11/09/26

“Nobel ai bambini di Gaza" NO dei Docenti per Gaza - NO ad una petizione ipocrita, a cui piacciono i palestinesi "vittime" e non resistenti



 

Noi lavoratrici Slai cobas sc della scuola, noi compagne del Mfpr siamo totalmente con i "Docenti per Gaza" nel denunciare e respingere questa squallida, ipocrita manovra.

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Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che vi spieghiamo qui:

https://www.docentipergaza.it/perche-non-appoggiamo…

L’11 agosto scorso, sul giornale Avvenire, è stato pubblicato un articolo del filosofo Eugenio Mazzarella, intitolato “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza”. Da quel giorno, è stata lanciata una petizione, a cui hanno aderito molti esponenti della politica cosiddetta d’opposizione – PD, AVS, M5S e Noi Moderati -, giustificando l’adesione come un atto di protesta nei confronti dell’indifferenza dei governi occidentali (Conte), come una denuncia dell’”orrore di Gaza” (Fratoianni) e della tregua, sotto la quale non sono cessate le uccisioni di bambin* (PD), e infine come un modo per “risvegliare la responsabilità sociale e la protezione dei diritti civili” (Lupi).

C’è una frase che più di tutte descrive il carattere della petizione, e la riportiamo qui: “loro (bambin* di Gaza, ndr) conoscono solo l’orrore, nudo e crudo. Loro che non hanno avuto pace, meritano il Nobel per la pace”. Ringraziamo Conte per averci dato il gancio per comprendere a pieno il nodo della petizione: il pietismo, la pornografia del dolore e uno sguardo coloniale e paternalista, proprio di chi vuole lavarsi la coscienza dei propri crimini, assegnando addirittura un premio di pace a chi viene ucciso da bombe sioniste e occidentali.

Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che, per facilità di lettura, elencheremo qui sotto:

-in primis, lo sguardo coloniale nei confronti della popolazione infantile e adolescenziale palestinese, che viene riconosciuta soltanto come vittima, e addirittura premiata per quello che viene definito dal filosofo stesso “un sacrificio”. Chiamare “sacrificio” il genocidio a Gaza e la pulizia etnica nei Territori Occupati sottintende una volontà della morte stessa, che chiaramente non sussiste. Siamo, ovviamente, lontani dal concetto di martirio, che parte della popolazione palestinese sostiene ogni volta che Israele, con le sue e le nostre bombe, si fa avanti nel suo piano di sterminio. Il martirio non avviene in nome della pace, ma in nome della giustizia, in nome della propria terra, e in nome di una totale remissione alla volontà del proprio Dio. La parola sacrificio, invece, allude a una resa da eroizzare, imputando alla popolazione infantile e adolescenziale palestinese la responsabilità della pace in Asia sud-occidentale e, ancora, la funzione di monito ai governi occidentali. Insomma, la vittima viene eroizzata nel proprio dolore e nella propria morte, perché utile allo sguardo lontano e sicuro di chi non mette in atto misure politiche contro Israele, ma fa lunghi discorsi sulla resilienza docile palestinese;

-la petizione e l’eventuale conseguente candidatura coincide, per noi, con un’offesa all’agency della popolazione palestinese: come Mohammed el Kurd spiega bene, il popolo palestinese viene difeso dalla politica, e quindi anche dai partiti d’opposizione nostrani, soltanto quando perfettamente inerme, docile e mansueto: chi di meglio, quindi, di bambin*? Perché, al contrario, non si può parlare delle strategie di resistenza che mette in atto perfino la popolazione palestinese più piccola? E’ notizia di ieri, infatti, di come bambin* abbiano fatto volare aquiloni nel cielo di Gaza per assaporare un po’ di quella libertà che Israele, con la complicità dei governi europei, sta violando; Israele, ovviamente, ha ribadito l’equazione aquilone=drone e ha minacciato di attaccare chiunque faccia volare un aquilone, come Israele già fece nel 2018 durante la cosiddetta “Marcia del ritorno”. Perché, allora, non parlare di bambin* che nei Territori Occupati hanno avviato una protesta contro coloni ed esercito sionista, che stavano impedendo loro di andare a scuola? Il motivo è palese: all’Occidente piace una certa narrazione pietistica, invece di guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere complice dell’uccisione di 71.000 persone, di cui 20.000 bambin* (ricordiamo che queste sono stime a ribasso e che le uccisioni continuano, giorno dopo giorno, senza contare le persone disperse, le persone senza la dignità di un corpo, le persone morte per fame, per sete, per malattia).

