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30/10/10

Vogliono arrestare Arundhati Roy!

Dichiarazione di Arundhati Roy

Scrivo questo da Srinagar, Kashmir. I giornali di questa mattina dicono che io potrei essere arrestata con l'accusa di sedizione, per quello che ho detto al pubblico nei recenti incontri sul Kashmir. Ho detto ciò che milioni di persone qui dicono ogni giorno. Io ho detto ciò che altri commentatori hanno detto e scritto per anni. Chiunque si prenda cura di leggere le trascrizioni dei miei discorsi vedrà che essi sono fondamentalmente una richiesta di giustizia. Ho parlato di giustizia per il popolo del Kashmir che vive sotto una delle più brutali occupazioni militari del mondo; per i pandit del Kashmir che vivono la tragedia di essere stati buttati fuori dalla loro terra; per i soldati Dalit morti in Kashmir, le cui tombe ho visitato sotto mucchi di rifiuti nei loro villaggi a Cuddalore; per gli indiani poveri che pagano il prezzo di questa occupazione in maniera sostanziale e che ora devono imparare a vivere nel terrore di quello che sta diventando uno stato di polizia. Ieri mi sono recata a Shopian, la città/mela nel Sud del Kashmir che è rimasta chiusa per 47 giorni l'anno scorso per protestare contro il brutale stupro e l'assassinio di Asiya e Nilofer, le giovani donne i cui corpi sono stati trovati in un ruscello poco profondo vicino alle loro case e i cui assassini non sono ancora stati assicurati alla giustizia. Ho incontrato Shakeel, che è il marito di Nilofer e il fratello di Asiya. Ci siamo seduti in un cerchio di gente impazzita per il dolore e la rabbia che aveva perso la speranza di poter mai ottenere 'insaf' - giustizia- dall'India, e ora crede che Azadi -libertà- sia la loro unica speranza. Ho incontrato giovani "tiratori di pietre" che erano stati colpiti da spari attraverso i loro occhi. Ho viaggiato con un giovane che ha mi detto come tre dei suoi amici, adolescenti del distretto di Anantnag, erano stati arrestati e cui avevano strappato le loro unghie come punizione per aver lanciato pietre. Nei giornali qualcuno mi ha accusato di fare "discorsi pieni d'odio", per spezzare l'India. Al contrario, ciò che dico viene da amore e orgoglio. Viene dal fatto che non si vuole che le persone vengano uccise, violentate, imprigionate o cui si strappino le unghie per costringerli a dire che sono indiani. Viene dal desiderio di vivere in una società che si sforza di essere giusta. Pietà per quella nazione che deve ridurre al silenzio i suoi scrittori che esprimono i propri sentimenti. Pietà per la nazione che ha bisogno di incarcerare chi chiede giustizia, mentre gli assassini comunitaristi, gli assassini di massa, i manager delle aziende veri truffatori, i saccheggiatori, gli stupratori, e quelli chen riducono in schiavitù i più poveri dei poveri, vivono in libertà.

26 Ottobre 2010
Arundhati

traduzione e diffusione a cura del comitato di sostegno internazionale alla guerra popolare in India sede italiana - csgpIndia@gmail.com

09/04/10

Violenze di genere e di classe, la storia di Ambra

Violenze di genere e di classe, la storia di Ambra

Ieri in piazza Ambra ha raccontato la sua storia, una storia che si aggiunge a tante, troppe, una storia di “ordinaria” violenza in famiglia di cui ogni giorno le pagine dei giornali sono sempre più piene.


Ambra ricaccia indietro le lacrime mentre sul suo volto esplode la rabbia quando parla della trascorsa domenica di Pasqua, la “santa Pasqua”, quella che si dovrebbe trascorrere nella serenità della “sacra famiglia”, ma che invece si trasforma in un vero inferno: legnate, insulti, minacce di un marito che massacra la moglie perché “non c’è la spesa fatta per il pranzo pasquale e ora ti arranci tu!” In dialetto palermitano “Ora ti arranci tu” vuol dire “ora te la vedi tu, ora te la risolvi tu!” Ambra, lavoratrice precaria delle pulizie nella scuola, cosiddetta Ex Pip a 620 euro al mese senza contributi pensionistici e con un straccio di presunto contratto prorogato di mese in mese a volte anche di 15 giorni in 15 giorni, praticamente è l’unica che campa la sua famiglia, il marito è disoccupato e i due figli ormai maggiorenni sono entrati a far parte dell’esercito ogni giorno sempre più grosso di giovani che a Palermo vanno alla ricerca invano di un’
occupazione. Per arrotondare le entrate il sabato e a volte anche la domenica va a fare le pulizie presso privati. Ambra non si ferma mai, è sempre al lavoro, fuori e dentro casa, 24 ore su 24, “perché anche la notte mentre a lui gli gira di divertirsi in po’, come se niente fosse successo, come se i lividi neri delle sue legnate fossero diventati all’improvviso bianchi, a me il cervello invece mi continua a macchiniare, senza sosta!”
La vita di Ambra è un fascio di rabbia che diventa più forte quando pensa ad alcuni suoi parenti che le dicono di metterci una pietra sopra, di dimenticare, di capire, di sopportare “i nervi” di suo marito, di farlo “per amore della famiglia”, “ma questa è una famiglia in cui sono solo una serva di giorno e un pupazzo di notte, e io la odio… questa famiglia sempre sulla bocca dei preti e di Berlusconi non ha davvero alcun senso e ce ne dovremmo solo liberare…”
Ieri ho ascoltato queste parole, la storia di Ambra, e l’ho appresa da una donna che in quel momento era in piazza a lottare insieme a tante altre precarie e precari Ex Pip che da giorni a Palermo protestano contro la precarietà del lavoro, “lui mi fa le scenate perché sono in piazza ma piuttosto lo butto fuori di casa mio marito!”, e se da un lato attraverso di lei ho toccato ancora una volta con mano cosa significa doppia oppressione delle donne, dall’altro è emerso con forza il valore doppio della lotta delle donne, una lotta che in cui inevitabilmente la questione di genere si intreccia alla questione di classe…

Do mfpr palermo
08/04/2010

Ad Ambra e a tutte le donne che trovano il coraggio di denunciare la doppia violenza, il doppio sfruttamento, va il nostro abbraccio solidale e la nostra rabbia contro gli oppressori. Questa rabbia è la nostra forza, la sua organizzazione per la doppia rivoluzione la nosta lotta

Luigia

31/03/10

L'Aquila: dalle prigioni delle C.A.S.E. a quelle delle Costarelle. Nelle c.a.s.e. fermentano disagi e violenza

Da abruzzo 24h

Si è consumato questa notte a L'Aquila un dramma familiare, nell'inedito scenario degli appartamenti del progetto C.A.S.E. di Paganica 2, dove la vita va avanti, nel bene e nel male. Un uomo di 40 anni ieri sera, litiga per l'ennesima volta con la moglie, per motivi economici.

L'uomo ha un attività commerciale nel settore della ristorazione, ma gli affari vanno male, è pieno di debiti, e accusa la moglie di aver bruciato soldi giocando al lotto. Ad un certo punto perde la testa, caccia di casa la moglie e si barrica dentro con i tre figli piccoli, due di 6 e uno di nove anni, e l'anziana madre paraplegica. Intervengono subito gli uomini della squadra mobilie, seguono lunghe ore di trattative. L'uomo lancia oggetti dalla finestra: piatti, vasi di fiori, un barattolo di vernice. Ad un cento punto chiede che da sotto la porta, banconota dopo banconota, gli vengano consegnati 400mila euro, la somma che secondo l'uomo gli dovrebbe restituire la moglie. La sua richiesta scende poi a 20mila euro.

La squadra mobile prende tempo, cerca di non far precipitare la situazione, provvedendo tra le altre cose a sospendere l'erogazione del gas. Ma di far ragionare l'uomo non c'e verso.
Così alle sette del mattino arrivano gli uomini del Nocs, con un'operazione a tenaglia sfondano la porta e la finestra e immobilizzano in pochi secondi l'uomo, di robusta stazza fisica,e con un passato di pugile.

L'incubo per i tre figli l'anziana madre ha finalmente fine. Stanno bene, hanno potuto subito riabbracciare la madre, e due dei tre figli sono anche andati regolarmente a scuola. L'uomo è stato arrestato con l'accusa di sequestro di persona e maltrattamenti.

