21/06/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Concludiamo con Silvia Federici questo ciclo su "Produzione e riproduzione"

RICORDIAMO CHE LA FORMAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE RIPRENDERA' A SETTEMBRE


....Tra le teoriche che hanno influenzato e continuano ad influenzare il pensiero femminista occidentale e in particolare in Italia nel movimento “Non una di meno”, prendiamo a riferimento Silvia Federici (femminista accademica, insegna filosofia politica all’Hofstra college di Long Island, NY).

 

In queste note, ancora grezze, vogliamo affrontare alcune posizioni generali della Federici...

 

Nella presentazione del libro “Genere e Capitale – Per una lettura femminista di Marx” viene scritto (non smentito assolutamente dalla stessa autrice): “...Federici ci spinge a un superamento del marxismo e a cercare nel femminismo contemporaneo gli strumenti per l’emancipazione di tutte e di tutti”. 

 

Per la Federici, infatti, Marx da un lato non avrebbe voluto considerare la condizione delle donne o ne avrebbe fatto analisi limitate e carenti, dall’altro avrebbe dato una rappresentazione positiva del capitale e della grande industria.

 

Questo è un uso volutamente distorto di Marx. 

Primo, Marx ha analizzato con il metodo storico materialista dialettico – unico scientifico - il modo di produzione capitalista, l’ha “spezzettato” parte per parte, dalle origini al suo sviluppo/crisi. In questo è stato come un medico che fa l’autopsia di un corpo umano. Marx analizza la storia, il modo di produzione capitalista, come uno scienziato analizza per esempio l’azione degli animali sulla natura. Il suo scopo non è di dare un giudizio morale, ma ha il problema/compito di consegnare al proletariato la scienza/conoscenza.

Secondo, detto questo, nessuno più di Marx ha fatto una descrizione così cruda del capitale, della sua azione di distruzione di uomini, ambiente, forze produttive – su questo un enorme lavoro lo aveva fatto Engels con l’insuperabile testo “La condizione della classe operaia in Inghilterra”, ripreso da Marx ne Il Capitale. Tantissime pagine del Capitale grondano di sangue e distruzione. “Il capitale – scrive Marx – è lavoro morto che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia”.

La stessa Federici ad un certo punto nel libro “Genere e capitale” deve ammettere che “pochi studiosi hanno descritto con tanta passione ed efficacia la brutalità del lavoro capitalista…”, MA… Marx si sarebbe limitato ad osservare che l’impiego delle donne e dei bambini “serviva solo a falcidiare i salari operai”; e anche quando Marx descrive la generale condizione brutale delle donne, per la Federici lo avrebbe fatto con commenti di “stampo moralista sul degrado delle donne impiegate nel lavoro industriale” - lì dove invece c’è una denuncia schiacciante generale e un’analisi scientifica di ogni aspetto terribile della condizione delle donne in fabbrica e fuori, nelle case, senza nessun moralismo. Ma per la Federici se Marx (ed Engels) scrive che l’eccesso di lavoro e fatica per le donne producono un “innaturale estraniamento tra le operaie e i loro figli”, non significa che vuol denunciare la violenza immane che veniva perpetrata non solo sui corpi, ma sulle menti, sullo spirito delle donne, togliendo loro ogni vitalità, ma vorrebbe dire che Marx fa “appello ad un’immagine di maternità in sintonia con una concezione naturalizzante dei ruoli di genere”. 

Ora da un lato è imbarazzante leggere queste “chiacchiere da bar” dette da una intellettuale, dall’altro è evidente il malevolo pregiudizio della Federici che stravolge anche le cose più chiare per affermare che “Marx condivideva con gli economisti borghesi un profondo pregiudizio patriarcale”.

