04/10/10

attacchi ideologici contro le donne in regione lombardia

Sarà attivo dal 1 ottobre, il Fondo Nasko, attraverso il quale Regione Lombardia mette a disposizione un assegno mensile di 250 euro (per un massimo di 18 mesi) alle donne che rinunciano ad una interruzione di gravidanza che sarebbe stata causata da problemi economici: così recita il comunicato stampa della Regione Lombardia.

Una Regione che si è contraddistinta per le politiche “a favore della vita e della famiglia”, le politiche pro-life con l'accreditamento dei Centri di aiuto alla vita nei consultori pubblici, l'installazione delle ruote degli esposti, non ha fatto mancare il suo contributo negli attacchi ideologici, politici, pratici al diritto di scelta delle donne, come parte degli attacchi alla condizione delle donne in questo paese.

Dal comunicato stampa della Regione Lombardia: “Concretamente, l'assegno sarà erogato direttamente alle donne che accetteranno e seguiranno un "progetto personalizzato" di aiuto realizzato tramite i Consultori familiari e i CAV (Centri di Aiuto alla Vita). ….Le beneficiarie riceveranno entro pochi giorni una carta prepagata messa a disposizione gratuitamente, grazie a un accordo di collaborazione con la Banca Popolare di Milano. Sulla carta sarà caricato mese per mese l'importo del contributo che le madri potranno spendere secondo le necessità concordate con il Consultorio o il CAV. “

Naturalmente le donne, specialmente quelle che per difficoltà economiche potrebbero pensare di abortire,sono delle minorate, per cui si rende necessario un “progetto personalizzato” sotto l'attenta supervisione dei Cav.

Milano, 4 ottobre 2010
mfpr-Milano

Lapidazione in Italia

da Repubblica, 04 ottobre 2010

MODENA - Uccide la moglie e riduce in fin di vita Nosheen, la figlia di vent'anni, che non ne voleva sapere di frequentare un ragazzo della sua nazionalità e magari di sposarlo, con un classico matrimonio combinato. Una violenta lite in una famiglia pakistana a Novi di Modena, uno scontro tra il desiderio di libertà di una ragazza, studentessa in un istituto tecnico, e la tradizione chiusa e intollerante verso ogni atteggiamento di "modernità". Quasi la fotocopia del caso di Hina, la ragazza del Pakistan che viveva a Sarezzo di Brescia, uccisa dal padre nell'agosto di quattro anni fa con l'appoggio di tutta la famiglia, compresa la madre, perché aveva un fidanzato italiano. Questa volta a morire non è stata la figlia, anche lei, come Hina Saleem, colpevole di voler scegliere il proprio destino e vivere all'occidentale, ma la madre, Begm Shnez, di 46 anni, che aveva osato prendere le sue difese, vista quindi come una traditrice da Ahmad Khan Butt, operaio di 53 anni, fermato dai carabinieri della compagnia di Carpi insieme al figlio maggiore, Humair, 19 anni. Il ragazzo ha partecipato all'eccidio familiare.

Per una parte dei pakistani è una questione di onore ("izzat") il modo di vestire e il comportamento della figlia in vista del matrimonio combinato. Ma Nosheen, ormai ventenne, si era ribellata a questa imposizione, a differenza di tante altre ragazze immigrate. Il litigio mortale è scoppiato nell'orto dell'edificio dove vive la famiglia, nel centro di Novi, al confine con il Mantovano, in una via tutta di palazzine ottocentesche ben tenute, abitate da pakistani e cinesi. Urla furibonde sono state sentite da parecchi vicini di casa, da un bar vicino si sono anche avvicinati, ma i pakistani hanno spiegato che era un fatto privato.

Nosheen, che abita con alcune amiche a Carpi dove studia, sembra sia stata chiamata dal padre nella casa, dove c'erano altri due figli minorenni. Lei di nuovo si è opposta alle richieste del genitore. Tempo fa la madre aveva già avvisato i carabinieri dei contrasti in casa e delle violenze del marito, ma non aveva presentato denuncia. Quella di ieri è sembrata una resa dei conti: il fratello ha ferito con una spranga la sorella, e la madre che ha cercato di difenderla è stata colpita a colpi di mattone. Portati in caserma, padre e figlio hanno fatto scena muta. "Conflitti che possono sfociare in aperta violenza sono destinati ad aumentare con l'aumento della scolarizzazione dei giovani pakistani che vivono in Italia e acquisiscono nuove abitudini - dice amaramente Ahmad Ejaz, direttore a Roma della rivista in lingua urdu "Azad" (Libertà) -. Non c'entra l'Islam, questi comportamenti dei capifamiglia affondano le radici nel sistema delle caste chiuse indiane, in un mondo rurale in cui far sposare la figlia al primo cugino significa preservare la proprietà delle terre".

