21/03/21

Al fianco delle donne turche - contro il fascista Erdogan che straccia la Convenzione di Istanbul e legittima femminicidi, stupri

Protestiamo anche in Italia

Nel 2013 presidio all'ambasciata turca a Roma del Mfpr
con cacciata dei soldati italiani che volevano strappare lo striscione
VEDI VIDEO SOTTO


Ogni iniziativa di protesta contro Erdogan e il regime turco, contro il governo italiano amico di Erdogan, e di solidarietà con le grandi manifestazioni delle donne in corso in Turchia è necessaria e noi l'appoggiamo. 
Pubblichiamo questa lettera dell'UDI

Roma, 20 marzo 2021
Al Presidente del Governo italiano
Al Presidente del Parlamento europeo
Al Presidente del Consiglio D’Europa
Alla Presidente della Commissione EU
 
Oggetto: Misure urgenti a tutela dei diritti e delle libertà delle donne turche 

Da poche ore è stata diffusa la notizia che la Turchia ha dichiarato di voler ritirare la propria adesione alla Convenzione di Istanbul, pur essendone stata  nel 2011 a suo tempo essa stessa la prima firmataria, in nome della salvaguardia della famiglia e della potestà maritale e paterna...
Questa decisione era già stata preannunciata nel 2020 da Erdogan e  fortemente osteggiata dalle donne turche. Proprio per questo, già nel luglio scorso, l'UDI ha inviato una lettera al Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli in cui denunciava preoccupazione per la situazione delle donne turche e delle donne polacche, chiedendo che l'Europa si mobilitasse in tutti i modi per la salvaguardia dei loro diritti  e delle loro libertà minacciate dai loro stessi governi. 
Nell'ottobre scorso, il Presidente Sassoli ci rispondeva confermando l'impegno proprio e dell'istituzione che rappresentava nella vigilanza sulla salvaguardia dei traguardi di civiltà già raggiunti dai Paesi nella parità e nella libertà delle donne come diritti umani. 
Oggi, di fronte a questa intollerabile restaurazione patriarcale e reazionaria  contro i diritti delle donne da parte del governo di un Paese che nel 2020 ha registrato 300 femminicidi e 171 casi di donne morte in circostanze sospette, chiediamo a tutte le istituzioni nazionali, europee ed internazionali, di condannare senza se e senza ma la decisione del governo turco, e di adottare tutte le misure sanzionatorie possibili nei confronti dello stesso, poiché uno stato che deliberatamente revoca il proprio consenso alla tutela dei diritti e delle libertà delle donne contro la violenza maschile in tutte le sue forme, così come sanciti dalla Convenzione di Istanbul, è uno stato che revoca il proprio consenso alla tutela dei diritti umani. 
Chiediamo quindi con urgenza azioni concrete a tutela delle donne turche e di tutte le donne violate nei loro diritti. 
UDI-Unione Donne in Italia

DOPO L'8 MARZO. LA NECESSITÀ DELLA LOTTA, CONTRO L'USURA SCIENTIFICA CHE CONSUMANO IN FRETTA LE OPERAIE

Il caso Evoca (Bergamo) - I METODI OCRA E KAIZEN

L'applicazione combinata del metodo di valutazione dei lavori ripetitivi sulle linee di montaggio 'ocra', i corsi motivazionali kaizen, per il massimo di efficienza disciplinata nella produzione alla catena, produce distributori automatici più velocemente e abbassa altrettanto velocemente la soglia anagrafica delle patologie: si estende la massa delle operaie con disturbi e limitazioni ancora in giovane età. Per chi non regge i ritmi fiom fim uilm hanno pensato all'esodo incentivato 'volontario'.


PROSEGUE LA CAMPAGNA DELLO SLAI COBAS SC, CONTRO LO SFRUTTAMENTO PADRONALE E I LORO SERVI

QUESTO L'APPELLO DISTRIBUITO DOPO LO SCIOPERO DELL'8 MARZO

Il suo danno… "non presenta le caratteristiche per ipotizzare un'origine professionale".
Quante operaie e operai si sentono rispondere così? Alla Medicina del lavoro? Tante, troppe.
Eppure in fabbrica una parte importante soffre di problemi alle articolazioni superiori, cuffie, spalle, cervicale, alla colonna vertebrale, o per il classico tunnel carpale. CASUALITÀ??
Alle visite di idoneità ci si sente dire ‘… ti vedo in forma eh roccia?’ per poi essere rispedite sulle linee, sempre più spesso con limitazioni.
A scontrarsi con la direzione, responsabili di reparto, medico competente, che si rimpallano la gestione delle limitazioni, a danno degli operai.
Una battaglia individuale che non arriva ad incidere sulle cause: il modo di produzione, l’organizzazione del lavoro in fabbrica, dove la velocità è sempre al centro, costi quel che costi. E chi non ci sta viene continuamente spostato dalle ‘linee centrali’ per non interferire.
Alta flessibilità e mobilità nei reparti, tempisti, per aumentare la produttività delle linee. È una ristrutturazione quella in corso, sfruttano la crisi e la cassaintegrazione, per arrivare a produrre sempre più macchine con meno operaie.
E per chi non regge i ritmi è aperta la strada delle ‘dimissioni volontarie’.
Ma le dimissioni hanno ben poco di volontario. Le candidature sono confermate solo dall’azienda. E rappresentano la copertura di una vita di sfruttamento, che oggi non porta più alla pensione, ma si ferma molto prima, con la buona uscita contrattata dai confederali. Che non combattono l’usura sulle linee di montaggio, ma si contendono i verbali di conciliazione delle dimissioni volontarie.
Tanto utili, che l’azienda ha chiesto la proroga dell’accordo sindacale al 10 marzo.

