19/05/22

Conferenza stampa ieri a L'Aquila in occasione del processo a 31 compagne e compagni che avevano manifestato contro la tortura del 41bis e la persecuzione di Nadia Lioce. Report a cura del MFPR aq


Di fronte a un tribunale blindato da carabinieri, digos e polizia, con 2 blindati della celere venuti da Roma, si è tenuta ieri a L’Aquila una conferenza stampa per rilanciare la lotta contro il 41 bis, la solidarietà alle prigioniere e prigionieri politici e più in generale la lotta contro la repressione di tutto il movimento di classe.

L’occasione è stata data dall’inizio dell’udienza per 27 di 31 compagne e compagni, imputati per aver manifestato, il 24 novembre 2017, contro la tortura del 41 bis e l’accanimento vessatorio dell’amministrazione penitenziaria nei confronti della prigioniera politica Nadia Lioce.

Presenti compagni/e di L’Aquila, Taranto, Torino, Napoli, Roma, singolarmente, come imputati e solidali, e come delegazioni del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, Soccorso rosso proletarioSoccorso Rosso InternazionaleRete dei Comunisti.

Si è denunciato innanzitutto il clima intimidatorio in cui si è svolta la conferenza, che avrebbe dovuto tenersi al chiuso di un locale di fronte al Tribunale, mentre all’ultimo minuto il titolare ha ritirato la sua disponibilità ad ospitarla, “consigliato” da alte autorità. Nonostante si tenesse in contemporanea un processo per omicidio, l’imponente spiegamento delle forze dell’ordine “era lì per noi”, come ha sottolineato un giornalista.

Sono stati ricordati i motivi pretestuosi con cui i presidi di solidarietà del 24 novembre 2017 furono criminalizzati mentre allo stesso tempo si consegnava la piazza a 2000 fascisti di casa pound, e come lo Stato borghese si accanisca con la repressione, il carcere e i regimi speciali sui proletari e i rivoluzionari prigionieri, mentre gli omicidi fascisti, padronali e le stragi di stato restino sempre impunite.


“In una situazione in cui la repressione dello Stato agisce a più livelli, in ambito carcerario vengono colpiti i rivoluzionari prigionieri che resistono e continuano a difendere i propri percorsi rivoluzionari – ha ricordato il compagno del Soccorso Rosso Internazionale – In tal senso, il 5/5/2022 è stato imposto il regime di 41bis al compagno anarchico Alfredo Cospito, in carcere da circa dieci anni. E sappiamo bene che cosa significa 41bis: un isolamento completo, ovvero una forma di tortura finalizzata, nel caso dei rivoluzionari prigionieri, ad ottenere l’abiura e l’accettazione delle compatibilità borghesi. Ma il 41 bis non è una novità per i rivoluzionari prigionieri. Infatti 3 compagni, militanti delle BR-PCC, dal 2005 ininterrottamente sono sottoposti al 41bis. Questi compagni/e nonostante queste durissime condizioni detentive continuano a resistere e a mantenere la propria identità politica.”

Contro questo regime di isolamento, negli anni passati si è sviluppata una grande mobilitazione nazionale, con manifestazioni, presidi, assemblee e altre iniziative. Il 24 novembre 2017, in particolare, si è tenuto un presidio presso il tribunale e il carcere di l’Aquila, in occasione del processo a Nadia Lioce, per la lotta che stava conducendo contro il regime di 41bis, a cui è sottoposta.

Questo trattamento disumano, in teoria provvisorio e giuridicamente motivato con l’esigenza di “recidere i legami con l’organizzazione di appartenenza all’esterno”, è reso permanente nonostante lo Stato stesso abbia dichiarato sconfitte le Brigate Rosse e prendendo a pretesto la solidarietà proletaria che in questi anni si è espressa e si esprime.

A seguito del presidio dell’Aquila, 27 compagni/e sono oggi a processo, a dimostrazione di come lo Stato proceda eccome contro chi si mobilita contro la tortura del 41 bis e in sostegno dei rivoluzionari prigionieri.

