01/10/26

Il sindaco di Taranto Bitetti sul carro fasciorazzista di Meloni/Valditara su tetto agli studenti stranieri, sul velo alle donne, contro gli immigrati... - Vergogna!

Bitetti, come un pappagallo dei fascisti al governo, si appella ai cosiddetti "valori occidentali" quei valori che fanno le guerre, che coprono e partecipano ai genocidi dei palestinesi - Abbiamo la versione tarantina di "Dio, patria, famiglia". Forse Bitetti spera di candidarsi per il prossimo parlamento? - E Assessore e consigliere che dicono...?

Burqa e limite agli studenti stranieri, Bitetti favorevole alle nuove regole per la scuola

Il sindaco interviene durante la presentazione del volume curato dal ministro Valditara: «Rispetto massimo per tutti i popoli che accogliamo, ma vanno rispettate anche le nostre tradizioni»

Burqa e limite agli studenti stranieri, Bitetti favorevole alle nuove regole per la scuola

TARANTO - Il sindaco di Taranto Piero Bitetti si dice favorevole al divieto di burqa nelle scuole e all’introduzione di un limite alla presenza nelle classi degli studenti stranieri che non conoscono adeguatamente la lingua italiana. Il primo cittadino è intervenuto sul tema nel corso della presentazione del volume “Manifesto per l’Occidente. I valori universali della nostra cultura”, curato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Le dichiarazioni sono state riportate da RaiNews Puglia.

Bitetti ha legato la propria posizione al rispetto delle regole e delle tradizioni del Paese ospitante. «Rispetto massimo di tutti i popoli che accogliamo, ma penso che le nostre regole, le nostre abitudini, le nostre tradizioni vadano rispettate», ha affermato.

Nello stesso intervento il sindaco ha richiamato anche la presenza del crocifisso negli istituti scolastici: «va rispettata la presenza del crocefisso nelle aule».

Il primo cittadino si è soffermato anche sul tetto del 30 per cento previsto dal provvedimento del Governo per determinate situazioni scolastiche. La misura riguarda in particolare gli studenti di nuovo ingresso che non possiedono una sufficiente conoscenza dell’italiano.

Bitetti ha espresso il proprio sostegno alla scelta, motivandolo con le possibili conseguenze sulla gestione delle classi e sull’apprendimento. «Aumentare in maniera esponenziale la presenza di altre nazionalità rischia di compromettere i nostri ragazzi che fanno fatica a mantenere il passo», ha dichiarato.

Nel suo ragionamento il sindaco ha poi richiamato i numeri dell’immigrazione verso l’Italia. «È anche vero che l’Italia ha avuto numeri importanti legati all’immigrazione, parliamo di 65.000 nel 2024, 66.000 nel 2025, numeri alti», ha aggiunto, facendo riferimento anche alla presenza di minori arrivati nel Paese.

Bitetti ha quindi collegato il fenomeno ai valori che, a suo giudizio, rendono l’Italia un punto di riferimento per chi arriva dall’estero, parlando di minori immigrati che «hanno guardato il Paese Italia per quei valori» richiamati durante l’incontro.

Le dichiarazioni del sindaco di Taranto si inseriscono così nel confronto aperto sulle nuove regole riguardanti integrazione scolastica, rispetto delle tradizioni e presenza degli studenti stranieri nelle classi.

30/09/26

Difende la bandiera della resistenza palestinese: prima le rompono il polso poi la processano per oltraggio

Il 3 gennaio a L’Aquila, verso la fine di un presidio improvvisato per contestare il passaggio della fiamma olimpica e gli sponsor del genocidio in Palestina, Luigia, una compagna del MFPR e  soccorso rosso proletario, è stata presa per i seni e spinta in terra da un poliziotto, che ha cercato di strapparle dalle mani una bandiera palestinese con su scritto Free Anan.
In seguito alla caduta e probabilmente anche a causa della stretta dell’agente sul suo polso destro, Luigia ha riportato 3 mesi di prognosi per una frattura multipla che ha dovuto operare.
Nel denunciare gli agenti coinvolti - il poliziotto che l’ha aggredita e l’agente donna che si è rifiutata di fornirle il nome - Luigia ha dovuto sporgere querela contro ignoti, richiedendo inutilmente al Comune dell’Aquila le immagini di una videocamera di sorveglianza che avrebbero potuto meglio chiarire la dinamica dell’accaduto.
Il risultato di questa omertà e di questa giustizia borghese è stata l’immediata denuncia e l’imminente processo della compagna per “oltraggio a pubblico ufficiale”. Processo che inizierà il 2 ottobre, mentre la querela della compagna rischia di essere insabbiata così come hanno tentato di fare con l’altra denuncia di Luigia, nei confronti di vari politici sionisti e di un “giornalista” che l’hanno diffamata dopo il flash-mob al Carrefour del 25 aprile 2025. Anche per quell’azione, per quel corteo silenzioso che intendeva denunciare la complicità della multinazionale nel genocidio del popolo palestinese, la compagna è stata trascinata a processo nel giro di un anno, mentre per alcune delle sue querele è stata immediatamente chiesta l’archiviazione.

Il caso di Luigia però, non è semplicemente da ascrivere a un abuso di potere. Le querele sono state presentate non perché si avesse fiducia in questa giustizia borghese e israelianizzata, come il processo ad Anan Yaeesh ha dimostrato, ma al contrario, come atto politico di sfida, di insubordinazione ad essa, ed è per questo che la compagna viene perseguita.
In questo stato fascista e dei padroni, in questo sistema capitalista e imperialista sei buona solo come vittima silente, se non denunci le ingiustizie, se non reagisci quando ti attaccano,  se accetti di farti massacrare senza opporre resistenza. Come fa Israele con i Palestinesi, così Trump e Meloni con gli antifascisti, gli anticapitalisti, gli antisionisti. Ma i veri criminali, i veri terroristi sono loro, non chi manifesta il proprio dissenso alle loro politiche genocidiarie.
È ora di rompere questo silenzio e difendere la nostra dignità, senza temere la repressione. Sono loro che devono continuare ad aver paura e sono le nostre lotte a fargli paura! Continuiamo a difendere e a tenere alta la bandiera della Palestina come quella di tutti i popoli oppressi, la storia e la resistenza ci daranno ragione.
Qui la solidarietà del collettivo Fuori Genere e di CM che saranno presenti in udienza.

