01/08/21

Paola - dalla parte delle donne che fanno la scelta di combattere questo sistema, questo Stato




Dalla presentazione del libro.

Questo libro è nato per dare un volto e un perché a una congiunzione. Nel commando c’era anche una donna, titolavano spesso i giornali qualche decennio fa. Anche. Un mondo intero racchiuso in una parola. A sottolineare l’eccezionalità ed escludere la dignità di una scelta. Sia pure in negativo. Nel sentire comune una donna prende le armi per amore di un uomo, per cattive conoscenze. Mai per decisione autonoma. Al genere femminile spetta un ruolo rassicurante. In un’epoca in cui sembra difficile persino schierarsi «controcorrente», le «streghe» delle quali si racconta nel libro emergono dal recente passato con la forza delle loro scelte. Dieci militanti politiche (Elena Angeloni, Margherita Cagol, Annamaria Mantini, Barbara Azzaroni, Maria Antonietta Berna, Annamaria Ludmann, Laura Bartolini, Wilma Monaco, Maria Soledad Rosas, Diana Blefari Melazzi) che dagli anni Settanta all’inizio del nuovo millennio, in Italia, hanno impugnato le armi o effettuato azioni illegali all’interno di differenti organizzazioni e aree della sinistra rivoluzionaria, sacrificando la vita per il loro impegno. Non volevano essere eroine. Forse, avevano messo in conto la morte, come chiunque quando fa una scelta radicale. Dare e ricevere sofferenza. Non è semplice. Lo si fa perché si è convinti sia una necessità storica. Lo si fa per amore. Amore per la giustizia, per la libertà. Amore per la rivoluzione.
 

"Sebben che siamo donne" non è un libro di storia, ma di storie. Raccontate dalla parte di chi le ha vissute. Cercando di ricostruirne il senso, i pensieri, l’azione. Si possono non condividere le scelte di queste donne. Ma sicuramente sono interne al lungo percorso di progresso ed emancipazione sociale del proletariato e delle masse popolari. Sono parte di noi. Di chi nel mondo si batte per una società senza classi.

Paola sempre viva nella lotta!

Ciao Paola, ciao compagna forte e tenace! 
Sarai sempre viva nelle lotte presenti e future che hai portato avanti con grande coerenza e sfida rivoluzionaria vivendo sempre come tu stessa hai detto fino alla fine di questo cammino "Sono felice di come ho vissuto e lottato con i miei compagni e le mie compagne"

Le compagne del Mfpr




"Aderisco perchè sono d'accordo che il 25 novembre non si parli solo della "violenza di genere" ma anche della violenza del capitalismo!"
Messaggio al Mfpr di Paola Staccioli in occasione della manifestazione a Roma a Montecitorio contro la violenza sulle donne del 25 novembre 2016

30/07/21

Pensioni: le donne meno pagate degli uomini

Mentre i rappresentanti dei governi borghesi, compreso il governo italiano di Draghi, nel loro G20 su lavoro e istruzione hanno più che ipocritamente parlato di avere fatto sforzi in questi anni per politiche finalizzate al "superamento" del gender gap tra uomini e donne, la realtà che viviamo quotidianamente mostra invece in ogni aspetto che la condizione di vita della maggioranza delle donne non è affatto quella di cui straparlano nei loro dorati consessi mentre le lavoratrici, le donne proletarie sono sempre più SFRUTTATE E OPPRESSE E ANCOR DI PIU' NELLA PANDEMIA.