L'oscena rappresentazione mediatica di quest'anno, di Biagi come il paladino dei lavoratori e del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario come una "sedicente" organizzazione da criminalizzare, per il suo nome o per il saluto pubblico di fine anno a Nadia Lioce, la dice lunga su cosa intenda lo stato come "organizzazione di appartenenza all'esterno": l'unità della classe sfruttata, delle donne oppresse che si organizzano per rovesciare questo sistema di guerra, miseria e sfruttamento è quella da colpire!

Rispetto a questo processo, che è stato rinviato al 14 luglio, così come rispetto alla repressione più in generale, bisogna fare fronte comune per sviluppare una mobilitazione, come parte integrante della lotta più generale contro il capitalismo e l’imperialismo.

Di seguito il servizio di LAQTV:

Qui invece il servizio di Marianna Gianforte su laquilablog

Qui un report pubblicato su Rafforzare ed estendere resistenza

La campagna internazionale di solidarietà e per la liberazione delle prigioniere politiche in India prosegue e raccoglie interesse e attenzione

Carissime/i,
dopo l’incontro fatto il 3 maggio alla libreria Les Mots sulla Campagna internazionale di solidarietà e per la liberazione delle prigioniere politiche in India, mi sono sentita in dovere di scrivere ad alcune nostre autorità perché possano intervenire. Se siete d’accordo potete inviare anche voi un fac simile del testo che segue, alle autorità accennate, ma anche a singoli deputati, senatori, autorità di vostra conoscenza. E’ importante, secondo me, far conoscere il problema. Vi ringrazio della vostra attenzione.
Amalia

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Da: Amalia Navoni [amalia.navoni@gmail.com]
Inviato: mercoledì 18 maggio 2022 23:30
A: dimaio_luigi@camera.it
Cc: presidente@pec.governo.it; segreteriatecnica.ministro@interno.it; ministro.segreteria@beniculturali.it; SegreteriaGabinettoPresidente@Senato.it; (a Roberto Fico ho scritto direttamente sul suo sito perché non ho trovato nessuna mail)