27/09/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Le donne della Rivoluzione bolscevica - 1° parte

"Il cambiamento di un’epoca storica si può definire sempre dal progresso femminile verso la libertà, perché qui, nel rapporto della donna con l’uomo, del debole con il forte, appare nel modo più evidente la vittoria della natura umana sulla brutalità. Il grado dell’emancipazione femminile è la misura naturale dell’emancipazione universale". Marx, Engels, la Sacra famiglia

Pubblichiamo un capitolo del libro: "Le donne della rivoluzione bolscevica". 
Per richiederlo: mfpr.naz@gmail.com o WA 3475301704

1.9 Le operaie che hanno scatenato la rivoluzione russa 
ll primo giorno della rivoluzione russa - l'8 marzo 1917 (23 febbraio nel vecchio calendario russa) - è stata la Giornata Internazionale delle Donne, un giorno importante nel calendario socialista. 
A mezzogiorno c'erano decine di migliaia di donne principalmente riunite sulla Prospettiva Nevsky, il viale principale del centro della capitale russa, Pietrogrado, e le bandiere cominciarono ad apparire. 
Gli slogan sugli striscioni erano patriottici, ma avanzavano anche richieste forti per il cambiamento: "Nutrire i figli dei difensori della patria”, "Sostenere le famiglie dei soldati, difensori della libertà e della pace del popolo". 
La folla dei manifestanti era variegata. Il governatore della città, Balk, ha dichiarato che "c’erano più signore della società, più contadine e studentesse rispetto alle precedenti dimostrazioni". 
La rivoluzione è stata avviata da donne, non da lavoratori maschi. Nel pomeriggio lo stato d'animo cominciò a cambiare mentre le lavoratrici tessili del lato di Vyborg della città uscivano in sciopero per protestare contro la carenza di pane. Alla fine del pomeriggio, 100.000 lavoratori erano usciti in sciopero convinti dall’appello delle operaie. Mentre i lavoratori cercavano di attraversare il ponte Liteiny, collegando il lato di Vyborg con il centro della città, la maggioranza era dispersa dalla polizia, ma diverse migliaia di persone attraversarono il fiume Neva (una cosa rischiosa a -5 ° C) e alcuni, in reazione agli scontri, cominciarono a saccheggiare i negozi sulla strada per il Nevsky. Il 24 febbraio fino a 150.000 lavoratori avevano preso le strade. Essi marciarono dalle aree industriali, attraversarono i ponti, occuparono il Nevksy, saccheggiarono i negozi, e rovesciarono i tram e le carrozze. A metà pomeriggio si unirono alle operaie anche studenti, negozianti, impiegati e 
spettatori. Balk ha descritto la folla come "costituita dalla gente comune". 
Il 24 febbraio Piazza Znamenskaya è diventata il centro dell'attenzione. L'enorme statua equestre di Alessandro III, simbolo di un'autocrazia immutabile, è stata conquistata da oratori rivoluzionari che hanno fatto i loro discorsi, chiedendo la caduta della monarchia. 
Sempre più centrale era inoltre la propaganda nel giornale Rabotnitsa il cui comitato editoriale allora contava: la Krupskaja, Ines Armand, la Stahl, la Kollontaj, la Eliazarova, la Kudelli, la Samoilova, la Nokolajeva ed altre lavoratrici di Pietrogrado. Queste donne si dedicarono totalmente alla causa rivoluzionaria, organizzando incontri e assemblee contro la guerra: ogni fabbrica aveva il suo rappresentante nel comitato editoriale della rivista, che partecipava a incontri settimanali per discutere i rapporti dalle varie zone. La "Rabotnitsa" doveva fungere anche da strumento per sensibilizzare maggiormente le strutture politiche e sindacali ancora disorientate riguardo il lavoro fra le operaie. Nel marzo 1917 i bolscevichi crearono a Pietroburgo un ufficio per promuovere il lavoro di mobilitazione fra le donne, ma tale progetto rimase a lungo solo sulla carta. Grazie, però, alla loro ostinazione, le donne coinvolsero il corpo del partito nella convocazione di un congresso di operaie a Pietrogrado per discutere la strada migliore per coinvolgere e organizzare le donne nel movimento rivoluzionario. Lenin stesso in questo periodo scrisse diversi articoli sulla necessità di individuare nuove strategie e modelli organizzativi ad hoc per avvicinare le operaie al socialismo. Il congresso, che si tenne fra il 1917 e il 1918, fu inizialmente interrotto dalle giornate che segnarono la presa del potere da parte dei bolscevichi, processo nel quale si spesero anche molte proletarie e che comportò cambiamenti profondi nelle condizioni delle donne. La vittoria sul regime zarista permise alla nuova Russia sovietica la conquista di tutta una serie di diritti civili che mai il capitalismo avrebbe potuto garantire in quell’epoca. Il coinvolgimento, inoltre, delle operaie nella gestione diretta della produzione e dei servizi, tramite i soviet, apriva la porta alla effettiva emancipazione femminile. 
In questo modo le "donne dell’Oriente" salutarono la rivoluzione nell’appello del 1921 delle partecipanti alla prima conferenza panrussa delle attiviste comuniste dell’Oriente alle operaie e contadine della Russia sovietica: 
"Schiave nascevamo e schiave morivamo. Così trascorreva la vita di migliaia, di milioni di donne e pareva che quello dovesse essere il loro destino eterno, che non ci potesse mai essere una mano capace di spezzare le loro catene. Ma ecco che, nell’ottobre 1917, apparve una stella rossa, mai vista prima, e fu così che le operaie e le contadine si unirono alla Rivoluzione e che questa cambiò le loro vite. Da noi arrivò notizia di quegli avvenimenti tardi e in modo confuso, saltuario. Perché giungessero a noi, donne dell’Oriente, dovettero penetrare attraverso le mura, le inferriate e i nostri parandjà”. 
“Per molto tempo noi non ci abbiamo creduto. I mullah ci minacciavano e ci spaventavano con i castighi celesti mentre i nostri mariti, padri e fratelli facevano di tutto perché non avessimo dei contatti con il mondo. Le compagne lavoratrici che sono venute da noi dalla Russia sovietica hanno conquistato la nostra fiducia e molte di noi hanno cominciato a rispondere ai loro appelli, a seguire il loro esempio, a insegnare alle altre a liberarsi dalla soggezione, a non vergognarsi più, a non avere paura…Noi crediamo nella vostra energia e sappiamo che in avvenire ci verrete sempre in aiuto per impedire che noi donne dell’Oriente possiamo essere ricacciate nell’antica schiavitù, chiuse dietro le inferriate, soffocate sotto i veli della sottomissione e della solitudine". 

