19/08/26

Femminicidi - Ne polizia, ne carabinieri, ne governo potranno mai difenderci - Organizziamo Collettivi di donne contro femminicidi, stupri

Tania Terrin, 39 anni è stata strangolata la sera di Ferragosto nella sua abitazione di Camponogara, nel Veneziano, dall’ex compagno Dino Keber, 43 anni, residente a Dolo. 

Vi era stato un precedente episodio di violenza. Ad aprile Keber aveva tentato di strangolare Tania. La donna aveva presentato una querela ai carabinieri, corredata da un certificato medico. A giugno il questore di Venezia aveva emesso nei confronti dell’uomo solo un ammonimento ufficiale - nonostante fosse già noto alle forze dell'ordine, aveva anche un precedente specifico, un'aggressione nei confronti della compagna risalente ad aprile, su cui la Procura aveva aperto un procedimento per maltrattamenti e lesioni dopo la denuncia di lei. 
Aveva già mandato in ospedale quattro donne prima di lei.

«Sette o otto volte siamo state dai carabinieri - dice la madre di Tania - Mia figlia l’ha anche querelato. Doveva starle distante ma poi al massimo dopo un mese ritornava a farsi vivo»

La passività della polizia, che sapeva ma aveva emesso solo un "ammonimento" (una sorta di "pacca sulle spalle") che non poteva avere nessun effetto frenante, è di fatto complicità.

Come è una aperta complicità/stimolo ai femminicidi (6 donne uccise dal 15 agosto, più aggressioni) l'humus istituzionale fascista che legittima e incita al maschilismo, che considera il femminicidio solo uno dei tanti normali crimini, che cerca di riprodurre rapporti patriarcalisti e gli uomini non potendoli imporre per il rifiuto oggi delle donne, le uccidono, che peggiora la condizione di vita generale delle donne che diventano oggetto di "attenzione" dei mass media solo quando muoiono o per il problema della "crisi di natalità".

Gli interventi di questo governo, fascista, razzista, sessista, i cui uomini e donne al potere sono una evidente rappresentazione anche personale di questo clima, concezioni, non sono una soluzione, neanche parziale, ma sono il PROBLEMA.

La lotta contro i femminicidi, stupri, contro gli uomini che odiano le donne, non può quindi non essere legata alla lotta, principale, contro questo governo, questo Stato.

Organizziamo collettivi di donne ovunque è possibile, collettivi ribelli, combattenti, che siano pericolosi per uomini, forze dell'ordine, governo.

"Non abbassiamo la testa... la dignità non si piega..." - Comunicato delle donne del Movimento dei Disoccupati di Napoli - Tutta la nostra solidarietà!


Di fronte ad “autorità” che mostrano un cinismo e una vigliaccheria smisurati, si ergono, la spina dorsale diritta, con l’autorevolezza di chi sa di essere, in tutto e per tutto, dalla parte della ragione : “Abbiamo una dignità che voi non conoscete, e questa non si piega”. (Red.)
Se vi fa sentire più potenti, se vi serve per dimostrare che siete uomini di polso, fateci pure arrivare tutte le carte che vi aggrada.
La giustezza delle nostre ragioni e l’adeguatezza dei nostri comportamenti, non vengono minimamente messe in discussione da questo genere di tentativi.
Il verbale parla di una manifestazione non prevista, di un presidio e di undici donne del Movimento di Lotta – Disoccupati 7 Novembre.
È inesatto.
Quel giorno c’eravamo tutte, ciascuna con la propria vita in ballo, ciascuna con la propria santissima rabbia negli occhi, con la propria testa ed il proprio corpo.
Eravamo lì per chiedere di poter entrare in Consiglio Comunale, dove certamente avremmo usato la temibile arma della parola, per rappresentare con chiarezza le nostre condizioni e così le nostre ragioni, per chiedere un’assunzione di responsabilità all’amministrazione, visto che la sospensione dei tirocini ha rappresentato un enorme disastro per tutte noi.
Non siamo entrate per fare una passeggiata.
Non siamo entrate per provocare, o per essere provocate dai bambolotti in divisa che hanno dovuto affannarsi a rincorrerci, perchè non ci hanno nemmeno viste mentre varcavamo l’ingresso.
Siamo entrate, con tanto di intervento preparato, perchè avevamo pieno titolo e diritto a farci ascoltare. Le istituzioni non ascoltano, sono distratte e lontane dai problemi di chi fatica e di chi in questa città popola i quartieri bassi.
Se i nostri figli iniziano a essere sfruttati a quindici anni, se per loro le possibilità di una vita più serena semplicemente NON ESISTONO, se nelle loro famiglie possono o meno mangiare, se possono permettersi di farli curare o studiare, non è interesse delle istituzioni saperlo e nemmeno vederlo, figurarsi capirlo.
Abbiamo le prove, di questo gelido disinteresse, sulla nostra pelle, il ricordo nei nostri muscoli delle ore passate lontane dalle nostre famiglie, dalle nostre case, per rincorrere risposte.
Questi signori non comprendono che a noi, perchè siamo donne, un posto di lavoro vero è irrinunciabile, se non vogliamo morire scamazzate come viviamo oggi: la quasi totalità delle donne del Movimento, pur avendo lavorato sempre, non ha contributi versati.
La totalità delle donne del Movimento non ha una quantità di contributi utili alla pensione. Dopo una vita di lavoro a nero e nerissimo, si spera di poter avere quella sociale, che non ti tocca nemmeno se tuo marito una pensione da lavoro, invece, la prende!
Noialtre abbiamo bisogno di lavorare con i diritti garantiti, come si ha bisogno dell’aria! Adesso, non tra altri dieci anni!
Ma di fronte a questo, ci ritroviamo addirittura ad essere accusate e multate, con un verbale che può comportare una sanzione da 1.000 a 10.000 euro.
Questa è la risposta che viene data a donne che combattono per avere un futuro che non sia di miseria e precarietà.
Noi non ci stiamo.
E sia chiaro: non accettiamo che si provi a trasformare una battaglia collettiva in una responsabilità individuale, inventando l’esistenza di fantomatiche promotrici.
La nostra responsabilità è del tutto orizzontale. Come abbiamo detto, c’eravamo tutte: noi non ci scomponiamo, denunciateci tutte.
Perché se manifestare per chiedere risposte viene considerato un illecito, allora ci assumiamo insieme la responsabilità di aver alzato la voce.
Ma le istituzioni si assumano la loro: perché dietro ogni tirocinio bloccato ci sono persone, famiglie, aspettative e vite sospese.
Noi compagne del Movimento dei Disoccupati non abbassiamo la testa per paura di una sanzione o di una denuncia.
Altroché. Continueremo a chiedere conto delle decisioni prese sulla nostra pelle.
Abbiamo una dignità che voi non conoscete, e questa non si piega.

