Ogni tanto - una volta all'anno - il governo, i suoi mass media si accorgono, scoprono, arrivano persino a scandalizzarsi e ad "intristirsi" sulla condizione doppiamente drammatica delle donne nella pandemia.
Oggi buona parte dei giornali scrivono "allarmati": "Il Covid affossa le donne al lavoro: in due milioni costrette al part time. Dati e divario con gli uomini..."
E pubblicano dei dati del Bilancio di genere 2021 che la sottosegretaria al Mef, Maria Cecilia Guerra, presenterà in Parlamento nei prossimi giorni - e che sotto riportiamo.
Ma non sono loro, quelle e quelli, del governo, del parlamento, che decidono della condizione delle donne? Non sono loro che danno soldi ai padroni per la pandemia mentre questi stessi licenziano o peggiorano, precarizzano al massimo le condizioni delle lavoratrici, fino a farle morire sul lavoro? Non sono le stesse ministre che invece di fare misure effettive per l'occupazione femminile, contro le discriminazioni, decidono come pompato provvedimento l'Assegno unico, con il corollario "fate più figli"?
Poi quando le donne, le operaie, le lavoratrici precarie si ribellano, lottano, rivendicano lavoro, salario, diritti o vengono totalmente ignorate - come le operaie di Mugello della fabbrica dei marron glacè, o le operaie della Tessitura di Mottola, entrambe in presidio davanti alla fabbrica al freddo, e tante altre - o hanno l'"attenzione" solo della polizia, come in tanti posti della logistica.
Allora, la vostra pelosa ipocrisia non la vogliamo, ci fa schifo.
E' una ragione in più per elevare la nostra lotta contro di voi!
(Ripubblichiamo anche un intervento del Mfpr fatto in una Assemblea donne/lavoratrici dell'autunno 2020)
DALLA STAMPA
«Nell’anno dello scoppio della pandemia, il 2020, il tasso di occupazione femminile è sceso al 49% dopo che nel 2019 aveva superato per la prima volta la soglia del 50%. Penalizzate le donne con figli: sono impiegate il 25% in meno delle coetanee che non ne hanno. Il tasso di occupazione delle madri è del 53,3%, mentre quello di chi non ha figli il 72,7%.
l'impatto pandemico è stato particolarmente negativo sulle donne: si è tradotto non solo in una significativa perdita di posti di lavoro in settori dominati dalla presenza femminile, come il commercio e il turismo, ma anche in condizioni di lavoro peggiori, in una accresciuta fragilità economica e in un conflitto vita-lavoro ancora più aspro del passato».
Sono le donne più giovani a registrare sia i dati più bassi sull'occupazione sia la riduzione più rilevante nell'anno della pandemia. Nel 2020 il tasso di occupazione delle donne tra i 15-34 anni è pari al 33,5%, mentre nel 2019 era pari al 35,9% (-2,4). Per donne tra i 35 e i 44 anni e tra i 45-54, il tasso si attesta, invece, al 61,7 e al 61,8% nel 2020, in riduzione rispetto al 2019 quando erano pari al 62,4 e al 62,3%.
Le più penalizzate sono le donne che vivono nel Sud del paese: il loro tasso di occupazione precaria sprofonda al 32,5%.
Cresce ancora il divario tra tasso di occupazione femminile e maschile che arriva a 18,2 punti percentuali.
Quasi 2 milioni di part time involontari. Per il 60% delle lavoratrici con il contratto part time, la riduzione dell'orario è una condizione subìta e non una scelta. La quota di donne costrette al part time è passata, tra il 2019 e il 2020, dal 60,8 al 61,2% contro una media Ue del 21,6%, sono 1.866.000 le donne con contratto part time involontario contro 849 mila uomini.
I 300 mila minori interessati dai congedi Covid sono stati presi in carico per il 79% dalle madri e per il 21% dai padri. «Il carico di lavoro domestico e di cura – ha commentato la sottosegretaria Guerra – grava per il 62,8% sulle spalle delle donne nonostante la quota gestita dagli uomini sia cresciuta di 9,1 punti in dieci anni».
La disuguaglianza è cresciuta anche nello smart working. Nel 2020 è cresciuta in maniera macroscopica la quota delle donne che sono state costrette a ricorrere a questa modalità del lavoro a distanza: il 16,9%, con un aumento di 15,3 punti percentuali rispetto all’1,3% del 2019. lo smart working si aggiunge al lavoro domestico nella divisione sociale del lavoro capitalistico".
LA CONDIZIONE E LA NECESSARIA LOTTA DELLE DONNE AI TEMPI DEL
CORONAVIRUS
L’emergenza del
coronavirus ha amplificato oggettivamente quella che era una
condizione di sfruttamento e di oppressione che la maggioranza delle
donne proletarie già viveva nel nostro paese.
