23/09/10

Libertà per Sakineh, libertà per tutte le donne oppresse!

LIBERTA' PER SAKINEH, LIBERTA' PER TUTTE LE DONNE IRANIANE

ABBASSO IL REGIME FASCISTA, ISLAMICO E FEMMINICIDA DI AHMADINEJAD

NO ALLA CAMPAGNA IPOCRITA DEGLI IMPERIALISTI, DEL GOVERNO ITALIANO CHE OGNI GIORNO PORTA AVANTI ATTACCHI SOCIALI E CLERICO-FASCISTI VERSO LE DONNE, DELLA FALSA OPPOSIZIONE, DELLE MINISTRE DELLA IMMORALITA' E DELLA
PROSTITUZIONE DI STATO.

SOLO LA LOTTA AUTONOMA DEL MOVIMENTO DELLE DONNE DIFENDE IN TUTTO IL MONDO LA LIBERTÀ DELLE DONNE.

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario
8.9.10

Le donne incinta cacciano l'AQP

Le donne, tante con carozzine, con bambini, alcune incinta, cacciano i tecnici dell'Acquedotto e gli agenti della Digos e impediscono che taglino l'acqua!
E' accaduto lunedì scorso nel quartiere Paolo VI di Taranto in cui da quest'estate è in corso una grande lotta di centinaia di abitanti per l'acqua; in questa lotta in testa e le più combattive sono le donne.
Lunedì 6 settembre appena si sono presentati improvvisamente (nonostante accordi precedenti con la direzione dell'AQP) i tecnici dell'Acquedotto, scortati dalla Digos per staccare l'acqua (benchè da tempo gli abitanti chiedono contratti equi e di pagare anche gli arretrati); subito nel quartiere si è sparsa la voce, gli abitanti del quartiere sono scesi in massa dalle case. Sono state messe le macchine sopra i contatori e dove non era possibile, numerose donne, con i bambini, alcune incita, si sono subito messe, anche con le carrozzine, intorno ai contatori gridando con forza agli addetti e alla Digos di andare via (anche per il loro bene...).
E i tecnici dell'AQP se ne sono dovuti andare!! E l'acqua non è stata tagliata!
La lotta prosegue!

Slai cobas per il sindacato di classe

SARAH: L'OSCURO DEL CORRIERE

Non ci sono novità per Sarah, la ragazza di 15 anni scomparsa ad Avetrana(Taranto), niente si chiarisce. Ciò che invece si oscura è il clima intorno alla sua vicenda da parte di certa stampa che cerca solo di sguazzare nelle sofferenze, come alcuni giornali nazionali, tra questi il Corriere della Sera di sabato 4 settembre.
Invece di cercare di capire la realtà di Sarah come di tante ragazze in un piccolo paese del sud, cerca di trovare il macabro, di intervistare il personaggio che può dire qualcosa che faccia notizia, per esempio: "E' morta, sono sicuro che Sarah è morta", ma anche alludere in modo squallido, per sottintesi tra 'maschi', a una situazione: "Sarah usciva con la cugina e due ragazzi di 12 anni più grandi di lei, tornava anche alle tre di notte, "noi la coccolavamo... passavamo sere al pub a dirle barzellette... tutti i pelusche del tirassegno le regalavamo a lei... era una bambina (Ma), aggiunge l'informatore, "poteva attrarre, eccome, hai voglia se poteva!".
E quindi, giù a prenderci gusto: "...tutto è così quaggiù, sospeso tra l'innocenza più banale e il male più nascosto...". Tutte le ragazze, per questo pennivendolo, sono "sospese"...
Invece di cercare di ascoltare, di vedere, il Corriere della Sera ha trovato la 'vena', il "male oscuro" dove cercare evidentemente la ragione della scomparsa di Sarah, per suggerire anche che la scomparsa di Sarah è forse colpa del tipo di vita che faceva, dei suoi desideri: le sue fisime dark, le foto sulla parete della sua stanza "tra demoni e teschi", le "schifezze che ritagliava di maghi, zombie e vampiri", fino al fatto che abbia voluto mettere la 'h' alla fine del suo nome (anche questo sarebbe una "fisima dark", sospetta...); e poi le amiche e gli amici che la darebbero già per morta e che cercherebbero di "approfittare" della questione di Sarah per esistere, per dare pubblicità al paese, ecc. ecc.

Ecco, tutto questo è una schifezza!

Mentre altra stampa contribuisce ad alimentare un clima di paura del "mostro", di chiusura delle donne, ognuna nelle proprie case, ognuna a controllare le proprie figlie. Tutto l'opposto di quello che invece è necessario.

