17/07/26

Lettera di una professoressa: “Paghiamo dazio a un sistema schizofrenico per fare il lavoro più bello del mondo”

"Se leggete i decreti ministeriali che arrivano da Roma, parliamo di competenze digitali, di transizione pedagogica, di riforme strutturali con l’acronimo sempre aggiornato – tutte cose in cui restiamo comunque puntualmente indietro rispetto a quanto l’urgenza educativa richieda. Non solo. Se lo chiedete a me, disillusa e afflitta dalla giornata della scorsa settimana, quella in cui ho completato il mio “percorso abilitante da 30cfu”, vi parlo anche di un enorme, legalizzato mercato dei titoli in cui noi siamo la merce e lo Stato è il primo grande complice.
Devo parlare di conti correnti svuotati e di un bonifico da 2.500 euro fatto solo per comprare il diritto di lavorare. Più altri 150 euro, s'intende, come tassa di sbarco per l’esame finale. Il prezzo fisso per farsi guardare in faccia da una commissione, dopo mesi passati a guardare il nulla.
Il giorno dell’abilitazione e altre cose orribili che non farò mai più è andato in scena la scorsa settimana, in una sede d'esame di un'università telematica a Napoli. In cambio di quelle cifre, il deserto dei servizi: una fiumana di denaro impressionante che si riversa nelle casse di privati che non garantiscono ai corsisti nemmeno un parcheggio in sede, posti a sedere per tutti o aria condizionata funzionante il giorno della resa dei conti. Ma il primo atto è iniziato mesi fa, davanti a uno schermo. Il percorso formativo che lo Stato ci impone di pagare a questi colossi dell’istruzione a distanza si consuma in aule sature, durante maratone da dieci ore consecutive.
Funziona così: entri in una stanza della tua città, firmi un foglio e passi la giornata a fissare un monitor. Dall'altra parte, un docente in videoconferenza, con la voce che gratta e salta ogni tre minuti, parla contemporaneamente a decine di aule specchio in tutta Italia, divise per classi di concorso, da Vipiteno a Lampedusa. Un monologo asettico, privo di qualsiasi reale scambio pedagogico, mentre i contatori delle ore scorrono per certificare una presenza puramente burocratica. Questa non è formazione. È la burocrazia che si nutre di se stessa, ignorando completamente le competenze che molti di noi hanno già acquisito sul campo, anno dopo anno, supplenza dopo supplenza. Dietro la farsa delle lezioni "in presenza" c'è un dispendio economico ben più lauto dei soli costi di iscrizione, una tassa invisibile che lo Stato finge di non vedere. Parlo dei sacrifici di chi lavora a centinaia di chilometri da casa, magari al Nord, dove c'è maggiore disponibilità di convocazioni per le supplenze. Colleghi che per mesi, nei fine settimana, sono costretti a fare i pendolari d'Italia, a pagare biglietti del treno last minute e a prenotare stanze d'albergo improvvisate nei pressi delle sedi d'esame pur di non perdere le lezioni obbligatorie. Un salasso finanziario continuo che prosciuga quei pochi risparmi messi da parte con fatica.
Quando entri in un'aula scolastica, capisci l'immenso, spaventoso valore di questo mestiere. Oggi la scuola pubblica dovrebbe farsi carico di problematiche di incommensurabile valore: prima tra tutte quella di un’educazione sessuo-affettiva strutturata, o di una reale educazione alla cittadinanza per generazioni disorientate. Sono compiti cruciali che lo Stato puntualmente ignora, lasciando che tutto questo vuoto educativo ricada unicamente sulle spalle di chi, intanto, subisce il ricatto del precariato. Una richiesta incomparabile, che non trova riconoscimento in nulla: né nello stipendio, che evapora prima del venti del mese, né nella dignità sociale.
L’esame si è svolto in questo preciso clima surreale: una transumanza di candidati chiamati a scaglioni in corridoi che erano una bolgia immobile, satura di un caldo che sapeva di sconfitta. Lì dentro, la commissione, sfinita quanto noi, procedeva a ritmo industriale. Pochi minuti a testa. Domande standardizzate per liquidare una pratica che non doveva valutare la nostra capacità di stare in classe o la nostra sensibilità educativa, ma solo ratificare un percorso già pagato. Eravamo numeri di matricola su un faldone. Eppure eravamo lì, ad aver pagato per essere esaminati, ancora, solo per ottenere un bollino d'accesso. Provate a camminare con me in quei corridoi, rallentate il passo e guardate le persone in fila. A far mancare l'aria non era solo l'afa, ma l'età media di quel limbo. Non c’erano ventenni freschi di laurea con i sogni intatti e l'ansia del primo voto. C’eravamo noi. La generazione di trenta e quarantenni – e non solo, purtroppo. Gente con la vita già incastrata nell'età adulta, intrappolata in un limbo amministrativo permanente. C’erano donne sedute sui gradini a calibrare i tempi dell’allattamento tra una chiamata e l’altra, padri che spingevano passeggini stringendo dispense stropicciate, colleghe visibilmente al termine della gravidanza.
Perché ora, anche a queste condizioni? Perché c’è la scadenza di giugno. Perché se non ottieni questo benedetto pezzo di carta entro la chiusura delle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze), tu scompari dal sistema per i prossimi due anni. Diventi invisibile. Il tuo affitto non viene pagato, le tue bollette scadono, la tua spesa non si fa. E qui si inserisce l’inganno più sottile, quello specificamente riservato alle donne. Viviamo in un Paese che ci bombarda con la retorica della natalità e della famiglia, che ci chiede di fare figli per salvare il futuro demografico, ma che contemporaneamente ci nega la stabilità finanziaria per mantenerli. La società scarica interamente il carico di cura sulle nostre spalle, e molte colleghe "ripiegano" sulla scuola proprio perché pensano sia l'unico lavoro conciliabile con la gestione di una famiglia. Ma la scuola si rivela una trappola mobile: un eterno precariato in cui devi destreggiarti tra i figli a casa e l'ansia di un punteggio che si compra con il denaro.
È l'economia del ricatto puro: "Se non lo compri tu, lo compra il collega accanto e ti supera in graduatoria". Mezzo punto vale almeno una mensilità di stipendio.

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