Settimana di mobilitazione internazionalista per i popoli dell'India, la guerra popolare - al centro la denuncia e sostegno ai prigionieri politici - Dossier sulle prigioniere politiche

In questa settimana, a livello nazionale e internazionale dagli Usa, all'America Latina, al Nord Africa, ecc., si sono svolte tante manifestazioni, assemblee, iniziative  per informare, denunciare la situazione in  India, il feroce attacco di Modi al popolo adivasi e alla guerra popolare diretta dal Partito Comunista dell'India (maoista). I prigionieri politici in India sono il più alto numero nel mondo, sottoposti a torture, ed esecuzioni. Tra essi, tante sono le donne. Nei prossimi giorni pubblicheremo alcuni report di queste manifestazioni.
E' in distribuzione un dossier, dedicato a tutte le prigioniere politiche del mondo, ma in particolare a quelle indiane, cuore della più grande guerra popolare del mondo. Oltre al dossier è disponibile anche una mostra fotografica a tema. Per informazioni e presentazioni scrivere a mfpr.naz@gmail.com

25/09/26

India - Libertà per i prigionieri, le prigioniere politiche /settimana di mobilitazione in India - iniziative nella giornata internazionalista del 26 settembre, anche in Italia



Tra i prigionieri politici, tante sono le donne, contro di loro oltre le condizioni terribili di detenzione, le torture che portano anche alla morte, le uccisioni nascoste, vengono perpetrati stupri, torture sessuali da parte dei soldati, dei carcerieri. L'India, che viene presentata come la "più grande democrazia del mondo", è il "carcere" più grande del mondo. Repressione, massacri, soprattutto delle popolazioni adivasi in lotta si uniscono alle pratiche di stupri, violenze sessuali anche verso le bambine. Particolare accanimento il governo Modi e le sue forze armate lo riservano alle donne combattenti maoiste, forza determinante nella guerra popolare condotta dal Partito Comunista dell'India (maoista), che Modi vuole definitivamente cancellare, con uccisioni di massa e mirate (questa operazione è in corso, e viene chiamata Operazione Kagaar).
E Modi e la Meloni sono grandi amici e hanno grandi interessi in comune; così come entrambi sono sostenitori di Netanyahu e complici del genocidio dei palestinesi.
Abbiamo fatto un dossier che testimonia l'orribile detenzione delle prigioniere politiche nelle carceri indiane. Richiedetecelo: mfpr.naz@gmail.com.
Facciamo appello alle compagne, alle giornaliste, alle femministe, alle lavoratrici, donne in lotta nel nostro paese a far sentire la loro voce, denuncia (perchè pochissimo si parla delle prigioniere politiche in India e della situazione generale delle donne in India); facciamo appello a partecipare alle iniziative in Italia per il 26 settembre, che si terranno in particolare a Milano, Bergamo, Ravenna, L'Aquila, Taranto, Palermo, ecc.
RICHIEDETECI INFORMAZIONI E MATERIALI

24/09/26

Riprende la lotta delle tenaci precarie Coop Sociali a Palermo che intanto fa sbloccare l'avvio del servizio di assistenza nelle scuole, ma c'è ancora da lottare

Sit in all'assessorato famiglia politiche sociali lavoro ieri mattina delle e degli Assistenti igienico-personale specializzati Slai Cobas sc contro il mancato avvio nelle scuole del servizio di assistenza per il vergognoso e illegittimo non trasferimento delle risorse agli enti intermedi da parte della Regione Siciliana.

Forte denuncia al megafono e diffusione di volantini. È sceso quindi dai lavoratori il Dott Di Palma dello staff dell'Assessore Albano che appena iniziato il sit in se ne è andata dal palazzo continuando a sottrarsi alle proprie responsabilità. Palma ha comunicato ai lavoratori e lavoratrici in protesta a cui si è unita anche una madre di uno studente disabile e alcuni lavoratori del servizio di trasporto che il provvedimento di stanziamento dei fondi per la prima parte dell'anno scolastici settembre dicembre era stato stilato la sera prima e ancora non pubblicato, mostrandolo ai lavoratori e che sarebbe stato trasmesso agli enti intermedi. Per Palermo sono stati stanziati poco più di 500 mila euro circa ma solo per gli alunni con certificazione UVM.



Chiaramente un passaggio si è sbloccato ma non può affatto bastare, il servizio ora deve essere avviato subito nelle scuole e per tutti ma resta la discriminazione dei soldi stanziati dalla regione solo per una parte degli studenti con disabilità, restano fuori gli studenti senza certificazione uvm che comunque hanno diritto al servizio. La Città Metropolitana di Palermo garantisce anche questa parte di studenti con fondi propri come ci è stato assicurato
dal Direttore dell'Ufficio politiche sociali Piazza ma in altre città siciliane non è cosi, e questo non è legittimo. Vigileremo sull'avvio del servizio e continueremo a lottare per la garanzia di diritti basilari per tutti gli studenti con disabilità che hanno diritto al servizio e per i lavoratori del settore.

E' stata chesta la calendarizzazione di un incontro urgente con l'Assessore Albano al Dott. Palma perché i problemi rimangono tutti in piedi dal finanziamento a goccia alla mancata copertura del servizio per tutti gli studenti, basta con la volontà istituzionale di discriminare gli studenti tra uvm e non uvm per risparmiare soldi, le precarie e i precari  Assistenti specializzati precari storici hanno diritto ad un lavoro stabile.