Questi sono gli strumenti che permettono all’azienda di avere liquidità, sulla pelle e sul portafoglio degli operai, cassa integrazione ed esuberi incentivati (anche con la Naspi!!!). Lamentano il 35% in meno di fatturato, dicono di non vendere, ma producono lo stesso molte macchine (10/15% in meno).

I padroni cercano sempre di scaricare sui lavoratori il peso delle loro crisi.

Attenzione, Evoca non rappresenta una eccezione. È un modello di contrattazione dei sindacati confederali, applicato già in larga misura, es Tenaris, Brembo, Montello… Iveco, dove su 1300 operai 350 sono stati giudicati ‘inadatti alla produzione’, RCL di grado 3 consumati, quindi da espellere.

Rsu e loro sindacati non rappresentano una difesa degli interessi operai. Con questi accordi tra l’altro, aiutano i padroni ad eliminare velocemente i contratti a tempo indeterminato, più tutelati e a sostituirli con le agenzie, con il precariato a vita.

Non è certo il mondo che i figli degli operai, chiedono ai loro genitori.


E di difesa della salute, del posto di lavoro, del salario, non c’è traccia nel nuovo CCNL dei metalmeccanici.
Un contratto chiuso in tutta fretta, sotto l’ombrello del governo Draghi, delle banche, della finanza, di Confindustria, per dare ‘la pace sociale ai padroni nelle fabbriche metalmeccaniche’ per evitare che la potenziale ribellione operaia, che va ben oltre il contratto, si possa legare alle generali condizioni di sfruttamento. 25 euro lorde al 5° livello, legati all’inflazione, mentre servono soldi veri subito. Con una revisione dei livelli che schiaccia le mansione verso il basso e dà ai capi, l'esclusivo diritto di decisione sotto la copertura della professionalità, della competenza… Invece i soldi sono andati su Metasalute, in tempi di crisi sanitaria, con la sanità popolare al disastro, un bell’aiuto ai profitti dei padroni della sanità privata.

I sindacalisti che hanno parlato nelle assemblee e lo hanno definito ‘ottimo’, conoscono i profitti dei padroni e gli stipendi degli operai?

UN CONTRATTO DA CONTESTARE INSIEME, OGGI E NEI PROSSIMI MESI

SLAI COBAS per il sindacato di classe

IL VALORE DELLO SCIOPERO DELL'8 MARZO - Una riflessione da Mfpr Palermo


Lo sciopero delle donne dell’8 marzo è stata 
una bella, importante e vera risposta di lotta di tante donne lavoratrici, precarie, disoccupate, migranti, giovani… che nella giornata internazionale delle donne, hanno ancora una volta detto NO, NON CI STIAMO!

Le donne lavoratrici, proletarie in questo 8 marzo hanno voluto dare un nuovo e chiaro segnale di sfida ai padroni, al neo governo della borghesia, a questo Stato, confermando da un lato il filo rosso e di lotta degli scioperi delle donne, a partire dalla storica scintilla del primo sciopero delle donne, promosso in Italia dal movimento femminista proletario rivoluzionario nel 2013, che ha illuminato il cammino di ampia lotta necessario per la maggioranza delle donne, ma rafforzandolo oggi di un valore aggiunto sia in termini qualitativi che di estensione per nulla scontati nella fase pandemica che stiamo vivendo.

Le lavoratrici, le proletarie con lo sciopero hanno ancora una volta dimostrato di non voler stare a subire in silenzio e inermi una condizione di doppio sfruttamento e doppia oppressione, frutto di questo sistema sociale capitalistico, che la pandemia ha aggravato pesantemente in ogni ambito, lavorativo con più sfruttamento e pericolo di ammalarsi; non lavorativo, le prime ad essere licenziate,

20/03/21

Pubblichiamo le manifestazioni tenute l'8 marzo nel mondo, che mostrano la grande mobilitazione delle donne, con in prima fila in tanti paesi delle donne proletarie. Va avanti la linea e prassi del femminismo proletario rivoluzionario e la verità dello slogan: "Scateniamo la furia delle donne come forza poderosa della rivoluzione!"

8th march internationalist - CHILE: La situación de la mujer y la necesidad de la revolución (Periódico El Pueblo






Afiche difundido por la Red Feminista Revolucionaria de Cerro Navia para el ciclo de autoformación Feminismo y Revolución.
Durante el mes de enero, las compañeras de la Red Feminista Revolucionaria de Cerro Navia, Santiago, convocaron a un ciclo de autoformación sobre Feminismo y Revolución, en el hermoso y reverdecido espacio recuperado por las y los pobladores, El Jardín. Nos sumamos a esa invitación, con el mismo entusiasmo de quienes llegaron allí, convencidos de la necesidad de sumar a las mujeres populares a la lucha revolucionaria.

