04/02/22

Un opuscolo della Formazione rivoluzionaria delle donne - necessario per fare luce nella confusione portata dalle intellettuali femministe piccolo borghesi

Informiamo che sta per uscire un nuovo lavoro di commento critico alle posizioni della accademica femminista Silvia Federici


Richiedi questo opuscolo a: mfpr.naz@gmail.com - verrà inviato anche on line in pdf, con un piccolo contributo

Dalla grande lotta delle donne in India un messaggio per tutte le donne nel mondo - L'intervento completo del Mfpr al meeting del Comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India

Come Movimento Femminista proletario rivoluzionario abbiamo aderito alla campagna nazionale e internazionale “Fermiamo l’operazione fascista e genocida del governo indiano, stop Prahaar-3” contro la repressione scatenata dal governo indiano di Modi, in solidarietà con le prigioniere e i prigionieri politici in India, per il rilascio immediato di tutti e tutte coloro che sono stati illegalmente arrestati per il caso Bhima Koregaon!

Già il 24 novembre nella giornata internazionale contro il governo Modi in solidarietà alla guerra popolare in India con diverse azioni abbiamo nel nostro paese voluto rafforzare il ponte solidale con il popolo indiano in lotta e in particolare con le donne indiane in lotta, con le compagne combattenti maoiste, parte determinante della guerra popolare diretta dal Partito comunista maoista dell’India.

Azioni accompagnate da una costante attività di informazione/contro informazione diretta verso le donne che organizziamo attraverso il blog del Mfpr, mailing list e altri canali on line, per esempio sulle recenti e grandi lotte dei contadini indiani che hanno sfidato con grande coraggio e determinazione anche la repressione e la pandemia, contro il governo Modi e le 3 leggi agricole volute dal governo per consegnare le risorse naturali alle multinazionali e ridurre alla fame la popolazione, in cui le donne sono state in prima linea nella lotta e nelle manifestazioni. Queste donne a cui il governo ha detto con disprezzo fascista di tornare a casa hanno risposto con la doppia ribellione “'Non posso essere intimidita. Non posso essere comprata… "Perché dovremmo tornare indietro? Questa non è solo la protesta degli uomini. Abbiamo faticato nei campi al fianco degli uomini. Chi siamo, se non contadine?".

Queste donne hanno lottato anche a costo della vita, vedi i diversi "incidenti" da investimento stradale che si sono verificati in questo anno nel corso dei presidi attuati dai manifestanti agricoli in sciopero, e varie donne sono state uccise mentre altre hanno riportato ferite investite da camion come successo a Bahadurgarh.

Donne che hanno messo in atto una doppia lotta in queste grandi proteste conquistando un importante protagonismo nella lotta. All’ottavo mese dall’inizio delle proteste, mentre migliaia di contadini assediavano la Capitale, alla Sessione parlamentare dei monsoni, le donne per la prima volta, come hanno riportato i mezzi di comunicazione locali, hanno deciso di tenere una “sessione parlamentare”, una “Mahila kisan sansad” tutta al femminile.

Nella giornata del 24 novembre e intorno a quella giornata nelle città in cui siamo presenti e organizzate abbiamo fatto attacchinaggi di striscioni e pannelli in quartieri proletari dove vivono anche donne immigrate.

Abbiamo organizzato assemblee con lavoratrici dello Slai cobas sc e Mfpr, come a Palermo, che insieme a lavoratori hanno lanciato e sottoscritto una mozione in solidarietà internazionalista e a sostegno della guerra popolare in India.

Abbiamo fatto volantinaggi alle fabbriche in particolare al nord/Bergamo a lavoratrici migranti tra cui indiane.

Così il 27 novembre, in occasione della grande manifestazione in Italia a Roma contro la violenza sulle donne, un aspetto importante è stato anche quello internazionalista, perché la violenza sulle donne riguarda le donne di tutto il mondo, e l'India sta sempre più diventando il simbolo della violenza (del sistema patriarcale capitalista imperialista) in particolare contro le donne in tutti i suoi aspetti, e oggi con il governo fascista di Modi questo processo è avanzato rapidamente.

L’India è un paese in cui le donne subiscono una doppia, tripla quadrupla violenza, legata anche alla questione religiosa, al sistema delle caste, alle politiche fasciste e genocide del governo Modi. Questa immane violenza viene utilizzata anche come arma di repressione e di guerra soprattutto nelle zone rurali dove è in corso la guerra popolare (gli stupri atroci di contadine, delle donne dei villaggi, delle donne dalit, da parte della polizia e delle forze militari e paramilitari, vedi l'operazione Green Hunt, sono una normalità; e gli stupri accompagnano sempre le torture dentro le carceri contro le compagne rivoluzionarie maoiste arrestate).

Anuradha Gandhy, compagna Dirigente del Partito Comunista dell'India (Maoista), oggi non più in vita, che ha organizzato la lotta rivoluzionaria delle donne in alcune regioni in India teorizzando sulle esperienze fatte, diceva in particolare sulle condizione delle donne : "… tutte le donne in India subiscono l'oppressione feudale, capitalista, imperialista e patriarcale, ciò avviene in varie forme in diverse aree, urbane e rurali…”.

Ma questa violenza reazionaria diventa anche una forte leva di ribellione per cui tante donne decidono di combattere e di unirsi alla lotta rivoluzionaria, alla guerra popolare.

Alla manifestazione di Roma abbiamo portato un saluto rivoluzionario alle donne indiane, alle compagne indiane che sono in prima fila nella guerra di popolo per costruire una nuova società, una società in cui il potere sia in mano alle masse popolari, in cui per le donne “la vita possa cambiare davvero”. E questo è un messaggio non solo per l'India, ma anche per noi donne che lottiamo nei paesi imperialisti.