Oggetto: donne indiane prigioniere politiche

Spett. ministro degli esteri , on.Luigi Di Maio    

Pc.:  spett. Presidente del Consiglio, on.Mario Draghi 

pc.: spett. ministro dell’Interno, on.Luciana Lamorgese, 

pc.: Spett. ministro della Cultura, on.Dario Franceschini,                            

Pc.: Spett. Presidente del Senato, on. Maria Elisabetta Alberti Castellati

Pc.: spett. Presidente della Camera dei deputati, on.Roberto Fico

Oggetto: donne indiane prigioniere politiche

Mi rivolgo a Lei, on Luigi Di Maio,  perché è appena stato in India e potrebbe interloquire con il Primo ministro dell’India, Narendra Damodardas Modi.   Spero comunque che tutte le autorità indicate  possano interessarsi del problema.     Ho partecipato in questi giorni a Milano ad una conferenza in cui si è parlato delle tante donne che sono prigioniere politiche in India, dove viene portata avanti  una feroce e ampia repressione  per imporre gli interessi economici sul diritto alla vita delle popolazioni indigene  Adivasi e Dalit”.     Negli ultimi anni, in particolare nel 2021 si è accentuata la politica di sterminio delle prigioniere e dei prigionieri politici. La repressione e la carcerazione sono aumentate, così come pure le denunce di aggressioni sessuali e violenza contro le donne prigioniere.   Un vero sterminio che si sta consumando in India nel silenzio  totale dei media con la complicità di tutti i Paesi, compresa l’Italia.    Le grandi aziende indiane e internazionali, appoggiate dal governo centrale, muovono guerra soprattutto alle popolazioni Adivasi, attraverso l’uso di militari e paramilitari, per costringerle ad abbandonare la loro terra ed impiantarvi miniere e fabbriche inquinanti.
Le più colpite da questa repressione sono soprattutto le donne, che in prima linea lottano contro le ingiustizie di classe, di casta, contro le discriminazioni e le violenze sessuali, contro leggi razziali e la pulizia etnica, contro la militarizzazione dei villaggi,  la privatizzazione e lo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle multinazionali a cui il governo svende non solo il territorio, ma anche gli Adivasi che lo abitano, costringendoli di fatto  ad abbandonare le loro terre ancestrali.  Verso le donne questa repressione si accanisce in modo particolare, unendo la violenza delle armi della polizia e dell’esercito a quella degli stupri e delle torture sessuali, usate come armi di guerra.
Nell’ultimo decennio 477 donne detenute sono morte all’interno del carcere.      Oggi migliaia di donne stanno deperendo nelle carceri, non vengono trattate come esseri umani, sono trattenute con false motivazioni, violentate e torturate da agenti di polizia. Numerose falsità sono state imbastite dalla polizia di ogni stato del subcontinente indiano per colpire le donne che sono state attive in prima linea nella protezione delle risorse naturali.
Attiviste come Soni Sori e Sudha Bharadwaj, attiviste per i diritti forestali come Sukalo Gond, Rajkumari, Kismatiya, donne di Narmada Bachao, donne Andeolan nel Kudankulam, donne Adivasi , attiviste culturali come Sheetal Sathe sono tra le tante che continuano ad essere perseguitate quotidianamente dal governo indiano perché proseguono nella loro lotta per la sopravvivenza delle comunità emarginate degli Adivasi e dei Dalit.
Oltre alla violenza fisica e sessuale, le donne anche in carcere sono strutturalmente discriminate rispetto agli uomini sia per quanto riguarda l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, sia per quanto riguarda il vitto carcerario, sia per le esigenze igienico-sanitarie specifiche legate al ciclo mestruale, alla gravidanza, alla nutrizione della prole. Molte donne infatti vivono in carcere con i propri figli, spesso concepiti durante gli stupri in custodia della polizia. (“ women in Resistance, Women in Prison”Delhi,18/01/19: https://cjp.org.in/women-prisoners-recount-jail-horror-stories/).

Confido che Lei, on. Luigi Di Maio,  e tutte le autorità in indirizzo possiate intervenire  con le modalità che riterrete più opportune ed efficaci.

Cordiali saluti              

Amalia Navoni,   ex consigliera di zona 8 Milano.

PS: ho tratto queste notizie anche dal fascicolo “ India prigione dei popoli  Libertà per tutte le prigioniere politiche”.
https://femminismorivoluzionario.blogspot.com     

AmaliaNavoni                                                                                           

India: lavoratrici senza utero per poter reggere turni di lavoro massacranti. Sostenere la guerra popolare in India per porre fine all'orrore senza fine della guerra alle donne e al popolo indiano da parte della borghesia compradora e delle multinazionali

Oltre agli stupri, un altro caso esemplare di violenza sessuale e genocidio negli Stati indiani in cui viene condotta l’anti-insurrezione è la sterilizzazione. Essa giova non solo al governo centrale per eliminare le comunità di adivasi sotto l'influenza dell'insurrezione maoista, ma anche direttamente alla borghesia compradora e alle multinazionali per sfruttare al massimo la forza lavoro femminile scacciata dalla propria terra e deportata nelle piantagioni e nelle miniere.

India, il “sacrificio dello zucchero”: lavoratrici senza utero per poter reggere turni di lavoro massacranti
Il drammatico reportage di France Tv: reclutate a soli 10 anni per lavorare nei campi del Maharashtra, spesso vengono sottoposte a isterectomia totale per eliminare dolori mestruali o problemi legati al parto

In India, nel distretto di Beed, principale zona di produzione dello zucchero di canna, il 36% delle lavoratrici agricole sono senza utero dopo aver subito un intervento di ablazione totale, spesso anche in giovane età, per trovare un'occupazione ed essere più produttive. A documentare il calvario delle indiane impiegate nei campi di canna da zucchero è un reportage dell'emittente France Télévisions diffuso domani sera nel programma 'Envoyé Spécial'.