Ma c'è un'altra realtà che piaccia o no a certa stampa: alcuni ragazzi e ragazze starebbero pensando di fare una manifestazione: "stiamo pensando di organizzare una fiaccolata per le strade di Avetrana, prepareremo dei cartelli e degli striscioni".

Le compagne del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario
Taranto 5.9.10

Donne contro ILVA a Venezia

Ieri, 4 settembre, è stato proiettato al Festival di Venezia il bel film-documentario: "La svolta. Le donne contro l'Ilva" di Valentina D'Amico.
"Questo film racconta la battaglia di sei donne in particolare: Francesca e Patrizia, mogli di operai morti all'Ilva; Vita, mamma di un giovane operaio finito ammazzato sotto una gru nello stabilimento; Margherita, ex dipendente sottoposta a soprusi, mobbizzata, licenziata; Anna, finita sulla sedia a rotelle, e Caterina, mamma di un bambino autistico: malattie diverse, entrambe probabili conseguenze dell'inquinamento. In primo piano la loro storia umana, di lavoro, di sofferenza. La loro voglia e necessità di riscatto per sé e per gli altri: nelle aule dei tribunali, nelle manifestazioni di piazza, nelle denunce senza veli alle massime cariche dello Stato... La trama del film affronta da un lato la più grande acciaieria d'Italia, terzo stabilimento in Europa, che con l'aumento annuale dei profitti, vanta il primato nazionale delle morti sul lavoro e quello dell'inquinamento ambientale; dall'altro donne combattive (lavoratrici, mogli, madri) che vogliono spezzare il bastone dell'arroganza, dell'impunità che mortifica la propria dignità, uccide i propri mariti e figli, che mina la propria salute. Donne che si ribellano...".

INVITIAMO TUTTE A VEDERLO, richiedendolo anche al sito di Valentina D'Amico.

Ma come è nato questo documentario? E' stato chiaramente costruito a Taranto, ma è nato in particolare nella sede dello slai cobas per il sindacato di classe e dall'incontro, discussione, prima organizzazione del lavoro con le compagne del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, a cui Valentina D'Amico si era rivolta perchè sia poco tempo prima avevano fatto una campagna proprio delle "donne contro l'Ilva", Franca, Vita, Patrizia, Margherita, ma anche le donne dei Tamburi il quartiere vicino all'Ilva più inquinato; sia perchè anni prima l'Mfpr avevano fatto una grossa lotta contro uno dei massimi dirigenti dell'Ilva denunciato per violenza sessuale. In uno dei nostri volantini nel 2008 avevamo scritto: "Margherita Pillinnini, lavoratrice dell'Ilva il 6 maggio ha tenuto testa agli avvocati dell'azienda e di un sindacalista della Uilm nel processo contro il suo licenziamento e il mobbing che sta subendo da anni, smascherando le vere ragioni della persecuzione nei suoi confronti: far fuori una lavoratrice che con altre sue compagne di lavoro anni fa aveva denunciato un alto dirigente dell'Ilva per molestie sessuali, maltrattamenti, fino ad una violenza sessuale verso un'altra lavoratrice - punta di iceberg di un atteggiamento offensivo, persecutorio più generale tenuto dai capi verso le donne,impiegate in Ilva; in quell'occasione le lavoratrici dello slai cobas e del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario avevano fatto una grossa campagna di mobilitazione che aveva portato ad una vittoria: per la prima volta uno dei massimi capi, vicino a Riva, veniva licenziato, processato e condannato...
Una donna di un quartiere di Taranto, ammalatasi di leucemia nel 2006, ha querelato Riva, perchè l'Ilva con la sua micidiale produzione di diossina, pm 10 e pcb è la causa della sua malattia... Per la prima volta, una donna sta sfidando l'Ilva... Sono tante le donne di Taranto che pur non lavorando in Ilva si sono ammalate, sono morte nel silenzio per effetto delle micidiali sostanze emesse nell'aria in ogni momento della giornata dalla fabbrica... Queste donne che non esistono neanche nei dati dei morti provocati dall'Ilva, oggi trovano finalmente chi le dà voce, e nei giorni scorsi ha ottenuto una prima vittoria, il processo a padron Riva si fa!
E poi ci sono Franca, Vita, Patrizia, le grandi donne che hanno trasformato il loro dolore per la morte per infortunio del loro marito (Antonino Mingolla, Silvio Murri), del loro figlio (Paolo Franco) in rabbia, forza, combattività. Non hanno accettato che ancora una volta omicidi per il profitto seguissero la routine burocratica di processi silenti... Hanno respinto con sdegno anche offerte di denaro fatte dall'azienda per metterle a tacere. Hanno cambiato la loro vita - e non è stato facile - per mantenere "vivi" sempre i loro mariti, i loro figli, e si sono trasformate, sono diventate forti, coraggiose, per amore e per ribellione, per volontà di giustizia, sono uscite dalle case e ora parlano nelle assemblee, viaggiano, mettono sotto pressione i giudici, ecc....

