13/05/21

Giovedì 13 maggio, dalle ore 16,30: Formazione rivoluzionaria delle donne - una marcia in più anche su questo fronte di lotta! Per collegarsi scrivere a: mfpr.naz@gmail.com

13 MAGGIO DALLE ORE 16,30 
Per il link per collegarsi scrivere a: mfpr.naz@gmail.com 

La prima delle due formazioni rivoluzionarie sarà su:
l'origine della condizione di oppressione delle donne - che pone nello stesso tempo le basi storico-materialistiche del suo superamento.
Cominciamo dallo studio/riflessione sul libro di Engels: L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Iniziamo da questo fondamentale testo per rimettere nella giusta concezione la questione femminile. La condizione delle donne in generale viene totalmente rovesciata, o facendola discendere da analisi e posizioni anti storico materialiste, che mettono al centro la contraddizione di genere in termini riduttivi biologisti, o che rovesciano la questione facendo discendere le ideologie, le concezioni dominanti dal cielo, o quasi considerandole innate, non invece legate ad un processo storico.
Il riferimento di questo lavoro di studio sono la maggioranza delle donne, le donne proletarie. Sappiamo che per le lavoratrici è più difficile, ma è una sfida da impugnare necessaria. 
In generale le donne quando lottano mostrano una marcia in più, ma ciò che non può essere è che le donne lottino e poi non producano teoria o vengano guidate da teorie che sono in contrastano con una impostazione rivoluzionaria della questione femminile.
Certo viene prima la lotta, prima l’organizzazione, ma le donne, come ci dimostrano le comuniste rivoluzionarie, da Rosa Luxemburg a Teresa Noce che non sapevano nè leggere nè scrivere, possono diventare delle teoriche, perché le nostre idee non sono “idee”, sono armi. Le donne proletarie, le ragazze se lottano devono ribellarsi anche alle teorie che vogliono perpetuare l’oppressione, la subordinazione ideologica delle donne. Dobbiamo avere una marcia in più anche su questo! perchè senza teoria non c’è rivoluzione.
Per questo chi ha più interesse alla teoria rivoluzionaria sono le donne; perché le donne hanno più interesse a combattere le varie forme di teorie borghesi, che in un modo più o meno crudo o più o meno velato teorizzano l’immutabilità della condizione delle donne o ne fanno solo una lotta/trasformazione di idee, di interventi politici e non una lotta di distruzione, di prassi rivoluzionaria, per costruire un mondo nuovo, senza doppio sfruttamento e oppressione.

11/05/21

Taranto - più di 100 operaie rischiano di perdere il lavoro

114 operaie della Tessitura di Mottola (TA) (azienda di proprietà del gruppo Albini di Bergamo), sono in cassa integrazione  a zero ore da oltre 12 mesi, perchè l'azienda vuole chiudere lo stabilimento di Mottola. In più l'azienda non anticipa la cassintegrazione e non si era attivata per fare la domanda di cig per aprile all'Inps.

Questa situazione è aggravata dalla decisione del management dell’azienda di non trasferire a Mottola parte della commessa ricevuta dalla Burberry, ma di farla lavorare solo negli stabilimenti di Bergamo, dove l’azienda continua invece ad anticipare la cassa integrazione, dimostrando di avere a disposizione le risorse necessarie”.

Questo ha generato nella scorsa settimana il presidio delle lavoratrici sotto la prefettura di Taranto. Il Prefetto, si è dichiarato disponibile a incontrare l’azienda e i sindacati in un tavolo congiunto e ha spiegato di aver già contattato l’INPS e che contatterà il Gruppo Albini per sollecitare l’azienda a presentare la domanda all'Inps. 

Ma, sperando che si risolva subito la questione del pagamento della cig, resta il problema ancora più grave del rischio che più di 100 lavoratrici perdano il lavoro. 

Per le donne perdere il lavoro è un doppio attacco, perchè il lavoro per le donne è non solo salario ma anche indipendenza economica, poter uscire di casa, voglia di emanciparsi.

Le lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe danno tutta la loro solidarietà alle lavoratrici e il proprio appoggio, disponibilità alla lotta.  

LAVORATRICI SLAI COBAS SC

TARANTO

09/05/21

49 anni fa una bella lotta delle operaie nelle fabbriche tessili degli Usa - un'esperienza utile anche per oggi

Da La bottega del barbieri

9 MAGGIO 1972: LOTTANDO ALLA FARAH

ripreso da Bizarre (*)

Frantumare gli stereotipi, boicottare il padrone!

Non avevano più il capo chino, i volti tesi ma sorridenti, migliaia di donne chicane e messico-americane assieme ai colleghi maschi sfidano il padrone e supervisori e il 9 maggio del 1972 lasciano vuoti gli stabilimenti di El Paso della Farah, l’industria di abbigliamento leader in USA.

Per anni avevano subìto, per anni avevano avuto paura delle ritorsioni del padrone, per anni avevano sopportato molestie, avances non richieste da parte dei capi, erano andate in fabbrica anche ammalate, anche sino al momento di partorire per paura di perdere il lavoro. Ora era come una liberazione.

Alice Saenz, guadagnava un dollaro e settanta l’ora, racconta: “Potevamo essere licenziati, per qualsiasi motivo”, “Non avevamo il diritto di dire nulla nello stabilimento. Quando un sindacalista mi ha dato un foglio da leggere, il mio supervisore ha detto: ‘Faresti meglio a buttarlo via o sarai licenziati’.”

La Farah Manufacturing Company è un’industria tessile con una dozzina di stabilimenti tra il Texas e il New Mexico, le maestranze sono composte per l’85% da donne, per l’85% da persone di origine messicana o chicana. Le persone che aderiscono allo sciopero sono l’85%: donne e chicane per lo più.