-cosa c’è di più violento di assegnare un Nobel per la pace a quella stessa popolazione del cui genocidio siamo anche noi responsabili? Il mito degli “italiani brava gente” colpisce ancora e, con estrema vergogna, non possiamo non notare il grado di deresponsabilizzazione della politica italiana, che si autoassolve semplicemente firmando una petizione. Se per un attimo dovessimo metterci nei panni (laceri e sporchi quando fortunati) della popolazione palestinese, come suonerebbe questo premio? L’ennesima spettacolarizzazione di un genocidio, di un sistema di apartheid e di pulizia etnica, delle deportazioni, l’ennesima reificazione di un popolo e addirittura della sua porzione più innocente e fragile: i bambin*. A cosa serve assegnare un premio del genere se poi, voltata la schiena, continuiamo a stringere patti economici, commerciali, culturali e tecnologici con Israele? A cosa serve assegnare un premio del genere, mentre criminalizziamo ogni tentativo di Resistenza, armata o meno, del popolo palestinese? In sintesi, a cosa serve assegnare un premio per la Pace al popolo palestinese più piccolo, anagraficamente parlando, se la nostra politica è responsabile della violazione del loro diritto di esistere, di andare a scuola, di giocare, di amare, di farsi il bagno nel mare, di avere una casa, di avere dei genitori, di avere una famiglia integra, di avere libertà, di avere spazi pubblici ricreativi, di divertirsi? E potremmo andare avanti per ore. La risposta, per noi, è la seguente: white-saviorism. [una forma di benevolenza bianca verso persone o popolazioni non bianche considerate, in un modo o nell’altro, debitrici verso il White Savior, il loro presunto “salvatore bianco”].

-in ultimo, questo termine, la pace. Non smetteremo mai di ribadire che la pace non serve a niente, se non accompagnata, o anzi preceduta, dalla giustizia. O forse il nobel per la pace è pensato perché, con la soluzione finale per Gaza e Territori Occupati, Israele sarà libero di appropriarsi di tutta la terra e di stabilirsi come etnia maggioritaria? Che la pace dipenda dalle morti palestinesi? Abbiamo mai chiesto al popolo palestinese cosa significhi per loro “pace”? Che tipo di pace vogliano? L’Occidente continua a percepire la pace come l’assenza di bombardamenti, senza assolutamente mettere in discussione il sistema di apartheid, la pulizia etnica, le deportazioni e le detenzioni, senza includere le restituzioni di terre e case alle persone legittime proprietarie e senza augurarsi e lavorare affinché Israele paghi per i crimini contro l’umanità e di guerra commessi dal 1948 a oggi.

Guardiamoci allo specchio e chiediamoci: questa petizione, e questa eventuale candidatura, per chi si rende necessaria? Per noi, per le nostre coscienze sporche, o per il popolo palestinese, che resiste da più di un secolo, mentre il mondo, inclusa l’Italia, legittima Israele e i suoi piani genocidari?

Sarebbe forse meglio se tutti ci costituissimo e ci candidassimo per il Nobel alla migliore coalizione genocidaria, per la miglior politica brava solo a parole, per i migliori alleati dei più feroci governi fascisti? Chissà se i partiti, di cui sopra, sarebbero coraggiosi abbastanza da ritirarlo.