Ogni anno, per sei mesi, nella citta' di Beed, nel Maharashtra (centro-ovest) si raccoglie la canna da zucchero, un'attività che impiega oltre un milione di lavoratori, di cui la metà sono donne. Generalmente vengono reclutate dai 'mukadam', ovvero agenti pagati dai proprietari delle piantagioni per far arrivare in loco intere famiglie da impiegare nei campi, già dall'età di 10 anni. Le condizioni di lavoro sono estremamente dure: sveglia puntata alle 3 di notte, oltre 10 ore di lavoro sotto il sole cocente e un solo giorno di riposo al mese. Durante i sei mesi del raccolto vivono in tende istallate dai titolari delle fabbriche di zucchero, senza acqua corrente ne' luce. Nei campi sono sempre i famigerati 'mukadam' a controllare i lavoratori agricoli e la loro produttività.

Sono sempre loro a suggerire alle ragazze e alle donne di procedere a un'isterectomia totale, con ablazione delle ovaie, per eliminare dolori mestruali, problemi legati al parto, presentando l'intervento come banale. I medici della regione che eseguono l'operazione invasiva argomentano che così facendo evitano di sviluppare un tumore, in realtà un rischio di gran lunga inferiore per la salute della donna rispetto alle conseguenze di un'isterectomia, specie se praticata in giovane età. 

«Se non tolgono l'utero è un problema per noi, sono meno produttive. E se hanno un cancro, non servono più a nulla" ha riferito a 'Envoyé Spécial' un reclutatore, Jyotiram Andhale, precisando che il costo dell'intervento è a loro carico e che durante il ricovero e la convalescenza non vengono pagate. «Il mukadam ci urla addosso se non lavoriamo abbastanza. Ci picchia molto forte, anche quando stiamo male. Grida ai nostri mariti che non lavoriamo sodo e che tocca rimborsare lo stipendio», ha raccontato una donna ai giornalisti di France Te'le'visions mentre il marito é impegnato a consegnare in fabbrica le canne appena tagliate.

Il reportage intitolato "Le sacrificate dello zucchero" ha raccolto le testimonianze di lavoratrici, di cui oltre una su tre è stata sottoposta all'intervento irreversibile, alcune già a 20 anni. L'isterectomia provoca una menopausa molto precoce in quanto blocca la produzione di ormoni e le rende sterili. A 30 anni quelle che hanno eseguito l'intervento sembrano averne 50, con volto e corpo invecchiati prematuramente, ma in compenso niente più dolori mestruali, né figli, e soprattutto maggiore produttiva e posto di lavoro assicurato. Spesso non hanno altra scelta se non quella di cedere alle pressioni dei 'mukadam' per lavorare e riuscire a sbarcare il lunario con la famiglia, pagando il prezzo più alto sul proprio corpo.

Nel resto dell'India come altrove nel mondo tale intervento riguarda solo il 3% delle donne e in generale viene eseguito solo su pazienti di più di 50 anni. Oltre al danno, la beffa: assieme al Brasile l'India è il più grande produttore mondiale di zucchero, ma è anche uno dei Paesi con il più basso consumo pro capite quindi la domanda interna è molto minore dell'offerta. Se tutto lo zucchero in eccesso venisse venduto sul mercato indiano, i prezzi crollerebbero con gravi danni per l'intera filiera. Così il governo paga ingenti sussidi per esportare milioni di tonnellate.

Per ovviare all'eccesso cronico di zucchero - 28 milioni di tonnellate sono state prodotte nel 2019, con un eccesso di circa 5 milioni - la lobby dei produttori privati e statali riuniti nella Indian Sugar Mills Association (ISMA) sta cercando di convincere gli indiani a mangiare più zucchero con campagne sul web e incentivi vari. La popolosa India è complessivamente il più grande consumatore di zucchero al mondo, ma in media ogni cittadino ne utilizza 19 chili all'anno contro 23 in molti altri Paesi. I potenti produttori esaltano le proprietà dello zucchero e spingono a «scoprire la dolcezza nelle nostre vite», in barba al destino amaro delle donne sacrificate nei campi del Maharashtra.