Sono sorprese loro stesse della riuscita dello sciopero, sono stupiti i colleghi maschi e persino i sindacalisti. Escono in corteo dalla fabbrica ed è tutto un abbracciarsi e un “ci sei anche tu…”. Alma, è un’operaia che come tante altre ha partecipato all’organizzazione

Donne, fate figli, servono al sistema del capitale!

Il prossimo 14 maggio vi sarà a Roma la prima edizione degli "Stati generali della natalità". Si tratta - viene spiegato dalla stampa - di un grande meeting dedicato al futuro della demografia in Italia, che intende lanciare un appello alla corresponsabilità per far ripartire il Paese". Ad aprirlo vi sarà il papa (che su questo tema, come sull'aborto è come tutti i suoi predecessori), e vi saranno: imprese, istituzioni, Ministri, mass media, rappresentanti della cultura. 
La "sfida" è uscire dall'"inverno demografico e sollecitare una nuova narrazione sul tema della natalità". Dei tre tavoli tematici il principale è quello dedicato al mondo delle imprese. 

In termini concreti, è un meeting all'interno della assillante campagna in corso: fare figli!
I vari rappresentanti del capitale e del loro sistema politico, culturale sono impauriti dal calo delle nascite di più del 10% dal primo lockdown. Non sono bastati i bonus bebè, l'aumento (minimo) dei congedi parentali, l'assegno famigliare unico, tanto meno la promessa di più asili nido (i cui fondi in realtà si sono rivelati scarsi), le nascite (404mila nel 2020) non hanno compensato le morti 746mila in buona parte da loro stessi provocate. 
E quindi ora la pressione per le nascite sulle donne deve farsi più assidua, più pesante praticamente ed ideologicamente. 

In questa campagna la borghesia rivela senza veli tutta la sua "umanità", vuole figli perché al capitale serve la riproduzione della forza-lavoro. Fare o non fare figli è subordinato alle esigenze del mercato del lavoro, che vuole carne fresca da sostituire a "carne vecchia e più costosa". 
Le donne non possono e non devono decidere, sono dichiarate a tutti gli effetti: "macchine per la riproduzione".  

Che le donne proletarie, le lavoratrici, le giovani, le compagne... impugnino anche l'arma della teoria rivoluzionaria - 13 Maggio nuovo appuntamento: di formazione rivoluzionaria


Dalla piazza del 1 maggio di Palermo la necessità delle donne, lavoratrici, giovani di lottare quotidianamente in ogni ambito

Alcuni interventi di una compagna del Mfpr/Slai Cobas sc, di una lavoratrice precaria Coop Sociali, di una giovane universitaria...









08/05/21

Un'altra operaia uccisa per il profitto, si chiamava Elisabetta D’Innocenzo ed è morta insieme a uno studente-lavoratore di soli 19 anni


E' accaduto ieri a Gubbio, in seguito all'esplosione di una fabbrica della Greenvest specializzata nella lavorazione di cannabis legale. Tre loro collegi sono rimasti feriti ed estratti da sotto le macerie dai vigili del fuoco, in condizioni definite gravi.

Samuel Cuffaro, neanche 20 anni, ed Elisabetta D'Innocenti, 52 anni. Sono le due vittime dell'esplosione avvenuta a Gubbio nel pomeriggio di venerdì 7 maggio. Lavoravano entrambi alla Greenvest a Gubbio, azienda specializzata nella lavorazione di cannabis legale. Oltre ai due morti, anche tre feriti di cui uno gravissimo, ricoverato a Cesena. Mentre all'Ospedale di Branca sono attualmente ricoverati in condizioni definite gravi ma non rischiano la vita altre due persone, tra cui un vigili del fuoco rimasto ferito. Questo il tragico bilancio dell’incidente verificatasi nella zona di Canne Greche, nel comune umbro. Una deflagrazione terrificante che ha alzato in cielo una nuvola di fuoco e ha fatto saltare il tetto e mezza palazzina.

Le indagini sull'esplosione di Gubbio
Ora gli inquirenti stanno cercando di capire cosa abbia provocato l'esplosione. Le indagini – guidate dal Pm Gemma Miliani – degli esperti dei Vigili del Fuoco si stanno indirizzando sull'uso dei solventi utilizzati per la lavorazione della cannabis terapeutica. Le indagini si basano al momento sull'ipotesi di reato di omicidio colposo. Disposto subito il sequestro della palazzina. Al vaglio degli inquirenti anche la “posizione“ amministrativa della ditta. Dai primi accertamenti, emergerebbe che il contratto d’affitto sia regolare.

La strage infinita di vite operaie nei luoghi di lavoro si deve fermare. Sono i padroni che, per il profitto, risparmiano sulla sicurezza, sono le istituzioni, governi, partiti parlamentari e i confederali complici i responsabili di questa strage infinita. 

Contro tutto questo sistema la sola lotta sindacale e aziendale non basta, è una guerra, anche se non dichiarata, per il profitto, a cui dobbiamo contrapporre la nostra guerra di classe. 