Abbiamo affisso lungo il corteo grandi pannelli, abbiamo detto che è necessaria l’unità internazionale e internazionalista, sia per rafforzare le lotte che le donne conducono nei singoli paesi, come la conduciamo in Italia in cui la violenza contro le donne e i femminicidi aumentano ogni giorno in modo gravissimo e la condizione di doppia oppressione della maggioranza delle donne in questa fase pandemica si è amplificata in modo pesante, sia per trarre da quelle lotte un esempio/lezioni per capire quale lotta serve alla maggioranza delle donne. In questo senso si deve guardare alla lotta rivoluzionaria delle donne in India e sostenerla attivamente.

In India le violenze, uccisioni delle donne hanno fatto esplodere in questi ultimi anni grandissime manifestazioni di massa, in cui la partecipazione delle donne, delle giovani, è stata enorme.

Il ruolo delle donne nella guerra popolare è una rivoluzione nella rivoluzione. Il protagonismo delle donne mentre porta avanti la lotta di classe rivoluzionaria, mette in moto la lotta per una trasformazione delle idee, della cultura, della famiglia, delle tradizioni religiose…

Tutto questo ha bisogno del sostegno di tutte le donne del mondo e serve a tutte le donne del mondo.

Ora il regime fascista indù di Modi sta preparando un nuovo piano militare per schiacciare la guerra popolare: il piano Prahaar-3, una continuazione delle pratiche genocide dell'operazione “Green Hunt.

Nel 2021 si è accentuata la politica di sterminio delle prigioniere e dei prigionieri politici, la repressione e la carcerazione, e sono aumentate le denunce di aggressioni sessuali e violenza contro le donne prigioniere. Molte persone sono state arrestate e torturate dopo aver partecipato alla protesta dei contadini contro le tre leggi agricole neoliberiste del governo Modi.

Questo forte messaggio di lotta rivoluzionaria lo abbiamo portato anche nella recente e partecipata assemblea nazionale di circa 400 donne del movimento femminista di NUDM in vista dell’8 marzo, per informare/controinformare da un lato le tante donne, anche lavoratrici, che partecipano a queste assemblee e combattere dall’altro la concezione ideologica della direzione di questo movimento di matrice piccolo-borghese che tende a frenare/deviare la lotta delle donne verso una linea riformista e non rivoluzionaria.

Intorno all’8 marzo stiamo lavorando per un’iniziativa/azione specifica in varie città in merito alle prigioniere politiche indiane. Nell’ambito di queste iniziative, faremo anche una traduzione dell’opuscolo del PCIM “Womens in prison”.

Lavoreremo perchè questa campagna prolungata non sia solo di denuncia e di controinformazione, ma anche per strappare dei risultati finalizzati alla liberazione delle prigioniere politiche, ma anche sulla questione che viene denunciata dalle prigioniere politiche: violenze, stupri, torture sessuali che subiscono nelle carceri.

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario

Italia – 30 gennaio 2022

03/02/22

Laila uccisa sul lavoro - La Procura ha chiuso le indagini

Laila morta sul lavoro come Luana: padroni assassini

Come Luana, uccisa sul lavoro stritolata da un orditoio manomesso per fare aumentare i profitti al padrone, allo stesso modo Laila El Harim è morta schiacciata da una fustellatrice, all’interno dell’azienda Bombonette di Camposanto, in provincia di Modena, il 3 agosto scorso.

Le notizie dai giornali: “La Procura di Modena ha chiuso le indagini: per il padrone e per il delegato alla sicurezza si ipotizza l’omicidio colposo aggravato in concorso. Sono contestate una serie di omissioni tra l’altro nella valutazione del rischio, nei requisiti di sicurezza e la mancata formazione dell’operaia. Nel chiudere le indagini la pm Maria Angela Sighicelli sottolinea la presenza di pareggiatori in gomma da regolare manualmente non previsti l’assenza di una protezione, prevista. Laila sarebbe entrata nella fase di pre-avviamento nel macchinario proprio per regolare i pareggiatori, per il cambio di formato del formato in lavorazione.”

“Non hanno minimamente considerato il rischio di contatto dei lavoratori con gli organi in movimento durante l’uso delle fustellatrici”. Per trarre maggior profitto e “risparmiare sui tempi di lavorazione”, al posto della prevista protezione statica fissa avrebbero installato dei “pareggiatori regolabili manualmente”, consentendo l’avvio del macchinario anche in presenza di un operatore al suo interno. Sono alcune delle violazioni alle norme antinfortunistiche che la procura di Modena ha contestato a Fiano e Jacopo Setti, fondatore e delegato alla sicurezza della Bombonette di Camposanto.

Dagli atti della procura di Modena emerge che alla dipendente non sarebbe stato fatto seguire nemmeno il corso di formazione di legge per addestrarla all’utilizzo di quella macchina pericolosa. I due indagati sono accusati di omicidio colposo con l’aggravante della violazione delle norme antinfortunistiche.

La morte sul lavoro non è mai fatalità. Ed è sempre annunciata dalle tante denunce inascoltate. E ha sempre dei colpevoli: i padroni che organizzano il lavoro in base al profitto.

Laila “segnalava inceppamenti da oltre un mese”, aveva denunciato il suo compagno.

Macchinario senza protezione, assenza di dispositivi di sicurezza, mandata a morire senza nessuna formazione da un padrone che, come tutta questa razza bastarda, è interessato solo all’aumento della produzione per aumentare i suoi profitti! Come non vedere l’intenzionalità del padrone in quest’ennesimo omicidio sul lavoro?

Abbiamo bisogno di fare ripartire la lotta contro le morti sul lavoro per mano dei padroni assassini, dobbiamo lottare per aumentare le pene ai padroni e imporre il reato di “omicidio volontario”! Ma per fare questo, abbiamo necessità di una Rete nazionale per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Stiamo preparando per questo un’assemblea per febbraio/marzo.