L'emergenza ha
investito tutti gli aspetti della vita delle donne, il lavoro/il non
lavoro, il salario/il non salario, il carico dei servizi sociali, la
questione della violenza e dei femminicidi, la questione dell’aborto,
ecc..
Sulla questione del
lavoro, da un lato per il coronavirus/lockdown vasti settori di
lavoratrici dall’oggi al domani hanno perso il lavoro per la
chiusura o sospensione di alcuni settori, come le cooperative
sociali/servizi sociali/di assistenza nelle scuole, nei centri diurni
per disabili…, il settore turistico, il settore della ristorazione,
del commercio, delle pulizie/servizi, come alcune fabbriche;
tantissime lavoratrici che vivevano una situazione già di precarietà
dopo il lockdown si trovano in una situazione di non rientrare più
al lavoro.
Le misure di
ammortizzatori sociali del governo per chi ha dovuto andare a casa si
sono rivelate assolutamente insufficienti, non sono state ancora
liquidate totalmente, soprattutto al Sud, e hanno tagliato comunque
almeno il 20%-40% dei salari, spesso già molto bassi.
In tutto un altro
settore dove le lavoratrici sono soprattutto immigrate occupate come
badanti, colf, lavoratrici domestiche, le donne si si sono ritrovate
in una situazione non solo pesantissima di non lavoro (e per tante di
perdita di casa), ma anche nei primi mesi del lockdwon fuori dalle
misure di sostegno salariale del governo. Poi con il Decreto rilancio
il governo ha stanziato un’indennità di 500 euro mensili per i
mesi di aprile e maggio 2020 ma con paletti e ottica circoscritta,
spettava ai collaboratori domestici già in possesso di un regolare
contratto di lavoro alla data del 23 febbraio 2020.Tre i requisiti
richiesti per richiedere il bonus: non convivenza con il datore di
lavoro; contratto regolare in essere alla data del 23 febbraio 2020
superiore a 10 ore a settimana, il domestico non deve percepire altri
succisi… sappiamo bene come tantissime di queste lavoratrici
lavorano purtroppo a nero o con contratti anche di meno ore rispetto
alle 10 settimanali.
Dall’altro lato, le
lavoratrici che hanno continuato a lavorare si sono ritrovate in una
condizione non solo di più sfruttamento ma addirittura di nessuna
tutela, prevenzione per la loro salute e vita, anche a rischio di
morire, come è accaduto per es. nella logistica.
La prima linea è stata
sicuramente costituita da tutte le lavoratrici che lavorano nel mondo
della sanità, degli ospedali del Covd-19. Le dottoresse, le
infermiere, le operatrici socio sanitarie, le donne delle ditte delle
pulizie si sono ritrovate nel vortice di questa emergenza a lavorare
in una situazione di orari massacranti, mancanza di dispositivi di
protezione e sicurezza adeguati; una situazione che ha fatto emergere
in maniera palese il massacro che è stato fatto alla sanità da
tutti i governi al potere e che oggi viene scaricato pesantemente
sulla pelle, oltre che dei malati, dei lavoratori e lavoratrici,
mettendo a rischio la vita – più di 170 medici sono morti per
Covid-19, come decine di infermiere e Oss...
Tante operaie di
fabbrica hanno dovuto continuare a lavorare anche durante il lockdown
perché quello che conta per i padroni, per il capitale è il
plusvalore, il profitto e non la vita degli operai e delle operaie,
per cui è successo che si è continuato a produrre anche in quelle
fabbriche non essenziali, e senza le misure di sicurezza necessarie.
Qui solo gli scioperi spontanei degli operai in diverse fabbriche
hanno costretto il governo a fare una selezione tra le cosiddette
fabbriche non essenziali e quelle essenziali - ma sotto la pressione
di industriali diverse fabbriche e fabbrichette man mano hanno
riaperto.
Per le operaie che
hanno continuato a lavorare nelle fabbriche, le lavoratrici dei supermercati, al di là dei
protocolli che il governo ha firmato con i sindacati confederali,
sono perdurate diverse situazioni in cui le operaie hanno continuato
a lavorare senza alcuna sicurezza, a rischio di ammalarsi gravemente.
Per non parlare di
tutto il settore delle lavoratrici dell’agricoltura, in cui stanno
tante donne migranti. Queste o hanno perso il lavoro o per loro, come
moderne schiave ad una situazione di lavoro durissima si è aggiunto
il coronavirus e queste lavoratrici sono lasciate ancora più allo
sbando per mesi… La sanatoria del governo si è rivelata una truffa
(una "regolarizzazione" che non è solo insufficiente, la
questione principale è che è stata fatta per dare braccia alle
aziende da sfruttare per il tempo necessario al lavoro (max un anno)…
e ci sono state proteste delle migranti e dei migranti contro questo
provvedimento governativo annunciato dalle lacrime pi ù che ipocrite
della Bellanova…
Il governo durante
l’emergenza è uscito con tutta una serie di decreti, però
pochissimo o quasi niente è stato posto per quanto riguarda la
condizione di vita delle donne; verso cui, invece, la misura
principale: stare a casa” è risultata e risulta controproducente e
a rischio.
