07/03/09

LEYLA ZANA


APPELLO PER LEYLA ZANA

L'8 dicembre 1994 Leyla Zana, parlamentare turca di etnia kurda, perseguitata per aver auspicato in Parlamento la fratellanza tra il popolo kurdo ed il popolo turco, con affermazione proferita sia in turco che in kurdo, fu condannata in Turchia a 15 anni di carcere da una sentenza che per ben due volte e' stata dichiarata contraria alla convenzione europea per i diritti dell'uomo dalla Corte Europea di Strasburgo. La Corte Europea ritenne infatti che la condanna inflitta fosse conseguenza di processo non giusto, condotto da un organo giudiziario non imparziale per la presenza di giudici militari e nel quale il diritto di difesa era stato del tutto negato (gli imputati non poterono neppure presentare testi a discarico). Per adeguarsi alla pronuncia della Corte Europea la Turchia scelse di rifare il processo nel 2003, ma anche in questo caso, come documentato alla relazione finale della ICJ/CIJL (International Commission of Jurists'/ Centre for the Independence of Judges and Lawyers), risultarono nuovamente violati i diritti degli imputati ad un tribunale imparziale, alla liberta' e alla sicurezza. Dei 15 anni di reclusione inflitti, Leyla ne ha scontati 10, a conclusione dei quali ha ripreso la sua battaglia a favore dei diritti della minoranza curda ottenendo tra l’altro riconoscimenti come il premio Sakharov per la Pace. Lo scorso aprile è stata nuovamente condannata a 2 anni di reclusione "per aver affermato di nuovo di non ritenere il Pkk un gruppo terroristico e di considerare il capo terrorista Ocalan come un leader del popolo curdo''. Leyla arringando la folla durante il Newroz, dichiarò: "I curdi hanno tre leader: Massoud Barzani, Jalal Talabani e Abdullah Ocalan" e "Sono grata a questi tre leader. Tutti loro hanno un posto nei cuori e nelle menti dei curdi". 5 dicembre 2008: il tribunale turco di Diyarbakir condanna in primo grado Leyla Zana a dieci anni di reclusione a causa dei contenuti di nove suoi discorsi pubblici ritenendola colpevole di "affiliazione e sostegno al Pkk", il Partito del Lavoratori del Kurdistan. Su questa sentenza deve pronunciarsi ora la Corte di Cassazione. Quella che segue è una campagna di raccolta firme, lanciata per chiedere l’annullamento della condanna di primo grado. Qui sotto pubblichiamo la campagna per Leyla e il suo intervento durante la settima udienza del processo che nel 2003 con la conferma del giudizio di colpevolezza decretò al tempo stesso la condanna delle Corti di giustizia turche dinanzi alla storia
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Campagna di raccolta firme in sostegno di Leyla Zana