Martedì 15 settembre riprendiamo la Formazione rivoluzionaria delle donne

Con la Formazione rivoluzionaria vogliamo che le donne, in particolare le donne proletarie, a cui è principalmente diretta questa formazione, facciano proprie le teorie scientifiche marxiste-leniniste-maoiste per combattere chi ci propugna teorie borghesi, che a volte si presentano anche sofisticate, ma che vogliono far credere che la condizione di oppressione, di subalternità delle donne sia solo da riformare in questo sistema sociale borghese da moderno medioevo, e non da combattere ribellandosi e lottando per rovesciare questo sistema. Altri ne fanno solo una questione di trasformazione di idee, tentando di impedire una prassi rivoluzionaria. 
Senza elaborazione teorica, anche se ledonne lottano ogni giorno vengono guidate da teorie borghesi, piccolo borghesi che vogliono al massimo indorare le doppie catene.  
In questo senso chi ha più interesse a studiare Marx, Engels, Lenin, Mao sono le donne! Perchè senza teoria non c'è rivoluzione, e senza rivoluzione non c'è liberazione.

06/09/26

Femminicidi a catena!


Ma questa volta ci rivolgiamo direttamente alle donne. 
Gli uomini che opprimono le donne, che fanno violenze contro le scelte delle donne NON CAMBIANO!
Non c'è nessuna possibilità che cambino, che smettano, sono piccoli uomini frustati che odiano le donne che rompono pesanti, violenti legami familiari; mostrano tutta la loro miseria, e uccidono.
C'è uno slogan che dice: Non aprite quella porta! 
Questi uomini che odiano le donne non possono cambiare, perchè trovano in questa società capitalista marcia, in crisi, sempre più alimento al loro odio, con l'humus fascista, individualista, prevaricatorio che questo sistema, questo Stato, questo governo fascista istigano tra le masse, rinnovando concezioni, prassi patriarcaliste, oppressione, subordinazione delle donne, che invece non corrispondono, non possono corrispondere alla volontà, realtà di tante donne di non accettare queste nere catene. 
Non è "Dio, patria, famiglia" la parola d'ordine centrale della marcia verso un "moderno medioevo" che tentano di imporre? E non diventa "normale", "naturale" imporre con la violenza, fino ad uccidere chi non ci sta, in primis proprio le donne, che sono il cuore dell'oppressione per questo sistema borghese? 
Con tutta la nostra grande solidarietà al padre di Lorena, ma questo Stato, questo governo non possono essi combattere i femminicidi; non possono coloro che creano le condizioni ideologiche, politiche, di attacchi alle condizioni di vita delle donne, di peggioramento della scuola che vogliono militarizzata, razzista, di propaganda di una sottocultura schifosa, essere quelli che danno soluzioni alla catena di femminicidi, educare al rispetto, ecc. ecc.
Costoro, NON CAMBIANO, SE NON LI COMBATTI.
Serve tutt'altro! Serve la ribellione delle donne, serve la lotta delle donne, serve una rivoluzione che rovesci questo maledetto sistema capitalista, moderno fascista.  

05/09/26

Lavoro femminile, a Taranto il divario resta profondo - Ogni tanto se ne ricordano...

