17/08/21

Le detenute di Torino lanciano lo “sciopero del carrello”: «Troppi diritti negati in carcere» - Facciamolo sapere!

Posted on  - dal blog Soccorso rosso proletario

Protestano «contro l’immobilismo e il silenzio che gravano sugli istituti penitenziari italiani». Le detenute rifiuteranno i pasti fino al 21 agosto

Le detenute della sezione femminile del carcere di Torino Lorusso-Cutugno lanciano lo “sciopero del carrello”: fino al 21 agosto rifiuteranno il vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria come forma di protesta pacifica «contro l’immobilismo e il silenzio che gravano» su tutte le carceri italiane.

A darne notizia è il Manifesto, che ha raccolto le motivazioni delle detenute contenute in una lettera: «Stiamo portando avanti la richiesta per il riconoscimento dei nostri diritti – scrivono – senza violenza e con rispetto, in primis per noi stessi, che oltre ad essere stati soggetti devianti siamo sempre cittadini, aventi diritti e doveri come coloro che vivono in libertà». All’iniziativa hanno aderito anche i detenuti di altre sezioni dell’istituto, con l’appoggio del Partito radicale e dei garanti dei detenuti. È Monica Cristina Gallo, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Torino, a raccontare al Manifesto come nasce l’iniziativa: «Ne parlano da tempo e ne abbiamo anche discusso insieme. La pandemia ha acuito i problemi e ha innescato una riflessione più consapevole tra le detenute. L’obiettivo è riportare il carcere a uno stato di diritto e si rivolgono al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La questione è nazionale. Hanno messo in luce diverse problematiche. Dal sovraffollamento, chiedendo anche una riforma della legge sui giorni di libertà anticipata affinché da 45 diventino 65 (retroattivi dal 2015), alle opportunità di studio e lavorative, ridotte anche in conseguenza del Covid. Sono, inoltre, aumentati i problemi psichiatrici. Le detenute lamentano l’assenza di mediatori culturali e la mancanza totale di un’attenzione alle questioni di genere, troppo spesso ignorate».

Rapporto Antigone – i dati

Secondo i dati aggiornati al 31 luglio, sono 1.332 i detenuti presenti nella casa circondariale di Torino, di cui 608 stranieri, su una capienza di 1.098. Le donne sono 113 per una capienza di circa 80. Un problema, quello del sovraffollamento, che riguarda tutti gli istituti italiani, come denunciato a più riprese sia nell’ultimo rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, sia dall’Istat.  Il tasso di affollamento reale nelle carceri – secondo Antigone – è del 113,1%, il 36% dei detenuti deve scontare meno di tre anni, mentre uno su sei è in attesa del primo giudizio.  Al 30 giugno scorso, il numero dei detenuti si attesta a 53.637, di cui 2.228 donne (4,2%) e 17.019 stranieri (32,4%), per 50.779 posti ufficialmente disponibili e un tasso di affollamento ufficiale del 105,6% e reale del 113,1%. Fra gli istituti penitenziari italiani, sono evidenti alcune importanti differenze sulle presenze. Se ne contano 117 su 189 con un tasso di affollamento superiore al 100%. In particolare, 54 carceri hanno un affollamento fra il 100% e il 120%, 52 tra il 120% e il 150% e infine 11 istituti hanno un affollamento superiore al 150%. I cinque peggiori sono Brescia (378 detenuti, 200%), Grosseto (27, 180%), Brindisi (194, 170,2%), Crotone (148, 168,2%), Bergamo (529, 168%). Con i dati aggiornati a fine giugno, sono 7.147 le persone detenute in Italia a cui è stata inflitta una pena inferiore ai 3 anni (per 1.238 inferiore all’anno, per 2.180 compresa tra 1 e 2 anni e per 3.729 tra i 2 e i 3 anni). Ancora, 8.236 reclusi hanno una pena inflitta compresa tra i 3 e i 5 anni, 11.008 tra i 5 e i 10 anni, 6.546 tra i 10 e i 20 anni e a 2.470 superiore ai 20 anni. Gli ergastolani ammontano a 1.806 (erano 1.784 a fine 2020, 1.224 nel 2005).