Perché quando si dice
“state a casa, state chiuse” e ci hanno fatto vedere pubblicità
in tv ad hoc con scene di tranquillità e rilassatezza “che bello
stare dentro le case” in realtà questo non è stato e non è
assolutamente vero e corrispondente alla realtà. Stare chiuse a casa
24 ore su 24 per la maggioranza delle donne, significa vedersi
scaricare in maniera ancora più pesante tutto quello che è il
lavoro di cura e della famiglia dei figli, del marito, dei parenti
anziani, il lavoro domestico, ecc., significa subire uno stress
psicologico che ti fa ammalare più del coronavirus.
E' come se si desse per
scontato che per le donne “restiamo a casa” è normale, sarebbe
compatibile con il ruolo prevalente che questo sistema borghese
affida alle donne, di cura, assistenza, riproduzione, “ammortizzato
sociale”. Il governo ha approfittato anche di questa situazione,
per tenerci più incatenate al ruolo che questa società vuole per
noi, principalmente: moglie, madre, “supplenti dello stato”.
La misura di bonus
spesa, che si traduce in poche decine di euro a poche famiglie
“indigenti” quando tante famiglie erano senza salario, è stata
ridicola e offensiva, una indegna elemosina, contro cui giustamente
tante persone, soprattutto donne, si sono ribellate rifiutandosi di
pagare la spesa, come nelle proteste a Palermo, a Napoli.
Anche per quelle donne
che hanno lavorato a casa in smart working, vedi per esempio l’ampio
settore della scuola e del pubblico impiego, questa soluzione si è
trasformata nella maggiora parte dei casi in una altra catena: le
donne contemporaneamente mentre lavorano si devono occupare dei
bambini, li devono seguire nella didattica a distanza, devono fare le
pulizie, devono cucinare; cioè devono stare continuamente a lavorare
senza limiti di orario, con un pesantissimo stress psicofisico.
Padroni e governo hanno
realizzato la perfetta “conciliazione di lavoro e famiglia”, non
separandoli, ma intrecciandoli minuto per minuto, rendendo così
palese il doppio sfruttamento e oppressione.
Siamo tornati al lavoro
a domicilio, in chiave moderna, con cui il capitale realizzava e
realizza “due piccioni con una fava”: allungamento dei tempi
dello sfruttamento, riduzione dei salari, controllo del lavoro (oggi
anche più facilitato con i mezzi informatici). Mentre viene
garantito il ruolo di riproduzione della forza-lavoro delle donne col
lavoro domestico. Vedi le lavoratrici immigrate per lo più di
Bergamo/Brescia
Il governo nel decreto
di agosto ha inserito il bonus per le casalinghe invece di porre
misure per il lavoro per le donne, un bonus indecente che prevede dei
corsi professionali per donne che scelgono di fare le casalinghe
(come se fosse uno dei tanti hobby)… per il governo le donne
casalinghe devono restare casalinghe ma forse più acculturate!
Ma stare chiuse dentro
casa è significato anche esasperare e amplificare le situazioni in
cui le donne sono costrette a vivere 24 ore su 24 con mariti, partner
violenti. Nelle settimane del lockdown decine sono stati i
femminicidi, le varie forme di violenza sessuale, maltrattamenti
incentivati dalla convivenza forzata, come la ragazza uccisa a
Messina dal suo compagno. Per le donne che dalle stesse statistiche
sono risultate più forti, meno contagiate dal coronavirus, la morte
viene più stando chiuse in casa col proprio assassino che dal
coronavirus. E la tragica beffa viene dallo stesso Stato, come è
successo a Taranto, in cui un giudice ha mandato ai domiciliari un
marito che aveva tentato di uccidere la moglie...
Poi ci sono le donne
che sono messe in conto preventivo dei dati dei decessi per
coronavirus.
Sono le immigrate nei
CPR, le detenute che sono semplicemente cancellate, esistono solo
quando si ribellano per essere duramente represse...
Ma questa emergenza ha
voluto dire anche tanto altro per la vita delle donne.
Le donne hanno
partorito nei corridoi dei pronto soccorsi, da sole, senza alcun
parente ad assisterle. Le donne oggi non possono abortire. Se già
prima le donne avevano difficoltà enormi ad abortire in un paese
dove c’è un altissimo tasso di obiettori di coscienza e ospedali
assolutamente inadeguati, oggi con il collasso degli ospedali si
trovano in una condizione più pesante. L’approvazione di potere
accedere all’uso della Pillola Ru486 senza ricovero obbligatorio è
sì un passo in avanti ma resta sempre l’ostacolo più grave che è
appunto l’obiezione di coscienza.
Se questa è la
situazione, è altrettanto vero che essa ha reso ancora più
necessario per le donne ribellarsi, unirsi e lottare ancora più di
prima.