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25/04/09

25 Aprile 2009: Corteo a Piazza Verdi ore 18,00 - Palermo


Non permettiamo che sulle donne questo sistema avanzi nella marcia verso il moderno fascismo In una società di classe come la nostra, i governi imperialisti e capitalisti al servizio della borghesia, per salvaguardare e mantenere il loro sistema di dominio fatto di sfruttamento e oppressione, scaricano le conseguenze dell’ attuale crisi globale sulle masse popolari, sui lavoratori, sugli operai, sui proletari e in particolare stanno avanzando rapidi per peggiorare la condizione di di lavoro e di vita delle donne. Le donne sono tra le più colpite da questa crisi che sta causando la perdita di milioni di posti di lavoro in tutto il mondo e anche nel nostro paese sono le prime a pagare con licenziamenti, cassaintegrazione, aumento della precarietà del lavoro e della vita, tagli dei servizi sociali, reintroduzioni di discriminazioni su maternità, stato sessuale che si uniscono alle disparità già esistenti su salari e diritti. I governi ancor di più in questa fase per difendere gli interessi della classe borghese, mettono in campo politiche sempre più reazionarie e in questo, il governo Berlusconi, fa pienamente la sua parte cercando di liberarsi il campo da ogni opposizione alla sua politica e di reprimere ogni tipo di ribellione e lotta delle masse popolari, dei lavoratori. Voler ottenere a tutti i costi la riforma istituzionale, elettorale e giudiziaria a favore e tutela dei borghesi e potenti corrotti al potere, il monopolio dei mass media, lo stravolgimento della Costituzione nata dalla resistenza antifascista, per non parlare dell’attacco al diritto di sciopero, al contratto collettivo nazionale, l’imposizione di uno stato di polizia e di politiche sempre più repressive, tutto questo è la chiara dimostrazione di si vuole avanzare spediti verso un moderno fascismo. In particolare poi verso le donne si mettono rapidamente in campo tutta una serie di provvedimenti che affiancati da una martellante campagna “moralizzatrice” clerico/fascista vorrebbero ricacciarle indietro, nel “focolare domestico” affinchè si occupino solo della “sacra famiglia”, “unica risorsa insostituibile per la società” come grida a gran voce il Vaticano di Ratzinger , quella “risorsa” necessaria a distinguere nettamente i ruoli imponendo, oggi come ieri, un unico ruolo nella famiglia considerato come naturale sin dalle origini e pertanto immutabile, moglie e madre, angelo del focolare, vero e proprio pilastro della famiglia. Quella famiglia che ancor di più oggi nella crisi globale diviene “vera cellula” basilare della società capitalista in pericolo che deve servire a questo sistema sociale come importantissimo ammortizzatore sociale per attutire i colpi che quotidianamente si ricevono dall’esterno da parte delle politiche governative che hanno effetti sempre più devastanti (disoccupazione, precarietà, carovita, pesanti tagli ai servizi sociali) e che deve essere sempre più funzionale alla marcia della borghesia verso il moderno fascismo. Ma questa famiglia è invece per le donne, in particolare quelle delle masse popolari, la maggioranza, un ritorno al moderno medioevo in cui sempre più frequentemente accadono tragici episodi di violenza che trovano la loro manifestazione più eclatante nelle uccisioni di mogli, figlie, sorelle… ad opera di mariti, fidanzati…considerate come loro proprietà, nell’ambito di un accentuarsi di concezioni sempre più reazionarie e maschiliste generate dall’ attuale realtà sociale e politica che usa e strumentalizza gli stupri come un’ arma nella marcia verso il moderno fascismo. Il governo Berlusconi infatti, con una martellante e quotidiana campagna mediatica razzista e superallarmista che attribuisce agli immigrati in quanto tali gli stupri, la vera causa di pericolo per le donne spingendo, nel pieno sviluppo di raid fascisti, organizzazioni neonaziste come Forza Nuova contro chiunque abbia la fisionomia di immigrato, parallelamente ad una campagna volta a misure di controllo e restrittive della libertà delle donne, per cui le donne dovrebbero andare in giro sempre accompagnate da maschi, meglio se militari o poliziotti, e dovrebbero non uscire ma restare a casa (ma dentro casa chi ci difende poi dal marito violento???), vara un “pacchetto sicurezza” razzista e moderno fascista che in nome e sui corpi delle donne da un lato attacca i più elementari principi democratici costituzionali, impone quartieri e città sempre più militarizzati lasciando poi che i fascisti si rafforzino nel paese e creando un clima oscurantista/emergenziale, terreno fertile per la coltivazione di idee e pratiche fasciste, maschiliste, di sopraffazione che sono causa delle violenze sessuali; dall’altro usa gli strupri per distogliere l’attenzione dalla crisi, dalle pesanti conseguenze e misure che il governo mette in atto per peggiorare le condizioni di vita di tutti i lavoratori, di tutta la popolazione e doppiamente delle donne.
Contro tutto questo oggi 25 Aprile vogliamo gridare ancora più forte
che non c'è altra strada che la lotta auto organizzata delle donne!!!
Guardando alle tante donne del nostro paese che come parte determinante della lotta partigiana doppiamente si ribellarono al fascismo e nazismo, vogliamo essere oggi in prima fila nella lotta sociale e politica contro i governi al servizio del sistema capitalista che pone come una delle basi per la sua esistenza la doppia oppressione delle donne.

movimento femminista proletario rivoluzionario

La nostra resistenza è pane quotidiano

Il 7 aprile del 1944 morivano , fucilate dai nazisti, dieci donne.
Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo furono assassinate al ponte di ferro perchè insieme ad altri ed altre abitanti dei quartieri limitrofi avevano assaltato un forno. Volevano riprendere la farina e il pane che i fascisti negavano alla popolazione straziata dalla guerra e destinavano, invece, ai tedeschi.
La loro morte doveva essere l'esempio che scoraggiasse chi intendeva ribellarsi, ma il ricordo del loro coraggio è ancora la forza di chi cerca giustizia.
Il 25 aprile vogliamo mantenere viva la memoria della resistenza di quelle donne che, come molte altre, pagarono con la vita un gesto di disobbedienza contro un regime che ne schiacciava la dignità.
Quella storia ci appartiene, non è finita. Ricordarle è anche parlare delle donne che ogni giorno resistono con i propri corpi alle guerre, alle privazioni, alla negazione di libertà e delle diverse forme di esistenze.
Corpi violabili ma resistenti ogni giorno nel chiuso delle case e delle famiglie dove è quotidiana l’appropriazione dell’affettività e del lavoro; negli spazi pubblici, dove le aggressioni verbali e fisiche vorrebbero ricondurci alla sottomissione e dove le lesbiche sono oggetto di stupri punitivi per rieducarle” e costringerle all’ordine eterosessuale.
La nostra resistenza è pane quotidiano perché lottare è la forma di esistenza che abbiamo scelto in una società che nega, stravolge e si appropria continuamente di ciò che siamo.

25 aprile 2009 ponte di ferro dalle 9:30 alle 10:30
in ricordo delle dieci donne giustiziate dai nazifascisti.

Insieme raggiungeremo il corteo cittadino a porta san paolo.

Antifasciste romane

07/03/09

LEYLA ZANA


APPELLO PER LEYLA ZANA

L'8 dicembre 1994 Leyla Zana, parlamentare turca di etnia kurda, perseguitata per aver auspicato in Parlamento la fratellanza tra il popolo kurdo ed il popolo turco, con affermazione proferita sia in turco che in kurdo, fu condannata in Turchia a 15 anni di carcere da una sentenza che per ben due volte e' stata dichiarata contraria alla convenzione europea per i diritti dell'uomo dalla Corte Europea di Strasburgo. La Corte Europea ritenne infatti che la condanna inflitta fosse conseguenza di processo non giusto, condotto da un organo giudiziario non imparziale per la presenza di giudici militari e nel quale il diritto di difesa era stato del tutto negato (gli imputati non poterono neppure presentare testi a discarico). Per adeguarsi alla pronuncia della Corte Europea la Turchia scelse di rifare il processo nel 2003, ma anche in questo caso, come documentato alla relazione finale della ICJ/CIJL (International Commission of Jurists'/ Centre for the Independence of Judges and Lawyers), risultarono nuovamente violati i diritti degli imputati ad un tribunale imparziale, alla liberta' e alla sicurezza. Dei 15 anni di reclusione inflitti, Leyla ne ha scontati 10, a conclusione dei quali ha ripreso la sua battaglia a favore dei diritti della minoranza curda ottenendo tra l’altro riconoscimenti come il premio Sakharov per la Pace. Lo scorso aprile è stata nuovamente condannata a 2 anni di reclusione "per aver affermato di nuovo di non ritenere il Pkk un gruppo terroristico e di considerare il capo terrorista Ocalan come un leader del popolo curdo''. Leyla arringando la folla durante il Newroz, dichiarò: "I curdi hanno tre leader: Massoud Barzani, Jalal Talabani e Abdullah Ocalan" e "Sono grata a questi tre leader. Tutti loro hanno un posto nei cuori e nelle menti dei curdi". 5 dicembre 2008: il tribunale turco di Diyarbakir condanna in primo grado Leyla Zana a dieci anni di reclusione a causa dei contenuti di nove suoi discorsi pubblici ritenendola colpevole di "affiliazione e sostegno al Pkk", il Partito del Lavoratori del Kurdistan. Su questa sentenza deve pronunciarsi ora la Corte di Cassazione. Quella che segue è una campagna di raccolta firme, lanciata per chiedere l’annullamento della condanna di primo grado. Qui sotto pubblichiamo la campagna per Leyla e il suo intervento durante la settima udienza del processo che nel 2003 con la conferma del giudizio di colpevolezza decretò al tempo stesso la condanna delle Corti di giustizia turche dinanzi alla storia
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Campagna di raccolta firme in sostegno di Leyla Zana

Leyla Zana è una persona che ha vissuto tutte le difficoltà di essere kurda e donna. Si è sposata assai giovane e ha avuto dei bambini. Ben presto, suo marito fu imprigionato ed essa attese per anni davanti alle porte della prigione. Si è impegnata nella vita politica. Voleva dar voce al suo popolo nell' Assemblea nazionale. Ma è stata imprigionata a causa della politica senza uscita sul problema kurdo. Fu condannata a 15 anni. In prigione, si ammalò. Nonostante l'esistenza del rapporto medico-legale che le avrebbe permesso di essere liberata, essa rifiutò la liberazione in queste circostanze. Uscita di prigione, si ricongiunse ai suoi bambini da cui era rimasta separata per lunghi anni. Allo stesso tempo, iniziò a condividere le sue idee con la società. Ma i seguaci della violenza ancora una volta non hanno sopportato la sua presenza. Leyla è stata condannata a dieci anni di prigione per i suoi interventi. Il suo dossier si trova attualmente davanti alla Corte di Cassazione. Non permettiamo che sia nuovamente imprigionata! Perché fintantoché Leyla Zana e tutti coloro che danno voce alla contestazione saranno in prigione, non saremo liberi neppure noi. Firmando questo testo, chiamiamo la Corte di Cassazione ad annullare il giudizio contro Leyla Zana ed esigiamo dai parlamentari l’eliminazione di tutti gli ostacoli giuridici alla libertà di espressione e di opinione. Per firmare: http://leyla-zana.blogspot.com/ ________________________________________________________
Ankara, 15 settembre 2003
Intervento dell'imputata Leyla Zana nella settima udienza del processo:
La giustizia viene rappresentata da una donna, perché si vuole esprimere una purezza di intenzioni. Gli occhi di questa donna sono coperti da una benda, perché si vuole esprimere l'imparzialità del giudizio. La bilancia nelle mani di questa donna simboleggia l'eguaglianza dinanzi alla legge. E la spada simboleggia la forza del diritto, perché appoggiato dallo stato. La giustizia oggi in Turchia se vuole rispettare questi simboli deve diventare il rifiuto di ciò che e' stata e continua a essere. La giustizia deve tornare in Turchia libera dal potere politico, deve tornare a essere indipendente, deve tornare a rifarsi ai principi universali del diritto. Nel nostro paese alla giustizia e' stata tolta a suo tempo la benda, così essa e' diventata parziale, mentre la spada che ha in mano non e' la sua, potrebbe essere quella di un generale o di un capo della mafia o di un aspirante alla dittatura personale o di un qualsiasi altro tipo di potere dispotico. La giustizia in Turchia quando nel 1980 ci fu il colpo di stato si pose al servizio dello stato autoritario. Sorsero tribunali speciali, nuovi tribunali dell'Inquisizione - le Corti per la Sicurezza dello Stato - che si scagliarono e continuano a scagliarsi contro chiunque critichi il potere. In ogni paese dove tutto questo e' accaduto ne sono sempre derivate cose molto negative. Veniamo da un secolo di barbarie, ci sono state due guerre mondiali e massacri terribili. In queste guerre e in questi massacri sono morte molte donne e molte altre hanno curato i feriti. Così alla fine di questo secolo le donne si sono trovate molto forti. Hanno quindi cominciato a spezzare le loro catene e a giocare un loro ruolo importante nei cambiamenti sociali. Le donne sono diventate alla fine di questo secolo simbolo di lotta per la pace, la libertà e la democrazia. Offendendo la dea della giustizia in Turchia si e' voluto perciò colpire in primo luogo le donne. La nostra lotta e' la lotta del nuovo contro il vecchio, della luce contro il buio. C'e' un'immensa differenza tra noi e i nostri avversari. E' per questa natura totalmente vecchia e buia dei nostri avversari che in Turchia e' così difficile il ambiamento. Il Primo ministro Erdogan ha presentato all'Unione Europea l'elenco delle riforme in cantiere e ha dichiarato che l'80% della popolazione turca e' a favore dell'ingresso nell'Unione Europea. Il Ministro della Giustizia ha accettato, a sua volta, il rifacimento del nostro processo. Persino il capo ell'esercito ha lanciato un messaggio di cambiamento, dichiarando che il potere deve fondarsi sulla saggezza, non sulla forza delle armi e sullo spargimento di sangue. Abbiamo così sperato che la giustizia venisse liberata, che le riforme progredissero davvero, che cadessero i tabù nei confronti dei diritti dei curdi. Abbiamo lanciato messaggi di pace e di fraternità con cuore sincero. D'altro canto noi siamo innocenti di uanto ci si accusa. Tuttavia successivamente e' accaduto che stiamo arretrando. Erdogan ha affermato che i curdi non esistono come popolo, quindi che non esiste una questione curda in Turchia. Anche lui come me ha subito una condanna per avere dissentito dal governo in carica; però oggi sostiene solamente le riforme che li convengono. E a sua volta questa Corte continua a rifiutarsi come tribunale imparziale. Nella scorsa udienza non abbiamo voluto intervenire proprio per protesta contro il carattere illegittimo di questo processo. La questione curda pero' esiste lo stesso; esisteva ieri, esiste oggi, continuerà a esistere se non si giungerà a dare una risposta democratica alla domanda da parte dei curdi di riconoscimento dei loro diritti. Dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980 mio marito (Mehdi Zana era sindaco a Diyarbakir) venne rrestato. Quando andai trovarlo in carcere vidi che era stato torturato. Non sapevo arlare in turco e gli chiesi "come tai" in curdo. Le guardie che mi accompagnavano mi dissero che il curdo era vietato e che dovevo parlare a mio marito guardandolo in faccia. Dovetti quindi rimanere in silenzio. In quel momento capii la mia realtà. Signori giudici, io come voi sono un prodotto del colpo di stato del 12 settembre 1980. Ero una donna di casa, non appartenevo a nessuna tribù e non avevo nessun sostegno, dopo le torture a mio marito mi sono trasformata in una donna sensibile alle questioni della società. Ho scoperto che tante persone erano state picchiate davanti alle Corti per la Sicurezza dello Stato mentre protestavano contro la repressione e mi sono aperta al loro dolore. Ho poi conosciuto direttamente la violenza dello stato. Nel 1990 la questione curda era più che mai terreno minato, per questo siamo stati arrestati e condannati a 15 anni di carcere. Con questa condanna venne praticata la condanna di un intero popolo. Una guerra sporca scatenata in quegli stessi anni contro questo popolo si prefiggeva di cancellarne efinitivamente l'identità. Invece i protagonisti del potere di allora oggi non contano più nulla. Diyarbakir e' di nuovo il cuore della ultura curda. Gli intellettuali curdi sono oggi impegnati in una lotta per la democratizzazione che attraversa tutta la urchia e che riguarda la Turchia come tale. Signori giudici, io e voi apparteniamo alla stessa generazione. Mentre io ho lottato per la pace, la solidarietà tra i popoli della Turchia e la libertà, voi avete lottato per il contrario, e continuate a farlo. Voi continuate a voler ribaltare il corso della storia. Non capite che la società oggi chiede cambiamenti, che non vuole più la guerra civile, che ha in sé un profondo desiderio di pacificazione, di fraternità, di fiducia tra tutte le sue componenti. Voi giudici vi ostinate a negare l'esistenza di un popolo e i suoi diritti più elementari. E avete in mano in questo momento una grande responsabilità: quella di eterminare l'andamento della lotta in Turchia tra il vecchio e il nuovo. Se imporrete una decisione di questo processo a partire dalle vostre posizioni la Turchia subira' una sconfitta grave. Se la resistenza al cambiamento prevarrà, a partire da questo processo, più in generale nella realtà della Turchia, ancora molto sangue verrà versato, e alla fine lo stato si disintegrerà. E le vostre coscienze non potranno più essere tranquille: pensateci. La sentenza di questo processo probabilmente é già stata emessa. Avevamo sperato che ci fosse un passo in avanti, pare che ci siamo sbagliati. Comunque la vostra decisione per noi personalmente non e' molto importante. Una nostra nuova condanna sarà invece una condanna definitiva delle Corti per la Sicurezza dello Stato dinanzi alla storia. Il nostro impegno per una Turchia democratica continuerà ugualmente, e alla fine ce la faremo, anche contro queste Corti.
Leyla Zana

15/02/09

Perugia, 14 febbraio 2009: NO PASARAN

14 febbraio 2009: come Sommosse di Perugia abbiamo aderito alla NO VAT, ma molte di noi non sono potute andare perchè impegnate in città per recuperare spazi di agibilità politica contro il fascismo dilagante.
In ogni caso ne è valsa la pena.

NO VAT, NO FN

Quello che segue è un breve resoconto della Rete Antifascista Perugina sulla giornata:

NO PASARAN

Perugia 14 febbraio 2009
Circa un centinaio di compagne e compagni hanno resistito un minuto in più dei fascisti di forza nuova, che si erano dati appuntamento per un comizio super blindato in uno dei quartieri di Perugia più popolato da immigrati.
I manifesti con cui forza nuova pubblicizzava il comizio, comunque strappati nottetempo, usavano lo stupro e la crisi per criminalizzare i migranti. Il titolo era: “E se accadesse a tua figlia?”, sotto la foto di una donna bianca stuprata e alla fine: “comizio-presidio contro l’immigrazione selvaggia che sta portando ad una crisi che minaccia di distruggere ciò che
resta del tessuto comunitario di questa nazione”.
Un centinaio di compagne e compagni, le donne in prima fila con gli striscioni, si sono diretti verso il presidio di quelle carogne. Lo spiegamento di forze ovviamente era sproporzionato e non per la presenza dei fascisti in borghese (per lo più una decina), quanto per quelli in divisa che li hanno coperti e protetti (il loro presidio era autorizzato, la nostra manifestazione no, ma è stata una nostra scelta politica quella di non farsi imbrigliare nelle maglie della burocrazia di uno Stato di polizia).
C’erano la guardia di finanza e i carabinieri in assetto antisommossa più i famigerati G.O.M di Bolzaneto, oltre, naturalmente, alla digos. Nonostante lo sproporzionato schieramento delle forze dell’ordine (che ci hanno praticamente circondato in una piazzetta bloccando il traffico ed impedendoci di essere visibili se non a costo delle botte) abbiamo urlato a squarciagola: “siamo tutti antifascisti”, “lo stupratore non è l’immigrato, ma è il figlio sano del patriarcato” ecc.
Dopodiché abbiamo deciso di aggirare l’ostacolo, facendo finta di sciogliere l’adunata e di burlarci di quei mastini con casco e scudo. Dopo un divertente giro per i vicoli senza scagnozzo digossino al seguito, ci siamo avvicinati al presidio-comizio di forza nuova, sorprendendolo da sotto, dall’altra parte della strada e abbiamo scandito ininterrottamente slogan contro quelle merde. Naturalmente i fascisti in divisa (carabinieri e polizia in assetto antisommossa) ci hanno impedito di fare di più, ma la nostra manifestazione era pressoché spontanea e non eravamo preparati qui a Perugia ad affrontare le cariche di quelle bestie. Comunque abbiamo resistito con dignità e combattività, bloccando il traffico con i nostri corpi e i nostri striscioni.
Le donne in prima fila hanno sfidato l’ordine di uno Stato che ha assunto il fascismo, il razzismo e lo stupro come perni della sua “sicurezza”, della sua ragione d’essere, della sua “costituzione”. Abbiamo urlato: “preti, militari, fascisti e polizia dalle nostre mutande vi scacceremo via”, “macchè democrazia, ma quale sicurezza, l’antifascismo è l’unica certezza”, “ma quale sicurezza, macchè democrazia, questo è uno Stato di polizia”, “Piazzale Loreto ce lo ha insegnato uccidere un fascista….” ecc. ecc.

Finalmente ci siamo riappropriati del nostro territorio, le/i migranti hanno potuto ascoltarci e vederci. Ora sanno che non sono più soli (su uno striscione c’era scritto: “ immigrati, non lasciateci soli con gli italiani!”). Al termine del comizio (in lontananza, ma coperto dalle nostre voci che li hanno salutati al grido di “forza nuova merda vecchia” , “buffoni, buffoni” ecc.) abbiamo cercato di raggiungere la fermata dell’autobus più vicina per andare via insieme, ma le forze dell’ordine ce lo hanno impedito. Quindi abbiamo bloccato un autobus, lo abbiamo occupato e con esso siamo andati via al grido di “tutto il pullman è antifascista”.
Questa è soltanto una prima, piccola vittoria, che ci può solo dare il coraggio per proseguire insieme un percorso di liberazione e di rivoluzione antifascista, recuperando gli spazi dell’agire politico dentro questa città, governata dal centro-sinistra, che persegue le stesse politiche securitarie e classiste del centro-destra. Questa è soltanto una piccola vittoria, ma per noi è importante e vogliamo renderne tutte e tutti partecipi.

Rete Antifascista Perugina

12/02/09

Contro il fascismo e il revisionismo

CONTRO IL FASCISMO E IL REVISIONISMO, TENIAMO VIVA LA NOSTRA MEMORIA STORICA!

Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani". Mussolini 1920
"Vi fu un moto di odio e di furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di Pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica. (...) Quel che si può dire di certo è che si consumò- nel modo più evidente con la disumana ferocia delle foibe- una delle barbarie del secolo scorso". Napolitano 10 febbraio 2007
A distanza di più di 80 anni entrambe le citazioni dimostrano l'atteggiamento fascista di considerare i popoli slavi un tutt'uno indifferenziato e vi associano termini come barbarie e sangue alimentando una propaganda razzista e guerrafondaia. In questo modo vogliono far dimenticare le centinaia di migliaia di persone di varie nazionalità deportate, assassinate e internate dai fascisti italiani. Furono questi ultimi a fare delle vere e proprie pulizie etniche come dimostrano i casi dell'Etiopia ( dove uccisero 30.000 persone), della Libia ( dove uccisero più di 100.000 persone e ne deportarono 120.000, senza contare i 15.000 libici che furono a costretti a fuggire in Egitto, al cui confine i fascisti posero 300 km di filo spinato) e della Jugoslavia. Riguardo a quest'ultimo caso i nostri schieramenti di centro destra e centro "sinistra" attraverso istituzioni, scuola e mass media continuano a strumentalizzare la questione delle foibe in chiave antipartigiana e anticomunista, riscrivendo totalmente la storia.
I dati parlano chiaro: durante il ventennio e durante l'occupazione fascista della Slovenia, Dalmazia e Montenegro i morti furono migliaia, tra cui 17.000 istriani, croati e sloveni massacrati dopo l'8 settembre dai repubblichini e complessivamente dal 6 aprile 1941 all' 8 settembre 1943 i fascisti italiani furono responsabili dell'uccisione di 350.000 civili jugoslavi. Mentre questi morti vengono quasi sempre tenuti nascosti e per i quali non è mai stata indetta nessuna “giornata del ricordo”, il numero degli istriani infoibati cresce a dismisura di anno in anno: da 400-500 infoibati ( tra i quali numerosi gerarchi fascisti) si passa a 5.000, 10.000 e perfino 30.000!! Mentre il numero degli esuli viene aumentato prima a 100.000 e recentemente a 200.000!!
Perché questa falsificazione?!?!La risposta è data dall'opera dei governi di centro destra e centro "sinistra" che attraverso i revisionisti riscrivono la storia a loro uso e consumo condannando il fascismo solo a parole, ma nei fatti fomentando il razzismo, ad esempio per giustificare le guerre d'aggressione: non è azzardato paragonare il razzismo antislavo che avvalorava i massacri da parte dei fascisti al razzismo contro i popoli arabi etichettati come terroristi per mascherare il neocolonialismo in Medioriente. D'altro canto il razzismo è funzionale anche all'interno del paese dove molte persone sono indotte, specialmente dai media a non riconoscere i veri responsabili della crisi, ma ad indirizzare il malcontento verso gli immigrati. Per contrastare la falsità e la riscrittura della storia, difendiamo il patrimonio del movimento comunista e partigiano.

Collettivo Politico Gramigna
info@cpogramigna.com - www.cpogramigna.org

Centro di documentazione C. Giacca comandantegiacca@libero.it
Padova, febbraio 2009