Avevamo lanciato un appello proprio da questo blog dell’assemblea autoconvocata dell’8 gennaio scorso:

https://proletaricomunisti.wordpress.com/2022/01/18/basta-morti-sul-lavoro-appello-proposta-dallassemblea-nazionale-autoconvocata-del-8-gennaio%ef%bf%bc/

dall’Appello: “Dopo la morte di Luana D’Orazio perché un padrone ha manomesso il macchinario c’è stata una grande indignazione ma qualche mese dopo, a Modena, è rimasta schiacciata da un macchinario Layla El Harim.
Occorre partire dall’unità delle realtà che si battono concretamente nei luoghi di lavoro e portare la lotta sul piano nazionale, intervenire nei luoghi dove avvengono gli omicidi sul lavoro per dargli una visibilità al livello nazionale e superare la rassegnazione che avviene sempre dopo, quando si spengono i riflettori. Dobbiamo promuovere una larga aggregazione di energie che si rendano protagoniste per condurre una battaglia di civiltà contro la barbarie della guerra quotidiana dei padroni assassini.
La lotta contro le morti sul lavoro e la lotta contro precarietà, cassintegrazione, attacco al diritto di sciopero, la rappresaglia padronale e poliziesca, sono tutte lotte che attaccano la radice del modello di produzione capitalistico. Se c’è ancora chi pensa che queste lotte si possono fare solo in ambito aziendale o solo a livello territoriale, ci deve dimostrare con i fatti che così i lavoratori possono portare a casa dei risultati.
Questa lotta dev’essere strappata di mano ai confederali e condotta su posizioni di classe che sono inconciliabili con quelle dei padroni, dobbiamo costruire il potere dal basso degli Rls, formando una lista di operai che intendono metterci la faccia e il proprio impegno, indipendentemente dalle tessere sindacali e votati da tutti i lavoratori del sito così da avere un mandato forte che risponde ai lavoratori e non alle RSU o RSA o ai capi.
Il controllo della produzione, l’ispezione senza preavviso, il potere di prendere decisioni immediate che fermino la produzione in caso di rischio-sicurezza per la vita degli operai, devono tornare in mano agli operai!
Abbiamo bisogno di postazioni permanenti di nuclei di ispettori e presidii sanitari nelle fabbriche e nelle zone industriali, nelle campagne, per un intervento continuo e preventivo, con un rapporto costante con lavoratori e Rls.
Poi ci sono i processi che dobbiamo considerare come parte di questa guerra e che richiedono una mobilitazione.
È ora di approvare una legge contro gli omicidi sul lavoro! È ora di bastonare davvero chi manda i lavoratori al macello perché non rispetta le più elementari norme di sicurezza!
La sola lotta aziendale e sindacale non basta.
Dobbiamo contrapporre lotta, unità, organizzazione, una campagna sul terreno nazionale a partire da chi già la sta facendo, aggregando via via sempre più realtà nell’impegno diretto, ben sapendo che 4 operai morti sul lavoro al giorno sono il prodotto di un sistema di produzione basato sul profitto dei padroni, e la prospettiva in definitiva non può che essere che quella di un suo rovesciamento per liberarci dallo sfruttamento e difendere le nostre vite e la nostra dignità.
La Proposta che facciamo come Assemblea del 8 gennaio è quella di un confronto, di un’assemblea nazionale tra febbraio marzo per la costruzione di una Rete nazionale per difendere la salute e la sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nei territori.
adesioni/contatti materiali
Bastamortesullavoro@gmail.com

L'Mfpr al meeting di due giorni del Comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India, e alla manifestazione a Milano contro il fascista Modi, per la libertà delle prigioniere politiche

Durante la manifestazione di forte protesta tenutasi il 29 gennaio vicino al Consolato indiano, in cui erano presenti anche varie donne, famiglie, vi è stata relazione tra compagne del Mfpr e donne indiane, a cui è stato consegnato uno dei cartelli.
Dall'intervento di una compagna al meeting  30 gennaio:

Come mfpr aderiamo alle campagne lanciate dal comitato per portare in esse un contributo attivo di solidarietà internazionalista. 

Vogliamo informare che intorno all’8 marzo stiamo lavorando per un’iniziativa specifica in merito alle prigioniere politiche indiane. Nell’ambito di queste iniziative, faremo anche una traduzione dell’opuscolo del PCIM “Womens in prision”. Iniziative dirette alle donne e lavoratrici che organizziamo e anche in maniera più larga.

Questa campagna prolungata non deve essere solo di denuncia e di controinformazione, ma dobbiamo lavorare per strappare dei risultati finalizzati alla liberazione delle prigioniere politiche, ma anche sulla questione che viene denunciata dalle prigioniere politiche: violenze, stupri, torture sessuali che subiscono nelle carceri.

E’ una nuova tappa che si aggiunge ad un percorso che abbiamo già iniziato e che ha visto alcune iniziative particolari, su cui vogliamo informarvi. 

Intorno alla giornata del 24 novembre: volantinaggi in fabbriche in cui vi sono soprattutto operaie indiane; abbiamo portato il messaggio della guerra popolare e del ruolo in essa delle combattenti maoiste, e la denuncia della terribile condizioni nelle carceri delle prigioniere politiche, sottoposte a stupri, torture sessuali, morte da parte della polizia indiana, denuncia portata nella grande manifestazione che c’è stata a Roma il 27 novembre delle donne, in cui sono scese in piazza circa 100mila donne, e dove lungo il corteo abbiamo portato grandi pannelli che hanno suscitato l’interesse di tante donne ed è venuta fuori la mancata informazione di quanto avviene in India da parte dei mass media. Infine abbiamo partecipato alcuni giorni fa ad una grossa assemblea di 400 donne, molto partecipata anche da lavoratrici, dove siamo intervenute e abbiamo portato il messaggio che arriva dalle compagne indiane della necessità della violenza rivoluzionaria che rientra in una battaglia che come mfpr facciamo contro le concezioni del femminismo piccolo borghese che non è rivoluzionario ma riformista. 

27/01/22

In merito al dibattito verso lo sciopero dell'8 marzo

L’Assemblea di Nudm nella giornata di sabato pomeriggio, 22 gennaio, ha sviluppato la discussione sullo sciopero per la giornata dell’8 marzo prossimo.

