da InsideOver
Se Gaza è la forma concentrata della devastazione, la Cisgiordania è il luogo della compressione continua.
La Palestina non è soltanto un teatro di guerra. È un laboratorio tragico in cui si vede, con crudezza quasi insopportabile, che cosa accade quando una crisi umanitaria diventa forma permanente della vita. Non più l’emergenza come interruzione della normalità, ma l’emergenza come normalità. Non più la guerra come evento eccezionale, ma la guerra come ambiente dentro cui si nasce, si cresce, si ama, si studia, si lavora, si partorisce, si invecchia e si muore.
È qui che la condizione delle donne palestinesi assume un valore politico e strategico enorme. Perché raccontare la loro vita non significa aggiungere un capitolo “umanitario” alla questione palestinese. Significa entrare nel punto più profondo del conflitto: là dove occupazione, bombardamenti, blocco economico, patriarcato, povertà, frammentazione territoriale e collasso dei servizi si incontrano e si scaricano sui corpi, sui tempi e sulle responsabilità delle donne.
La crisi palestinese, infatti, non cade su una pagina bianca. Non nasce nell’ottobre 2023, anche se da allora ha conosciuto una devastazione radicale. Cade su decenni di occupazione militare, restrizioni alla mobilità, espansione degli insediamenti in Cisgiordania, blocco di Gaza, precarietà economica, dipendenza dagli aiuti e disuguaglianze sociali sedimentate. Il risultato è che la guerra non crea semplicemente nuove vulnerabilità: accelera, amplifica e rende letali quelle già esistenti.
Il punto decisivo è questo: le crisi non sono mai neutrali. Non colpiscono uomini e donne allo stesso modo, non perché le donne siano più fragili per natura, ma perché la società, l’economia e il potere hanno già assegnato loro un posto più esposto. Quando crollano l’acqua, la sanità, la scuola, il lavoro, la casa, la sicurezza alimentare, non crolla solo l’architettura materiale della vita. Crolla l’intero sistema di protezione quotidiana. E dentro quel crollo sono le donne a dover garantire continuità: nutrire, curare, calmare, proteggere, organizzare, cercare, negoziare, sopravvivere.
La ricerca è costruita su 57 interviste approfondite con donne e ragazze di Gaza, Cisgiordania e diaspora, integrate dalle testimonianze di organizzazioni femminili e di operatrici umanitarie. Il suo impianto mostra come occupazione, patriarcato e crisi protratta si intreccino nel determinare non solo la vulnerabilità delle donne palestinesi, ma anche le loro forme di azione, organizzazione e resistenza.
Gaza è il luogo in cui la guerra assume la forma più brutale: distruzione urbana, sfollamento, fame, assenza di acqua, sistema sanitario al collasso, scuole trasformate in rifugi, tende che prendono il posto delle case, latrine condivise, code interminabili per il pane o gli aiuti. Ma ridurre Gaza a una sequenza di rovine sarebbe ancora insufficiente. Perché la distruzione più profonda non è soltanto quella degli edifici. È la distruzione dello spazio privato.
Per una donna, la casa non è semplicemente un bene immobiliare. È il luogo della cura, dell’intimità, della protezione dei figli, della memoria familiare, della gestione del tempo... Vivere in una tenda, in una scuola affollata, in un edificio danneggiato o in un riparo improvvisato significa essere sempre visibili, sempre vulnerabili, sempre dipendenti da altri.
La perdita della privacy ha un significato particolare per donne e ragazze. Lavarsi, cambiarsi, gestire le mestruazioni, allattare, dormire, andare in bagno diventano azioni cariche di rischio, vergogna, paura. Non sono dettagli minori. Sono il cuore della dignità umana. Una crisi che impedisce a una ragazza di curare il proprio corpo senza esporsi allo sguardo degli altri non è solo una crisi sanitaria. È una crisi morale e politica.
In questo quadro, la fame non è solo mancanza di calorie. È decisione quotidiana su chi mangia e chi aspetta. È una madre che riduce la propria razione per lasciare qualcosa ai figli. È una donna incinta o che allatta costretta a vivere senza alimentazione adeguata. È il corpo femminile trasformato in ammortizzatore biologico della catastrofe.
Lo stesso vale per l’acqua. Senza acqua non c’è igiene, non c’è salute, non c’è cura dei bambini, non c’è protezione mestruale, non c’è prevenzione delle malattie. Le donne diventano amministratrici della scarsità, incaricate di distribuire ciò che non basta mai. Ogni tanica diventa un problema logistico, sanitario e familiare. Ogni fila diventa esposizione al pericolo. Ogni spreco, anche minimo, diventa colpa.
Se Gaza è la forma concentrata della devastazione, la Cisgiordania è il luogo della compressione continua. Qui la violenza non sempre esplode con la stessa intensità spettacolare, ma si insinua nella vita quotidiana attraverso posti di blocco, incursioni, chiusure, controlli, demolizioni, espansione degli insediamenti, restrizioni agli spostamenti, incertezza permanente.
La mobilità è il vero campo di battaglia nascosto. Per una donna, non poter attraversare un posto di blocco non significa soltanto perdere tempo. Significa non raggiungere un ospedale, non andare al lavoro, non accompagnare un figlio a scuola, non partecipare a una riunione comunitaria, non accedere a un servizio, non poter programmare la propria giornata. Il controllo dello spazio diventa controllo del tempo. E il controllo del tempo diventa controllo della vita.
In Cisgiordania la crisi assume spesso la forma dell’impossibilità. Impossibilità di muoversi liberamente, di costruire, di progettare, di vivere senza il timore dell’irruzione improvvisa del potere militare. Non è necessario distruggere tutto per rendere precaria l’esistenza. Basta rendere ogni azione dipendente da un permesso, da un varco, da un ordine, da una chiusura, da una minaccia.
Per le donne questo significa ulteriore confinamento. Le famiglie, davanti all’aumento dei rischi esterni, tendono a limitare la mobilità femminile. Le ragazze possono essere spinte ad abbandonare la scuola, a restare in casa, a rinunciare al lavoro o alla partecipazione pubblica. La militarizzazione produce così un doppio effetto: restringe lo spazio politico della società palestinese e rafforza, al suo interno, norme patriarcali presentate come misure di protezione.