 

Nello stesso tempo Marx ed Engels vedevano nella grande industria la condizione dello sviluppo della classe operaia e della sua unità e forza di lotta, unica forza che può rovesciare il sistema del capitale e costruire un sistema socialista, verso il comunismo, in cui si realizzerà il rapporto dialettico e proficuo tra uomo e natura, non di “dominio” (dell’uomo sulla natura) ma di trasformazione al servizio dell’umanità. [1]

 

Questi sono fatti inoppugnabili, ed è una oscenità scrivere come fa la Silvia Federici che dice invece che Marx avrebbe fatto un'analisi limitata, quasi “compiacente” del capitalismo, omettendo di descrivere la sua funzione distruttiva. 

La Federici scrive che Marx avrebbe “sottovalutato la distruzione ambientale prodotta dall’industria”. Totalmente falso!, “specialmente – continua la Federici - con l’espansione della chimica e della produzione digitale” – evidentemente la Federici ha preso Marx per un profeta che doveva già prevedere i danni della plastica o dell’informatica, benchè proprio nell’analisi del capitale sono spiegate le “leggi” delle distruzioni future.

Ed è una vera stupidaggine quanto la Federici scrive subito dopo: “la certezza con cui egli (Marx) guarda al futuro in cui l’umanità potrà dominare la natura grazie all’industria su larga scala e plasmarla per il bene comune, oggi non può che apparire cieca e arrogante”. 

Marx mai ha scritto che l’industria capitalista così com’è nel futuro opererà per il “bene comune”, ma l’industria nelle mani della classe operaia al potere che rovescia le leggi del capitale. 

Parlare di “industria” senza aggiungere “modo di produzione capitalista”, o è appunto una emerita stupidaggine o, peggio (come noi in realtà pensiamo), un voluto imbroglio ad usum della propria tesi, che non ha niente di differente dalle tesi di quegli gli ambientalisti che dicono che nociva è la fabbrica in sé non il capitale. 

 

In Marx non c’è un “culto della tecnologia e dell’industria”, come scrive la Federici, ma – ripetiamo - un’analisi scientifica, storico materialistico sia della funzione oggettivamente progressiva che il capitalismo ha rispetto al feudalesimo e alla economia artigiana, sia del fatto che esso, per il profitto, sviluppando al massimo la contraddizione, irrisolvibile dallo stesso capitale e dal suo sistema, tra forze produttive e rapporti di produzione, crea le condizioni per passare dalla preistoria alla storia, perchè crea la classe, il proletariato, che porterà alla fine dell'ultima classe di oppressori, la borghesia, e verso il superamento di tutte le classi.

Chiaramente la borghesia ha distrutto precedenti relazioni, saperi individuali, rapporti tra le persone (come ben descrivono Marx ed Engels nel “Manifesto del Partito comunista”), ma esaltare, come in alcuni passaggi del libro fa la Federici, il bel tempo antico come più “umano” è un tentativo antistorico di portare indietro la ruota della storia; è l'utopia dei piccolo borghesi. E' non vedere il comunismo come sviluppo dell'umanità, in cui l'uomo liberato dalle catene fisiche e ideologiche, diventa l'uomo completo (al mattino cacciatore, la sera critico critico...) in grado di affrontare e risolvere i grandi problemi creati dal capitalismo/imperialismo che affliggono l'umanità.

 

Silvia Federici nel cap. 4 "Note su genere e razza nell'opera di Marx" del libro Genere e capitale" afferma che per Marx il tema della discriminazione razziale e sessuale è quasi completamente assente, e sulla discriminazione razziale dice che “non compare come elemento strutturale dell'organizzazione del lavoro capitalistica nel voluminoso corpus degli scritti marxiani".

Primo, sono il razzismo, il sessismo che non si possono spiegare senza un'analisi marxista.

Secondo, la discriminazione razziale non è un elemento strutturale dell'organizzazione del lavoro capitalistica.

La Federici confonde schiavitù con razza. La Federici non può non sapere che i mercanti di schiavi andarono in Africa a razziare braccia da portare in America, non perché pensassero che i negri erano una razza inferiore, ma perché l'Africa era un luogo conveniente per catturare persone da portare in America a produrre ricchezza per i latifondisti. L'ideologia della razza inferiore serviva a giustificare la tratta e la schiavitù.

