13/03/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Presentazione dell'opuscolo "Riprendiamoci la Kollontaj"

Riportiamo la presentazione fatta on line nel giorno del 9 marzo, giorno dello sciopero delle donne, di questo importante lavoro. 

La presentazione è stata fatta a tre voci, dalle tre compagne del Mfpr di Milano che hanno scritto questo opuscolo.

Ora l'opuscolo è stampato, in uscita, si può già richiedere a mfpr.naz@gmail.com. Nello stesso tempo, possiamo fare delle altre presentazioni in presenza o on line, se ce lo chiedete. 

Perché nasce questo opuscolo? Intanto si inserisce nella situazione in cui, quando ci troviamo di fronte a un grosso movimento delle donne, diventa molto importante, diventa centrale studiare, avere della teoria, perché la teoria giusta, cioè le teorie, le analisi delle grandi rivoluzionarie, ci danno la possibilità di poter scegliere la giusta pratica di lotta, di scegliere le strategie che ci possono portare a dei cambiamenti concreti.

Per cui queste teorie sono preziose e le dobbiamo approfondire continuamente.

Perché abbiamo pensato e abbiamo scelto la Kollontaj? Per caso ci siamo imbattuti in una presentazione di un libro che ci ha fatto sicuramente inorridire perchè abbiamo visto a occhio nudo la strumentalizzazione che in quel momento sta avvenendo di questa rivoluzionaria, che, poi, andandola a studiare, noi l'abbiamo trovata veramente una grande rivoluzionaria.

Il libro in questione che ha stuzzicato questo nostro lavoro e poi la voglia di approfondire, quindi di mettere per iscritto quello che noi avevamo appreso, è il libro di Annalina Ferrante che si intitola “Passione e rivoluzione di una bolscevica imperfetta”. Abbiamo inoltre potuto notare che la Ferrante non è la sola, ce ne sono molte di teoriche di questo tipo che cercano in qualche modo di strumentalizzare la storiografia, le notizie storiche, di manipolarle. E questo è quello che è avvenuto attraverso questo libro.

Per quale motivo è stata strumentalizzata? Perché è stata presentata come una “bolscevica imperfetta”, che anche se ha avuto delle idee rivoluzionarie, alla fine è stata messa da parte e quindi avviene una disillusione.

Andando invece, e neanche in maniera troppo approfondita, ma semplicemente incominciando a prendere in mano le opere della Kollontaj, le sue conferenze e raccogliere notizie, quello che viene fuori è un quadro completamente diverso. Prima di tutto che è stata una rivoluzionaria, mai pentita, mai disillusa, ma è sempre stata molto concreta e sempre con gli occhi ben aperti, e le idee molto chiare.

L'altro libro che ci ha aiutato per capire qual’è lo spessore della figura della Kollontaj è il libro che si avvicina di più a quelle che sono le nostre idee socialiste, marxiste, il libro di Pina La Villa “Alexsandra Kollontaj, marxismo e femminismo nella rivoluzione russa”.

Questo libro è un libro molto denso, in cui vengono messe bene in evidenza quelle che sono le idee della Kollontaj e tutte le riforme che cerca di portare avanti. Però, cosa cerca di fare? Il primo obiettivo che si pone Pina La Villa è quello di riscattare la memoria storica. Ma riscattare in che senso? Perché secondo Pina La Villa ci sono state diverse rimozioni per quanto riguarda la rivoluzione russa. La prima rimozione è quella che riguarda tutte le istanze sociali che sono state perpetuate e cercato di realizzare nella rivoluzione russa.

L'altra rimozione è l'impatto sociale, di cui hanno sempre parlato poco gli storici, e l'altra rimozione è quella delle figure femminili che vengono un po' marginalizzate perché al centro di tutto il dibattito storico emergono sempre di più quelle che sono le figure più importanti maschili.

L'autrice però non racconta soltanto la vita o le opere della Kollontaj ma cerca di restituire la centralità a una voce importante del marxismo rivoluzionario e infatti una delle cose che mette in evidenza soprattutto Pina La Villa nella esposizione del suo libro è appunto questo rapporto, che ci deve far riflettere, tra femminismo borghese e l'ideologia socialista.

Infatti attraverso le opere della Kollontaj cosa succede? La Kollontaj ne parla in maniera molto chiara quando afferma che il femminismo borghese è un tipo di femminismo che all'inizio può sicuramente attrarre anche le proletarie e le donne lavoratrici per il semplice motivo che porta avanti rivendicazioni di diritti individuali - diritti che sono importanti, come può essere il diritto allo studio, come può essere il diritto al voto e altro – però a un certo punto le donne proletarie vengono comunque tenute ai margini. Alle donne proletarie non interessa semplicemente ottenere questo tipo di vittorie, questo tipo di diritti che da un momento all'altro possono essere persi, cosa che noi oggi vediamo chiaramente, ma, dice Kollontaj, se non cambiano tutte le condizioni del contesto sociale, non c'è un cambiamento reale nella società, non è possibile per le donne che lavorano ottenere dei risultati e liberarsi di tutte le catene, e le catene di cui parla la Kollontaj sono esattamente le catene che noi citiamo tantissime volte nei nostri slogan, le catene riproduttive, ecc.