Por Elsa Sanchez para Periódico El Pueblo nro. 94

¿Cuál es el origen de la doble opresión hacia la mujer? ¿En qué se expresa? ¿Qué hacer? ¿Cómo organizarnos como mujeres populares? ¿Cómo nos organizamos junto a nuestro compañeros de clase? Muchas preguntas surgieron en estas conversaciones semanales. Conversaciones totalmente vivas y sentidas que estuvieron lejos de ser un debate académico. Muy por el contrario, eran preguntas y discusiones que nacían de la brega por avanzar en organizarnos como pueblo.

La convocatoria nacía del empeño por conmemorar con más fuerzas este 8 de marzo y de resolver la imperiosa necesidad de sumar a más compañeras en la discusión acerca de la forma en que se unen los problemas de la mujer con la necesidad de la revolución.

Todos los sueños se reflejan en los ojos de las mujeres populares

Las mujeres que allí nos convocamos compartimos los mismos problemas que el conjunto de las mujeres populares: enfrentar el peso de las tareas domésticas, el cuidado de hijos, padres y enfermos del hogar, bajos salarios, el sentirse invisibles muchas veces, no reconocidas, humilladas, abandonadas y también violentadas en muchas formas. Por eso, nos latía la necesidad de sumarnos para trabajar juntas -y juntos- por el camino de la emancipación.

Queremos comentar en especial sobre la sesión en que trabajamos la experiencia del maoísmo en la organización de la mujer popular. Vimos videos de mujeres combatientes de la Guerra Popular en la India y la Guerra Popular en Perú. De inmediato las preguntas que surgieron fueron ¿Cómo se logra esa disciplina? ¿esa convicción?. Nosotros pensamos que se debe a la comprensión de luchar por lo justo y de estar haciendo lo correcto y necesario.

Pero principalmente, esas exitosas experiencias de organización de la mujer campesina y obrera en el curso de los procesos revolucionarios fueron posibles tras un largo y duro camino de encaminar correctamente sus luchas, rompiendo con el oportunismo, el feminismo burgués y pequeñoburgués y manteniendo siempre presente -como punto de partida de la organización de la mujer popular- la comprensión de que sus problemas como mujer están íntimamente vinculados a los problemas del conjunto de las clases oprimidas. De esta forma, se comprende que la solución a los problemas de las mujeres no puede darse en forma aislada, sino como parte de la completa transformación de la sociedad, como parte de una revolución que construya una nueva sociedad, con la guía de la ideología del proletariado, el marxismo-leninismo-maoísmo. Las luchas de las mujeres son parte de la lucha de clases, pues tal como dijera Mariátegui: las clases nos dividen más que el sexo.

Conocer y desarrollar las experiencias revolucionarias

Conversamos en las sesiones que se requiere partir desde una posición de clase y, por tanto, ir a las masas más pobres, fundirse con ellas, conocerlas, vivir, luchar y trabajar con ellas. Y en el caso de la mujer popular, sobretodo, levantar su moral de clase y buscar todas las formas de desarrollar su tremendo potencial de lucha.

Las clases más pobres, lejos de ser vulnerables -como les gusta decir a la sociología burguesa-, tienen una fuerza muchas veces inquebrantable. Es la fuerza con la que soportan un viejo Estado que cae pesado sobre sus espaldas, que no les resuelve el problema del trabajo, la salud, la educación de sus hijos y tantas otras necesidades de las familias populares.

Durante la sesión en la que expusimos las experiencias revolucionarias de Perú e India, hablamos de la valiente comunista peruana, Norah, combatiente del Partido Comunista del Perú que tuvo un rol clave en la organización de las mujeres y en la construcción de un Movimiento Femenino Popular, abandonando sus privilegios de clase para servir al pueblo pobre de todo corazón.

Fueron sesiones de unidad, de discusión, de afanes en común, con las cuáles nos preparábamos para las luchas por venir.

Mientras el imperialismo, el capitalismo burocrático y los latifundistas sólo saben ofrecer balas, miseria y corrupción, nos convencemos que nosotras, desde el lado del pueblo que lucha, representamos la vida y luchamos por la dignidad para nuestro pueblo. Nos sentimos más fuertes juntas y juntos. Es verdad que nuestros enemigos son tigres feroces y voraces, pero tigres de papel, que al fin serán derrotados frente al huracán popular que recorre el mundo.

¡A conquistar la mitad del cielo! ¡Desatar la furia revolucionaria de la Mujer!






8 march internationalist - Estado Espanol - El 8 de marzo para las organizaciones comunistas




¿Sigue siendo el 8 de marzo un día necesario de reivindicación? Las comunistas decimos que sí: en el marco del sistema capitalista las mujeres trabajadoras nos encontramos sujetas a unas condiciones de especial opresión basadas en la explotación asalariada y en la servidumbre doméstica que perpetúan nuestra dominación. El trabajo remunerado de las mujeres bajo el capital no supuso en forma alguna nuestra liberación del trabajo del hogar, sino que cargó sobre nuestros hombros el peso del trabajo reproductivo de la familia al tiempo que se nos reservaba un mundo laboral especialmente precario.


