Sui prigionieri e prigioniere politici nulla è cambiato dal regime Orban?
Al popolo, i giovani, le donne, gli intellettuali ungheresi che si sono mobilitati in massa per cacciare Orban e che hanno festeggiato la sua sconfitta, facciamo appello a mobilitarsi per i prigionieri antifascisti ancora rinchiusi nelle carceri. E' una battaglia di solidarietà che va oltre le carceri, ma riguarda il cambiamento che deve esserci anche del peso in Ungheria delle forze fasciste/naziste.
MFPR
Maja T: «Resisto nella gabbia dell’isolamento»
di Marta Massa
L'INTERVISTA Chius* nel carcere ungherese, da due anni vive in cella senza socialità: «È un sistema disumano che impedisce forme minime di sostegno reciproco»
A Budapest è una mattina soleggiata. A pochi metri dal parlamento è detenut* Maja T., da due anni in isolamento. La guardia carceraria attende il nostro arrivo, ci guida nell’aula delle visite e aspettiamo il suo arrivo. Una guardia armata, una traduttrice e un agente penitenziario si siedono al lato sinistro della stanza. Maja arriva con le manette ai polsi, un quaderno lilla in mano e una maglietta dai colori pastello, un sorriso delicato sul volto.
Come va?
Sono davvero molto tes*: è strano essere qui adesso, con te e con tutte queste persone, mentre solo dieci minuti fa ero in cella. È da 25 ore che non parlo con nessuno. Però sono felice di avere un attimo per aprirmi e parlare, anche se è difficile esprimere come mi sento e come sto.
Come è stato il periodo tra febbraio, in cui è stata annunciata la sentenza di otto anni, e oggi?
Sapevo che non sarei potut* tornare a casa dopo il verdetto, ma questo periodo ha segnato la fine di una tappa. È stato un incubo essere in tribunale quel giorno ma allo stesso tempo sentivo la forza della mia famiglia, amiche e amici. Era molto bello sentire il supporto e la solidarietà delle persone, però ero immers* nella realtà di una profonda ingiustizia orchestrata da un sistema la cui volontà è di distruggere e sopprimere. Potevo solo stare sedut* lì con le manette, con tanti occhi addosso. Mi sono sentit* intrappolat*, non avevo la possibilità di esistere come essere umano, solo come un oggetto da osservare, su cui proiettare idee. Nel pomeriggio ero di nuovo in cella, cercavo di trovare la forza e una nuova speranza per affrontare la prossima tappa. Sedut* nel tribunale sentivo vicino a me Gabriele, Ilaria e le altre persone imputate. Era come se fossero lì accanto a me. Pensavo a come potevano sentirsi Gabriele e Anna, nel ricevere il loro verdetto.
Questa vicinanza mi ha dato forza e speranza. So che stiamo sopportano un periodo difficile della nostra vita, in cui ci viene rubata la libertà. Ma c’è sempre la consapevolezza di quanto sia importante lottare, perché ci sono tante cose da perdere e sentiamo questa perdita dappertutto. Dopo l’ultima udienza ho realizzato che il carcere non è un incubo ma la mia realtà. Mi sento isolat*, oscillo tra due realtà, vorrei andare a casa però non posso, vorrei sentirmi partecipe in questa comunità però non posso. Poi vedo le mie risorse, la mia forza, la solidarietà fuori e vorrei condividere con le altre persone ma c’è un muro davanti a me e non so cosa fare. Il sistema carcerario ti priva dalla possibilità di esistere in collettività e di sperimentare la solidarietà. L’altro giorno ho sentito che un detenuto in una cella vicina non aveva il pane, avrei voluto condividere il mio ma non potevo.
Siamo costretti a sopportare regole assurde e crudeli, che creano solo concorrenza e solitudine. Io cerco di combattere nel mio piccolo, anche creando momenti di leggerezza. Non voglio smettere di sperare in una vita allegra. Dopo la sentenza mi sono sentit* disorientat* e confus* perché non sapevo come lottare, ne sento la necessità e al contempo non ne ho la possibilità. Adesso ho imparato che la lotta non è sempre a voce alta, si può lottare con le piccole cose. Continuo a scrivere lettere in cui descrivo quello che accade qui e provo a comprendere il sistema carcerario e il sistema autoritario in Ungheria. Per me la lotta significa trovare modi di condividere le mie risorse anche con gli altri detenuti perché vedo i modi in cui ci viene rubata l’umanità. È difficile, mi sento spesso senza speranza.
Sono cambiate le condizioni detentive dal verdetto?
Sono ancora in una cella da sol*. Mi hanno trasferit* nel quarto piano in una cella molto simile alla precedente ma capita che incontri altre persone detenute mentre cammino nel corridoio e a volte posso scambiare un sorriso. Poi sento le loro voci, li sento discutere e non mi sento così sol*, nonostante l’isolamento. Ho la possibilità di telefonare a uno psicologo tedesco del ministero degli affari esteri, ho aspettato quasi un anno per questo incontro. Ora posso parlare con qualcuno della mia situazione in prigione, dei miei dubbi e le mie emozioni. Quando la mia famiglia viene a visitarmi o durante le nostre telefonate posso fare domande e parlare di cose belle, senza angosciarli.