Leyla Zana è una persona che ha vissuto tutte le difficoltà di essere kurda e donna. Si è sposata assai giovane e ha avuto dei bambini. Ben presto, suo marito fu imprigionato ed essa attese per anni davanti alle porte della prigione. Si è impegnata nella vita politica. Voleva dar voce al suo popolo nell' Assemblea nazionale. Ma è stata imprigionata a causa della politica senza uscita sul problema kurdo. Fu condannata a 15 anni. In prigione, si ammalò. Nonostante l'esistenza del rapporto medico-legale che le avrebbe permesso di essere liberata, essa rifiutò la liberazione in queste circostanze. Uscita di prigione, si ricongiunse ai suoi bambini da cui era rimasta separata per lunghi anni. Allo stesso tempo, iniziò a condividere le sue idee con la società. Ma i seguaci della violenza ancora una volta non hanno sopportato la sua presenza. Leyla è stata condannata a dieci anni di prigione per i suoi interventi. Il suo dossier si trova attualmente davanti alla Corte di Cassazione. Non permettiamo che sia nuovamente imprigionata! Perché fintantoché Leyla Zana e tutti coloro che danno voce alla contestazione saranno in prigione, non saremo liberi neppure noi. Firmando questo testo, chiamiamo la Corte di Cassazione ad annullare il giudizio contro Leyla Zana ed esigiamo dai parlamentari l’eliminazione di tutti gli ostacoli giuridici alla libertà di espressione e di opinione. Per firmare: http://leyla-zana.blogspot.com/ ________________________________________________________
Ankara, 15 settembre 2003
Intervento dell'imputata Leyla Zana nella settima udienza del processo:
La giustizia viene rappresentata da una donna, perché si vuole esprimere una purezza di intenzioni. Gli occhi di questa donna sono coperti da una benda, perché si vuole esprimere l'imparzialità del giudizio. La bilancia nelle mani di questa donna simboleggia l'eguaglianza dinanzi alla legge. E la spada simboleggia la forza del diritto, perché appoggiato dallo stato. La giustizia oggi in Turchia se vuole rispettare questi simboli deve diventare il rifiuto di ciò che e' stata e continua a essere. La giustizia deve tornare in Turchia libera dal potere politico, deve tornare a essere indipendente, deve tornare a rifarsi ai principi universali del diritto. Nel nostro paese alla giustizia e' stata tolta a suo tempo la benda, così essa e' diventata parziale, mentre la spada che ha in mano non e' la sua, potrebbe essere quella di un generale o di un capo della mafia o di un aspirante alla dittatura personale o di un qualsiasi altro tipo di potere dispotico. La giustizia in Turchia quando nel 1980 ci fu il colpo di stato si pose al servizio dello stato autoritario. Sorsero tribunali speciali, nuovi tribunali dell'Inquisizione - le Corti per la Sicurezza dello Stato - che si scagliarono e continuano a scagliarsi contro chiunque critichi il potere. In ogni paese dove tutto questo e' accaduto ne sono sempre derivate cose molto negative. Veniamo da un secolo di barbarie, ci sono state due guerre mondiali e massacri terribili. In queste guerre e in questi massacri sono morte molte donne e molte altre hanno curato i feriti. Così alla fine di questo secolo le donne si sono trovate molto forti. Hanno quindi cominciato a spezzare le loro catene e a giocare un loro ruolo importante nei cambiamenti sociali. Le donne sono diventate alla fine di questo secolo simbolo di lotta per la pace, la libertà e la democrazia. Offendendo la dea della giustizia in Turchia si e' voluto perciò colpire in primo luogo le donne. La nostra lotta e' la lotta del nuovo contro il vecchio, della luce contro il buio. C'e' un'immensa differenza tra noi e i nostri avversari. E' per questa natura totalmente vecchia e buia dei nostri avversari che in Turchia e' così difficile il ambiamento. Il Primo ministro Erdogan ha presentato all'Unione Europea l'elenco delle riforme in cantiere e ha dichiarato che l'80% della popolazione turca e' a favore dell'ingresso nell'Unione Europea. Il Ministro della Giustizia ha accettato, a sua volta, il rifacimento del nostro processo. Persino il capo ell'esercito ha lanciato un messaggio di cambiamento, dichiarando che il potere deve fondarsi sulla saggezza, non sulla forza delle armi e sullo spargimento di sangue. Abbiamo così sperato che la giustizia venisse liberata, che le riforme progredissero davvero, che cadessero i tabù nei confronti dei diritti dei curdi. Abbiamo lanciato messaggi di pace e di fraternità con cuore sincero. D'altro canto noi siamo innocenti di uanto ci si accusa. Tuttavia successivamente e' accaduto che stiamo arretrando. Erdogan ha affermato che i curdi non esistono come popolo, quindi che non esiste una questione curda in Turchia. Anche lui come me ha subito una condanna per avere dissentito dal governo in carica; però oggi sostiene solamente le riforme che li convengono. E a sua volta questa Corte continua a rifiutarsi come tribunale imparziale. Nella scorsa udienza non abbiamo voluto intervenire proprio per protesta contro il carattere illegittimo di questo processo. La questione curda pero' esiste lo stesso; esisteva ieri, esiste oggi, continuerà a esistere se non si giungerà a dare una risposta democratica alla domanda da parte dei curdi di riconoscimento dei loro diritti. Dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980 mio marito (Mehdi Zana era sindaco a Diyarbakir) venne rrestato. Quando andai trovarlo in carcere vidi che era stato torturato. Non sapevo arlare in turco e gli chiesi "come tai" in curdo. Le guardie che mi accompagnavano mi dissero che il curdo era vietato e che dovevo parlare a mio marito guardandolo in faccia. Dovetti quindi rimanere in silenzio. In quel momento capii la mia realtà. Signori giudici, io come voi sono un prodotto del colpo di stato del 12 settembre 1980. Ero una donna di casa, non appartenevo a nessuna tribù e non avevo nessun sostegno, dopo le torture a mio marito mi sono trasformata in una donna sensibile alle questioni della società. Ho scoperto che tante persone erano state picchiate davanti alle Corti per la Sicurezza dello Stato mentre protestavano contro la repressione e mi sono aperta al loro dolore. Ho poi conosciuto direttamente la violenza dello stato. Nel 1990 la questione curda era più che mai terreno minato, per questo siamo stati arrestati e condannati a 15 anni di carcere. Con questa condanna venne praticata la condanna di un intero popolo. Una guerra sporca scatenata in quegli stessi anni contro questo popolo si prefiggeva di cancellarne efinitivamente l'identità. Invece i protagonisti del potere di allora oggi non contano più nulla. Diyarbakir e' di nuovo il cuore della ultura curda. Gli intellettuali curdi sono oggi impegnati in una lotta per la democratizzazione che attraversa tutta la urchia e che riguarda la Turchia come tale. Signori giudici, io e voi apparteniamo alla stessa generazione. Mentre io ho lottato per la pace, la solidarietà tra i popoli della Turchia e la libertà, voi avete lottato per il contrario, e continuate a farlo. Voi continuate a voler ribaltare il corso della storia. Non capite che la società oggi chiede cambiamenti, che non vuole più la guerra civile, che ha in sé un profondo desiderio di pacificazione, di fraternità, di fiducia tra tutte le sue componenti. Voi giudici vi ostinate a negare l'esistenza di un popolo e i suoi diritti più elementari. E avete in mano in questo momento una grande responsabilità: quella di eterminare l'andamento della lotta in Turchia tra il vecchio e il nuovo. Se imporrete una decisione di questo processo a partire dalle vostre posizioni la Turchia subira' una sconfitta grave. Se la resistenza al cambiamento prevarrà, a partire da questo processo, più in generale nella realtà della Turchia, ancora molto sangue verrà versato, e alla fine lo stato si disintegrerà. E le vostre coscienze non potranno più essere tranquille: pensateci. La sentenza di questo processo probabilmente é già stata emessa. Avevamo sperato che ci fosse un passo in avanti, pare che ci siamo sbagliati. Comunque la vostra decisione per noi personalmente non e' molto importante. Una nostra nuova condanna sarà invece una condanna definitiva delle Corti per la Sicurezza dello Stato dinanzi alla storia. Il nostro impegno per una Turchia democratica continuerà ugualmente, e alla fine ce la faremo, anche contro queste Corti.
Leyla Zana