Hoy, en el Estado español 2 de cada 3 trabajos precarios son ocupados por mujeres, siendo el 23% de ellos temporales. Una de cada cuatro mujeres jubiladas está en situación de pobreza, casi la totalidad de personas que reciben la pensión mínima son mujeres y nos situamos en la cabeza de países europeos con mayor tasa de paro femenino. Además, la mitad de las madres solteras están en situación de pobreza. En el caso de las mujeres trans el paro asciende a un 80%, y en el caso de las mujeres migrantes, representan el 25% de las desempleadas y los trabajos a los que pueden acceder son siempre de baja cualificación y bajos salarios durante la mayor parte de su vida, por no mencionar que quedan en una situación de irregularidad administrativa una vez pierden sus trabajos y pueden ser expulsadas del país, ya que según la Ley de Extranjería, sin contrato de trabajo no pueden renovar su permiso de residencia ni de trabajo.


La situación de las mujeres se ha visto agravada con la crisis y las condiciones existentes desde la pandemia. La situación de confinamiento, la falta de medidas de conciliación o alternativas a la escuela presencial, las nuevas formas de teletrabajo o la pérdida de empleo femenino ha reforzado en muchos casos el papel de las mujeres como cuidadoras (que representan el 72% del sector de los cuidados). Pese a que hemos ocupado la primera línea en la crisis sanitaria, esta relevancia no ha repercutido de forma alguna en nuestras condiciones laborales, pues ni las empresas ni el Estado nos ha garantizado protección contra el virus: aglomeraciones en el transporte público, avalancha de ERTEs, despidos masivos, falta de EPIS… Además, esta crisis sanitaria y económica está suponiendo para muchas mujeres, la agudización de las situaciones de violencia machista dentro del hogar, viéndose forzadas a convivir con su maltratador de forma continua y permanente, como se ha visto reflejada en el incremento del 44% de las llamadas al 016 durante el confinamiento.


¿Cómo hemos respondido las mujeres trabajadoras ante estas agresiones durante todos estos años? En la última década nos hemos movilizado en contra de la violencia sexual, a favor de nuestros derechos reproductivos, contra los feminicidios y contra la Justicia Patriarcal, nos hemos organizado en nuestros barrios, en asambleas de vivienda, en colectivos feministas y sindicatos. Así, las más explotadas, las mujeres migrantes, también han comenzado a responder ante la situación de semiesclavitud a que se ven abocadas. La mayoría de estas luchas formaron parte de la convocatoria de la primera huelga general del 8 de marzo en 2018, que contó con un gran impacto social y que se sigue convocando en algunos territorios a día de hoy.


Por todo ello, el Día Internacional de la Mujer Trabajadora no se trata, simplemente, de un día simbólico, de un día de celebración de las “Mujeres en general”, sino que es y ha sido históricamente una batalla por los derechos de las mujeres obreras, a pesar de que la propia ONU y algunos Estados institucionalizaron el 8M, y lo renombraron suprimiendo su carácter de clase. Pero, al final del día, las que libran la batalla en las calles, los barrios y centros de trabajo somos las mujeres trabajadoras. El origen del 8 de Marzo es nuestro; somos las hijas del ayer. Tanto es así, que el día de la mujer trabajadora fue una propuesta de las comunistas alemanas en 1910, encabezadas por Clara Zetkin para la Segunda Conferencia Internacional de Mujeres Socialistas. Este testigo se recogió por las mujeres socialistas de varios países y en el caso de Rusia, sirvió para acercar a las mujeres trabajadoras a las posiciones revolucionarias. Así, tal y como lo vivió Kollontai, el 8 de marzo de 1917 sirvió para que las mujeres trabajadoras fueran las primeras en alzar la bandera contra el Zar en el inicio de la Revolución Rusa. Las comunistas ligaron una reivindicación de los derechos de las mujeres con la lucha política por sus intereses de clase.


Así pues, las mujeres comunistas no podemos conformarnos con las reivindicaciones interclasistas, sino que tenemos que vincular el 8 de Marzo con la lucha de clases y rechazar la ideología liberal que oculta los intereses de clase entre las mujeres, precisamente porque es la postura que defiende gran parte de la burguesía, en especial las mujeres burguesas. Éstas, como históricamente han sido excluidas del poder político y económico, encuentran en el feminismo liberal una herramienta idónea para alcanzarlo: luchan por ser las jefas de una empresa, presidentas de un gran banco, defienden la igualdad formal de derechos, la “revolución feminista” a través del consumo, la libertad individual o cambios superficiales en la esfera cultural, pero todo ello sin apuntar en ningún momento a las causas reales de la desigualdad y sometimiento de las mujeres. Este discurso es incluso asumido desde las filas del reformismo y la socialdemocracia, aunque defienda de palabra los intereses de las “mujeres vulnerables” y copen los movimientos sociales. El reformismo busca equidad en las instituciones del Estado y empresas mientras que abandona a las obreras, pues no garantiza, incluso estando en el Gobierno, la paralización de los desahucios de familias obreras o la dotación suficiente a los servicios de atención a mujeres víctimas de violencia de género. Pero no toda la burguesía defiende estas posturas liberales. La extrema derecha abandera las posiciones más reaccionarias contra las mujeres: persigue suprimir la Ley de Violencia de Género y todos los derechos LGTB, aumentar las jornadas parciales, flexibilizar los horarios de trabajo, asegurar el coste cero para las empresas en las bajas relacionadas con el embarazo, excluir de la Sanidad Pública a las mujeres obreras migrantes o eliminar la cobertura pública para el aborto. No hay más que ver qué desea la extrema derecha para las mujeres trabajadoras para darse cuenta de que no es simplemente una ideología y una política reaccionarias, sino el proyecto de un sector de la burguesía en un capitalismo agonizante, que busca la superexplotación de la clase obrera en general, y de las mujeres trabajadoras en particular.
Queda claro que ningún proyecto político institucional defiende la emancipación real de las mujeres trabajadoras, pues todos ellos acaban perpetuando la explotación asalariada, el servilismo doméstico y la violencia machista.