Slai Cobas sc Palermo


Molti alunni con disabilità costretti a rimanere a casa, la Regione sblocca i fondi ma non basta: “Situazione ancora grave, vergognoso”

La manifestazione dei lavoratori SIAM davanti l’assessorato alle Famiglie, Politiche Sociali e Lavoro

Elian Lo Pipero 16 Settembre 2026,

Ogni anno la stessa storia a Palermo. Questa mattina si è tenuta una manifestazione di una delegazione dei lavoratori in attesa di iniziare a lavorare nelle scuole

La Regione Siciliana, per mano dell’Assessorato delle Famiglie, delle Politiche Sociali e del Lavoro, ha sbloccato una prima parte di fondi per i Servizi Integrativi Aggiuntivi e Migliorativi (SIAM) per gli alunni con disabilità nelle scuole. A Palermo al momento sono più di 300 gli studenti rimasti scoperti dal servizio di assistenza igienico-personale, in Sicilia oltre mille.

SBLOCCATI 3 MILIONI PER L’ASSISTENZA IGIENICO-PERSONALE DEGLI ALUNNI

I fondi stanziati dalla Regione Siciliana ammontano a 3 milioni di euro a disposizione delle Città Metropolitane e del Libero Consorzio. Per Palermo sono previsti 513.384, 32 euro che copriranno il servizio igienico-personale per 179 alunni con disabilità. A Messina la quota più alta pari a 1.003.824, 09 che permetteranno a 350 studenti di ricevere assistenza.

La Regione precisa nel decreto che “la somma residua pari a 1 milione di euro verrà erogata con un altro provvedimento non appena perverranno i dati aggiornati dalle Città Metropolitane e dai Liberi Consorzi Comunali riferiti all’anno scolastico 2026-2027 del numero degli alunni con disabilità, beneficiari dei Servizi Integrativi Aggiuntivi e Migliorativi”.

I LAVORATORI: “NON SI PUÒ INIZIARE LA SCUOLA SENZA I FONDI PER IL SERVIZIO, NON È UMANO”

Lo stanziamento dei fondi da parte della Regione Siciliana arriva nel giorno della manifestazione dei lavoratori Slai Cobas che si è tenuta questa mattina davanti alla sede dell’Assessorato Famiglie, Politiche Sociali e del Lavoro in via Trinacria. Una delegazione ha incontrato alcuni dirigenti regionali i quali hanno presentato il decreto appena stampato. Adesso servirà qualche giorno e poi gli assistenti del servizio igienico-sanitario potranno iniziare il loro lavoro nelle scuole.

“La situazione continua a essere grave – Giorgia Geraci, assistente igienico-personale e delegata dello Slai Cobas – perché è una questione che si ripete ogni anno colpendo gli studenti con disabilità e anche i lavoratori del settore SIAM. La campanella è suonata ieri (martedì, ndr), ma non per tutti gli studenti: molti ragazzi diversamente abili sono stati costretti a rimanere a casa negandogli il diritto allo studio. L’assessore Albano doveva pensarci prima a stanziare i fondi per un servizio delicato e necessario per gli studenti. Finalmente dopo diverse pressioni mediatiche, grazie anche all’aiuto delle famiglie dei ragazzi è stato notificato il decreto che garantirà i fondi e il servizio nelle scuole fino a dicembre”.

23/09/26

Un nuovo Cobas è nato a Taranto tra le lavoratrici

Tante lavoratrici, impegnate nei servizi Sad e Adi di assistenza domiciliare - appalto comunale ma gestito da cooperative - si sono organizzate nello Slai cobas per il sindacato di classe, anche in critica, delusione dei sindacati confederali e della loro inazione.

Ieri si è tenuta una prima assemblea pubblica in piazza Castello. A cui hanno partecipato tutte le lavoratrici iscritte finora nello Slai cobas ma anche qualcuna iscritta ad altri sindacati - perchè - come è stato detto dalla coordinatrice Slai cobas - le nostre assemblee sono aperte a tutte le lavoratrici al di là della loro adesione sindacale.

L'assemblea ha fatto il punto delle problematiche esistenti e delle richieste da fare sia alla cooperativa che al Comune, per migliorare la loro condizione lavorativa. Faremo conoscere in seguito le loro rivendicazioni.

Di conseguenza si sono richiesti due incontri, con la Cooperativa e con il Comune assessorato Servizi sociali.  

Questo nuovo cobas di lavoratrici - a Taranto come lavoratrici esiste già da anni il cobas molto combattivo degli asili, quello delle lavoratrici delle pulizie nelle scuole, delle mense nei VV.FF., ecc. - è importante anche per estendere il messaggio a tutte le lavoratrici, per cui sempre si legano problemi di precarietà, di bassi salari, di riduzione di diritti elementari sul lavoro, ai problemi fuori dal lavoro, in famiglia, nei rapporti spesso oppressivi con marito, uomini, ecc. come donne. 

E' un messaggio di organizzazione, di lotta, di incoraggiamento, di possibilità di prendere nelle proprie mani la vita, per cambiarla realmente. 

22/09/26

Scuola: Meloni semina razzismo e fascismo a piene mani

Per smontare il merito, l'assurdità dei provvedimenti annunciati dalla Meloni alla festa di Fenix ci stanno già pensando, in modo efficace, vari interventi. 

Noi invece vogliamo fare un appello a denunciare, a respingere il messaggio più importante, ideologico soprattutto, che è quella assatanata Meloni e Valditara vogliono imporre.

E' chiaro che l'uscita della Meloni: Tetto per gli alunni stranieri e divieto di burqa e niqab dentro e fuori le scuole, ma poi anche l’obbligo di studiare l’italiano per i genitori, annunciando per questo un prossimo decreto, è interna alla battaglia inter-destra, a chi è più fascista dei fascisti, alla competizione della lunga campagna elettorale in corso per contrastare l'avanzata di Vannacci. 

E altrettanto chiaro che se fa questo decreto, vi saranno contestazioni (già si è espresso contro il presidente dell'associazione nazionale presidi e anche vari docenti), vi potranno essere azioni legali - perchè questo decreto sarebbe platealmente illegale, anticostituzionale; tanto per cominciare sarebbe in netto contrasto con l'obbligo della frequenza scolastica nella scuola più vicina per i bambini, adolescenti fino alla scuola dell'obbligo; come è illegale anche rispetto al divieto del velo - in Francia quando Macron lo tentò vi fu una giusta sollevazione - non si può imporre una religione, una "cultura", diventa una doppia oppressione per le donne, .