07/05/21

I femminicidi che al sistema fascio patriarcale fa comodo non conteggiare

Quei dati sulla violenza contro le donne che l'Italia non raccoglie
Ilaria Liberatore
5 MAY, 2021
Dal 2017 ogni anno il ministero della Giustizia dovrebbe fornire all'Europa dati puntuali sulle vittime di violenza domestica e femminicidi. Ma di queste informazioni non c'è traccia
È noto che a fine marzo la Turchia è uscita dalla Convenzione di Istanbul, il più importante trattato internazionale contro la violenza sulle donne. Una decisione che ha indignato molto l’opinione pubblica anche italiana e che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha definito “un grave passo indietro” per i diritti umani. Meno noto, invece, è il fatto che anche l’Italia non sia proprio ligia al dovere, per quanto riguarda il rispetto della Convenzione, che ha ratificato nel 2013. In particolare, secondo la Corte di Strasburgo, le misure adottate per prevenire, gestire e punire violenza domestica e femminicidi non sono adeguate: entro il 31 marzo scorso il ministero di Grazia e Giustizia avrebbe dovuto fornire al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa dati su come l’Italia sta cercando di colmare le gravi lacune riscontrate ma, per il terzo anno consecutivo, non ha dato segni di vita.
È dal 2017 che il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa chiede, in particolare, dati su “i criteri utilizzati dalle autorità competenti per rispondere alle richieste di misure preventive e protettive, il tempo medio di risposta e di attuazione di tali misure e il numero di misure adottate; la durata media delle indagini e dei procedimenti penali in relazione a episodi di violenza domestica e molestie; il numero di tali casi interrotto e il numero di condanne e assoluzione in relazione ai reclami presentati”.
Sono informazioni fondamentali, che vanno a individuare alcune delle principali criticità italiane: quante vittime di femminicidio avevano denunciato ripetutamente il loro assassino e non erano state adeguatamente protette? Quante volte parenti e amici di queste donne raccontano che, al momento della denuncia, i fatti da loro raccontati erano stati derubricati a “conflitti famigliari” o che era stato consigliato di far pace col marito? Quante donne non denunciano per paura di ritorsioni o di non riuscire a provvedere a se stesse e ai loro figli?
La procedura di monitoraggio sul sistema antiviolenza italiano avviata dal Comitato nasce dalla cosiddetta sentenza Talpis del 2017. Elisaveta Talpis, una donna moldava residente a Udine, sopravvissuta al tentato femminicidio da parte del suo ex compagno (che riuscì però a uccidere il figlio Andrei) si rivolse alla Corte di Strasburgo, che condannò l’Italia per violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti e riconobbe che il ritardo nell’apertura delle indagini e la sottovalutazione del rischio erano stati fatali.
In seguito alla sentenza il governo italiano ebbe anche il coraggio di fare ricorso. Ricorso che la Corte europea dei diritti umani giudicò inammissibile, rendendo la sentenza definitiva. Da allora il governo italiano ha fornito dati solo nel 2018, non in linea con quanto richiesto e, tra l’altro “decisamente preoccupanti: metà delle denunce viene archiviata e, nella restante metà, le condanne sono poco più del 10%. Inoltre non è stata specificata la durata delle indagini e in quanto tempo si può giungere a una condanna”, spiega a Wired Titti Carrano, avvocata dell’associazione Di.Re – Donne in rete contro la violenza, che riunisce circa la metà dei centri antiviolenza italiani.
Da quattro anni, quindi, via Arenula ignora – almeno da questo punto di vista – le richieste della Corte di Strasburgo e del Comitato dei ministri. Quello che manca, oltre a pubblicazioni periodiche dei numeri, è soprattutto “un sistema di raccolta dati disaggregati e coordinati e che siano, quindi, statisticamente rilevanti”, sottolinea Titti Carrano.
Sono dati che non solo ci obbliga a raccogliere la Convenzione di Istanbul e che più recentemente sono stati richiesti dal Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne (Grevio), organismo indipendente del Consiglio d’Europa, di cui Di.Re è l’associazione di riferimento in Italia, ma che sono soprattutto “indispensabili per predisporre misure veramente efficaci – prosegue Carrano -. Non abbiamo alcun dato sul processo civile, per esempio: quindi non possiamo sapere, sul numero totale di separazioni e divorzi, quanti siano dovuti a violenza domestica. Sul penale non conosciamo le motivazioni che portano alle archiviazioni e perché sono così tante. Non sappiamo quanto l’Italia voglia investire nella formazione di magistrati e forze dell’ordine, altro punto importante sottolineato dalla Convenzione: è vero che il Codice rosso prevede l’obbligatorietà della formazione per polizia e carabinieri, ma a invarianza finanziaria, cioè senza l’aggiunta di risorse economiche”.
Altre informazioni che mancano, per citarne alcune: quante donne si rivolgono ai servizi sanitari e sociali in seguito a episodi di violenza (i dati esistono solo per alcune regioni e spesso senza considerare il sesso e la relazione tra autore e vittima); il numero e la tipologia delle vittime coinvolte nelle violenze (figli della vittima o altri familiari); il numero di carnefici; il tipo di violenza esercitata (economica, psicologica); quante donne sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili; l’eventuale condizione di disabilità della vittima. “Va organizzato in modo completamente diverso il sistema informatico con cui i tribunali raccolgono i dati e questo database deve essere accessibile a tutti e trasparente – spiega Carrano -. È il ministero della Giustizia che deve farlo e potrebbe farlo semplicemente… che cosa aspetta?”.
Wired ha contattato più volte il ministero di Grazia e giustizia per cercare di capire quali sono i reali ostacoli alla raccolta periodica di dati disaggregati. Pur sottolineando che “il tema della violenza domestica e di genere è tra quelli che stanno a cuore alla ministra Marta Cartabia”, in un mese il dicastero non è stato in grado di individuare una figura che spiegasse come vengono raccolti i dati, perché non sono disaggregati e se si sta facendo qualcosa per risolvere il problema.
È possibile che in via Arenula non ci sia nessuno che segua il tema? Se così fosse sarebbe molto grave, considerando che sono quattro anni che all’Italia vengono richieste queste informazioni (da quando il guardasigilli era Andrea Orlando, a cui poi è succeduto Alfonso Bonafede) e che la ratifica della Convenzione di Istanbul prevede chiari obblighi. L’unico documento che Wired ha ottenuto all’ultimo momento è stato il rapporto Un anno di Codice Rosso. Un pdf che purtroppo non risponde alle nostre domande e i cui pochissimi dati non vanno incontro alle richieste del comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Lo stesso Codice rosso (che nel 2019 ha introdotto modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in merito alla violenza contro le donne), una legge comunque considerata incompleta sotto diversi aspetti da chi si occupa di violenza di genere, non contiene disposizioni specifiche sulla raccolta dati.
Carrano è molto dura con le istituzioni: “A che serve che il nostro governo faccia continuamente dichiarazioni in cui sostiene di avere come priorità la lotta alla violenza contro le donne, se poi a queste dichiarazioni non seguono azioni concrete? A volte provo rabbia, perché mi sembra che manchi proprio la volontà politica di migliorare le cose”. A ciò si aggiunge, in un paese in cui viene uccisa una donna ogni tre giorni (dati Eures, 2020), una cultura patriarcale che ancora troppo spesso fa il processo alla vittima, che non le crede fino a prova contrarissima, che attua, insomma, quella che si chiama “vittimizzazione secondaria”. Cosa comporta tutto ciò? “Sappiamo che solo una donna su dieci denuncia: numeri minimi rispetto all’entità del fenomeno – conclude Carrano -. Manca la fiducia nel sistema. E sai qual è la cosa più terribile nella mia esperienza di avvocata? Quando le donne dicono: ‘Se avessi saputo prima a cosa andavo incontro, non avrei mai denunciato’”.