La Villa inoltre cerca di stimolare un dipartito su lotta di classe e la lotta di genere, e qui però mette in evidenza anche un altro elemento, cioè il femminismo borghese cosa fa? Ignora completamente la questione di classe, mentre la Kollontaj mette in evidenza che la questione di classe è centrale per le donne. L'altro elemento che viene trascurato, questa volta dal movimento rivoluzionario, è che a volte i movimenti rivoluzionari relegano la questione femminile in secondo piano, come se l’emancipazione, la liberazione delle donne avviene automaticamente con la rivoluzione proletaria. La Kollontaj dice che non è possibile che si realizza in questo modo, non è un fatto meccanico. La rivoluzione proletaria può essere completa e quindi un cambiamento completo può avvenire soltanto attraverso una rivoluzione nella rivoluzione che continua anche nel socialismo per trasformare il “cielo” oltre la “terra”. Quindi non possiamo aspettare la rivoluzione proletaria affinché le donne siano effettivamente libere, senza che in essa sia determinante il ruolo delle donne.

Nella seconda parte del libro di Pina La Villa, che non è proprio diviso in capitoli, vediamo come vengono sviluppate tutte le idee che mette in evidenza la Kollontaj; perché la Kollontaj non si ferma a parlare soltanto in maniera teorica e generale, in maniera superficiale, ma entra nel merito di tutte le questioni, parla della famiglia e quindi della maternità proprio come istituzione politica, poi c'è la sessualità, la liberazione delle donne.

La Kollontaj quando parla della sessualità, del libero amore eccetera, dice una cosa ben precisa, dice che i rapporti di amore per poter effettivamente essere tali devono essere basati sulla solidarietà e sull'uguaglianza. Quindi la famosa teorica del “libero amore” dice semplicemente questo.

Poi quale deve essere il ruolo delle donne nella rivoluzione? Anche qui la Kollontaj è innovativa perché ad esempio quando il proletariato va al potere in Russia lei crea un dipartimento proprio delle donne perché le donne devono acquisire sempre più un peso politico e quindi la loro partecipazione al nuovo potere deve essere istituzionalizzata, deve essere aiutata, ci devono essere queste donne.

Queste sono alcune delle varie riforme della Kollontaj. La Villa sottolinea come le questioni affrontate dalla Kollontaj sono ancora oggi centrali, sono ancora attuali. Quindi rivalutare una figura del passato come quella della Kollontaj significa parlare al presente. Se poi entriamo nel merito delle varie proposte, delle varie riforme che portò avanti la Kollontaj ci rendiamo conto che erano molto avanzate e noi abbiamo bisogno di armarci di questa teoria se lottiamo per un reale cambiamento.

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Negli anni settanta sono uscite varie pubblicazioni che riguardavano la Kollontaj, una di queste è “Vivere la rivoluzione” che esce da Garzanti e che però ha come sottotitolo “Il manifesto femminista che la rivoluzione d'ottobre non seppe attuare”. Questo sottotitolo è completamente falso ed è dimostrato dagli stessi scritti che compaiono proprio nel libro.

Innanzitutto va detta una cosa immediata, la Kollontaj si considera una bolscevica perfetta, condivide con Lenin tutte le teorie riguardanti la liberazione della donna, senza rivoluzione nel modo di produrre, nella struttura, senza rivoluzione nella sovrastruttura nel passare da democrazia borghese a dittatura del proletariato, senza cambiamento di mentalità da individualista a sociale non ci può essere liberazione della donna.

Dall'altra parte senza liberazione della donna nessuna rivoluzione è completa. E su questo è importante questo accordo con Lenin che non è affatto contrario, anzi nel 1918 la Kollontaj viene nominata commissaria del popolo per l'assistenza sociale.

Qual è l'idea da cui Kollontaj parte per le sue riforme? L'idea di fondo delle sue proposte, delle sue riforme attuate è che la famiglia in un contesto comunista non solo non serve ma è nociva, che la famiglia tradizionale è nodo del sistema capitalista. Tra i vari aspetti per cui la famiglia è nociva c'è il fatto che il luogo dove si “nasconde” il lavoro riproduttivo della donna che è un lavoro invisibile, molto utile al capitale per rimanere in piedi, che però non è produttivo, lei lo chiama il “lavoro improduttivo” che cade sulle spalle delle donne ed è rivolto a un ambito privato.