Ma il problema è che al di là degli scopi propagandistici l'effetto grave - razzista, da apartheid - resta tra settori di masse, e non va sottovalutato. 

E' una propaganda criminale, che punta a eccitare gli animi contro gli immigrati "attenzione, c'è una avanzata islamica nelle scuole..."; che vuole alimentare l'humus razzista tra settori di giovani, di masse, a legittimare gli attacchi, le violenze contro gli immigrati: se è il governo che dice questo, io posso cacciare uno studente dalla mia aula, posso perseguitarlo, fare azioni di bullismo, ecc. ecc.

Possono i giornali continuare a fare inchieste, reportage su ideologie fasciste, criminali presenti tra i giovani, sui comportamenti, ma è il governo che crea l'ambiente giusto, l'ideologia nera, che fa considerare naturali concezioni e pratiche di violenza contro gli immigrati, contro le donne, verso i disabili, a difesa della proprietà privata, ecc.. ecc. SIETE VOI I CRIMINALI CHE DOVETE ESSERE CACCIATI. 

Il danno è fatto, prima che si realizzi in provvedimenti normativi ufficiali ci vorrà un pò di tempo - intanto vanno avanti circolari, disposizioni - e queste si possono anche far decadere, ignorare (non è che non ci avevano provato i governi precedenti, pensiamo al governo Berlusconi e alla circolare Gelmini sul tetto per gli alunni immigrati) - ma il danno è maledetto e subito. L'humus fascista gridato nelle piazze, negli assembramenti, amplificato dalle televisioni e giornali, quello resta ed è il vero pericolo!

Questo razzismo, fascismo era già iniziato prima che la scuola cominciasse. Ci sono stati atti e proposte avanzate da diversi esponenti della destra, accomunati tutti da un unico desiderio: proteggere gli istituti italiani dal pericolo di un’ipotetica “avanzata islamica”. Su questo ci sono già stati in estate circolari, risoluzioni da parte di Valditara.
Vi è la risoluzione “anti-islamizzazione”, approvata lo scorso luglio dalla Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera (chiamarla Commissione "Cultura, Scienza, Istruzione" è veramente osceno) – per prevenire tutte le forme di indottrinamento negli ambienti scolastici e per garantire le norme di "sicurezza". Ma che c'entra la sicurezza!? Neanche tanto sottilmente, si vuole paragonare la cultura islamica al terrorismo; si vuole in realtà affermare l'ignoranza, la sotto cultura, per dichiarare come unica cultura, "unica civiltà quella  occidentale, concentrando lo studio della storia sulle origini della civiltà occidentale, sui fondamenti della storia nazionale e sulla relativa identità italiana". Tra questi fondamenti è stata da Valditara indicata la Bibbia. E' il "Dio, patria, famiglia" applicato all'insegnamento scolastico.  

Valditara già pensava di inserire nel disegno di legge sulla sicurezza un emendamento che vieti alle ragazze di indossare il burqa in classe, con l’obiettivo, proprio lui..., di “riaffermare la dignità delle donne” - a parte che non può fornire neanche mezzo esempio di una studentessa con il burqa in classe, noi ricordiamo sempre quello che disse una giornalista afghana; "L'imperialismo che vuole toglierci il burqa per "liberarci", per noi sarebbe come uno stupro!". Molte indossano il velo per affermare la propria identità, per mantenere un legame con la propria cultura d’origine. Impedire con la repressione questo è una violenza verso le donne.

Nell'intervista di ieri al Corriere della sera, Valditara si fa paladino della libertà delle donne, della denuncia del patriarcato: "«è una questione di civiltà - dice - mi dispiace per chi fa polemiche, ma il burqa è il simbolo della mentalità patriarcale violenta che considera la donna una non persona e che noi come Lega abbiamo sempre avversato. I nostri valori dicono che la libertà della donna non è negoziabile». Proprio loro che ripropongono alla grande, soprattutto con la campagna sulla natalità, che il ruolo vero, centrale delle donne è fare figli, la famiglia, che una donna viene pesata, per avere miseri benefici di assunzione, bonus, da quanti figli ha, altrimenti te ne stai a casa; proprio loro che espandono l'humus fascista, sessista, militarista che alimenta, normalizza i femminicidi, gli stupri... e potremmo continuare.

Tornando alla sguaiata propaganda della Meloni alla festa dei giovani di FdI, la Meloni, più si avvicineranno le elezioni e più griderà come un'ossessa, ma dovrebbe sapere che chi vuole votare a destra, va all'originale (vota Vannacci, non la copia di FdI, della Lega). Questo è già avvenuto in Sassonia, in Romania, dove l’estrema destra domina a Bucarest, in Gran Bretagna.

Chiaramente stendiamo un velo pietoso sulla ridicola, inutile "opposizione" del Pd e soci. La loro denuncia non scalfisce minimamente questa ondata di fascismo che vede centrale oggi gli immigrati. Ma anche questi si illudono; si illudono che alle elezioni loro dovrebbero andare avanti, addirittura vincere; questo non succederà, però i danni dell'ondata di moderno fascismo, dell'ondata di azione razzista verso gli immigrati, questi sì andranno avanti. 

Contro questo occorre una risposta di massa, una ribellione. Occorre la lotta! Perché senza la lotta, senza estenderla dalle scuole ai quartieri, alle piazze, ai posti di lavoro, questa ondata nera crea una situazione difficile ogni giorno di più. Occorre prenderne coscienza e combatterla adeguatamente con tutti i mezzi necessari.

20/09/26

La condizione schiavista, di violenze delle braccianti immigrate nel tarantino grida lotta, ribellione, organizzazione

Queste donne, per la maledetta Meloni che viene a farsi le vacanze in  Puglia, a celebrare il suo governo che ha dato "tanta occupazione alle donne", non esistono! 