¿Pero acaso hay salida bajo la sociedad capitalista? El Estado burgués es incapaz de asumir las demandas básicas del movimiento feminista: erradicación de los feminicidios, socialización del trabajo doméstico, igualdad retributiva, protección de las mujeres víctimas de violencia de género o de las obreras embarazadas en sus trabajos. No podemos obviar que la lucha de las mujeres ha logrado avances legales, políticos y culturales, como la despenalización del aborto y del adulterio, la legalización del divorcio sin causa, etc. Pero tampoco podemos obviar que el modo de producción capitalista continúa sometiéndonos a a una violencia y explotación descarnadas, y en especial, a los millones de mujeres proletarias de los países dominados del Sur Global, que trabajan en condiciones de semiesclavitud en las industria textil, alimenticia y tecnológica, o se ven abocadas a la prostitución y al alquier de sus vientres de alquiler, todas ellas para satisfacer las demandas del mercado occidental.


Por ello, las mujeres comunistas no podemos limitarnos simplemente a apoyar las luchas inmediatas de las mujeres, sino que también tenemos la responsabilidad de ofrecer y construir un proyecto de emancipación femenina real que cuestione y supere las relaciones de producción capitalistas, que vaya más allá de la igualdad formal que nos propone la legalidad burguesa, las medidas cosméticas del liberalismo y los parches del reformismo. Debemos allanar el camino a la sociedad comunista, que no sólo abolirá el trabajo asalariado, sino también la eterna carga femenina que supone el trabajo reproductivo y la división sexual del trabajo. Y para ello sólo nos queda una vía: la participación de las mujeres en la organización revolucionaria y la construcción del Partido Comunista, pues como diría la revolucionaria alemana Clara Zetkin, la revolución socialista necesita la participación de las mujeres tanto como las mujeres obreras necesitan su completa liberación.

Mujeres obreras y comunistas, ¡derribemos la sociedad capitalista, construyamos la organización comunista!



 
8 march internationalist - Poland against reationary government






8th march internationalist - Mexico - Mujer trabajadora - Feminicidas ..






México. El gobierno de la 4T ha decidido blindar literalmente el primer cuadro de la CDMX con vallas metálicas de al menos 3mts de altura en una imagen impresionante que recorre desde el Hemiciclo a Juárez, pasando por el Palacio de Bellas Artes hasta llegar al Zócalo y el propio Palacio Nacional; de esta manera AMLO y los gobiernos federal y capitalino esperan “mitigar” la furia de las mujeres en la marcha nacional del 8 de marzo. Paralelamente, las organizaciones de mujeres han comenzado a intervenir en las vallas metálicas colocando los nombres de las víctimas de feminicidio, trata y desaparición forzada, así como consignas de lucha, flores y otras expresiones de indignación. Las vallas metálicas en México no son nuevas, sino más bien características de los distintos gobiernos antipopulares que han sido impuestos. MORENA y los reformistas espetan a los sectores de izquierda preguntando “¿dónde estaban cuando en sexenios anteriores el PRIAN destruía al país?” desde la izquierda democrática-revolucionaria le respondemos: ¡En las calles, enfrentando sin temor a los aparatos represivos del régimen, poniendo l@s pres@s, l@s desparecid@s y l@s muert@s, mientras reformistas y oportunistas jugaban -tal como hoy- a las elecciones! ¡Las elecciones no son la solución, la solución es la revolución! ¡Viva el 8 de Marzo Rojo!





Per l'8 marzo internazionalista - MOR-KIZIL KOLEKTIF - manifestazioni in tutta Europa


organizzazione che fa riferimento al TKP/ML




8MART’TA EMPERYALİST SALDIRILARA HAYIR! ÖRGÜTLENME VE MÜCADELEYE EVET!
8 Mart 1857’de New York’ta kadın işçilerin örgütlediği 16 saatlik işgününün 10 saate indirilmesi ve ücretlerde artış yapılması talebiyle yapılan grevde binlerce işçi kadın polis tarafından fabrikanın patronlarının da desteğiyle fabrikaya kilitlendi ve 129 grevci işçi kadın yakılarak katledildi.
O gün orada sınıfdaşlarımıza, hemcinslerimize yapılan katliam bugün de dünyanın her bir karış toprağında zulüm ve katliamlarla devam etmektedir. O gün dokumacı kadın işçilerin bedenlerinde harlanan direniş ateşi, Ekim Devrimi’nde, Çin devriminde, İkinci Paylaşım Savaşı’nda faşizme karşı, takip eden süreçlerde Latin Amerika’da, Vietnam’da, Afrika kıtasında, Ortadoğu’da yani dünyanın her köşesinde sınıf mücadelelerinde, devrimci ve ulusal mücadelelerde kadınların yolunu aydınlattı. Kadınlar en ön saflarda insanlığın devrimci tarihini yazdılar. Bugün bu ateş ezileninin ezileni kadınlar tarafından sınıf mücadelesi içerisinde daha güçlü, daha sarsılmaz ve daha dirençle büyütülmeye çalışılıyor.