Organizzarsi nella lotta a 360 a cui siamo chiamate come donne, lavoratrici, partendo sì dalle battaglie concrete, immediate, quotidiane nei posti di lavoro e fuori dai posti di lavoro ma per confluire nella lotta più ampia contro il sistema capitalista vera causa della condizione di doppio sfruttamento e oppressione delle donne, diventa sempre più necessario.
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PENSIONI 2021. DIFFERENZE TRA UOMINI E DONNE DI QUASI 500 EURO AL MESE
A minori possibilità occupazionali, stipendi inferiori, corrispondono minori contributi e pensioni inferiori.
Il divario di genere non riguarda solo carriere e precarietà, ma anche il tema degli assegni pensionistici. In media le donne italiane percepiscono pensioni più basse di quasi 500 euro al mese.
Lo dicono le statiche dell’INPS sulle nuove pensioni liquidate nei primi sei mesi del 2021. Quelle degli uomini hanno avuto un importo medio di 1.429 euro, superiore di 498 euro all’importo medio delle pensioni liquidate nello stesso periodo alle donne (931 euro). Anche “Quota 100”, la novità di questa legislatura, basata su 62 anni di età e 38 di contributi senza penalità sull’assegno, ha beneficiato gli uomini, che hanno potuto aderirvi in numero maggiore.
Per i maschi c’è stato infatti un alto numero di pensioni anticipate: 79.935 per 2.104 euro medi. Per le donne le pensioni anticipate sono 44.204 per 1.609 euro medi.
Nessuna descrizione della foto disponibile.


India, uccisa dai parenti a 17 anni perché indossava un paio di jeans

L'India sta sempre più diventando il simbolo della violenza del sistema imperialista e capitalista e in particolare contro le donne in tutti i suoi aspetti, e oggi con il governo fascista e filo imperialista di Modi, questo processo avanza rapidamente.

Anuradha Gandhy, compagna Dirigente del Partito Comunista dell'India (Maoista), oggi non più in vita, che ha organizzato la lotta rivoluzionaria delle donne in alcune regioni in India teorizzando sulle esperienze fatte, in un'intervista di Poru Mahila, l'organo della Krantikari Adivasi Mahila Sanghatan, in Dandakaranya, diceva in particolare sulle condizione delle donne : "… tutte le donne in India subiscono l'oppressione feudale, capitalista, imperialista e patriarcale, ciò avviene in varie forme in diverse aree, urbane e rurali. Le donne della classe operaia e le donne della classe media nelle aree urbane hanno alcuni problemi specifici. In primo luogo, se guardiamo ai problemi all'interno della famiglia, anche nelle aree urbane le donne sono oppresse dalla cultura feudale… Le ragazze non sposate sono sotto pressione per sposare un uomo della stessa casta e religione… Anche se una donna vuole lavorare fuori casa dovrà ottenere il permesso di suo padre, fratello o marito. Così diventa inevitabile per le donne combattere anche per l'indipendenza economica. Specialmente negli ultimi 25-30 anni l'India può essere divenuta l'unico paese al mondo in cui il nuovo crimine dell’uccisione delle spose bruciandole per la dote è diventato di moda… Le donne nelle aree urbane…ottengono posti di lavoro in fabbriche, uffici, scuole, ospedali e negozi. Ma in molti posti di lavoro non sono pagate allo stesso modo degli uomini … e in cima a tutto questo esse devono fronteggiare le vessazioni da parte degli appaltatori e degli uomini per i quali lavorano....

Ma soprattutto in India le violenze, uccisioni delle donne, che in questi ultimi periodi in alcuni Stati hanno fatto esplodere grandissime manifestazioni di massa, in cui la partecipazione delle donne, delle giovani, è stata enorme, vengono perpetrati direttamente da parte dello Stato indiano come arma di repressione soprattutto nelle zone rurali dove è in corso la guerra popolare, gli stupri atroci di contadine, delle donne dei villaggi, delle donne dalit, da parte della polizia e delle forze militari e paramilitari, vedi l'operazione Green Hunt, sono una normalità; e gli stupri odiosamente accompagnano sempre le torture contro le compagne rivoluzionarie maoiste in lotta arrestate...!

