19/09/26
Il massacro deliberato dei bambini palestinesi - Lo documenta anche il Film "Naza"
Naza è un film documentario diretto dai giornalisti e cineasti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori di No Other Land (2024). L'opera ricostruisce i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, basandosi sulle inchieste giornalistiche pubblicate tra il 2023 e il 2025 da The Guardian, +972 Magazine e Local Call.
da Cristina Piccino su il manifesto
"Naza", presentato alla Mostra di Venezia, che ha vinto ieri il premio speciale della giuria, è l’acronimo israeliano per «vittime collaterali». Che non sono un incidente, ma l’obiettivo dei bombardamenti a distanza, come raccontano i soldati di Tel Aviv intervistati sotto anonimato
Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato a Venezia, le testimonianze agghiaccianti dell’intelligence israeliana. «È importante avere una distribuzione qui. L’Italia è tra i pochi Paesi in Europa che blocca le sanzioni», dicono i registi
«Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce. E che dopo l’attacco del 7 ottobre è stata portata a una piena realizzazione.
«Naza» diventa infatti man mano che la guerra va avanti un concetto che dimentica gli obiettivi militari, i terroristi, Hamas, e indica invece la sola volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con l’indifferenza di una totale disumanizzazione – «era come un videogame» dicono i militari dell’Idf – che per alcuni è addirittura un «divertimento», l’eccitazione orgogliosa dello scopo di odio e vendetta raggiunti. Sembra un’allucinazione dell’orrore, è la realtà in atto.
A RACCOGLIERE le parole di questi militari, uomini e donne sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani di No Other Land realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Naza, il documentario presentato ieri in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega Yuval Abraham.
Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine e sul quotidiano inglese The Guardian, che ha prodotto il film insieme al regista Jonathan Glazer e a James Wilson. Ascoltarle però da chi ha compiuto queste azioni muta la nostra prospettiva. Per la prima volta non siamo cioè testimoni di quanto accade a Gaza, ma ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni.
Ci sono alcune parole ricorrenti nei racconti dei militari che rivendicano il loro status elitario e di sinistra. Una è «pulizia»: dovevamo pulire, ripetono. Così dopo avere ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria. L’altra, ovviamente, è «uccidere». Ci dicono come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto, mentre le mani tracciano il disegno dei corpi che crollano. O spiegano quelle linee mai tracciate che i palestinesi senza saperne l’esistenza non dovevano superare. Un bambino che si è avvicinato è stato ucciso senza ragione, il corpo mangiato dai cani, ma Gaza dicono ancora «è piena di corpi».
IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia raffinata al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso. Gli archivi ci mostrano però che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) in una storia che ha sempre cancellato dalla Nakba in poi la presenza palestinese, a Tel Aviv ne è rimasta traccia solo in una casa.
GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande... l’eco delle bombe arriva da lontano: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham. E in questa frase affiora il senso del sentimento di un intero Paese, la stessa quieta indifferenza, la narrazione di un essere vittima in quello skyline che dista solo sessanta chilometri da Gaza e dal genocidio, al cui centro risiedono i palazzi dell’intelligence. Possibile? In strada si celebra la Giornata della memoria, la cineteca di Tel Aviv propone Shoah di Lanzmann. Il riferimento all’Olocausto e ai nazisti torna in diverse dichiarazioni dei soldati, del resto è un elemento fondante di quella società – insieme ai miti biblici – che Netanyahu ha strumentalizzato dal 7 ottobre con spudoratezza, quasi a legittimarvi il proprio agire, opponendo l’antisemitismo alle critiche alla sua politica.
«PENSO ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?» si chiede uno degli intervistati...
16/09/26
India - Libertà per i prigionieri, le prigioniere politiche /settimana di mobilitazione in India - iniziative nella giornata internazionalista del 26 settembre, anche in Italia
Tra i prigionieri politici, tante sono le donne, contro di loro oltre le condizioni terribili di detenzione, le torture che portano anche alla morte, le uccisioni nascoste, vengono perpetrati stupri, torture sessuali da parte dei soldati, dei carcerieri. L'India, che viene presentata come la "più grande democrazia del mondo", è il "carcere" più grande del mondo. Repressione, massacri, soprattutto delle popolazioni adivasi in lotta si uniscono alle pratiche di stupri, violenze sessuali anche verso le bambine. Particolare accanimento il governo Modi e le sue forze armate lo riservano alle donne combattenti maoiste, forza determinante nella guerra popolare condotta dal Partito Comunista dell'India (maoista), che Modi vuole definitivamente cancellare, con uccisioni di massa e mirate (questa operazione è in corso, e viene chiamata Operazione Kagaar).
