27/01/22

La tripla violenza dello stato sulle donne: bambine strappate alle madri maltrattate e affidate ai loro carnefici. Ma quale cultura, ma quale formazione, l'unica soluzione è la rivoluzione!

La storia di Mamma M.: “Mia figlia prelevata si aggrappava ai mobili, a me Tso”


la porta dell’abitazione dopo il prelevamento della minore

ROMA – “Sono uscita viva per miracolo e mia figlia è ancora nelle loro mani. Da venti giorni non so se sia realmente col padre e non so nulla di lei; una bambina di dieci anni e mezzo è sparita così. Dico e ribadisco che è in grave pericolo, questo è un Sos”. Così alla Dire la mamma ligure M. racconta quello che le è successo da quel 5 gennaio, quando sua figlia le è stata strappata via. “Ho il ricordo della mia bambina aggrappata ai mobili, che gridava e diceva “Cosa avete fatto alla mia mamma?'”.

IL PRELEVAMENTO E LO STRAZIO DELLA BAMBINA
Perché mamma M., che era insieme a sua figlia in bagno a casa, si è ritrovata la porta forzata e una ventina di persone tra forze dell’ordine, operatori dei servizi socio-sanitari, direttori Asl, 118, dentro l’abitazione: “Sono state quattro ore di assedio, ci rincorrevano in tutte le stanze e poi alla fine mia figlia è stata sollevata di peso, la tenevano e strattonavano in quattro, io ho sentito un pizzico, una puntura sulle natiche e ho perso i sensi”. Qualcuno, a quanto apprende la Dire, le ha viste portare via di casa, prima la bambina disperata e trascinata a forza, poi la mamma esanime, avvolta e trasportata di peso in un telo arancione.

Mamma M. si è poi risvegliata con solo un accappatoio addosso, in ospedale, “legata in contenzione a un letto, nella rianimazione di un Pronto soccorso, poi portata in un reparto con finestre oscurate, senza poter sentire alcuno dei familiari, senza avere notizie.
“Appena mi riprendevo e facevo domande- ha raccontato- mi dicevano che dovevo accettare una terapia anti anti-psicotica, mi parlavano di Tso poi attraverso un catetere endovenoso mi facevano un’altra anestesia e mi rimettevano a dormire”.

Ad oggi M., come riferisce nell’intervista, non ha visto le carte relative a questo presunto Tso, nulla è mai stato notificato, non sa perché le sarebbe stato praticato questo trattamento, ma sa che tutto, quel giorno, è avvenuto per aver provato a dar voce alla volontà di sua figlia, che temeva di essere strappata alla sua vita con quel prelevamento coatto di cui M. ha impresse tutte le dolorose immagini.

“Dopo 7 giorni sono riuscita ad uscire dall’incubo di quel reparto dove ero stata rinchiusa senza motivo e dal quale non mi si voleva liberare, producendo tutte le relazioni e le valutazioni stilate dai medici che mi hanno incontrata e visitata in 5 anni di procedimenti; ora per fortuna posso raccontare di quel bombardamento. Vogliono ribaltare le vicende legate all’affidamento di mia figlia e alle condotte maltrattanti del mio ex. Io sono scomoda, anche mia figlia; ora cosa le stanno facendo? Le avranno detto che non sono morta, le avranno detto dove sono? Continuano a farmi pressioni perché dia l’autorizzazione a cambiare scuola e sottoporre mia figlia a visite e percorsi psicologico-sanitari sempre presso l’Asl, nonostante un provvedimento della Corte d’Appello li avesse interrotti e i SS dicano che stia bene”.

In quelle ore infinite mamma M. prova a mettersi in contatto con il legale e i familiari, rievocando quei momenti: “Eravamo sotto la doccia e una volta uscite ci siamo ritrovate una ventina di persone in casa e fuori. La piccola gridava, urlava e diceva ‘mi ha fatto del male e mi farà del male, non voglio andare da lui…’, mentre le operatrici parlavano di terapie, ambulanze ed ospedale”. E così è stato, come ha raccontato la mamma che ha passato “le prime 20 ore in Pronto soccorso, legata su una barella”.

LA MAMMA FINISCE ANESTETIZZATA IN OSPEDALE
Di quelle ore in cui mamma e figlia erano braccate resta il silenzio, una casa vuota, sigillata, la porta forzata e quello che mamma M., appena riesce a tornare a casa, racconta alla Dire, ma soprattutto l’apprensione per il trattamento che stanno facendo alla sua bambina: “Ha dieci anni e mezzo, si ribellerà, proverà a fuggire, cosa le faranno? La sottoporranno a sedazione?”. È stato eseguito con queste modalità il decreto di prelevamento della figlia di M., dieci anni, che da cinque dice in tutti i modi di aver timore del padre e di voler stare con sua madre e ha iniziato ormai più grande ad esprimere in tutte le sedi possibili la propria volontà e la stanchezza per una storia ‘istituzionale e giudiziaria’ che l’affligge dalla più tenera età e che le ha segnato l’infanzia. Il caso è stato segnalato anche alle Commissioni Parlamentari con cui la madre e la legale sono in contatto e che stanno seguendo gli sviluppi. Sono ‘fresche’ alla memoria le parole d’indignazione per la vicenda di Varese e l’uccisione del piccolo Daniele per mano del padre e in Liguria questo è l’epilogo di un caso già seguito dall’agenzia Dire, gli ultimi atti di una vicenda giudiziaria lunga cinque anni, l’ennesimo diniego di giustizia e violenza istituzionale verso mamme e bambini, e per questi un vero e proprio calvario.
Parliamo infatti, tornando indietro nella storia, di una minore costretta alla casa famiglia per “avvicinarsi” a un padre che ha avuto misure cautelari per le sue condotte lesive e pericolose e di un giudice del Tribunale ordinario che era sia colui che aveva emesso gli ordini di protezione sia lo stesso chiamato a decidere sull’affido della loro figlia. Piccola che si è ritrovata collocata in comunità per ‘recuperare’ il rapporto con il padre di cui aveva paura.