Domani scioperi e manifestazioni contro la guerra imperialista, il governo Draghi e la economia di guerra - L'MFPR aderisce

Lavoro, salari, salute, carovita, aumento delle bollette, scuola, sanità... 
NON SONO ALL'ORDINE DEL GIORNO PER IL GOVERNO


Domani in tutta Italia si terrà una giornata nazionale di sciopero e di lotta, indetta dai sindacati di base, contro la guerra e l'aumento delle spese militari, per misure concrete sull’aumento dei prezzi e il carovita in generale, sul lavoro, su salute e sicurezza sul lavoro, su tutte le condizioni peggiorate dopo la pandemia e aggravate ancor di più per la guerra in Ucraina e l'aumento delle spese militari da parte del governo Draghi, che di fatto ci ha fatto entrare in guerra, il quale utilizza fondi destinati al lavoro, alla sanità, alla scuola, ai servizi pubblici per usarli tutti a sostegno della guerra - 26 miliardi per le armi (solo per il 2022!) e la miseria offensiva di 200 euro, una tantum, per i lavoratori e pensionati che non bastano neanche per pagare l'aumento di una bolletta. 

*Milano P.za Cairoli ore 9,30
*Roma P.za della Repubblica ore 10,30
*Napoli p,zza Municipio ore 17.00
*Messina P.za Unità d’Italia ore 10,00
*Palermo P.za Massimo ore 10,00
*Catania Via Etnea Via prefettura ore 10,00
*Cagliari Via Torino – presso Comando Militare Sardegna
*Bologna P.za XX Settembre ore 10,30
*Venezia Alle Zattere di Venezia in fondamenta dei Gesuati, ore 10,00
*Firenze P.za Adua ore 10,30
*Pisa P.za XX Settembre ore 9,00
*Torino P.za Arturo Graf ore 10,00
*Genova L.go Pertini ore 10,30
*La Spezia via Vittorio Veneto,2 ore 10,30
*Monfalcone - Presidio davanti Fin Cantieri ore 16,00
*Reggio Emilia Porta Santa Croce - Via Roma 0re 10,00  
*Trieste - presidio P.zza della Borsa ore 10.30 - 13,30
*Parma presidio Stazione FS ore 9.30
*Bergamo - Presidio Prefettura via Torquato Tasso 8 - ore 9.30 
*Taranto - presidio Prefettura via Anfiteatro ore 9,00
*Brindisi - viale commenda ore 9.00 manifestazione piazza Vittoria ore 17,00 
*Siracusa -alle 12 stabilimento Lukoil presidio piazza archimede ore 17,00 
*Trapani - Presidio Areoporto Militare di Birgi - ore 11

18/05/22

Rimini, l'amministrazione comunale del PD continua nella sua guerra contro le donne: dopo il raduno degli alpini, con centinaia di molestie sessuali, vieta il presidio/dibattito delle femministe

«L’amministrazione comunale sembra non voler riconoscere la gravità di quanto accaduto durante l’adunata». La denuncia, l’ennesima, è di Non Una Di Meno Rimini che ha raccolto 500 segnalazioni e 170 racconti dettagliati di molestie avvenute durante la 93ª adunata degli alpini che si è svolta a Rimini tra il 5 e l’8 maggio.

Il nuovo casus belli è la mancata autorizzazione di un dibattito previsto per domani alle 18 in piazzetta Francesca. Lunedì pomeriggio, tramite la questura, «il comune ha negato lo spazio», scrivono le attiviste. La motivazione ufficiale sarebbe la compresenza di un evento di cui, però, «non vi è traccia nei siti istituzionali così come in rete».