La seconda idea, molto importante per noi, è che il discorso deve passare da individuale a sociale. Cosa fa la donna in famiglia? Fa prima di tutti i figli. Allora cosa fa? Per sgravare la donna del peso della maternità progetta e fa costruire le “case di maternità” dove le donne passano l'ultimo periodo di gravidanza, partoriscono in assoluta sicurezza con il personale medico e infermieristico presente, e vi rimangono per il primo periodo del bambino.

Queste case sono completamente gratuite, in esse le donne, oltre che partorire, hanno il compito di allattare i bambini e di fornire l'allattamento ai bambini, le cui madri non hanno il latte o agli orfani e di sorvegliare che il bambino sia sano e cresca bene e se c'è qualche cosa possono rivolgersi al personale qualificato. Non hanno altri compiti, perché tutti i compiti di accudimento, di pulizia del bambino vengono fatti da personale salariato. Kollontaj dice: essere madri non vuol dire cambiare i pannolini.

Allora ci sono i benpensanti che naturalmente la criticano, e lei fa notare come le donne, le nobili, le borghesi ricche non fanno altro che dare i loro bambini a allevatrici, bambinaie. Quindi è una critica stupida.

Poi ci sono tante altre riforme che fa. Ne dico solo due. La prima: nel 1920 viene legalizzato l'aborto. Kollontaj dice semplicemente perché: noi che siamo poveri, che abbiamo poche risorse, dopo le guerre legalizziamo l'aborto per garantire la salute della donna. Le donne non abortiranno più quando saranno diffusi i sistemi concezionali, ma in questa fase di transizione non ci sono ancora e quindi la loro salute deve essere protetta. E l'aborto viene legalizzato. L'altro discorso è il discorso della prostituzione.

La prostituzione, secondo la Kollontaj, in una società comunista non va accettata, va contrastata. Prima di tutto perché crea un disquilibrio nel rapporto maschio/donna, perché è un rapporto in cui l'uomo deve pagare e la donna viene considerata comunque una prestatrice di servizio, quindi non va bene. Poi c’è la diffusione delle malattie perché si diffondono molto più attraverso la prostituzione che attraverso il libero amore. Questo lo dicono gli scienziati, i ricercatori oggi, quindi allora si era già abbastanza avanti.

E poi perché sono lavori privati e non sono lavori che interessano la comunità. E la Kollontaj paragona la prostituta alla casalinga che fa un lavoro privato.

Allora va contrastata. Ma in che modo? Vanno punite le prostitute? Ma nemmeno per sogno!

Vanno puniti solo i magnaccia. E quindi che cosa fanno? Semplicemente danno alle prostitute delle case in modo che naturalmente possano vivere; fanno le scuole, le invitano ad andare a scuola e poi le inviano a un lavoro più qualificato dove forse stanno meglio e guadagnano di più.

E per quanto riguarda il rapporto tra uomo e donna, la Kollontaj dice: con l'avvento del comunismo prostituzione e famiglia tradizionale spariranno insieme. Tra i sessi fioriranno rapporti liberi, sani e gioiosi. Là dove l'istinto e la passione incominciano, la prostituzione finisce.

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Io ho curato di più la parte dell'autobiografia. Siamo partite dalla prefazione di una edizione fatta da Missani, una femminista negli anni settanta. La prima cosa di cui ci si accorge è che utilizza delle categorie del femminismo di quel periodo appiccicandole alla Kollontaj. Chiaramente questo è anche frutto dall'humus che c'era in quel periodo. Si fa riferimento alla psicoanalisi, all'autocoscienza, così come vengono utilizzati dal femminismo degli anni settanta. 

Però questo ci ha dato modo di capire come era assolutamente indispensabile far parlare la Kollontaj, per spostare questo modo di leggere il suo ruolo e tutta l'attività che ha fatto. 

Nella autobiografia mette in evidenza come cambia la sua personalità nella giovinezza. Dobbiamo tener conto che a quell'epoca in Russia era molto diffuso lo studio del marxismo, soprattutto tra le giovani generazioni, e la Kollontaj ci fa vedere come cambia anche lei nel corso della sua vita. Un altro aspetto importante è che la Kollontaj avendo dei nonni finlandesi conosce molto bene la Finlandia, è una poliglotta e a un certo punto dopo essersi sposata decide che non può essere quella la sua vita e quindi riprende gli studi e andrà all'estero. Cosa abbastanza diffusa in quell'epoca in Russia.

Una cosa che abbiamo cercato di fare è far vedere la connessione tra la vita personale e gli eventi storici che si susseguono e anche il lavoro teorico che si sviluppa in tutti quegli anni. Perché il problema è che in molti libri che abbiamo trovato si passa dall'eros alato alla piattaforma dell'opposizione operaia per dimostrare come l’essere femministe in qualche modo contrappone alla rivoluzionaria; non solo, ma tentando di dimostrare come l'opposizione operaia rappresentasse una critica della rivoluzione d’Ottobre. Quindi si trattava, secondo noi, di smontare proprio questo.