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India, uccisa dai parenti a 17 anni perché indossava un paio di jeans 

"La violenza domestica è dilagante in India, ogni 15 minuti viene denunciato uno stupro, i matrimoni precoci sono una piaga diffusa e in media 20 donne vengono uccise ogni giorno per aver portato doti matrimoniali insufficienti. Le ragazze e le donne in India vivono in costante stato di pericolo: rischiano di essere abortite a causa della preferenza per i figli maschi e vivono in luoghi dove la vita è scandita da rigide regole patriarcali. Ogni gesto di ribellione deve essere punito. L'agghiacciante caso di Neha purtroppo è solo una goccia nel mare dell'infinita violenza contro le donne"

India, uccisa dai parenti a 17 anni perché indossava un paio di jeans

https://www.corriere.it

29/07/21

Taranto - DALLA PARTE DELLA RAGAZZA VIOLENTATA SENZA SE E SENZA MA

 








L'indegna persecuzione di Nadia Lioce è anche criminalizzazione di Stato della solidarietà con i prigionieri politici rivoluzionari

 Criminalizzate anche le iniziative di solidarietà del Mfpr

Articoli che non hanno bisogno di alcun commento


Le lavoratrici delle pulizie tra sfruttamento e doppia oppressione: testimonianza di donne che lottano e si ribellano a condizioni di schiavitù

Dopo un anno e mezzo di Covid, le addette alle pulizie sono sempre

Considerate “eroine” nella prima fase della pandemia, le lavoratrici delle pulizie sono rapidamente cadute nel dimenticatoio. Dopo un anno e mezzo, la loro situazione economica non è migliorata, senza contare la stanchezza psicologica 

“Mi sento abbastanza provata… È stato un anno in cui abbiamo retto tutto l’impianto della prevenzione, ovviamente sottopagate, e ora c’è stanchezza mentale.” Maria* lavora da 6 anni come addetta alle pulizie nel centro Italia. Come tanti e tante altre, è stata in prima linea di fronte alla pandemia di Covid-19.

“Per chi faceva pulizie nei cosiddetti settori essenziali, come nei supermercati, negli ospedali, il primo impatto è stato dirompente, perché mancavano i dispositivi di protezione individuali (DPI) e non era ben chiaro cosa il personale dovesse fare,” racconta Cinzia Bernardini, segretaria della Filcams CGIL Nazionale. Maria e le sue colleghe ne sono la prova. Durante le prime settimane, hanno dovuto procurarsi da sé le mascherine per sanificare una fabbrica di quasi 700m2. Maria ricorda anche di aver incontrato lavoratrici di un’altra azienda che lavoravano senza protezione. “Nessuno le aveva detto loro nulla… Le hanno lasciate lavorare così, è criminale!” A ciò si aggiungeva la paura del contagio, che le ha perseguitate finché a maggio non sono state vaccinate. “Non siamo state riconosciute come categoria prioritaria,” spiega Maria. 

Alcune regioni, come la Toscana, l’hanno fatto, includendo gli addetti e le addette alle pulizie tra i prioritari. “Abbiamo dovuto lottare,” ricorda Cinzia Bernardini. Questo nonostante fosse uno dei settori che ha fatto registrare il numero più alto di contagi sul lavoro, come certificato dai report dell’Inail

Nessun riconoscimento dopo la prima fase dell’emergenza

L’emergenza sanitaria non ha permesso al personale delle pulizie di uscire dal dimenticatoio. “Il nostro settore non è mai stato riconosciuto come uno di quelli che hanno fronteggiato l’emergenza,” dice Maria. Un’osservazione condivisa dalla sociologa Tania Toffanin. “Durante la prima fase pandemica le persone addette alle pulizie e il personale sanitario venivano rappresentati come angeli ed eroine, però non c’è mai stato riconoscimento del lavoro di cura. Il tempo che la pandemia passi e tutti si dimenticheranno del loro ruolo.”

La richiesta di riconoscimento è innanzitutto economica. In un settore dove il contratto di lavoro medio ammonta a 15 ore settimanali pagate intorno ai 6,5€ lordi l’ora “non servono le medaglie,” ironizza Maria. 

