Dall'intervista di Alessandra Pagliaru - su Il manifesto
L'intervista Parla Fatima Ouassak, ecofemminista francese di origine marocchina. «La potenza delle madri» (Tangerin) racconta la lotta del «Front de mères», sindacato di genitori
Fatima Ouassak
Cofondatrice del Front de mères, sindacato di genitori degli alunni dei quartieri popolari
«Molte grandi lotte sociali – operaie, contadine e anticoloniali – sono state condotte da organizzazioni di madri. Quello che volevo dire è: la questione non è se le madri costituiscano o meno una forza politica. Il fatto è che hanno sempre costituito una forza politica, in tutto il mondo». Così si esprime Fatima Ouassak, a proposito del suo La potenza delle madri edito da Tangerin.
Quando ha capito che il senso di impotenza che tante madri provano di fronte alla scuola, alla polizia o alle disuguaglianze sociali potesse trasformarsi in una forza collettiva in grado di sostenere una lotta universale?
Va detto che, per due motivi, sono erede di culture in cui il ruolo sociale e politico delle madri è importante. Innanzitutto grazie alla mia cultura mediterranea e musulmana, in cui il ruolo delle madri è molto più riconosciuto e valorizzato che in Francia, ad esempio. Le ragioni di questa «valorizzazione» del ruolo delle madri sono complesse. Ovviamente, sono influenzate da rappresentazioni patriarcali. Ma non è solo questo. C’è anche un forte riconoscimento del «lavoro» di riproduzione, educazione e trasmissione, nonché di una «funzione» comunitaria. E questo è molto positivo. Nell’Islam si dice che «il paradiso è sotto i piedi delle madri». Per me questo simboleggia proprio tale riconoscimento.
In seguito, sono cresciuta in un quartiere popolare in Francia dove le madri svolgevano un ruolo molto importante, non solo a casa, nell’ambito dell’educazione, ma anche nella comunità e nella sfera pubblica: lì hanno svolto un ruolo di coesione – e di controllo, bisogna ammetterlo – sociale. Lo abbiamo visto chiaramente durante il confinamento dovuto alla pandemia di Covid nel 2020/2021: in Francia, nei quartieri popolari, sono state le madri a permetterci di organizzarci, di organizzare le nostre iniziative di solidarietà alimentare, per esempio, e di sopravvivere.
Devo aggiungere che ho compreso ancora di più il potenziale di potere delle madri quando ho avuto figli io stessa. Perché io stessa ho vissuto un’esperienza paradossale: provare un senso di potere nel «dare la vita» e, in un certo senso, nel «creare il mondo», e allo stesso tempo provare l’esatto contrario, ovvero la sensazione di essere vulnerabile, più debole, meno rispettata, il cui corpo può essere manipolato senza il mio consenso, ad esempio dai medici.
La sua esperienza a Bagnolet ha profondamente trasformato la sua concezione della politica. Nel suo libro, lei traccia una genealogia che collega il nostro presente a una storia molto più antica, radicata nel colonialismo e nelle migrazioni. Perché era importante, per lei, ricostruire questa memoria?
Volevo soprattutto mettere in relazione il rapporto che le istituzioni intrattengono oggi con i bambini non bianchi e musulmani con quello che le istituzioni coloniali intrattenevano nei confronti dei bambini non bianchi e musulmani nelle colonie, ma anche nella Francia metropolitana. Prendo l’esempio di Fatima Bedar, che fu gettata nella Senna a Parigi dalla polizia francese il 17 ottobre 1961, data buia della storia della Francia, quando la Repubblica francese uccise centinaia di algerini e algerine che manifestavano pacificamente per la libertà e l’uguaglianza. Tra le vittime, la giovane Fatima Bedar, di 15 anni. Nomino anche l’esempio della piccola Malika Yezid, di 8 anni, torturata dai gendarmi in Francia negli anni ’70 e morta a causa di quella tortura. In entrambi i casi, gli agenti di polizia hanno goduto dell’impunità. Queste due bambine non sono state considerate come bambine. Parlo di un processo di «de-infantilizzazione»: non trattare i bambini non bianchi come bambini, ma come una minaccia: questa bambina non è una bambina, è un’araba. Questo processo coloniale e razzista di «de-infantilizzazione» è ancora oggi valido in Francia e in Europa.
Lo stesso vale a Bagnolet, dove si costringono i bambini di 3 anni a mangiare carne alla mensa con il pretesto di garantire loro «la libertà di non essere musulmani», ovvero senza rispettare la loro libertà di coscienza e di culto, il loro diritto fondamentale a ricevere dai genitori la propria cultura e religione. Questo obbligo di mangiare carne alla mensa scolastica a Bagnolet, nella Francia di oggi, può sembrare aneddotico rispetto alla storia di Fatima Bedar e Malika Yezid. Ma per me si tratta di un continuum coloniale che si riscontra ovunque, in tutti gli ambiti sociali.