La Federici non può altrettanto non sapere che lo sfruttamento dei migranti ai limiti della schiavitù di oggi non deriva dal loro essere africani o asiatici, ma proprio dalla loro qualità di migranti.

I migranti, italiani, irlandesi, marocchini, bengalesi ecc... hanno costituito un bel bacino di forza lavoro più ricattabile e più sfruttabile degli autoctoni, utile a diminuire la paga a tutti i lavoratori e ad aumentare i profitti dei padroni.

L'ideologia razziale e razzista che esiste eccome fomentata e aizzata dalla destra/fascisti e che influenza anche settori delle masse, non deve far mascherare il rapporto di classe. Al capitalista alla fine non importa niente se chi sta sfruttando è bianco o nero, importa che, siccome è nero, è più sfruttabile perché lo Stato con le sue istituzioni e le sue leggi ha contribuito a renderlo tale.

 

La Federici continua addebitando alla divisione del lavoro basata su sessismo e razzismo la “capacità da parte dei governi e del capitale di mobilitare settori del proletariato come strumenti di una politica razzista e per la repressione delle lotte sociali” che ha permesso al capitalismo di “riprodursi fino ai giorni nostri e questo nonostante per Marx l’estensione globale dei rapporti capitalisti sia l’elemento unificante del proletariato mondiale”. 

Tutto questo senza spiegarlo sulla base dell’analisi dell’imperialismo, l’azione dell’imperialismo diventa una politica, un’operazione ideologica, per cui sono le concezioni razziste e sessiste che creerebbero la divisione/contraddizione tra proletariato dei paesi imperialisti e proletari e popoli oppressi, e non l’azione di espansione/di deprivazione/guerrafondaia dell’imperialismo, come fase suprema del capitalismo, di cui Marx ha analizzato le leggi fondamentali e Lenin, sulla base del marxismo, le ha sviluppate e applicate; azione che ha come portato ideologico, culturale il razzismo, che sicuramente, ripetiamo, influenza anche settori del proletariato.

Invece di spiegare tutto questo, la Federici rovescia la realtà, parte dalle idee e non dal sistema sociale che produce quelle idee. E trae la conclusione che il marxismo è una “teoria e politica eurocentrica”…! E a sua dimostrazione che fa? Va a prendere i lavoratori precari di oggi che si “riproducono con lavori informali” e che, evidentemente, il marxismo non avrebbe considerato – Che c’azzecca?

E’ solo frutto di “pregiudizio” voler trarre da Marx, dal Capitale una posizione, giudizio su razzismo, sessismo. Engels dice che lo schiavismo è stato fattore di progresso delle forze produttive, ma sarebbe assurdo trarre da questo la valutazione che Engels era a favore dello schiavismo.

Le più capaci intellettuali diventano cieche e banali quando si allontanano dal marxismo.

 

Ma evidentemente la contrapposizione principale col marxismo la Federici la pone sulla questione del lavoro domestico e la battaglia – portata avanti da varie aree del movimento femminista soprattutto nella metà degli anni ‘70 – sul “salario per il lavoro domestico”. 

Qui, certamente, non vogliamo negare il valore sociale del lavoro domestico, il suo, come abbiamo detto prima, valore d’uso essenziale per la riproduzione della forza-lavoro necessaria al capitale; né vogliamo negare il contributo importante dato dalla Federici nella denuncia ricca e particolareggiata di questo lavoro che comporta un alto grado di fatica, di logoramento fisico e psichico, imposto sia con la subordinazione esplicita della donna da parte dell’uomo, sia con le catene “indorate” dell’amore, dell’esaltazione del ruolo di moglie/madre, tale da far introiettare alle stesse donne il “valore” del loro ruolo nella famiglia come bello e positivo. 

Ma è sbagliato affermare che il marxismo avrebbe affrontato la questione delle donne solo in relazione al sistema economico.