Dunque, gli addetti e le addette alle pulizie hanno alzato la voce. Nei mesi di ottobre e novembre 2020 hanno organizzato scioperi e manifestazioni, per chiedere migliori condizioni di lavoro. “Abbiamo creduto che le cose potessero cambiare. C’era un periodo in cui veramente si poteva far saltare il sistema,” racconta Maria. Al centro delle loro rivendicazioni, c’era il rinnovo del contratto nazionale, scaduto da ben 8 anni. Ora le trattative sono in corso, il contratto sta per essere rinnovato. “Aspettiamo di vedere in che termini,” dice la lavoratrice.  

Il sistema di cui parla Maria è segnato da una profonda precarietà economica, che risale a prima della pandemia. In questo settore il tema degli appalti è centrale: la maggioranza degli addetti lavora part-time, per poche ore, perché i committenti richiedono una certa flessibilità, spiega Cinzia Bernardini. “Ogni cambio di appalto è un problema. Anche durante la pandemia ce ne sono stati per alcuni settori in cui si utilizza lo smart working, con il risultato di aver tagliato le ore contrattuali,” continua la sindacalista.  

Qualche chilometro più a nord, vicino a Bologna, Cherry* parla senza mezzi termini di ingiustizia. “Sono 23 anni che vivo una vita da schiava.” Dall’altro lato del telefono, ci racconta: “Con il Covid la situazione è peggiorata. Ci chiedono di pulire spazi più ampi ma con le stesse ore e una paga bassissima.” 

Cherry è arrivata in Italia nel 1998 dalla Nigeria. Aveva 22 anni. Per Cherry è molto difficile raccontare i suoi primi anni in Italia. “Ho subito tanta violenza come le altre donne che sono state portate qua dal mio paese.” Dopo un paio d’anni, finalmente ha trovato un lavoro come badante. “Mi pagavano poco però volevo lavorare in un luogo sicuro.”  Da questo momento, ha sempre lavorato e oggi si occupa di pulire principalmente ristoranti. Il suo contratto è di 15 ore settimanali per un reddito inferiore a 500 € al mese. Uno stipendio da fame. “Non riesco ad arrivare alla fine del mese.” Nonostante ciò, Cherry deve pagare le bollette, l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici… Quando le scuole sono state chiuse, ha dovuto pagare anche la babysitter per suo figlio di 9 anni mentre lei lavorava. Con uno stipendio che spesso non va oltre poche centinaia di euro “è complicato condurre una vita dignitosa. C’è anche un problema di prospettiva perché vuol dire una pensione ancora più bassa,” dice Cinzia Bernardini.

“Sono 23 anni che vivo una vita da schiava. Con il Covid la situazione è peggiorata. Ci chiedono di pulire spazi più ampi ma con le stesse ore e una paga bassissima”

Allo stesso modo, a causa del loro basso reddito, i lavoratori e lavoratrici le cui attività sono state interrotte non hanno potuto beneficiare di una protezione sociale sufficiente. “Nel 2020 ho lavorato di più, guadagnavo 600 € al mese. Però a marzo 2021, la fabbrica è stata chiusa. Sono andata in cassa integrazione con 200 € al mese,” racconta Maria.  

È un problema ancora d’attualità nei settori dove viene utilizzato lo smart working: essendo chiusi gli uffici, le addette e gli addetti alle pulizie dipendono ancora dagli ammortizzatori sociali. “Se lo smart working diventa strutturale sarà un problema per il settore,” afferma Bernardini. 

Per le persone migranti la situazione è ancora più difficile

Un’altra categoria del personale delle pulizie che ha sofferto maggiormente l’emergenza è quella delle donne e uomini migranti. Per poter chiedere il permesso di soggiorno, infatti, devono dimostrare di avere un reddito annuale di quasi 6.000 €. “Se, in circostanze normali, la soglia è già troppo alta, con la pandemia è ancora più difficile. Alcune persone non hanno lavorato o non lavorano da mesi,” dice Orkide Izci, dell’assemblea donne del Coordinamento migranti a Bologna. Secondo lei, “il fatto che il permesso di soggiorno sia legato al lavoro rende le persone migranti più sfruttabili e ricattabili.” Cherry l’ha vissuto sulla propria pelle. “La mia attuale azienda assume tanti stranieri perché sa che abbiamo bisogno di lavorare per i nostri documenti e quindi la maggior parte non si ribella.” Da qualche anno Cherry ha deciso di non stare zitta e di alzare la voce di fronte ai superiori. “Me lo fanno pagare. Devo lavorare tutti i sabati e le domeniche, rifiutano di farmi fare ore aggiuntive… Stanno facendo di tutto per farmi licenziare”. 