06/05/21

Il messaggio delle lavoratrici Slai cobas sc e del Mfpr per Luana alle operaie della fabbrica Evoca di Bergamo

QUESTO MESSAGGIO DELLE LAVORATRICI SLAI COBAS SC E MFPR ALLE OPERAIE EVOCA, PORTATO IERI MATTINA ALLE 5.00 IN FABBRICA PER IL PRIMO TURNO, ERA COME ATTESO, PERCHÈ TRA LE TROPPE MORTI PER IL PROFITTO, QUELLA DI LUANA HA SCOSSO A FONDO


Non è stato un incidente, Luana è stata assassinata! Per aumentare la produzione lavorava senza griglia di sicurezza, e da sola

Proseguono le indagini per dare risposte ai tanti interrogativi sulla dinamica della tragedia della morte di Luana D’Orazio, la ventiduenne operaia di un’azienda tessile di Oste di Montemurlo risucchiata dal rullo di un orditoio durante il suo turno di lavoro.

Durante il primo sopralluogo dopo l’incidente gli investigatori hanno infatti notato che la griglia di sicurezza era stata rimossa. L’altro punto riguarda la fotocellula di sicurezza del macchinario, che sarebbe dovuta entrare in azione nel momento dell’aggancio di Luana, bloccando il movimento dei rulli che invece l’hanno stritolata in pochi secondi.

Oltre alle fotocellule, quindi, mancava anche il perimetrale: un cavo che tiene 2 micron teso ad altezza ginocchio, un dispositivo supplementare presente, in teoria, sulle macchine provviste di organi in movimento non protetti da carter.

Inoltre la giovane era stata assunta con un contratto da apprendista, il che per legge obbligava il datore di lavoro a non lasciare mai sola durante il lavoro Luana.

Quello della giovane è stato un omicidio vero e proprio con colpe dirette gravissime.

Per la morte dell’operaia sono stati iscritti nel registro degli indagati la titolare dell’azienda, Luana Coppini, e Mario Cusimano, addetto alla manutenzione del macchinario. Nei loro confronti la magistratura requirente ipotizza l’omicidio colposo, e la rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.

Intanto ieri mattina un’altra operaia, di 34 anni, è finita in ospedale con gravi lesioni alla testa, dopo essere rimasta impigliata con i capelli nel rullo di un macchinario su cui stava lavorando

La giovane, di origine albanese, ha riportato ferite molto gravi ed è sotto shock, ma non in pericolo di vita. L’infortunio è avvenuto all'interno di un'azienda specializzata nella progettazione e realizzazione di calzature, la "Frasson Tech Soles", a Casella d'Asolo, in provincia di Treviso. Il meccanismo le ha causato un distaccamento del cuoio capelluto. Immediato l'intervento dei colleghi, allarmati dalle urla della donna e che hanno subito allertato i soccorsi. Sul posto anche i tecnici dello Spesal che hanno avviato le indagini per comprendere la dinamica dell'incidente.

La mancanza di sicurezza sul lavoro è l’indice più evidente del grado reale di sfruttamento presente sui luoghi di lavoro. Un sistema di sfruttamento generato da mille fattori: lavoro in nero, orari di lavoro massacranti, contratti precari, salari bassi, contratti nazionali al ribasso, istituzioni assenti o fintamente preoccupate, organi ispettivi di controllo decimati, assenti o spesso accondiscendenti.

Dall'inizio dell'anno sono 187 i morti sul lavoro per l'INAIL, 230 quelli calcolati dall'Osservatorio indipendente di Bologna, a cui stamattina se ne è aggiunto un altro.

Se i vostri profitti valgono più della nostra vita, è ora che con questo sistema la facciamo finita!

Non si può morire per lavorare!


MERCOLEDI' 13 - AD LATERE DELL'INCONTRO TELEMATICO ALLE ORE 16,30 SULLA FORMAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE - DECIDEREMO UN'INIZIATIVA

05/05/21

Al fianco delle nostre sorelle colombiane, contro la repressione del governo Duque e gli stupri punitivi perpetrati dalle forze armate colombiane addestrate dall'Italia


Brutale repressione in questi giorni in Colombia contro i e le manifestanti, in particolare giovani, che hanno aderito allo sciopero nazionale, iniziato il 28 aprile, contro la riforma fiscale, la riforma sanitaria, la riforma delle pensioni e altre politiche disastrose.
Lo scorso 1° maggio, il presidente Iván Duque aveva annunciato il dispiegamento dell’esercito e ammonito “coloro che, mediante violenza e atti di vandalismo e terrorismo, cercano di mettere paura alla società”. Detto e fatto: nella notte tra domenica e lunedì, a Cali l’esercito ha attaccato la popolazione civile con armi pesanti e elicotteri da combattimento.