Donne del Movimento dei Disoccupati di Napoli

18/08/26

ONU: ISRAELE COMPIE VIOLENZE SESSUALI IN ZONE DI CONFLITTO

Un carcere israeliano
Un carcere israeliano

Le Nazioni Unite hanno ufficialmente aggiunto Israele alla loro lista nera di paesi ed entità accusate di aver commesso violenza sessuale in zone di conflitto. La misura prevede l’inclusione esplicita del servizio penitenziario israeliano nell’elenco del 2026, mentre altre strutture governative e militari sono state sottoposte a un quadro di sorveglianza speciale che potrebbe portare a sanzioni future.

La decisione è stata presa dopo che numerosi rapporti hanno denunciato abusi e violenze sessuali sistematiche all’interno dei centri di detenzione sotto il controllo israeliano. Questa situazione è aggravata da un persistente modello di impunità istituzionale, evidenziato all’inizio di quest’anno quando l’ufficio del procuratore generale militare israeliano ha ritirato le accuse contro cinque soldati coinvolti nell’abuso e nell’aggressione sessuale di un detenuto palestinese nella prigione militare di Sde Teiman nel 2024.

La reazione ufficiale di Tel Aviv al parere dell’organismo multilaterale è stata di assoluto rifiuto e rottura tattica. L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha annunciato l’immediata sospensione della cooperazione con l’ufficio del segretario generale, António Guterres, definendo la risoluzione una “decisione politica scollegata dai fatti e dalla realtà”. 

La condanna del rappresentante diplomatico riflette l’aumento delle tensioni tra l’amministrazione israeliana e la struttura delle Nazioni Unite, in un contesto in cui la comunità internazionale fa sempre più pressione per la responsabilità, la supervisione delle condizioni di detenzione dei prigionieri e la fine dell’esonero dalla responsabilità penale per i militari coinvolti in violazioni dei diritti umani.

Pressioni che però sembrano restare sulla carta, infatti nessuna misura sanzionatoria è mai stata presa contro Israele nonostante le denunce arrivino dalle Nazioni Unite.

17/08/26

Le lavoratrici degli asili di Taranto hanno strappato un altro risultato della loro battaglia

le lavoratrici alle pulizie dello
stadio con la rappresentante
dello Slai cobas


Quest'estate hanno ottenuto di lavorare tutti i due mesi estivi di sospensione, dal lavoro e dal salario - (luglio e agosto). 
Questo risultato è significativo non solo perchè quest'estate è stato impedito, come invece era successo nei due anni precedenti, che venissero mandate a casa da Comune e Ditta, ma anche perchè crea un precedente che non deve essere messo più in discussione: le lavoratrici devono lavorare per tutto l'anno!
Questo risultato ancora una volta è stato conquistato con la lotta: sciopero, presidi, assemblee. 
E l'hanno conquistato solo le lavoratrici dello Slai cobas per il sindacato di classe, per tutte; mentre i sindacati confederali e l'Usb non hanno fatto nulla per imporre il lavoro in estate. 
Non solo. Poichè una parte di questo lavoro estivo si è svolto nelle pulizie post cantiere allo stadio di Taranto dei "Giochi del Mediterraneo", è stato chiesto e ottenuto che venisse aumentato il salario orario per questi lavori più faticosi, fatti sotto il sole. 
Ora a settembre ci aspetta un'altra importante battaglia: il netto miglioramento delle condizioni di lavoro nel prossimo appalto: aumento dell'orario di lavoro, aumento del livello retributivo, sicurezza e salute.

Lavoratrici asili Slai cobas - Taranto

Contro l'assedio, uccisioni, distruzione di case in Cisgiordania - a cui gli Stati, i governi imperialisti assistono silenziosi e complici...

...Dalla gloriosa guerra di popolo del Vietnam una grande

 lezione: 


"...Ogni abitante è un soldato"; "Quando i pirati saccheggiano il

 focolare, anche le donne devono combattere"...

"... Chi ha un fucile si serva del fucile, chi ha una spada si serva

 della spada! E se non ci sono le spade, prendete le zappe, le

 vanghe, i bastoni!..."

 Ho Chi Minh, appello del dicembre 1946

16/08/26

Non possiamo tacere - basta con l'assedio alle case in Cisgiordania - Taranto 21 agosto ore 18.30 piazza Immacolata

Taranto solidale con il popolo palestinese si rivolge alla comunità nazionale e internazionale

Fermare il genocidio, l'annessione, la deportazione l'assedio che toglie l'acqua e luce

Non abbiamo bisogno di riunioni, dobbiamo scendere in piazza qui e ora 

Slai cobas Taranto

#iostoconlapalestina Taranto 

13/08/26

Free Jülide Yazıcı Immediately! - ageb - Riceviamo e pubblichiamo, con tutta la nostra solidarietà


The fascist Turkish State continues its policies of repression, persecution, and attacks against political refugees who have been forced to leave the country, just as it does within its borders.