Commenti:

Qui non dicono, ovviamente, che l’uomo avrebbe sclerato per paura di vedersi tolto l’affidamento dei figli per mancanza di reddito e non dicono che la ricostruzione è affidata alle lotterie e al gioco d’azzardo. Non dicono che intere famiglie sono costrette a vivere, anche con
profondi conflitti, sotto lo stesso tetto, in c.a.s.e. insonorizzate (non senti cosa ti accade intorno, solo fuori la porta di ingresso si sente tutto), dove manca anche il campo e se non hai la rete fissa non puoi neanche telefonare per chiedere aiuto. Non dicono che in queste c.a.s.e. sono costretti a vivere in 6 o in 8 in due o tre stanze + il divano letto. Dove, nonostante l’isolamento, non c’è alcuna privacy dentro casa. Una casa che, per averla, hai accettato di condividere con suoceri, nonni, genitori e magari anche qualche estraneo che hai tirato dentro al nucleo di coabitazione per non esserne escluso, perchè come single o coppia non avevi alcuna possibilità di ottenere un alloggio provvisorio. Molte famiglie, dove i coniugi erano divorziati o separati, per non perdere la c.a.s.a. e l’affidamento dei figli hanno dovuto convivere sotto lo stesso tetto, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Luigia

30/03/10

L'ENI, JOY E LE DEPORTAZIONI

Un altro contributo de Le Vespe su ciò che sta dietro gli accordi tra Italia e Nigeria, tanto lodati dal capo della polizia Manganelli e dal segretario generale dell'Interpol, Ronald Noble.

Si sfruttano risorse naturali incuranti delle conseguenze locali, si
produce un'umanità in esubero, spossessata di tutto, anche del diritto di esistere.

Questa umanità si muove verso le cosiddette capitali economiche in cerca di fortuna.

La fortezza europa si nutre di uomini e donne, per poi evacuarli quando risultano inservibili attraverso la procedura del rimpatrio, maschera di una vera e propria macchina per deportazioni.
Ma c'è chi raccoglie informazioni, crea ostacoli, fa azioni ed intesse relazioni, per opporsi a tutto ciò, come ci racconta durante l'intervista una compagna da Londra, al termine della quale ci lancia una proposta sta a noi coglierla...

contributo a cura de le vespe
Ascolta su Radiocane

26/03/10

Lettere

Ciao care,
siamo tutte a conoscenza di quello che è successo a Bologna in concomitanza con l'iniziativa promossa da Michele Santoro in difesa della libertà di informazione.
Dopo la doverosa manifestazione di solidarietà nei confronti delle compagne malmenate e schedate, devo dire che quanto è accaduto non mi sorprende, visti i precedenti :uno per tutti quello che è avvenuto, sempre a bologna, in occasione del gay-pride nell'estate 2008.
Anche in quell'occasione alle compagne di Facciamo Breccia fu impedito dall'Arci-gay e Arci-lesbica di aprire uno striscione, furono malmenate e consegnate alla digos con conseguenti denunce.
E' prassi consolidata di una certa area politica e relative associazioni-satellite che si autodefiniscono, bontà loro, di sinistra, espletare nei confronti del movimento femminista e del movimento in generale, tutta una serie di pratiche che vanno dalla censura delle iniziative, dalla manipolazione dei contenuti delle stesse, alla diffamazione e alla delazione.
Salvo il tentativo di mettere cappello sulle nostre lotte o di utilizzarci come truppe cammellate.
Certo, hanno ben chiaro che noi siamo altro.
Questa consapevolezza molte di noi già ce l'hanno, ma ogni tanto qualcuna ancora crede che ci siano giornali/direttore/giornaliste amiche.
Non è così.Possiamo e dobbiamo contare solo su noi stesse.

Elisabetta

09/03/10

Aggiornamenti sullo sciopero nei cie: testimonianze di donne e trans

A Corelli, dopo giorni di sciopero della fame i detenuti e le detenute cominciano ad essere debilitati ed indeboliti.
Ad alcune ragazze del reparto trans sono state fatte flebo di liquidi; una è stata portata in ospedale.
I detenuti hanno fatto la richiesta per esser pesati e controllati costantemente da personale medico, come è prassi durante ogni sciopero della fame, ma questo, nel centro di Corelli, non avviene.
Tuttavia, nonostante le difficoltà, i reclusi continuano con determinazione, supportati anche dalla solidarietà degli antirazzisti che continuamente portano acqua e succhi al centro e mantengono ininterrottamente i contatti.
Anche a Roma una ventina di reclusi continua lo sciopero.
I gestori portano il cibo e loro lo rimandano indietro.
Alcuni che avevano iniziato autonomamente lo sciopero qualche giorno prima degli altri oramai sono 10 giorni che non mangiano e sono molto provati.
A differenza che a Milano i reclusi sembra che siano pesati e monitorati regolarmente ma la nuova cooperativa subentrata alla Croce Rossa nella gestione del centro non permette che i solidali portino i succhi e le bevande dall’esterno.
Ciascun recluso ha in dotazione solo un litro d’acqua al giorno diviso in due bottigliette da mezzo litro, una la mattina ed una la sera.
E solo con questo portano avanti la loro lotta.
A Torino intanto e lo sciopero continua a staffetta.
Bologna invece è un caso a parte.
Dopo due giorni che non si avevano più notizie da dentro i reclusi hanno risposto alle chiamate dei solidali.
Lo sciopero si è interrotto dopo il primo giorno, tranne che per un recluso che continua il suo sciopero della fame in solitaria e per motivi personali.
Il motivo di questa difficoltà è presto detto: in questo cie infatti sembra sia una prassi quella di drogare con tranquillanti il cibo dei reclusi, al punto tale che ogni volta che li si chiama rispondono del tutto intontiti ed addormentati, quale che sia l’ora del giorno in cui li si senta.
Di seguito riportiamo alcune dichiarazioni raccolte dalle sezioni trans del cie di Corelli.
”Siamo in 20 persone che stiamo facendo lo sciopero della fame.

In ogni stanza siamo in 4 persone.
I muri son pieni di muffa le lenzuola vengono cambiate una volta alla settimana mentre le coperte non vengono mai cambiato.
Ogni 15 giorni ci danno un bagnoschiuma.
Alla sera dobbiamo pulire noi la stanza con la scopa e il secchio.
Le finestre sono senza tende così la mattina presto entra la luce.
Noi siamo obbligate a mettere le coperte sulla finestra per dormire.
Il bagno è uno schifo.
E’ molto sporco.
Gli scarichi son tutti intasati, dobbiamo fare per forza i nostri bisogni in piedi.
Alle 8 e mezza di mattina ci portano un bicchiere di latte e una brioche.
Non possiamo bere le cose calde se non con la macchinetta a pagamento.
Il cibo è molto scadente, ci portano spesso il tacchino.
Noi che abbiamo il silicone non possiamo mangiare il tacchino.
Per questo a molte di noi sono venute infiammazioni alle protesi ai fianchi al seno nei glutei.
Quando andiamo alla croce rossa per i nostri problemi di salute ci danno dei tranquillanti per togliere il dolore, ma queste gocce ci fanno addormentare.
Quando abbiamo troppo dolore ci danno la tachipirina.” “Io mi chiamo […] sono qua da una settimana.
Ho subito iniziato lo sciopero della fame perché non possiamo stare qua 6 mesi.
Inoltre sono sieropositiva, avevo da fare gli esami del sangue per valutare quali medicamenti prendere invece son stata portata qui e mi hanno fatto saltare la visita.
Ho avuto tre giorni la febbre molto alta.
Stavo così male che mi hanno portato in ospedale al policlinico per un blocco intestinale.
Dopo di che mi hanno riportato in Corelli sempre senza le medicine per l’hiv.
Io sono in Italia da nove anni, mi sono ammalata in Italia e non posso stare qua dentro.
Abbiamo bisogno di mantenerci e di mantenere la nostra famiglia al paese.
Noi vogliamo la nostra libertà perché non abbiamo fatto nulla e ci obbligano a stare qua dentro senza potere fare nulla.
C’è una psicologa che viene dentro una volta alla settimana, ma tanto alla fine ci danno sempre 30 gocce di Valium o per dormire e via…poi diventiamo tutte dipendenti” “Io ho avuto un incidente molto grave fuori da qua.
Ero ancora in cura con la fisioterapia e invece mi hanno presa e portata al cie.
Mi ero fratturata la scapola sinistra il femore e il ginocchio.
Qui spesso la ferita alla gamba mi si infiamma.
Vado in infermeria, mi danno una crema idratante e basta.
Molte di noi sono state prese a Pisa, chi ci viene a trovare ha diritto a 7 minuti di colloquio dopo 5 ore di viaggio… È pieno ovunque di scarafaggi e vermi nei water e nella doccia.
La polizia ci maltratta, ci trattano come cani, ci insultano dicendo che siamo tutti gay, fanno battute sessiste nei nostri confronti.
Quando diciamo cose che non gli vanno bene ci danno schiaffoni in faccia, per qualunque cosa ci aggrediscono e ci trattano come se non fossimo come esseri umani, con totale disprezzo.
Sappiamo che una trans a Natale s’è suicidata qua dentro… c’è una ragazza dentro da quattro mesi che ha visto quello che è successo quando la ragazza si è suicidata e ora è del tutto fuori di testa, perché una persona normale non può sopravvivere qua dentro e molti vedono come unica uscita la morte… Ci sono persone con casi psichiatrici e dobbiamo vivere tutti assieme in una situazione di conflitto, con diverse patologie tutti assieme e qua entro siamo costretti a convivere con malattie diverse, neppure in carcere è così.” Ed una testimonianza dal reparto donne: “Mi chiamo [...]vi racconterò la mia storia.
Sono arrivata in Italia come turista perché mi piaceva molto questo paese.
L’ultima volta mi ha fermato la polizia, mi hanno chiesto il permesso di soggiorno.
Io avevo solo il visto come turista ma mi hanno portato in questura dove son stata 3 giorni e poi in Corelli.
Mi hanno presa il 26 gennaio e avevo in tasca il biglietto dell’aereo per tornare in Brasile il 16 febbraio…beh son ancora qui.
Ora dovrò uscire da questo paese come una criminale, scortata dai poliziotti.
Non immaginavo che in Italia potesse esistere un posto come questo.
Mi sento inutile, sto molto male.
Ci trattano come animali, e questo è solo l’inizio… dovremo fare sei mesi in questo inferno per poi uscire di qua con un’espulsione per dieci anni.
Chiediamo a tutti che ci ascoltino che anche se ci dicono clandestini siamo gente di buon cuore.
Siamo venuti in cerca di una vita migliore.
Stiamo facendo lo sciopero per fare capire alla gente che siamo esseri umani e abbiamo il diritto di vivere qua come tutti gli altri e che non ci possono togliere la libertà.
Ci dovrebbero esser altri modi per ottenere questo pezzo di carta senza passare da questo inferno.
È veramente una legge ingiusta, non so chi l’ha inventata e non vogliamo rispettarla.
Per noi l’unica opzione che abbiamo è lottare.”