Da diversi interventi lo sciopero dell’8 marzo è stato posto come “un’urgenza in un contesto politico complesso, che deve essere fuori dalla logica della normalità…”, “Uno sciopero, è stato detto nella sintesi quasi finale, capace di generare potere contro chi ci opprime, uno sciopero produttivo/riproduttivo, calato in un orizzonte di lotta…”, non una scadenza ripetitiva quindi , “uno sciopero globale, processuale, trasversale, che deve colpire i nodi della restaurazione post-pandemica, uno sciopero politico…”

 

Il fatto che lo sciopero sia in generale stato posto come importante e urgente nonostante le oggettive e soggettive difficoltà della fase che stiamo vivendo è un dato positivo, così il fatto che da parte di alcuni nodi, come Livorno in particolare, c’è stata l’ammissione della “mancanza” di Nudm nel non avere trovato le forme per connettersi con le lotte sociali e di lavoratori e lavoratrici che in questi due anni ci sono state sui territori, che non si possono non vedere, così gli scioperi che ci sono stati fino a quello unitario dei sindacati di base dell’11 ottobre. La consapevolezza delle difficoltà c’è ma questo non deve non fare vedere le lotte che di fatto sono aumentate.

 

Ma da parte di alcuni nodi questa questione della difficoltà, della fase non facile e problematica è stata posta di fatto in modo frenante, deviante e depotenziante dello slancio verso l’azione concreta di sciopero/lotta, vedi in particolare su questo gli interventi del nodo di Milano  “grosse difficoltà per lo sciopero… la questione dello smart working… non abbiamo dialogo con le lavoratrici (e fino ad oggi quali forme/azioni si è cercato di fare per trovarlo questo dialogo?)… come fare per coinvolgere più donne nello sciopero,  chi non può scioperare che fa?".

La proposta delle assemblee sui posti di lavoro (posta di fatto in sostituzione dello sciopero) è alla stessa stregua dell’azione della CGIL, deviante dallo sciopero, frenante anche verso la stessa attività di costruzione dello stesso…


E’ chiaro che lo sciopero delle donne/lavoratrici non è né scontato, né automatico, né facile, è vero che ci sono settori di lavoratrici, precarie che vivono condizioni lavorative difficili, che  è complesso raggiungere o quasi impossibile a volte, (in questo senso siamo una goccia nel mare delle donne lavoratrici/proletarie e il lavoro da fare è di lunga durata), ma in questi due anni di pandemia e di pesante amplificazione degli attacchi le lavoratrici, anche se a macchia di leopardo dal nord al sud di questo paese, hanno lottato, sfidando le difficoltà, le restrizioni, non si sono chiuse a casa a fare lo sciopero o la lotta virtuale/on line.

Così sull’indizione dello sciopero dell’8 marzo una compagna di Milano, riferendosi alla compagna Mfpr, in merito all’indizione dello sciopero già fatta da mesi anche in risposta immediata agli attacchi della Commissione di garanzia, ha subito sottolineato in modo negativo la mera questione tecnica della rarefazione tra gli scioperi, pertanto "lo sciopero dell’anno scorso non poteva farsi", esprimendo una posizione di destra, non denunciando affatto che quell’azione della Commissione, che rientrava nell’accordo tra l’Aran e i sindacati confederali, è stata un grave attacco al diritto di sciopero nella scuola, e alle lavoratrici che nella scuola sono la maggioranza, costituendo un altro tassello nella marcia di questo Stato vero il divieto generale dello sciopero, imponendo un moderno fascismo.

 

Diversi interventi hanno posto nuovamente la questione se lo sciopero dovesse avere più centralità nella sfera riproduttiva che in quella produttiva, motivando questo anche con la questione della pandemia che ha prodotto molti licenziamenti al femminile e un aumento pesante del lavoro di cura, ma da alcune cose è emersa anche una visione dissociata dei due aspetti (produttivo/riproduttivo) o, come già sentito in precedenti assemblee, una sottovalutazione del lavoro produttivo.

Gli interventi delle lavoratrici Yoox sono stati importanti per la questione del protagonismo delle donne lavoratrici nelle lotta che ha coniugato l’aspetto della doppia oppressione, della voce di donne proletarie che hanno detto "lo sciopero è importante e non solo l’8 marzoma tutti i giorni e si deve fare su tutto, su ogni aspetto", l’importanza dell’unità/sorellanza delle lavoratrici in lotta e della solidarietà. 

Ed è stato veramente deprimente per certi versi sentire dopo questi interventi vivi e concreti di queste lavoratrici, interventi come quello del nodo di Pavia che in merito al ruolo dei sindacati ha parlato genericamente di accessori e delle lotte delle lavoratrici come non fondamentali per lo sciopero "transfemminista": "Nudm le forze ce le ha da sé per portare i numeri in piazza, se poi le vertenze/lotte delle lavoratrici ci sono ben vengano se no pazienza"!

 

Assolutamente diversa invece la posizione del nodo di Torino, la compagna precisando che diverse di loro sono lavoratrici, delegate, ha parlato positivamente della responsabilità verso le lavoratrici per inserire le lotte nella cornice sistemica, ha espresso la non condivisione con chi nell’assemblea ha messo in dubbio l’indizione dello sciopero, collegandosi all’azione recente dei sindacati di base, un’azione che non si può non considerare, anche perché ignorarli comporta il rischio che poi i sindacati di base fanno lo stesso lo sciopero ma non convergendo sulle parole d’ordine di Nudm che però devono essere chiare.

 

Cosi l’intervento del nodo di Pisa sullo sciopero che deve essere essenziale, strumento politico di lotta; ponendo anche spunti di riflessione sull’importanza dello sciopero:

contro la sensazione di sconfitta che sta compenetrando la società, o la questione del senso di colpa (assenza per malattia, sentirsi in colpa perché non dai la prestazione lavorativa nei servizi essenziali, la paura dei contagi come forma di ricatto, ecc.

Lo sciopero deve essere genarle e parlare a tutti, la pandemia ha amplificato gli attacchi ma ha risvegliato anche la consapevolezza della necessità di cambiare.


Anche il nodo Nudm Marche ha fatto un intervento concreto, sottolineando l'importanza e la necessitò dello sciopero. Alcune compagne nei mesi scorsi hanno partecipato alle Assemblee telematiche donne/lavoratrici riportando le esperienze di lotta fatte in particolare sul tema dell'aborto e le inchieste fatte tra lavoratrici iperprecarie come le inventariste. 