Per quanto riguarda invece il residuo pena, al 30 giugno a 2.238 detenuti (di cui 1.806 ergastolani) restano da scontare più di 20 anni; a 2.427 tra i 10 e i 20 anni, a 5.986 tra i 10 e i 5 anni, a 7.281 tra i 5 e i 3 anni e infine a ben 19.271 reclusi, il 36% del totale, meno di 3 anni (a 5.609 tra i 2 e 3 anni, a 6.705 tra 1 e 2 anni e a 6.957 meno di un anno). «Questi ultimi, se si eccettuano i condannati per reati ostativi, avrebbero potenzialmente accesso alle misure alternative. Se solo la metà vi accedesse il problema del sovraffollamento penitenziario sarebbe risolto», sottolinea il rapporto dell’associazione Antigone. E non solo. Ogni anno vengono spesi i circa 3 miliardi per il funzionamento delle carceri per adulti e i 280 milioni per il sistema di giustizia minorile e alle misure alternative alla detenzione. Dei 3 miliardi complessivi, il 68% è impiegato per la polizia penitenziaria, la figura professionale numericamente più presente con oltre 32.500 agenti. Il divario con l’organico previsto dalla legge (37.181 unità) si attesta a circa 12,5%.

Ancora, sono 29 i bambini con meno di 3 anni che vivono insieme alle loro madri detenute all’interno di carceri ordinarie o degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) lungo lo Stivale. I suicidi in cella, fino al 15 luglio scorso, sono stati 18, di cui 4 commessi da stranieri e i restanti da italiani. Il più giovane aveva 24 anni e il più anziano 56. Nel 2020, i suicidi sono stati 62 e il numero di suicidi ogni 10.000 detenuti è stato il più alto degli ultimi anni, raggiungendo gli 11. Secondo Antigone, insomma, quella della violenza, con «le immagini della mattanza avvenuta nell’istituto di Santa Maria Capua Vetere», non è l’unica emergenza che tocca il sistema penitenziario italiano.

16/08/21

Testimonianza delle donne intrappolate in Afghanistan


"Preferirei che le mie figlie morissero piuttosto che cadere nelle mani dei talebani"
Dodici donne afghane intrappolate a #Herat raccontano la minaccia che l'avanzata dei talebani rappresenta per le loro vite...
"siamo un gruppo di donne che scrivono da Herat, città antichissima, fondata da Alessandro Magno e famosa per la bellezza dei suoi monumenti e dei suoi parchi, ma che per noi sarà la nostra prigione. I talebani controllano tutta la nostra provincia , hanno chiuso il confine con l'Iran e non possiamo scappare via terra o aria, perché l'aeroporto è chiuso.
Tutte le città del nostro Paese sono assediate dai talebani , che controllano il resto del territorio. Molte persone vorrebbero fuggire dalle città, dalle sparatorie e dai bombardamenti, ma non possono farlo ed è per questo che vivono per strada o in tende di fortuna. Le scorte scarseggiano, sia per la popolazione che per l'esercito, anch'esso a corto di munizioni.
Nelle zone ormai definitivamente controllate dai talebani, sono state chiuse 176 scuole. Le ragazze sono state bandite dall'istruzione e molte di loro sposate con la forza dall'età di 15 anni. Si distribuiscono le donne come bottino di guerra, vengono violentate e frustate in pubblico se le sorprendono senza burqa. Nel frattempo, i bambini vengono reclutati con la forza come soldati. Questo sarà il destino che ci attende se la nostra città cade nelle loro mani. Pertanto, prima che le nostre voci svaniscano e i nostri volti scompaiano, vogliamo inviarvi questi messaggi, nascondendo i nostri veri nomi, per cercare di non scomparire definitivamente nell'oblio."...

15/08/21

Altre due donne uccise, altri due odiosi femminicidi!


Donne ammazzate, aggredite, stuprate quasi ogni giorno. 
Donne che vogliono lasciare i mariti, i compagni e per questo vengono uccise, questo è il copione quotidiano che i politici borghesi in maggioranza,  i mass media nella maggior parte, i vari sociologi e psicologi di turno addebitano al "raptus di gelosia", alle mele marce o mostri di turno che si presenterebbero come casi isolati e slegati in questa società.

NO!! Non è affatto così! La vera mostruosità dei femminicidi e della violenza sessuale contro le donne è insita nella mostruosità dell'attuale sistema sociale in cui viviamo e da cui ad ampio raggio, ideologicamente, politicamente, giuridicamente, praticamente... emana e si espande a livello di massa ogni giorno l'humus fascista, sessista, oscurantista, patriarcale contro la maggioranza delle donne. 
In questo sistema sociale i femminicidi e la violenza sono inevitabili, tocca a noi donne in primis prenderne atto, ribellarci ed organizzarci nella lotta rivoluzionaria per combattere la vera causa di essi,  il sistema sociale capitalistico che deve essere distrutto. 