Dal Corriere di Taranto - Gianmario Leone

Quarantamila donne occupate contro 106mila uomini. Sul fronte dell’inattività, invece, sono circa 200mila le donne che restano fuori dal mercato del lavoro, contro 100mila uomini. Numeri che restituiscono la dimensione del divario di genere nel mercato del lavoro tarantino e che si inseriscono in un quadro regionale ancora caratterizzato da forti differenze tra uomini e donne.
Un altro elemento riguarda il ricorso al part-time. Nel 2024 a Taranto il part-time ha raggiunto il 34,9%, un dato inferiore a quello regionale ma superiore alla media nazionale. Ancora più significativo è il peso del part-time involontario: secondo i dati disponibili, riguarda il 58% delle donne, contro il 21% degli uomini. 
Il tema, dunque, non riguarda soltanto il livello della retribuzione, ma anche la quantità e la continuità del lavoro. Una maggiore presenza femminile nel part-time può infatti incidere sul reddito complessivo e, nel lungo periodo, sui percorsi professionali e previdenziali...
Nel settore privato, nel 2024, un lavoratore pugliese percepisce mediamente 102,6 euro lordi al giorno, contro i 91,9 euro di una lavoratrice. Il divario retributivo è quindi del 10,5%, inferiore alla media nazionale del 12,4%.
La distanza aumenta però con il livello professionale. Il gap raggiunge il 27,2% tra i dirigenti e il 20,2% tra gli impiegati, mentre scende al 2,2% tra gli apprendisti. Anche l’età incide: il divario è del 6,3% nella fascia 25-29 anni e arriva al 15,9% tra gli over 65...
Nel pubblico il divario è quasi doppio. raggiunge in Puglia il 20,7%, quasi il doppio rispetto al privato.
Il divario è nullo nella scuola, il comparto più numeroso e femminilizzato, mentre raggiunge il 14,6% nel servizio sanitario, il 12,5% nelle università e il 12,3% nelle forze armate e di polizia.
Anche nel pubblico la distanza cresce con l’età e l’anzianità professionale: si passa dall’1,9% nella fascia 20-24 anni al 25% tra i 50 e i 54 anni. Un andamento che evidenzia criticità soprattutto nelle fasi centrali della carriera e nei percorsi di avanzamento professionale.
La Puglia presenta inoltre lo scarto più ampio in Italia tra il Gender Pay Gap del settore pubblico e quello del privato: 10,2 punti percentuali, contro i 6,8 punti della media nazionale.
Non è il contratto a determinare la differenza
...Le differenze possono emergere invece dalla diversa quantità di lavoro, dalla maggiore presenza femminile nel part-time, dalla discontinuità occupazionale e dai percorsi di carriera...
Per Taranto, i numeri raccontano dunque una doppia difficoltà: meno donne occupate e una maggiore esposizione a forme di lavoro a tempo parziale, mentre sul piano regionale il divario retributivo continua a emergere soprattutto con l’avanzare della carriera.

04/09/26

Sulla lunga lotta delle precarie coop sociali di Palermo Slai Cobas sc - Un bilancio che va oltre Palermo


La lotta
delle lavoratrici e lavoratori Assistenti igienico-personale nelle scuole, precari delle cooperative sociali a Palermo, guidata dallo Slai Cobas per il sindacato di classe, rientra nel mondo del lavoro/precariato del sud di questo paese, una lotta inserita all'interno delle dinamiche complessive dello scontro capitale-lavoro, in cui lo Stato borghese con i suoi corollari (Città Metropolitana, Regione Siciliana) utilizza le esternalizzazioni per smantellare i servizi pubblici, abbattere il costo del lavoro e frammentare la classe lavoratrice.

Questi lavoratori e lavoratrici, per anni esternalizzati a cooperative sociali pagate dall'ex Provincia (oggi Città Metropolitana), si sono trovati davanti da un lato ai pesanti tagli ai fondi da parte della Regione Siciliana, dall'altro alle riforme statali (come il D.Lgs 66/201 7) che hanno tentato di scaricare le mansioni di cura e igiene degli alunni disabili direttamente sui collaboratori scolastici statali (il personale ATA), nel tentativo di eliminare le figure specialistiche esterne.

Il sistema degli appalti e delle esternalizzazioni nel "terzo settore" a Palermo (servizi sociali, assistenza scolastica, pulizie, manutenzione) ha creato negli anni un grande bacino di precariato ricattabile, spesso incastrato in un gioco allo scaricabarile tra Regione, Città Metropolitana, Comuni e i diversi governi e giunte borghesi che si sono succeduti negli anni e le cooperative stesse.

La vertenza degli assistenti specializzati nelle scuole superiori palermitane rientra nella privatizzazione che avanza della scuola pubblica. Lo Stato, attraverso riforme bipartisan succedutesi negli anni ha tagliato i costi dell'assistenza ai disabili scaricandoli sugli enti locali, i quali a loro volta li hanno appaltati a cooperative sociali al massimo ribasso. Il sistema delle cooperative nel terzo settore funziona come una sorta di ammortizzatore per lo Stato borghese al servizio del Capitale: garantisce l'erogazione di servizi costituzionali (il diritto allo studio per gli alunni disabili) scaricandone il costo sulla pelle di lavoratori precari, ricattabili e sottopagati.

In questo contesto, la gestione della vertenza da parte dello Slai Cobas per il sindacato di classe ha mostrato luci di tenace resistenza e limiti legati ai rapporti di forza generali.


Questa lotta sindacale è durata tanti anni, quasi 15 fino ad oggi
, cosa per nulla scontata.