Secondo la sociologa Tania Toffanin, è proprio la composizione di questo settore che spiega l’invisibilizzazione di lavoratori e lavoratrici. Infatti, anche se è difficile avere cifre esatte sul genere e l’origine del personale, un’indagine europea stima che il settore delle pulizie in Italia sia composto per il 70% da donne e specifica che la quota di lavoratori migranti è particolarmente elevata.

Pertanto, il settore della pulizia intreccia tre elementi: l’invisibilità del lavoro di cura, la presenza di donne e la forza lavorativa straniera. “Nell’ambito di una cultura patriarcale, come quella del nostro paese, tutto ciò che non ha a che fare con la performance, ma con la cura degli altri è percepito come naturale e quindi viene maltrattato in termini retributivi,” spiega la sociologa. Una dinamica rafforzata quando il lavoro è svolto da donne e persone senza cittadinanza. “Proprio perché è fatto da donne spesso non italiane è considerato come scontato, in piena continuità con la rappresentazione del femminile che si prende cura degli altri.”

Le lavoratrici sono anche spesso vittime di sessismo sul posto di lavoro. “Non c’è un giorno senza un commento sessista. In più, dobbiamo subire mansplaining, ci spiegano come fare il nostro lavoro, come se fossimo ignoranti,” spiega Maria. Il primo anno, ha anche denunciato un superiore per aver fatto commenti sessisti e lesbofobici. “Però non è servito a nulla. All’epoca non eravamo neanche sindacalizzate.” Oggi lei e le sue colleghe si sono organizzate. Hanno creato un gruppo Telegram per poter intervenire quando una si trova in difficoltà sul posto di lavoro. “Abbiamo creato un linguaggio in codice: quando una di noi è in difficoltà, basta che scriva la parola chiave e andiamo da lei. Per esempio, una aveva uno stalker, quindi non la lasciamo mai tornare a casa da sola.”

Un settore da ripensare

Se l’emergenza non ha portato all’esplosione del sistema, il settore ha comunque bisogno di essere profondamente ripensato. La sindacalista Cinzia Bernardini spiega: “Il Pnrr fornisce una serie di risorse importantissime e molte di queste verranno utilizzate attraverso gli appalti. Deve essere l’occasione per rafforzare le norme: come si svolgono gli appalti? Come si controllano? A chi si affidano? Con quali tutele per le lavoratrici? Agire, tutelare, sostenere economicamente questo settore significa aiutare la parte più debole del paese.”

Per la sociologa Toffanin si pone anche la questione della qualità del lavoro. “Come si definisce un lavoro dignitoso nel 2021? Io credo che ci sia una riflessione enorme da fare.” 

A dare una possibile risposta, ci pensa l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Ciò che l’OIL chiama “lavoro dignitoso” è stato indicato tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. Un lavoro è considerato “dignitoso” quando è adeguatamente remunerato, quando garantisce la sicurezza sul luogo di lavoro e la protezione sociale per le famiglie, e quando offre prospettive personali e sociali a chi lo svolge. 

La testimonianza di Cherry ci fa capire che c’è ancora una lunga strada da percorrere. “Ho sempre lavorato, ho sempre avuto la voglia di lavorare. Però i contratti che mi impongono non mi permettono di fare nulla! Non posso andare avanti, sono condannata a rimanere povera.” 

*Nomi di fantasia

27/07/21

Taranto/Amat: Stupri coperti da tutti! Quella ragazza siamo tutte noi! Vogliamo fare insieme questa battaglia!

