31/05/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - "Il lavoro della donna nel sistema capitalista è valore d’uso senza valore" - Da Produzione e riproduzione - 2

Continuiamo sul tema "produzione e riproduzione", pubblicando un intervento della filosofa Carla Filosa - Napoli, in una assemblea on line del Mfpr:
"Il lavoro della donna è valore d’uso senza valore"
un intervento della filosofa Carla Filosa - Napoli
E' molto importante capire in quale sistema siamo oggi prima di arrivare alle sue conseguenze di cui il problema di genere è una. 
Allora per capire questo mi sembra assolutamente prioritaria dare un’informazione rispetto alla situazione femminile oggi in termini di occupazione dovuta non solo alla crisi del capitale, ma alla crisi pandemica. Noi vediamo dai dati emersi che nel 2020, cioè l’anno scorso, l’occupazione femminile è diminuita del 5% rispetto addirittura al 3,9 degli uomini; la maggiorparte di queste persone, cioè donne che sono fuoriuscite dal mercato del lavoro, rimane fuori, cioè viene definita inattiva. Si è di fronte, questo lo dice l’OCSE, a una ritradizionalizzazione dei ruoli di genere e quindi in tutti questi ultimi anni c’è stato un aumento discriminante chiaramente nei confronti delle donne che hanno perso il lavoro. 
Perchè questo dato mi sembra importante? Perché inanzitutto ci permettere di cogliere nella realtà presente una espulsione dal mercato del lavoro da parte di un sistema che si  serve delle donne, e si è sempre servito del lavoro femminile, a seconda di come questo fa comodo, siccome le donne sono più docili, accettano maggiormente le condizioni imposte, cioè un lavoro magari pesante o con un orario più lungo però pagato meno - una realtà che a livello sindacale è conosciutissima - questa situazione permette al sistema nel quale noi viviamo, uomini e donne, di utilizzare la forza lavoro più fragile, a seconda dei suoi problemi, nel senso della utilizzazione da parte del capitale, cioè da parte del sistema, io aggiungerei, da parte del modo di produzione che è un concetto fondamentale che è bene oggi tirarlo fuori proprio nell’ottica di impadronirci della scienza. Allora, insieme alla condizione di oppressione, di inferiorizzazione e di difficoltà nella quale le donne sono tradizionalmente immesse, io penso che avviare un discorso scientifico, più teorico, capiamo meglio il perché delle motivazioni per cui siamo discriminate. 
La produzione che questo sistema avvia, non è una produzione per i beni sociali, cioè per i beni che possano essere utili alla società, alla vita delle persone, ma è una produzione di valore, cioè la produzione di quella quantità di ricchezza che viene creata e non pagata, gratuita, di cui il capitale si appropria e cioè di cui espropria i lavoratori uomini e donne; allora la differenziazione sul mercato del lavoro di una forza lavoro che sia frantumata, flessibilizzata, razzializzata, inferiorizzata come quella femminile, è l’obbiettivo pricipuo attraverso il quale il capitale, cioè il sistema, cioè questo modo di produzione, può ottenere il massimo dell’estorsione di plusvalore, cioè di questa ricchezza creata dai lavoratori e non pagata di cui i capitalisti si appropriano. 
Qui il discorso dell’inferiorità femminile lo collegherei all’uso del patriarcato; il capitale non se l’è inventato il patriarcato, il patriarcato diciamo, si perde dalla notte dei tempi, è funzionale come avrete visto nella questione che Engels ha trattato della proprietà privata e della formazione dello stato, proviene dalla divisione del lavoro. Certo che comincia con la divisione del lavoro uomo/donna, ma questa divisione del lavoro era funzionale a una vita comunitaria, non funzionale alla resa inferiore di un lavoro rispetto ad un altro, per cui il discorso del patriarcato è dalla notte dei tempi che viene utilizzato da tutti i sistemi che si sono avvicendati nel corso storico, di cui appunto, il sistema del capitale è l’ultimo, e in cui il patriarcato serve a relegare quelle peculiari, particolari forze lavoro più deboli, in modo tale che attuino un consenso alla loro inferiorità. 
Per una donna è chiaro che esiste la insicurezza da quando nasce, la insicurezza all’interno della famiglia, la insicurezza all’interno di una formazione educativa da cui per molto tempo è stata estromessa, solo ultimamente si è realizzata la possibilità da parte della donna di accedere all’istruzione, e all’istruzione superiore - faccio presente che in alcuni paesi ancora questo obbiettivo è di là da venire, ancora da realizzare. Quindi, rendere la donna incapace di capire qual’è il valore del suo ruolo sociale è l’obbiettivo fondamentale perché il ruolo sociale venga gestito da un potere che viene mediamente gestito da uomini. Non significa che questi uomini siano responsabili in quanto maschi... in alcuni paesi, le donne possono accedere ai livelli più alti, ma questo sistema utilizza le persone che sono funzionali al funzionamento delle leggi, del sistema, non è importante che siano uomo o donna, di un colore o di un altro, l’importante che siano adeguati al funzionamento ottimale di un sistema che si basa sullo sfruttamento, cioè sulla creazione di ricchezza di una parte della popolazione che deve essere sfruttata, cioè deve essere immessa in una condizione di inferiorità cioè di povertà, perché questa è una delle condizioni di essere lavoratore, per cui va a vendere la propria forza lavoro e la forza lavoro deve produrre ricchezza da appropriare privatamente. Quindi il lavoro sociale di uomo, donna, giovani, vecchi, fanciulli o altro, oggi gli immigrati, è funzionale alla realizzazione di una ricchezza da appropriare. 