Emperyalizm yoksulluk, açlık, baskı, zulüm demektir. Emperyalizm savaş, ölüm demektir. Emperyalizm üretim anarşisi ve kriz demektir. Dünyanın her tarafında ağır sonuçlar yaratan son kriz, artık öyle bir hale gelmiştir ki, süreğenleşmiş, idare edilebilir hiçbir yanı kalmadığı gibi, ortaya çıkan pandemi süreci ile birlikte daha da derinleşmiş, artık hiçbir pansuman tutmaz olmuştur. Krizlerin faturası her zaman olduğu gibi biz ezilen, emekçi, yoksul halklara yüklenmektedir. Sonuç; artan yoksullaşma, işsizlik, yabancı düşmanlığı, kadın düşmanlığı, ırkçı devlet politikaları ve yasaları ile artan saldırılar, kazanılmış ekonomik-politik hakların gaspı, kolluk güçlerine verilen geniş yetki ve güvenlik yasalarının baskısı altında verilen yaşam savaşı…

Savaşlar, çatışmalar ve emperyalistlerin yarattığı ekolojik kriz sonucu, yaşam ve üretim alanları tahrip edilen halklar ve özelikle kadınlar ve çocuklar göç etmek zorunda kalmaktadırlar. Göç yollarında Ege ve Akdeniz sularında boğulmaktan, insan tacirlerinin elinden kurtulabilenler ise kilometrelerce çıplak ayakla yürüyerek Avrupa’ya ulaşabilirlerse eğer, bu kez de onları uzun ve zorlu bir mültecilik yaşamı beklemektedir.

Krizden en çok etkilenen biz emekçi kadınlar, hapsedilmeye çalışıldığımız evin dört duvarı arasından, artı-değer ürettiğimiz fabrikalara kadar, hayatın bütün alanlarında baskı altında tutulmaya, köleleştirilmeye çalışılıyoruz. Emeğimiz, bedenimiz, kimliğimiz ataerkil sistemin tahakkümü altında, toplumsal cinsiyet kodlarıyla belirlenmeye çalışılmaktadır.

Son bir yıldır yaşatılan “pandemi” krizi süreciyle dünya adeta “ohal” bölgesine dönüştürülmüştür. Asgari yaşam ihtiyaçlarımızı zar zor karşılayan, çoğu kez de açlık sınırı altındaki ücretlerle taşeron, az zamanlı, güvencesiz, en kötü iş koşullarında daha doğrusu kölelik koşullarında çalıştığımız iş yerlerinde ilk işten atılan, ya da atılmakla tehtid edilen biz kadınlarız. Aile içinde ise sistemin ataerkil anlayışı tarafından, toplumsal cinsiyet kodları üzerinde şekillendirilen “kutsal annelik”, ‘’ideal eşlik’’ gibi rol ve dayatmalarla görünmeyen-karşılığı olmayan bir emek üretime mahkum edilmekteyiz. İş yerlerindeki kölelik koşulları üzerine eklenen eviçi emeğin ağırlığı ve sorumluluğu ile dört duvar arasında hapsedilmeye, toplumsal yaşamdan koparılmaya çalışılmaktayız.

Kriz öncesi ya da sonrasında, sınıfların ortaya çıkışından bu yana değişmeyen tek şey, kültürel, coğrafi, din, ekonomik ve toplumsal olarak sınır tanımayan, kadına uygulanan şiddettir. Dövülen, aşağılama, hakaret, taciz ve tecavüze uğrayan, şiddetin her türlü biçiminin uygulandığı çocuklar ve kadınlar, zorlu bir yaşam mücadelesi içinde, bu da yetmezmiş gibi her an katledilme korkusu ile yüzyüze kalmaktadır. Hiçbir gün yoktur ki kadınlar öldürülmesin. Özellikle direnen, devrimci ve komünist kadınlar devletlerin şiddetine maruz kalmaktadır.

Biz işçi-emekçi kadınların var olan bu sistemle barışık yaşam şansı yoktur. Yüzümüzü ezilenlerin mücadelesine çevirmekteyiz. İnsanlık tarihi olan, sınıf mücadeleleri tarihi göstermektedir ki, kadınlar kendilerine dayatılan bu koşullara boyun eğmemiştir, başkaldırmış, direnmiş, mücadelerin en önünde savaşmıştır. 8 Martın anlamını yaratan bu tarihtir. Kadınların ezilenin ezileni olmasının nedeninin emperyalist kapitalist sistem ve onun bileşeni ataerkil anlayışı olduğunun bilincinde olan devrimci, komünist kadınlar, kadının kurtuluş mücadelesinin ancak sisteme karşı net ve kararlı bir duruşla mümkün olacağını haykırmışlardır her yerde grevlerde, fabrikalarda, sokaklarda, ulusal savaşlarda, halk savaşlarında elinde silah çatışarak son mermisine kadar toprağa düşerken. Son olarak Rosa ve Asmin’in can bedeli kavgasında, inancında, kararlılığında görüldü bir kez daha. Onlar sisteme ve ataerkilliğe karşı mahkum edilmeye çalışıldıkları duvarları, halk savaşı saflarına katılarak, savaşarak parçaladılar, kadının emeği, bedeni, kimliği üzerindeki tahakkümün nasıl paramparça edildiğini gösterdiler biz kadınlara. Zamanında ‘’önce kadınları vurun’’ diyen generalin kadınlardan, kadın özgürlük mücadelesinden korkusu bugün de gerilla cenazelerine yapılan işkencelerde görülmektedir. O kadar ki cenazelerin başları kesilmektedir. Korkuları yersiz değildir. Ezilenlerin öfkesi büyümektedir, biz kadınların öfkesi büyümektedir. Bu öfke birgün egemenlerin suratında bir tokat gibi patlayacaktır.