05/03/09

GIU' LE MANI DALLE PENSIONI DELLE DONNE!

GIU' LE MANI DALLE PENSIONI DELLE DONNE!
COSTRUIAMO UNO SCIOPERO DELLE DONNE

A pochi giorni dall'8 marzo, in maniera quasi provocatoria e in tutta fretta, il Governo si appresta ad aumentare l'età pensionabile delle donne a 65 anni, per ora solo delle statali, ma inevitabilmente se passasse, per tutte le lavoratrici.
Il pretesto sarebbe di dare corso ad una sentenza della Corte di Giustizia Europea riguardante la parità di trattamento economico tra lavoratori di sesso diverso, ma dietro le ipocrite dichiarazioni sulla “parità” da parte di un governo che per tutto il resto ci toglie diritti facendo tornare indietro le donne, c'è solo la realtà vera di un taglio rilevante alla spesa pensionistica sulle spalle delle donne.
La condizione femminile in Italia è la peggiore d’Europa per disoccupazione, salario, iter di carriera, anni di lavoro, pensioni.
Il Min. Brunetta, non dice che oggi sempre più la maggioranza delle donne o per lavori precari o perchè vengono per prime licenziate non arrivano neanche ai 60 anni di lavoro, figurasi ai 65.
Si nasconde che le donne da sempre lavorano di più, arrivando a fare come minimo 60/65 ore settimanali tra attività sui posti di lavoro e lavoro in casa non pagato. Perché non si parla e non si quantifica la ricchezza enorme portata dalle donne all’economia del paese? Il lavoro di cura e il lavoro domestico, il lavoro riproduttivo si somma a quello produttivo, e fa si’ che si risparmi sui servizi sociali, sulla scuola e sanità, ect. La realtà è che in questa crisi provocata dai padroni le donne già stanno pagando per prime il prezzo più alto.