Un'altra questione molto importante è il fatto che la sua nomina ad ambasciatrice viene vista come il tentativo da parte dei bolscevichi di marginalizzarla. In realtà lei stessa, nella sua autobiografia, valorizza questo aspetto. Questo incarico che le viene dato è un incarico che invece dimostra come venisse fortemente apprezzata dai dirigenti del Partito Comunista, perché era un incarico difficile. Ricordiamo che l'Unione Sovietica era accerchiata, cercavano di isolarla in tutti i modi, quindi a lei viene affidato un compito che richiedeva grandi competenze, e a cui lei tiene molto.

In Unione Sovietica, soprattutto durante la Prima Guerra Mondiale, tantissime donne erano entrate nel mondo del lavoro. La Kollontaj ribadisce continuamente che è una ragione della sua vita, quella di lottare perché le lavoratrici, le operaie entrino a far parte del Partito Socialdemocratico, come si chiamava allora; su questo – dice - mi batterò tutta la vita. Ed è effettivamente quello che fa, battendosi perchè lotta di classe e lotta di genere cammino necessariamente intrecciate.

Infine, sul discorso dell'”Eros alato”. Quando viene scritto? Quando già la rivoluzione era in corso, invece i suoi scritti, i suoi lavori, vengono riportati senza alcuna contestualizzazione. Bisogna capire che l'Eros alato si rivolge alla gioventù bolscevica in una fase completamente nuova in cui è necessario costruire l'uomo e la donna nuovi

12/03/26

Taranto - Sciopero delle donne, ma vero, delle lavoratrici Slai cobas - presidio - film e... avanzamenti

Il 9 marzo a Taranto è cominciato bene. Qui non si parla solo di "sciopero delle donne", si fa, e sono le lavoratrici degli asili - simbolo concreto della condizione di precarietà permanente, di discriminazione, di sfruttamento, di bassi salari, di attacco alla salute, ma anche di ingiustizie, attacco alla dignità delle lavoratrici - che sono con orgoglio in sciopero e in piazza, insieme a loro le lavoratrici delle pulizie delle scuole, le compagne del Mfpr.  

Hanno scelto la lotta, perchè l'8 marzo è una giornata nazionale e internazionale di lotta delle donne sempre più sfruttate e oppresse in ogni aspetto della vita; non i balli (scelti da alcune femministe), perchè non c'è niente da festeggiare.

Abbiamo fatto un presidio in piazza Castello di fronte a quel Comune che parla delle donne ma nega i diritti più elementari delle donne/lavoratrici nei propri appalti.

Il presidio è iniziato cacciando le macchine della polizia, dei carabinieri, e quindi gli uomini di queste forze armate: la piazza oggi è nostra, voi dovete andare via! 

Poi gli interventi: la nostra storia dell'8 marzo, che è una data storica delle operaie, delle masse femminili più povere; una data internazionale che pone la necessità della rivoluzione e del ruolo in prima fila delle donne, delle lavoratrici in essa, perchè tutta la vita deve cambiare, e perchè hanno portato all'inizio nell'Unione sovietica e poi in tutto il mondo con forza il carattere di classe, rivoluzionario dell'8 marzo ; quindi interventi di denuncia del governo Meloni, delle sue leggi che vengono presentate a favore delle donne, ma o sono dei grossi bluff (l'aumento dell'occupazione delle donne, i miseri bonus, invece soldi/incentivi ai padroni perchè assumano le donne - come se facessero un favore...); o sono fatte con una logica soltanto repressiva, o di offesa, doppia violenza verso le donne (come l'ultimo Ddl Bongiorno, per cui sono le vittime di stupro che devono dimostrare di aver detto No).(senti l'audio)
 
Quindi l'importanza dell'8 marzo come giornata internazionale, oggi più che mai: siamo tutte palestinesi! Siamo con le combattenti indiane in lotta contro l'altro genocidio, contro la popolazione adivasi, siamo con le donne in Iran massacrate dalle bombe di Trump/Netanyahu, ci sentiamo fortemente unite con tutte le donne nel mondo che trasformano il loro immenso dolore, la loro violenta oppressione in lotta rivoluzionaria.  
 