Per quanto riguarda il lavoro riproduttivo, la donna proprio all’interno di questo doppio discorso, cioè subordinata al sistema di capitale e subordinata alla forma di patriarcato che il capitale utilizza perché ne vede i vantaggi in funzione della produzione di plusvalore, vede al suo interno una dimensione assolutamente anomala, per cui è valore d’uso senza valore perché il lavoro domestico, di cura, diciamo il “lavoro dell’amore”, ecco chiamiamolo così perché ha anche la sua valenza emotiva che va registrata, non è semplicemente l’affetto con cui si fanno le cose, è lavoro d’uso utile per altri, però non è pagato, cioè non entra nel mercato del lavoro. E' tutto il sistema che ne approfitta. Le politiche della famiglia, affinché la donna rimanga all’interno delle pareti domestiche e non si affacci sul mercato del lavoro, sono funzionali proprio ad utilizzare questo lavoro socialmente utile, ma senza valore, cioè non pagato, cioè non riconosciuto, rispetto a cui la donna peraltro deve sentirsi inferiore rispetto a chi lavora e a chi dice “io porto i soldi a casa”. Lei non porterà mai i soldi a casa, perché i soldi a casa lei li usa per gestire la vita di tutti i familiari, anziani, mariti, figli ecc. 
Allora questo lavoro è anche un bel ammortizzatore sociale che il sistema utilizza senza chiaramente metterlo in chiaro, perché in chiaro c’è la funzione storica, tradizionale, abituale della donna come funzione. E come funzione lei non ha un’identità, ha semplicemente un ruolo, e su questo ruolo viene giudicata brava o meno brava, se lo svolge appieno con il suo consenso e una volta si diceva anche con il voto. Oggi non è più chiarissimo rispetto al voto, però se noi facciamo attenzione alla politica delle destre che stanno portando avanti, non a caso, l’ideologizzazione della famiglia e della donna dentro le pareti domestiche, forse conosciamo anche chi è che avalla questi obbiettivi che sono funzionali per l’appunto al funzionamento del sistema. 
Quando noi vediamo che il sistema è in crisi, e questa crisi,  che oggi perdura sin dagli anni ‘60, non si risolve e con ogni probabilità non si risolverà ancora per parecchio, questa crisi che si è raddoppiata con la crisi pandemica, ha fatto sì che le donne soffrissero più degli uomini. Ma perché? Non perché sono forza lavoro, cioè merce, perché la forza lavoro è merce - maschio, femmina, colorata o di qualsiasi altra forma, non ha importanza - è merce, è una realtà che il capitale deve per forza comprare perché se non hai i lavoratori il capitale non esiste, cioè non può assolutamente né produrre il suo plusvalore né appropriaselo, né quindi continuare a gestire il comando sul lavoro; ma perchè le donne sono funzionali ad avere questo ruolo di subalternità ulteriore, per cui siccome vengono relegate in ambiti lavorativi molto più di basso livello o con salarizzazione più bassa o con la formula che è stata definita “il tetto di cristallo”, senza poter accedere ai ruoli più renumerativi, più importanti, più politicamente rilevanti, le donne vengono ad essere espulse immediatamente non appena ci sono dei problemi di liberazione dal lavoro. Quindi nella crisi è ovvio che siano le donne a soffrire di più di questo e, una volta fuori dal mercato del lavoro è molto più difficile che ci rientrino o per, ovviamente la riproduzione biologica, cioè difronte alla gravidanza, la donna è più legata alla formazione del bambino, ma la formazione del bambino è un fatto suo privato, non è riconosciuto come ruolo sociale la maternità, no! Sono fatti propri delle persone singole, tanto è vero che molte ditte, aziende hanno fatto firmare tanto di documenti, naturalmente nascosti nel cassetto, in cui se la donna rimane incinta è in automatico licenziata. 
Allora il suo riconoscimento biologico diventa una condanna da tenere nascosta oppure diventa l’elemento di inferiorità rispetto a cui è chiaro l’uomo può sempre stare al lavoro tutti i giorni dell’anno mentre la donna nella misura in cui diventa madre, cioè ha una funzione sociale altamente importante, non viene riconosciuta e quindi è penalizzata. 
L’accettazione di tutte le penalità che alla donna vengono riservate in questo sistema è fondamentale per il suo permanere all’interno di una inferiorità non solo gestita ma anche tranquillamente accettata, non combattuta. Tutti gli elementi di conflittualità sociale vengono ammorbiditi da una presenza femminile che in genere invita i propri uomini, i propri mariti a continuare il lavoro come che sia, accettare un salario come che sia, a qualunque livello di inferiorità renumerativa venga realizzato, e ultimamente i salari si sono abbassati, e non a caso, per la crisi di cui abbiamo sofferto uomini e donne, con una specificità in più… la donna maggiormente. 
Il discorso dell’uso del patriarcato è fondamentale per far capire che qualunque sistema che fosse capace di frantumare l’unità di classe della forza lavoro era benedetto da questo sistema, il patriarcato si è trovato ad essere il preferito perché, collaudato da secoli, funzionava a meraviglia proprio su questo terreno. 