12/08/09

Debora Damiani è stata licenziata ingiustamente

DEBORA DAMIANI, dopo ben 14 anni di servizio per una società - Vodafone - che non si è fatta scrupoli a vendere la sua professionalità ma soprattutto la sua vita ad un'azienda - Comdata Care - creata appositamente per distruggere gradualmente tutte le certezze dei dipendenti che apparentemente ha acquistato insieme ad un presunto ramo d'azienda (che ancora oggi dimostra di non avere nessuna autonomia) E’ STATA LICENZIATA INGIUSTAMENTE.

PERCHÉ Debora è stata licenziata?

La sua password, A SUA INSAPUTA, è stata utilizzata per attivare delle promozioni.

Debora è stata quindi licenziata per non aver denunciato prima le inefficienze di Comdata Care in materia di sicurezza dei sistemi utilizzati per svolgere il proprio lavoro e per non averla obbligata a predisporre dei sistemi informatici più sicuri!

Quale colpa ha Debora se per avviare una qualsiasi macchina presente in azienda è stata predisposta una password uguale per tutti?

Quale colpa ha Debora se per avviare qualsiasi applicativo necessario a svolgere il suo lavoro deve collegarsi ad un server di Vodafone che è l'unica ad identificarla come utente abilitato a compiere tali operazioni?

Quale colpa ha Debora se solo oggi scopriamo che Roma è l'unica sede Comdata Care che usa Citrix, una specifica interfaccia per lavorare sui sistemi Vodafone?

Esiste un sistema di identificazione alle macchine di Comdata Care?

MA SOPRATTUTTO:

esiste un'analisi fatta da Comdata Care per dimostrare l'estraneità di Debora ai fatti segnalati da Vodafone?

Possibile sia sufficiente un resoconto di Vodafone per sbattere fuori una persona che solo pochi anni fa era stata premiata economicamente dalla stessa Vodafone per la sua diligenza?

Siamo o non siamo dipendenti Comdata Care?

E' sufficiente bloccare il computer quando ci allontaniamo dalla nostra postazione?

O è necessario chiudere tutte le applicazioni per salvaguardare la nostra password?

A Debora e a nessuno di noi è stato detto nulla in proposito!

PERCHE’?

O forse la verità è un'altra e le colpe di Debora sono di essersi resa disponibile a testimoniare per un altro collega che era stato ingiustamente licenziato, di aver scelto di partecipare attivamente alla nascita di un sindacato che per questa azienda non rientra negli schemi convenzionali, di essersi candidata nella lista Cobas per le elezioni della nuova Rsu?

Noi nutriamo molti dubbi sulla correttezza di Comdata Care, Comdata e soprattutto Vodafone, artefice principale del nostro destino, ma su Debora NO!

COSA STA SUCCEDENDO? COSA È SUCCESSO ESATTAMENTE 2 ANNI FA?

Molti di voi lo ricorderanno sicuramente - ma è bene ricordare all'opinione pubblica - quello che fin da subito 914 persone hanno temuto stesse per accadere e che oggi si sta concretizzando: CESSIONE DI RAMO PER MASCHERARE LICENZIAMENTI DI PERSONALE!

Non si è trattato di una cessione di ramo d'azienda: Vodafone non era in crisi, il ramo d'azienda non era preesistente, il personale addetto non aveva uno specifico know how e i sindacati confederali che hanno assistito allo scempio si sono arrogati il diritto di firmare un accordo di cessione fasullo e senza alcun mandato dei lavoratori.

ECCO COSA E’ CAMBIATO:

dopo quell'accordo Comdata Spa è stata sindacalizzata e prima ancora di intervenire sulle garanzie dei lavoratori è stato firmato un accordo per garantire un monte di 4000 ORE DI PERMESSI SINDACALI per le segreterie nazionali di CGIL, CISL e UIL!

Dopo solo 18 mesi dall'operazione FIORENZO CODOGNOTTO, amministratore delegato della holding che controlla Comdata Care, guadagna una POLTRONCINA all'ASSTEL. Cosa sicuramente irrilevante se non fosse che nei 20 anni di attività che aveva alle spalle non era riuscito forse neanche ad entrare
all'ASSTEL…

VODAFONE... cara Vodafone... e tu cosa hai guadagnato in tutto questo?

Continui a vendere la tua immagine di società perfetta, a collezionare “bollini rosa” per il buon trattamento riservato alle tue donne, a fare profitti con il lavoro di quelle persone che hai affidato ad un altro padrone perché se ne liberasse senza coinvolgerti e senza che le tue manine si macchiassero.

PIETRO GUINDANI, all'epoca dei fatti amministratore delegato di Vodafone, dove sta?

Ha rassicurato i suoi dipendenti sull'affidabilità di questo partner commerciale e come carne da macello ci ha ceduto ad una società che, non riuscendo a sollevarsi, ci tratta come zavorre.

Siamo certi che in sede di giudizio questa storia si risolverà a favore della collega ma non siamo disposti a far finta che non sia successo niente e ci batteremo fino in fondo per ottenere il suo reintegro.

AIUTACI ANCHE TU A DENUNCIARE QUANTO E’ SUCCESSO A DEBORA E QUELLO CHE ALTRI
HANNO DECISO PER IL NOSTRO FUTURO!

Giovane marocchina si suicida perché clandestina

Giovane marocchina si suicida perché condannata alla "clandestinità"

Bergamo, 7 agosto 2009. Nel Bergamasco la condizione degli immigrati "irregolari" è assolutamente disperata. Attivisti del Gruppo EveryOne hanno avuto modo di incontrare, nei giorni scorsi, numerosi "clandestini" provenienti soprattutto dall'Africa, constatando una vera e propria tragedia umanitaria. Donne incinte che non si recano in ospedale e malati gravi che non accedono più alle cure sanitarie, per timore di essere denunciati e deportati. Genitori che nascondono i bambini, per timore di perderli, in quanto impossibilitati a registrarli e ad offrire loro condizioni di vita sufficienti a evitare che le autorità li sottraggano loro. Sospetti casi di Tbc e altre malattie contagiose, fra cui l'influenza A/H1N1: malattie che si diffondono fuori controllo, perché i migranti non si recano presso le strutture sanitarie. Sui bimbi, inoltre, non possono essere eseguite la vaccinazioni obbligatorie dell'età evolutiva: antidifterite, antitetanica, antipolio e antiepatite B né quelle raccomandate dalle Istituzioni sanitarie: antimorbillo, antirosolia, antiparotite e antipertosse. In questo clima di persecuzione, che vede tanti nuclei familiari vivere nascosti come la famiglia di Anna Frank durante l'Olocausto, si registrano già diverse vittime. Bambini nati in condizioni igieniche terribili. Malati gravi che si spengono fra atroci sofferenze, privati di ogni terapia. Persone fragili che scelgono di togliersi la vita, le cui morti sono spesso imputate a "incidenti" dagli inquirenti che non vogliono sentir parlare di persecuzione etnica.
La giovane marocchina F.A., 27 anni, si è uccisa ieri gettandosi nelle acque del fiume Brembo, a Ponte San Pietro (Bergamo). Si è suicidata perché era clandestina, non riusciva a regolarizzarsi ed era consapevole che con la legge n. 94/2009 sulla sicurezza, la sua presenza in italia sarebbe diventata un reato, che l'avrebbe condannata a vivere senza diritti, in attesa della deportazione. Il corpo della giovane è stato notato da alcuni passanti ieri sera, sotto il ponte del centro storico. Il fratello della ragazza, Mohammed, che ha un regolare permesso di soggiorno e vive a Ponte San Pietro, ha raccontato il dramma della sorella, dramma che l'ha condotta a una depressione senza uscita. "Era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato," ha detto fra le lacrime, incapace di accettare l'ennesima tragedia causata dal razzismo istituzionale.