The Tayyip Erdoğan-AKP government, which continues its repression and attacks against revolutionaries, democrats, communists, and all opposition groups, and which maintains its power with the support of the MHP, is attempting to stay in power through increasingly severe repressive policies.

While, on one hand, policies aimed at encircling and eliminating the Kurdish national movement continue, on the other hand, the Turkish State continues its detention and arrest operations against opposition groups through the use of judicial and police forces. The Turkish State is also extending its repressive policies beyond its borders, pursuing political refugees living abroad through Interpol warrants and extradition requests.

Jülide Yazıcı, a writer and translator living as a political refugee in France, was detained on Tuesday, August 4, 2026, at Tirana Airport during a trip from France to Albania. She was detained during passport control on the grounds of an Interpol warrant and an extradition request from the Turkish State. Jülide Yazıcı was remanded in custody by the court on August 7, 2026.

Jülide Yazıcı has been living in France as a political refugee for over eight years due to a conviction against her in Turkey. Her detention and arrest in Albania is a continuation of the Turkish State’s policy of surveillance and repression against political exiles living abroad.

The Turkish State’s repression and persecution of exiles forced to leave their country for political reasons continue beyond its borders through Interpol warrants and extradition requests. The detention, arrest, and threat of extradition to Turkey of political refugees in third countries, constitute a serious violation of their rights to freedom, security, and life.

As the European Union of Migrant Workers (AGEB):

We call on the Albanian government to immediately release Jülide Yazıcı, who holds political refugee status in France, and to categorically reject any attempt to extradite her to the fascist Turkish State.

It is clear that if Jülide Yazıcı is extradited to Turkey, she will be arrested, her freedom will be restricted, and she will once again be subjected to repression and prosecution for political reasons. It is unacceptable for a person with political refugee status to be deprived of their freedom based on an extradition request from the country they were forced to flee.

For this reason, we call upon revolutionary and democratic institutions, human rights organizations, progressive forces, and the entire democratic public to take action against Jülide Yazıcı’s arrest and the threat of her extradition to Turkey; to strengthen solidarity and to build a strong public outcry.

Free Jülide Yazıcı Immediately!

End the repression and persecution of political refugees!

European Union of Migrant Workers (AGEB)

12/08/26

Una lotta che ci tocca

Eravamo in dubbio se pubblicare questo articolo su Vannacci, perchè non vogliamo contribuire a dargli pubblicità, come invece fanno le TV e giornali.
Ma siccome siamo qui, in questa situazione è necessario fare la lotta anche a questi mostriciattoli. Anche perchè...
Vannacci è espressione di politiche, concezioni, proposte legislative fasciste che vanno a radicalizzare in termini sempre più esplicitamente fascisti politiche, concezioni, proposte che sono anche patrimonio dell'attuale destra al governo e dei partiti che lo compongono. 
Vannacci, anche in funzione della competizione elettorale, dà organicità a queste indicazioni e piani; li pone interne ad un disegno unico, complessivo; lì dove sembrano dispersi, parzializzati.
Noi da tempo denunciamo e mettiamo in guardia che sottovalutare la marcia del moderno fascismo, la necessità di lottare contro e rovesciare l'attuale governo e compagine che hanno cominciato ad attuarlo, non si frena niente; e soprattutto non si frena con l'illusione di perseguire una strada di richieste di cambiamenti, di sollecitazione a una sinistra parlamentare, come minimo imbarazzante, impotente a bloccare anche un provvedimento esplicitamente anticostituzionale del governo. 
Occorre comprensione e lotta adeguata!
Ora c'è questa espressione sfacciata di Vannacci e Futuro nazionale.
Non è un caso che il bersaglio prima di tutto sono le donne, i femminicidi, ridotti a normale criminalità, il diritto d'aborto, il patriarcato "mediterraneo" (?) a cui rispondere con "uomini forti" (che conferma smaccatamente proprio la logica e una pratica patriarcalista), ecc. ecc.; quindi, vengono gli immigrati, le persone povere. Questo però mostra quello che noi diciamo da tempo, la centralità per questa società capitalista del ruolo e condizione di oppressione, doppio sfruttamento della maggioranza delle donne, ma nello stesso tempo dimostra la centralità della lotta/rivoluzione delle donne nel processo rivoluzionario proletario per una società socialista che trasformi la terra e il cielo.
*****
No al reato di femminicidio, sì al patriarcato mediterraneo: ecco il programma di Vannacci
(agf)
L’ex generale: “Queste le nostre linee rosse non negoziabili. "Futuro nazionale pubblica la prima parte del suo programma in vista delle prossime elezioni. 
I punti toccati da questa prima base programmatica:
No al reato di femminicidio, sì al patriarcato mediterraneo
Più in generale sottolinea lo "stop alla riformulazione gramsciana del diritto e alla retorica delle 'categorie'. Chi uccide una persona, maschio o femmina che sia, deve essere punito. Senza necessità di distinguere in 'viricidio' e 'femminicidio'".
"Il modello educativo della sinistra fondato sull'ideologia della costante 'lotta al patriarcato' è, evidentemente, fallimentare e dove scompare ogni traccia della 'società patriarcale' va diffondendosi un preoccupante aumento della violenza sulle donne. A riprova che dovremmo proteggere e non criminalizzare il nostro modello: quello del 'patriarcato mediterraneo', volto alla sottolineatura delle specificità e alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società. La questione delle violenze passionali deve dunque essere affrontata con pragmatismo, senza ideologia, non per calcolo elettorale ma per proteggere veramente le potenziali vittime. 
Una destra identitaria, pura e vitale, radicata nella Tradizione romana e cristiana, determinata a riportare l'Italia sulle proprie radici. Un Paese sovrano, sicuro, libero e prospero. Un'Italia che mette al centro gli italiani, la famiglia naturale, l'identità, la sicurezza, il merito e la tradizione, la vita dal concepimento alla morte naturale, la famiglia naturale, l'identità cristiana, la concezione romana del diritto. 
Risparmi per la remigrazione e lavori umili agli italiani
"A sostegno delle tesi immigrazioniste viene spesso citato il problema dei 'lavori che gli italiani non vogliono più fare'. Tale problema, effettivamente esistente, verrà affrontato con due nuove modalità".
Il partito di Roberto Vannacci propone, "insieme agli sgravi per l'assunzione di manodopera italiana nei settori a forte storico di impiego extracomunitario, l'utilizzo di parte delle risorse risparmiate grazie alle politiche di remigrazione di lungo termine (costi sociali diretti, costi carcerari, gestione dei richiedenti asili, costi sistemici dovuti alla criminalità e al degrado delle periferie, ecc.) per ridurre il cuneo fiscale e favorire, quindi, l'innalzamento dei salari senza ulteriore aggravio per i datori di lavoro". 
Inoltre Futuro nazionale ritiene necessario "il vincolo all'erogazione di sussidi legati allo stato di disoccupazione all'effettiva disponibilità ad accettare qualsivoglia lavoro compatibile con la propria condizione medica, anagrafica e logistica, in applicazione al 'principio di San Paolo' (chi non vuol lavorare neppure mangi)".

