02/06/26

Giù le mani dalle compagne, solidarietà ad Alina


Una madre di tre figli finisce sotto accertamento dopo uno sciopero della fame davanti a Montecitorio. Ultima Generazione denuncia: “Non tutela dei minori, ma intimidazione contro chi dissente”.

Una madre di tre figli segnalata ai servizi sociali per aver partecipato a uno sciopero della fame contro il genocidio a Gaza. È quanto denuncia Ultima Generazione, che ha reso pubblica la vicenda di Alina, 36 anni, attivista del movimento climatico e sociale, protagonista nell’autunno scorso di una protesta nonviolenta davanti a Montecitorio.

La donna aveva preso parte, insieme ad altre due attiviste, a uno sciopero della fame durato quindici giorni tra il 20 settembre e il 4 ottobre 2025. La richiesta rivolta al governo era il riconoscimento del genocidio in corso a Gaza e l’intervento per la protezione della Sumud Flotilla, la missione civile internazionale impegnata nel tentativo di rompere l’assedio imposto alla popolazione palestinese.

Secondo quanto riferito dal movimento, al termine della mobilitazione Alina sarebbe stata contattata dai servizi sociali del proprio territorio. Motivo della convocazione: una segnalazione trasmessa dalle forze dell’ordine di Roma nella quale si chiedeva di verificare un presunto abbandono dei figli minori durante il periodo della protesta.

La procedura avrebbe comportato colloqui con la madre e accertamenti nelle scuole frequentate dai ragazzi.

La vicenda solleva interrogativi che vanno ben oltre il singolo caso. Non si parla infatti di maltrattamenti, violenze o situazioni di disagio familiare. La contestazione nascerebbe esclusivamente dalla partecipazione a una protesta politica nonviolenta.

«Sono stata trascinata in questura, identificata e denunciata più volte per aver tenuto in mano un cartello e una bandiera», racconta Alina. «Poi, al mio ritorno, ho scoperto che era stata aperta una segnalazione nei miei confronti. È una cosa profondamente ingiusta. I miei figli non vivono in una famiglia problematica, ma in un mondo problematico, che non è quello che vorrei lasciare loro».

Il punto politico della vicenda è evidente. Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo ampliamento degli strumenti utilizzati contro chi protesta: denunce, fogli di via, sorveglianza speciale, sanzioni amministrative, fermo preventivo, misure cautelari. Ora emerge anche un altro terreno particolarmente delicato: quello che coinvolge la sfera familiare e personale degli attivisti.

Per Ultima Generazione non si tratta di un episodio isolato ma di un ulteriore tassello di una strategia volta a scoraggiare la partecipazione politica attraverso forme di pressione indiretta. Colpire una madre attraverso una segnalazione ai servizi sociali significa infatti intervenire nel punto più sensibile della vita di una persona, producendo un effetto intimidatorio che va ben oltre le conseguenze giudiziarie o amministrative.

La questione assume un rilievo ancora maggiore perché riguarda una protesta pacifica. Lo sciopero della fame è una delle forme di dissenso più antiche e nonviolente della storia politica contemporanea. Non comporta danni a persone o cose, non interrompe servizi, non mette in pericolo la sicurezza pubblica. Eppure, secondo il movimento, è stato trattato come un comportamento meritevole di particolare attenzione da parte delle autorità.

Il caso arriva inoltre in una fase caratterizzata da una crescente conflittualità attorno alle mobilitazioni per la Palestina. Negli ultimi mesi attivisti, studenti, lavoratori portuali, associazioni e movimenti solidali sono stati oggetto di provvedimenti amministrativi, denunce e misure restrittive in diverse città italiane.

Per questo la vicenda di Alina rischia di assumere un significato che va oltre la sua storia personale. Se la partecipazione a una manifestazione o a uno sciopero della fame può diventare il presupposto per attivare verifiche sulla capacità genitoriale di una persona, il confine tra tutela dei minori e controllo del dissenso diventa estremamente fragile.

Ultima Generazione ricorda che, a oggi, la magistratura ha emesso decine di assoluzioni nei confronti di attivisti del movimento, riconoscendo in molti casi la natura nonviolenta e la legittimità delle forme di protesta adottate. Proprio per questo, secondo il movimento, quanto accaduto ad Alina rappresenta un precedente grave che merita attenzione pubblica.

La domanda che resta aperta è semplice: in una democrazia costituzionale, la partecipazione a una protesta pacifica può diventare motivo sufficiente per mettere sotto osservazione una madre e la sua famiglia? Perché se il dissenso viene trattato come un indice di inaffidabilità personale, il problema non riguarda più soltanto chi protesta, ma la qualità stessa delle libertà democratiche.

Da Osservatorio repressione

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