Quindi se noi vediamo oggi, e da un punto di vista sindacale risulta tranquillamente in maniera eccellente che la forza lavoro viene continuamente e ancora più frantumata, tutti i problemi che noi abbiamo compreso appunto questo attacco che viene portato avanti a livello di presenza sindacale, sindacale combattiva - perché se il sindacato è solo capace di ossequiare l’ordine padronale non fa problema ovviamente, però se i sindacati pretendono di avere ancora la difesa dei lavoratori, si presentano combattivi sul piano sociale -   ehmbè debbono rispondere alle violenze che vengono perpetrate tranquillamente e devono essere accettate così come viene accettato ogni assassinio sul lavoro (voglio chiamarlo così e non omicidio bianco, dato che quest’anno ha il “privilegio” di aver aumentato addirittura i numeri) perchè l’attacco del capitale è su tutti i fronti nei confronti dei lavoratori. Ma nei confronti del genere femminile ha quel qualcosa in più che permette la frantumazione e questa frantumazione, badate bene, non avviene solo sul piano della differenziazione salariale, ma avviene anche su un piano di mentalità, di ideologizzazione e di idee ricevute, possiamo dire. Nel senso che la donna cerca sempre, questo tradizionalmente, di stemperare ogni elemento conflittuale perché è più propensa a vedere il minimo vantaggio possibile per il mantenimento dei figli o per la sopravvivenza della propria famiglia. 
Questa mentalità diciamo, di non coerenza, non parità combattiva rispetto agli uomini che vivono più in prima persona il conflitto sociale, questa tradizione, viene continuamente riaffermata nella misura in cui le donne non si rendono neanche conto di essere portatrici di una ideologizzazione di cui dovrebbero liberarsi per acquisire quella che si chiama coscienza di classe, che altro non è se non la consapevolezza di come funziona questo sistema e perché questo sistema funziona in questa maniera.
L’unica emancipazione non è semplicemente il differenzialismo, perché questo va nell’ottica di un’ulteriore divisione da parte dei lavoratori. E io non sto parlando delle donne in generale, io sto parlando delle donne lavoratrici, cioè quelle che vivono del proprio lavoro, che sono costrette a vivere del proprio lavoro, perché le donne borghesi hanno la possibilità di avere altre risorse che alle donne proletarie non sono date. Le donne borghesi si permettono di pagare i propri aiuti dentro casa o altrove attraverso l’utilizzazione di quelle che oggi si chiamano colf oppure badanti, le lavoratrici domestiche, ecc. 
Ma questi servizi, che vedono la presenza femminile in primo luogo non sono interni al meccanismo del capitale, vengono pagati con reddito dalla classe media, una forma di classe cuscinetto tra la proprietà privata e la proletarizzazione; questa classe media, che oggi è stata declassata ampiamente,  aveva comunque la possibilità di pagarsi dei servizi con il proprio reddito e quindi a sollevarsi da qualche carico di lavoro. 
La donna proletaria invece, con il suo reddito già basso per sopravvivere non è in grado mai di pagarsi se non qualcosa ma non di più, ed è chiaro che si trova non solo il doppio lavoro ma si trova un doppio lavoro pagato male o addirittura non pagato, proprio perché la sua condizione imposta la  rende per l’appunto incapace di avere un suo ruolo sociale da proporre all’esterno.
Il problema della coscienza e quindi del lavoro di appropriazione teorica è importante, perché nella misura in cui noi riusciamo a capire dov’è che sta il  punto focale della inferiorità che viviamo è li che noi possiamo avere la possibilità di lottare e di incidere. Ma se noi non abbiamo presente questo, le nostre lotte possono pure essere bellissime, esaltanti, grandiose, però non ottenere nulla.
Le lotte che io ritengo essere proletarie devono avere un ruolo importante sul piano sociale altrimenti non abbiamo nessuna possibilità di fuoriuscire da condizioni che il capitale ci mette davanti in maniera sempre più dura. 
Volevo concludere con una frase di Engels, perché mi sembra fondamentale toccare il tema del diritto, perché molto spesso si parla di diritti sociali contrapposti a quelli civili, ecc... Allora quando si parla di diritti cerchiamo di capire bene, perchè o noi sappiamo che è una frase che deve racchiudere molti concetti, oppure noi facciamo uso delle parole illudendoci che queste abbiano un senso. 
Faccio semplicemente riferimento a quello che Engels disse nel libro delle Lotte di classe in Francia quando parlò del diritto al lavoro, dicendo appunto che i lavoratori cercavano sempre di parlare del diritto al lavoro. Engels lo definisce un pio desiderio addirittura. Engels dice: “è una prima formulazione goffa in cui si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato, ma dietro al diritto al lavoro, sta il potere del capitale, dietro al potere del capitale l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata e quindi l’abolizione del lavoro salariato del capitale e dei loro rapporti reciproci”.
Questa frase di Engels mi sembra lapidaria di definizione di un sistema ancora oggi in auge e che ci schiaccia tutti quanti. Perché quando noi parliamo di diritti o sappiamo che sono la merce di scambio che il potere utilizza per dire non voglio i cinesi, quindi dico, loro non hanno diritti, mentre invece gli Stati Uniti soffocano le persone col ginocchio, oppure noi parliamo di diritto al lavoro che non è un diritto nel capitale, lo sarà nel socialismo chiaramente, ma nel capitale non è un diritto, è un pio desiderio. Però se noi non abbiamo capito che questo sistema deve essere abolito all’interno dell’appropriazione dei mezzi di produzione e della loro gestione da parte della classe proletaria tutta, maschi, femmine, colorati, bianchi, verdi ecc, noi non riusciremo a costruire il socialismo. E il nostro essere rivoluzionario sarà anch’esso un pio desiderio.