12/07/09

L'Aquila 10 luglio, report dalla manifestazione

Sabato 11 luglio, mentre leggiamo i giornali, si avvicina Nella, una signora che vive in una tenda davanti casa sua. E’ in compagnia di una ragazza che ci guarda con occhi luminosi. Non è difficile leggere nel suo sguardo la tenerezza della gratitudine di chi si è sentito avvolto dal caloroso abbraccio solidale di tante persone venute a manifestare a L’Aquila contro il G8. Nella ci riconosce dalle immagini viste in televisione. Vuole esprimerci la sua commozione nel vedere “tanti giovani, venuti addirittura dalla Sicilia, per manifestare al fianco degli sfollati aquilani” e si scusa, anche per conto di altri aquilani che non hanno partecipato alla manifestazione nazionale del 10 luglio, per l’ostilità mostrata dai rappresentanti dei comitati cittadini che non hanno aderito.
Ci spiega: “avevamo paura, c’erano tutte quelle scritte che dicevano che dovevamo starvi lontani”. “Dov’erano quelle scritte, sui giornali?” le chiediamo. “Anche - ci risponde lei – ma la polizia soprattutto le ha fatte girare”.
L’Aquila 10 luglio, circa 10.00 persone hanno partecipato alla manifestazione contro “il G8 dei potenti sopra 300 vittime innocenti”. Dietro lo striscione di apertura “Voi G8 siete il terremoto, noi tutt@ aquilan@”, c’era una delegazione di vigili del fuoco, accolta al grido di “rispettiamo solo i pompieri” e c’erano gli aquilani contro il G8, dalla rete di soccorso popolare ai sindacati di base. “fuori gli sfruttatori”, “crisi, terremoto, repressione non ci fermeranno”, “Una sola grande opera: ricostruire L’Aquila dal basso”, “assassinati alla casa dello studente. Diritto allo studio inesistente”, “meno f35 più case” recitavano i loro striscioni. Molte donne e giovani combattivi hanno animato il lungo corteo dalla stazione di Paganica alla villa comunale al grido di “L’Aquila libera”, “siamo tutti aquilani” e poi ancora: “liberi tutti”, “ci espropriano, ci sfrattano, ci danno polizia, è questa la loro democrazia”, “al g8 soldi tanti, agli aquilani calci ai denti, ma non siamo mendicanti!”. Molti slogans per ricordare l’assassinio di Carlo Giuliani, contro i licenziamenti della crisi prodotta dai potenti e soprattutto una promessa: “una rivolta vi seppellirà”.
Davanti ai cantieri di Bazzano del progetto C.A.S.E., abbiamo urlato “case sì, ghetti no”. Gli operai di quei cantieri lavorano giorno e notte e non vedono le proprie famiglie da mesi. Già si contano numerosi incidenti su quei cantieri, dove gli operai, soprattutto immigrati, lavorano anche fino a 12 ore al giorno, senza alcun controllo: la protezione civile è il dittatore dell’emergenza e qualcuno, andato a fare reclami all’ispettorato del lavoro, si è sentito rispondere: “lasciate perdere, dovete ringraziare le ditte legate alla moglie di Bertolaso se ora qui vi lasciano lavorare”. Si dice che al DICOMAC l’80% dei lavoratori impiegati durante il G8 dentro la scuola della guardia di finanza, lavorasse a nero. Davanti a quei cantieri abbiamo urlato “fuori, fuori gli sfruttatori” e gli operai si sono fermati e ci hanno salutato da lontano, anche a pugno chiuso. Nessuno di loro poteva raggiungerci da quei cantieri – prigioni a cielo aperto dietro le reti e i cordoni della polizia, ma hanno potuto bloccare i lavori per un po’ mentre il lungo corteo scorreva sotto i loro occhi.
A S’Elia, davanti a una tendopoli, abbiamo invitato gli sfollati a unirsi al corteo, al grido di “L’aquilano non si arrende, tutti fuori dalle tende”. Gli sfollati autonomi da dietro le reti hanno applaudito e dato ristoro come potevano ai partecipanti al corteo.
Nonostante il boicottaggio capillare a questa manifestazione, gli sfollati hanno capito da che parte stanno questi famigerati no-global e ora sanno che non sono soli, che la lotta contro i padroni della terra è una lotta di tutti e che “siamo tutti aquilani”.
I veri guastatori, i veri assassini sono coloro che hanno imprigionato un’intera città; i veri guastatori, i veri assassini sono coloro che hanno ignorato il rischio sismico; i veri guastatori, i veri assassini sono gli sciacalli al governo, sono le tutte le istituzioni e i partiti che hanno rilasciato autorizzazioni a costruire senza alcun vincolo di sicurezza, sono gli 8 potenti della terra, che su questa terra, lacerata dalla crisi e dal terremoto, spadroneggiano arroganti.

IL G8 E’ FINITO
LA LOTTA DEGLI SFOLLATI E’ APPENA COMINCIATA

Grazie a tutti i compagni che hanno lottato insieme a noi
A tutti loro e a quelli che non sono riusciti a raggiungerci, ostacolati o repressi da questo Stato di polizia, va tutta la nostra solidarietà

rete di soccorso popolare

07/07/09

Carla ha detto: "al meglio non c'è mai fine"