Lenin già molto tempo prima aveva detto parole inequivocabili, definitive sulla schiavitù del lavoro domestico, considerato un grande spreco di energie fisiche e mentali: “Le donne sono soffocate dal lavoro più meschino, più umiliante, più duro, più degradante, che le relega nell’ambito ristretto della casa, della famiglia. Un lavoro barbaramente improduttivo, monotono, snervante, che inebetisce e opprime, e non può, neanche in misura minima, contribuire allo sviluppo della donna”.

 

Vogliamo qui contestare due cose:

- che il lavoro domestico sia produttivo per il capitale, “il pilastro dell’organizzazione del lavoro capitalista” – anche su questo per non essere ripetitive rimandiamo all’opuscolo “Produzione e Riproduzione”; in questo testo vogliamo affrontare questo argomento in critica alle posizioni della Federici; 

- che, quindi, centrale è la lotta contro il lavoro domestico per mettere in crisi il capitale e che il potere delle donne comincia con la lotta per il salario. 

 

Tornando alla prima questione,  

Marx scrive:”Poichè il fine immediato e lo specifico prodotto della produzione capitalista è il plusvalore, in essa è produttivo soltanto quel lavoro che produce direttamente plusvalore; quindi, soltanto il lavoro consumato direttamente nel processo di produzione per valorizzare il capitale”. - E allora Marx sarebbe maschilista perchè spiega che il lavoro domestico per il capitale non produce plusvalore, non ha valore di scambio ma solo valore d’uso?

Continua Marx: “Questo fatto, che cioè con lo sviluppo della produzione capitalistica tutti i servizi si trasformino in lavoro salariato e tutti coloro che li eseguono in lavoratori salariati, avendo questo carattere in comune col lavoratore produttivo, induce a confondere i due termini tanto più in quanto è un fenomeno che caratterizza la produzione capitalistica e ne è generato, mentre permette ai suoi apologeti di presentare il lavoro produttivo, perchè salariato, come un operaio che si limita a scambiare i suoi servizi (il suo lavoro come valore d’uso) contro denaro, sorvolando bellamente sulla differentia specifica e di tale “lavoratore produttivo” e della produzione capitalistica come produzione di plusvalore, come processo di autovalorizzazione del capitale, di cui il lavoro vivo non è che l’agente e in cui è incorporato. Un soldato è un salariato, e infatti riceve un “soldo”, ma non per questo è un lavoratore produttivo!”.

Il lavoratore improduttivo produce per lui (per il compratore) un semplice valore d’uso, non una merce...”; “in sé e per sé... questa distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo non ha niente a che fare né con la particolare specialità del lavoro né col particolare valore d’uso in cui questa specialità si incorpora”. 

 

Marx non sta parlando in termini astratti di ciò che è produttivo o improduttivo ma si riferisce ad una determinata società, quella capitalista, che i comunisti vogliono rovesciare perchè ciò che è produttivo o improduttivo non sia più ciò che da o non da profitto al capitale ma ciò che serve alla società. 

 

In questo sistema sociale il lavoro domestico che serve a riprodurre/conservare/rinnovare le forze-lavoro per il capitale ha un enorme valore d’uso ma senza valore (come dice Carla Filosa). 

Questa è la risposta alla domanda che la Federici rivolge alla “sinistra”: “Perchè mai il capitale permetterebbe la sopravvivenza di tanto lavoro che non genera profitto”. Perchè ha un valore d’uso, riproduce la forza-lavoro, ma il sangue che tiene vivo il “vampiro” capitale è il profitto che viene prodotto dal mettere al lavoro quella forza-lavoro. 

 

D’altra parte – nella “legge” del rapporto tra capitale e lavoro salariato - il capitale paga col salario operaio il lavoro per riproduzione della forza-lavoro. Poichè, scrive Marx: "Il valore della forza-lavoro è determinato dal tempo di lavoro necessario non soltanto per mantenere l'operaio adulto individuale, ma anche da quello necessario per il mantenimento della famiglia dell'operaio.". 