30/05/26

Notizie dall'Electrolux - L'intervento delle lavoratrici Slai cobas sc di Milano

Siamo andate il 29 all'Electrolux di Solaro. In particolare le operaie sono state contente di vederci e ci hanno ringraziato. Il volantino è stato preso da tutte le operaie, dalle più anziane alle giovanissime. Molto interessate alle questioni come unità di tutto il gruppo ma nella prospettiva di unità di classe con le altre fabbriche per ricostruire la forza operaia e combattere le politiche di governo e padroni; condivisione di combattere passività e rassegnazione; la necessità di combattere guerra-riarmo e corsa verso la guerra mondiale, per farla finita con questo sistema di sfruttamento/miseria e lutto. 

Ora dobbiamo consolidare l'intervento (Electrolux è "casa nostra") in particolare con le operaie, è stato veramente rincuorante la loro gioia nella lotta la determinazione, la disponibilità con chi non gli racconta balle ma parla di unità e lotta.

Notizie dalle lavoratrici sullo sciopero generale del 29 - Invitiamo altre lavoratrici di altri posti di lavoro, altre città ad inviarci informazione sullo sciopero di ieri - le pubblicheremo tutte

Da Taranto 
Ieri è stata una mattinata di lotta, a cui è seguita un presidio e assemblea in piazza sotto il Comune, positiva delle lavoratrici degli asili - già in mobilitazione in questo periodo, strappando anche vittorie giudiziarie.

In piazza le lavoratrici hanno visto l'importanza, oggi soprattutto, di unire le forze (lavoratori di vari appalti comunali, e movimenti di lotta: in primis Freedom Flotilla a Taranto, i giovani della Fgc, chi si mobilita realmente per la Palestina, ecc.) che aiuta a comprendere come sempre più sono intrecciate le condizioni e le ragioni di lotta sia particolari che generali, sia locali che nazionali e internazionali, come e perchè Palestina, la lotta contro le guerre e la lotta delle lavoratrici non sono due mondi a parte, ma sono lo stesso mondo e la stessa lotta; così come le altre realtà intervenute, in particolare, appunto, la rappresentante della Freedom Flotilla, rappresentanti dei giovani studenti, hanno apprezzato e sono stati contenti di incontrare le lavoratrici (che raramente hanno possibilità di conoscere e incontrare).
Questa giornata di lotta era stata preparata da vari giorni da parte delle RSA Slai cobas che sono andate direttamente ad affiggere la convocazione dello sciopero e assemblea in ogni asilo e a parlare con tutte, indipendentemente dall'iscrizione sindacale.
Per questo, un altro aspetto positivo e importante è stato che, nonostante l'assenza/oggettivo tentativo di divisione delle lavoratrici da parte dell'Usb in questo sciopero generale nazionale, facendosi il suo sciopero il 18, a Taranto assolutamente non effettuato, ieri hanno aderito alla giornata di lotta e partecipato all'iniziativa in piazza RSA e lavoratrici dell'Usb. 
Vuol dire che le giuste ragioni dello sciopero e la necessità della lotta, più unitaria possibile, a fronte di condizioni di lavoro sempre più precarie e vessatorie, con salari da fame da parte di padroni e Comune, hanno giustamente prevalso su miseri interessi di parte sindacale. 
Ora, hanno detto le lavoratrici Slai cobas: non dobbiamo mollare, dobbiamo rivolgerci sempre a tutte, e soprattutto dobbiamo mantenere la continuità della nostra autonoma iniziativa - comunque in quante siamo.

Abbiamo almeno due cose da affrontare subito con azienda e Comune: la possibilità di lavoro estivo, contro la sospensione del lavoro di due mesi; la conversione di ore di sostituzione in ore ordinarie.
La riuscita del 29 maggio ci dà più forza!
LAVORATRICI SLAI COBAS - TARANTO

27/05/26

Sciopero generale il 29 maggio - Lavoratrici partecipate! Appello delle lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe

Sciopero generale il 29 maggio: per la Palestina, contro guerra e riarmo, contro la repressione, per il salario, il lavoro, salute e sicurezza sui posti di lavoro, per sanità pubblica, scuola, territorio.

Il 29 maggio è stato indetto uno sciopero generale nazionale che nasce da un appello delle associazioni palestinesi in Italia a tutte le organizzazioni sindacali di base e di classe del nostro Paese.

Questo appello chiama al sostegno del popolo palestinese contro l'imperialismo, il sionismo, il regime fascista e genocida di Netanyahu.

Nello stesso tempo chiama alla lotta contro la guerra imperialista e chiama i lavoratori italiani a mobilitarsi contro tutto questo e contro le ricadute della guerra sulle condizioni di vita e di lavoro.

Una parte dei sindacati di base ha raccolto questo appello che prevedeva una manifestazione nazionale tenutasi in Milano il 16 maggio e uno sciopero per il 29 maggio.

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe ha aderito sia alla manifestazione sia allo sciopero generale, nel testo da noi distribuito sulla base anche del testo nazionale dei sindacati di base che promuovono lo sciopero del 29 maggio scriviamo:

“la guerra imperialista e colonialista scatenata da Trump e Netanyahu contro l'aggressione all'Iran e al Libano con il rischio concreto di un ulteriore allargamento del conflitto a livello globale anche attraverso il coinvolgimento della Nato e di altri paesi tra cui l'Italia é dentro una marcia della terza guerra mondiale imperialista per una nuova ripartizione del mondo e delle sue risorse per i profitti del grande capitale, finanza e signori della guerra. Questa tendenza alla guerra imperialista e queste guerre in corso, oltre che comportare un carico inaccettabile di morte e di distruzioni, sono scaricate sui proletari e sulle masse oppresse attraverso l'aumento del costo della vita e la perdita del potere d'acquisto dei salari e l'impoverimento generale.