14/08/21

Gino Strada e le operaie della Valsella: una lotta comune contro la produzione di armi da guerra

Una lotta di operaie combattive contro la produzione di mine per la guerra in Iraq “Noi non saremo complici”, il sostegno attivo di Gino Strada contro la guerra, i padroni che per il profitto fanno di tutto, i governi italiani sempre a sostegno delle guerre…

In questo articolo del manifesto ancora un omaggio alle battaglie di Gino Strada, in questa occasione insieme a delle operaie combattive.

***

Un pugno di operaie di un piccolo paese fermò le mine

In pace. Successe alla Valsella insieme a Gino Strada

Gino Strada, fondatore di Emergency

Eravamo nei primi anni novanta quando la Valsella Meccanotecnica di Castenedolo (Bs), controllata dalla Fiat, era leader nazionale nella produzione di mine anti-uomo vendute all’Iraq in 9 milioni di esemplari. Vi lavoravano una decina di ingegneri progettisti, pagati a peso d’oro, e 40 operaie, addette allo stampaggio, per 800 mila lire al mese.

In assemblea ponemmo il problema della corresponsabilità anche di chi lavorava alla costruzione di quegli ordigni di morte. La prima risposta fu: “Noi non abbiamo le mani sporche di sangue; se non facciamo noi le mine le farà qualcun altro”. Allora organizzammo un incontro in Camera del lavoro con Gino Strada. E tutto il consiglio di fabbrica. La riunione fu introdotta da un documentario che Gino aveva portato con sé, mostrava i tragici e indiscriminati effetti delle mine, soprattutto sulla popolazione civile, sui bambini, con mutilazioni permanenti, provocate da ordigni in qualche caso fatti a forma di giocattolo affinché suscitassero l’interesse dei più piccoli. Lo shock fu potente ed innescò nelle lavoratrici una catarsi, una presa di coscienza che avviò una delle più straordinarie battaglie sindacali e di civiltà che io ricordi.

A quel primo incontro con Gino Strada ne seguirono altri e progressivamente maturò la decisione di chiedere l’interruzione della produzione delle mine e l’avvio di un processo di riconversione. Ma la Valsella non aveva alcuna intenzione di rinunciare ad una produzione lucrativa come nessun’altra. Cominciarono gli scioperi, via via più intensi, fino a trasformarsi in un blocco a oltranza dell’attività. Il prezzo fu altissimo. Dopo mesi di lotta le operaie e le loro famiglie vivevano a credito. La lotta non aveva contenuti salariali o normativi. Era il grido di donne che dicevano all’azienda dove si fabbricava la morte: “Noi non saremo complici”.

Quelle operaie vinsero, perché la moratoria della produzione infame ne bloccò la lavorazione. A quel punto si fece avanti un’azienda, la Vehicle Engineering&Design, che si candidò a rilevare l’impresa per produrre motori elettrici per automobili: indubbiamente un bel salto, dalle mine a motorizzazioni ecologiche. Ma la nuova azienda pose una condizione: potere vendere alla Spagna il brevetto dell’Istrice, un dispositivo per il disseminamento delle mine dall’alto, senza mappatura, con le conseguenze che ciascuno può immaginare. L’azienda promise che il denaro incassato sarebbe servito anche per saldare alle lavoratrici le mensilità arretrate. In assemblea ci fu un confronto tesissimo. Ad un certo punto, intervenne la compagna più anziana, componente del consiglio di fabbrica e pronunciò queste parole: “Ragazze, in questi mesi abbiamo fatto tanta strada insieme e siamo cambiate. So che è dura, ma non possiamo tornare indietro. Quindi, nessuna macchia. Se la nuova azienda vuole subentrare, non ponga alcuna condizione”. Le operaie approvarono, tutte, con un grande applauso.

A sera scrivemmo alla Engineering comunicando le decisioni assunte di comune accordo fra sindacato e lavoratrici. Per uno di quei rari casi che talvolta capitano, l’azienda rispose che rinunciava alla propria richiesta. Seguì una grande manifestazione, in realtà una festa. I brevetti furono restituiti al ministero della difesa e gli stampi delle mine bruciati in piazza.