Ventisei manifestanti uccisi/e, 761 arresti arbitrari, 142 casi di maltrattamento, 65 di sparizioni e 10 di violenza sessuale. In un video, trasmesso sui social network, è possibile ascoltare membri dell’ESMAD – polizia antisommossa – che dicono di “fare quello che vogliono” alle detenute. Questi sono i dati drammatici, forniti dalle organizzazioni locali per i diritti umani e risalenti a 48 ore fa, della repressione delle proteste iniziate il 28 aprile in Colombia.

Gli esperti in verifiche digitali di Amnesty International hanno convalidato e diffuso immagini sull’uso non necessario ed eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza incaricate di controllare lo svolgimento delle proteste: un modus operandi che, secondo l’organizzazione per i diritti umani, non è sporadico ma costante e che è causa di crimini di diritto internazionale.

Amnesty International è in grado di confermare che in diversi casi le forze di sicurezza hanno usato armi letali e hanno fatto ricorso indiscriminato ad armi non letali come gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

Le forze di sicurezza hanno usato fucili Galil Tavorn il 30 aprile a Cali e armi semi-automatiche il 2 maggio a Popayán. Il 1° maggio a Bogotá sono stati sparati proiettili veri da un blindato.

Di tutto questo non si parla nei media, nessuna condanna, né dall'UE, né dal governo italiano, delle continue violazioni dei diritti umani in Colombia, dove ogni anno vengono ammazzati/e centinaia di attivisti/e sociali.

Eppure proprio l’Italia ha addestrato le FF.AA. colombiane, così come ha fatto per l'Egitto, e in entrambi i casi, ma ce ne sono tanti altri, il silenzio è complice.

Luana lavorava per costruirsi un futuro, quel futuro che ci vogliono negare e per il quale, come donne, dobbiamo doppiamente lottare


“Luana lavorava in fabbrica per costruirsi un futuro… le sarebbe piaciuto diventare famosa, ma non certo in questo modo Lo ha detto sua madre nel suo appello accorato: Basta morti sul lavoro, non deve succedere né a vent’anni, né a sessanta né a settanta.

Luana era contenta di lavorare per essere indipendente, ma rispetto al suo lavoro, “c’erano tante cose che non le andavano bene”.

Di queste “cose che non le andavano bene” i media non han parlato, prediligendo lo spettacolo della tragica fine di una giovane mamma, così bella che avrebbe potuto fare l’attrice dopo la comparsa nel film «Se son rose».

Così il suo viso grazioso ha avuto eco sui media, di solito refrattari agli oltre due morti sul lavoro giornalieri, spegnendo, per un po', quello della rappresentazione tossica del 1° maggio di Fedez, sponsorizzato da Amazon, attraverso il palco dei sindacati concertativi, sponsorizzato da ENI.

Di quelle cose che a Luana non andavano bene dobbiamo continuare a parlarne noi.

Per ora le ipotesi di indagine della magistratura sono principalmente 2: il malfunzionamento di una cellula fotoelettrica, l'eventuale rimozione del sistema di protezione che doveva separare la macchina dall’operaia e garantire dunque una maggiore sicurezza.

Alla madre di Luana la titolare dell’azienda ha detto che proprio nel giorno in cui Luana è stata uccisa era stato assunto un altro ragazzo per aiutarla. Ma allora, perché il lavoro per il quale erano necessarie 2 persone veniva fatto da una sola? 

Nelle aziende del tessile, a largo impiego di manodopera femminile, i carichi e i ritmi di lavoro sono sempre più pesanti anche a causa dell’assenza di un’organizzazione sindacale delle lavoratrici, in grado di contrastare efficacemente le condizioni di sfruttamento in fabbrica.

I Paesi dell’Est-Europa e l’Italia, nonostante la pandemia, costituiscono snodi fondamentali per la produzione, in cui persistono condizioni diffuse e strutturali di sfruttamento del lavoro.

Si va dal lavoro illegale, informale, precario, che si annida nelle parti basse delle filiere produttive, fino al lavoro a domicilio, con salari bassissimi, mancanza di sicurezza, mancanza di un’accurata manutenzione dei macchinari, orari di lavoro che non vengono rispettati, rischi per la salute e paura di ritorsioni, di perdere il posto di lavoro.

Luana D’Orazio, con i suoi 22 anni, è sicuramente una delle lavoratrice più giovani ad aver perso la vita, ma la strage sul lavoro non si è mai fermata nemmeno con la pandemia, con le fabbriche e i campi sempre aperti.

Dopo la morte di Luana un altro lavoratore del tessile è rimasto incastrato con il braccio in un macchinario a Bergamo ed ora è in ospedale in gravi condizioni. A Busto Arsizio oggi è morto un operaio schiacciato dal tornio: "Si lamentava che fossero in troppo pochi" ha detto la moglie, rimasta da sola con due figlie piccole. E nel trevigiano, sempre oggi, un'altra giovane operaia, E. B. di 34 anni, è rimasta impigliata con i capelli in un macchinario di un'altra fabbrica tessile, che le ha procurato un vero e proprio scalpo nella nuca.

Il quadro tracciato dall'Inail sul primo trimestre del 2021 parla chiaro: 185 vittime. Dal 2015 gli incidenti mortali non sono mai scesi sotto i 1000 all’anno. Stando all’ultimo aggiornamento, che comprende i decessi per Covid contratto sul lavoro, nei primi tre mesi del 2021 le denunce di infortunio sono state 128.671 e i casi mortali 185, 19 in più rispetto ai 166 del primo trimestre 2020.

Ogni giorno due lavoratori/lavoratrici muoiono sul lavoro. Molti più uomini che donne, perché il 98% delle persone che con la crisi-pandemia hanno perso il lavoro sono donne, ma di donne ne sono morte 11 contro le 3 che avevano perso la vita nel primo trimestre 2020.