In Palestina, in tutto il Medio Oriente, Israele, guidato dal boia criminale, Netanyahu continua le violenze e le operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania con un numero altissimo di vittime civili e una distruzione e di vittime.

Anche in Libano l'attacco avviene con gli stessi metodi utilizzati a Gaza contro le popolazioni pressoché inermi causando migliaia di vittime e distruzioni di massa.

In Italia il governo guidato da Giorgia Meloni, è complice del genocidio in Palestina, è asservito all'imperialismo americano, sta demolendo quello che rimane dello Stato sociale scaricando sui proletari in nome della corsa al riarmo gli effetti di questa guerra”.

Questo sciopero parte da queste due questioni fondamentali che i lavoratori debbono impugnare nelle proprie mani, secondo i propri interessi di classe e secondo la propria necessità di combattere in questo paese contro tutto questo e agli effetti sulla loro condizione di queste cose.

Nel volantino vengono messi in rilievo la privatizzazione della Sanità, la sottrazione di risorse dal lavoro, soprattutto al sud devastato da precarietà e disoccupazione, le risorse sottratte alla scuola pubblica, ai trasporti, ai servizi sociali, alla cultura, alla casa, mentre l'indirizzo del bilancio è verso le spesi militari, l'utilizzo per la guerra e delle basi militari. A tutto questo si aggiunge la grave questione della repressione e dello Stato di polizia di questo governo contro le lotte dei lavoratori e dei movimenti, in particolare nei confronti degli studenti di solidarietà alla Palestina, dei movimenti contro la distruzione e la devastazione ambientale e conduce un attacco al diritto di sciopero, alle libertà democratiche sancite dalla Costituzione.

Queste sono le ragioni generali dello sciopero del 29 maggio.

Noi vi aderiamo e avremmo voluto che tutte le organizzazioni sindacali di base avessero fatto fronte comune e avessero partecipato - tutte insieme - sia alla manifestazione nazionale del 16 Maggio a Milano sia allo sciopero stesso perché l’unità delle organizzazioni sindacali è una base necessaria per mobilitare i lavoratori in maniera significativa e coinvolgere in questo sciopero il maggior numero di lavoratori, nel maggior numero di posti di lavoro.

Questa circostanza non si è realizzata per le responsabilità innanzitutto della USB, che è una delle organizzazioni sindacali di base, per di più la più forte, che invece si è separata dall'insieme del sindacalismo di base in quest'occasione, per promuovere un proprio sciopero generale - peraltro riuscito pochissimo - e per sottrarsi alla manifestazione nazionale di Milano. Questo ha indubbiamente danneggiato lo sciopero generale che si tiene il 29 maggio.

Noi persistiamo nella necessità di dare un segnale forte chiaro ai lavoratori, con la partecipazione in tutte le forme possibili e nei limiti delle situazioni esistenti nelle diverse realtà del Paese, allo sciopero generale del 29.

In questo sciopero mettiamo in rilievo alcune questioni fondamentali, la principale delle quali è lo stato reale dei lavoratori nelle fabbriche, nei grandi gruppi innanzitutto, basti pensare all'ex Ilva, al gruppo Stellantis e alla recente vicenda dell’Electrolux, a parte quelle legate all'industria bellica e all'economia di guerra che sono attualmente meno in crisi anzi, sono in pieno sviluppo dal punto di vista degli interessi dei profitti dei padroni, privati e di Stato, e riteniamo che in questo sciopero vanga portata all'insieme della classe operaia quello che sta realmente avvenendo con i piani del governo di vendita dell'ex Ilva che hanno una pesante ricaduta sui lavoratori e non risolvono i gravi più problemi di inquinamento e di sicurezza sul lavoro che in questo grande gruppo, in particolare all'ex Ilva di Taranto, si realizza.

Dal nostro punto di vista, lo sciopero serve a far camminare una piattaforma operaia alternativa ai piani del governo e dei padroni centrata sulla difesa dell'occupazione contro ogni esubero, sulla difesa delle condizioni di vita e di lavoro in fabbrica e sul territorio.

Nel gruppo Stellantis la questione ha a che fare con i nuovi piani annunciati in pompa magna su cui torneremo nelle prossime settimane, e mentre vengono annunciati questi mirabolanti piani, i lavoratori sono in cassa integrazione, sono supersfruttati, sono trasferiti da uno stabilimento all'altro, sono sottoposti al ricatto occupazionale e molti di essi sono costretti all'esodo, apparentemente volontario, ma forzato.

Questo ha un'enorme ricaduta sulle ditte del appalto dell'indotto Stellantis con licenziamenti, chiusure nei diversi stabilimenti con particolare riferimento, per quanto ne sappiamo, allo stabilimento di Melfi, allo stabilimento di Pomigliano, allo stabilimento di Cassino, e allo stabilimento di Mirafiori.

Lo sciopero è l'occasione per proporre ai lavoratori di muoversi tutti insieme e costruire una contro-piattaforma, di rafforzare il sostegno alle lotte già in corso e di unire gli operai dello stabilimento all'indotto. Tutte cose che l'attuale linea delle organizzazioni sindacali finora non ha realizzato e che sostanzialmente ha posto i lavoratori in condizioni di debolezza rispetto all'attacco padronale.

L'esplosione della vertenza Elettrolux chiama tutti i lavoratori di questo gruppo, all'interno della più generale mobilitazione della classe operaia, a dare una risposta unitaria e di massa a difesa del lavoro, del salario, delle condizioni di lavoro.