Quando Valentina ci ha chiesto di incontrarci le abbiamo subito detto che
doveva rappresentare un'altra immagine delle donne dell'Ilva, soprattutto delle mogli, madri degli operai uccisi in fabbrica, una immagine di rottura dei clichè pietosi con cui le rappresentano i giornali, le televisioni; doveva invece raccontare e dare l'immagine delle donne che alzano la testa e sfidano e lottano contro Riva.
Franca, Margherita, Vita, ecc., con la forza data loro dalla lotta dello slai cobas per il sindacato di classe (con la battaglia per la Rete delle sicurezza contro le morti sul lavoro) e dal mfpr, hanno finalmente mostrato la vera e più giusta realtà delle donne; ha dato soprattutto a Franca la forza di "uscire di casa" e impegnarsi a livello nazionale per la Rete, di scrivere il bellissimo ed emozionante racconto "La svolta" che fa da conduttore al film-documentario; come anni prima aveva dato a Margherita e altre lavoratrice dell'Ilva la determinazione di denunciare Riva e i suoi capi e non piegarsi mai ai suoi ricatti.
Valentina D'Amico venne nella nostra sede e incontrò per la prima volta Franca, Vita, Margherita. E incominciò un colloquio con noi, con queste donne, che continuò nei mesi successivi.
Noi cercammo di far sentire a Valentina appunto "la svolta", e la necessità che questo doveva essere il messaggio del film-documentario perchè servisse ad altre donne, tantissime donne che restano vedove perchè il profitto di padron Riva continua ad uccidere, che muoiono, loro e i loro figli, per l'inquinamento, alle lavoratrici, poche, che lavorano nell'inferno dell'Ilva, perchè si ribellassero.
Non sappiamo se il film-documentario contribuirà a questo; a volte un film può cristallizzare, fissare le parole, le emozioni e fermarle a quel momento facendole perdere di vita.
Per questo pensiamo che è importante dire come è nato questo film-documentario. Come frutto della ribellione, della lotta, di una battaglia che ieri come oggi le compagne del Mfpr, le lavoratrici dello slai cobas continuano, per Franca, Vita, Patrizia, Margherita, e per tutte le altre...
Sarà un caso che Padron Riva agli inizi del 2009 per la prima volta è venuto personalmente al processo da lui chiesto contro Margherita Calderazzi dello slai cobas e del Mfrp, per una scritta "Riva assassino", per vedere e imporre la sua "autorità", tornandosene però sonoramente sconfitto?

MFPR Taranto

Sarah

Stanno diventando veramente troppi i giorni da che è sparita, il 26 agosto, Sarah la ragazza di 15 anni di Avetrana in provincia di Taranto.
Più passano i giorni, però, e più, invece di chiarirsi, la situazione si ingarbuglia: le ipotesi aumentano. Ma soprattutto aumentano le forze dell'ordine in questo piccolo paese, oggi, dopo la polizia, i carabineri, sono arrivati i Ros, mentre parallelamente aumenta la presenza e pressione mediatica.
Non bisogna affidare tutto alle forze dell'ordine, agli esperti, che invece di guardare alla realtà sociale, alla condizione di vita di Sarah, come di tante ragazze, scandagliano ogni giorno che passa la sua vita individuale, per fare una sorta di analisi da laboratorio di quello che Sarah faceva, scriveva, dei suoi comportamenti, ecc.
Serve la mobilitazione delle ragazze e dei ragazzi del paese, e in particolare delle ragazze, qualunque sia la natura e l'esito della vicenda essa affonda nella condizione di vita e di relazione delle ragazze di questo paese come di tante realtà del sud, ed essa si muove nel contesto generale della doppia oppressione che si vive e del bisogno di ribellarsi e fuoriuscirne.
Invece di spezzettare la vita di Sarah, bisognerebbe guardarsi attorno, forse si potrebbe capire perché e cosa è accaduto: Sarah non è una ragazza diversa da tante altre.