NOI LAVORATRICI DELL'ISPETTORATO DEL LAVORO DICIAMO NO A QUESTO PROVVEDIMENTO DEL GOVERNO. PENSIAMO CHE PERCHE' VENGA BLOCCATO, NON BASTA SOLO LA DENUNCIA, MA OCCORRE CHE COME LAVORATRICI, COME DONNE ORGANIZZIAMO INIZIATIVE DI LOTTA.

Per questo facciamo appello a tutte le lavoratrici, sia statali che private, ad organizzare insieme UNO "SCIOPERO DELLE DONNE".

Per parlarne, vi invitiamo a venire al presidio che faremo con altre lavoratrici per DOMENICA 8 MARZO ORE 11 AL CENTRO CITTA' - p.zza Della Vittoria

Lavoratrici Ispettorato del Lavoro Taranto
Slai cobas per il sindacato di classe
cobasta@fastwebnet.it

TA. 4.3.09

Per uno sciopero delle donne _ Piattaforma

E' ORA CHE SCIOPERIAMO NOI DONNE"!
Non vogliamo pagare ancora noi il prezzo più alto della crisi.

Uno sciopero al femminile, costruito autonomamente dalle lavoratrici, da tutte le donne, operaie, precarie, disoccupate, immigrate, studentesse.
Uno
sciopero su una piattaforma, parole d'ordine che esprimano l'insieme della nostra condizione di doppio sfruttamento e oppressione.
Uno sciopero per
imporre sui posti di lavoro, nelle piazze, nelle scuole, il punto di vista delle donne, la doppia determinazione delle donne.
Una novità controcorrente anche per il sindacato e gli stessi lavoratori
Una lotta nuova, una rottura inaspettata da parte di padroni, governo Berlusconi, Vaticano.
CONTRO:
  • lo sfruttamento in lavori precari, sottopagati;
  • la precarizzazione della nostra vita e un futuro senza luce per le giovani donne, le studentesse;
  • l’aumento dell’età pensio-nabile a 65 anni, che non considera il lavoro “usurante” in famiglia;
  • le discriminazioni per legge e per accordi (tipo Alitalia) su salari, assunzioni, licenziamen-ti;
  • la legge Gelmini che comporta tagli alle lavoratrici precarie della scuola e dell’Università e aumento del lavoro per le madri;
  • le “dimissioni in bianco” per liberarsi delle donne in maternità;
  • il “ritorno a casa” per noi donne attraverso cassinte-grazione, mobilità, licen-ziamenti;
  • i tagli dei servizi sociali scaricati sulle donne, il carovita;
  • la legge Biagi che, con-siderando le donne di serie B riduce per legge salari, diritti;
  • il nuovo contratto e il ‘Libro verde’ di Sacconi, che legando il salario all’aumento dei tempi di lavoro, penalizzano soprat-tutto le donne;
  • la fatica, lo stress psicofisico, per il doppio lavoro, l’attacco alla salute e alla nostra vita;
  • la violenza maschile e sistemica su donne e lesbiche;
  • le molestie sessuali, le violenze sui posti di lavoro;
  • la schiavizzazione delle immigrate utilizzate e poi cacciate da leggi razziste;
  • il Ddl Carfagna, la repressione e l’emarginazione delle prostitute.
PER:
  • la trasformazione a tempo indeterminato di tutti i contratti precari;
  • aumenti salariali, pari salario a pari lavoro
  • l’abbassamento dell’età pen-sionabile alle donne;
  • riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, come riconoscimento del doppio lavoro;
  • il divieto di indagini sulla nostra condizione matrimoniale, di maternità, sessuale ecc.;
  • il pagamento contrattuale e diritti delle attività lavorative svolte da precarie, studentesse delle Università;
  • la socializzazione dei servizi domestici essenziali;
  • diritto di cittadinanza e uguali diritti salariali e normativi alle donne migranti;
  • una casa delle donne in ogni città;
  • un lavoro vero, non da schiave, per le donne immigrate;
  • la gratuità per tutte di asili, scuole, sanità, servizi sociali;
  • la riduzione dei ritmi di lavoro, aumento delle pause, come difesa anche della nostra salute;
  • un reddito di esistenza;
  • via dal posto di lavoro chi esercita violenze;
  • nessuna persecuzione delle sex workers, diritto di tutte a servizi sociali.
Tavolo 4 “Lavoro/precarietà/reddito” della Rete sommosse

ANCHE IO ADERISCO!
Nome e cognome - lavoro/scuola/altro - n. tel. - E mail

8 MARZO 2009 A NAPOLI: NIENTE DA FESTEGGIARE MOLTO PER CUI LOTTARE!

NIENTE DA FESTEGGIARE MOLTO PER CUI LOTTARE!!