La tragedia che ha coinvolto una famiglia pakistana, nella quale ha perso la vita la madre di una giovane donna - presa a sua volta sprangate dal fratello - che si opponeva a un matrimonio combinato è, purtroppo, un classico delitto "culturale". Un delitto che farà dire a molti che vi è una totale incompatibilità tra cultura occidentale e quella di alcuni gruppi etnici e religiosi. In realtà il tragico episodio di Novi di Modena rivela, come già in altri drammatici casi, le trasformazioni in corso nelle enclave etniche in Europa, Italia compresa, alle prese con una forte soggettività femminile. Il rifiuto della giovane, ennesimo episodio di rivolta delle figlie pagato con il sangue, mette in crisi l'usanza pakistana di allargare, attraverso il matrimonio combinato, il sistema di relazioni comunitarie ed economiche che la diaspora del "Paese dei Puri" mette in pratica anche nel Vecchio Continente. Un sistema che le giovani donne, a contatto con la cultura europea, con i gruppi dei pari, con le agenzie di socializzazione come scuola e mezzi di comunicazione di massa, oltre che con la secolarizzazione, tendono a rifiutare. Mettendo a dura prova l'esercizio di un'autorità maschile che, fuori da un contesto in cui non vi è evidenza sociale, riesce difficilmente a mantenere legittimità. É dunque dal comportamento quotidiano di queste donne, quelle che perdono la vita e quelle che faticosamente riescono nel loro intento liberatorio, che viene il mutamento e la salvezza. Spezzare i particolarismi etnoreligiosi quando tendono a limitare la libertà dei singoli nel gruppo, anche quella di fuoriuscire dalla religione o dalla consuetudine, è un compito essenziale di una società democratica. Ma l'antidoto non è la separazione obbligata teorizzata dagli xenofobi locali, che rafforza quella separatezza che, a parole, si vorrebbe veder scomparire, bensì l'interazione tra culture, l'unica capace, al di là della via normativa, di produrre mutamento culturale. Delitti di questo tipo saranno tanto meno frequenti quanto più la società italiana riuscirà a definire una convivenza in cui i diversi gruppi etnici e religiosi presenti nel territorio entreranno in contatto tra di loro. L'alternativa è la chiusura etnica, il riprodursi di culture ostili l'una all'altra. Insomma il peggio, del quale le prime vittime saranno sempre le donne.

03/10/10

RIDATECI SARAH!

"RIDATECI SARAH!", "Sarah ritorna presto", "Sarah ci manchi", "Sarah il tuo banco è vuoto".
Queste sono state soprattutto le frasi scritte sui cartelli nel sit in che
circa 50 studenti, soprattutto i compagni e le compagne di classe hanno voluto fare ieri mattina, per tutto l'orario scolastico, davanti alla scuola alberghiera di Maruggio, un paese vicino Avetrana in provincia di Taranto, per Sarah la ragazza di 15 anni scomparsa dal 26 agosto. "E' importante anche far capire a Sarah che le siamo vicini" - ha detto uno studente. Sono gli unici in questi giorni - in cui troppo presto altri nel paese l'hanno data per morta quasi per liberarsi di un peso - che mandano un messaggio non solo di preoccupazione, ma anche di solidarietà con Sarah, di speranza, che ancora dicono "speriamo di cuore che Sarah sia ancora viva"

Ma anche per fare questo sit in le ragazze e i ragazzi della scuola hanno dovuto rompere un clima brutto, in cui si chiede solo ancora più polizia, più carabinieri, più esperti e il silenzio di chi, vivendo la stessa vita di Sarah, invece potrebbe forse dire delle cose utili per ritrovare Sarah.
I compagni di Sarah hanno dovuto fare questo sit in rompendo il divieto del preside, Francesco Castronuovo, che all'inizio ha minacciato addirittura provvedimenti disciplinari per "diserzione delle lezioni", e poi vista la determinazione degli studenti si è dovuta accontentare di segnare l'assenza sul registro. Un preside che ha tolto l'incarico ad un professore perchè aveva rilasciato interviste e aveva osato dire che Sarah aveva litigava spesso con la madre; un preside di chiaro stampo gelminiano che sta pensando soltanto a contare i giorni di assenza dalla scuola di Sarah perchè "... c'è questa nuova norma secondo cui con 50 giorni di assenza si perde l'anno...". Ma che schifezza di persona! Un preside che ha creato un clima di ricatto tra gli insegnanti ("io posso rimuovere dall'incarico anche in corso d'anno... ogni decisione le prendo io, le direttive le do io... ora occorre calma e silenzio..."), tanto che nessuno ha partecipato al sit in dei compagni di Sarah.

Questo iniziativa è stata invece l'unica cosa bella, limpida, sincera di questi giorni in cui tutto il resto diventa sempre più oscuro e in cui ruolo di familiari più vicini, ruolo di maschi adulti, troppo grandi per Sarah, si fa sempre più ambiguo e preoccupante.

