Paula Jesus
Mondiali di Calcio Discriminazioni e riqualificazione urbana, parlano le attiviste della Brigata Callejera.
Le cifre promesse dagli organizzatori parlano di turismo, investimenti e indotto. Ma nei quartieri delle città messicane, il conto lo pagano prima di tutto i corpi più esposti. Come quelli delle lavoratrici sessuali: trasporti interrotti, affitti raddoppiati, hotel inaccessibili, angoli di lavoro cancellati. La riqualificazione, qui, somiglia a una pulizia sociale. Per Elvira, il fenomeno è direttamente legato alle speculazioni che accompagnano questo grande evento. «Il Mondiale sta agitando le mafie».
Quando entrano però in campo le grandi opere, a essere espulsi sono sempre gli stessi. «Durante le retate mi trascinavano sulle colline e mi trattenevano in commissariato per 36 o 72 ore, senza cibo. Per la polizia ero il bersaglio perfetto: indigena náhuatl, non parlavo ancora castigliano», racconta Manflora, nome che rivendica la sua identità transgender.
Anche Elvira descrive un sistema profondamente discriminatorio. È tra le fondatrici di Brigada Callejera, organizzazione nata durante una ricerca di sociologia sulla tratta e la prostituzione condotta dal professor Francisco Gómez Jara. «Se un ubriaco urinava in strada passava una notte in commissariato. Per una lavoratrice sessuale, invece, erano 15 giorni di detenzione e 1.500 pesos messicani di multa, circa 74,50 euro».
«Oggi accade meno, ma è un’ombra che il passato continua a gettare sul presente». Attorno a Manflora, molte annuiscono: è memoria collettiva. Accanto a lei, Elvira ascolta in silenzio. Poi, con voce ferma, aggiunge: «Abbiamo perso tantissime compagne».
Lo ribadisce anche Arlen, avvocata impegnata da 17 anni al fianco di Brigada Callejera: «La gestione della sicurezza sta producendo un clima di estrema violenza. Gli abusi non arrivano solo da clienti e criminalità, ma anche dalle autorità: funzionari pubblici, pubblici ministeri e polizia investigativa che, negli anni, hanno estorto denaro alle lavoratrici invece di proteggerle».
Eppure, in Messico, la prostituzione non è un crimine e non è nemmeno vietata a livello federale, ma il quadro resta frammentato. Il cambio di paradigma arrivò nel 2013, quando l’organizzazione, insieme al movimento zapatista Tierra y Libertad e con il sostegno di Bárbara Zamora, storica avvocata dell’Ezln, presentò il ricorso di tutela costituzionale 112/2013, accolto poi nel 2014.
«GRAZIE A QUEL RICORSO costituzionale, il lavoro sessuale venne riconosciuto come lavoro non salariato e non più come semplice infrazione amministrativa», racconta Arlen. «La sentenza rese Città del Messico pioniera nel riconoscimento dell’attività sessuale come lavoro a pieno titolo. Solo in seguito altri Stati, come Yucatán e Chihuahua, iniziarono percorsi simili. Il riconoscimento passa anche da una credenziale che le lavoratrici si portano appresso: riporta il loro nome, il punto della strada in cui operano e l’orario di attività».
Da lì, i diritti entrarono nelle politiche pubbliche: «Quando si riconosce l’esistenza di un settore lavorativo, allora si può iniziare a parlare di diritti». Arlen parla veloce. Ogni parola sembra già passata per anni di ricorsi e udienze: «La sentenza ha aperto una strada, ma il cammino è ostacolato da norme vecchie: il regolamento interno della Secretaría del Trabajo è del 1972 e non è mai davvero aggiornato».
«LO STATO IGNORA la specificità di questo lavoro: non è un’attività come quella dei musicisti, dei venditori ambulanti o dei lustrascarpe». Insiste: «Qui entrano in gioco altre dinamiche, come l’approccio del cliente e la relazione di potere nello scambio. Per questo non basta una categoria generica».
Dal quartiere La Merced, ci si sposta alla Condesa, dove lavora Natasha. Alta, capelli neri spessi, fa lo stesso lavoro da 41 anni; con ironia veracruzana, aggiunge: «Molti ci dicono che lavoreremo di più durante la Coppa del Mondo, perché arriveranno più gringos. Purtroppo non è così. Già ora lavoriamo un 70% in meno». Parla dal suo pezzo di marciapiede, davanti a Casa de los Ángeles, mentre saluta i suoi clienti: «Non è che puoi arrivare da un giorno all’altro e metterti in piedi in qualsiasi angolo». Una “piazza” non è solo un punto della strada: è relazioni, sapere accumulato, resistenza. Conquistarla può richiedere anni. Perderla, significa perdere tutto.
Natasha avrebbe dovuto iniziare il suo turno a mezzanotte, ma è riuscita ad arrivare solo all’una e mezza. I lavori di riqualificazione della metro stanno spingendo le lavoratrici sessuali fuori dal loro marciapiedi. Così si ritrovano ad affrontare una crisi senza precedenti. «La situazione non migliorerà dopo il Mondiale. Quelli che fanno pulizia urbana sono gli stessi che ci hanno spinto in questi quartieri».
NATASHA RACCONTA che «prima dei lavori di ristrutturazione in vista dei Mondiali c’erano tre turni della metro lungo Tlalpan. Ora quello della notte ora è stato cancellato». Non potersi spostare vuol dire non poter lavorare. Le lavoratrici trans sono espulse prima del fischio d’inizio.
La voce di Elvira ritorna, è la più anziana: «L’economia delle compagne va male, non mangiano bene. Alcune hanno persino tentato di togliersi la vita. Molte sono costrette a dormire per strada». Ad aggravare ulteriormente la loro precarietà, è stato l’aumento drastico degli hotel, cresciuti in maniera esponenziale. Non trovano una casa dove vivere, tantomeno un letto a ore dove lavorare per pagare una casa dove dormire.
TRA LORO COMMENTANO che una stanza di hotel che prima costava 100 pesos – circa 5 euro – oggi costa il quadruplo. La città respinge il lavoro sessuale dallo spazio pubblico con metodi più sotterranei che dichiarati; nelle auto, negli angoli meno visibili, lontano dai riflettori.
Non a caso, durante la marcia del Primo Maggio, uno degli slogan più ripetuti dalle lavoratrici sessuali era: «La FIFA del Mondiale non mi dà da mangiare, il mio angolo sì».

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