Il salario dell'operaio è già il prezzo che il proprietario dei mezzi di produzione paga al proprietario della forza lavoro per la sua riproduzione, se un capitalista pagasse la moglie dell'operaio per la riproduzione, poi non farebbe altro che diminuire la paga dell'operaio. Il salario, per il capitalista, include, pertanto, il lavoro in casa della donna per far mangiare, vestire, curare, ecc. la forza-lavoro, nonché per riprodurre le forze di ricambio, i figli dei lavoratori. 

E’ falso infine quanto scrive la Federici: “In nessun passaggio del Capitale, Marx riconosce che la riproduzione della forza-lavoro richiede specifiche attività domestiche, generalmente svolte dalle donne e non remunerate – per preparare il cibo, lavare i vestiti, allevare i figli”.

 

Per quanto detto prima, il “salario al lavoro domestico” non va ad intaccare il rapporto di capitale. 

Il lavoro domestico, ribadiamo, pur avendo una grande importanza sociale, non ha valore per il capitale, nel senso che il capitale non lo considera lavoro; quindi è un pio desiderio cercare di farselo riconoscere dal capitalista.

Le denunce, i lamenti su questo non cambiano la sostanza se non si rovescia il modo di produzione capitalista, e si pongono nella società socialista le condizioni per rivoluzionare tutti i rapporti, a partire da quelli uomo-donna. 

Non è ciò che “facciamo nelle nostre cucine o camere da letto” che può portare ad un “cambiamento sociale” o ad abbattere il capitale, e addirittura, come scrive la Federici “potevamo lottare autonomamente, partendo dal lavoro in casa, quale centro nevralgico della produzione della forza-lavoro. E la nostra lotta di classe doveva spesso cominciare dalle nostre case”. [2]

 

La Federici nel ‘74 in uno scritto “Salario contro il lavoro domestico” scrive:
L’operaio salariato quanto lotta per ottenere un aumento di salario sfida il suo ruolo sociale ma rimane al suo interno. Quando noi lottiamo per il salario lottiamo senza alcun dubbio direttamente contro il nostro ruolo sociale… quando lottiamo per il salario non è per entrare nei rapporti di produzione capitalistici perchè noi non ne siamo mai state fuori. Noi lottiamo invece per distruggere i piani del capitale sulle donne che è un momento essenziale della divisione pianificata del lavoro e del potere sociale all’interno della classe operaia, divisione attraverso la quale il capitale ha potuto mantenere il proprio potere. Il salario al lavoro domestico è quindi una richiesta rivoluzionaria non perché di per sé stessa distrugge il capitale, ma perché attacca il capitale e lo costringe a ristrutturare i rapporti sociali in termini più favorevoli a noi e, conseguentemente, più favorevoli all’unità di classe”.

 

Ma su questo vogliamo riprendere l’analisi critica fatta da Anuradha Ghandy – dirigente del Partito comunista dell’India Maoista nel suo scritto “Tendenze filosofiche nel Movimento Femminista”: 

“Le femministe marxiste come Mariarosa Dalla Costa e altre femministe in Italia (ma si potrebbe far riferimento anche alla Silvia Federici – ndr) hanno fatto un’analisi teorica delle faccende domestiche sotto il capitalismo. Dalla Costa ha argomentato in dettaglio che attraverso il lavoro domestico le donne riproducono il lavoratore, una merce. Quindi secondo loro è sbagliato considerare che solo i valori d’uso vengono creati attraverso il lavoro domestico. Anche il lavoro domestico produce valori di scambio: la forza lavoro. Quando la richiesta di stipendi per le faccende domestiche cresce Dalla Costa la spiega come una mossa tattica per fare in modo che la società realizzasse il valore delle faccende domestiche, perchè queste creano plusvalore.

Queste analisi, il dibattito che creava portò – dice la Anuradha Ghandy- ad una “maggiore consapevolezza di come le faccende domestiche servano al capitale”.

Ma senza che le donne abbiano “il controllo sui mezzi di produzione e sui mezzi per produrre necessità e ricchezza, come può mai finire la subordinazione delle donne? Questa non è solo una questione economica, ma anche una questione di potere, una questione politica”. 