Nel testo che convoca l’iniziativa si legge che l’obiettivo non è parlare di ciò che è successo durante l’adunata ma organizzarsi affinché non accada più. Non Una Di Meno aveva invitato anche rappresentanti istituzionali ed esponenti della stessa amministrazione comunale. Senza ottenere risposta.

Nei giorni scorsi si è consumata una frattura tra i rappresentanti nazionali e locali del Pd (la città è governata dal centro-sinistra guidato da Jamil Sadegholvaad). In particolare dopo un comunicato della Conferenza delle donne Pd di Rimini che a molti è suonato come equidistante tra vittime e autori delle molestie. Uno scontro che ha portato alle dimissioni di Sonia Alvisi, consigliera regionale per la Parità, dal ruolo di coordinatrice dell’organismo cittadino.

Intanto Non Una Di Meno sta andando avanti con il supporto legale delle donne molestate. Nei prossimi giorni potrebbero esserci novità.

da il manifesto

Oggi processo a L'Aquila a 31 compagne e compagni che avevano manifestato contro la tortura del 41bis e la persecuzione di Nadia Lioce

Oggi, 18 maggio 2022. al Tribunale di L’Aquila, si tiene l’udienza, con giudizio immediato, nei confronti di una trentina di compagne e compagni raggiunti dal decreto penale di condanna, per aver manifestato, il 24 novembre 2017, contro la tortura del 41 bis e l’accanimento vessatorio dell’amministrazione penitenziaria nei confronti della prigioniera politica Nadia Lioce.

Quel giorno infatti si teneva la terza udienza di un processo alla detenuta, accusata di aver turbato la quiete di un carcere che l’ha sepolta viva, attraverso una serie di “battiture” delle sbarre con una bottiglietta di plastica.

La protesta della Lioce ebbe luogo da marzo a settembre 2015, in seguito alla sottrazione di documenti e atti giudiziari dalla sua cella, e si interruppe quando questi le vennero restituiti. Oltre a comminarle una settantina di provvedimenti disciplinari, fu trascinata a processo per essersi opposta a un decreto penale di condanna con cui si pretendeva il risarcimento dei “danni” arrecati al blindo da una bottiglietta di plastica.

Quel processo, e la mobilitazione conseguente, scoperchiarono un vero e proprio vaso di Pandora, da cui fuoriuscirono prepotentemente tutti i mali del regime speciale. Un regime che vieta l’uso della parola, lo studio, la lettura, la scrittura, il confronto con gli altri, cosicché lo stesso reato per cui Nadia Lioce veniva perseguita si configurava come un reato impossibile. E infatti fu assolta.

Ma Nadia Lioce è ancora in 41 bis e chi aveva protestato contro un regime indegno di uno stato di diritto, viene oggi trascinato a processo, sulla base di una legge fascista e politica (art. 18 comma V del RD del 18 giugno 1931), come politico è il silenzio assordante sulle torture e i massacri nelle carceri, usate come vere e proprie discariche sociali e soprattutto come deterrente delle lotte sociali.

Per questo anche il nostro processo sarà un processo politico, e in occasione dell’inizio dell’udienza, invitiamo tutte e tutti a partecipare alla conferenza stampa al Bistrò L’altra Elodia, di fronte al Tribunale dell’Aquila, il 18 maggio alle ore 10:00, per riprendere la parola e la critica contro un sistema politico che fa della repressione poliziesca e della barbarie del carcere, gli strumenti principali per il controllo sociale.

Nodo aquilano del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario e del Soccorso rosso proletario

15/05/22

Torino, la protesta delle mamme degli studenti arrestati

Manifestazione sabato 14 maggio per gli studenti arrestati per i fatti del 18 febbraio

Il corteo è sfilato ieri in tardo pomeriggio da piazza Solferino a Piazza Castello, per poi proseguire fino al liceo Gioberti, prima scuola di Torino occupata dagli studenti per la morti di Lorezo Parelli e Giuseppe Lenoci.

