente ad affiggere la convocazione dello sciopero e assemblea in ogni asilo e a parlare con tutte, indipendentemente dall'iscrizione sindacale.
Per questo, un altro aspetto positivo e importante è stato che, nonostante l'assenza/oggettivo tentativo di divisione delle lavoratrici da parte dell'Usb in questo sciopero generale nazionale, facendosi il suo sciopero il 18, a Taranto assolutamente non effettuato, ieri hanno aderito alla giornata di lotta e partecipato all'iniziativa in piazza RSA e lavoratrici dell'Usb. 
Vuol dire che le giuste ragioni dello sciopero e la necessità della lotta, più unitaria possibile, a fronte di condizioni di lavoro sempre più precarie e vessatorie, con salari da fame da parte di padroni e Comune, hanno giustamente prevalso su miseri interessi di parte sindacale. 
Ora, hanno detto le lavoratrici Slai cobas: non dobbiamo mollare, dobbiamo rivolgerci sempre a tutte, e soprattutto dobbiamo mantenere la continuità della nostra autonoma iniziativa - comunque in quante siamo.

Abbiamo almeno due cose da affrontare subito con azienda e Comune: la possibilità di lavoro estivo, contro la sospensione del lavoro di due mesi; la conversione di ore di sostituzione in ore ordinarie.
La riuscita del 29 maggio ci dà più forza!
LAVORATRICI SLAI COBAS - TARANTO