Dalle inchieste in corso:
“Se le nere si fermano per andare in bagno le licenzio”
"Fanno le commedie queste persone qua? Questa gentaglia! 
Ma chi sono i neri che prendono picci?". E poi rincara: "Ma le nere sono sempre? E adesso le faccio stare a casa, dai, veloce, veloce". 
Per poi aggiungere, in un’altra conversazione, a proposito dello stop richiesto da un gruppo di lavoratrici: "Perdo soldi io, perdo soldi adesso!". 
Nei campi c’è chi andava anche con la febbre. E gli imprenditori non tolleravano alcuna sosta. Così lo stesso Mazzotta a colloquio con un collaboratore, avendo notato due braccianti ferme. Il collaboratore spiega che si erano fermate a causa delle vesciche alle mani. E l’imprenditore sbotta: "Mettile a fare l’uva, mettile a fare, si finiscono l’uva e se ne vanno a fare in culo".
Ricatti sessuali alle braccianti indiane, la nuova schiavitù...

19/09/26

Corrispondenza dall'Ungheria - Parte il processo d'appello contro Maja e gli altri antifascisti processati - Facciamo circolare

 

Il massacro deliberato dei bambini palestinesi - Lo documenta anche il Film "Naza"



Naza è un film documentario diretto dai giornalisti e cineasti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori di No Other Land (2024). L'opera ricostruisce i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, basandosi sulle inchieste giornalistiche pubblicate tra il 2023 e il 2025 da The Guardian, +972 Magazine e Local Call.

da Cristina Piccino su il manifesto

"Naza", presentato alla Mostra di Venezia, che ha vinto ieri il premio speciale della giuria, è l’acronimo israeliano per «vittime collaterali». Che non sono un incidente, ma l’obiettivo dei bombardamenti a distanza, come raccontano i soldati di Tel Aviv intervistati sotto anonimato

Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato a Venezia, le testimonianze agghiaccianti dell’intelligence israeliana. «È importante avere una distribuzione qui. L’Italia è tra i pochi Paesi in Europa che blocca le sanzioni», dicono i registi

«Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce. E che dopo l’attacco del 7 ottobre è stata portata a una piena realizzazione.

«Naza» diventa infatti man mano che la guerra va avanti un concetto che dimentica gli obiettivi militari, i terroristi, Hamas, e indica invece la sola volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con l’indifferenza di una totale disumanizzazione – «era come un videogame» dicono i militari dell’Idf – che per alcuni è addirittura un «divertimento», l’eccitazione orgogliosa dello scopo di odio e vendetta raggiunti. Sembra un’allucinazione dell’orrore, è la realtà in atto.

A RACCOGLIERE le parole di questi militari, uomini e donne sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani di No Other Land realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Naza, il documentario presentato ieri in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega Yuval Abraham.

Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine e sul quotidiano inglese The Guardian, che ha prodotto il film insieme al regista Jonathan Glazer e a James Wilson. Ascoltarle però da chi ha compiuto queste azioni muta la nostra prospettiva. Per la prima volta non siamo cioè testimoni di quanto accade a Gaza, ma ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni.

Ci sono alcune parole ricorrenti nei racconti dei militari che rivendicano il loro status elitario e di sinistra. Una è «pulizia»: dovevamo pulire, ripetono. Così dopo avere ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria. L’altra, ovviamente, è «uccidere». Ci dicono come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto, mentre le mani tracciano il disegno dei corpi che crollano. O spiegano quelle linee mai tracciate che i palestinesi senza saperne l’esistenza non dovevano superare. Un bambino che si è avvicinato è stato ucciso senza ragione, il corpo mangiato dai cani, ma Gaza dicono ancora «è piena di corpi».

IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia raffinata al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso. Gli archivi ci mostrano però che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) in una storia che ha sempre cancellato dalla Nakba in poi la presenza palestinese, a Tel Aviv ne è rimasta traccia solo in una casa.

GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande... l’eco delle bombe arriva da lontano: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham. E in questa frase affiora il senso del sentimento di un intero Paese, la stessa quieta indifferenza, la narrazione di un essere vittima in quello skyline che dista solo sessanta chilometri da Gaza e dal genocidio, al cui centro risiedono i palazzi dell’intelligence. Possibile? In strada si celebra la Giornata della memoria, la cineteca di Tel Aviv propone Shoah di Lanzmann. Il riferimento all’Olocausto e ai nazisti torna in diverse dichiarazioni dei soldati, del resto è un elemento fondante di quella società – insieme ai miti biblici – che Netanyahu ha strumentalizzato dal 7 ottobre con spudoratezza, quasi a legittimarvi il proprio agire, opponendo l’antisemitismo alle critiche alla sua politica.

«PENSO ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?» si chiede uno degli intervistati...

15/09/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Comune di Parigi les Communards