In che modo il «potere» di cui parla può essere concepito come una costruzione politica invece che come un destino biologico? E cosa si perde quando la maternità viene abbandonata alle retoriche della destra?
Quando il libro è uscito in Francia, nel 2020, mi sono trovata di fronte a questa questione: il rischio che la mia analisi venisse strumentalizzata dalle reti di estrema destra, in relazione al concetto di «tradwife». Ma questa preoccupazione all’interno della sinistra, alla lettura e all’accoglienza riservata al mio libro, è durata due minuti. Fin dalle prime pagine del libro, parlo dei movimenti dei genitori, delle madri in particolare, che nel 2012 si sono mobilitati a milioni contro «il matrimonio per tutti», che è stato definito «matrimonio gay». E proprio a questo proposito affermo: ecco i nostri nemici politici che strumentalizzano i propri figli, mettendoli in primo piano, in un contesto ideologico e politico di odio omofobo, di rifiuto, di ingiustizia e di disuguaglianza. È nostra responsabilità non lasciare che «le madri» diventino il soggetto politico dei reazionari, che siano la «madre cuscinetto» incaricata di riprodurre l’ordine sociale stabilito. Sì, è vero, le madri possono essere mobilitate come soggetto reazionario. In Francia come in Italia, è proprio questo che ci si aspetta da loro: placare la rabbia dei bambini, insegnare loro a «stare al proprio posto», ecc. Ma è proprio questo che propongo di combattere: fare delle «madri» un tema politico rivoluzionario, rifiutare il ruolo di «madri cuscinetto», rifiutare di essere quelle creature inoffensive che esistono «solo in casa» (in francese c’è questa espressione per riferirsi alle madri: «mère au foyer», come se le madri non esistessero più nel loro ruolo sociale e politico una volta varcata la soglia di casa…).
I bambini, le generazioni future, sono presenze che trasformano il nostro modo di concepire la crisi ecologica. Perché, secondo lei, la giustizia climatica e la giustizia sociale sono indissociabili?
In Europa, gli ambientalisti parlano spesso delle «generazioni future». Nei quartieri popolari non si dice «le generazioni future», si dice «i nostri bambini», «i nostri bambini, proprio ora, non nel 2090»; si parla delle loro condizioni materiali di vita oggi: cosa mangeranno oggi, è sano o è veleno, che aria respirano? È salubre? È inquinata? Pensare all’ecologia partendo dalle condizioni materiali di vita dei bambini significa radicare l’analisi delle conseguenze del cambiamento climatico nella terra e nelle condizioni materiali di vita: significa essere concreti.
Ci viene ripetuto che siamo «tutti sulla stessa barca», mentre in realtà sono proprio coloro che sono meno responsabili del cambiamento climatico (delle emissioni di gas serra) a pagare il prezzo più alto di questo fenomeno: salute, benessere, condizioni di lavoro, mortalità.
È urgente rifiutare questa favola della «stessa barca» e collegare la giustizia sociale alla giustizia climatica. Abbiamo bisogno di una rivoluzione comunista, decoloniale e internazionalista per affrontare l’emergenza climatica.
Per lei, il problema non è solo che alcuni bambini, in particolare quelli delle classi popolari, dispongano di minori opportunità, ma che il sistema riduca il campo dell’immaginabile. Cosa significa mantenere aperto quello che lei chiama il «campo del possibile»? E come, questo modo di pensare, può oggi ispirare le altre lotte?
Bisogna riflettere sulle conseguenze del cambiamento climatico partendo dai bambini, dalle loro condizioni materiali di vita. Ma bisogna anche immaginare le soluzioni e gli orizzonti emancipatori partendo dai bambini. Bisogna, ad esempio, pensare a «città a misura di bambino», città più vivibili, dove i bambini abbiano più spazio per giocare (spazio sottratto alle auto!), più sicurezza per muoversi in tranquillità (senza controlli di polizia basati sul «profilo razziale», è dimostrato in Francia che questi controlli di polizia sono razzisti; la mia analisi è che servano a costringere a rimanere nei quartieri i giovani non bianchi che vivono nei quartieri popolari), dove abbiano maggiore accesso a cibo sano e di qualità, ecc. Città in cui i bambini abbiano la possibilità di ritrovarsi nell’«agorà», perché credo fermamente nella loro capacità di agire. Anche i bambini sono un soggetto politico rivoluzionario. Noi adulti li priviamo di ogni potere, con il pretesto di «proteggerli». Ma non è vero: li proteggiamo ben poco, siamo noi i responsabili della maggior parte delle violenze che subiscono. Il minimo che possiamo fare è lasciare loro spazio affinché imparino a difendersi: delle agorà, appunto.

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