10/08/26

"Il caldo che brucia chi cuce i nostri vestiti" - In India - Bangladesh - Cambogia...

IL MIO CORPO BRUCIA!
di Claudia Vago (*) - Da La Bottega del Barbieri
Quest’anno in India le ondate di caldo sono arrivate in largo anticipo e con insolita intensità. Già ad aprile diversi Stati registravano temperature tra i 43 e i 45 gradi... Uno studio dell’Università della California stima che un solo giorno di caldo estremo provochi in India circa 3.400 morti in più rispetto a una giornata normale. Quasi 30mila nell’arco di un’ondata di cinque giorni.
E a morire, in India, sono soprattutto i più poveri, quelli che il caldo non possono permettersi di evitarlo. Fino a tre quarti della forza lavoro del Paese – intorno ai 380 milioni di persone – dipende da mestieri esposti alle alte temperature: agricoltura, edilizia, trasporti. Non esiste una legge che fermi il lavoro all’aperto quando il termometro tocca livelli pericolosi e, poiché le ondate di caldo non sono classificate come calamità nazionale, spesso alle famiglie delle vittime non spetta alcun risarcimento. Le morti sul lavoro legate al caldo, del resto, quasi mai vengono registrate come tali: figurano come infarti, problemi renali, malori.

Le fabbriche tessili riforniscono i marchi nei nostri armadi
Ora immaginate una fabbrica tessile indiana durante un’ondata di caldo. Stanzoni enormi coperti da tetti di lamiera che sotto il sole diventano roventi. Centinaia di macchine per cucire che lavorano senza sosta, una accanto all’altra. Ferri da stiro che sbuffano vapore. Centinaia di corpi che si muovono in una bolla di caldo e umidità. All’interno, testimoniano i lavoratori intervistati in un rapporto del centro per Business e Diritti Umani della NYU Stern pubblicato a giugno 2026, le temperature possono essere anche 5 gradi più alte di quelle già pericolose che si trovano all’esterno.
Non è una fabbrica qualsiasi. A livello globale la filiera dell’abbigliamento impiega più di 90 milioni di persone, in larga maggioranza donne e per tre quarti in Asia. L’India, con oltre 45 milioni di addetti, ne è uno dei poli maggiori. E le fabbriche indiane visitate dai ricercatori riforniscono Marks & Spencer, Tesco, Primark, Target, Tommy Hilfiger, NEXT: marchi che troviamo nei nostri armadi.

Lo stress da caldo pesa sui salari dei lavoratori tessili
I ricercatori hanno rilevato cali di produttività fino al 10% nei periodi più caldi. Il caldo aumenta l’assenteismo, provoca blocchi per sovraccarico elettrico e difetti come il sudore sui tessuti o gli errori di cucitura. Il 94% dei brand lo riconosce come un rischio, evidenzia il rapporto, ma solo il 35% chiede di misurarlo. E nessuno raccoglie i dati con continuità. Intanto le spese legate al caldo pesano sui lavoratori per 500-1.000 rupie al mese (circa 5-10 euro ai cambi di luglio 2026), su salari tra 11.500 e 18mila (115-180 euro).
A Dhaka, in Bangladesh, i lavoratori tessili perdono in media tre giornate di lavoro al mese per malattie legate al caldo e per alluvioni nel trimestre più torrido e piovoso dell’anno. Ciò corrisponde a una perdita del 10% di reddito. Alcuni hanno dovuto contrarre prestiti ad alto interesse per comprare medicine o ventilatori. Nei mesi più caldi spendono in media 18 dollari di elettricità. Una cifra enorme se proporzionata al salario minimo di un operaio tessile in Bangladesh, pari a circa 110 dollari al mese.