Presenti al corteo Potere al Popolo e i sindacati di base.

In tutto questo, al di là di qualunque considerazione, occorre ricordare il motivo scatenante di queste proteste, su scala nazionale, che hanno interessato il movimento studentesco: due morti di ragazzi in mano allo Stato. Anche i tre ragazzi portati in carcere sono ora nelle mani dello Stato.

Le mamme dei ragazzi arrestati hanno emesso un comunicato: i ragazzi, tutti incensurati, sono stati sottoposti a misure cautelari preventive per una manifestazione studentesca. S. è stata sottoposta ai domiciliari per aver parlato al microfono, denunciano i manifestanti.

S. è la stessa ragazza che abbiamo visto con i nostri occhi sanguinare dalla testa durante l’inqualificabile pestaggio del 28 gennaio operato dalle forze dell’ordine a danno degli studenti in piazza Arbarello. Non ci risulta, eravamo presenti, che abbia preso parte ad alcuno scontro durante i fatti all’Unione Industriali del 18 febbraio.

S.,un altro studente, secondo indiscrezioni, è sottoposto ad obbligo di firma per una presunta “regia”, anche lui non ci risulta aver preso materialmente parte ai fatti. Sarebbe il caso che la parola “regia”, ormai così spesso usata insidiosamente come sinonimo di “mandante”, scomparisse dal linguaggio ormai corrente in ambito giudiziario. Non si tratta di omicidi di mafia.

I ragazzi, denunciano le loro madri, sono incensurati. Sconcerta la durezza delle misure preventive, i 3 ragazzi detenuti al Lorusso sono in isolamento per Covid: l’udienza col GIP è stata rinviata, non hanno potuto sentire i propri avvocati, i ragazzi quindi sono in carcere, in isolamento, senza che ci sia stato un pronunciamento. Non avendo potuto parlare con i legali, verosimilmente non conoscono la loro situazione.

Vivono in una bolla di sospensione in cui nessuno ha potuto vederli, parlare con loro“, afferma il comunicato delle madri, “uno di loro ha recentemente subito un intervento chirurgico per il quale dovrebbe effettuare controlli“.

Emiliano, Francesco e Jacopo sono finiti in un buco nero“.

La sorella di uno dei ragazzi in carcere era anche lei in piazza, sostenuta dalle amiche, anche sul suo viso abbiamo letto l’angoscia per la situazione del fratello.

Questa mattina le mamme si sono recate al carcere per consegnare pacchi, i generi alimentari, il cibo delle madri dei ragazzi, per le complesse norme del sistema penale, non sono stati accettati.

Abbiamo assistito all’angoscia delle mamme degli studenti, al dolore sui loro visi, alla forza con cui una donna tenta di proteggere il proprio figlio partorito, che continua a sentire, inevitabilmente, come parte di sé.

Durissimi gli interventi al microfono, anche di studenti medi giovanissimi, in un corteo che è stato davvero l’altra faccia di una Torino inebriata dall’Eurovision. Era palpabile lo stupore della gente a spasso per il centro, in molti hanno ascoltato, con un’attenzione che ci ha stupito, gli interventi al microfono dei manifestanti efficacemente diffusi dai watt dall’impianto montato sull’auto in testa al corteo.

Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso ha sfilato a fianco di queste mamme. La sorellanza è la cifra di queste donne, che in quanto mamme, ben comprendono la sofferenza della madri dei ragazzi, indagati per forme di dissenso, stringendosi a loro nel sostegno.

Vogliamo che siano revocate queste gravi misure cautelari per tutte e tutti, che si riconosca il fatto che sono incensurati, che si permetta ai detenuti di interloquire immediatamente con i loro avvocati e di tornare a casa. Noi madri siamo qui, sempre saremo qui, non un passo indietro” hanno dichiarato le madri a chiusura del comunicato letto il piazza Castello.

Il comunicato delle mamme dei ragazzi raggiunti dalle misure cautelari:

da pressenza