Per Maja la condanna è a sette anni per lesioni potenzialmente mortali aggravate dal movente politico e dalla partecipazione a un’organizzazione criminale. In primo grado ne aveva presi otto. La procura adesso ne chiedeva quattordici. Gabriele Marchesi, assente visto che nel 2024 la Corte d’appello di Milano ha respinto la sua estradizione in Ungheria, di anni ne ha presi sei (prima erano sette). La tedesca Hanna M., già libera, due.
FINISCE COSÌ, almeno per ora, il Budapest Complex, il maxi-processo agli Antifa, nato durante il governo di Viktor Orbàn, che ha peraltro fatto di questa sigla un’organizzazione terroristica. Adesso il presidente è un altro, Peter Magyar. Dicono sia un moderato, ma le leggi più repressive varate durante gli anni della «democrazia illiberale» non sono cambiate. E che ancora non è finita: Rexhino Abazaj, anche lui sospettato di aver preso parte alle azioni del 2023, verrà estradato dalla Francia alla Germania, e su di lui c’è un mandato ungherese che potrebbe essere eseguito. Per Ilaria Salis, il cui nome ancora campeggia su tutti i capi d’imputazione del Budapest Complex, si attende la fine del suo mandato da europarlamentare per cercare di riportarla alla sbarra. E Marchesi pure sarà oggetto di un nuovo mandato d’arresto europeo, questa volta per esecuzione della pena e non come semplice indagato. Deciderà di nuovo la Corte d’appello di Milano.
MAJA T. resterà in carcere, dove è rinchiusa da quando – giugno 2024 – la polizia del suo paese l’ha consegnata alle autorità ungheresi senza aspettare il parere di un tribunale. Visto che la sentenza di ieri è inappellabile, comunque, la difesa ha chiesto che la sua pena venga scontata in Germania, ma il percorso burocratico non sarà breve. Le previsioni più ottimistiche dicono che il trasferimento, se ci sarà, non avverrà prima della seconda metà dell’anno prossimo. «Questo processo è uno scandalo – dice fuori dal tribunale il signor Wolfram Jarosch, padre di Maja -, il ministero della Giustizia ungherese ha promesso che Maja potrà tornare in Germania. Questo deve accadere subito. E il tempo trascorso in carcere qui deve essere conteggiato almeno il doppio».
Per la legge tedesca, passati i due terzi della pena si può uscire di prigione. La tesi del padre di Maja T. è che il tempo trascorso in condizioni durissime a Budapest debba valere di più.
IL GIUDICE ha riscritto diverse parti della prima sentenza: dai video, ha detto, non è stato possibile capire se Maja T. abbia in effetti partecipato alle azioni. Quindi lei, pur appartenendo a una banda criminale (la cui esistenza si ritiene provata solo in virtù delle indagini svolte in Germania) non ne è organizzatrice. È soltanto complice. Stesso discorso per Marchesi. Da qui lo sconto di un anno.
Fuori dal tribunale qualche decina di attivisti ha passato la mattinata sul marciapiede a gridare «Free Maja», «Free all Antifas» e, in italiano, «Siamo tutti antifascisti». L’autobus di solidali partito da Berlino nel pomeriggio di martedì è arrivato soltanto intorno alle 13. Il viaggio è stato complicato: al confine con la Repubblica Ceca la polizia tedesca lo ha intercettato e perquisito per ore. In tre sono stati fermati. Un altro lungo controllo poi è stato fatto dagli agenti ungheresi alla periferia di Budapest.
ALL’ARRIVO, un ragazzo, Ulle, è stato prelevato dalla polizia perché, per un paio di secondi, si è alzato il bavero fino al naso. E qui è vietato coprirsi la faccia durante una manifestazione. Giusto il tempo di farsi scrivere sul braccio il numero di telefono di un avvocato e poi via a sirene spiegate verso il commissariato. La cosa davvero particolare di questa scena è che tra i manifestanti nessuno ha mosso un dito: non quando gli agenti hanno rotto il presidio per prelevarlo, non quando lo hanno portato in un angolo per identificarlo, non quando lo hanno caricato sulla volante. «Se reagiamo in qualsiasi modo, qui in un minuto di agenti ne arrivano altri cento e portano via tutti», ci spiega un ungherese. A Ulle poteva andare peggio: se la caverà con una multa da un migliaio di euro. Ma il giudizio finale sulla possibilità di esercitare il diritto al dissenso anche da queste parti – in quello cioè che sarebbe un paese europeo – è negativo. O peggio, è triste.