Dal punto di vista delle classi di età, sono raddoppiate le morti nella classe 60-69 anni: dalle 19 del primo trimestre del 2020, alle 38 del 2021. Lavoratrici e lavoratori che a quell’età dovrebbero andare in pensione e che invece vengono mandate/i al macello! Le donne ancor di più a rischio vita per il doppio lavoro!

Ma un messaggio subdolo, che dal volto di Luana passa per gli schermi televisivi, è anche un altro: “Donne, state a casa, perché in fondo ve la siete cercata!

Contro tutto questo altro che un misero scioperino ci vuole!

Ci vuole la ribellione organizzata delle donne proletarie a chi quel futuro ci vuole negare, lasciandoci ammazzare di lavoro e di non lavoro, in fabbrica come a casa.

La “presenza silente” delle braccianti agricole esposte al grave sfruttamento - Estendere il lavoro d’inchiesta per rafforzare, collegare, estendere le lotte da mettere in campo, anche sul piano specifico della salute e sicurezza

Nell'intervento al Convegno del 18 aprile su pandemia/salute/lotte proletarie, l'Assemblea donne/Lavoratrici ha rilanciato il lavoro d’inchiesta per far uscire dall'invisibilità le tante lavoratrici migranti del settore agricolo. Pubblichiamo di seguito un articolo di Luca Rondi, utile per orientarsi in questa direzione


La “presenza silente” delle braccianti agricole esposte al grave sfruttamento

Dagli insediamenti informali del foggiano alle serre del ragusano, passando per la pianura calabrese. A migliaia di donne invisibili è negato l’accesso ai diritti. E il sistema anti-tratta fatica a “intercettare” le violenze multiple e a farsi carico delle vulnerabilità
di Luca Rondi

Da chi cerca di fornire loro un supporto vengono definite una “presenza silente”. Sono le migliaia di donne braccianti che vivono una dimensione di vulnerabilità che le porta ad essere esposte al grave sfruttamento. Dagli insediamenti informali del foggiano alle serre del ragusano, passando per la pianura calabrese. Il silenzio che accompagna la loro condizione le fa diventare invisibili: “La dimensione di informalità -spiega Letizia Palumbo, ricercatrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia- colpisce tutti i lavoratori ma soprattutto le donne che sono gravate anche dal carico del lavoro di cura. La mancanza dell’accesso ai diritti sociali è un fattore che le espone particolarmente a dinamiche di sfruttamento e abusi”.

Lo sfruttamento multiplo è diffuso negli insediamenti informali della provincia di Foggia. I più popolosi sono l’ex Pista aeroportuale di Borgo Mezzanone, il Gran Ghetto di Rignano Scalo, il Ghana House di Borgo Tre titoli, a questi si aggiungono numerose masserie occupate a macchia di leopardo in un raggio di 50 chilometri dal centro cittadino. Non luoghi in cui le donne sono appunto una “presenza silente”. 

Lo racconta Erminia Rizzi, operatrice legale e socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) che interviene negli insediamenti informali dai primi anni 2000. “In questi tre campi la presenza di donne è numericamente significativa. Premesso che tutti coloro che vivono negli insediamenti sono in una condizione di vulnerabilità e fragilità, le donne sono spesso vittime di un doppio sfruttamento: quello lavorativo prevalentemente in ambito agricolo, quello sessuale da parte di chi gestisce i proventi della prostituzione. A questo si aggiunge una condizione di violenza di genere ‘sistemica’. Lo sfruttamento e la violenza diventano così multiplo e trasversale”. 

Gli insediamenti registrano una presenza fissa di circa 2mila persone che cresce a partire da febbraio fino a raggiungere le 6.500 persone nel periodo estivo. “Rispetto a queste presenze è difficile dare una stima numerica della presenza femminile soprattutto perché, a differenza degli uomini, c’è molta mobilità. Salvo coloro che lavorano nei bar e ristoranti interni al campo, le altre vengono trasferite frequentemente in altri insediamenti anche fuori Regione”. La condizione di sfruttamento delle donne, spesso, non emerge. “Questo perché devono mantenere un profilo basso, per il forte rischio di violenza a cui sono sottoposte. Sviluppano in taluni casi forme di disagio psicologico per le situazioni che vivono. La condizione di vita delle donne all’interno degli insediamenti informali è particolarmente difficile e la condizione precaria di vita e l’esclusione sociale ne favoriscono lo sfruttamento e situazioni di violenza”. 

Il sistema anti-tratta fatica a “intercettare” questa violenza. Su tutto il territorio nazionale, tra il 2017 e il 2019, sono state identificate come vittime di sfruttamento lavorativo nel settore agricolo (come forma di sfruttamento principale) solamente 37 donne, contro le 3.123 vittime di sfruttamento sessuale. Il sistema sembra non rispondere alle esigenze di chi cerca di sganciarsi dall’interno dei campi. “Queste donne chiedono una protezione immediata che le riconosca come persone capaci di decidere e non solo come vittime. Spesso il complessivo sistema dei servizi non è in grado di dare risposte soddisfacenti per loro”.

Se i servizi faticano ad entrare in questi insediamenti -in cui le nazionalità maggiormente presenti sono quella nigeriana, ghanese e gambiana-, anche con riferimento agli insediamenti informali abitati da donne comunitarie l’accesso è difficile. Il 14 marzo 2021 la Corte d’Assise di Foggia ha condannato quattro cittadini di origine romena per riduzione e mantenimento in schiavitù, induzione e sfruttamento della prostituzione minorile e sequestro di persona. I fatti risalgono al 2018 quando una giovane minorenne aveva richiesto aiuto scappando da uno dei tanti “non luoghi”. Era stata sequestrata dalla famiglia, portata in un campo tramite un uomo conosciuto in città e poi costretta a prostituirsi anche a gravidanza inoltrata. “C’è sicuramente una responsabilità penale individuale ma anche una responsabilità sociale. Come è possibile che nessuno abbia mai incontrato questa ragazzina? Nessuno l’ha mai intercettata? -si chiede Rizzi-. Una storia terrificante che dà la misura di quel che succede: un contesto peggiorato con la pandemia”. 