Nella piattaforma viene evidenziato l'attacco al diritto di sciopero e giustamente si denuncia il ruolo che svolge la Commissione di Garanzia per frenare e reprimere le lotte dei lavoratori, su questo la risposta dei lavoratori si deve far sentire .

Questo sciopero generale va calato nelle varie realtà locali rispetto a questioni riguardano i proletari e che hanno colpito fortemente non solo i territori in cui questo si è verificato ma che hanno avuto un impatto nazionale e qui facciamo un riferimento per tutti al grave assassinio razzista avvenuto nella Città Vecchia di Taranto che ha visto la morte del migrante di origine del Mali, Bakari Sako.

Tutto questo portiamo nello sciopero generale nelle forme che nelle varie realtà siano praticabili.

GAZA: MALNUTRIZIONE PROVOCATA DA ISRAELE CON CONSEGUENZE DEVASTANTI SU DONNE INCINTE E NEONATI

Secondo un’analisi dei dati medici pubblicata il 6 maggio 2026 da Medici Senza Frontiere, la malnutrizione artificiosamente provocata da Israele a Gaza ha avuto conseguenze devastanti sulle donne incinte e su quelle che allattano, sui neonati e sui bambini di età inferiore ai 6 mesi durante i periodi di intense ostilità e assedio, come quello di metà 2025.

Una crisi di malnutrizione provocata artificiosamente

In 4 strutture sanitarie gestite e supportate dalle nostre équipe, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, i nostri team hanno registrato livelli più elevati di prematurità e mortalità tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione durante la gravidanza, alti livelli di aborti spontanei, e un forte aumento delle interruzioni delle cure tra i bambini malnutriti.
Attribuiamo questi dati al blocco dei beni essenziali imposto da Israele e agli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le strutture mediche. L’insicurezza, gli sfollamenti, le restrizioni agli aiuti e l’accesso limitato al cibo e alle cure mediche hanno avuto conseguenze devastanti per la salute materna e neonatale.
La situazione rimane estremamente fragile nonostante il cosiddetto cessate il fuoco ed esorta le autorità israeliane a consentire immediatamente l’ingresso senza ostacoli di assistenza e rifornimenti vitali.

La crisi di malnutrizione è interamente artificiale. Prima della guerra, la malnutrizione a Gaza era praticamente inesistente. Da 2 anni e mezzo, il blocco sistematico degli aiuti umanitari e delle merci commerciali, unito all’insicurezza, ha fortemente limitato l’accesso al cibo e all’acqua potabile. Le strutture sanitarie sono state costrette a chiudere e le condizioni di vita sono gravemente peggiorate. Di conseguenza, le persone più vulnerabili sono esposte a un rischio maggiore di malnutrizione”. Mercè Rocaspana referente medico di MSF per le emergenze

Analizzando i dati raccolti da 201 madri di neonati in cura nelle unità di terapia intensiva neonatale degli ospedali Al Nasser e Al Helou, a Khan Younis e Gaza City, tra giugno 2025 e gennaio 2026, emerge che più della metà delle donne ha sofferto di malnutrizione nel corso della gravidanza e il 25% era ancora malnutrito al momento del parto.

Le devastanti conseguenze della malnutrizione durante la gravidanza

Il 90% dei bambini nati da madri affette da malnutrizione è nato prematuro e l’84% presentava un basso peso alla nascita, un’incidenza molto più elevata rispetto ai bambini nati da madri non malnutrite al momento del parto. La mortalità neonatale era doppia tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione rispetto a quelli nati da madri non malnutrite.
Tra ottobre 2024 e dicembre 2025, i nostri team hanno ammesso 513 neonati di età inferiore ai 6 mesi nei programmi ambulatoriali di alimentazione terapeutica presso le strutture sanitarie di base di Al Mawasi e Al Attar a Khan Younis. Di questi, il 91% era a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo. A dicembre, 200 neonati non facevano più parte del programma: solo il 48% di loro era guarito, il 7% era deceduto, il 7% era stato indirizzato a un programma per bambini più grandi e un incredibile 32% aveva interrotto il trattamento, principalmente a causa dell’insicurezza e dello sfollamento.

La riduzione dei ricoveri tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 2025 ha coinciso con un periodo di intensificata insicurezza e interruzioni nella distribuzione di cibo. La maggior parte delle madri ha richiesto sostegno nutrizionale anche quando ai bambini non era ancora stata diagnosticata la malnutrizione, il che riflette la diffusa insicurezza alimentare causata dal blocco imposto da Israele, che ha di fatto impedito l’ingresso di cibo a Gaza per mesi. Le famiglie hanno adottato meccanismi di adattamento, spesso dando la priorità agli uomini e ai bambini rispetto alle madri nella distribuzione del cibo limitato”. Marina Pomares coordinatrice medica di MSF per la Palestina

Livelli di malnutrizione senza precedenti

Prima della guerra non esistevano reparti specializzati nell’alimentazione terapeutica. Le nostre équipe hanno individuato i primi casi di malnutrizione infantile nel gennaio 2024. Da allora fino a febbraio 2026, abbiamo ricoverato 4.176 bambini di età inferiore ai 15 anni, il 97% dei quali sotto i 5 anni, per malnutrizione acuta nell’ambito dei programmi ambulatoriali e di ricovero. Nello stesso periodo, 3.336 donne in gravidanza e in allattamento sono state inserite nei programmi ambulatoriali.