La mobilitazione è proseguita la sera. Prima la presentazione on line del nuovo opuscolo realizzato dalle compagne di Milano del Mfpr: "Riprendiamoci la Kollontaj" - di questo lavoro parleremo in un altro post; qui vogliamo solo dire che è stato accolto con entusiamo: "Ci voleva proprio...", e con interesse a leggerlo appena sarà pubblicato.
Poi è seguito il film "7 minuti" che consigliamo a tutte, soprattutto alle lavoratrici di vedere. Infatti, nel dibattito dopo la proiezione sono state soprattutto le lavoratrici a sintetizzare i messaggi più importanti e più attuali del film, che riscontrano nella loro stessa vita lavorativa: che significa togliere anche 7 minuti di pausa: una lavoratrice deve scegliere se andare in bagno o riposarsi o mangiare qualcosa, ecc; e non aver tempo neanche per cambiarsi quando si ha il ciclo mestruale; 7 minuti sono un furto, sembrano pochi ma sono tanti in un anno, è altro tempo di lavoro regalato al padrone - hanno detto;  7 minuti sono un ricatto perchè tolto un diritto poi via via te ne tolgono altri. Ma anche le lavoratrici hanno criticato le logiche di chi nel film diceva: Sì accettiamo, una logica purtroppo molto presente nei posti di lavoro: "così è... non si può cambiare... sono loro che vincono sempre", oppure "cosa possiamo fare noi? siamo in poche a ribellarci", oppure "i tempi sono cambiati...". Non è così! hanno detto le lavoratrici, non deve essere così! Noi abbiamo cominciato in poche a lottare, ma solo questo ha fatto sì che poi altre si unissero; solo non accettando i ricatti ci difendiamo anche da licenziamenti, peggioramenti, ecc. Poi l'importanza mostrata dal film delle trasformazioni: chi prima diceva SI poi ha detto NO, grazie a "Bianca" e a chi non ha ceduto; a dimostrazione che è possibile trasformare se si è determinate, se si è nel giusto, se si ha fiducia nella possibilità del cambiamento.
Un utile e interessante dibattito che va ripreso, fatto conoscere. Infatti le lavoratrici hanno concluso dicendo: dovremo far vedere questo film ad altre... 
 
Quindi, un 8 marzo di lotta, ma che è servito soprattutto ad una avanzamento della coscienza della potenzialità delle donne quando lottano, dell'importanza di avanzare nella conoscenza, nella teoria, della necessità di unire lotta pratica a lotta alle idee. E questo, quando le operaie, le donne proletarie lo fanno, fanno tanti passi avanti, ragionano come classe e sono più acute di tante intellettuali 

11/03/26

Da Bergamo: Sciopero delle donne, delle operaie, delle immigrate doppiamente sfruttate e discriminate - ma sempre determinate a lottare!

Questi sono gli scioperi veri, le iniziative alle fabbriche che servono, che danno il segno di classe alla giornata di lotta delle donne e che dicono che l'8 marzo deve essere soprattutto proletario e... rivoluzionario.  

Alla fabbrica Beretta di Trezzo
La riuscita dello sciopero delle donne, alla fine fatto con lo spirito giusto dalle operaie iscritte allo Slai Cobas, è rimasta in forse fino all’ultimo minuto. Ma via via che si discuteva, perchè i dubbi di alcune lo avevano bloccato, per il costo o per l’utilità di scioperare in poche, si sono trasformati nella convinzione a farlo di quasi tutte e nella partecipazione al presidio davanti alla fabbrica.
Il presidio, organizzato a volo, ha valorizzato lo sciopero per le stesse lavoratrici che hanno scioperato e restituito a tutta la fabbrica il carattere ampio dell’8 marzo, della lotta delle donne di cui sentirsi parte, verso cui fare la propria parte anche se minoranza nello stabilimento, e ha detto che la paura dello sciopero per le minacce dei capi, si vince scioperando. Significativa la raccolta di immagini dalle manifestazioni delle donne del mondo condivisa e attaccate sul portone della fabbrica, a segnare che nello sciopero le donne si uniscono e che quindi seppur in poche, non erano sole a portare il giusto messaggio di ribellione. Anche con un ingrandimento della locandina mfpr, diffuso il foglio e l'appello denuncia per la multa CGS.
Lo sciopero è stato portato a tutta la fabbrica e la sua preparazione è diventata nuova occasione per avere altri elementi sulla condizione delle lavoratrici, ferme restando le mille difficoltà a parlare alla portineria.
Le operaie precarie, in maggioranza giovani e immigrate, manifestano apertamente contro il ricatto del posto di lavoro, ma questo ricatto finisce per far accettare tante discriminazioni e maltrattamenti anche da chiunque in fabbrica si senta ‘superiore’ all’operaia dell’agenzia, a partire da certe colleghe più anziane fino a capi capetti e direzione.
Nelle parole delle operaie in sciopero è emersa la condizione di doppia oppressione per le donne che faticano a trovare il lavoro, lavoro che è condizione di autonomia, ‘io sono sola, con i figli se perdo il lavoro come faccio…", "hanno chiuso l’altra fabbrica... io non vorrei... ma se parlo non mi rinnovano il contratto", fino alle molestie di certi capi, baci, carezze, abbracci… di cui qualcuna ha trovato il coraggio di parlare.
Dopo il primo sciopero nella storia di questa fabbrica, quello delle donne del’8 marzo 2022, il 9 marzo 2026 le operaie per la prima volta hanno lottato unite tra fisse e appalto, con Slai Cobas, rompendo la divisione imposta dal padrone e coltivata da Cgli e Cisl.

