"Il cambiamento di un’epoca storica si può definire sempre dal
progresso femminile verso la libertà, perché qui, nel rapporto
della donna con l’uomo, del debole con il forte, appare nel
modo più evidente la vittoria della natura umana sulla
brutalità. Il grado dell’emancipazione femminile è la misura
naturale dell’emancipazione universale".
Marx, Engels, la Sacra famiglia
Pubblichiamo un capitolo del libro: "Le donne della rivoluzione bolscevica".
Per richiederlo: mfpr.naz@gmail.com o WA 3475301704
ll primo giorno della rivoluzione russa - l'8 marzo 1917 (23 febbraio nel vecchio calendario russa) - è stata la Giornata Internazionale delle Donne, un giorno importante nel calendario socialista.
A mezzogiorno c'erano decine di migliaia di donne principalmente riunite sulla Prospettiva Nevsky, il viale principale del centro della capitale russa, Pietrogrado, e le bandiere cominciarono ad apparire.
Gli slogan sugli striscioni erano patriottici, ma avanzavano anche richieste forti per il cambiamento: "Nutrire i figli dei difensori della patria”, "Sostenere le famiglie dei soldati, difensori della libertà e della pace del popolo".
La folla dei manifestanti era variegata. Il governatore della città, Balk, ha dichiarato che "c’erano più signore della società, più contadine e studentesse rispetto alle precedenti dimostrazioni".
La rivoluzione è stata avviata da donne, non da lavoratori maschi. Nel pomeriggio lo stato d'animo cominciò a cambiare mentre le lavoratrici tessili del lato di Vyborg della città uscivano in sciopero per protestare contro la carenza di pane. Alla fine del pomeriggio, 100.000 lavoratori erano usciti in sciopero convinti dall’appello delle operaie. Mentre i lavoratori cercavano di attraversare il ponte Liteiny, collegando il lato di Vyborg con il centro della città, la maggioranza era dispersa dalla polizia, ma diverse migliaia di persone attraversarono il fiume Neva (una cosa rischiosa a -5 ° C) e alcuni, in reazione agli scontri, cominciarono a saccheggiare i negozi sulla strada per il Nevsky. Il 24 febbraio fino a 150.000 lavoratori avevano preso le strade. Essi marciarono dalle aree industriali, attraversarono i ponti, occuparono il Nevksy, saccheggiarono i negozi, e rovesciarono i tram e le carrozze. A metà pomeriggio si unirono alle operaie anche studenti, negozianti, impiegati e
spettatori. Balk ha descritto la folla come "costituita dalla gente comune".
Il 24 febbraio Piazza Znamenskaya è diventata il centro dell'attenzione. L'enorme statua equestre di Alessandro III, simbolo di un'autocrazia immutabile, è stata conquistata da oratori rivoluzionari che hanno fatto i loro discorsi, chiedendo la caduta della monarchia.
Sempre più centrale era inoltre la propaganda nel giornale Rabotnitsa il cui comitato editoriale allora contava: la Krupskaja, Ines Armand, la Stahl, la Kollontaj, la Eliazarova, la Kudelli, la Samoilova, la Nokolajeva ed altre lavoratrici di Pietrogrado. Queste donne si dedicarono totalmente alla causa rivoluzionaria, organizzando incontri e assemblee contro la guerra: ogni fabbrica aveva il suo rappresentante nel comitato editoriale della rivista, che partecipava a incontri settimanali per discutere i rapporti dalle varie zone. La "Rabotnitsa" doveva fungere anche da strumento per sensibilizzare maggiormente le strutture politiche e sindacali ancora disorientate riguardo il lavoro fra le operaie. Nel marzo 1917 i bolscevichi crearono a Pietroburgo un ufficio per promuovere il lavoro di mobilitazione fra le donne, ma tale progetto rimase a lungo solo sulla carta. Grazie, però, alla loro ostinazione, le donne coinvolsero il corpo del partito nella convocazione di un congresso di operaie a Pietrogrado per discutere la strada migliore per coinvolgere e organizzare le donne nel movimento rivoluzionario. Lenin stesso in questo periodo scrisse diversi articoli sulla necessità di individuare nuove strategie e modelli organizzativi ad hoc per avvicinare le operaie al socialismo. Il congresso, che si tenne fra il 1917 e il 1918, fu inizialmente interrotto dalle giornate che segnarono la presa del potere da parte dei bolscevichi, processo nel quale si spesero anche molte proletarie e che comportò cambiamenti profondi nelle condizioni delle donne. La vittoria sul regime zarista permise alla nuova Russia sovietica la conquista di tutta una serie di diritti civili che mai il capitalismo avrebbe potuto garantire in quell’epoca. Il coinvolgimento, inoltre, delle operaie nella gestione diretta della produzione e dei servizi, tramite i soviet, apriva la porta alla effettiva emancipazione femminile.
In questo modo le "donne dell’Oriente" salutarono la rivoluzione nell’appello del 1921 delle partecipanti alla prima conferenza panrussa delle attiviste comuniste dell’Oriente alle operaie e contadine della Russia sovietica:
"Schiave nascevamo e schiave morivamo. Così trascorreva la vita di migliaia, di milioni di donne e pareva che quello dovesse essere il loro destino eterno, che non ci potesse mai essere una mano capace di spezzare le loro catene. Ma ecco che, nell’ottobre 1917, apparve una stella rossa, mai vista prima, e fu così che le operaie e le contadine si unirono alla Rivoluzione e che questa cambiò le loro vite. Da noi arrivò notizia di quegli avvenimenti tardi e in modo confuso, saltuario. Perché giungessero a noi, donne dell’Oriente, dovettero penetrare attraverso le mura, le inferriate e i nostri parandjà”.
“Per molto tempo noi non ci abbiamo creduto. I mullah ci minacciavano e ci spaventavano con i castighi celesti mentre i nostri mariti, padri e fratelli facevano di tutto perché non avessimo dei contatti con il mondo. Le compagne lavoratrici che sono venute da noi dalla Russia sovietica hanno conquistato la nostra fiducia e molte di noi hanno cominciato a rispondere ai loro appelli, a seguire il loro esempio, a insegnare alle altre a liberarsi dalla soggezione, a non vergognarsi più, a non avere paura…Noi crediamo nella vostra energia e sappiamo che in avvenire ci verrete sempre in aiuto per impedire che noi donne dell’Oriente possiamo essere ricacciate nell’antica schiavitù, chiuse dietro le inferriate, soffocate sotto i veli della sottomissione e della solitudine".

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