 

Sull’appello ai sindacati/ruolo dei sindacati, riproposto anche quest’anno, fermo restando che alcune hanno ripreso, dopo l’intervento della compagna Mfpr di Milano, il fatto che già c’era l’indizione delle lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe, si sono espresse diverse le posizioni:

svegliare dal letargo i sindacati

appello ai sindacati ma deve essere chiaro che è Nudm che lo indice

lettera ai sindacati ma senza incartarci nelle attese perché una copertura già c’è (nodo Livorno)

appello a tutti come modo nostro per affermare le nostre parole chiare, responsabilizzare i sindacati (Nudm Milano)

Sciopero trasversale con alleanze con i sindacati di base per mettersi in collegamento con i settori di lavoratrici e lavoratori in lotta (Nudm Palermo "...ma quando le lavoratrici a Palermo lottano seriamente le compagne di Nudm non si materializzano, vedi anche lo sciopero delle donne dell’anno scorso)

Come fare alleanze con i sindacati? Cgil Funzione pubblica sta lavorando per l’indizione e si è impegnata a diffondete l’autoinchiesta (Nudm Cagliari)

Non abbiamo più i rapporti con le delegate

Ecc. ecc.

 

Su questo l’intervento fatto dalla compagna di Palermo del Mfpr (per l'Assemblea donne/lavoratrici), anche se penalizzato dal pochissimo tempo dato alle “esterne”, 3 minuti,  ha voluto porre una critica a questo parlare dei sindacati in modo così generico, che rischia il qualunquismo, senza fare le necessarie differenze ma mettendo tutti nello stesso calderone; il non volere vedere, e alcune di Nudm lo hanno perfino dovuto ammettere, l’azione e le lotte messe in campo dalle lavoratrici organizzate nei sindacati di base e di classe che non si sono mai fermate e sono state “sveglie”…

 

In diversi interventi si è posta la questione della violenza sistemica e strutturale e di come calare questo nello sciopero.

E' necessario come abbiamo detto nei nostri interventi affermare la doppia valenza dello sciopero delle donne, quella strategica rivoluzionaria, che deve mettere in discussione tutto fino alle radici di questo sistema borghese capitalista che deve essere rovesciato, per il vero cambiamento sociale e doppiamente per la maggioranza delle donne; e quella della lotta di tutti i giorni a 360°, questi due percorsi si devono intrecciare.

La prospettiva di Nudm nella sua concezione ideologica piccolo borghese resta invece interna al sistema, si parla sì di violenza sistemica e strutturale, si parla sì di sciopero come strumento potente che colpisce alcuni nodi del sistema, ma, sebbene alcuni obiettivi siano giusti (per esempio, la questione del reddito garantito per i figli che restano delle donne uccise), alla violenza sistemica e strutturale si risponde per “cambiare” con un “progetto formativo valido e ampio” che agisca nel campo culturale (a partire dalle scuole ecc…).

Ma questo significa solo riformare questo sistema capitalista non rovesciarlo. 


A cura di una compagna Mfpr dell' Assemblea nazionale donne/lavoratrici

Assemblea nazionale Non Una Di Meno: report della seconda giornata, a cura di pr-AQ