Alla Montello di Bergamo
corteo delle operaie Montello di qualche anno fa
Qui, quest'anno non c'è stato lo sciopero, ma alle portinerie, è stato diffuso il volantino, il foglio nazionale del Mfpr e portato lo sciopero del 9.
E' stato comunque importante perché abbiamo parlato con un gruppo delle operaie iscritte allo Slai cobas sc e delegate a partire dal significato dello sciopero delle donne proprio per le operaie della Montello, che negli altri anni sono state l'avanguardia di questo sciopero, da cui ripartire per riprendere la lotta sulle condizioni in fabbrica. Vi sarà un incontro specifico per approfondire i contenuti e ripartire con l'azione in fabbrica per unire le operaie, ad esempio sulla questione parità salariale ma anche sul problema degli attacchi razzisti e fascisti del governo.
Questa strada trova gli ostacoli dei sindacati confederali. Ma questo sta insegnando di diffidare di chi usa i lavoratori come pacchetti di tessere; questi sindacalisti sono veramente dannosi alla forza delle operaie, sempre pronti a buttare fango sullo Slai Cobas per propri interessi individuali.
La nostra strada è un'altra e lo abbiamo dimostrato nelle varie battaglie in cui le operaie hanno avuto fiducia, hanno lottato e hanno conquistato dei risultati, come tempo fa il rientro in fabbrica di 17 lavoratrici licenziate.
Per questo, anche se questa volta le operaie della Montello non hanno scioperato, lo "sciopero delle donne" è servito a porre le basi per una nuova ripresa della lotta che ci sarà.

Sulla cosiddetta "famiglia del bosco": un osceno sciacallaggio della Meloni e della sua misera corte ad usum campagna referendaria e rilancio di ideologie reazionarie

Un provvedimento di normale azione dei giudici (al di là di eventuali esagerazioni) di tutela dei bambini - come altri giudici fanno in tante altre occasioni - è preso come palla al balzo in una ignobile campagna referendaria in cui ogni occasione è buona per attaccare la magistratura e far votare Si. 

Chi allora sono gli sciacalli? Chi usa strumentalmente dei bambini per fare bassa propaganda usando bandierine reazionarie, integraliste, sulla "famiglia", sulla "madre", ecc? Chi allora fa violenza?

I bambini non sono "proprietà" della famiglia! E dove sta scritto che la "famiglia" è sempre un bene per i figli? In questa "famiglia" borghese sempre più in crisi avvengono troppe volte violenze, oppressioni, da film dell'orrore.

Quanta grande ipocrisia fanno lor signore sulla "famiglia". Ma cos'è la famiglia, quali sono i rapporti con i figli, che voi volete, in questa società? Togliamo il putrido velo che copre una realtà tutt'altro che idilliaca e che noi, come comuniste, vogliamo denunciare e abolire.

"Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l'educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari. E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l'influenza della società sull'educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l'educazione all'influenza della classe dominante. La fraseologia borghese sulla famiglia e sull'educazione, sull'affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro" 
(Da Il Manifesto del Partito comunista - Marx ed Engels)

"La famiglia (nella attuale società borghese - ndr) è un centro di egoismo, ma nella nuova società i rapporti tra genitori e figli saranno liberi da interessi materiali e passeranno ad una nuova fase storico; una volta privata delle sue funzioni economiche... la famiglia nel senso tradizionale del termine non esiste più(dall'opuscolo "Riprendiamoci la Kollontaj" - Mfpr)

Così, la "madre", senza aggettivi, viene innalzata ad emblema del bene dei bambini... Una sorta di "esaltazione", quasi religiosa, che è opposta ad ogni valutazione concreta, effettiva del ruolo di una madre.

I giornali, le Tv come servi, coscienti o, poche volte, incoscienti, stanno amplificando la vicenda (tra un pò non meravigliamoci se qualcuno ci potrà anche fare un film: "La famiglia del bosco"), vogliono parlare alla "pancia" della gente, per imporre a livello di massa concezioni fasciste.

Giornali, Tv a servizio del governo Meloni mettono subito dopo le notizie sulle guerre dei mostri imperialisti Trump/Netanyahu, sui bombardamenti, massacri di centinaia di bambini da Gaza all'Iran, le notizie della "famiglia del bosco"... E' un'evidente distrazione di massa, per deviare l'attenzione della gente. 

Poi il referendum sulla giustizia è alle porte, e come perdere questa ghiotta occasione per dire che bisogna votare contro la magistratura, della serie: vedete che fanno i giudici? Vi portano via i bambini...