Le compagne del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario di Taranto.
TA. 3.9.10


Un film già visto

"Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici,ma il silenzio dei nostri amici." (Martin Luther King)

Sono passati quaranta giorni dalla deportazione di Faith in Nigeria. Su di lei è calato il silenzio.

Sindaci buonisti non spengono le luci delle città, associazioni di volontariato e ong non raccolgono firme, manifestazioni davanti all'ambasciata o ai consolati nigeriani non se ne vedono, associazioni attente ai diritti umani non si danno da fare,però (c'è sempre un però) si fanno i convegni per i diritti violati in questo o quel paese, è tutto un proliferare di commissioni dentro i partiti,nelle istituzioni,nazionali e locali,a tutela dei migranti e delle donne, ma di Faith non si parla.

Tutto rimane a livello di petizione di principio o di casi che riguardano altri paesi.

Quelle/i che,poi, si riempiono la bocca con la legalità,fanno finta di non sapere che questa è stata violata perchè la polizia deportando Faith si è sostituita alla magistratura prendendo una decisione che non le spettava (nessuna indagine amministrativa interna?nessun blocco di carriera? nessuna commissione d'inchiesta che si fanno a ogni piè sospinto per gettare fumo negli occhi dell'opinione pubblica? a questa viene invece sbattuta in faccia l'immunità e l'impunità delle/gli appartenenti a certi organi dello stato).
E sempre a proposito del rispetto della legge, in italia è vietata l'estradizione di un condannato a morte verso un paese dove la pena di morte può essere eseguita!

Faith è una donna che si è ribellata, che ha ucciso al suo paese chi ha tentato di stuprarla nonostante fosse ricco e potente, che è scappata e, attraverso mille peripezie,è arrivata in italia dove ha trovato clandestinità e sfruttamento. Ma Faith è una che non si piega facilmente: si è ribellata anche qui quando un altro uomo ha tentato di usarle violenza. Ma i solerti vicini di casa non hanno aiutato lei,hanno chiamato la polizia. E i solerti agenti non hanno arrestato il violentatore, hanno sbattuto lei in un CIE. E la solerte polizia non ha rispettato la richiesta di asilo (non è valsa per Ocalan,poteva valere per Faith?) e l'ha deportata in nigeria in un battibaleno! Ma la corte di cassazione ha sancito che l'espulsione di Ocalan era illegale,naturalmente a giochi fatti.Forse farà lo stesso anche con Faith.
Chissà se per i due sarà di conforto!

Il suo paese l'ha condannata a morte, ma è il nostro, che è "civile" e" democratico", che l'ha rimandata là dove la sentenza può essere eseguita.
Però noi siamo "migliori" e "diverse/i" e ,soprattutto non abbiamo responsabilità!

Le donne che giustificano la loro presenza nelle istituzioni per il buono che potrebbero fare , i centri antiviolenza e le case delle donne che prendono i soldi pubblici dicendo che così possono essere più utili per i compiti che si sono date,brillano per il loro silenzio.
Forse che essere condannate a morte per aver ucciso chi ha tentato di stuprarti,scappare ed essere riconsegnata a chi può portare a termine la sua vendetta, non è una violenza doppia ,tripla,senza confini?

Faith deve essere salvata dalla condanna a morte,ma anche dalla galera a vita!

Nessun distinguo,nessun ma, perchè è in questa presa di distanza,di volta in volta motivata in questo o in quell'altro modo,che passano gli alibi per cui si mettono nei Cie le/gli "irregolari", per cui chi stupra ,di volta in volta, è un "bravo ragazzo incensurato"che ha commesso un errore o che ha bevuto un bicchiere di troppo, per cui la donna invece "se l'è cercata"....."gli atteggiamenti".... l'abbigliamento....poteva selezionare le amicizie....." La violenza, privata e istituzionale,prospera sui se,sui ma e sui distinguo. La sua natura è sempre la stessa. Non siamo più disposte a subire passivamente violenza e a pietire un'improbabile giustizia.
Siamo e saremo sempre con le Faith anche e ,soprattutto, se si ribellano.

Faith deve tornare libera, Faith deve tornare in italia!

Se dico che basterebbe la telefonata di un dirigente di una multinazionale, nella fattispecie dell'ENI,ai propri "funzionari" in nigeria,alias i governanti locali ,e Faith sarebbe subito liberata,urto le caste orecchie di chi non vuol sentire quanto contino le multinazionali,perchè è un discorso che porta lontano e magari si scopre che la sovranità di quei paesi e anche della nostra democrazia è presunta?
Si capisce allora perchè i giornali, tutti, che identificano la loro libertà con la mole delle intercettazioni telefoniche e che paventano che se queste vengono meno o diminuiscono,viene meno il loro ruolo di informazione, si occupino soltanto delle loro lotte intestine e non approfittino di questi "ultimi giorni di libertà" per denunciare la vicenda di Faith.