15/09/26
Formazione rivoluzionaria delle donne - Comune di Parigi les Communards
13/09/26
"Serpenti" - un film da perdere
La lista Tavolo4 cambia un poco
11/09/26
“Nobel ai bambini di Gaza" NO dei Docenti per Gaza - NO ad una petizione ipocrita, a cui piacciono i palestinesi "vittime" e non resistenti

Noi lavoratrici Slai cobas sc della scuola, noi compagne del Mfpr siamo totalmente con i "Docenti per Gaza" nel denunciare e respingere questa squallida, ipocrita manovra.
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Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che vi spieghiamo qui:
https://www.docentipergaza.it/perche-non-appoggiamo…
L’11 agosto scorso, sul giornale Avvenire, è stato pubblicato un articolo del filosofo Eugenio Mazzarella, intitolato “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza”. Da quel giorno, è stata lanciata una petizione, a cui hanno aderito molti esponenti della politica cosiddetta d’opposizione – PD, AVS, M5S e Noi Moderati -, giustificando l’adesione come un atto di protesta nei confronti dell’indifferenza dei governi occidentali (Conte), come una denuncia dell’”orrore di Gaza” (Fratoianni) e della tregua, sotto la quale non sono cessate le uccisioni di bambin* (PD), e infine come un modo per “risvegliare la responsabilità sociale e la protezione dei diritti civili” (Lupi).
C’è una frase che più di tutte descrive il carattere della petizione, e la riportiamo qui: “loro (bambin* di Gaza, ndr) conoscono solo l’orrore, nudo e crudo. Loro che non hanno avuto pace, meritano il Nobel per la pace”. Ringraziamo Conte per averci dato il gancio per comprendere a pieno il nodo della petizione: il pietismo, la pornografia del dolore e uno sguardo coloniale e paternalista, proprio di chi vuole lavarsi la coscienza dei propri crimini, assegnando addirittura un premio di pace a chi viene ucciso da bombe sioniste e occidentali.
Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che, per facilità di lettura, elencheremo qui sotto:
-in primis, lo sguardo coloniale nei confronti della popolazione infantile e adolescenziale palestinese, che viene riconosciuta soltanto come vittima, e addirittura premiata per quello che viene definito dal filosofo stesso “un sacrificio”. Chiamare “sacrificio” il genocidio a Gaza e la pulizia etnica nei Territori Occupati sottintende una volontà della morte stessa, che chiaramente non sussiste. Siamo, ovviamente, lontani dal concetto di martirio, che parte della popolazione palestinese sostiene ogni volta che Israele, con le sue e le nostre bombe, si fa avanti nel suo piano di sterminio. Il martirio non avviene in nome della pace, ma in nome della giustizia, in nome della propria terra, e in nome di una totale remissione alla volontà del proprio Dio. La parola sacrificio, invece, allude a una resa da eroizzare, imputando alla popolazione infantile e adolescenziale palestinese la responsabilità della pace in Asia sud-occidentale e, ancora, la funzione di monito ai governi occidentali. Insomma, la vittima viene eroizzata nel proprio dolore e nella propria morte, perché utile allo sguardo lontano e sicuro di chi non mette in atto misure politiche contro Israele, ma fa lunghi discorsi sulla resilienza docile palestinese;
-la petizione e l’eventuale conseguente candidatura coincide, per noi, con un’offesa all’agency della popolazione palestinese: come Mohammed el Kurd spiega bene, il popolo palestinese viene difeso dalla politica, e quindi anche dai partiti d’opposizione nostrani, soltanto quando perfettamente inerme, docile e mansueto: chi di meglio, quindi, di bambin*? Perché, al contrario, non si può parlare delle strategie di resistenza che mette in atto perfino la popolazione palestinese più piccola? E’ notizia di ieri, infatti, di come bambin* abbiano fatto volare aquiloni nel cielo di Gaza per assaporare un po’ di quella libertà che Israele, con la complicità dei governi europei, sta violando; Israele, ovviamente, ha ribadito l’equazione aquilone=drone e ha minacciato di attaccare chiunque faccia volare un aquilone, come Israele già fece nel 2018 durante la cosiddetta “Marcia del ritorno”. Perché, allora, non parlare di bambin* che nei Territori Occupati hanno avviato una protesta contro coloni ed esercito sionista, che stavano impedendo loro di andare a scuola? Il motivo è palese: all’Occidente piace una certa narrazione pietistica, invece di guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere complice dell’uccisione di 71.000 persone, di cui 20.000 bambin* (ricordiamo che queste sono stime a ribasso e che le uccisioni continuano, giorno dopo giorno, senza contare le persone disperse, le persone senza la dignità di un corpo, le persone morte per fame, per sete, per malattia).