Sono certo che a distanza di oltre vent’anni tutte le operaie ricordino questa vicenda come uno dei momenti più importanti delle loro vite e che il ricordo di colui che tanta importanza ebbe nella loro maturazione non sia mai venuto meno. Alcune settimane dopo Gino Strada tornò a Brescia, in Camera del lavoro, e incontrò di nuovo le donne della Valsella. Fu un abbraccio intenso, unito a pochissime parole. Un pugno di donne, operaie di un piccolo paese di provincia, avevano preso il mondo sulle loro spalle e costruito un piccolo monumento alla dignità umana.

(da Il Manifesto)

Un commosso e rosso saluto a Gino Strada dal Mfpr - dal blog proletari comunisti

Gino Strada: un medico militante rivoluzionario - un grande combattente contro la guerra e contro i governi imperialisti e reazionari sempre dalla parte delle masse popolari: sempre schierato contro razzismo e fascismo, catene al progresso dell'umanità che devono essere spezzate 

Gino Strada: «I vaccini fanno male? Che fesseria»

Sul governo Salvini/5stelle ai tempi del blocco della nave Diciotti piena di migranti... Gino Strada ha dimostrato di avere le idee chiare, nella sua particolare prospettiva, e ha dichiarato, che il governo è fatto per la metà di fascisti e per l’altra metà di coglioni. Poi, in trasmissione, ha avuto un sobbalzo di buona creanza e si è corretto, per dire che la proporzione potrebbe essere inesatta.

La guerra all’Afghanistan

"Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista". "Non mi sorprende questa situazione. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali..... Così la “guerra al terrorismo” diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994...Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. ".

«La realtà di oggi preoccupa, c’è chi soffia sull’odio, chi inneggia alla violenza: siamo già dentro un nuovo fascismo. In Italia nessuno chiede perché, con milioni di poveri, abbiamo una spesa militare di miliardi»

Contro fascismo e razzismo

da un'intervista de il Manifesto del 15.05.2019 

Veniamo all’Italia, recentemente ha detto che Salvini porta con sé l’elemento caratteristico del fascismo: il razzismo. Che pericolo corriamo?

Credo sia sbagliato parlare di pericolo: questa è una realtà. Quando i ministri cominciano a non fare i ministri, ma vanno in giro a dire la qualunque, sempre più circondati da un alone di militarismo, la cosa preoccupa molto. E mi preoccupa l’assoluta mancanza di umanità. Non dovrebbe essere prendersi cura dei cittadini il lavoro di chi deve garantire la sicurezza? Mi pare invece sia un lavoro orientato a ignorare i cittadini e spingerli a puntare il dito contro chi sta più in basso. Non si punta mai il dito in alto: perché ci sono milioni di poveri in Italia, non si dice mai.

Il ministro dell’Interno parla in questi giorni di un decreto sicurezza bis che prevedrebbe multe a chi salva vite umane in mare. Si sta superando un’altra linea rossa? La criminalizzazione della solidarietà avrà effetti duraturi sul nostro paese?

Questa proposta è allucinante. È frutto di questo clima: siamo già dentro questa nuova forma di fascismo, che non si presenterà negli stessi termini della volta precedente ma non sarà meno dannosa. Avere sempre come nemico chi sta peggio e impostare questa contraddizione sulla paura dell’altro è un modo di pensare, prima che di comportarsi, che speravo sparito nella mentalità degli europei. Invece no. Negli intermezzi tra le tragedie non riusciamo mai a trovare il bandolo della matassa. La Dichiarazione universale dei diritti umani a distanza di 90 anni non è stata integralmente applicata da nessun paese firmatario. Erano i principi che dovevano orientare la politica dei governi, ma nessuno è andato in quella direzione.