Il mio figlio più piccolo è morto a 5 mesi a causa di una grave malnutrizione. Anche io ho sofferto di malnutrizione durante la gravidanza e ho avuto problemi di diarrea e debolezza. Vivo in una casa parzialmente distrutta. Mio marito era un pescatore con una piccola barca, che i bombardamenti israeliani hanno distrutto. Non abbiamo un reddito fisso”. Mona donna di 23 anni curata da MSF

Il cessate il fuoco del gennaio 2025 è terminato a metà marzo 2025. Entro la fine di maggio 2025, i punti di distribuzione alimentare sono passati da circa 400 ai soli 4 della Gaza Humanitarian Foundation, molti dei quali operavano in condizioni precarie e con aperture irregolari.
Inoltre, il blocco sui camion commerciali di generi alimentari ha limitato drasticamente l’accesso al cibo, mentre la presenza di punti di distribuzione militarizzati e ritenuti insicuri ha reso ancora più difficile per la popolazione ricevere l’assistenza alimentare di cui c’era tanto bisogno.
Nei mesi successivi, le strutture da noi supportate, hanno registrato un forte aumento dei pazienti in cerca di cure a causa delle violenze perpetrate nei punti di distribuzione alimentare e della malnutrizione legata alla privazione di cibo.
Molte donne hanno anche riferito di aver vissuto uno stress e un’ansia estremi legati ai rischi significativi affrontati dai membri maschi della famiglia che tentavano di procurarsi cibo nei siti della GHF, nonché agli intensi bombardamenti aerei e agli sfollamenti che ne sono derivati.
Le nostre équipe hanno osservato un numero elevato di aborti spontanei durante questo periodo, identificando l’alto livello di stress come un fattore determinante.
Tra il 16 ottobre e il 30 novembre 2025, secondo la Classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare, che ad agosto aveva dichiarato una carestia, la prima in assoluto nella regione mediorientale, si stima che circa 3/4 della popolazione di Gaza abbiano dovuto affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta.

(*) Tratto da Medici Senza Frontiere.

23/05/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Il lavoro domestico nel sistema capitalista - Da Produzione e Riproduzione - 1