Il capitalismo è ormai da tempo in una crisi strutturale che investe tutte le sfere: dell’economia, della politica e dei rapporti sociali. Gli attacchi durissimi, accentuati dalla presenza della crisi, alle conquiste sociali ed economiche delle/dei lavoratrici/lavoratori stanno avendo conseguenze pesantissime su tutti ma soprattutto sulle donne.
Proprio in questa fase di crisi, emerge in maniera sempre più evidente una vera e propria femminilizzazione della povertà: le donne sono i primi soggetti che vengono espulsi dalla produzione, sono quelle che, essendo impiegate principalmente in lavori precari, ancora meno degli altri lavoratori riescono a godere dei cosiddetti ammortizzatori sociali il che le colloca in una posizione di subalternità nei confronti dell’uomo e dello Stato.
Le donne sono state storicamente usate dal capitalismo per introdurre elementi di maggiore ricattabilità nel mercato del lavoro, per attuare forme di lavoro estreme ed alienanti, per indebolire e frammentare la classe lavoratrice e per affermare un modello di società violenta e repressiva.
Oggi, sebbene la precarietà abbia cessato di essere prerogativa del lavoro femminile per divenire paradigma generale, le donne continuano a pagare il prezzo più alto: discriminazioni salariali, un numero ed una permanenza maggiore nel precariato, svilimento delle competenze, una più elevata difficoltà ad accedere al mondo del lavoro, le illegali “dimissioni” in bianco per liberarsi di donne in maternità. A ciò si aggiungono i recenti provvedimenti per innalzare a 65 anni l’età pensionabile delle donne e per estendere il lavoro notturno anche a quelle in maternità ed in allattamento fino ad oggi tutelate dai contratti.
Non ultimo è l’attacco portato avanti dalla riforma della scuola della ministra Gelmini. Con l’introduzione del maestro unico, non solo si tagliano posti di lavoro, in gran parte femminili, ma attraverso la riduzione del tempo pieno si toglie alle donne lavoratrici uno dei pochi servizi che rendono possibile conciliare lavoro e famiglia. Questo ennesimo taglio allo stato sociale costringerà le donne a rinunciare al proprio lavoro ed a ritornare a casa, forzandole ha svolgere l’unico e solo ruolo che è stato loro riconosciuto nella storia: quello di madri a casa a farsi carico dei propri figli, sottomesse al potere patriarcale e con a loro carico i costi di riproduzione.
Ma ciò che in questa fase ci indigna, s’è possibile, ancora di più è la spudorata strumentalizzazione del corpo della donna. Mentre, persino le statistiche ufficiali sono costrette ad ammettere che la violenza sulle donne avviene prevalentemente all’interno delle mura domestiche ad opera di padri, mariti, compagni, il governo ed i media a suo servizio, per spostare l’attenzione dalla crisi, dal degrado, dal senso di precarietà della vita e del lavoro, stanno utilizzando gli stupri di questi giorni per innestare una vera e propria ossessione securitaria che ha dato vita a un pacchetto di norme xenofobe e razziste che nulla hanno a che fare con la presunta “tutela” delle donne. Il pacchetto sicurezza, le ronde razziste/neofasciste e la militarizzazione del territorio hanno il solo scopo di criminalizzare gli immigrati rendendoli, se possibile, ancora più ricattabili, di additarli come gli unici responsabili del malessere dei cittadini e, nel generale clima di paura, favorire lo scontro tra poveri e l’ulteriore scomposizione e frammentazione della classe lavoratrice.
Per rendersi conto di quanto poco valgano per questi signori le vite delle donne, basta guardare al pesante
silenzio del governo sulle centinaia di donne uccise e violate tra le mura di casa ed allo stesso disegno di legge sugli stupri presentato dalla Carfagna nel quale, ancora una volta, con la logica dei due pesi e due misure, si prevede una maggiore indulgenza verso il colpevole di violenza quando questo è un partner o un familiare.
E’ per questo che, come già avvenuto nelle nostre manifestazioni contro la violenza, diciamo NO alla
strumentalizzazione del nostro corpo e ribadiamo con forza che la sicurezza delle donne passa attraverso la loro autodeterminazione, il diritto al lavoro o al reddito e alla piena soddisfazione di bisogni e desideri!
In questo 8 marzo noi donne non abbiamo NIENTE DA FESTEGGIARE ma MOLTO PER CUI LOTTARE
  • Contro le discriminazioni salariali, il ricatto delle dimissioni in bianco e l’innalzamento dell’età pensionabile
  • Contro il pacchetto sicurezza e le norme xenofobe
  • Contro il disegno di legge Carfagna
  • Contro il decreto Gelmini che trasforma la scuola in autoritaria e razzista e precarizza ulteriormente la vita delle donne
DOMENICA 8 MARZO