IL CASO GIUDIZIARIO, UN CALVARIO DI CINQUE ANNI
“Dal 2020- ha ricordato mamma M. ripercorrendo la storia giudiziaria, carte alla mano, insieme al suo legale, dopo il primo allontanamento forzato, siamo andati avanti con incontri protetti settimanali, interrotti per oltre 3 mesi a causa della pandemia. A febbraio 2021 a causa dei numerosi casi Covid in casa famiglia abbiamo chiesto di interrompere i rientri nella struttura e permettere il rientro della minore a casa sua, come avveniva per altri. Nella primavera 2021 i servizi sociali continuavano a rimandare il rientro stabile a casa, previsto dal giudice già entro gennaio del 2020, lanciando sospetti sul fatto che la madre non fosse favorevole alla frequentazione della bambina con il padre, che invece malgrado tutto avveniva regolarmente”, racconta la mamma.

Ma è proprio la piccola protagonista di questa storia a prendere finalmente la parola e a dire basta a proseguire i percorsi rieducativi e psicologici. “La bambina è stremata e chiede di essere lasciata in pace- continua- È un classico caso in cui il minore viene obbligato a visite con il genitore che teme, mettendolo in casa famiglia. Sofferenze inflitte su una bambina costretta e provata da anni di percorsi obbligati. Per questa ragione abbiamo presentato reclami e opposizioni anche in Corte d’Appello, ma la risposta è stata disporre una seconda Ctu, che ovviamente ho ricusato”.

La Ctu (la stessa che aveva decretato il primo allontanamento) ascolta i soli operatori e questo padre, che riferiscono in sostanza di una madre “alienante, malevola e della casa famiglia come unico luogo in cui la bambina fosse libera di vedere il padre”. Quando la bambina viene sentita riferisce “di voler stare con la mamma, di stare bene con lei”. A domanda esplicita su quanto i papà siano importanti questa piccola risponde affermativamente, dicendo però che il suo non è tale. Ma anche quest’affermazione viene letta come plagio della mamma verso la bambina e vengono entrambe definite “recitative”, come conferma anche l’avvocato a proposito della vicenda della piccola.

“Arrivano così le 68 pagine del decreto del 17 ottobre 2021 che stabilisce di togliere la bambina alla madre, l’affido ai servizi sociali, il collocamento presso il padre, incontri protetti con la madre per la quale viene chiesta perizia psichiatrica nonostante fossi stata già sottoposta a diverse perizie in passato dalle quali ero risultata senza patologie o problemi di sorta”. M. insieme al suo legale stigmatizza inoltre l’assenza di imparzialità che getta ombre cupissime sul caso: “Il giudice tutelare nominato per la bambina ha fatto parte del collegio insieme al giudice che ha deciso dell’affido ai servizi sociali e alla casa famiglia: dov’è l’imparzialità di questo tribunale?…”. E aggiunge: “Presentata la ricusazione, nel collegio investito troviamo gli stessi giudici che hanno emesso il provvedimento, come in tutte le altre nomine. Insomma sono sempre gli stessi a decidere e così tutte le istanze, ricorsi e opposizioni sono state puntualmente rigettate”. 

Si arriva così al giorno del prelevamento e a quanto subito da mamma M. e dalla sua piccola, tutto avvenuto con forze dell’ordine e operatori sanitari alla vigilia dell’Epifania. “La bambina non è mai stata ascoltata da un giudice” rammenta la mamma “e anche quando ha parlato agli operatori e in Ctu non è stata mai considerata. In queste ore mamma M. e il suo legale provano disperatamente ad avere notizie della bambina: “Non ho alcuna certezza di dove sia realmente e di come stia; non avendo più contatti con lei, ho seri dubbi che possa stare bene presso il padre; è mia figlia, devo avere notizie e contatti diretti e liberi con lei; ho seri motivi per pensare che sia in grave pericolo e disagio, trattenuta e costretta contro la sua volontà”.

Intanto della piccola restano solo le urla che riecheggiano dentro e fuori casa, mentre la portavano via, la sua volontà di stare con la mamma, di dire basta ai percorsi dei servizi socio-sanitari, il timore e il rifiuto verso il padre, le sue parole in Ctu e le immagini che mamma M. ha scolpite nei pensieri di quando è stata strappata di peso dalla sua casa alla vigilia della Befana, quando tutti i bambini pensano solo alle calze e ai doni che troveranno al mattino.

fonte «Agenzia DiRE» www.dire.it

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