Vogliamo che questi stupratori siano arrestati!

altro che semplice divieto di avvicinamento alla ragazza, come finora disposto dal Gip, Francesco Maccagnano.

Ma vogliamo anche che l'inchiesta si allarghi, che si indaghi e vengano denunciati i dirigenti dell'Amat, dalla presidente Giorgia Gira, ai direttori Carallo e Di Piazza, al capo area Russo.

Da una nostra iniziale inchiesta, tanti all'Amat già lo sapevano di questa violenza continua; gli stessi dirigenti non potevano non sapere, i sindacati sapevano, ma evidentemente tutti (anche altri autisti) l'hanno derubricata a episodi di "normale" maschilismo, da raccontarsi/condividere nei social o da coprire per "spirito di corpo".

E' per questo che ancora, nonostante la denuncia della ragazza, le prove di intercettazioni schiaccianti, l'Amat non ha assunto alcun provvedimento nei confrotni degli 8 autisti, che invece VANNO SUBITO LICENZIATI!

Più passano i giorni più viene fuori tutto lo schifo, la gravità, la Fogna dell'Amat

Alla violenza sessuale andata avanti per circa 2 anni si accompagnavano video che circolavano in facebook, telefonate, messaggi in cui la ragazza veniva chiamata "scema", "down", "menomata".

NON DOBBIAMO PERMETTERE CHE QUESTO STUPRO DI GRUPPO, DA PARTE DI UN BRANCO DI "BRAVI LAVORATORI", QUESTA OMERTA' DI TANTI VADA AVANTI, RESTI IMPUNITA CON AL MASSIMO QUALCHE PROVVEDIMENTO.

NON VOGLIAMO CHE LA RAGAZZA, CHE HA AVUTO IL CORAGGIO DI DENUNCIARE, SI SENTA SOLA! QUELLA RAGAZZA SIAMO TUTTE NOI! DOBBIAMO STARE AL SUO FIANCO!  


Gli stupratori se la cavano sempre, otto mesi di carcere e adesso i domiciliari a chi ha stuprato 2 ragazze.

Genovese esce dal carcere, va ai domiciliari
La decisione del gip: andrà in clinica per disintossicarsi ma con braccialetto elettronico
Redazione ANSA
MILANO
27 luglio 2021
E' stato scarcerato dopo 8 mesi e va ai domiciliari in una clinica per disintossicarsi, con braccialetto elettronico, l'imprenditore del web Alberto Genovese nei cui confronti la Procura di Milano ha chiuso di recente le indagini per due casi di violenze sessuali ai danni di due ragazze stordite con mix di droghe. Lo ha deciso il gip Tommaso Perna, accogliendo la richiesta della difesa dopo che nei mesi scorsi istanze analoghe erano state respinte.
Genovese a breve uscirà da San Vittore. 

25/07/21

Aggressione lesbofobica a Roma. E mentre Draghi se ne lava le mani, la lega seppellisce il ddl Zan sotto una coltre di 700 emendamenti

Il Ddl Zan non è ancora stato approvato, anche se sarebbe più appropriato dire che è stato letteralmente ostacolato, e le discriminazioni, le violenze, le aggressioni e gli insulti gratuiti verso la comunità Lgbtq+ sembrano non (voler) cessare. 