Ecco, nessun proletario, nessuna donna può cascare in questa schifosa propaganda!

8/9 marzo da Milano: Una giornata di lotta dal mattino alla sera - Non nascondiamoci i problemi - Un dibattito utile che è bene che si estenda

I giornali hanno raccontato lo sciopero dell’8 marzo come un semplice sciopero “del sindacalismo di base”, concentrandosi esclusivamente sui possibili disagi in scuola, sanità, università e ricerca. È scomparsa la ragione vera: una giornata di lotta femminista, che denuncia le condizioni materiali e ideologiche che continuano a colpire le donne.
Al mattino del 9 marzo la partecipazione degli studenti è stata vivace e determinata, particolarmente prezioso il rapporto che si è creato con le studentesse che hanno letto, fotografato e condiviso il nostro striscione con entusiasmo, riconoscendosi nel messaggio e facendolo circolare ben oltre il corteo.
La performance che si è svolta nelle vicinanze del consolato americano: il fantoccio con la faccia di Trump è stato bruciato ed è stato un gesto contro politiche oppressive e violente che ha dato voce a una rabbia lucida e collettiva.
Il nostro striscione ha avuto un grande impatto: moltissime persone lo hanno fotografato e abbiamo rilasciato due interviste, a Milano Today e Telenova, segno che la nostra presenza è stata vista, ascoltata e riconosciuta.
L'adesione parziale della CGIL, limitata a scuola e università, è stata vissuta da molte lavoratrici come una scelta divisiva, che ha finito per escludere proprio le operaie e le lavoratrici dei settori più esposti alle disuguaglianze.
Nel pomeriggio abbiamo partecipato al corteo indetto da NUDM che ha una buona capacità di attirare un buon numero di persone, ma riscontriamo una difficoltà crescente a trasformare questa curiosità in relazione, parola, conflitto condiviso.
Al nostro banchetto il movimento c’era, visibile, riconoscibile. La gente si avvicinava, guardava, prendeva il foglio che ha catturato attenzione, ha fatto fermare molte persone.
In un contesto di miseria politica e sociale come quello in cui ci muoviamo, non è un risultato da poco. Ma resta la sensazione che la superficie sia più affollata della profondità, che la disponibilità a “vedere” non coincida con la disponibilità a “parlare”, a interrogarsi, a mettersi in gioco.
Quello che emerge, dunque, è un clima di partecipazione leggera, quasi turistica, che riflette un arretramento collettivo: la protesta come gesto per identificarsi e, appunto, mostrarsi, come se tutto ciò sia sufficiente; manca la tensione o propensione a provare ad affrontare un reale processo di trasformazione. 
Un 8 marzo che dice quanto lavoro c'è da fare per riaprire spazi e per ricostruire legami politici che vadano oltre l’occhiata veloce e la simpatia di superficie.


UN DIBATTITO UTILE - per avviare la giusta via della lotta femminista e di classe

Da una compagna lavoratrice delle Marche:
Cara compagna, bisogna smettere di andare in piazza e cominciare andando ai cancelli delle fabbriche e bloccare la produzione. Serve una disamina su che cosa è oggi la classe operaia, intercettare e politicizzare quelle donne e portarle nel dibattito politico. Ma la vedo molto dura in quanto tutte le associazioni e le realtà che si richiamano al trasfemminismo oggi si muovono fin troppo bene in questo sistema e mai si metterebbero di traverso. Noi operaie precarie siamo completamente invisibilizzate 

Risposta del Mfpr di Milano:
Cara compagna, condivido la tua idea che bisogna tornare davanti ai cancelli delle fabbriche: senza toccare la produzione, la nostra lotta resta simbolica. Le operaie, soprattutto le precarie, sono state rese invisibili per anni, e riportare la lotta nei luoghi di lavoro è difficile, ma fondamentale.
Ma proprio perché è l’8 marzo non possiamo dimenticare che la forza di questa giornata sta nella presenza delle donne in tutte le loro condizioni materiali: lavoratrici, migranti, precarie, disoccupate. La piazza e la fabbrica non sono alternative: sono due terreni che devono parlarsi, perché la nostra oppressione non si divide in compartimenti stagni.
Sulla questione del transfemminismo, condivido il limite che vedi anche tu. Non perché le differenze non contino, ma perché una parte di quel discorso è diventata troppo centrata sull’identità individuale, rischiando di lasciare indietro proprio chi è più sfruttata. Le sigle – L, G, B, T, Q… – non dovrebbero essere un elenco da recitare, ma vite reali da difendere dentro una pratica collettiva.
La solidarietà non nasce dall’identità, ma dalla condizione comune di chi subisce precarietà, bassi salari, ricatti, violenza economica e sociale.
E questo vale anche per i sindacati: molti danni sono stati fatti, anche da quelli di base, e lo sappiamo molto bene.
Ma proprio per questo serve ricostruire legami, non chiuderci in cerchie sempre più piccole. La lotta non può permettersi di escludere nessuno: né chi sta in piazza, né chi sta in fabbrica, né chi vive discriminazioni diverse dalle nostre.

10/03/26

8/9 marzo a Palermo con lo sciopero delle donne/lavoratrici

Doppia giornata di azione a Palermo 
L'8 marzo alla manifestazione promossa da Nudm Palermo ha visto il dispiegarsi di un corteo di alcune migliaia di partecipanti che ha attraversato buona parte del centro storico. 
Anche quest'anno presenti tante giovani e giovanissime vivaci e determinate, molto sentita, parlando con alcune di esse, la questione del vergognoso Ddl Bongiorno/stupri sull'eliminazione del consenso. 


Soprattutto al concentramento abbiamo diffuso senza difficoltà il foglio speciale Mfpr e il volantino/piattaforma dello sciopero, in particolare diverse giovani si sono avvicinate incuriosite dallo striscione esposto e anche fotografato, con cui abbiamo voluto portare il messaggio della necessità come donne di considerare centrale oggi la lotta contro il governo Meloni del moderno fascismo e del moderno medioevo che avanza, all'interno della lotta più ampia contro questa società capitalista, vera causa della condizione di oppressione della maggioranza delle donne. 

Apprezzate e prese volentieri le due locandine fatte per l'8 marzo e riprodotte in adesivo. 

Con un cartello abbiamo voluto portare anche il messaggio di forte solidarietà alle donne palestinesi, alle donne iraniane e a tutte le donne che lottano contro la guerra imperialista fino al cuore pulsante costituito dalle donne e compagne rivoluzionarie dall'India al mondo intero.

Il 9 marzo nella giornata dello sciopero delle donne in azione con le lavoratrici precarie delle Coop Sociali. 
Prima a Piazza Verdi con una tappa al presidio di Nudm per lo sciopero  dove erano presenti delegazioni di lavoratrici della Filcams e Flc Cgil e Usb. Abbiamo esposto lo striscione e la piattaforma  dello sciopero riprodotta in un grande pannello, la piattaforma è stata poi diffusa dalle precarie  alle altre lavoratrici presenti della scuola, settore turismo e ristorazione in particolare, che hanno denunciato le problematiche legate alla loro condizione di lavoro e di donne al microfono aperto. 



Le compagne di Nudm ci hanno invitato a parlare  e siamo intervenute. 

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Dopo l'intervento alcune lavoratrici si sono avvicinate esprimendo condivisione su quanto detto, in particolare  sulla questione del moderno patriarcalismo prodotto e legato alla società capitalista e alla fase specifica in cui viviamo oggi, vedi la questione dei femminicidi. 
da Palermotoday

Ci siamo spostate quindi alla Prefettura dove le precarie hanno animato un sit-in di denuncia della loro condizione di sempre più precarietà ed instabilità economica e di vita, denunciando i falsi proclami del governo Meloni  sui miglioramento della condizione di lavoro e di vita della donne  che invece questo governo attacca sin da quando si è insediato in ogni ambito. 

Una delegazione di precarie ha chiesto e ottenuto un incontro con il vice-prefetto a cui è stata espressa tutta la denuncia e protesta consegnando la piattaforma dello sciopero delle donne e un documento specifico sulla condizione di lavoro/non lavoro delle precarie Coop sociali, ribadendo  con forza che il lavoro non si tocca e sarà difeso perchè legittimo e giusto. 

Ungheria: Una poesia di Maja, incarcerata, per l'8 marzo - Solidarietà

L'8 marzo, Giornata internazionale della donna, Maja ha spedito questa poesia:
"Né Dio, né Stato, né patriarcato", si poteva leggere una volta su un muro... Ora c'è una guardia e la vernice è sbiadita; il quartiere è condannato all'obbedienza – o almeno così sembra, così hanno decretato la legge, la ragione e l'amministrazione distrettuale, ma noi ci rifiutiamo di accettarlo... […] Quindi, ci uniamo alle fila, chiedendoci di chi fidarci? Di Dio o dello Stato? Abbiamo i nostri corpi e le nostre sorelle con noi! Consapevoli che è il patriarcato è dividere, noi, gioiose e irriverenti, riempiamo le strade di bassi, plasmando la città a nostra immagine, devianti, queer, e con compagne e compagni solidali contro il capitalismo, la cultura dello stupro e il patriarcato. Abbiamo il nostro Giardino dell'Eden con noi; invita le femministe queer di Migrantifa a unirsi!
Con tutta la nostra solidarietà alla manifestazione dell'8 marzo, che il futuro rimanga pieno di tenerezza, coraggio e spirito combattivo. A presto!