È stato adottato a maggioranza in commissione Giustizia, con 12 voti a favore (compreso quello della presidente Giulia Bongiorno) e 10 contrari, il nuovo testo base dell'articolo 609 bis del codice penale sulla violenza sessuale. Un testo in cui non rientra la parola "consenso", voluta dalle opposizioni, e restano invece le locuzioni "dissenso" e "contraria alla volontà della persona".
Sono cambiate invece le sanzioni, che aumentano: passano da 6 a 12 anni di reclusione (anziché da 4 a 10 anni) per gli atti sessuali contro la volontà di una persona e da 7 a 13 anni (erano tra 6 e 12) se il fatto è commesso con violenza, minaccia o abuso di autorità.
La scelta adottata in Senato ovvero di eliminare dal testo la parola “consenso” all’atto sessuale e configurare il reato solo quando vi sia un dissenso manifestato chiaro e forte, rappresenta una violazione gravissima dei diritti delle donne e soprattutto alimenta la cultura dello stupro e della sopraffazione nei confronti della donna. Una scelta che è più grave, ancora più inaccettabile, se la guardiamo nel contesto europeo e internazionale.
A novembre 2025 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione chiarissima: il reato di stupro va definito incentrandolo sul consenso, non sulla violenza fisica, non sulla resistenza, non sulla capacità della vittima di dire “no” nel modo “giusto”. È un indirizzo politico netto, che riconosce finalmente una verità semplice: senza consenso non c’è sesso, c’è violenza.
E mentre il Senato italiano cancella il consenso, la Francia sull’onda del clamore mediatico e politico della vicenda di Gisèle Pelicot, a novembre 2025 ha riformato la legge definendo stupro ogni atto sessuale privo di consenso. Senza ambiguità. Senza scaricare il peso della prova sul corpo e sul comportamento della vittima. Senza chiedere performance di dolore, urla, lividi.
L’Italia, invece, fa la scelta opposta.
Non solo resta indietro: decide consapevolmente di tornare indietro.
Il disegno di legge approvato ieri è improponibile. Non è accettabile sostituire il principio del consenso libero, esplicito e revocabile con l’obbligo di esprimere un dissenso, per di più destinato a essere valutato “in base al contesto”. Questo significa alimentare la cultura dello stupro e costruire un immaginario colpevolizzante, che scoraggia le richieste di aiuto e rafforza una domanda già tristemente nota: “perché non hai detto no?”.
Significa anche fingere di ignorare che la maggior parte delle violenze sessuali avviene nelle case, all’interno delle famiglie, in contesti di maltrattamento sistematico, dove manifestare un dissenso chiaro può essere estremamente pericoloso. Questa riforma rafforza un impianto che colpevolizza ulteriormente chi subisce violenza, costringendola a dimostrare come, quando e con quanta forza abbia detto no.
Il silenzio non è un sì. L’assenza di resistenza non è un sì.
Il punto è questo: il consenso non è una sfumatura giuridica. È il confine tra scelta e violenza. Il consenso è un obbligo. Allora perché fa così paura scriverlo chiaramente in una legge?
Inoltre, ieri, mentre la commissione giustizia adottava la riforma, le forze dell'ordine bloccavano il presidio di donne, attiviste, militanti e associazioni antiviolenza riunite davanti al Senato per manifestare contro la riforma. Le partecipanti sono state spinte violentemente al punto di ferirle e farle cadere a terra impedendone lo spostamento.
In realtà tutto è amaramente coerente, questa riforma e questa gestione del conflitto di piazza rispondono alla stessa logica antifemminista e maschilista in linea con la politica repressiva del governo per il quale c’è un dissenso che piace, quello contenuto nella riforma del reato di violenza sessuale, e uno che non piace, quello presente nei vari pacchetti sicurezza.
Uno stato che prova a smantellare il diritto di autodeterminazione delle donne è uno stato che legittima ed ispira stupratori e femminicidi, e noi continueremo ad urlarlo con forza visto che vogliono un dissenso riconoscibile.
Solo sì è sì. Senza consenso è stupro.
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