 

Quindi, la richiesta di “salario al lavoro domestico” non può essere presentata come “richiesta rivoluzionaria” - e la stessa Federici poi la ridimensiona – e né attacca “i piani del capitale sulle donne” per imporre “il suo potere sociale all’interno della classe operaia”, dato che il capitale lo impone con lo sfruttamento della forza lavoro nel processo di produzione, con la mannaia dei licenziamenti, ma anche col dare briciole a ristretti settori, dividendo i lavoratori, col fare dei sindacati organi di freno delle spinte di lotta dei lavoratori, attraverso l’azione ideologica/repressiva dello Stato, ecc.; e, nella società, non lo costringe a “ristrutturare i rapporti sociali” dato che lì dove e quando venisse, anche parzialmente, accettata questa richiesta del salario al lavoro domestico, di essa si caricherebbe il governo (e da dove prenderebbe i soldi è facile immaginarlo), non il capitale di per sè.

Il sistema capitalista, il suo Stato, i suoi governi possono anche arrivare a scaricare le donne di una parte del lavoro domestico, come in alcuni paesi del nord Europa, ma ciò non inficia per niente la questione di ciò che è produttivo e ciò che è improduttivo per il capitale, ne tantomeno vengono distrutti “i piani del capitale sulle donne”. 

 

Così è falso che con il salario al lavoro domestico verrebbe meno la “nostra dipendenza dall’uomo proprio in quanto non salariate”; anzi, attenzione, potrebbe essere il contrario per l’uomo, della serie: siccome tu donna ora sei pagata per il tuo lavoro domestico, devi farlo per forza e bene, senza  nessuna pretesa di divisione del lavoro in casa tra donna e uomo, o di rivendicazioni per un impegno maggiore del lavoratore rispetto ai figli.

Contro la divisione del lavoro operata dal capitale e per realizzare rapporti “più favorevoli all’unità di classe” incide molto di più la lotta delle donne all’interno dei luoghi di lavoro contro le discriminazioni salariali, discriminazioni/divisione sulle condizioni di lavoro, contro l’attacco ai diritti delle lavoratrici come donne, contro il maschilismo dei lavoratori.

 

D’altra parte la Federici sembra non accorgersi (?) che stravolgendo Marx toglie ogni prospettiva di una società in cui il lavoro domestico individuale, scaricato sulla donna, possa essere invece un lavoro socializzato in larga parte industrializzato (sappiamo che questa parola “industrializzato” fa rizzare i capelli alla Federici, ma non c’è altra strada se si vogliono realmente socializzare alcune attività oggi assurdamente private – Engels: "...La liberazione della donna diventa possibile solo quando ad essa sia permesso di partecipare, su larga scala sociale alla produzione, e l'impegno del suo lavoro domestico sia ridotto ad una quantità irrilevante. Tutto ciò è divenuto possibile solamente con la grande industria moderna, che non solo rende possibile il lavoro della donna su larga scala, ma lo esige formalmente, ed ha la tendenza a trasformare in misura sempre crescente lo stesso lavoro domestico privato in una industria pubblica."). 

Per criticare Marx circa il “ruolo emancipatorio dell’industrializzazione” la Federici scrive infatti: “Marx sembra dimenticare che la maggior parte del lavoro che si compie anche nei paesi più tecnologicamente avanzati è irriducibile alla meccanizzazione” – per cui – “l’industrializzazione del lavoro di riproduzione domestico appare sempre più un obiettivo irraggiungibile e indesiderabile”. Abbandonate quindi ogni speranza o voi donne che lottate...

 

La Federici nel voler dare un valore rivoluzionario della lotta per il “salario al lavoro domestico” sparge illusioni nel movimento femminista ma col risultato di una strategia riformista.  

E questo non si aggira solo dando valore addirittura di lotta per il potere delle donne – ma qui la Federici estende il discorso anche alla lotta degli operai - contro il rapporto capitalistico che il salario esprime. La lotta generale per il salario è una lotta che sempre gli operai hanno fatto e faranno, ma è interna al modo di produzione capitalista, nello scontro tra il capitale che vuole ridurre fino al minimo possibile il pagamento della forza-lavoro degli operai, il salario appunto, e gli operai che vogliono impedire questa riduzione e/o avere aumenti salariali. La Federici può girarla come vuole, ma le parole non cambiano il fatto che questa è una lotta economica per strappare migliori condizioni; e che si pone la necessità della lotta politica della classe contro il lavoro salariato, per abolire, abolendo il modo di produzione capitalista, il lavoro salariato.

 

Ma la Federici ha in odio tutto ciò che appartiene al percorso storico del proletariato, alle sue rivoluzioni; per cui anche quando con la Rivoluzione d’ottobre nell’Unione sovietica, o con la rivoluzione cinese, nella Repubblica popolare in Cina, il potere socialista comincia a socializzare il lavoro domestico e a liberare le donne da questa schiavitù, a porre le condizioni perché le donne fossero protagoniste in tutti i luoghi della società, nella produzione, alla Federici non sta bene e scrive sdegnata che “l’ottica in cui si ponevano i pianificatori socialisti era quella di una “società di produttori” dove ogni cosa sarebbe stata funzionale alla produzione”, quindi “la socializzazione del lavoro domestico può essere solo una maggiore irregimentazione delle nostre vite – come l’esempio di scuole, ospedali, caserme, ecc. continuamente insegna”. Allora anche nella società socialista con il potere nelle proprie mani le donne devono continuare a fare lavoro domestico individuale, sia pur pagato?

 

Come abbiamo scritto prima, il risultato delle posizioni della Federici non portano ad una necessità della rivoluzione per una nuova società, socialista, verso il comunismo, ma portano… al riformismo. Tutta la socializzazione diventa la realizzazione dei commons (beni comuni)(alternativi al comunismo – e non a caso l’ultimo capitolo del libro ‘Genere e capitale’ lo intitola “Dal comunismo ai commons: una prospettiva femminista”). 

Riportiamo, per concludere, alcuni pezzi “egregi”: “La cooperazione sociale e lo sviluppo della conoscenza, che Marx attribuisce al lavoro industriale, possono essere realizzati solo attraverso attività in comune – giardini urbani, banche del tempo, progetti open-source (progetti accessibili pubblicamente - ndr) – che sono auto-organizzati e richiedono ma anche producono comunità…”. E tutto qui? Tutta la prospettiva della liberazione delle donne si ridurrebbe a “giardini urbani, banca del tempo…”, che, tra l’altro vengono realizzati anche in questo sistema?

Ma per la Federici “la politica dei commons traduce in parte la concezione di Marx del comunismo, come abolizione dello stato di cose presente”. E non contenta di affermare emerite stupidaggini aggiunge: “Si può sostenere che con lo sviluppo del commons online e la crescita dei movimenti per il free-software, ci stiamo avvicinando a quell’universalizzazione delle capacità umane che Marx prevedeva come risultato dello sviluppo delle forze produttive” – per aggiungere per fortuna dopo “Ma tra la politica dei commons e il comunismo ci sono differenze sostanziali…”. 

Sì, decisamente! Marx, se non fosse quell’ironico che anche era, si starebbe rivoltando nella tomba.

Ma questi discorsi non li fa anche Bill Gates, mentre incassa miliardi e di miliardi?

Cambiamo il mondo senza prendere il potere” scrive la Federici, riprendendo uno scritto di John Holloway; ‘mettiamo così in crisi lo Stato’ (e non rovesciamo lo Stato borghese), e quando la Federici parla di Stato il suo bersaglio é soprattutto lo Stato proletario, la dittatura del proletariato che “sarebbe una svolta disastrosa. Invece di creare un nuovo mondo rinunceremmo a quel processo di auto-trasformazione senza il quale una nuova società non è possibile…”. Ù

 

Quindi, care donne, niente rivoluzione, niente nuova società in cui il potere sia nelle mani dei proletari e proletarie, delle masse popolari, niente rivoluzione nella rivoluzione per trasformare la terra e il cielo, accontentatevi di free-software. Se poi questa politica dei commons la fa, in questo stesso sistema sociale, una parte della borghesia – ma quella di “sinistra”, illuminata! - accontentatevi, siete voi che non capite che questa è “liberazione delle donne”. 