-cosa c’è di più violento di assegnare un Nobel per la pace a quella stessa popolazione del cui genocidio siamo anche noi responsabili? Il mito degli “italiani brava gente” colpisce ancora e, con estrema vergogna, non possiamo non notare il grado di deresponsabilizzazione della politica italiana, che si autoassolve semplicemente firmando una petizione. Se per un attimo dovessimo metterci nei panni (laceri e sporchi quando fortunati) della popolazione palestinese, come suonerebbe questo premio? L’ennesima spettacolarizzazione di un genocidio, di un sistema di apartheid e di pulizia etnica, delle deportazioni, l’ennesima reificazione di un popolo e addirittura della sua porzione più innocente e fragile: i bambin*. A cosa serve assegnare un premio del genere se poi, voltata la schiena, continuiamo a stringere patti economici, commerciali, culturali e tecnologici con Israele? A cosa serve assegnare un premio del genere, mentre criminalizziamo ogni tentativo di Resistenza, armata o meno, del popolo palestinese? In sintesi, a cosa serve assegnare un premio per la Pace al popolo palestinese più piccolo, anagraficamente parlando, se la nostra politica è responsabile della violazione del loro diritto di esistere, di andare a scuola, di giocare, di amare, di farsi il bagno nel mare, di avere una casa, di avere dei genitori, di avere una famiglia integra, di avere libertà, di avere spazi pubblici ricreativi, di divertirsi? E potremmo andare avanti per ore. La risposta, per noi, è la seguente: white-saviorism. [una forma di benevolenza bianca verso persone o popolazioni non bianche considerate, in un modo o nell’altro, debitrici verso il White Savior, il loro presunto “salvatore bianco”].
-in ultimo, questo termine, la pace. Non smetteremo mai di ribadire che la pace non serve a niente, se non accompagnata, o anzi preceduta, dalla giustizia. O forse il nobel per la pace è pensato perché, con la soluzione finale per Gaza e Territori Occupati, Israele sarà libero di appropriarsi di tutta la terra e di stabilirsi come etnia maggioritaria? Che la pace dipenda dalle morti palestinesi? Abbiamo mai chiesto al popolo palestinese cosa significhi per loro “pace”? Che tipo di pace vogliano? L’Occidente continua a percepire la pace come l’assenza di bombardamenti, senza assolutamente mettere in discussione il sistema di apartheid, la pulizia etnica, le deportazioni e le detenzioni, senza includere le restituzioni di terre e case alle persone legittime proprietarie e senza augurarsi e lavorare affinché Israele paghi per i crimini contro l’umanità e di guerra commessi dal 1948 a oggi.
Guardiamoci allo specchio e chiediamoci: questa petizione, e questa eventuale candidatura, per chi si rende necessaria? Per noi, per le nostre coscienze sporche, o per il popolo palestinese, che resiste da più di un secolo, mentre il mondo, inclusa l’Italia, legittima Israele e i suoi piani genocidari?
Sarebbe forse meglio se tutti ci costituissimo e ci candidassimo per il Nobel alla migliore coalizione genocidaria, per la miglior politica brava solo a parole, per i migliori alleati dei più feroci governi fascisti? Chissà se i partiti, di cui sopra, sarebbero coraggiosi abbastanza da ritirarlo.