Torniamo sul tema "Produzione e Riproduzione" - analizzando il lavoro domestico nel sistema capitalista.
Questo è chiaramente un importante tema su cui da sempre il movimento delle donne, le sue principali teoriche hanno dibattuto, analizzato, preso posizione perchè ha a che fare con l'analisi di fondo del ruolo e condizione delle donne nel sistema capitalista e le sue implicazioni nella lotta di liberazione delle donne.
Questo tema riemerge periodicamente anche nel nostro paese, sia pur in maniera non approfondita e in generale con posizioni non classiste e non rivoluzionarie e/o anche con un uso distorto di Marx/Engels.
La stragrande maggioranza delle donne svolge lavoro domestico, che lavori fuori casa o sia disoccupata. Il carico della cura della famiglia, dei figli, del marito è sulle spalle delle donne.
Questa attività che apparentemente sembra privata, in realtà ha un fondamentale ruolo sociale per la riproduzione/conservazione della forza lavoro (compresa la nascita di nuove braccia produttive) perchè torni ad essere sfruttata il giorno dopo dal padrone.
In che senso però la riproduzione è parte della produzione capitalista; qual è il suo valore? 
Senza la lotta rivoluzionaria per l'abbattimento del sistema capitalista ci può essere liberazione dal lavoro domestico? 
E' possibile che una nuova società metta fine alla riproduzione come fonte di oppressione per le donne?
Di questo abbiamo cominciato a parlare nelle scorse settimane, a porre degli spunti, da approfondire successivamente facendo anche chiarezza su alcune posizioni che vanno per la maggiore nel movimento femminista.
Sia la produzione che la riproduzione dei lavoratori sono legate nel sistema capitalista, ma per il capitale hanno un valore diverso. 
Tutta la riproduzione della forza-lavoro, che vuol dire far da mangiare, vestire, assistere, curare, ecc. per conservare e far tornare il giorno dopo i lavoratori a lavorare per il capitale, ma anche reintegrare le forze-lavoro sottratte al mercato dalla morte e dal logoramento con forze-lavoro nuove e, quindi, con la nascita di nuovi esseri umani, tutto questo avviene a spese di un altro essere umano, la donna. 
Questo enorme, quotidiano lavoro di riproduzione non appare nella produzione, perchè avviene fuori dalla produzione. Il lavoro della donna, che è utile socialmente, non appare come tale, non appare come lavoro.
Perchè? Il lavoro domestico, la riproduzione della forza-lavoro pur essendo un'attività indispensabile al capitale non è un lavoro produttivo per il capitale, perchè per il capitale è produttivo solo ciò che produce plusvalore, il lavoro che produce merci che hanno un valore di scambio, possono essere vendute e realizzare il profitto. 
Il lavoro domestico invece produce valori d’uso e non di scambio, quindi non dà profitto, quindi per il padrone, per la classe capitalista non è nel “libro paga”, non ha valore. Anche una macchina per il padrone è necessaria, ma in sé non produce pluslavoro se non mette al lavoro gli operai o le operaie. 
Qui non stiamo parlando dell'importanza per il sistema sociale del lavoro domestico come lavoro riproduttivo della forza-lavoro, e che tale lavoro pesi enormemente sulla donna, comporti un alto grado di fatica, logoramento fisico e psichico, che “mangia” la vita intera di una donna. Qui quello che si vuole chiarire è che è illusoria una lotta che, fermo restando questo sistema capitalista, basato sul profitto privato, ponga come centrale il riconoscimento del lavoro domestico e pensi che con la lotta sul lavoro domestico si assesti un colpo fondamentale al sistema. 
Nel movimento delle donne vi sono posizioni che affermano: ma la donna produce una merce, la forza-lavoro. Siccome questa “merce” ha un valore d’uso per il capitale, avrebbe di conseguenza un valore di scambio per la donna, che vendendo questa merce dovrebbe ricevere denaro. Ma c’è un particolare: la donna non è proprietaria della forza-lavoro merce e quindi non può venderla o scambiarla. E’ il possessore della forza lavorativa – l’uomo o anche la donna - che può vendere la sua forza-lavoro.
La donna a questo punto potrebbe dire: sì, ma senza il mio lavoro domestico quella merce forza-lavoro non starebbe sul mercato. Ma questo lavoro domestico rientra, ripetiamo, in un lavoro di servizio che il capitalista indirettamente paga calcolandolo nel pagamento del salario, con cui l'operaio può acquistare i mezzi di sussistenza necessari a farlo tornare il giorno dopo al lavoro. 
La riproduzione, per il capitale, è contemperata nei costi del salario. - Marx scrive: ”Il valore della forza lavorativa... (è) determinato non solo dal tempo di lavoro necessario per mantenere il singolo operaio adulto, ma anche da quello necessario per mantenere la sua famiglia”. 
Per il capitalista è come il servizio del negoziante, senza il suo lavoro la merce non starebbe sul mercato, ma questo non vuol dire che è il negoziante che l’ha prodotta o che dal lavoro del negoziante il capitalista ottiene plusvalore.
Nel sistema del capitale la riproduzione della forza-lavoro è privatizzata; al capitale interessa che tu operaio/forza-lavoro sia riprodotto per essere disponibile, bello e pronto da sfruttare, ma non gli interessa come questa riproduzione avvenga – dice il capitalista: io ti pago col salario il valore dei mezzi di sussistenza occorrenti a che tu domani torni a lavoro (compreso anche i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, le nuove forze-lavoro), dopo di chè non mi interessa altro. 
Marx scrive: “Il consumo dell'operaio è di duplice natura. Nella produzione egli, tramite il suo lavoro consuma mezzi di produzione convertendoli in prodotti di un valore più elevato di quello del capitale anticipato. Questo è il suo consumo produttivo. Esso è allo stesso tempo consumo della sua forza lavorativa da parte del capitalista che l'ha acquistata (io ti ho acquistato, ho pagato per il tuo uso tot euro che coprono 4 ore di lavoro, le altre 4 ore che tu continui a lavorare sono lavoro gratis per me, pluslavoro non pagato). D'altro lato l'operaio converte in mezzi di sussistenza il denaro che gli è stato pagato per l'acquisto della propria forza lavorativa: questo è il suo consumo individuale. Il consumo produttivo e il consumo individuale dell'operaio sono perciò del tutto diversi. Nel primo funge da forza motrice del capitale ed è proprietà del capitalista, nel secondo appartiene a sé stesso e svolge funzioni vitali che prescindono dal processo di produzione. Il risultato dell'uno è la vita del capitalista, quello dell'altro la vita dell'operaio stesso”. 
La donna attraverso il lavoro domestico fornisce all’operaio quei mezzi di sussistenza di cui ha bisogno per presentarsi il giorno dopo a lavorare per il capitalista; cosa ha in cambio la donna? Parte del salario del lavoratore. 
Le leggi del capitale permeano tutta la società. I suoi confini non si fermano sulla “soglia della casa”. Il capitale, modifica, funzionalizza al suo sistema tutto. E il lavoro domestico è dentro questa legge. 
Quindi. Per il capitale il lavoro domestico non fa parte del processo produttivo: non produce plusvalore, non produce merce di scambio. Nello stesso tempo il lavoro domestico, come lavoro riproduttivo di forza-lavoro, è essenziale per la società capitalista, non ci può essere produzione senza riproduzione. Questo lavoro domestico, lo ripetiamo, comporta un alto grado di fatica, logoramento fisico e psichico, ma senza la lotta per l’abbattimento del capitalismo non ci può essere abolizione del lavoro domestico. 
La questione non va rovesciata, vedendo come centrale la lotta contro il lavoro domestico. Perchè affermare che il ruolo delle donne nella sfera della riproduzione è l'aspetto centrale e dovrebbe essere l'obiettivo principale, in realtà vuol dire accettare l'argomento della classe dominante che il ruolo sociale delle donne nella riproduzione è quello più importante, essenziale e nient'altro. 
Paradossalmente, al posto di “liberarci dal lavoro domestico” si chiede di dare riconoscimento al lavoro domestico – che, a parte la fatica, l'alienazione che comporta, porta oggettivamente un altro enorme danno per la lotta rivoluzionaria di liberazione delle donne; le individualizza, non le pone in una condizione oggettiva di collettivismo, di unità che invece la presenza delle donne nella produzione comporta (chiaramente questo non vuol dire non fare le lotte contro l'aumento, lo scarico dei servizi sociali, ecc.)
Noi pensiamo che solo nel socialismo il lavoro domestico può e deve essere abolito. Il socialismo mette fine al lavoro domestico, riproduttivo, come fatto privato, perchè esso viene socializzato. Che significherà in termini concreti non lo possiamo mettere a punto a tavolino. Ma sarà anche questo importante campo fattore di rivoluzione nella rivoluzione che ha nelle donne il fattore determinante.
(CONTINUA)