La Cambogia è il caso più emblematico dello stress da caldo
Il caldo colpisce con più forza dove i lavoratori hanno salari bassi e quasi nessuna rete di protezione: in Bangladesh come in Cambogia, la copertura sociale arriva appena a un lavoratore su cinque...
Là il tessile e le calzature danno lavoro a quasi un milione di persone, in larga maggioranza donne, e valgono 15,7 miliardi di dollari di export: un pilastro dell’economia nazionale. Ma è anche uno dei posti al mondo dove il caldo sta crescendo più in fretta. A Phnom Penh i giorni con temperature medie sopra i 35 gradi sono più che triplicati in quindici anni: erano 34 nel quinquennio 2005-2009, 112 nel 2020-2024. Su ottocento controlli condotti tra marzo e maggio da Better Factories Cambodia, programma dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), l’82% delle fabbriche ha registrato temperature interne sopra i 32 gradi nelle aree di produzione più calde. Una su tre ha superato i 35 gradi al chiuso: in quasi il 53% dei casi le temperature erano più alte dentro che fuori.

Lo stress da caldo minaccia l’export tessile della Cambogia
In uno studio condotto su cento lavoratori cambogiani, il 64% ha registrato una temperatura corporea sopra i 38 gradi – la soglia oltre la quale il corpo umano fatica a funzionare – almeno una volta nell’arco di sette giorni di lavoro. Una condizione che rappresenta, innanzitutto, un pericolo per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori...
Senza un adattamento immediato, l’industria dell’abbigliamento cambogiana potrebbe perdere il 18% dei ricavi da export potenziali entro il 2030, con 50mila nuovi posti di lavoro in meno rispetto a uno scenario in cui l’industria si attrezza per il caldo. Un numero che sale a 1 milione se si considerano insieme Bangladesh, Cambogia, Pakistan e Vietnam e che, entro il 2050, diventa -68,8% di export e 8,64 milioni di posti in meno rispetto allo scenario di adattamento.

Le lavoratrici tessili reggono il caldo peggio degli uomini
L’80% della forza lavoro tessile mondiale è femminile. E i corpi delle donne, di fronte allo stress da caldo, non reagiscono come quelli degli uomini. Secondo l’Ilo, durante il lavoro fisico le lavoratrici – in particolare se sono incinte – hanno una probabilità 3,7 volte maggiore di soffrire di intolleranza al caldo rispetto ai colleghi uomini.
Contano fattori fisiologici: una minore capacità aerobica, una risposta di sudorazione più bassa e, nel caso della gravidanza, una produzione di calore metabolico più alta. L’esposizione al caldo estremo durante la gestazione è stata collegata a parti prematuri, nati morti, anomalie congenite e gravi complicanze materne. Eppure, nota la guida sullo stress da caldo dell’associazione americana dei marchi, il monitoraggio delle temperature nelle fabbriche resta troppo spesso “androcentrico”, tarato cioè su un corpo maschile.

Le lavoratrici tessili affrontano il caldo da sole
Cosa voglia dire tutto questo dentro un capannone lo racconta, meglio di ogni statistica, una lavoratrice di Dhaka intervistata per il rapporto My Body is Burning. Nella sua fabbrica, durante la stagione calda, svengono tra le cinque e le sette persone al giorno. Sulle donne pesa anche il lavoro di cura non retribuito, che erode il tempo per riposare e recuperare e si aggrava durante le alluvioni.
Di fronte a tutto questo, molte lavoratrici mettono in campo strategie di sopravvivenza individuali che a volte peggiorano le cose. In Tamil Nadu, in India, le operaie iscritte al sindacato tessile hanno raccontato di aver iniziato a masticare gomme per ingannare la sete durante i turni, un rimedio che accelera la disidratazione.

I marchi fissano le prime soglie di temperatura obbligatorie
Nell’aprile del 2026, l’associazione americana dell’abbigliamento e delle calzature – che riunisce marchi e distributori – ha pubblicato una guida per proteggere i lavoratori dal caldo: è la prima volta. La guida raccomanda di misurare il caldo in fabbrica, raffreddare gli ambienti con ventilazione, utilizzare isolamento e coperture riflettenti, modulare i ritmi di lavoro, garantire acqua e pause, formare lavoratori e supervisori a riconoscere i sintomi dei malori. E ordina gli interventi per efficacia, da quelli che eliminano il problema alla radice – raffreddare l’edificio – fino a quelli che si limitano a proteggere il singolo con dispositivi individuali.
Ci sono due punti in cui il documento va oltre la semplice checklist tecnica. Il primo è l’idea di responsabilità condivisa: il caldo, dicono i marchi stessi, non può essere un problema che ricade solo sul fornitore, ma va affrontato in dialogo costante tra chi ordina e chi produce. Il secondo, più sorprendente detto da un’associazione di brand, riguarda i lavoratori pagati a cottimo: rallentare la produzione nei giorni di caldo estremo non deve tradursi in una riduzione del loro salario. La stessa preoccupazione che, da un altro versante, sollevano i sindacati.

Le linee guida restano volontarie e senza obblighi di verifica
Tuttavia, resta il fatto che si tratta di linee guida volontarie, senza obbligo di applicazione né meccanismi di verifica. Un approccio denunciato dalle organizzazioni non governative raccolte nella Clean Clothes Campaign: le misure di protezione sono note, ma manca la volontà da parte di governi, fornitori e marchi di farne norme vincolanti. La Campagna sottolinea che a pagare il conto non devono essere i lavoratori: quando le temperature costringono a rallentare o fermare le linee, il salario va garantito lo stesso. In caso contrario, sono le stesse lavoratrici a scegliere di “resistere” nelle ore peggiori pur di non perdere la giornata o il premio di produzione.
Nello stesso spirito, la rete chiede di riconoscere le malattie e gli infortuni da caldo come malattie professionali, con diritto a cure e indennità, ed eliminare i sistemi di cottimo che spingono a lavorare senza sosta. Invita inoltre i marchi a rivedere le proprie pratiche d’acquisto – tempi di consegna compressi, ordini dell’ultimo minuto – che scaricano a valle la pressione.
C’è poi una parola che torna in ogni raccomandazione: partecipazione. Le misure funzionano se sono costruite con i lavoratori, non calate dall’alto. Con particolare attenzione, insiste il documento, alle donne, alle lavoratrici a domicilio e ai migranti, cioè a chi ha meno voce e meno tutele. È la stessa cosa che i dati dicono a modo loro: dove c’è rappresentanza sindacale, il caldo fa meno danni. Proteggere chi cuce i nostri vestiti, prima ancora che una questione di ventilatori, è una questione di diritti.