L’ultimo episodio è avvenuto ieri sera a Roma, alla Gay Street, dove una ragazza lesbica è  stata aggredita per ‘uno sguardo’.
A denunciarlo è Pietro Turano, attore e membro attivo della Comunità Lgbqt+: «Come quasi ogni venerdì, ieri notte, ero alla Gay Street di Roma, in pieno centro di fronte al Colosseo. Un amico mi chiama preoccupato: arrivo da lui e trovo una ragazza della mia età dentro un’ambulanza, piena di tagli e sangue sul viso e su entrambe le gambe.
Purtroppo non mi hanno lasciato avvicinare e ho potuto parlare solo con la sua fidanzata: la ragazza si era allontanata da sola per cercare un bagno e dal racconto che emerge due ragazzi, lamentandosi presuntuosamente del fatto che lei “guardasse le ragazze”, l’avrebbero aggredita e riempita di tagli sul viso e sulle gambe con un coltellino. Ovviamente le ho offerto il sostento legale di Gay Help Line qualora ne avesse bisogno, come di quello psicologico. La politica intanto è immobile, al massimo ascolta chi ci odia e i giochetti a cui stiamo assistendo dal parlamento alimentano questo clima di odio violento».
«Non possiamo più far finta di niente: le nostre strade sono invivibili – commenta l’attivista trans Elia Bonci in un post – Molti e molte di noi hanno paura a camminare per la città, ad uscire di notte, a vivere la loro quotidianità. Ci sono centinaia di aggressioni omofobe o transfobiche in Italia e niente che ci possa tutelare. È l’ora dei diritti, è l’ora del DDL Zan».

Sempre più probabile invece il rinvio a settembre della discussione sul ddl. La Lega di Matteo Salvini ha presentato circa 700 proposte di modifica del testo di legge, così come 160 sono state avanzate da Italia Viva e Fratelli d’Italia.

Intanto ieri a Bari le Queerilla Group hanno lanciato l'azione "Ora parliamo Noi", a supporto del disegno di legge, appendendo nella notte cartelli contro l'omobitransfobia su busti e statue:
"La discriminazione non è libertà di opinione"; "Signora mia quant'è brutta l'omofobia", "Non esiste mediazione sulla vita delle persone".
Una provocazione, certo, ma anche "un momento di visibilità e di rivendicazione in città - spiegano - un luogo di parola che ci prendiamo da sole, dopo un lungo dibattito pubblico sulla nostra pelle che quasi mai ci ha viste protagoniste". La rivendicazione ha visto il supporto anche di altre realtà sul territorio, come l'associazione Mixed Lgbti che ha rilanciato il comunicato diffuso dai componenti di Queerilla Group. Un'azione necessaria, visto che il ddl Zan "costituisce il minimo sindacale, il punto di partenza di un progetto culturale che demolisca il patriarcato ed ogni retaggio misogino, omofobico, colonialista e specista" specifica il gruppo.
E puntano il dito anche contro gli organi di governo regionali, chiedendo l'intervento dell'assessore alla Sanità Pierluigi Lopalco: "Quello delle persone trans è un diritto alla salute che la Regione Puglia continua a negare. Il tempo è scaduto, non ci sono più scuse: auspichiamo una doverosa presa di posizione da parte di chi ha capitalizzato la visibilità legata all'emergenza sanitaria per diventare assessore. Anche questa è emergenza sanitaria, e non c'è niente di ideologico nel riconoscimento delle identità trans, che non può e non deve essere precarizzato".




TARANTO: SOLO SOSPESI...?! QUESTI 8 VIOLENTATORI AUTISTI AMAT VANNO LICENZIATI E ARRESTATI! Solidarietà alla ragazza che ha avuto la forza di denunciarli

Non se la possono cavare così questi otto porci autisti dell’Amat. Hanno fatto per 2 anni da ottobre 2018 ad aprile 2020 violenza sessuale su una ragazza, approfittando anche della sua fragilità psichica. 

"Quasi sempre luogo delle violenze erano autobus di linea ai quali i guidatori chiudevano le porte per impedire alla vittima di scendere). Alcuni si sarebbero limitati a palpeggiamenti, altri avrebbero avuto rapporti sessuali completi... la ragazzina gravata da disagio psichico, lieve ma piuttosto evidente, sarebbe diventata una specie di giocattolo sessuale su cui sfogare i peggiori istinti per pochi minuti, tra i sedili del bus...

La Procura aveva chiesto gli arresti domiciliari per gli otto autisti (pure molto poco), ma il giudice ha ritenuto sufficiente il divieto di avvicinamento alla ragazza e al suo fidanzato, che a giugno dello scorso anno l’ha convinta a raccontare tutto ai carabinieri.