Nei prossimi giorni NUDM proporrà lo sciopero globale femminista e trasfemminista, sia attraverso una lettera aperta a lavoratrici e lavoratori, sia con una comunicazione ai sindacati. La comunicazione dovrà essere semplice e diretta.
Il significato simbolico dello sciopero dell’8 marzo, per uscire dalla ritualità, deve concretizzarsi in un processo in divenire per trasformare l’esistente, per questo bisogna dare materia e continuità allo sciopero, visto come tappa di un percorso molto lungo che “deve portarci lontano”
E’ stato di nuovo sottolineato che il contesto in cui ci troviamo è un contesto difficile, complicato dalla pandemia che ha peggiorato sensibilmente le condizioni materiali di vita, di lavoro, di relazioni, di spazi politici per tutte noi e di conseguenza reso più difficili alcune pratiche di lotta.
Ma queste mutate condizioni non fanno che confermare l’urgenza dello sciopero, perché sono aumentate anche le sue motivazioni e di conseguenza la necessità di renderlo visibile anche in forme più radicali.
Su questo, più che l’assemblea di domenica mattina, dedicata alle pratiche e alle azioni di lotta e comunicazione verso e oltre 8 marzo, si sono espresse, in modo chiaro ed esplicito, le soggettività che hanno risposto alla domanda della Cloud: come sciopereresti l’8 marzo...
“Corteo, scontri, occupazioni, picchetti”, questa è stata la nuvola di risposte a quella domanda
Una nuvola che si è andata via via impantanando sul linguaggio da usare per essere inclusive, sulla scelta dello slogan per l’8 marzo, sulla necessità o meno di semplificare gli slogans definendo lo sciopero esclusivamente femminista o transfemminista.
Su quest'ultimo punto è stato obiettato che è sbagliato costruire un'ortodossia sulla questione, perché le ragioni dell'una e dell'altra posizione sono molto complesse e si riferiscono a due retroterra storico teorici diversi che si possono approfondire, se si vuole, senza creare intorno allo sciopero un elemento di ortodossia così discriminante. Quindi si è deciso di tenere entrambi i termini, tenendo conto di questa complessità, anche se per lo slogan si continuerà a dibattere nella mailing list.
In questo senso, la 3° nuvola di NUDM è andata bel oltre la capacità propositiva e comunicativa di alcune realtà di essa, ancora molto ancorate allo sciopero teorico, simbolico e virtuale, anche considerato l’ampio spazio assorbito nella 3° sessione dell’assemblea dalle pratiche virtuali della comunicazione, a proposito delle quali è stato alla fine raggiunto un accordo sull’hastag da usare per promuovere lo sciopero: #8MARZOSCIOPEROPERTUTT.
L’esigenza di dare continuità allo sciopero dell’8 marzo si è articolata in diverse proposte, come assemblee pubbliche ogni 8 del mese con altre realtà di movimento (Modena), convergenza delle lotte per estendere l’8 marzo, per uscire dal rituale e ridare forza, non solo simbolica ma concreta allo sciopero, interagendo con vertenze e lotte già in atto perché diano risultati concreti e siano di incoraggiamento alla lotta nelle situazioni ancora immobili che vivono sfruttamento e oppressione, proposte di campagne specifiche che diano continuità e visibilità alle lotte quotidiane delle donne (Livorno, mfpr-MI)
L’assemblea corpi e libere soggettività si è concentrata sullo sciopero trans femminista dai/dei generi, dai/dei consumi, proponendo slutwalk nei territori, sciopero al contrario con l’apertura di consultori, case rifugio, centri e sportelli antiviolenza in tutti gli spazi sociali e comunitari alle soggettività LGBTQIPA+. Per la comunicazione ha proposto l’utilizzo di un linguaggio inclusivo e non binario anche attraverso azioni di hackeraggio nella vita accademica. Sì a indagine sui temi del lavoro
Per rendere visibili e protagoniste anche tutte quelle persone che avranno difficoltà ad essere in piazza, come le donne impegnate in lavori di cura, Pisa propone di provare a raccogliere contributi audio da portare nelle piazze dell'8 marzo.
Per Nudm Bologna è necessario ricostruire un immaginario forte e collettivo, in cui le rivendicazioni e condizioni siano collegate all’interno di una cornice comune. In questo senso si sono dette favorevoli alla proposta di Torino di ribaltare nazionalmente la strategia per la parità di genere in chiave femminista e svelare l’impianto neoliberale della strategia, in cui si permette di fare carriera ad alcune, riaffermando la subordinazione di altre.
Riprendendo gli assi della strategia, cosa significa ad esempio competenze? Per il governo significa competitività sul mercato, messa a valore sul mercato delle conoscenze, per noi significa valorizzazione dei saperi, delle pratiche femministe, contro la violenza in tutti gli ambiti, educazione alle differenze, educazione sessuale e affettiva nelle scuole, trasformare il sapere medico secondo i nostri bisogni, valorizzare le pratiche femministe e trans femministe nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza ecc. Sul lavoro, per loro significa autoimprenditorialità, competitività, carriera per alcune. Concretamente x molte significa sfruttamento, povertà, disoccupazione, ricatto del permesso di soggiorno. Vogliamo che venga riconosciuto che noi lavoriamo costantemente fuori e dentro le case, pagate, malpagate, non pagate. Vogliamo essere libere dallo sfruttamento e dalla povertà. Il reddito per loro è uguale paga uguale lavoro. Per noi autonomia economica, reddito di autodeterminazione, welfare universale, salario minimo europeo. Tempo, per loro è conciliazione lavoro produttivo-riproduttivo, per noi le politiche di conciliazione non sono un avanzamento, perché nei fatti scaricano sempre su di noi il peso del lavoro di cura, siamo sempre noi a doverci prendere dei part-time, e quindi meno soldi, e quindi è una conciliazione che riafferma la divisione sessuale del lavoro. Noi vogliamo invece un tempo libero dal lavoro in tutte le sue forme, un tempo per noi, x i nostri desideri, per autodeterminarci. Il potere per loro è mettere donne in posizioni apicali secondo un’idea individualistica, gerarchica del potere. Noi non vogliamo che alcune si liberino sulle spalle di altre, vogliamo la potenza della marea femminista e transfemminista di cambiare le cose, di trasformare l’esistente. Questa strategia non va vista come uno strumento chiuso ma come uno strumento attraverso cui intercettare le persone a cui ci rivolgiamo verso l’8 marzo e oltre, uno strumento che deve essere costruito e fatto vivere nei territori, uno strumento inteso come linee guida su cui costruire un rilancio del processo dello sciopero femminista e transfemminista verso e oltre l’8 marzo
Nudm Brescia propone presidi nei luoghi dove sono state uccise e/o lavoravano le donne, per correlazione dei 2 fenomeni del femminicidio che si rincorrono tra loro; abolizione dell’alternanza scuola-lavoro.
Per Nudm Torino è importante darci una cornice forte comune che riporti una strategia femminista che ribalti la visione istituzionale sulla parità di genere. Produrre un immaginario, delle parole d'ordine, slogan in grado di riportare la forza, la potenza e la dimensione collettiva dello sciopero e del processo prima durante oltre l'otto marzo. Processo che deve essere visto come cambiamento e trasformazione collettiva rispetto ad un sistema che tende a frammentare le nostre vite in chiave individualistica per renderci più sole e isolate, fragili nell'affrontare la precarietà delle nostre esistenze.
"Lo sciopero è per tutt - Queste alcune proposte per cercare di rendere questo senso di forza e potenza legata alla dimensione collettiva e alle relazioni, alle pratiche femministe e trans femministe:
Far risuonare, oltre che sui social, nei territori e nelle strade le nostre parole d’ordini, attacchinaggio massiccio per tornare sempre più ad occupare lo spazio pubblico, quindi proponiamo insomma di riutilizzare lo slogan “non sei sol”, lo slogan “unite insieme siamo più forti”, “non sei sol scioperiamo insieme unit siamo più forti” “sciopero per tutt”
Un altro elemento molto importante per costruire i nostri slogan e parole d'ordine è il fatto che, se come abbiamo sempre detto, il peso e le conseguenze di questa crisi ricadono soprattutto sulle nostre spalle, lo sciopero e i processi che innesca sono il momento in cui rifiutiamo questo peso e ce ne liberiamo.
Tutte queste parole d'ordine, l'analisi che abbiamo condiviso sulla situazione che viviamo, sul peggioramento generale delle nostre condizioni materiali, ma anche sulla potenza trasformatrice dello sciopero e del movimento femminista transnazionale, pensiamo debbano risuonare sia nell'appello alle strutture sindacali per l'indizione, sia nella lettera aperta a delegati e lavoratrici per partecipare, costruire insieme lo sciopero.
Nella lettera a nostro avviso dovremmo avere cura di condividere le difficoltà del momento ben nominate ieri, di non presentarsi come un soggetto esterno alle persone che vogliamo coinvolgere perché noi stesse siamo lavoratrici precarie e disoccupate, in molti casi anche delegate.
Se può essere utile ci possiamo offrire per scrivere una bozza di appello alle strutture sindacali e condividiamo il fatto che entrambi i testi debbano uscire entro la fine della prossima settimana Concordi con la realizzazione di infografiche, pillole sulle pratiche di partecipazione allo sciopero in continuo aggiornamento visto il periodo di crisi che stiamo vivendo.
Per quanto riguarda il percorso di avvicinamento crediamo che sia fondamentale occupare gli spazi pubblici nella misura in cui è possibile, dialogare con le persone che li attraversano anche con la pratica dell'auto inchiesta - il questionario del tavolo lavoro - ma anche per esempio "per cosa vorresti scioperare?" "Cosa non vorresti fare l'8 marzo?"
In particolare pensavano a scuole, mercati, supermercati in quanto luoghi in cui è facile anche intercettare le donne, le persone a cui ci vogliamo rivolgere in tutte le declinazioni dello sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, generi e consumi.
Distribuire in questi momenti kit per lo sciopero che gli altri anni avevamo utilizzato, spille e post it per sciopero riproduttivo da appiccicare in casa, e in generale vorremmo riporre molta attenzione nel rendere la nostra comunicazione semplice e accessibile, in modo che ognun vi si possa riconoscere, così da uscire il più possibile dalle nostre cerchie, rendere lo sciopero davvero di tutt e per tutt, attraversabile da tutt"