IN TRAPPOLA


Batterie di missili, caccia F16, cecchini sui tetti, elicotteri assordanti e molesti, oltre al Predator, che “discretamente” a quota oltre 3000 metri spia ogni nostro movimento anche quando ci “infrattiamo” per cagare. Noi non lo vediamo, ma sappiamo che è lì che ci scruta, come uno scienziato nazista osserva le sue cavie da laboratorio. Militari, polizia, digos da tutta Italia a sorvegliare ogni 10 metri la statale 80 dir, quella che dovrebbe essere interdetta al traffico veicolare e pedonale all’arrivo e alla partenza delle delegazioni. Facevano paura anche 2 giorni fa, quei mitra e quelle batterie di missili e quei cecchini piazzati sui tetti, che noi non vediamo, ma sappiamo che sono lì. Facevano paura anche 2 giorni fa, quando è scattata l’ordinanza di interdizione per il G8 anche per le greggi di animali, anche per i cani randagi sopravvissuti al terremoto, che animalisti e vigili del fuoco andavano ad alimentare nel centro storico. Tutti in gabbia adesso! Gli 8 grandi devono guardare le rovine del centro storico, ma non possono essere infastiditi da cani e da “cristiani”. I cani li rinchiudono nel lager di Bazzano (da dove non usciranno più, perché essendo cani convenzionati frutteranno almeno 3 euro l’uno al giorno all’associazione che gestisce quel canile a L’Aquila) e i “cristiani” che non sono riusciti a fuggire dal G8 restano rinchiusi nelle tendopoli. Agli sfollati di piazza d’armi hanno imposto addirittura di non uscire dalle tende e hanno circondato con altre reti la tendopoli. “Neanche un giro dentro il campo potrete fare” gli hanno detto. Un ragazzo, un proletario residente in piazza d’armi uscì a comprare le sigarette qualche giorno fa ed è stato aggredito e quasi linciato da 2 agenti americane in borghese ed altri, forse dei servizi USA o dell’FBI, che lo avevano individuato come “sovversivo” per via dei suoi tatuaggi. Gli hanno detto che, come tutti, doveva rifornirsi di viveri, medicinali e sigarette prima del G8, perché poi non sarebbe più potuto uscire dal campo e avrebbero chiuso anche tutti gli esercizi commerciali, compresi i tabaccai.
E così è stato. Può essere fiero ora il sindaco Cialente di essere “stato costretto” a chiudere, per ordine delle forze dell’ordine, almeno 78 attività produttive per il G8. Non che il suo parere sarebbe valso a qualcosa, ma almeno avrebbe salvaguardato la sua dignità e quella di un’intera città.
Lamenti, paura e rabbia, questo è quel che sta seminando questo G8 per l’evidente ingiustizia. Gli sfollati sempre più rinchiusi nelle tende; i pastori e le loro greggi non possono mangiare e circolare durante il G8; i lavoratori pendolari residenti nella zona rossa, che in seguito al censimento della digos hanno ottenuto un pass, devono subire controlli col cuore in gola ogni volta ai posti di blocco, per paura che parta “per sbaglio” un colpo dai mitra o un missile; gli abitanti della zona nord-occidentale della provincia di L’Aquila, quella fuori dal cratere, non hanno neanche avuto la possibilità di chiedere un pass, perché “non censiti dalla digos”. Questi ultimi non hanno via di scampo. In caso di malore o di forti scosse, non possono neanche fuggire: la S.S 80 è off limits. Al distretto sanitario di Montereale, a 36 Km a nord-ovest di L’Aquila, tra i monti della Laga e quelli del Gran sasso, c’è un cartello con su scritto: “non si effettuano esami del sangue ed altri accertamenti, causa G8”. L’ospedale da campo del G8 è DEL G8, per recarsi lì, in caso di necessità, bisognerà essere scortati dai carabinieri e superare una serie di filtri e controlli incompatibili con una situazione di pronto soccorso.
“C’è stato uno spostamento della crisi sismica verso nord dell’area epicentrale del movimento tellurico del 6 aprile…Nessuno può escludere che lungo questo asse si possano verificare altre scosse di notevole entità…la Protezione civile sa quello che deve fare”, dichiara Emanuele Tondi, docente di rischio terremoti presso l’Università di Camerino. Secondo i calcoli ufficiali dell’INGV, interpellata dalla protezione civile per l’organizzazione del G8, la probabilità che queste forti scosse si verifichino durante il G8 è del 26%.
Ora la caserma “Vincenzo Lo Giudice”, la cui antisismicità è stata opportunamente verificata in vista del G8, si trova ben 10-15-20 Km a sud del nuovo epicentro che potrebbe essere teatro di altre scosse al di sopra di 5-6 gradi Richter, ma la sola preoccupazione del duo Berlusconi-Bertolaso è stata quella di assicurare gli 8 grandi.
Per loro e solo per loro sono stati spesi oltre 500milioni per la sicurezza. Per loro e solo per loro è pronto un immediato piano di evacuazione in caso di forte sisma. Per loro e solo per loro i vigili del fuoco saranno impegnati a controllare la “tenuta” del bunker dove alloggeranno. Per loro e solo per loro si mobilita la protezione civile.
I comuni fuori dal cratere, prossime probabili vittime al 26% di un altro disastroso terremoto, attendono ancora risposta alle richieste di prevenzione da rischi sismici, lanciate dai sindaci alla protezione civile.
Ma se ci saranno altre scosse al di sopra dei 4 gradi Richter, gli 8 grandi saranno immediatamente evacuati verso Roma e gli abitanti di Arischia, Pizzoli, Capitignano, Campotosto, Montereale, Borbona e frazioni limitrofe, fino al reatino, staranno freschi ad aspettare i soccorsi! La SS. 80 è bloccata!
Nessun problema! A piazza d’armi sono arrivate da un po’ 1.500 bare (confidano alcuni finanzieri e forestali), saranno le casette su misura per i vecchi sfollati o per i residenti a nord di Coppito che potranno morire sotto altre scosse causa G8? Oppure il foglio di via per gli anti G8?
Intanto la zona rossa del G8 è ancora più ampia e deserta di prima, non volano neanche le mosche, l’unico rumore assordante che scuote i timpani, i vetri delle finestre e le mura già lesionate di Arischia, Pizzoli, Preturo, Coppito, Pettino, S. Vittorino e Cansatessa, è quello prodotto dalle eliche degli elicotteri militari.
Stanno uccidendo un’intera città 2 volte. Chi è sopravvissuto al terremoto è scappato per il G8. Si allunga la lista degli esiliati. Gli 8 grandi sciacalli deprederanno una città morta proprio grazie a loro, alle loro banche, al loro malaffare, alle loro speculazioni.
E’ vero, al peggio non c’è mai fine, ma chi resiste conosce anche un’altra verità, l’altro lato della medaglia di questa filosofia della rassegnazione, che ha ben sintetizzato una compagna che ha perso la madre e la sorella sotto le macerie, per mano di padroni assassini:

AL MEGLIO NON C’E’ MAI FINE!
Ed è con questo ottimismo, che deriva dalla nostra volontà, dalla nostra lotta, che diamo il nostro abbraccio di solidarietà a tutti gli studenti e i compagni che hanno perduto la loro libertà per la libertà di tutti. Ed è con questo saluto che diamo il caldo benvenuto a tutti coloro che vorranno essere al nostro fianco in un momento come questo, drammatico ma di lotta.

Vi aspettiamo a L’Aquila, venerdì 10 luglio, ore 14 alla stazione di Paganica

Per sentire insieme che “al meglio non c’è mai fine”
perché noi, uniti, siamo 6 miliardi, loro sono solo 8

Oltre la casa, il lavoro, la libertà e la vita dei nostri cari
non abbiamo più nulla da perdere

NOI CI SAREMO!

Rete di soccorso popolare

05/07/09

Voci di donne aquilane in vista del g8

Qui sotto pubblichiamo l'intervista a Giulia, a cura della rete di soccorso popolare

10 luglio a L'Aquila: NO G8!


10 LUGLIO ORE 14 DALLA STAZ. DI PAGANICA
AL FIANCO DELLA POPOLAZIONE TERREMOTATA, CONTRO IL G8
AL FIANCO DELLE DONNE DE L'AQUILA