Ve bir kez daha altını çiziyoruz ki; biz işçi-emekçi, ezilenin ezileni kadınların kurtuluşu, kadını-erkeğiyle sınıfsız, sömürüsüz, savaşsız bir dünya yaratma mücadelesi ile, emperyalist-kapitalist sistemin tarihin sayfalarına gömülmesiyle mümkün olacaktır. Bu anlamıyla tam 164 yıl önce dokumacı kadın işçilerinin yaktığı direniş ateşini yükseltmek biz emekçi kadınların tarihsel bir görevidir. O zamandan bu zamana, onlardan devraldığımız bu mirasa sahip çıkmak, bu ateşi yükseltmek, 8 Mart’ın ışıklı yolunda ezilen emekçi kadınların kurtuluş mücadelesini omuzlamak bizim onur mücadelemizdir. Biz MOR-KIZIL KOLEKTİF aktivistleri, 8 Mart 2021’ de direniş ve mücadele günü olan Dünya Emekçi Kadınlar gününde alanlarda, sokaklarda olacağız, sloganlarımızı haykıracağız, kavga türkülerimizi söyleyeceğiz, hem de öyle yüksek bir sesle ki duyacak dünyanın dört bir yanında direnen, savaşan kadınlar sokaklarda, alanlarda, fabrikalarda, zindanlarda, dağlarda.

Tüm ezilen, işçi ve emekçi kadınları; bugün, bu pandemi sürecinde yaratılmak istenen sessiz ve sakin sokakları, haklı ve meşru öfkemiz ile örgütlemeye, mücadelemizi büyütmeye çağırıyoruz.

YAŞASIN 8. MART DÜNYA EMEKÇİ KADINLAR GÜNÜ!

Mart, 2021

MOR-KIZIL KOLEKTİF


Catania. Violento intervento della polizia nel quartiere di San Berillo contro le lavoratrici del sesso, le trans... Maledetti! Tutta la nostra solidarietà

Ieri, nel quartiere di San Berillo, abbiamo assistito ad una dimostrazione di spropositata e gratuita violenza poliziesca. E questo nonostante da mesi, oramai, il quartiere, colpevole di ospitare comunità di migranti e lavoratrici sessuali, è soggetto a quotidiane incursioni delle forze dell’ordine.

Ma se di solito questo accanimento viene esercitato con l’intimidazione che chi veste una divisa può agevolmente esercitare nei confronti di soggettività ed individui che la nostra società spinge ai margini, stavolta le forze dell’ordine hanno voluto mostrare i muscoli. Sono stati violentemente picchiati gli abitanti del quartiere, colpevoli di avere osato riprendere col cellulare l’operato delle forze dell’ordine.

In particolare, si è assistito a tre poliziotti sul corpo di una donna trans e la madre  che disperata tentava di filmare quello che vedeva non potendo fare altro. Alcune lavoratrici del quartiere sono state buttate a terra e percosse coi manganelli  da numerosi poliziotti contemporaneamente. E’ solo un miracolo che nessuna sia rimasta gravemente ferita.

Ma questo, evidentemente, non è bastato alle squadre di polizia che, per cancellare le prove di quanto appena fatto, hanno cominciato a fare irruzione ed a perquisire, senza alcun mandato, la casa di una lavoratrice sessuale, all’interno della quale hanno continuato a picchiare chiudendo le imposte che davano sul balcone di fronte da cui si sarebbe potuto vedere. Inoltre venivano tradotti in questura anche i semplici passanti sequestrandogli i cellulari.

Abbiamo assistito ad una sospensione dei diritti gravissima che in realtà nei quartieri dove sono presenti soggettività poste ai margini per provenienza, genere, classe, accade più spesso di quanto noi possiamo immaginare. In questi mesi noi abbiamo sopportato, in nome di presunte esigenze di ordine derivanti dalla pandemia, ogni genere di incursione e di sopruso nel nostro quartiere.

Sappiamo bene che, in tempi di pandemia più ancora che in tempi normale, i poveri ed i marginali sono il capro espiatorio di ogni problema sociale. Sappiamo bene quali interessi politici ed economici dentro questa città vogliono che il quartiere sia raso al suolo, e con quale retorica da feccia razzista si coprano. Ma adesso diciamo basta: non sopporteremo più che i corpi delle donne o delle soggettività transgender vengano massacrati per strada, che le sexworkers vengano cacciate casa per casa. Da ora in poi ci organizzeremo per fronteggiare e denunciare al meglio questa situazione, perchè accadimenti del genere non si ripetano”.