09/08/26

Le lavoratrici, in questa estate troppo calda e faticosa, sono state al centro non solo del peggioramento della condizione delle donne, ma anche della protesta, scioperi, lotte

Sulle rappresentazioni del femminile nel Film "Odissea" - Un commento (stralci) che riportiamo

Di Viola Carofalo

Circe la strega

"...Uso volontariamente questa definizione inusuale, a dispetto del più ricorrente “maga”, perché la Circe di Nolan... riprende perfettamente l’immaginario legato alle streghe: il pentolone, il corvo, i capelli spettinati. Ha il viso segnato dalle rughe e i capelli arruffati – altro che incantatrice e maliarda affascinante e magnetica – è una donna di mezza età che ricalca lo stereotipo trito e ritrito della “zitella”, solitaria e frustrata, che sembra averne passate molte, troppe (o è solo pregiudizio e risentimento il suo? Non è dato saperlo) e allora si è isolata, odia gli uomini e cova vendetta...

Quando i compagni di Ulisse arrivano nella sua casa a dispetto della loro gentilezza – chiedono solo del cibo, non sono suggerite, dai loro comportamenti e parole, minacce o violenze di alcun tipo – lei li trasforma in “ciò che in realtà sono”: orribili porci. Mentre questi uomini, che sembrano aver commesso l’unico crimine di essere molto affamati e anche un bel po’ ingenui, trangugiano la zuppa fumante che lei gli offre, i loro volti iniziano a deformarsi (lei stessa contribuisce, manipolandoli, a questa trasformazione) in musi, gli arti in zampe.

Poi arriva Ulisse, che più che la scaltrezza incarna qui la Ragione – la ragione occidentale, verrebbe da dire, e, ovviamente, maschile – e con tre parole (è ridicolmente breve il suo discorso) riesce non solo a convincere Circe a dargli una mano e a riportare i suoi compagni alla forma umana, ma a smontare pezzo per pezzo i principi sui quali la donna ha strutturato la sua intera esistenza e modo di vita, innanzitutto il castello di pregiudizi che ha nei confronti degli uomini: NOT ALL MEN sembra dire Ulisse e Circe, non si sa perché, gli crede sulla fiducia.

Circe allora è solo una povera donna di mezza età che un uomo gentile e fermo può convincere di ogni cosa grazie al suo fascino. Questo è tutto quello che resta della maga affascinante, potente, della figlia del sole, distante anni luce dalla bella riscrittura di Madeline Miller...

Ulisse, in questa scena, sembra semplicemente cauto e ragionevole, ma Ulisse mente.

Perché se è vero che non tutti gli uomini sono pericolosi, sono potenziali stupratori senza scrupoli, proprio quegli uomini lo sono. Hanno saccheggiato e distrutto Troia, hanno violentato le troiane e ucciso i loro figli. Circe non ha mai avuto ragioni così ben fondate per pensare di doversi proteggere, per fare quel sortilegio e, perché no, per cercare vendetta.


Penelope e il vaccino

Ci sono almeno due immagini che passano nella testa di una femminista quando si nomina Penelope: una è quella classica, la moglie che aspetta, l’altra è quella proposta da Margaret Atwood nella sua contronarrazione in cui finalmente dietro al silenzio dell’eroina omerica si rivelano i pensieri di una donna tormentata e complessa.

Nolan riesce nell’incredibile impresa di dribblarle entrambe e sceglie di raccontare la Penelope più moscia di sempre.

Penelope qui è una moglie innamoratissima che si consuma nell’attesa, tesse la tela e la disfa non per non dover sopportare un nuovo matrimonio con un uomo brutale e prepotente – con tutto ciò che esso comporta – ma per pura e semplice fedeltà. Poi a un certo punto Nolan, che evidentemente si è ricordato quel post it su cui aveva scritto “attualizzazione del personaggio”, costruisce un dialogo surreale tra lei e Telemaco nel quale Penelope sembra per un istante voler rivendicare il trono e farsi regina, sottolineando che i tre peli di barba sul mento del figlio non possono valere certo più della sua capacità e costanza a tenere, nel bene o nel male, per vent’anni in piedi un regno. Ma questo momento alla Simone De Beauvoir dura un battito di ciglia, non ha nessuna rilevanza né per spiegare tutto quello che il personaggio ha fatto prima né quello che farà dopo.

Non mi aspettavo e non desideravo una Penelope moderna e “femminista” – quel libro di Atwood, lo confesso, manco mi piace – il problema è che questa rappresentazione, proprio come quella di Circe, è profondamente reazionaria, pur, ed è questo il nodo del discorso, apparendo progressista.