PARTECIPIAMO IN TANTE E INSIEME ALLA MANIFESTAZIONE DEL 10 LUGLIO
Domenica 14 giugno a L'Aquila... Sembra di entrare in una zona di guerra perché subito la città appare ipercontrollata. La presenza dei militari fa impressione al pari delle distruzioni e dei crolli. Ci sono militari di ogni genere e tipo, dagli alpini, alla Guardia di finanza, all'esercito, ai poliziotti, ecc. Tanti posti di blocco/presidi ad incroci di strade, che non hanno una loro giustificazione. Gli unici che lavorano sono i vigili del fuoco. Gli altri, anche per il fatto che non fanno niente, se non imporre la loro inaccettabile presenza asfissiante, esagerata, non si capisce perchè stanno lì per ore a presidiare i campi, le strade, se non per il fatto stesso di mostrare una presenza dello Stato solo militare/repressiva, di mostrare il potere dello Stato sulla gente. A fronte del dramma della gente lo Stato deve imporre il suo "Ordine". Un giovane con cui abbiamo parlato, diceva come ci si sente controllati/spiati anche quando stai parlando, come se già il fatto di parlare in più persone diventa di per sé sospetto. In tutta la zona interessata dal terremoto, ci sono attualmente almeno 170 campi "ufficiali". Poi ce ne sono tanti altri mini che sono sorti spontaneamente vicino alla proprie abitazioni crollate o danneggiate. Chiaramente non tutti i campi sono uguali. Per esempio: L'Italtel è il terzo campo per grandezza, ma anche uno dei peggiori. Qui si sono verificati gli episodi della carne avariata e del tizio che andava tranquillamente in giro con la svastica. Il campo di S. Stefano raccoglie prevalentemente gente della piccola/ media borghesia; A Coppito c'è un campo gestito dalla Cgil e qui vi è più libertà e un clima più tranquillo e aperto. Qui abbiamo mangiato alla mensa del campo senza problemi, anzi uno dei giovani che stava all'ingresso del campo ci ha invitato a restare a mangiare; in altri campi non si può entrare o uscire senza tessera; A Poggio Picenze è invece gestito dai fascisti di Casa Pound. Ecc. Per come sono dislocati i campi la gente se non ha la macchina può difficilmente muoversi, potrebbe chiamare un numero verde per far arrivare un bus, ma si dice che è meglio non averne bisogno. Questo chiaramente aumenta il peso della situazione da 'campi di concentramento' che si vive nella maggiorparte dei campi. Per fare qualcosa di diverso, una famiglia, che abbiamo incontrato, si stava facendo un giro in macchina nella zona in cui stanno costruendo le nuove strade per il G8, "per far vedere un pò ai bambini...". L'inchiesta che ha iniziato Luigia (per una rete di soccorso popolare) attraverso il questionario, è partita durante la manifestazione nel centro storico. Vi stanno rispondendo giovani, donne, lavoratori, disoccupati. Finora, in poco tempo e in situazioni non certo tranquille, sono stati riempiti decine di questionari, un risultato molto buono, tenuto conto anche, come è inevitabile, che il questionario non viene riempito semplicemente lasciandolo alle persone, ma compilandolo insieme. Aspetti positivi sono che la maggiorparte di chi lo ha compilato ha lasciato dei riferimenti per essere rintracciabile e ha dichiarato la propria disponibilità ad impegnarsi. Per il G8 vengono già imposte direttive. Per la gente dei campi della "zona rossa" nei tre giorni del vertice sarà impossibile anche andare a lavorare se non dopo controlli in entrata e uscita e le persone dovrebbero andare in giro anche con dei 'braccialetti' identificativi. Ad abitanti di una casa che per sua sventura si trova proprio nella 'zona rossa', non potendo essere "spostata" è stato già detto che o si trasferiscono nei tre giorni o dovranno stare con le finestre chiuse e avere sul proprio tetto fissi due cecchini. Si parla di sicurezza, di abitazioni pericolanti, ma i tanti voli degli aerei che sorvoleranno L'Aquila durante il G8 rischiano con le loro vibrazioni di aumentare ulteriormente i danni di abitazioni. In fretta e furia stanno facendo eseguire i lavori per il G8 di ampliamento dell'aeroporto e di allargamento o costruzione ex novo di strade dall'Aeroporto di Preturo alla Scuola della Guardia di Finanza in Coppito, dove si terrà il vertice, imponendo espropri di terreni agricoli. Si tratta di una violenza del territorio, una violazione inaccettabile per una zona che ha già subito un trasfigurazione della propria struttura. L'aeroporto finora era un piccolo spazio per aerei di piccole dimensioni o elicotteri, ora dovrà, invece, essere forzatamente allargato per l'atterraggio e il decollo di grandi aerei. Le strade erano strade di campagna o di frazione, ora dovranno forzatamente diventare lunghe e grandi strade per il passaggio di mega macchine, blindati, ecc., portando ad uno stravolgimento anche futuro del territorio. I lavori vengono fatti da ditte fuori de L'Aquila e con lavoratori portati anch'essi da fuori (il G8 non sta rappresentando neanche possibilità di ripresa del lavoro per operai forzatamente disoccupati per il terremoto). Le condizioni di lavoro degli operai impegnati nei lavori del G8 sono all'insegna del massimo lavoro nel minor tempo possibile e col minimo costo. Gli operai edili con cui abbiamo parlato, da quando hanno iniziato i lavori di ampliamento stradale non hanno mai fatto un riposo settimanale, fanno ogni giorno 12 o più ore di lavoro, vi lavorano anche degli immigrati (che qui vanno bene, perché vuol dire riduzione dei costi del lavoro). Mentre per la ricostruzione i tempi si allungano giorno dopo giorno, per il G8 i lavori si fanno in poche settimane. E mentre questi lavori vengono assunti direttamente dallo Stato, per la ricostruzione delle case dei terremotati -come si capisce chiaramente dal decreto del governo- lo Stato se ne laverà le mani, privatizzando e parcellizzando la ricostruzione. La linea prevalente sarà infatti l'assegnazione di fondi (pochi e legati fondamentalmente alla speranza di lotterie, bonus) direttamente a chi ha avuto distruzioni dal terremoto per la prima casa, e queste persone dovranno provvedere da sé a trovare la ditta e a fare i lavori. Una linea scellerata e assurda: in questa maniera non c'è un piano organico di ricostruzione; dati i pochi soldi assegnati vi sarà una naturale tendenza a ridurre i costi, con una concorrenza tra le ditte che poi scaricheranno il massimo ribasso sui loro operai; si attuerà una disparità tra chi ha le possibilità economiche di integrare i fondi del governo e chi no. Parlando con un dirigente della Cgil de L'Aquila, è venuto fuori che questa linea non viene realmente contrastata dal sindacato, anzi. A fronte della domanda se il sindacato sta ponendo il problema dell'impiego retribuito degli operai edili attualmente senza lavoro nella ricostruzione, o se piuttosto c'è il rischio che questi lavori passino sulla testa dei lavoratori aquilani, il dirigente della Cgil ha risposto che, grazie al fatto che ogni famiglia potrà chiamarsi direttamente la ditta per fare i lavori nella propria abitazione, questo inevitabilmente favorirà le ditte abruzzesi che occuperanno, a loro volta, operai abruzzesi... Della serie che la speranza di lavoro è legata a quando e se le famiglie potranno ricostruire/riparare le loro abitazioni. Alla fine della giornata di domenica, siamo andati dove vive Carla (a cui è morta la madre e la sorella per il terremoto). Ora Carla vive in una roulotte che sta sul terreno antistante la casa in cui abitava in affitto. Il suo compagno mi ha fatto entrare in questa casa. Al di là di lesioni rilevanti nei muri, erano soprattutto impressionante i soffitti delle stanze. Era come se fossero stati tagliati di netto per tutto il loro perimetro e come se fossero solo appoggiati sulle pareti (come dei coperchi)! All'interno era stato lasciato tutto come quella notte del 6 aprile, in cui erano scappati dalle finestre: mobili spostati, caduti, tutti gli oggetti per terra, rotti. Tra questi... un orologio in cui cadendo ? saltata la pila e che segna esattamente le 3,32...

Margherita MFPR Taranto

18/06/09

Bari - Uccisa dal pacchetto sicurezza

fonte: osservatorio repressione bari

Ha cominciato a perdere sangue, probabilmente per un aborto spontaneo, si è sentita male ma non ha voluto chiedere aiuto. Ha avuto paura. Paura di perdere il lavoro appena trovato, paura, forse, di essere giudicata. Così è morta Vira Orlova, che si faceva chiamare Ylenia, una donna che avrebbe compiuto 40 anni l'11 giugno prossimo, di nazionalità ucraina, arrivata - forse due anni fa - in Italia, come tante donne dei Paesi dell'Est, per fare la badante. Il suo corpo è stato trovato in una pozza di sangue in un appartamento di via Grotta Regina, nella località costiera barese di Torre a Mare. Di lei si sa poco. Gli investigatori stanno cercando di rintracciare le sue amiche per poter ricostruire i suoi ultimi giorni di vita, anche per risalire alla data di arrivo in Italia. Per il momento i carabinieri hanno trovato il suo passaporto nella stanza che occupava: sanno il suo nome, la sua età, sanno anche che era una clandestina perchè sul passaporto non ci sono visti di ingresso in Italia, e sanno che in quell'abitazione di Torre a Mare Ylenia accudiva da pochi giorni un'anziana non autosufficiente. È stato proprio il figlio dell'anziana a dare l'allarme ai carabinieri e a raccontare agli investigatori che Ylenia - questo il nome riferito dall'uomo - «era in prova». Secondo il racconto dell'uomo, Ylenia era in quella casa solo da pochi giorni. Secondo quanto finora è stato accertato dai carabinieri, la badante durante la notte, mentre probabilmente era sola in casa con l'anziana, avrebbe avuto una forte emorragia, forse causata da un aborto spontaneo. La donna ha raccolto il sangue che perdeva in una bacinella, che è stata trovata dagli investigatori nella sua camera da letto. Chiusa nella sua stanza, Ylenia aspettava e sperava di star meglio. Poi è uscita dalla camera da letto per andare in bagno, ma è stata colta da malore ed è caduta per terra, in seguito alla forte perdita di sangue. È morta senza chiedere aiuto. Il passaporto della donna è stato trovato in un appartamento di Mola di Bari, a pochi chilometri dal capoluogo pugliese, nel quale lei si recava, ospite di amiche, nei giorni di riposo. Donne che i carabinieri ritengono siano clandestine e delle quali si ha traccia nel racconto fatto ai carabinieri dal proprietario dell'appartamento dove lavorava. Non è stato per ora possibile rintracciarle. Ylenia pare fosse separata e madre di un figlio ormai grande. Tra i suoi effetti personali i carabinieri non hanno trovato alcun riferimento che possa condurre ai familiari: solo alcuni medicinali con caratteri cirillici, giornali in lingua russa e un portafoglio contenente 30 euro. Il suo attuale datore di lavoro ha riferito ai carabinieri che prima di giungere a Torre a Mare la donna aveva vissuto per un periodo a Mola di Bari. Il corpo della donna è stato trasferito all'ospedale di Acquaviva delle Fonti (Bari) per l'autopsia disposta dal sostituto procuratore di turno Ada Congedo.

10/06/09

Da una donna sfollata alla redazione di anno zero

Non abbiamo intenzione, noi aquilani, di essere triturati dalla società dello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.
L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!

Cara Redazione,

sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili. Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa. Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel“già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare. Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende.
Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”.
Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il responsabile del mio campo, quando gli ho parlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata!
Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani!
Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi!
In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.
Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello!
Non abbiamo intenzione, noi aquilani, di essere triturati dalla società dello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.
L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!
Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.
Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!
Ciao a tutti

Pina Lauria

07/06/09

Testimonianze e denunce di donne dalle tendopoli dell'Aquila

Carne avariata e personale della protezione civile con la scritta "Io sono Hitler"

Controinformazione e denuncia al femminile dalle tendopoli abbruzzesi. Qui sotto pubblichiamo un'intervista a cura della rete di soccorso popolare

29/05/09

Terremoto all'Aquila: i genitori degli studenti vittime rifiutano la laurea honoris causa

Da Abruzzo24ore
Con compostezza e gran dignità i genitori dei ragazzi vittime del crollo della Casa del studente rifiutano la laurea honoris causa che oggi avrebbero dovuto ricevere, in una struggente liturgia ripresa da truppe cammellate di telecamere, per mano del Rettore magnifico e alla presenza nientemeno che del Presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Non sanno che farsene di una pergamena arrotolata grondante di retorica, i genitori di Michele Strazzella, Enza Terzini, Tonino Colonna, Luca Lunari, Marco Alviano, Angela Cruciano, Luciana Capuano, Davide Centofanti.