Ore 10: 00 Presidio itinerante - Via Ponte di Tappia (di fronte alla Feltrinelli)

LA VOSTRA SICUREZZA NON E’ LA NOSTRA!

Coordinamento Napoletano Donne in lotta!

Lettere al tavolo4, per uno sciopero delle donne

Palermo 03/03/2009

Salve, mi chiamo Laura ed abito a Palermo, ho 33 anni, sono diplomata e dal 1997 in modo più o meno intermittente ho cercato di lavorare.
Tra i vari lavori in nero e sotto contratto ero riuscita ad averne uno a tempo indeterminato.
Non era quello che desideravo, ma avevo un fisso e del tempo libero per coltivare quello che più mi realizzava. Purtroppo la cessione di un ramo d’azienda, ed una lauta ricompensa al vecchio datore di lavoro mi ha rigettata nel precariato.
Purtroppo quest’aspetto si è infiltrato drammaticamente nel mio stato di vita. La mia vita sociale si è subordinata all’elemento lavoro. A volte mi sento talmente arrabbiata da voler urlare tutta la mia indignazione, contro i politici, i sindacalisti corrotti (che vendono per pochi spiccioli la dignità di qualche essere umano), i datori di lavoro, i colleghi talmente abbruttiti da camminare sul tuo cadavere, noi comuni cittadini che inermi non ci mobilitiamo.
O altre giornate in cui ti trascini e ti domandi qual è il vero significato della parola futuro.
Ho avuto il Vostro volantino al mercatino di piazzale Giotto. Eccomi qua a scrivermi parole un po’ sconfortanti, ma con la voglia di reagire e di essere positive.

Attendo Vostre notizie.

Vorrei esserci!!!

Alle precarie, alle lavoratrici della scuola in lotta il 4 marzo a Milano e a Palermo


Alle precarie, alle lavoratrici della scuola in lotta il 4 marzo a Milano e a Palermo

Vogliamo innanzitutto mandarvi la nostra solidarietà e dirvi che siamo con voi, al vostro fianco.
La Gelmini, con il suo decreto taglia posti di lavoro - sopratutto femminile - nella scuola pubblica favorendo la scuola privata, ma attacca, al contempo, tutte le donne, ricacciandole a casa, con l'eliminazione del tempo pieno, del tempo scuola, rendendo sempre più difficile conciliare lavoro con la cura dei figli.
Ma non possiamo dimenticare il ruolo degli attacchi del ministro Brunetta contro i "fannulloni" della pubblica amministrazione -prevalentemente donne- che hanno "legittimitato" non solo la mannaia dei licenziamenti, ma anche tutta una serie di peggioramenti che rendono più difficile e dura la vita delle lavoratrici- ultimo la proposta dell'allungamento dell'età pensionabile.
Ma l'attacco alla vita delle donne, delle lavoratrici è doppio, non solo economico, ma anche ideologico e a rafforzare la condizione di oppressione ricacciandoci in una famiglia che il sistema vuole sempre più come "ammortizzatore sociale" ma che si trasforma quotidianamente in luogo principale di violenza e di uccisioni di donne.
Come lavoratrici, precarie, disoccupate, studentesse, delegate del tavolo 4 "lavoro/precarietà/ reddit della Rete nazionale Sommosse nell'icontro nazionale del 24 gennaio a Roma abbiamo lanciato la proposta di uno sciopero delle donne: Vi invitiamo a raccoglierlo e ad organizzarci per realizzarlo.

un forte saluto di lotta!