A cosa serve quella frase sul diritto delle donne a aspirare al trono? Perché quello scambio ridicolo con Telemaco? Roland Barthes avrebbe parlato a questo proposito di vaccino1: inserire un segno che, solo apparentemente, contraddice il messaggio principale, ma in realtà lo rafforza. Penelope è stata trasformata da donna di potere e astuta in mogliettina innamorata e passiva non nonostante ma proprio grazie al tiepido messaggio femminista contenuto nel suo scambio con il figlio. Se fosse stata rappresentata come una Ballerina Farm delle isole greche semplicemente ci avrebbe fatto storcere il naso, ma immettere una piccola e inefficace dose di “femminismo” all’interno del personaggio è il modo migliore per depotenziarlo: ci rassicura di non stare guardando una vecchia Penelope, ma una nuova, in realtà ci propone una versione ben più impolverata e piatta di quella omerica. La Penelope di Omero è una donna che gioca benissimo le carte che le sono capitate tra le mani, è determinata, autorevole e tattica. Usa al meglio la sua differenza: sa che la castità è considerata un valore e utilizza questa convinzione per guadagnare tempo, ma nel frattempo immagina, pensa, fa piani. Penelope è e fa in Omero soprattutto ciò che è utile non semplicemente ciò che sente, in questo si mostra astuta almeno quanto suo marito (come dimostra l’“inganno del letto”, che Nolan ha cancellato) e, soprattutto, politica.

Circe da spietata diventa pietosa e comprensiva, Penelope da sposa convenzionale diventa moderna e egualitaria.

Non solo entrambi i personaggi in questa attualizzazione perdono di complessità, ma questo tipo di riscrittura rafforza l’equivoco (o meglio la strategia retorica) secondo cui per non marginalizzare o stereotipizzare una figura/gruppo bisogna “non parlarne male”.

Come quando ti fai ingannare dai “false friend”, termini che si scrivono o si pronunciano in modo simile in due lingue diverse, ma che hanno significati completamente differenti, queste figure sembrano esattamente il contrario di ciò che sono e veicolano un massaggio che è diametralmente opposto a quello che appare. Non è un atto di benevolenza, né un modo per essere al passo coi tempi raccontare una Circe compassionevole o una Penelope “ribelle”, è solo un altro modo per imbavagliarle e togliere loro ogni possibilità di azione. Cosa che il vecchio Omero non ha fatto.

08/08/26

Electrolux di Solaro - Il "danno" dello sciopero per l'azienda lo devono pagare le operaie e gli operai... - ma non esiste proprio...