Dalla presentazione
“Le donne sono in buon numero... certo le donne amano la rivolta!”
La Comune di Parigi è stata la prima sfida contro il potere delle classi e Stati oppressori, un assalto al cielo quasi impossibile.
Durante la Comune di Parigi ci fu un grandissimo ruolo delle donne. 
Già durante l’assedio di Parigi, l’anno precedente, i giornali avevano parlato delle “Amazzoni della Senna”, ma è durante la Comune che fiorirono innumerevoli comitati, club, società di donne che sostenevano la causa della rivoluzione. 
Scrisse Louise Michel: “Fra i più ardenti combattenti, che si opposero all’invasione e difesero la repubblica come l’aurora della libertà, le donne sono in buon numero... certo è che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte”. 
Durante la Comune, la prima “Rivoluzione culturale”, il maggiore impulso all’autorganizzazione sociale venne proprio dalle donne: operaie, maestre, casalinghe e prostitute si scoprirono così soggetti attivi di una rivolta dentro una rivolta. 
La maggior parte di loro erano donne operaie, altre, convinte da concetti femministi e socialisti, provenivano da ambienti benestanti. Tutte erano ammirevoli per il loro valore, ardore e abnegazione.
Il primo giorno della Comune furono loro che invocarono l’insurrezione. Louise Michel e molte parigine impedirono alle truppe inviate dal governo di recuperare i cannoni di Montmartre e convinsero i soldati a fraternizzare con gli insorti.
Il 9 aprile 1871, sotto la guida di un’operaia rilegatrice, Nathalie Lemel, e di un’insegnante, l’aristocratica russa Elisabeth Dmitrieff, nacque l’«Unione delle donne per la difesa di Parigi e le cure ai feriti», la prima associazione organizzata dalle donne.
Il Comitato centrale dell’Unione delle donne, che comprendeva, oltre alle due attiviste, Marceline Leloup (sarta), Blanche Lefevre (lavandaia), Aline Jacquier (cucitrice), Theresa Collin (calzolaia) Aglaë Jarry (rilegatrice), pubblicò manifesti e organizzò incontri pubblici nei distretti e nei quartieri della capitale. 
Il 12 aprile, il primo appello alle donne venne affisso sui muri di Parigi, e diceva in sintesi: «I nostri nemici sono i privilegiati del presente ordine sociale, tutti coloro che hanno sempre vissuto coi nostri sudori, che si sono ingrassati con la nostra miseria ... L’ora decisiva è arrivata ... Che ce ne facciamo del vecchio mondo! Vogliamo essere libere! ...”. 
Le donne invitano altre donne a sostenere la causa del popolo della rivoluzione e della Comune.
L’unione promuove la rivoluzione sociale la rivendicazione dei diritti del lavoro dell’uguaglianza della giustizia.
L’Unione organizza mense, procura infermiere e ambulanze e collabora con le commissioni governative per la creazione di occupazione femminile... 
10.000 donne prendono attivamente parte alla Comune. Esse non hanno esitato a prendere le armi contro l’esercito nemico quando è stato necessario.
Le donne della Comune oltre ad essere innovative, organizzatrici, erano anche coraggiose combattenti. Alcune di loro affrontarono il pericolo e la morte, come quelle che lavoravano per i rifornimenti alle guardie nazionali o addette alle ambulanze; altre, armate di fucile, presero il loro posto nelle barricare, sparavano agli assalitori e combattevano fino all’ultimo e, nello stesso momento, incoraggiavano i loro compagni più deboli.
La repressione versagliese, che seguì contro di loro, fu terribile. Quando venivano trovate con le armi in mano, venivano fucilate sul posto. Le prigioniere, in attesa di un finto processo, furono mandate al sinistro campo di Satory sotto i fischi, gli insulti, i colpi dell’idiota folla borghese di Versailles. Ma si confrontarono con i loro giudici con tanto coraggio e dignità, sostenendo le loro azioni e vennero condannate alla deportazione in Nuova Caledonia. 
Viaggiarono per centoventi giorni su vecchie fregate, in condizioni abominevoli e in gabbia come animali.
Molto più che i Comunardi, furono calunniate, insudiciate, umiliate, trattate da puttane o incendiarie dai vincitori e dalle loro mogli.
Durante gli anni trascorsi in prigione, continuarono a ribellarsi e a difendere con energia e orgoglio i loro diritti di detenute politiche...

13/09/26

"Serpenti" - un film da perdere

Si potrebbe pensare: bene, un film che parla del femminicidio...
Ma poi si trova con un film stupidamente grottesco con buona metà banale, pieno di luoghi comuni.
Non serve per un'analisi/denuncia degli uomini (piccoli, frustrati...) che odiano le donne; non serve la rappresentazione della polizia, per cui il grottesco fa apparire assurda una realtà che invece esiste ed è sempre più complice dei femminicidi. 
L'uomo diventa la vittima - come dice una presentazione del film: "di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi".
Una vergogna a trattare così una tragedia continua per tante donne, ragazze.
Chi lo vede esce col sorriso, sia pur tirato, non con rabbia e più consapevolezza. 

La lista Tavolo4 cambia un poco

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11/09/26

“Nobel ai bambini di Gaza" NO dei Docenti per Gaza - NO ad una petizione ipocrita, a cui piacciono i palestinesi "vittime" e non resistenti



 

Noi lavoratrici Slai cobas sc della scuola, noi compagne del Mfpr siamo totalmente con i "Docenti per Gaza" nel denunciare e respingere questa squallida, ipocrita manovra.

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Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che vi spieghiamo qui:

https://www.docentipergaza.it/perche-non-appoggiamo…

L’11 agosto scorso, sul giornale Avvenire, è stato pubblicato un articolo del filosofo Eugenio Mazzarella, intitolato “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza”. Da quel giorno, è stata lanciata una petizione, a cui hanno aderito molti esponenti della politica cosiddetta d’opposizione – PD, AVS, M5S e Noi Moderati -, giustificando l’adesione come un atto di protesta nei confronti dell’indifferenza dei governi occidentali (Conte), come una denuncia dell’”orrore di Gaza” (Fratoianni) e della tregua, sotto la quale non sono cessate le uccisioni di bambin* (PD), e infine come un modo per “risvegliare la responsabilità sociale e la protezione dei diritti civili” (Lupi).

C’è una frase che più di tutte descrive il carattere della petizione, e la riportiamo qui: “loro (bambin* di Gaza, ndr) conoscono solo l’orrore, nudo e crudo. Loro che non hanno avuto pace, meritano il Nobel per la pace”. Ringraziamo Conte per averci dato il gancio per comprendere a pieno il nodo della petizione: il pietismo, la pornografia del dolore e uno sguardo coloniale e paternalista, proprio di chi vuole lavarsi la coscienza dei propri crimini, assegnando addirittura un premio di pace a chi viene ucciso da bombe sioniste e occidentali.

Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che, per facilità di lettura, elencheremo qui sotto:

-in primis, lo sguardo coloniale nei confronti della popolazione infantile e adolescenziale palestinese, che viene riconosciuta soltanto come vittima, e addirittura premiata per quello che viene definito dal filosofo stesso “un sacrificio”. Chiamare “sacrificio” il genocidio a Gaza e la pulizia etnica nei Territori Occupati sottintende una volontà della morte stessa, che chiaramente non sussiste. Siamo, ovviamente, lontani dal concetto di martirio, che parte della popolazione palestinese sostiene ogni volta che Israele, con le sue e le nostre bombe, si fa avanti nel suo piano di sterminio. Il martirio non avviene in nome della pace, ma in nome della giustizia, in nome della propria terra, e in nome di una totale remissione alla volontà del proprio Dio. La parola sacrificio, invece, allude a una resa da eroizzare, imputando alla popolazione infantile e adolescenziale palestinese la responsabilità della pace in Asia sud-occidentale e, ancora, la funzione di monito ai governi occidentali. Insomma, la vittima viene eroizzata nel proprio dolore e nella propria morte, perché utile allo sguardo lontano e sicuro di chi non mette in atto misure politiche contro Israele, ma fa lunghi discorsi sulla resilienza docile palestinese;

-la petizione e l’eventuale conseguente candidatura coincide, per noi, con un’offesa all’agency della popolazione palestinese: come Mohammed el Kurd spiega bene, il popolo palestinese viene difeso dalla politica, e quindi anche dai partiti d’opposizione nostrani, soltanto quando perfettamente inerme, docile e mansueto: chi di meglio, quindi, di bambin*? Perché, al contrario, non si può parlare delle strategie di resistenza che mette in atto perfino la popolazione palestinese più piccola? E’ notizia di ieri, infatti, di come bambin* abbiano fatto volare aquiloni nel cielo di Gaza per assaporare un po’ di quella libertà che Israele, con la complicità dei governi europei, sta violando; Israele, ovviamente, ha ribadito l’equazione aquilone=drone e ha minacciato di attaccare chiunque faccia volare un aquilone, come Israele già fece nel 2018 durante la cosiddetta “Marcia del ritorno”. Perché, allora, non parlare di bambin* che nei Territori Occupati hanno avviato una protesta contro coloni ed esercito sionista, che stavano impedendo loro di andare a scuola? Il motivo è palese: all’Occidente piace una certa narrazione pietistica, invece di guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere complice dell’uccisione di 71.000 persone, di cui 20.000 bambin* (ricordiamo che queste sono stime a ribasso e che le uccisioni continuano, giorno dopo giorno, senza contare le persone disperse, le persone senza la dignità di un corpo, le persone morte per fame, per sete, per malattia).

-cosa c’è di più violento di assegnare un Nobel per la pace a quella stessa popolazione del cui genocidio siamo anche noi responsabili? Il mito degli “italiani brava gente” colpisce ancora e, con estrema vergogna, non possiamo non notare il grado di deresponsabilizzazione della politica italiana, che si autoassolve semplicemente firmando una petizione. Se per un attimo dovessimo metterci nei panni (laceri e sporchi quando fortunati) della popolazione palestinese, come suonerebbe questo premio? L’ennesima spettacolarizzazione di un genocidio, di un sistema di apartheid e di pulizia etnica, delle deportazioni, l’ennesima reificazione di un popolo e addirittura della sua porzione più innocente e fragile: i bambin*. A cosa serve assegnare un premio del genere se poi, voltata la schiena, continuiamo a stringere patti economici, commerciali, culturali e tecnologici con Israele? A cosa serve assegnare un premio del genere, mentre criminalizziamo ogni tentativo di Resistenza, armata o meno, del popolo palestinese? In sintesi, a cosa serve assegnare un premio per la Pace al popolo palestinese più piccolo, anagraficamente parlando, se la nostra politica è responsabile della violazione del loro diritto di esistere, di andare a scuola, di giocare, di amare, di farsi il bagno nel mare, di avere una casa, di avere dei genitori, di avere una famiglia integra, di avere libertà, di avere spazi pubblici ricreativi, di divertirsi? E potremmo andare avanti per ore. La risposta, per noi, è la seguente: white-saviorism. [una forma di benevolenza bianca verso persone o popolazioni non bianche considerate, in un modo o nell’altro, debitrici verso il White Savior, il loro presunto “salvatore bianco”].

-in ultimo, questo termine, la pace. Non smetteremo mai di ribadire che la pace non serve a niente, se non accompagnata, o anzi preceduta, dalla giustizia. O forse il nobel per la pace è pensato perché, con la soluzione finale per Gaza e Territori Occupati, Israele sarà libero di appropriarsi di tutta la terra e di stabilirsi come etnia maggioritaria? Che la pace dipenda dalle morti palestinesi? Abbiamo mai chiesto al popolo palestinese cosa significhi per loro “pace”? Che tipo di pace vogliano? L’Occidente continua a percepire la pace come l’assenza di bombardamenti, senza assolutamente mettere in discussione il sistema di apartheid, la pulizia etnica, le deportazioni e le detenzioni, senza includere le restituzioni di terre e case alle persone legittime proprietarie e senza augurarsi e lavorare affinché Israele paghi per i crimini contro l’umanità e di guerra commessi dal 1948 a oggi.

Guardiamoci allo specchio e chiediamoci: questa petizione, e questa eventuale candidatura, per chi si rende necessaria? Per noi, per le nostre coscienze sporche, o per il popolo palestinese, che resiste da più di un secolo, mentre il mondo, inclusa l’Italia, legittima Israele e i suoi piani genocidari?

Sarebbe forse meglio se tutti ci costituissimo e ci candidassimo per il Nobel alla migliore coalizione genocidaria, per la miglior politica brava solo a parole, per i migliori alleati dei più feroci governi fascisti? Chissà se i partiti, di cui sopra, sarebbero coraggiosi abbastanza da ritirarlo.

Martedì 15 settembre riprendiamo la Formazione rivoluzionaria delle donne

Con la Formazione rivoluzionaria vogliamo che le donne, in particolare le donne proletarie, a cui è principalmente diretta questa formazione, facciano proprie le teorie scientifiche marxiste-leniniste-maoiste per combattere chi ci propugna teorie borghesi, che a volte si presentano anche sofisticate, ma che vogliono far credere che la condizione di oppressione, di subalternità delle donne sia solo da riformare in questo sistema sociale borghese da moderno medioevo, e non da combattere ribellandosi e lottando per rovesciare questo sistema. Altri ne fanno solo una questione di trasformazione di idee, tentando di impedire una prassi rivoluzionaria. 
Senza elaborazione teorica, anche se ledonne lottano ogni giorno vengono guidate da teorie borghesi, piccolo borghesi che vogliono al massimo indorare le doppie catene.  
In questo senso chi ha più interesse a studiare Marx, Engels, Lenin, Mao sono le donne! Perchè senza teoria non c'è rivoluzione, e senza rivoluzione non c'è liberazione.