Una ricerca realizzata da Crea-PB e Action Aid Italia sottolinea come nel 2017 su 324 interruzioni di gravidanza di donne di nazionalità romena condotte in Puglia, 119 state realizzate nel foggiano. Un segno della condizione di vulnerabilità anche delle donne comunitarie di cui le istituzioni non si fanno carico adeguatamente. “La risposta agli insediamenti non può essere solo di tipo repressivo -continua Rizzi- con sgomberi senza alternative e senza rimuovere le cause, che sono legate alla mancanza di accoglienza, alla mancata inclusione sociale e abitativa, al permesso di soggiorno, all’accesso al lavoro regolare e con tutte le tutele previste, che portano questi luoghi, la grave discriminazione e lo sfruttamento a continuare ad esistere”. 

La situazione di violenza e sfruttamento multiplo non si concentra solo nella provincia di Foggia. In generale, la condizione delle donne nel settore agricolo è precaria anche se sfugge alle analisi quantitative. Nel 2020 i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) evidenziano come, con riferimento alle condotte di caporalato e sfruttamento lavorativo, solo il 10% delle vittime identificate sono donne. Da un lato, incide lo scarso controllo nel settore dell’agricoltura, dall’altra “l’invisibilità” della presenza femminile. Sempre Crea-PB e Action Aid segnalano che, nelle aree di Cerignola e Ginosa in Puglia, il lavoro agricolo femminile a tempo determinato è tre volte superiore a quanto riportato dai dati Inps 2017. 

“Denuncio da tempo la difficoltà nel reperire dati qualitativi e quantitativi inerenti la presenza delle braccianti in Italia -continua Palumbo, curatrice di un capitolo del V rapporto Caporalato e Agromafie di Flai Cgil dedicato alla condizione delle donne nel settore agricolo-. Si dovrebbe lavorare per far sì che a livello di metodologia di raccolta dei dati ci fosse un’attenzione specifica alla dimensione di genere. Così come, in termini di ispezioni, servirebbe una maggiore formazione, rivolta a tutto il personale incaricato della vigilanza e del contrasto, dedicata all’analisi di genere dello sfruttamento lavorativo in settori come l’agricoltura, e finalizzata al riconoscimento sia degli indici di sfruttamento sia delle forme discriminazione di genere, comprese la disparità salariale e le violenze e molestie sessuali”. I dati diventano importanti per leggere un fenomeno in cui il tema centrale è la vulnerabilità. Vulnerabilità “situazionale”, sottolinea Palumbo, legata anche al carico di lavoro di cura che si aggiunge e favorisce l’abuso e lo sfruttamento di violenza. Vulnerabilità che, spesso, nelle aule dei tribunali dove transitano accuse di tratta, riduzione in schiavitù e grave sfruttamento non trova ancora l’interpretazione corretta. 

“Salvo qualche pronuncia lungimirante, spesso la lettura dei tribunali è ancora poco attenta alla complessità di questo concetto che non è riconducibile solamente a precise caratteristiche individuali. La vulnerabilità è determinata anche dal contesto in cui la persona è situata, dalla sua posizione nella società e nelle relazioni di potere. Va considerata, quindi, anche sotto il profilo dell’intersezionalità, tenendo conto dell’intreccio di molteplici e diversi fattori quali il genere, la nazionalità, la condizione sociale, l’età, che generano e/o amplificano situazioni di vulnerabilità”. 

Anche l’attenzione politica non è adeguata. L’ultimo Piano nazionale d’azione contro la tratta (Pna), avente una durata di tre anni, è scaduto nel 2016 e non è ancora stato rinnovato. “L’attenzione della politica non è sufficiente -conclude Palumbo-. La parità di genere è la bandierina che ormai troviamo ovunque: si pubblicizzano politiche di intervento che poi, spesso, sono vuote di contenuto. Occorre integrare la prospettiva di genere in maniera trasversale e sostenere iniziative e azioni che permettano alle lavoratrici di confrontarsi su bisogni ed esperienze di violazioni di diritti e abusi, e sostenerle perché diventino portatrici di istanze da indirizzare ai tavoli politici”.

04/05/21

Per le operaie uccise non basta il lutto, pagherete caro, pagherete tutto!