Gli autisti sono stati incastrati dalle intercettazioni. Durante alcune chiamate i colleghi parlavano di abusi e sms piccanti con scambio di foto a luci rosse".

Questi stupratori vanno arrestati in galera e licenziati. Aspettare è un'altra violenta fatta alla ragazza.

Nello stesso tempo, vorremmo sapere, quanti altri colleghi degli 8 sapevano e non hanno detto niente. Anche questi devono pagare!

Salutiamo nella lotta della GKN la battaglia delle operaie


Una presenza delle donne - nella comune lotta di classe - riconoscibile e riconosciuta - giustamente organizzata, rivendicata. Una marcia in più, che sia di esempio alle altre fabbriche e lotte operaie. 

Femminicidi sempre giustificati dal raptus, mai frutto della concezione patriarcale del dominio dell'uomo sulla sua "proprietà privata" - Donna: uniamoci, organizziamoci, lottiamo! MFPR Taranto (mfpr.naz@gmail.com)

Taranto - Il 22 luglio, intorno alle 19,30, i Carabinieri del Comando Provinciale di Taranto sono intervenuti in via Boiardo angolo via Montalcini, strada parallela a viale Unità d’Italia, l’arteria che collega la città a Talsano, dove dai primi accertamenti è emerso che, nel pomeriggio, un 75enne, incensurato, probabilmente colto da improvviso raptus, avrebbe accoltellato a morte la moglie 71enne e successivamente avrebbe tentato anche di togliersi la vita, accoltellandosi a sua volta.

24/07/21

Elisa Pomarelli, uccisa perché donna e lesbica, che ha avuto giustizia solo a metà


È stato condannato a 20 anni di carcere Massimo Sebastiani, l’uomo accusato di aver ucciso Elisa Pomarelli e poi di averne nascosto il corpo per circa 15 giorni in un bosco. La sentenza è arrivata 5 giorni fa, al termine di un processo con rito abbreviato. Elisa Pomarelli venne uccisa il 25 agosto 2019 nel pollaio dell’operaio a Campogrande di Carpaneto (Piacenza), Sebastiani fu arrestato dopo una breve fuga il 7 settembre. Elisa venne strozzata da quello che considerava un amico. Secondo la ricostruzione, la giovane donna sarebbe stata uccisa per la sua indisponibilità alle attenzioni di Sebastiani. 

La mamma di Elisa Pomarelli: "Per me meritava l'ergastolo"
Le prime parole dopo la lettura della sentenza sono state pronunciate dalla sorella di Elisa, Debora: "Non è stata fatta giustizia, non ho parole, sono davvero delusa". Il procuratore Grazia Pradella aveva chiesto 24 anni di carcere per l’imputato. “Per me meritava l’ergastolo, era giusto chiedere quello. Non può esserci alternativa”, le parole della mamma di Elisa Pomarelli. La famiglia della vittima si era costituita parte civile al processo.

"A Elisa non è stata riconosciuta la violenza subita in quanto lesbica"
Non una di meno Piacenza, che aveva organizzato un presidio davanti al Tribunale di Piacenza in attesa della sentenza, con un post sui social aveva spiegato l’iniziativa collegandola all’approvazione del Ddl Zan. “Perché è importante che il DDL ZAN sia approvato? Perché a Elisa non è stata riconosciuta la violenza subita in quanto lesbica vittima di odio da parte di chi l’ha uccisa. Le narrazioni di vittime di lesbicidio, come per Elisa Pomarelli, sono invisibilizzate perché l’orientamento sessuale non è conforme all’ordine patriarcale ed eteronormativo. Così come per le soggettività trans, intersex e non binarie.
L’omicidio di Elisa Pomarelli è un dramma maturato in una società lesbofoba, il cui primo atto è la rimozione, la dimenticanza collettiva della soggettività lesbica. È un lesbicidio, va riconosciuto e raccontato come tale. Radio Onda Rossa lo fa in questo servizio, insieme alle voci delle compagne e della sorella di Elisa: