25/01/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Su patriarcato e capitalismo - Parte 1° - Teorie nel movimento femminista degli anni '70 - ma presenti e influenti a tutt'oggi

La scorsa settimana avevamo annunciato la pubblicazione di alcune parti del capitolo "Articolazioni femministe: una teoria dell'intersezionalità", interno al libro recentemente uscito di Michael Hardt "I settanta sovversivi - La globalizzazione delle lotte", oggi riportiamo questi stralci.  
Perchè lo facciamo? Perchè alcune di quelle teorie sono tornate in voga nell'attuale movimento femminista e sono influenti negativamente nel carattere e azione di esso. Pertanto vanno conosciute criticamente perchè il fondamentale movimento delle donne per la rivoluzione proletaria si rafforzi nella sua grande sfida, pratica, politica e teorica contro il sistema borghese.
Poi torneremo su queste teorie.
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Cominciamo - "Articolazioni femministe..."

"I progetti teorici degli anni Settanta, che hanno esplorato con maggior successo la natura intrecciata delle strutture di potere razziste, capitaliste e patriarcali, si sono dovuti districare tra due potenziali pericoli che le loro analisi sollevavano all'organizzazione politica. 

Da un lato c'erano le posizioni che riconoscevano l'importanza delle diverse strutture di potere, ma che comunque rintracciavano una gerarchia tra di esse. Ad esempio, veniva riconosciuto che i rapporti sociali capitalistici fossero legati alle strutture di potere di razza e di genere, ma alla fine il capitale continuava a fornire la narrazione principale.
Dall'altro lato, la seconda minaccia, spesso sorta in reazione alla prima, era costituita da quadri analitici che vedono ogni struttura di dominio come completamente autonoma, operante secondo le proprie leggi, senza alcuna subordinazione rispetto alle altre. Poiché questa prospettiva non riconosce i modi in cui le strutture di potere si costituiscono reciprocamente, sostiene che le lotte sono organizzate separatamente. Una lotta femminista contro il patriarcato, una lotta antirazzista contro la supremazia bianca, una lotta socialista o comunista contro il capitale e così via. In questo quadro si possono creare alleanze esclusivamente esterne tra le lotte, ma non viene individuata alcuna base per costruire internamente relazioni e combinazioni.

Alcuni progetti teorici degli anni settanta, tuttavia, sono stati in grado di navigare tra questi due pericoli, sviluppando un doppio concetto di articolazione, teorizzando una giuntura tra le strutture di potere così come tra le lotte di liberazione. 

Lo sviluppo del concetto di patriarcato capitalista da parte delle femministe socialiste alla fine degli anni settanta fornisce una prima illustrazione di una potenziale esplorazione efficace che si tiene alla larga da entrambi questi pericoli. 
Il prerequisito o punto di partenza per un concetto di patriarcato capitalista è la nozione teorizzata dalle femministe radicali all'inizio degli anni settanta, secondo cui il patriarcato è una struttura autonoma di potere che riproduce la superiorità sociale degli uomini e la subordinazione delle donne. La mossa cruciale è stata quella di descrivere il sistema di relazioni patriarcali come distinto e indipendente dai rapporti capitalistici di produzione e comando. Le femministe stavano lottando contro le posizioni radicate nella sinistra che assumevano il dominio capitalista con le sue gerarchie di classe imperialiste, come la categoria centrale del potere, in modo tale che il patriarcato, quando riconosciuto, fosse sussunto come un effetto o una sottocategoria delle sue strutture. Stabilire l'autonomia del patriarcato in questo modo ha condotto alla concettualizzazione di due strutture di potere parallele che attraversano la società, una struttura relativamente cieca al genere di dominio capitalista e una struttura relativamente cieca alla classe del potere patriarcale.

Il concetto di patriarcato capitalista si basa sulla premessa che il capitale e il patriarcato non sono di fatto del tutto indipendenti, bensì intimamente interconnessi e reciprocamente dipendenti. Dipendenza reciproca non significa esclusivamente che il capitale trae vantaggio dalle gerarchie patriarcali, ma che si adatta all'esigenza del patriarcato e allo stesso modo che il patriarcato trae vantaggio dal capitale e si adatta a esso. Questa affermazione non nega la proposizione teorica dell'autonomia del patriarcato, piuttosto la qualifica.
Sia il capitale che il patriarcato sono strutture relativamente autonome che tuttavia si costituiscono reciprocamente. Non si ritiene che il capitale non potrebbe esistere senza il patriarcato o il patriarcato senza il capitale in tutti i contesti storici e sociali, ma che nel mondo moderno le due strutture di potere si sono completamente intrecciate. Il patriarcato capitalista quindi dà il nome al processo di articolazione tra queste due istanze.
Tuttavia c'è una condizione fondamentale per concepire questo processo di articolazione che rimane implicita in molte argomentazioni: non c'è priorità tra le strutture. Il concetto di patriarcato capitalista crollerebbe se una delle due strutture fosse considerata primaria rispetto all'altra. Diventerebbe semplicemente una teoria del capitalismo con caratteristiche patriarcali o del patriarcato con caratteristiche capitalistiche, cioè una struttura primaria e di potere accompagnata dal suo partner inferiore. Capitale e patriarcato, quindi, oltre al fatto che nessuno dei due è determinato dall'altro - l'affermazione dell'autonomia relativa stabilisce ciò - devono essere riconosciuti in un certo senso come uguali
Iris Young, forse la teorica che più di tutte sottolinea questo punto, insiste ripetutamente sul fatto che una teoria del patriarcato capitalista deve ascrivere al capitale e al patriarcato uguale importanza e uguale pesoIn che misura si può affermare che le due strutture di potere siano uguali? Gli argomenti che propongono unità o schemi di misura sono solitamente volti a stabilire la disuguaglianza e sono proprio questi gli argomenti che Young rifiuta esplicitamente. Ad esempio, una tradizione femminista radicale sottolinea il fatto che il patriarcato esisteva da molto tempo prima della società capitalista, una differenza temporale quantitativa che può essere interpretata come una priorità. Alcuni marxisti, al contrario, sostengono la priorità del capitale nella misura in cui esso determina la totalità dei rapporti sociali, mentre le relazioni di genere, a loro avviso, ne determinano solo una parte.

Un altro modo per affrontare questo stesso punto è dire che non c'è analogia tra patriarcato e capitale o, in effetti, tra qualsiasi struttura di dominio, perché l'analogia si basa su un qualche indice di commensurabilità. 

le studiose del patriarcato capitalista, come Young, suggeriscono che tutte le strutture di potere non hanno analogie con le altre, perché ognuna di esse è singolare e proprio per questo non può esistere una priorità tra di esse, che significa ancora una volta in termini più colloquiali che non sono disuguali. 

Seguendo Young e altre teoriche del patriarcato capitalista, rifiutare qualsiasi priorità accordata a una struttura di potere rispetto alle altre deriva dal fatto che non esiste una scala o una possibilità di confronto o di misura che stabilisca tale relazione.

Il patriarcato capitalista è quindi una teoria dell'articolazione tra due strutture di potere senza gerarchie tra di esse. Il prerequisito per rivelare tale articolazione è che le pretese di misurare la priorità di una struttura rispetto alle altre sono inadeguate e le due strutture sono poste sullo stesso piano senza ricorrere alla loro misurazione. 

Stuart Hall (che si è occupato fondamentalmente dello sviluppo della nozione del "Capitalismo razziale in quegli stessi anni - trovando una concordanza di fatto con la Young - ndr) afferma che le diverse strutture (di potere) possono essere articolate solo quando sono riconosciute come separate e interrelate (cioè relativamente autonome) su un piano di parità - o, singolari e incommensurabili, quindi senza priorità.

Hall e le femministe socialiste concordano sul fatto che concedere il dominio a una struttura di potere sulle altre sarebbe fatale per le loro teorie e ci riporterebbe a qualcosa di simile alle posizioni del determinismo economico.

Esempi di queste relazioni di dominio contingente all'interno dell'articolazione sono più chiaramente elaborate negli scritti delle femministe socialiste.

Heidi Hartmann, ad esempio, ha spiegato che la costruzione del salario familiare è servita come risoluzione, in quella circostanza, del conflitto sulla forza lavoro tra interessi patriarcali e capitalistici e, in questo caso, ha permesso il dominio del capitale sul patriarcato, nel senso che il capitale ha ottenuto benefici molto più alti del patriarcato. Per quanto riguarda la custodia legale dei figli, invece, il patriarcato è dominante. Storicamente i padri hanno la custodia legale quando i figli sono produttivi e le madri quando non lo sono. "Mentre il salario familiare mostra che il capitalismo si adatta al patriarcato, il cambiamento dello status dei bambini mostra che il patriarcato si adatta al capitale". Chiaramente, gli esempi di Hartmann non intendono dimostrare che il capitale o il patriarcato siano le strutture primarie in generale. Le modalità di articolazione tra le strutture di potere consentono casi in cui una di esse in specifiche congiunture o in modo contingente esercita un dominio sulle altre, senza disturbare la generale relazione di pari importanza.

Per le femministe e socialisti, in modo esplicito, questa analisi del potere è direttamente collegata al potenziale di organizzazione politica. Sul terreno organizzativo deve avvenire un'articolazione particolare tra le lotte con, ancora una volta, nessuna gerarchia tra di esse. 

(Quindi, il testo affronta la Dichiarazione del Combahee River Collective del 1977 composto da un gruppo di femministe lesbiche nere - ndr). Il collettivo parte dal presupposto che l'articolazione tra strutture di potere interconnesse richiede che esse siano comprese su un piano di parità senza assumere priorità tra di loro.

Il collettivo propone che molte, anzi un numero indefinito, di strutture di potere funzionino insieme. Questa nuova geometria del potere richiede una nuova teorizzazione che riveli una molteplicità di poteri legati da articolazioni plurali. Ci sono stati ovviamente dei precursori che si sono concentrati su tre invece che su due articolazioni.

Eric McDuffie racconta, ad esempio, lo sviluppo di questo concetto nel lavoro delle femministe nere del Partito Comunista degli Stati Uniti dagli anni 30 agli anni 50. Il significato storico delle femministe nere, afferma McDuffie, risiedeva nella loro formulazione di una teoria della tripla oppressione, sottolineando la connessione tra l'oppressione di razza, di genere e di classe. La teoria sostiene che lo sradicamento di una forma di oppressione richieda lo smantellamento simultaneo di tutti i tipi di oppressione.

Il concetto di molteplicità contenuto nella concezione del Combahee River Collective, al contrario, non si concentra su due, tre o un qualsiasi numero specifico di strutture di potere intercornesse, quando invece su un insieme aperto e indefinito. 

Il collettivo afferma l'importanza di analizzare e opporsi alle strutture imperialiste che rappresentano senza dubbio un altro sviluppo comune della loro coscienza politica. 

(Ma c'è) Il rifiuto che la logica economica del capitale determini o subordini a sé altre strutture di potere.

Né il capitale né altre strutture sono il centro del potere da cui dedurre gli altri.

L'analisi del collettivo presenta una visione intersezionale delle strutture di potere, che consiste "nell'idea che le oppressioni multiple si rafforzano a vicenda per creare nuove categorie di sofferenza".

Una differenza importante tuttavia è che l'intersezionalità del collettivo non si concentra esclusivamente sulle articolazioni tra le strutture di potere, ma anche tra le lotte di liberazione. Infatti, le autrici femministe che teorizzano le articolazioni tra le strutture di potere alla fine degli anni 70 e all'inizio degli anni 80, lo fanno con un occhio rivolto alle questioni di strategia, di organizzazione e in generale alla pratica. 

Per Ida Hartmann, ad esempio, l'analisi della (relativa) autonomia del patriarcato e del capitale implicava la necessità di un movimento femminista autonomo che agisse in alleanza con i movimenti socialisti. L'analisi di Iris Young, invece, che mostra come la gerarchia di genere sia tanto essenziale al capitale quanto la gerarchia di classe lo è al patriarcato, la porta a rifiutare una strategia di due lotte separate: "ho qualche difficoltà a concepire cosa possa significare, sul piano della pratica, che la lotta contro il patriarcato sia distinta dalla lotta contro il capitalismo". Al contrario, continua, "la lotta effettiva è stata e deve essere contro il patriarcato capitalista, virulento e integrato in cui viviamo. Una conseguenza dell'analisi della natura della relazione tra patriarcato e capitale, quindi, è se l'articolazione tra lotta femminista e lotta anticapitalista debba essere esterna, lotte separate che formano alleanze, o interna, lotte articolate. 

Il Combahee River Collective estende questa stessa premessa in modo che l'analisi di molteplici strutture di potere interconnesse porti direttamente a una molteplicità delle lotte. Non crediamo, scrivono, che una rivoluzione socialista, che non sia anche una rivoluzione femminista e antirazzista, possa garantire la nostra liberazione".

Tra questi diversi paradigmi teorici - orientati a sviluppare i concetti di patriarcato capitalista e di capitalismo razziale e a porre le basi per quella che in seguito diventerà nota come intersezionalità - l'elemento chiave è una complessa teoria dell'articolazione.

Il primo principio di articolazione designa una logica di relazione tra le diverse strutture di potere, in base alla quale ognuna è relativamente autonoma ma tutte sono intrecciate e intimamente connesse. Il secondo, corollario del primo, impone di non dare priorità a una struttura del dominio rispetto alle altre, di non immaginare una gerarchia dell'oppressione. Ciò non perché siano uguali secondo un qualche principio di misurazione ma perché non esiste una misura comune. Sono incommensurabili. Ogni struttura di potere è relativamente autonoma ed efficace a modo suo. In terzo luogo l'articolazione implica non solo due o tre ma un insieme aperto, una molteplicità di strutture di potere, ciascuna in relazione alle altre.

Pensare strategicamente all'articolazione di queste lotte, inoltre, richiede che a nessuna componente - il discorso sul genere e la lotta femminista, in questo caso - sia concessa la priorità sulle altre. Insieme formano qualcosa come una conciliazione o un mosaico di lotte tanto più potenti quanto più articolate, senza priorità.

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