La tripla violenza dello stato sulle donne: bambine strappate alle madri maltrattate e affidate ai loro carnefici. Ma quale cultura, ma quale formazione, l'unica soluzione è la rivoluzione!

La storia di Mamma M.: “Mia figlia prelevata si aggrappava ai mobili, a me Tso”


la porta dell’abitazione dopo il prelevamento della minore

ROMA – “Sono uscita viva per miracolo e mia figlia è ancora nelle loro mani. Da venti giorni non so se sia realmente col padre e non so nulla di lei; una bambina di dieci anni e mezzo è sparita così. Dico e ribadisco che è in grave pericolo, questo è un Sos”. Così alla Dire la mamma ligure M. racconta quello che le è successo da quel 5 gennaio, quando sua figlia le è stata strappata via. “Ho il ricordo della mia bambina aggrappata ai mobili, che gridava e diceva “Cosa avete fatto alla mia mamma?'”.

IL PRELEVAMENTO E LO STRAZIO DELLA BAMBINA
Perché mamma M., che era insieme a sua figlia in bagno a casa, si è ritrovata la porta forzata e una ventina di persone tra forze dell’ordine, operatori dei servizi socio-sanitari, direttori Asl, 118, dentro l’abitazione: “Sono state quattro ore di assedio, ci rincorrevano in tutte le stanze e poi alla fine mia figlia è stata sollevata di peso, la tenevano e strattonavano in quattro, io ho sentito un pizzico, una puntura sulle natiche e ho perso i sensi”. Qualcuno, a quanto apprende la Dire, le ha viste portare via di casa, prima la bambina disperata e trascinata a forza, poi la mamma esanime, avvolta e trasportata di peso in un telo arancione.

Mamma M. si è poi risvegliata con solo un accappatoio addosso, in ospedale, “legata in contenzione a un letto, nella rianimazione di un Pronto soccorso, poi portata in un reparto con finestre oscurate, senza poter sentire alcuno dei familiari, senza avere notizie.
“Appena mi riprendevo e facevo domande- ha raccontato- mi dicevano che dovevo accettare una terapia anti anti-psicotica, mi parlavano di Tso poi attraverso un catetere endovenoso mi facevano un’altra anestesia e mi rimettevano a dormire”.

Ad oggi M., come riferisce nell’intervista, non ha visto le carte relative a questo presunto Tso, nulla è mai stato notificato, non sa perché le sarebbe stato praticato questo trattamento, ma sa che tutto, quel giorno, è avvenuto per aver provato a dar voce alla volontà di sua figlia, che temeva di essere strappata alla sua vita con quel prelevamento coatto di cui M. ha impresse tutte le dolorose immagini.

“Dopo 7 giorni sono riuscita ad uscire dall’incubo di quel reparto dove ero stata rinchiusa senza motivo e dal quale non mi si voleva liberare, producendo tutte le relazioni e le valutazioni stilate dai medici che mi hanno incontrata e visitata in 5 anni di procedimenti; ora per fortuna posso raccontare di quel bombardamento. Vogliono ribaltare le vicende legate all’affidamento di mia figlia e alle condotte maltrattanti del mio ex. Io sono scomoda, anche mia figlia; ora cosa le stanno facendo? Le avranno detto che non sono morta, le avranno detto dove sono? Continuano a farmi pressioni perché dia l’autorizzazione a cambiare scuola e sottoporre mia figlia a visite e percorsi psicologico-sanitari sempre presso l’Asl, nonostante un provvedimento della Corte d’Appello li avesse interrotti e i SS dicano che stia bene”.

In quelle ore infinite mamma M. prova a mettersi in contatto con il legale e i familiari, rievocando quei momenti: “Eravamo sotto la doccia e una volta uscite ci siamo ritrovate una ventina di persone in casa e fuori. La piccola gridava, urlava e diceva ‘mi ha fatto del male e mi farà del male, non voglio andare da lui…’, mentre le operatrici parlavano di terapie, ambulanze ed ospedale”. E così è stato, come ha raccontato la mamma che ha passato “le prime 20 ore in Pronto soccorso, legata su una barella”.