La lotta guidata dallo Slai Cobas ha rotto la narrazione istituzionale secondo cui le cooperative sociali sarebbero per natura "enti etici", la lotta ha strappato il velo dell'ipocrisia "sociale" delle cooperative e ha portato alla luce la realtà dello sfruttamento dei precari: ritardi cronici nei pagamenti degli stipendi (spesso di mesi, la lotta infatti è iniziata per contrastare il mancato pagamento degli stipendi), contratti a singhiozzo, demansionamento, livelli inferiori all’effettivo lavoro, assenza di diritti basilari; in particolare verso le lavoratrici donne, la maggioranza per diversi anni, che subivano oggettive discriminazioni di genere.

Non di volontariato malpagato si tratta ma di lavoro a tutti gli effetti con arricchimento dei padroncini delle Coop sullo sfruttamento dei precari.

In un settore storicamente dominato dagli accordi al ribasso dei sindacati confederali vedi i CCNL Coop Sociali firmati negli anni, e con delegati sindacali confederali spesso ammanigliati con i padroncini Coop in un sistema clientelare di favori reciproci, lo Slai Cobas sc a Palermo ha introdotto la pratica della lotta e dell'azione diretta, diventando di fatto il sindacato rappresentativo di questa lotta; altri sindacati di base come il Cobas Scuola si sono di fatto accodati allo Slai cobas. I confederali a Palermo in questa vertenza spariscono di fatto se non per comparse istituzionali nei palazzi in audizioni come all’Ars e solo perché convocati a copertura e contro lo Slai, o raramente nei presidi, a volte cacciati fisicamente dalle precarie sempre tra le più combattive.

Questa battaglia si è fatta conoscere a livello regionale e anche per certi aspetti nazionale,

Vi è stata una denuncia costante contro “la guerra tra poveri” che i governi borghesi scatenano tra lavoratori precari e personale interno, quello statale, si è denunciato con forza che l'assistenza a studenti con disabilità gravi richiede competenze acquisite tramite corsi specialistici (es. le 900 ore regionali), rifiutando sia il licenziamento degli assistenti sia lo scaricamento della mansione a gratis sui bidelli (ATA. Si è provato a creare una unità tra precari e personale di ruolo scuole con lettere aperte ai CS, inviti nelle iniziative dei precari; ma qui i risultati sono stati insufficienti, l’azione di contrasto e frenante dei sindacati confederali nelle scuole verso i CS ha inciso, per esempio impedendo alle precarie in lotta il raggiungimento delle diverse scuole per far arrivare materiali.

La saldatura tra diritto al lavoro e diritto allo studio ha portato in alcune fasi ad un’alleanza tra le precarie e le famiglie degli studenti disabili con momenti di visibilità anche nazionale, come il caso dell’alunno disabile Ivan che arriva pure su Rai2 e coinvolge anche la Presidenza della Repubblica, dove i precari rompono il protocollo del Quirinale e a Palermo fanno un incontro con il cerimoniere del Presidente Mattarella.

Scioperi e assemblee sindacali, mai fatti prima dai precari che hanno imparato a farli, presidi sotto diversi Palazzi Istituzionali anche per mesi contro licenziamenti, tagli al servizio nelle scuole, contro leggi regionali che cancellavano il servizio, blocchi delle strade, occupazioni di locali dei Palazzi e delle sedi delle Coop, hanno costretto le istituzioni a sedersi ai tavoli non per concessione, ma per forza di cose, i lavoratori con il cuore delle lavoratrici combattive hanno conquistato dignità e protagonismo con la lotta.

Tutta questa lotta è stata fatta con una logica di “guerra”, le riunioni in sede erano per fare “i piani di guerra”.

Le lavoratrici con la lotta diretta dallo Slai non si sono più mosse come "vittime" ma come un soggetto attivo capace di occupare le sedi della Città Metropolitana, di bloccare la viabilità, e per questo sono state più volte denunciate.

Questa lotta delle lavoratrici diventa importante anche nell’ambito della lotta più ampia e generale contro la doppia oppressione della maggioranza delle donne in questa società.