Luana D’Orazio aveva solo 22 anni, un figlio piccolo, e ancora una vita davanti. Per quella vita, da circa un anno, lavorava in fabbrica, a Oste di Montemurlo in provincia di Prato, nel settore tessile.
Ma la sua vita ieri mattina si è fermata proprio dentro il macchinario al quale stava lavorando, intrappolata tra i subbi di un orditoio, lasciando il suo corpo straziato davanti alle colleghe.
Perché i rulli dell’orditoio non si sono bloccati? Non si può morire così, straziate nel fiore degli anni per il profitto dei padroni!
Nel distretto tra Prato e Pistoia, quello di Luana è il secondo infortunio mortale quest'anno, ma di infortuni sul lavoro ne accadono di continuo nei capannoni del tessile, dove si continua a lavorare con ritmi insostenibili e ad altissimi costi in termini di perdita della salute e di vite umane. E se poi operaie ed operai alzano la testa contro il moderno schiavismo e pretendono di lavorare in sicurezza, vengono licenziat*, repress*, violentat* dal braccio armato di stato e padroni.
Solo 10 giorni fa eravamo a Prato, a portare la solidarietà di donne e lavoratrici alla lotta degli operai della Texprint per lavorare 40 ore settimanali anziché 84, e ricordiamo bene come quella manifestazione fu interrotta dalla notizia di un attentato con l’acido a danno dei lavoratori rimasti in presidio fuori dalla fabbrica!
Ora che Luana è morta i sindacati collaborazionisti esprimono cordoglio di circostanza. In attesa delle risposte della magistratura hanno indetto per venerdì “una forte azione di mobilitazione", perché "non si può non rilevare che ancor oggi si muore per le stesse ragioni e allo stesso modo di cinquant’anni fa … e troppo spesso la sicurezza continua ad essere considerata solo un costo“.
Noi, come donne e lavoratrici, siamo profondamente addolorate per quest’ennesimo femminicidio, ma anche molto indignate per l’ipocrisia di chi, per 50 anni, ha venduto i nostri diritti, la nostra salute e sicurezza ai padroni, ha fatto carta straccia dello statuto dei lavoratori e ora piange false lacrime di coccodrillo.
Dov’erano l’8 marzo questi becchini del diritto di sciopero? Mentre noi scioperavamo per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, per la riduzione dei ritmi e dei carichi di lavoro nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro, per condizioni e ambienti di lavoro a tutela della salute e della dignità delle lavoratrici?
Le nostre vite, la nostra salute valgono molto di più dei vostri interessi e dei vostri profitti, e sarà non il vostro pianto ma la nostra rabbia organizzata a fare giustizia per Luana, a far sì che di sfruttamento e di oppressione non si muoia più!
Il nostro amore, la nostra vicinanza va alla famiglia di Luana, al suo bambino, ai genitori e al fratello.
Il nostro odio irriducibile, di donne e di classe, va invece a questo sistema sociale mortale, che quotidianamente inghiotte le nostre vite dentro la pancia insaziabile del capitale.

Mfpr
Lavoratrici Slai Cobas s.c.

03/05/21

Formazione rivoluzionaria delle donne - appuntamento il 13 maggio

Come avevamo preannunciato nelle Assemblee Donne/Lavoratrici e nel foglio uscito il 24 aprile

Iniziamo il primo dei due appuntamenti della formazione rivoluzionaria delle donne.



LO FAREMO IL 13 MAGGIO ON LINE DALLE ORE 16,30:
Sull'origine della condizione di oppressione delle donne - che pone nello stesso tempo le basi storico-materialistiche del suo superamento

Vi saranno:
una relazione a partire dal testo di Engels "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato"

un intervento sulle Conferenze di Alexandra Kollontaj "Sulla liberazione della donna"
un intervento sulle concezioni e posizioni del femminismo oggi

E interventi liberi

VOGLIAMO "ARMARCI" TEORICAMENTE PER ESSERE PIU' FORTI NELLA LOTTA PER CAMBIARE TUTTA LA NOSTRA VITA

In seguito comunicheremo il link per collegarci
Come sempre, che siano soprattutto le lavoratrici, le operaie, le ragazze ribelli, le compagne rivoluzionarie a prendere nelle proprie mani la Formazione delle donne - perchè anche questa è una battaglia contro la cappa ideologica, culturale oppressiva di questo sistema borghese!

Mfpr
Lavoratrici Slai cobas sc

Calendario - maggio - dedicato alle operaie in lotta in tutto il mondo

02/05/21

1° Maggio da Napoli a Palermo le donne, nella forte denuncia e nella lotta


A Palermo, come sempre, le lavoratrici, precarie di diversi settori, della scuola, assistenti Coop sociali,  dei servizi sanità privata, dello spettacolo, di Nastrini insieme a compagne, all'Mfpr, sono state in prima fila, combattive in questo 1° Maggio.

L'Aquila, ultimo saluto rosso ad Antonietta Centofanti, una donna dal cuore grande, dalla porta sempre aperta, dalla solidarietà incondizionata. Buon viaggio Bella Ciao

In tante e tanti questa mattina abbiamo voluto salutare in rosso Antonietta Centofanti, venuta a mancare lo scorso 29 aprile. La cerimonia laica si è svolta a piazzale Paoli, luogo simbolo delle sue lotte per verità e giustizia per il crollo della Casa dello Studente nel sisma del 2009.
Antonietta Centofanti era diventata il simbolo della lotta post terremoto. Con il Comitato Vittime della Casa dello studente, di cui era presidente, chiedeva giustizia e verità per tutti/e, per il nipote, per le vittime della ThyssenKrupp, per quelle di Amatrice, della strage di Viareggio e della Terra dei Fuochi utilizzando quell’esperienza di dolore “per fare sì che tragedie simili non si verifichino più”.
Si era impegnata fortemente anche per la realizzazione del Parco della Memoria, dove oggi abbiamo voluto darle un ultimo saluto, che per lei rappresentava non un luogo di tristezza ma un punto per riflettere sul futuro.


Ma Antonietta non era solo questo, che comunque non è poco. Antonietta era la passione per la buona musica, per la lettura, per gli animali, per la natura.
A L'Aquila presiedeva l'associazione 99 gatti, un'associazione no profit di volontarie e animaliste che subito dopo il sisma si sono attivate per aiutare i piccoli amici e combattere contro il randagismo
Antonietta era comunista, era la lotta per i diritti, per gli/le indifesi/e, contro il sessismo e ogni discriminazione.
Era, come qualcuno la ricorda da giovane, la ragazza che tirava le uova a "due stronzi che hanno fischiato a una”. Era la donna che, nonostante i panni stretti che il ruolo di testimone scomodo al processo alla Commissione Grandi Rischi le aveva assegnato, non fece mancare la sua solidarietà alla ragazza sopravvissuta allo stupro di Pizzoli, né alle tre femministe querelate dall'avvocato dello stupratore che il processo alla Commissione Grandi Rischi aveva avviato.
Grazie Antonietta, per il tuo cuore grande, per la tua porta aperta, per la tua solidarietà senza se e senza ma. Le donne, da nord a sud, non ti dimenticheranno mai. Ciao Bella Ciao e buon viaggio compagna