La lotta delle lavoratrici non si ferma! Le prime ad essere licenziate, le prime a lottare - Tutta la nostra solidarietà

Facciamo appello a queste, ed ad altre, lavoratrici in lotta a collegarci, unirci - anche in realtà del sud (Taranto, Palermo, ecc.) le lavoratrici stanno lottando per il rientro al lavoro, contro la privatizzazione degli asili, per la internalizzazione.
Insieme, possiamo essere più forti!
Per questo, invitiamo le lavoratrici a partecipare alla prossima assemblea nazionale donne/lavoratrici on line che si terrà dopo pasqua, probabilmente il 9 aprile - comunicheremo orario e link, e sarebbe utile avere un contatto diretto - per noi è lavoratriciprecariedisoccupate@gmail.com - 3408429376


Siena. 70 lavoratrici dicono no all'esternalizzazione del nido ‘Le Biciancole’. Rimossi gli striscioni che erano stati posizionati a Palazzo Pubblico. Le maestre d'asilo: "I servizi educativi restino pubblici".

Montecatini (Pt). Il dramma delle tante lavoratrici della profumeria Douglas: “Perdiamo il posto di lavoro per la decisione dell'azienda”. La solidarietà: coinvolti anche gli storici punti venditi di via degli Orafi a Pistoia e di corso Matteotti in centro. 

Lavoratori della Scuola scendono in piazza per il posto di lavoro. A Firenze, Livorno, Massa Carrara e Siena, davanti alle prefetture per ottenere una soluzione in tempi brevi per reinternalizzare 60 posti nel settore della pulizia e della sorveglianza degli istituti.

Massa. Pulizie, i dimenticati del lavoro nelle scuole. Un anno senza soldi: “Chiediamo dignità”. Una lavoratrice in piazza: “Prima lavoravamo tutte, non capisco perché per noi escluse non ci siano soluzioni”. Manifestazione in piazza Aranci e in altre piazza toscane, dei lavoratori della scuola ex Lsu e appalti storici. In 12 sono rimaste escluse dalle internalizzazioni del personale, rimanendo senza lavoro.

(dal Cla)

19/03/21

sostenete la campagna per far sopravvivere le lavoratrici e i lavoratori tessili


Una coalizione di oltre 200 organizzazioni per chiedere ai marchi e ai distributori della moda di pagare alle lavoratrici e ai lavoratori tessili quanto dovuto: rinunciando soltanto a 10 centesimi di profitto su ciascuna t-shirt venduta, aziende come Amazon, Nike e Next potrebbero permettere a queste persone di sopravvivere alla pandemia. Sul nuovo sito della coalizione, pubblicato oggi, tutte le informazioni e le richieste ai marchi.


Milioni di lavoratori hanno lottato per sfamare le proprie famiglie da quando i marchi li hanno abbandonati lo scorso marzo. Le aziende hanno risposto alla crisi rifiutandosi di pagare gli ordini e utilizzando la diminuzione della domanda di abbigliamento per ottenere prezzi ancora più bassi dai fornitori. Questo ha comportato una diffusa perdita di posti di lavoro e di reddito, spingendo tante persone sempre più a fondo nella povertà e nella fame.

A un anno dall’inizio della crisi, molti marchi sono tornati a fare profitti, raggiungendo persino traguardi record, mentre i lavoratori nelle loro catene di fornitura lottavano per sopravvivere.

Next e Nike sono dei cosiddetti “Super Winners” essendosi ripresi rapidamente dalle perdite della pandemia e iniziando a realizzare nuovamente profitti. Amazon ha fatto ancora meglio e ha registrato un aumento di quasi il 200% dei profitti, salendo a ben 6,3 miliardi di dollari nel primo anno della pandemia. Queste aziende possono e devono garantire che i lavoratori non paghino il prezzo della pandemia con i loro salari di povertà.

La campagna #PayYourWorkers, che riunisce 200 sindacati e organizzazioni della società civile di 35 diversi Paesi, chiede ai marchi di fornire immediato sollievo ai lavoratori dell’abbigliamento e di sottoscrivere impegni vincolanti per riformare il loro settore in rovina.

In particolare chiediamo che aziende come Amazon, Nike e Next paghino quanto dovuto ai lavoratori durante la pandemia, rispettino il diritto di organizzarsi e i contratti collettivi, si assicurino che i lavoratori non vengano mai più lasciati senza un soldo se la loro fabbrica fallisce aderendo alla proposta di fondo negoziato di garanzia per le indennità di fine rapporto e disoccupazione.

Sophorn Yang, presidente della Cambodian Alliance of Trade Unions, ha dichiarato: “I lavoratori in Cambogia hanno perso milioni di dollari di salari durante la pandemia a causa delle azioni dei marchi. È tempo che le aziende riconoscano la posizione di potere che occupano nelle catene di fornitura di abbigliamento e calzature e si assumano la responsabilità dei salari dei lavoratori che gli garantiscono miliardi di dollari di profitti ogni anno“.

Tra i 200 aderenti troviamo Filcams-CGIL, che rappresenta i lavoratori del Commercio, Turismo e Servizi, e le organizzazioni FAIR, Altraqualità, Fondazione Finanza Etica, Guardavanti onlus, Movimento Consumatori, Manitese, Fairwatch, FOCSIV, IFE Italia, Lungotavolo45, Attac Italia, Corodinamento Nord Sud del mondo. Durante tutta questa settimana i sindacati e gli attivisti saranno impegnati in azioni di piazza e online per far sentire la voce dei lavoratori.

(*) ripreso da www.abitipuliti.org