Lo sciopero dello donne dell’8 marzo promosso da Mfpr e che lo Slai sostiene attivamente, a Palermo vede queste precarie animarlo per diversi anni; compreso alcune manifestazioni nazionali, come quella sotto il Parlamento, Giornali, Ministero degli Interni a Roma

Il sistema delle cooperative divide i lavoratori, decine di micro-aziende, lavoratori isolati spesso non si conoscono tra loro pur facendo lo stesso lavoro. Con questa lotta si è riusciti, in diverse fasi, ad unificare i lavoratori organizzati nella vertenza/lotta, facendo capire agli stessi che il "nemico" non era solo il singolo padroncino della cooperativa, ma tutto il sistema degli appalti al massimo ribasso voluto dalle istituzioni pubbliche.

Si sono ottenuti risultati concreti e tangibili, difendendo fino ad oggi il lavoro che le Istituzioni hanno più volte cercato di eliminare, facendo cancellare più di 70 tagli in una fase, facendo abrogare una legge regionale che con il governo Crocetta aboliva il servizio e il lavoro dei precari, con una lotta durata mesi e un presidio permanente sotto l’Ars, riacciuffando di fatto il servizio sotto pandemia, quando la Regione con il governo di destra di Musumeci lo ha attaccato per cancellarlo.

In questa fase la lotta dello Slai ha portato anche ad un coinvolgimento più ampio dei precari a livello regionale, collegando la vertenza anche sul piano nazionale con incontri a Roma in alcuni Ministeri.

Si riesce a costringere la Città Metropolitana di Palermo ad anticipare somme non erogate dalla Regione per garantire il servizio per tutti gli alunni che ne hanno diritto contro le odiose divisioni che pone la Regione sui requisiti degli alunni o a garantire estensioni delle proroghe contrattuali in extremis (coprendo l'assistenza fino agli esami di Stato).

In questa lotta si è arrivati, sulla base delle istanze dei lavoratori che hanno allargato la visuale, a porre la questione del lavoro stabile spezzando la catena del precariato, la questione dell’internalizzazione/stabilizzazione, portandola in più ambiti istituzionali fino a Roma nei Ministeri e ponendola come parola d’ordine in diversi scioperi anche generali a cui i precari hanno partecipato unendosi agli altri lavoratori e lavoratrici.

Una delle criticità riscontrare per avanzare su questo è stata che, proprio per la condizione di precarietà lavorativa che negli anni è andata peggiorando, si è lottato sempre sull’onda dell’emergenza di salvare il lavoro, di far ricominciare il servizio nelle scuole interrotto nei mesi estivi, per i mancati stanziamenti di fondi da parte della regione in primis ecc,

Questo ciclo assorbe energie, rendendo difficile passare dalla specifica vertenza sindacale alla lotta più generale contro il sistema delle esternalizzazioni; pur se attraverso questa vertenza vi è stata di fatto una lotta anche con i palazzi del potere, con pezzi dei rappresentanti della borghesia, che si sono sentiti offesi e colpiti innanzitutto nella loro immagine, a cui tanto tengono in primis per le elezioni, per le locandine affisse in tutta Palermo e in diversi paesi dai precari, con le facce di Crocetta e esponenti del Pd e M5s fautori di una legge che cancellava il servizio di assistenza igienico-personale nelle scuole - oggi alcuni di loro sono passati con la Lega.

“Attenzione allo Slai Cobas sc”, dicono dai palazzi, “che uccide politicamente”.

In una "vertenza infinita" la lotta rimane comunque in una logica difensiva, ogni anno o a ogni cambio di bilancio, si deve ricominciare a lottare per ottenere il nuovo contratto. Questa trincea consuma enormi energie e rende difficile ampliare la lotta. Sebbene lo Slai Cobas abbia unito le avanguardie delle precarie più determinate a lottare, una parte è rimasta passiva, bloccata dal ricatto occupazionale da parte dei padroncini Coop e dalla paura di perdere il lavoro. In alcune fasi si è riusciti ad ampliare il coinvolgimento dei precari nella lotta e anche di famiglie, poi finita l’emergenza ciò non si è trasformato in organizzazione. Il gruppo delle precarie combatti ha continuato per anni a mettere in campo con alti e bassi un’azione sindacale di avanguardia temuta dalle amministrazioni.