Loro chiedono solo giustizia, e che chi ha sbagliato paghi e al limite vada in galera il prima possibile.

Peccato per il premier: sarebbe stata una bella botta d'immagine, in giorni in cui viene in mezzo mondo accusato di aver flirtato, lui ultrasettantenne e sposato, con una ragazzina. Un diversivo di marketing politico dopo le dichiarazioni roboanti come l'abbattimento del numero dei parlamentar.

" Va ricordato - spiegano i genitori al quotidiano Il Centro - che durante l’attività sismica che andava avanti da circa sei mesi nessuno si è preoccupato di sospendere la normale attività didattica nelle facoltà, sottoponendo gli studenti ad un notevole stress psicofisico. Alla facoltà di Ingegneria ad esempio», precisano, «erano in programma lezioni ed esami nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì della settimana di Pasqua. La prevenzione è stranamente scattata dopo i catastrofici eventi sismici del 6 aprile, visto che molte facoltà sono state trasferite in alcune città abruzzesi. Basta solo questo per ribadire che noi rifiutiamo l’assegnazione del titolo di laurea.

Intanto il Comitato familiari vittime Casa dello studente si dice intanto sconcertato dalle dichiarazioni dell'ex presidente Adsu Luca D'Innocenzo, rese alla stampa a margine del suo interrogatorio in Procura, e chiede a gran voce le sue dimissioni anche da assessore comunale con delega all'Università.

Il 31 marzo, spiegano i genitori, D'Innocenzo asserisce di aver consegnato agli studenti un questionario nel quale si chiedeva agli stessi se ritenessero sicura la sede, come se fosse una questione di impressioni soggettive. D'Innocenzo, incalzano, sapeva delle crepe e della colonna fradicia che troneggiava in sala mensa, al contrario di quanto ha detto ai giudici. Sapeva dello studio di Collabora Engineering, sui rischi di criticità degli edifici pubblici, tra cui la casa dello studente, perchè fu l'Adsu a consegnare la cartografia dell’immobile. Soprattutto non ha mosso un dito per far uscire gli studenti da quella casa di cartapesta, nonostante avvertimenti degli stessi studenti, e tre mesi di scosse sismiche.

Concludono i genitori: "Può un dirigente che non sa, non vede, non sente, rappresentare i cittadini attraverso uno degli assessorati più impegnativi e delicati, le politiche sociali, con, ironia della sorte, delega alla Città degli Universitari?"

NEL VIDEO DICHIARAZIONE DI ANTONIETTA CENTOFANTI, COMITATO VITTIME CASA DELLO STUDENTE

24/05/09

Lettera di una sfollata di Poggio Picenze

Questa donna, se è viva, lo deve a Giampaolo Giuliani, il tecnico denunciato per procurato allarme da Guido Bertolaso.

Le interviste da lei rilasciate sono state più volte oscurate su You Tube

A Poggio Picenze si sta bene

A Poggio Picenze si sta bene, se non consideriamo la temperatura esterna intorno ai 30° e quella interna alle tende certamente superiore. Stanno bene specialmente gli anziani, magari malati e stanchi. Alcuni erano talmente stanchi che hanno preferito morire. Ma Francesco ha fiducia e mi dice: "Tanto domani arrivano i condizionatori". I condizionatori il giorno dopo non sono arrivati e nemmeno quello dopo ancora...
Sappiamo che una settimana fa si parlava di virus gastrointestinale. Colpiva gli sfollati nelle tendopoli, solo a Poggio Picenze sono state male circa 70 persone. Qualche giorno dopo sono arrivati i NAS. Hanno portato via la cucina da campo perché non rispettava le norme igieniche. Solo un caso, perché a parte questo a Poggio Picenze si sta bene. Non importa se quando hanno portato una nuova cucina - o era sempre la stessa? - hanno cucinato spaghetti spezzati bolliti, senza neanche un filo d’olio, seguiti da un bel wurstel come secondo. Ci sono sfollati a Poggio Picenze di fede musulmana. E' come se dessero una fiorentina a un cattolico il venerdì santo… Ma questo, mi rendo conto, è del tutto secondario.
A Poggio Picenze si sta bene, in fondo i macedoni sono andati via quasi tutti e chi è rimasto deve vedersela con gli xenofobi di Casa Pound. Gestiscono il magazzino degli abiti e degli alimenti. Qualche giorno fa è tornato dal suo paese un macedone, accompagnato da sua moglie incinta. Ha chiesto delle coperte perché gliene avevano date solo due. Se di giorno si crepa di caldo vi assicuro che di notte fa freddo. Si è visto trattare in malo modo dal buttafuori del magazzino. Se Alessandra non fosse intervenuta probabilmente non avrebbe avuto nessuna coperta... Ma a parte queste piccolezze, al campo di Poggio si sta benissimo.
Io sono residente a Poggio Picenze da molti anni, però quando arrivo all’ingresso del lager c’è uno sconosciuto vestito da Rambo che mi chiede: “Lei chi è e cosa deve fare nel campo?”. Evidentemente non ho quel carinissimo tesserino giallo che fa sentire le persone tutte parte di uno stesso gruppo. La sicurezza è importante e viene prima di tutto. Ma non è una questione di sicurezza anche la distribuzione di cibi non avariati? Forse no, dopo tutto a Poggio Picenze si sta bene.
Faccio un giro per salutare altri amici che si trovano in altre sistemazioni esterne al campo. Mentre parlo con alcuni di loro, vicino alla Piazza Rosa, passano due ceffi che rallentano per girare e ci scrutano dettagliatamente. Lì per lì mi preoccupo, poi mi è tutto chiaro. Sono i tutori dell’ordine di Casa Pound. Si chiamano Casa Pound ma sono a casa tua. Ti fanno sentire un’estranea, ma lo fanno solo per tenere sotto controllo la situazione, per motivi di sicurezza. Mai stati così sereni i poggiani! Sono talmente sereni che a guardarli mi viene voglia di portarli tutti via con me.

Stefania Pace
Residente a Poggio Picenze.
Sfollata a Silvi.