 

*****

 

[1] Ma il problema è che alla Federici non piace proprio la classe operaia e il suo ruolo nella preistoria/storia, e critica la “sinistra” – facendo anche un unico calderone “stalinisti, trotzkisti, anarco-libertari, vecchia e nuova sinistra” - per aver privilegiato questa classe operaia di fabbrica rispetto ad altri settori lavorativi “riproducendo – scrive nel libro “Genere e classe - ”le stesse divisioni di classe che caratterizzano la divisione capitalista del lavoro”. E accusa questa “sinistra” di “voler portare le donne in fabbrica e le fabbriche nel terzo mondo”, quindi di lottare non contro il capitale ma “per il capitale, per uno sfruttamento più razionalizzato e più produttivo”, facendo una contrapposizione tra “l’operaio metalmeccanico di Detroit” che lotta contro “la catena di montaggio” e donne e contadini del Terzo mondo che la “sinistra” vuole che lottino per avere quel lavoro in fabbrica.  

Queste affermazioni sono ancora una volta imbarazzanti e da “chiacchiere da bar”. La Federici vuole lasciare le donne in casa – sia pur pagate per il loro lavoro domestico - e le masse dei paesi del terzo mondo a rimanere in rapporti di lavoro feudali; lì dove invece le donne lottano in ogni città, paese per poter lavorare all’esterno delle case e contro le discriminazioni  lavorative, salariali, di condizioni di lavoro, ecc., e le masse dei paesi del terzo mondo lottano contro la povertà, i gioghi di oppressione feudali; e lì dove operaio di Detroit, donna, contadino del Terzo mondo sono uniti nella lotta contro lo sfruttamento e ipersfruttamento del capitalismo, dell’imperialismo.
La Federici parla delle donne ma sembra che non conosca affatto le donne, le loro lotte per il lavoro; per questo non può capire che nella determinazione delle donne in queste lotte c’è un carico ideologico, perché  per esse il lavoro fuori casa significa, questo sì, indipendenza economica, liberarsi oggettivamente almeno di una parte del lavoro domestico, come della loro fissazione a farlo bene; ma significa anche socializzazione, unità con le altre donne, significa uscire dalle case. Significa lottare! Anche la Federici deve notare riprendendo Hewitt – benchè  per attenuare la realtà scriva che questo accadeva “finché non sono esplose le lotte per il welfare e il movimento femminista” – che “nel nord dell’Inghilterra molte donne andavano al lavoro anche quando non ne avevano bisogno, perché preferivano “la fabbrica piena di gente alla casa tranquilla e odiavano la solitudine dei lavori domestici”. Certo in questa società borghese questo vuol dire doppio lavoro, doppio sfruttamento per le donne, tale che a volte le costringe a rinunciare al lavoro fuori casa, ma provasse la Federici a chiedere a quelle donne se vogliono rinunciare al lavoro esterno o se invece non vorrebbero liberarsi del lavoro domestico. Ed è solo la media borghesia, che il lavoro “buono” ce l’ha e se lo tiene ben stretto, che in maniera stupidamente sprezzante può dire a queste donne che: “Lottare per il lavoro è già una sconfitta”.


[2]. Quello che manca in questa critica a Marx è proprio il perno della dottrina marxista, il rapporto di classe, (dentro cui si colloca il rapporto di genere) che Federici non nomina e nasconde dietro espressioni quali "il rapporto salariale" che, secondo lei, comprende un universo di relazioni non salariali. La critica a Marx oscura la lotta di classe, che è l'ambito in cui la lotta di genere acquista significato per un radicale rivolgimento della vita a 360 gradi.


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