Tavolo 4 "Lavoro/precarietà/reddito"della Rete sommosse

NO ALL'INNALZAMNETO DELL'ETA' PENSIONABILE DELLE DONNE!

NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!
NO ALL'INNALZAMNETO DELL'ETA' PENSIONABILE DELLE DONNE!

Per aderire all'appello scrivere a scioperodelledonne, indicando nome, cognome, occupazione, città e possibilmente telefono

VERSO LO SCIOPERO DELLE DONNE
GIU' LE MANI DALLE PENSIONI DELLE DONNE!
CONTRO L'AUMENTO DELL'ETA' PENSIONABILE DELLE DONNE FINO A 65 ANNI.

ALLE LAVORATRICI E DELEGATE DEL PUBBLICO IMPIEGO E DEL PRIVATO

E' di questi giorni un nuovo pesantissimo attacco alle donne da parte del Governo, la volontà di innalzare l'età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni in modo obbligatorio, mentre fino ad ora la possibilità di arrivare a 65 anni è volontaria. Per ora si parla delle donne del pubblico impiego, ma l'intenzione, lo sappiamo bene , è di estendere tale peggioramento a tutte le donne anche del privato.

Il pretesto utilizzato dal Governo è dare corso ad una sentenza della Corte di Giustizia Europea che vede una disparità nella previdenza nel pubblico impiego a sfavore della donna , poiché "non contribuisce ad aiutare la donna a vivere la propria vita lavorativa su un piano di parità" (punti 56 e 57 della sentenza).

Berlusconi Tremonti e Brunetta stravolgono il senso della sentenza e per aiutare le donne discriminate, le "obbligano" a lavorare fino a 65 anni. Possibilità che esiste da sempre nel nostro paese in modo volontario.

La maggior parte delle donne sono costrette già oggi a lavorare fino a 65 anni perché hanno basse contribuzioni e meno anni di lavoro per la discontinuità lavorativa dovuta al lavoro di cura.

Il Governo Italiano volutamente non ha risposto all'Unione Europea e automaticamente la UE ha fatto scattare la sanzione.

Ma bloccare la sentenza per il Governo sarebbe ancora possibile, chiaramente il Governo non lo fa e sta usando questa sentenza all'arrovescio, per ALZARE L'ETA' PENSIONABILE DELLE DONNE DEL PUBBLICO IMPIEGO A 65 ANNI!!!

Resta il fatto che né questo né i Governi precedenti, hanno, invece, dato applicazione ad un'altra sentenza della Corte riguardante il riconoscimento dell'anzianità di servizio per le lavoratrici precarie.
A questa VERGOGNOSA proposta del governo, hanno dato subito il loro accordo il Partito Democratico, con Vittoria Franco ministra ombra delle pari opportunità, la UIL e la Marcegaglia di Confindustria in rappresentanza di tutto il padronato. Questo sta a significare che sono i fatti che contano, delle donne non importa niente a nessuno Né A DESTRA Né A SINISTRA NE' AI SINDACATI CISL UIL UGL.

Se non ci muoviamo noi donne, loro ci rendono la vita impossibile.

Dietro le ipocrite dichiarazioni sulla "parità", c'è solo la cruda realtà di un taglio rilevante alla spesa pensionistica sulle spalle delle donne, non solo in termini di allungamento degli anni per il pagamento delle pensioni, ma soprattutto, temiamo , di risparmio secco perchè se andasse avanti questa proposta la maggior parte delle donne non arriverebbe mai alla pensione.

Brunetta, poi, non dice che oggi sempre più la maggioranza delle donne o per lavori precari o perchè vengono per prime licenziate non arriva neanche ai 60 anni, figurarsi ai 65.
La condizione femminile in Italia è la peggiore d'Europa per disoccupazione, salario, iter di carriera, anni di lavoro, pensioni.

Sono soprattutto donne le pensionate più povere e quelle a cui è ancora oggi è vietato cumulare la pensione di reversibilità con il reddito da lavoro.

Le immigrate sono il simbolo della precarietà, con il permesso di soggiorno legato al lavoro, con il lavoro legato all'esistenza in vita dell'anziano che accudiscono, quando lavorano come badanti nell'isolamento delle case, con i lavori sempre sottopagati.