22/05/09

ANCORA DALL’INFERNO DELLE TENDOPOLI

Freddo di notte, caldo di giorno, un caldo sfibrante, soprattutto per i 120 sfollati di Colle Sassa, rimasti senza acqua, senza poter bere e lavarsi per 2 giorni, fino a quando non hanno protestato e minacciato querele.
Freddo di notte, caldo di giorno. Nelle cuccette e nelle tende alla mattina non si può più stare: manca l’aria e il termometro sale ad oltre 30°. Il microclima, il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e i tardivi controlli sugli alimenti e la gestione della cucina nei campi favoriscono la diffusione di malattie infettive e parassitarie. 50 casi di gastroenterite nel solo campo di piazza d’armi in un solo giorno e i malati vengono tenuti in isolamento nelle tende. Un caso accertato di tubercolosi nel campo di Pizzoli, ma le prime notizie apparse su televideo parlavano di 5 malati di tubercolosi all’Aquila. Di una cosa sicuramente siamo tutti malati, la disinformazione.
La protezione civile promette condizionatori e doppi teli per proteggersi dal sole, ma intanto si aspettano ancora lavabi in prossimità dei cessi chimici e i medici asseriscono che: “per prendere una diarrea basta aprire la porta del bagno chimico e poi non lavarsi le mani”. Sapete cosa ha risposto la protezione civile ad uno sfollato disoccupato che chiedeva teli frangisole e frigoriferi per il campo? “Vedi di farteli regalare da qualcuno, noi non ne abbiamo!”
Fa caldo, troppo caldo nelle tende, i bambini, gli anziani, i malati costretti all’isolamento non riusciranno a superare l’estate e l’ospedale da campo non è in grado di fronteggiare l’emergenza. Nonostante i climatizzatori, nelle tende dell’ospedale la temperatura supera i 30° e i ricoverati, di cui una trentina di anziani allettati nelle tende di medicina interna, aspettano i rifornimenti di integratori salini contro il caldo. Per andare al bagno, chi può alzarsi dal letto deve uscire dalla tenda per raggiungere i cessi chimici e durante il percorso rischia di inciampare in un’altra minaccia, le vipere. Ma non è tutto: dal 20 maggio, per una settimana, sono sospesi gli esami per i pazienti ambulatoriali e ricoverati per liberare le aree dove verrà montato l'ospedale da campo del G8.
Questo maledetto G8, che già da ora rende ancora più invivibile, con la sua invadenza militare e finanziaria le condizioni degli sfollati aquilani. Un G8 che sottrae e sottrarrà alla rinascita della città risorse urbanistiche ed economiche preziose. L’ennesima beffa e provocazione a danno dei terremotati abruzzesi. Un G8 per il quale verranno sperperati 90 milioni di euro di denaro pubblico per stendere un tappeto rosso sotto i piedi degli 8 potenti della terra (sotto i piedi dei terremotati abruzzesi solo scosse e vipere), un G8 per il quale il governo si sta adoperando in tutta fretta per mettere in sicurezza da eventuali contestazioni gli 8 potenti della terra, nella roccaforte blindata e antisismica della caserma ''Vincenzo Giudice'' (che potrebbe ospitare già da adesso 25.000 sfollati, o in alternativa la sede dell’università dell’Aquila), un G8 per il quale verranno sottratti agli sfollati altri 900mila euro per l’adeguamento dell’aeroporto di Preturo alle esigenze di mobilità e sicurezza degli 8 potenti della terra (alle proprie esigenze di sicurezza e di mobilità gli sfollati devono pensare da soli, senza intralciare le forze del disordine a difesa del G8 e della più alta concentrazione in Italia di depositi bancari, quale era l’Aquila sicuramente già prima del sisma del 6 aprile), un G8 per il quale già da ora il diritto alla mobilità, alla salute, al lavoro, alla casa, alla sicurezza dei terremotati abruzzesi passa in secondo piano rispetto ai privilegi e all’arroganza dei potenti e dei governi.
Dal 6 aprile non abbiamo più diritto all’autogoverno, non abbiamo più diritti. I malati vengono spediti fuori dall’Abruzzo per essere curati e il personale medico, così come anche quello dell’università, se può abbandona il territorio. Qui non c’è più lavoro per gli aquilani, qui non c’è più neanche l’assistenza sanitaria minima, garantita prima del terremoto.
Gli operai comunali sono a braccia conserte e la breccia delle cave abruzzesi per i campi e per il G8 viene prelevata da ditte provenienti da Milano o Torino perché, dicono, le cave non sono sicure, come se le ditte di Milano o Torino conoscessero il territorio abruzzese meglio di chi ci vive da sempre.
La disoccupazione nel territorio aquilano, già molto elevata prima del terremoto, ora ha raggiunto livelli insopportabili per un tessuto sociale così profondamente diviso e sparpagliato tra un presente di tendopoli e alberghi-ghetto e un futuro di new town. L’Aquila nacque dall’unione di 99 villaggi, che strinsero un patto per fuggire alle vessazioni dei baroni feudali e garantire a tutti stessi diritti civici e uso delle proprietà collettive, come boschi e pascoli. Ora questi campi, le future new town, riporteranno indietro l’orologio di questa città di almeno 8 secoli.
Fa caldo, troppo caldo nelle tendopoli e si muore di noia. Chi prima aveva un lavoro, seppur precario, ora non lo ha più e migliaia di famiglie non hanno più neanche un reddito su cui contare.
Né il governo centrale, né le amministrazioni locali si sono concretamente impegnati a far ripartire l’economia del territorio, privilegiando evidentemente speculazioni di interesse politico ed economico a discapito del tessuto umano.
I prodotti locali dell’agricoltura e dell’allevamento, inutilmente offerti alla protezione civile per il consumo nei campi, rimangono invenduti e devono essere distrutti. Sono le grosse catene di distribuzione e non i piccoli produttori indigeni a guadagnare dall’emergenza. Nelle tendopoli gli sfollati non hanno certo diritto di scelta e, mentre nelle stalle abruzzesi i vitelli invecchiano e il latte deve essere gettato, nei campi la minestra è sempre quella del cibo in scatola o surgelato, di dubbia provenienza e inesistente genuinità, probabile concausa della recente epidemia di dissenteria.
I lavoratori aquilani sono costretti ad emigrare per trovare un lavoro, anche perché di fatto, gli enti locali sono stati commissariati. La popolazione, con il decreto 39 e relative ordinanze viene espropriata di ogni potere decisionale in merito al proprio destino, sia per quanto riguarda la fase dell’emergenza (impossibilità di autogestione nei campi della protezione civile e blocco degli aiuti da parte della stessa nei confronti dei campi autogestiti) sia per quanto riguarda quella della ricostruzione, per la quale il suddetto decreto, invece di privilegiare i lavoratori del posto, promette una giungla di subappalti ad imprese a partecipazione mafiosa e massonica, provenienti da altre zone d’Italia.
Non siamo un popolo di accattoni, vogliamo solo quel che ci spetta: il lavoro e la terra per ricominciare a sognare, per ricostruire le nostre case, per vivere con dignità, come abbiamo sempre fatto. Ma qui ci impediscono di lavorare e si prendono la terra e presto si prenderanno anche tutte le nostre macerie, la nostra storia, i nostri ricordi, le prove della loro colpevolezza oltre che della nostra vita.
Si prendono tutto il nostro tempo: il tempo che ci vuole per aprire e chiudere una tenda della protezione civile ogni volta che si entra e che si esce (stimato in media di 20’), il tempo che ci vuole (ore, giorni o addirittura mesi senza risultati tangibili) per cercare di avere notizie o documenti dall’infernale macchina del DICOMAC (DIrezione di COMAndo e Controllo, l'organo di Coordinamento Nazionale delle strutture di Protezione Civile nell'area colpita) e di quel che è rimasto degli sportelli comunali, il tempo che ci vuole per cercare di chiamare, a un numero verde sempre occupato, un autobus per potersi spostare (ore e a volte giorni), il tempo che ci vuole per gli sfollati nella costa per aspettare un autobus che non arriverà mai. L’Aquila è ormai una città assediata dalla burocrazia e dalla militarizzazione, blindatissima per il G8 ed ermetica alle concrete esigenze degli aquilani. Senza notizie e informazioni gli sfollati sono costretti a file sfibranti solo per lasciare il documento al maresciallo di turno ed uscire insoddisfatti e sfiniti, pronti per un'altra fila presso un altro com o un altro ufficio.
Fa caldo, troppo caldo nelle tende e nelle file laceranti fuori dai COM e fuori dalle mense, dalle docce, dalle tende con gli aiuti. Il tempo, scandito dalle esigenze di profitto dall’emergenza e non da quelle della ricostruzione del tessuto sociale, la convivenza forzata, la perdita totale di ogni frammento di intimità e di identità collettiva nei luoghi e nei tempi controllati dal disordine della protezione civile ed associazioni da essa accreditate, l’ozio forzato cui sono costretti gli sfollati cominciano a prendere forma nelle risse, nelle violenze alle donne e nella guerra tra poveri. E mentre i carabinieri e i media minimizzano, per evitare che questa rabbia gli si rivolga contro il generale Bertolaso chiede aiuto all’arcivescovo e ai preti: “la gente nelle tendopoli comincia a rumoreggiare, tocca anche ai sacerdoti veicolare messaggi distensivi per evitare rivolte popolari”. Naturalmente in una situazione così “surriscaldata” l’appello ai parroci potrebbe non essere sufficiente e così il controllo governativo dei campi profughi si capillarizza in chiave autoritaria, oltre che con la militarizzazione dei campi stessi, anche con la gerarchizzazione delle persone ivi ospitate. Nelle tendopoli le uniche assemblee popolari consentite e incoraggiante, quando non direttamente indette dal capo-campo della protezione civile, come è successo a piazza d’armi, sono quelle per simulare la libera elezione dei responsabili civili per la sicurezza, ossia i kapò. Un kapò per ogni etnia per meglio controllare ogni comunità, praticamente scelto dal capo-campo in cambio di condizioni privilegiate nella tendopoli stessa. Altro che Stato di diritto e di democrazia! I campi sono blindati: vietato introdurvi volantini e macchine fotografiche, vietato importare ed esportare informazione e democrazia. Eppure a piazza d’armi c’è un presidio fisso della rai che non trasmette nulla di ciò che accade lì, ad eccezione delle passerelle degli sciacalli politico-istituzionali. Oltre quei cancelli e quei recinti, solerti funzionari della digos e della polizia in borghese vigilano affinché la gente rimanga ignorante, vigilano affinché tra le maglie di quelle reti non passi neanche un filo di libertà, di partecipazione.
Ma noi dobbiamo resistere, abbiamo il diritto-dovere di resistere, di partecipare al nostro presente e di essere protagonisti del nostro futuro. Vogliono fare il G8 all’Aquila? Noi abbiamo il diritto-dovere di guastargli la festa prima che la festa la facciano a noi. D’altronde se per luglio ci saranno ancora macerie le pietre non mancheranno!

NO AI CAMPI-LAGER!
NO AGLI ALBERGHI-GHETTO!
NO AL G8!

Per una rete di soccorso popolare
mumiafree@inventati.org