Ma affrontare quasi quotidianamente questa lotta mentre la precarietà comunque resta e per certi versi si aggrava - i precari sono costretti a doppi e anche tripli mezzi lavoro, in particolare le donne, per arrotondare lo stipendio basso - porta di fatto ad un logoramento dei lavoratori, logoramento oggettivo.

La repressione che in alcune fasi ha colpito la lotta con denunce verso i precari e che ha portato anche a processi penali di cui uno è in corso, da un lato ha visto tante precarie fare testimonianze forti in Tribunale rivendicando la giustezza di tutte le loro lotte; dall’altra ha contribuito a scoraggiare diversi precari. La borghesia usa tutte le armi per frenare le lotte, e a non invogliare lavoratori ad unirsi alla lotta.

La vertenza di Palermo ha avuto una forte impronta militante locale, ma il suo destino è deciso da leggi nazionali e finanziarie regionali. Si cerca di creare un collegamento anche sul piano nazionale con altri precari del settore delle Coop Sociali da Napoli, una significativa delegazione di precari di Palermo partecipa ad un’assemblea a Napoli dove ottengono simpatia, solidarietà e rispetto, così con precari coop sociali di Bologna, ma non si riesce nel tempo a fare azioni comuni nazionali, sia per posizioni sbagliate, ristrette dei lavoratori, sia per logiche autoreferenziali di alcuni sindacati di base, come Sgb, ma anche insufficienza dello Slai cobas nel fare la lotta a queste posizioni solo in parte contrastate.

Ma si tratta di una lotta tenace e coraggiosa, che ha tenuto viva sul piano sindacale/politico la fiamma dell'opposizione di classe nella Palermo degli appalti e della precarietà lavorativa di una fetta di lavoratori e lavoratrici; per questo resta un’esperienza a cui guardare.

E attraverso questa lunga lotta si è cercato di ampliare la visuale dei lavoratori oltre la “semplice” logica rivendicativa della lotta per il lavoro.

La partecipazione di queste lavoratrici e lavoratori alle manifestazioni per la Palestina, in solidarietà con le lotte in India, contro la guerra imperialista, gli scioperi delle donne, hanno significato immettere questi lavoratori in una sorta di “palestra politica”

Si è cercato di far comprendere che scendere in piazza a Palermo contro il genocidio a Gaza significa riconoscere che le stesse istituzioni (Stato, governo, Unione Europea) che affamano i lavoratori con le privatizzazioni e i tagli alla scuola, sono quelle che finanziano e sostengono la guerra e l'oppressione dei popoli oppressi.

Coinvolgendo i lavoratori nell'appoggio alle immense mobilitazioni del proletariato indiano e la solidarietà alla lotta rivoluzionaria del popolo indiano si è cercato di far comprendere il respiro internazionalista dei lavoratori che in tutto il mondo subiscono sfruttamento e oppressione capitalista e imperialista.

La lotta è durata molto, “la precarietà uccide” dice uno slogan ed è un fatto oggettivo, solo il salto di qualità all’organizzazione nella lotta politica più generale e alla presa di coscienza permette la sua continuità e il suo elevamento.

Il sindacato serve a organizzare la resistenza economica, a fare muro contro i licenziamenti, ma non può dare alle masse una visione strategica complessiva della società.

Le lavoratrici vedono che, nonostante la lotta encomiabile e i sacrifici, i governi continuano a smantellare diritti e a rinnovare gli attacchi, subentra la demoralizzazione.

La lunga lotta dei precari di Palermo ha dimostrato, nel bene e nel male che la disponibilità al conflitto sociale, soprattutto delle donne proletarie esiste, ma questa energia si disperde nel mare del logoramento quotidiano della lotta economica. E ogni lotta economica su posizioni di classe anche più radicali, seppur oggi sempre più necessaria contro padroni e sfruttamento capitalista, resta nel recinto di questo sistema sociale.

Ma ogni lotta sindacale diretta su posizioni e pratiche di classe è una “scuola”.

Serve la prospettiva politica di presa del potere, serve il partito che dà questa prospettiva e guida la lotta sindacale in funzione della lotta di insieme.