Sono le retribuzioni delle donne ad essere, in media, inferiore del 20% di quelle degli uomini a parità di mansioni. Differenza retributiva che aumenta visto che spesso, siamo assunte anche con due livelli inferiori. La povertà oggi in Italia è soprattutto donna: di chi è in pensione, in maggioranza donne sole, e delle famiglie monogenitoriali condotte da una donna..

Quello che si nega a tutti i livelli della politica e di buona parte dei sindacati, è che la precarietà è DONNA, ed è diventata il modello di riferimento, è in atto infatti un processo di "parità inversa, per il quale sono gli uomini ad acquisire le condizioni di precarietà delle donne.

Si nega che il tasso di occupazione femminile in Italia è il più basso di Europa, dopo l'isola di Malta, che la Commissione UE da anni punta il dito contro l'Italia per le discriminazioni nell'accesso al lavoro per motivi di sesso, per il differenziale retributivo fra uomo e donna che va dal 20% al 30% in meno a scapito delle donne, differenza retributiva che aumenta visto che spesso, sono assunte anche con due livelli inferiori.

Sono le donne che pagano il prezzo più alto in termini di salario, di disoccupazione, di precariato e di qualità della vita, fra tagli di servizi indispensabili (scuola e sanità), aumenti di carichi di lavoro dentro e fuori le mura domestiche ed il dilagare della violenza sul proprio corpo, scelte e libertà.

La Riforma del modello Contrattuale, firmata da CISL e UIL e UGL , ci renderà ancora più povere poiché lega gli aumenti retributivi alla produttività sul lavoro, all'orario di lavoro, quando maggiormente le donne sono costrette al part-time per coniugare i tempi di vita e di lavoro. Siamo noi donne quelle con i tempi contingentati dall'altro lavoro, quello che ancora oggi non ha valore espresso in Euro, che non rientra nel calcolo della produttività delle imprese, il lavoro di cura dei figli, dei padri, dei mariti, dei lavoratori di oggi, ieri e domani. Quel lavoro che aumenta di più ogni anno, in concomitanza con la finanziaria di turno e i tagli allo Stato Sociale.

Si nasconde miseramente che le donne in particolare in Italia da
sempre lavorano di più, arrivando a fare come minimo 60/65 ore settimanali tra attività sui posti di lavoro e lavoro in casa non pagato. In questo senso non c'è alcuna differenza tra Calderoli, che vuole la donna "angelo del focolare" e Brunetta, che vuole ancor di più
peggiorare il doppio lavoro e il doppio sfruttamento delle donne.

Il "Ministro" Brunetta, visto che spesso lavoriamo nella Pubblica Amministrazione, ci ha tacciato di fannullone, dimenticandosi che noi abbiamo anche altre "assenze" per la maternità, la cura dei figli, dei parenti (Legge 104). Ci ha tagliato lo stipendio in caso di malattia e ci obbliga ad una reperibilità durante la malattia (8.00 -- 20.00) che dimentica le donne che vivono sole con i loro figli. Il Ministro Brunetta ha tentato anche di ridurci i permessi della Legge 104.

Perché non si parla e non si quantifica la ricchezza enorme portata dalle donne all'economia del paese? Il lavoro di cura e il lavoro domestico, il lavoro riproduttivo si somma a quello produttivo, e fa sì che si risparmi sui servizi sociali, su scuola, sanità ecc.
VOGLIAMO CHE CI PAGHINO QUESTO!

La realtà è che in questa crisi provocata dai padroni le donne già stanno pagando per prime il prezzo più alto.

Le lavoratrici del tavolo 4 'Lavoro/precarietà/reddito' fanno appello a tutte le donne, in particolare alle lavoratrici del Pubblico Impiego, a respingere con l'autorganizzazione, con la nostra mobilitazione questo attacco/provocazione, COSTRUENDO LO "SCIOPERO DELLE DONNE".

DELLA LORO FALSA PARITA' NON CE NE FACCIAMO NULLA.

PER NOI TUTTA LA VITA DEVE CAMBIARE!

VOGLIAMO PIU' SALARIO, LAVORO FISSO, RIDUZIONE GIORNALIERA
DELL'ORARIO DI LAVORO, SERVIZI SOCIALI PUBBLICI GARANTITI.

LA PENSIONE A 55 ANNI ALTROCHE' A 65 ANNI!

NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!