Noi femministe ,invece ,continueremo a lottare per Faith e per noi , il nostro impegno non passa certo attraverso lo spazio che viene dedicato dai media alle nostre iniziative nemmeno da quei giornali che qualcuna ancora si ostina a definire "amici". Se qualcuna/o pensa di strumentalizzarci ai propri fini ha fatto male i suoi calcoli.
Il movimento femminista è autonomo,ha le gambe per camminare,la testa per pensare e il cuore per partecipare a questa lotta e a quelle che verranno.

Elisabetta

08/09/10

Appello per Nessma

8 settembre 2010.

Siamo diverse associazioni (ARDHIS, leZ Strasbourgeoises e altre), ad essere state contattate da Nessma, tramite dei suoi amici francesi.
Nessma è una giovane lesbica libica che ha subito gravi violenze e persecuzioni nel suo paese per la sua omosessualità. Sulla base della sua testimonianza, ha subito sevizie ricorrenti ed è stata terrorizzata da membri della polizia libica in seguito al fatto che la sua omosessualità è stata rivelata su internet.
Da circa 6 mesi, è rifugiata in Francia, a Metz, da degli amici/amiche francesi che l’aiutano facendo del loro meglio e che la ospitano e lei ha fatto domanda di asilo. Attualmente è in una situazione regolare, ma aspetta la risposta per la sua domanda di asilo. La Francia ha iniziato una procedura per farla riammettere in Italia perché lei è titolare di una Visa italiana. Ma Nessma ha timore ad andare in Italia dove membri della sua famiglia vogliono costringerla a un matrimonio forzato e dove rischia un’espulsione verso la Libia. Passato un certo tempo, se la procedura di riammissione in Italia non va a buon fine, sarà alla Francia di pronunciarsi sulla sua domanda d’Asilo.

L¹ARDHIS (associazione di aiuto alle/ai rifugiate/i LGBTI) è mobilitata sul suo caso e siamo alcune associazioni che tentano di organizzare una rete di sostegno associativo. Ma non c’è ancora nessuno per sostenerla sul posto a Metz se non la coppia di amici francesi che la ospitano. E noi siamo intenzionati a costruire la rete solidale nel Grande Est ed in scala nazionale.

Quello che cerchiamo:
1) Un sostegno sul posto a Metz e/o in prossimità:
Nell’immediato, il più urgente, è che Nessma esca dal suo isolamento e trovi sostegno umano e conforto sul posto a Metz o nelle vicinanze, che si tratti di associazioni o semplicemente persone solidali. Lei è molto provata per quello che ha subito in Siria e terrorizzata all’idea di ripartire per l’Italia o la Libia. Attualmente, Nessma non ha ancora nessuna possibilità di contatti diretti con persone o associazioni LGBTI, specialmente lesbiche a Metz. Ma il sostegno di associazioni locali di difesa dei diritti umani o altre è lo stesso benvenuto!

2) Una rete di sostegno associativo, nazionale, regionale e locale:
L¹ARDHIS (associazione parigina che aiuta le/i rifugiate/i LGBTI) lavora sugli aspetti giuridici e inizia ad organizzare una rete solidale. Un sostegno giuridico, una solidarietà inter-associativa nazionale sono necessarie e noi siamo già alcune associazioni ad aver creato la rete. E’ fondamentale che le associazioni LGBTI del Grande Est (Alsazia, Lorena ecc.) siano presenti in questa rete solidale. E un sostegno sul posto a Metz o in prossimità sono assolutamente necessarie. Le persone e associazioni che assicureranno il sostegno sul posto non saranno ovviamente isolate perché altre associazioni sono attive.

3) Aiuto per prendere contatti con associazioni italiane:
Nell’eventualità ( temuta ) in cui Nessma sarà costretta a ritornare in Italia, vorremmo prendere contatti con associazioni LGBTI e di difesa dei diritti umani in Italia. Per questo cerchiamo persone che parlano italiano per aiutarci in questa presa dei contatti. Noi cerchiamo dei contatti con associazioni LGBTI o di difesa dei diritti umani italiane.

Per le risposte, l’indirizzo di contatto è: ardhis@ardhis.org