ELECTROLUX SOLARO 
Commento delle lavoratrici Slai cobas sc di Milano del comunicato Fim Fiom Uilm di Solaro e come decidono di  abdicare al proprio ruolo! 
Vediamo di fare una valutazione della situazione complessiva:
L'origine dello scontro (17 luglio 2026): la RSU indice un pacchetto di scioperi articolati di 30 minuti per ciascun reparto.
A fronte del presidio dei lavoratori, la Direzione Aziendale ne intima lo sgombero adducendo motivi di "sicurezza" (ostruzione di passaggi/magazzini) e, di conseguenza, dichiara la messa in libertà (serrata parziale/messa in mora del creditore) di tutto il personale di fabbrica collegato alla produzione a partire dalle ore 11:00.
La posizione di principio dei sindacati (17 luglio):con i primi comunicati, FIM, FIOM e UILM qualificano "la messa in libertà" come una ritorsione illegittima e un ostacolo al diritto di sciopero. Inoltre, affermano con fermezza la "messa a disposizione" dei lavoratori, sostenendo il principio  che "le retribuzioni vanno pagate integralmente" per l'intera giornata.
Ma il 3 agosto 2026 si assiste al "passo indietro" della RSU, infatti la RSU sottoscrive e accetta un accordo quadro che prevede il pagamento al 50% delle ore non lavorate durante la messa in libertà. Per la restante quota (il restante 50%), la RSU invita e concede ai lavoratori di "coprirsi" mediante l'utilizzo dei propri IROL/PAR/permessi individuali (con scadenza entro il 4 agosto ore 14:30), al fine di evitare il blocco o il mancato saldo in busta paga e prevenire contenziosi giudiziari incerti.(dall'ultimo volantino rsu) La decisione della RSU e delle Segreterie Territoriali, per quanto mossa dall'intento pratico di assicurare un "paracadute" economico immediato ai dipendenti, presenta rilevanti criticità strategiche e di rappresentanza. 
Con una leggerezza inaudita il sindacato permette ed approva che lo scarico del danno economico sia tutto dei  lavoratori: consentendo o suggerendo l'uso di permessi individuali (PAR/ROL) per coprire le ore di "messa in libertà", la RSU fa sì che il costo dell'azione unilaterale dell'azienda gravino sul monte ore/ferie dei singoli lavoratori.
Cessione di fronte alla minaccia del contenzioso: L'azienda ha fatto valere la minaccia di un "prolungato strascico giudiziario dalle tempistiche incerte". Piegarsi a questo rischio depotenzia l'efficacia negoziale e l'autorevolezza del sindacato nelle vertenze future.
Ci sono delle azioni giuridiche precise che si possono attivare: se i lavoratori (o sigle sindacali di minoranza/dissenso) intendessero contestare la gestione dell'azienda e non accettare la rinuncia passiva, il quadro normativo italiano offre precisi strumenti di tutela:
-  Azione Sindacale ex Art. 28 Statuto dei Lavoratori (Ricorso per Condotta Antisindacale) Fondamento: L'art. 28 della L. 300/1970 sanziona i comportamenti datoriali volti a impedire o limitare l'esercizio del diritto di sciopero.
- contenuto dell'azione: la "messa in libertà" della maestranza non scioperante (o al di fuori dello sciopero di reparto) costituisce spesso una serrata ritorsiva illegittima, come nel caso specifico.
Mandare a casa i lavoratori priva lo sciopero della sua efficacia naturale e costituisce condotta antisindacale.
-Legittimazione: l'azione è attivabile dagli organismi territoriali delle associazioni sindacali nazionali.
-Azioni Individuali dei singoli di recupero crediti retributivi (decreto Ingiuntivo) fondamento: Art. 1206 e ss. c.c. (mora del creditore) e contrattualistica del lavoro.
-I singoli lavoratori che non intendono sottoscrivere la richiesta di copertura tramite permessi individuali (e che il 17 luglio sono rimasti a disposizione dell'azienda a partire dalle 11:00) possono promuovere un ricorso per decreto ingiuntivo o una causa ordinaria presso il Giudice del Lavoro per ottenere la differenza retributiva non pagata (100% delle ore e non solo il 50%).
-Impugnazione/contestazione dell'accordo transattivo Art. 2113 c.c. (rinunzie e transazioni): se l'accordo siglato dalla RSU/Sindacati comporta la rinuncia a diritti retributivi già maturati dai singoli lavoratori senza una specifica delega/procura ad abdicare a tali diritti individuali, i lavoratori possono impugnare la transazione entro i termini di legge (6 mesi), riaffermando il proprio diritto all'integrale retribuzione delle ore di messa in mora aziendale. 
Ma il sindacato qui ha fatto gli interessi dei padroni non dei lavoratori. La risposta dell’azienda è immediata e brutale: intima lo sgombero del presidio e dichiara la messa in libertà dell’intera maestranza collegata alla produzione a partire dalle ore 11:00. Una scelta che colpisce lavoratori che non stavano scioperando, svuota di efficacia lo sciopero articolato, configura una serrata ritorsiva, pratica vietata dall’ordinamento italiano. Nei primi comunicati, FIM, FIOM e UILM riconoscono la natura antisindacale dell’atto e affermano un principio chiaro: i lavoratori erano a disposizione e la retribuzione va pagata al 100%.
Il passo indietro del 3 agosto: la resa della RSU, dopo due settimane, la RSU e le segreterie territoriali firmano un accordo che: riconosce solo il 50% della retribuzione delle ore di messa in libertà, invita i lavoratori a coprire il restante 50% con PAR/ROL/IROL, giustifica la scelta con la minaccia aziendale di un “lungo contenzioso”.
Le conseguenze politiche di questa scelta scellerata  della RSU non è un dettaglio tecnico, è un precedente politico.
L’azienda ora sa che può usare la messa in libertà come arma e i lavoratori imparano che il sindacato può arretrare anche quando ha ragione e il costo del conflitto viene scaricato sui singoli operai, non su chi lo ha provocato. Noi affermiamo e sosteniamo  l’opposto: 
Il diritto di sciopero non si transa. La retribuzione non si baratta. La dignità non si negozia.
Noi siamo per una battaglia che serva davvero, quello che difende i diritti e non li amministra. La vertenza Electrolux Solaro deve diventare un segnale chiaro.
Una lotta in cui la rappresentanza non deve essere un titolo, ma una responsabilità. E quando viene tradita, va riconquistata, ma al punto in cui sono arrivati bisogna avvertire gli operai che otterranno di più se impugnano nei tribunali le loro vertenze.
ORA DIVENTA URGENTE PARLARE DI CONFLITTO DI CLASSE
Oggi il conflitto di classe è a senso unico e bisogna essere precisi: 
il conflitto di classe non è scomparso, semplicemente è stato monopolizzato. La classe dirigente:è compatta, ha strategia, ha obiettivi chiari, usa strumenti giuridici, mediatici, psicologici, non arretra, non si vergogna del proprio interesse, anzi ne va fiera. 
La classe operaia invece è frammentata, è isolata, è spaventata, non ha più memoria delle forme della lotta, delega a rappresentanze che non rappresentano niente, accetta compromessi che non sono compromessi, ma vere e proprie  rese. Perché la classe operaia è divisa?
Non è un difetto morale, è un processo storico: con l'affermarsi dell'individualismo ogni operaio è trattato come singolo e non come parte di un  corpo collettivo.
Poi c'è la paura economica: precarietà, mutui, figli, salari bassi e  la paura paralizza.
Sindacati istituzionalizzati: non più strumenti di conflitto, ma mediatori di compatibilità. Il risultato è che la classe operaia non riconosce più se stessa come classe, ha introiettato il punto di vista dei padroni, ha perso la sua identità collettiva,  e senza identità' non c’è lotta collettiva, difesa dei propri diritti.
La classe dirigente vince perché lotta e vince non perché è “più forte”, ma perché ha coscienza di sé, ha obiettivi comuni, ha strumenti, ha continuità. La classe operaia invece lotta solo quando è disperata, non quando è organizzata. E quando lotta, spesso lo fa senza strategia, senza direzione, senza obiettivi chiari, senza strumenti giuridici, senza pressione politica. Il caso Electrolux Solaro  ne è un esempio perfetto: l’azienda ha agito con lucidità, la RSU ha agito con paura, i lavoratori hanno agito con fiducia mal riposta.
Se non ci sarà uno scatto, la classe operaia continuerà a subire,  i sindacati continueranno a firmare rese spacciate per accordi e i lavoratori continueranno a pagare il prezzo delle decisioni altrui, la dignità continuerà a essere trattata come una variabile negoziabile e, soprattutto, continuerà la normalizzazione della sconfitta.
Bisogna lavorare e sfruttare ogni occasione per parlare e  ricostruire la coscienza di classe.
Comprendere e far comprendere che non stiamo parlando di  un concetto astratto, ma di un qualcosa che e' possibile perché è un fatto naturale. 
Anni di storia e strategie capitalistiche ci hanno confuso, ed infine persi "ognuno dentro i fatti suoi" .
Slai Cobas per il sindacato di classe Milano