10/08/21

Laila El Harim - oggi i funerali, ma senza giustizia per le operaie uccise, nessuna pace per i padroni assassini


Oggi sarà il giorno del dolore per la famiglia di Laila El Harim, tragicamente scomparsa lo scorso 3 agosto. Ma non si fermano le indagini, volte a far luce su quanto accaduto all’interno dell’azienda Bombonette di Camposanto dove la donna ha perso la vita, trascinata e schiacciata da un macchinario mentre lavorava. Sabato, infatti, il compagno della 40enne, Manuele Altiero ha consegnato il cellulare di Laila agli uomini dell’ispettorato del lavoro, nella caserma dei carabinieri di San Felice a seguito dell’ invito a consegnare appunto il telefonino che era nella sua disponibilità.
Laila, infatti, aveva fotografato la fustellatrice per chiedere un parere proprio al compagno, esperto del settore, visto il malfunzionamento del macchinario. Pare che Laila avesse più volte segnalato la pericolosità della fustellatrice dal momento che andava in blocco. Proprio su questo aspetto gli ispettori, sabato, hanno rivolto domande ad Altiero al fine di far luce sul presunto malfunzionamento denunciato dalla donna. La vittima avrebbe fatto riferimento – parlando col compagno – anche a materiali non idonei introdotti nella fustellatrice. 
Per far luce sulla dinamica della tragedia è in corso un’ indagine ministeriale che ‘corre’ parallela all’inchiesta avviata dalla procura. Il pubblico ministero titolare del fascicolo, Maria Angela Sighicelli, ha iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo, con l’aggravante di essere stato commesso in violazione delle norme antinfortunistiche, il legale rappresentante dell’azienda, Fiano Setti, che opera nel settore della cartotecnica e del packaging e in seconda battuta anche il nipote e delegato alla sicurezza dell’impresa.
La famiglia di origine della vittima, residente a San Felice sul Panaro, per essere assistita, attraverso la consulente legale Sara Donati, si è affidata a Studio3A-Valore. "Abbiamo nominato un nostro medico di parte, Pierfranesco Monaco che ha partecipato all’esame autoptico – spiega Donati – e nel caso in cui saranno svolti accertamenti tecnici sul macchinario, nomineremo un ulteriore consulente di parte. Al momento siamo ancora in attesa degli esiti dell’accertamento autoptico anche se è emerso che la vittima è deceduta sul colpo dopo essere rimasta schiacciata nel macchinario. Quello che interessa alla famiglia – continua – è che si faccia chiarezza su quanto accaduto e su eventuali responsabilità".
Ci stringiamo intorno alla sua bambina, ai suoi familiari, a coloro che l'hanno amata, ma pretendiamo, con loro, giustizia.
Per Laila, uccisa in nome del profitto, non basta il lutto: Pagherete caro pagherete tutto!

MFPR
Assemblea donne/lavoratrici

09/08/21

A fronte della odiosa ipocrisia dei governi che parlano di "aiuti" alle donne per conciliare lavoro e famiglia, i padroni licenziano direttamente le lavoratrici o le inducono a dimettersi

Lavoro, part-time negato durante la pandemia. 800 donne con figli piccoli costrette a licenziarsi

Sono soprattutto operaie e impiegate. 

Il mondo del lavoro non è amico delle madri-lavoratrici. Lo dimostrano i dati presentati ieri dall'Ispettorato in una commissione in Comune a Bologna, che mette in fila centinaia di dimissioni volontarie di donne a seguito di orari part-time negati dalle imprese o trasferimenti che rendono complicata la cura dei figli più piccoli.

È così che si arriva alle 818 madri che nel 2020 in provincia di Bologna hanno lasciato il posto di lavoro per seguire la famiglia. Si tratta nella maggior parte dei casi di donne che lavorano nei servizi, che hanno provato a chiedere un occhio di riguardo alle loro aziende, ma che hanno ricevuto un "no". L'ha raccontato ieri Michela Marchiolo, dell'Ispettorato bolognese, rispondendo alle domande dei consiglieri del Comune e della Città metropolitana, riuniti nella stessa commissione.

Nel corso del 2020, l'anno della pandemia, sono infatti 1.134 le persone che si sono licenziate a causa dei bimbi piccoli. Di queste però solo 316 sono uomini, tutto il resto, 818 appunto, sono invece donne. "La maggiore richiesta di dimissioni volontarie è nel terziario, riguarda per lo più donne dai 30 ai 40 anni con figli nel primo anno di vita", spiega Marchiolo, sottolineando che quasi tutte le donne che hanno poi lasciato il lavoro hanno cercato un'alternativa: 811 di loro, hanno chiesto all'azienda il passaggio a un orario part- time, negato però a 789.

"Per lo più si sono giustificate spiegando la difficoltà di conciliare il lavoro e la cura dei figli, la mancanza di servizi o l'impossibilità di rispondere alle esigenze dell'azienda"...