LA MAMMA FINISCE ANESTETIZZATA IN OSPEDALE
Di quelle ore in cui mamma e figlia erano braccate resta il silenzio, una casa vuota, sigillata, la porta forzata e quello che mamma M., appena riesce a tornare a casa, racconta alla Dire, ma soprattutto l’apprensione per il trattamento che stanno facendo alla sua bambina: “Ha dieci anni e mezzo, si ribellerà, proverà a fuggire, cosa le faranno? La sottoporranno a sedazione?”. È stato eseguito con queste modalità il decreto di prelevamento della figlia di M., dieci anni, che da cinque dice in tutti i modi di aver timore del padre e di voler stare con sua madre e ha iniziato ormai più grande ad esprimere in tutte le sedi possibili la propria volontà e la stanchezza per una storia ‘istituzionale e giudiziaria’ che l’affligge dalla più tenera età e che le ha segnato l’infanzia. Il caso è stato segnalato anche alle Commissioni Parlamentari con cui la madre e la legale sono in contatto e che stanno seguendo gli sviluppi. Sono ‘fresche’ alla memoria le parole d’indignazione per la vicenda di Varese e l’uccisione del piccolo Daniele per mano del padre e in Liguria questo è l’epilogo di un caso già seguito dall’agenzia Dire, gli ultimi atti di una vicenda giudiziaria lunga cinque anni, l’ennesimo diniego di giustizia e violenza istituzionale verso mamme e bambini, e per questi un vero e proprio calvario.
Parliamo infatti, tornando indietro nella storia, di una minore costretta alla casa famiglia per “avvicinarsi” a un padre che ha avuto misure cautelari per le sue condotte lesive e pericolose e di un giudice del Tribunale ordinario che era sia colui che aveva emesso gli ordini di protezione sia lo stesso chiamato a decidere sull’affido della loro figlia. Piccola che si è ritrovata collocata in comunità per ‘recuperare’ il rapporto con il padre di cui aveva paura.

IL CASO GIUDIZIARIO, UN CALVARIO DI CINQUE ANNI
“Dal 2020- ha ricordato mamma M. ripercorrendo la storia giudiziaria, carte alla mano, insieme al suo legale, dopo il primo allontanamento forzato, siamo andati avanti con incontri protetti settimanali, interrotti per oltre 3 mesi a causa della pandemia. A febbraio 2021 a causa dei numerosi casi Covid in casa famiglia abbiamo chiesto di interrompere i rientri nella struttura e permettere il rientro della minore a casa sua, come avveniva per altri. Nella primavera 2021 i servizi sociali continuavano a rimandare il rientro stabile a casa, previsto dal giudice già entro gennaio del 2020, lanciando sospetti sul fatto che la madre non fosse favorevole alla frequentazione della bambina con il padre, che invece malgrado tutto avveniva regolarmente”, racconta la mamma.

Ma è proprio la piccola protagonista di questa storia a prendere finalmente la parola e a dire basta a proseguire i percorsi rieducativi e psicologici. “La bambina è stremata e chiede di essere lasciata in pace- continua- È un classico caso in cui il minore viene obbligato a visite con il genitore che teme, mettendolo in casa famiglia. Sofferenze inflitte su una bambina costretta e provata da anni di percorsi obbligati. Per questa ragione abbiamo presentato reclami e opposizioni anche in Corte d’Appello, ma la risposta è stata disporre una seconda Ctu, che ovviamente ho ricusato”.

La Ctu (la stessa che aveva decretato il primo allontanamento) ascolta i soli operatori e questo padre, che riferiscono in sostanza di una madre “alienante, malevola e della casa famiglia come unico luogo in cui la bambina fosse libera di vedere il padre”. Quando la bambina viene sentita riferisce “di voler stare con la mamma, di stare bene con lei”. A domanda esplicita su quanto i papà siano importanti questa piccola risponde affermativamente, dicendo però che il suo non è tale. Ma anche quest’affermazione viene letta come plagio della mamma verso la bambina e vengono entrambe definite “recitative”, come conferma anche l’avvocato a proposito della vicenda della piccola.

“Arrivano così le 68 pagine del decreto del 17 ottobre 2021 che stabilisce di togliere la bambina alla madre, l’affido ai servizi sociali, il collocamento presso il padre, incontri protetti con la madre per la quale viene chiesta perizia psichiatrica nonostante fossi stata già sottoposta a diverse perizie in passato dalle quali ero risultata senza patologie o problemi di sorta”. M. insieme al suo legale stigmatizza inoltre l’assenza di imparzialità che getta ombre cupissime sul caso: “Il giudice tutelare nominato per la bambina ha fatto parte del collegio insieme al giudice che ha deciso dell’affido ai servizi sociali e alla casa famiglia: dov’è l’imparzialità di questo tribunale?…”. E aggiunge: “Presentata la ricusazione, nel collegio investito troviamo gli stessi giudici che hanno emesso il provvedimento, come in tutte le altre nomine. Insomma sono sempre gli stessi a decidere e così tutte le istanze, ricorsi e opposizioni sono state puntualmente rigettate”. 

Si arriva così al giorno del prelevamento e a quanto subito da mamma M. e dalla sua piccola, tutto avvenuto con forze dell’ordine e operatori sanitari alla vigilia dell’Epifania. “La bambina non è mai stata ascoltata da un giudice” rammenta la mamma “e anche quando ha parlato agli operatori e in Ctu non è stata mai considerata. In queste ore mamma M. e il suo legale provano disperatamente ad avere notizie della bambina: “Non ho alcuna certezza di dove sia realmente e di come stia; non avendo più contatti con lei, ho seri dubbi che possa stare bene presso il padre; è mia figlia, devo avere notizie e contatti diretti e liberi con lei; ho seri motivi per pensare che sia in grave pericolo e disagio, trattenuta e costretta contro la sua volontà”.

Intanto della piccola restano solo le urla che riecheggiano dentro e fuori casa, mentre la portavano via, la sua volontà di stare con la mamma, di dire basta ai percorsi dei servizi socio-sanitari, il timore e il rifiuto verso il padre, le sue parole in Ctu e le immagini che mamma M. ha scolpite nei pensieri di quando è stata strappata di peso dalla sua casa alla vigilia della Befana, quando tutti i bambini pensano solo alle calze e ai doni che troveranno al mattino.

fonte «Agenzia DiRE» www.dire.it