Cosa ha significato l’arrivo della primavera e dell’estate?
Ho sentito la leggerezza della primavera, il primo raggio di sole a marzo. Almeno per un’ora al giorno, quando esco nel cortile interno, posso vedere il sole. L’inverno è stato lungo. Il cortile interno di 10 metri è l’unico posto dove possono crescere piante e fiori, c’era anche un albero ma lo hanno tagliato e adesso non c’è più niente, è stato un giorno triste per noi. Però adesso ovviamente ci sono già nuove piccole piante tra i muri. Percepisco l’arrivo della stagione calda attraverso la mia famiglia, amiche e amici e i loro racconti. Mi siedo qui con la mia famiglia e mi raccontano del giardino di casa nostra, delle verdure che hanno piantato nell’orto e sento così il cambio della stagione.
Quali sono ora le aspettative e le speranze?
Mi aspetto un’estate caldissima fatta di attese. So che devono passare altri mesi fino alle prossime udienze, che inizieranno in autunno, e voglio essere preparat*. Nel frattempo scrivo molto. Ho ricevuto una macchina da scrivere, ci è voluto un anno perché accettassero questa richiesta. Sono sedut* 23 ore nella cella, davanti alla scrivania, posso solo leggere e scrivere, perciò sono molto felice di questo cambiamento, perché ho qualcosa da fare. È il cambiamento più importante dal giorno del verdetto. Spero sempre di poter tornare a casa, sento una grande stanchezza e fatica. Non solo dentro di me, ma anche sulla mia famiglia, amiche e amici. Voglio che questa situazione finisca per tutti e spero di poter iniziare un nuovo capitolo a cui possa contribuire attivamente, perché qui non posso. So che sono importante per la mia famiglia, che non vedono l’ora di incontrarmi e di stare insieme. Però tutto questo è difficile per me qui, sento spesso solo la stanchezza e da lì è difficile che germogli la speranza di un cambiamento.
Cosa significa resistenza in questo periodo?
Resistere significa difendere la nostra volontà di vivere, la nostra volontà di condividere e di difendere i nostri spazi, anche se falliamo in questo tentativo. Resistere significa avere la possibilità di amare, perché ci è concesso esistere in libertà. Resistere significa poter agire, insieme, essere in grado di supportarci a vicenda quando è necessario. Per me, la resistenza significa unire le forze, senza togliere nulla agli altri, senza reprimere o sfruttare nessuno, significa non perdere la speranza e rendersi conto che anche le situazioni più difficili possono cambiare. Anche se non ci sarà un lieto fine, ci saranno giorni migliori se continuiamo a lottare.
Il cambio di governo in Ungheria porta nuove speranze? Crede che possa cambiare qualcosa?
La notte delle elezioni sentivo una grande tensione nell’aria, come un primo temporale d’estate che ti spinge a uscire e danzare nella pioggia con sconosciuti. Ho sentito la musica di notte, la folla, sentivo la gioia delle persone e la voglia di festeggiare. Nutro la speranza che per il popolo ungherese adesso possa arrivare un periodo più leggero, con meno repressione, ma non credo che questo nuovo governo cambierà la mia situazione. Le condizioni delle persone detenute non cambiano con i governi. Forse ora non sono l* nemic* principale di questo governo (come lo ero per il partito Fidesz e per Viktor Orbán), forse sono sces* a un livello inferiore nella scala di priorità. In realtà, quello che vedo qui non è l’odio ma l’indifferenza, è come una tensione costante e sottile. Sino a ora sono riuscit* a sopportare la delusione, a sentire attimi leggeri, a ridere e godermi le visite con la mia famiglia. So che la delusione non è tutto ciò che ho intorno e se può esistere altro nel mondo è giusto e necessario lottare. Negli ultimi mesi ho provato ad alimentare la fiducia in me, sapendo di non essere mai sol*. Anche se sento tanta stanchezza, cerco di coltivare la forza e il coraggio in me stess* e per questo è necessaria la fiducia.
L’ora dell’intervista è finita, l’ufficiale e la guardia ci comunicano che dobbiamo concludere. Maja T ci augura di incontrarci presto fuori, in libertà. Ci scambiamo gli ultimi sorrisi, prima che Maja sparisca dietro la porta dell’aula delle visite, varcando la soglia di un mondo a noi inaccessibile. Un mondo che per Maja T. è la normale quotidianità, dal giorno della sua estradizione illegale (a febbraio 2025 la Corte costituzionale tedesca ha stabilito in via definitiva che l’estradizione in Ungheria era priva di basi giuridiche), avvenuto nella notte tra il 27 e il 28 giugno 2024, Maja vive e resiste in completo isolamento.



