Abbiamo visto che con la nascita della proprietà privata e l'alienazione della donna dalla produzione sociale, si è perso il valore collettivo del ruolo economico della donna nella società. La direzione dell'amministrazione domestica, nella famiglia singola monogamica, ha perso il suo carattere pubblico, sociale, ed è diventato un servizio privato, escluso dal processo produttivo.
Nello stesso tempo il lavoro domestico, inteso appunto come lavoro riproduttivo, è essenziale per la società capitalista, e questo lavoro comporta un alto grado di fatica, di logoramento fisico e psichico.
Lenin parla proprio di una schiavitù domestica: "Le donne sono soffocate dal lavoro più meschino, più umiliante, più duro, più degradante, che le relega nell'ambito ristretto della casa e della famiglia. Un lavoro barbaramente improduttivo, monotono, snervante, che inebetisce e opprime, e non può, neanche in misura minima, contribuire allo sviluppo della donna."
Lo sviluppo della grande industria, con l'immissione di donne e di adolescenti nella produzione sociale, ha indubbiamente rotto, almeno in parte, l'isolamento e l'immobilità patriarcale precapitalistici che costringevano le donne proletarie nella cerchia ristretta dei rapporti familiari domestici. Ma, come osservava Lenin, in regime capitalistico la metà del genere umano subisce una duplice oppressione, l'oppressione del capitale e l'oppressione della casa, la “schiavitù domestica”, perché l'ineguaglianza giuridica permane anche nelle repubbliche borghesi più democratiche.
Questa condizione abbrutisce le donne e le fa arretrare. Di fronte all'arretratezza della donna, di fronte alla incomprensione della necessità della lotta di classe, degli ideali rivoluzionari, diminuisce anche la combattività dell'uomo, la sua tenacia nella lotta di classe. E' un circuito vizioso, difficile da arrestare, ma spezzarlo è necessario, non solo per l’emancipazione della donna, ma di tutto il proletariato.
Sull'uguaglianza giuridica, e quindi formale dei sessi, Lenin ha più volte attaccato l'ipocrisia della propaganda borghese, dimostrando, con l'evidenza dei fatti, con i risultati ottenuti con la rivoluzione bolscevica, che a parole la democrazia borghese promette l'uguaglianza e la libertà, ma di fatto, persino la repubblica borghese più avanzata, non ha dato alla metà del genere umano, ossia alle donne, la piena uguaglianza giuridica con l'uomo, né l’ha liberata dalla tutela e dall'oppressione dell'uomo.
Scriveva Lenin: "la democrazia borghese è una democrazia fatta di frasi pompose, di espressioni altisonanti, di promesse magniloquenti, di belle parole d'ordine, di libertà e di uguaglianza, ma tutto ciò, nei fatti, dissimula la mancanza di libertà e di uguaglianza per i lavoratori e gli sfruttati. Il diritto al divorzio, come tutti i diritti democratici senza eccezione, può essere attuato in regime capitalistico difficilmente, in modo convenzionale, limitato, angusto e formale. Tutta la democrazia consiste nella proclamazione di diritti realizzati assai poco e assai convenzionalmente sotto il capitalismo. Ma il socialismo è inconcepibile senza questa proclamazione, senza la lotta per realizzare questi diritti immediatamente, senza l'educazione delle masse nello spirito di questa lotta."
La democrazia borghese - continuando a citare Lenin - non distrugge l'oppressione, ma rende solo più pura, più ampia più aperta e più energica la lotta di classe.
Quanto più democratica è la struttura statale, tanto più risulta chiaro che la radice del male è il capitalismo, non la mancanza di diritti. Quanto più completa è la libertà e l'uguaglianza giuridica dei sessi, tanto più chiaro risulta per la donna che la fonte della sua schiavitù domestica va ricercata nel capitalismo e non già nella mancanza di diritti.
Il capitalismo unisce all'uguaglianza puramente formale, l'ineguaglianza economica e quindi sociale. E' questa una delle sue caratteristiche fondamentali, ipocritamente dissimulata dai sostenitori della borghesia.
E' stato detto che l'indice più importante del progresso di un popolo è lo stato giuridico della donna. C'è in questa formula, scriveva Lenin, una parte di profonda verità: da questo punto di vista soltanto la dittatura del proletariato, soltanto lo Stato socialista potevano raggiungere, e hanno raggiunto, il grado più avanzato di progresso.
Soltanto con l'abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione, quindi soltanto in uno stato socialista, è possibile trasferire alla società le funzioni educative ed economiche del nucleo familiare.
Questo per la donna significa liberazione dalla vecchia fatica massacrante della casa e dallo stato di soggezione all'uomo, permettendole di sviluppare appieno il suo ingegno e le sue inclinazioni, e permette all'infanzia di crescere libera dal giogo familiare.
La socializzazione del lavoro di cura, del lavoro riproduttivo, sarà un compito che spetterà principalmente alle donne, alle proletarie attuare.
Dall'esperienza della rivoluzione bolscevica, dopo la parità sul piano giuridico, sono cominciati a sorgere istituti di maternità, asili nido, mense, lavanderie, case per le donne e per i bambini ecc..
Ogni istituzione utile alla collettivizzazione di questo lavoro di cura è un germoglio da cui può crescere una nuova società.
Volevo finire con questo pezzo di Lenin:
"Il movimento operaio femminile si pone come compito principale la lotta per conquistare alla donna l'eguaglianza economica e sociale, e non soltanto quella formale. Far partecipare la donna al lavoro sociale, produttivo, strapparla alla «schiavitù domestica», liberarla dal peso degradante e umiliante, eterno ed esclusivo della cucina e della camera dei bambini: ecco qual è il compito principale. Sarà una lotta lunga perché esige la trasformazione radicale della tecnica sociale e dei costumi. Ma essa si concluderà con la completa vittoria del comunismo."

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