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario - Taranto
3.10.10

02/10/10

Per Teresa Buonocore, per tutte le vittime di femminicidio

Dopo le fiaccole, la promessa

Le fiaccole al buio fanno una grande impressione, e fa ancora più impressione una città che abbassa le sue saracinesche per non disturbare quelle luci. Chi non sapeva ora sa che per combattere la violenza sulle donne e sulle bambine c’è bisogno di qualcosa di più che non le lacrime. Si deve rinunciare a qualcosa e soprattutto scegliere da che parte stare. Chi sta con le vittime non può ascoltare le ragioni della “famiglia” e dell’omertà.

Il fatto che sia stata nominata la criminalità omertosa in relazione alla soppressione di Teresa, ha urtato la sensibilità del Sindaco, che rivendica con ragione alla sua città la militanza contro la camorra

Non se l’abbia a male il Sindaco di Portici, e non vogliamo che se l’abbia a male perché ieri ha fatto la parte che spetterebbe allo Stato, ma i criminali che hanno ucciso Teresa hanno mostrato un fare mafioso che ha non marchio di provenienza geografica.

Essere vittima di violenza sessuata impone (ancora) silenzio di vergogna: una straordinaria analogia col silenzio che (ancora) mantengono le vittime della criminalità organizzata. La vergogna ribaltata sulle vittime è un’altra infamia che si aggiunge alla prima: questo riguarda la politica ed impone comportamenti pubblici che, soli, possono dare il messaggio decisivo che la violenza sessuata è nemica della democrazia.

Bisogna capire che finché “qualcuno per diritto di genere” si sente padrone di corpi e volontà nessun crimine organizzato può essere davvero ricacciato fuori dal corpo sociale. Si possono arrestare i capi e sequestrare le armi, ma l’arma del diritto riconosciuto al più insospettabile “capo famiglia”, che non ha bisogno di munizioni materiali, resta a coltivare nel femminicidio ogni altra ingiustizia e illegalità.

E nessuno può chiamarsi fuori se a Milano una donna viene massacrata in pieno centro a calci e pugni. Quell’uccisione con osservatori paurosi vuol dire che la connivenza omertosa è lì, in un luogo che nemmeno riconosce i segni dell’ingiustizia si cui si fonda: la prima, antecedente alle mafie, per forza antecedente, perché le ha generate.

A Portici non ho visto padrini con la coppola, e non ho visto qualcuno che dicesse apertamente che bisogna tacere, ma qui come a Baghdad e a Teheran c’è una guerra contro le donne, che sfida le cittadine e i cittadini, che sfida i diritti umani. È questo il punto: il femminicidio è ovunque, avvelena, distrugge ma non è “nell’agenda politica” o se c’è, c’è solo per decenza. Quando diciamo della dimensione globale del femminicidio, su cui ancora si fondano gli equilibri, le transazioni e gli affari di Stato, ma non vogliamo essere fraintese: contro questa strage mondiale si comincia “adesso e in questo posto”.

Nessuno può chiamarsi fuori dall’urgenza del contrasto, come non lo ha fatto la città di Portici.

Se qualcuno vuol vedere nel luogo della bellissima ribellione di ieri, un luogo di degrado morale, evidentemente si sbaglia: perché lì ci sono cittadine e cittadini che hanno detto NO al proprio vicino, al proprio concittadino. È un segno: la grande famiglia non protegge, anzi accusa. Chi violenta, intimidisce, uccide è fuori, mentre le vittime sono dentro, e sono vere cittadine di Portici.

Tutto questo significa che non è finita qui, perché dobbiamo ancora dire parole, rischiando di dire tanto da non poter leggere ed ascoltare, perché il silenziamento è millenario.

Dire tanto scandalizzando, anche il Sindaco, per aver osato accostare femminicidio e mafie. Femminicidio e mafie non sono la stessa immondizia, ma è vero che se si uccidono le donne senza avere il marchio mafioso e si uccidono dovunque, è vero che la mafia non esiste senza il dominio e la superiorità padronale dei capi, sui corpi e sulle libertà femminili.

Noi lanciamo un’accusa adesso e da questo posto al nostro Parlamento e ai nostri Governi, perché ci silenziano e, contraddittoriamente, ci sentono, mentre pervicacemente rifiutano di contrastare la violenza che ci colpisce. Noi non cadiamo nella trappola “tutti colpevoli allo stesso modo”.

Bisogna cominciare, e qualcuno deve pur cominciare sapendo che la sua strada lo farà soffrire. Chi comincia è bravo. Chi invece rivendica il suo diritto a infamare donne e bambini, a commerciare e scambiare corpi femminili, propaganda un’infamia che prevede anche le mafie.

Quando abbiamo “scandalizzato”, anche tante donne, pronunciando la parola FEMMINICIDIO ci siamo prese consapevolmente una responsabilità, e continuiamo a prendercela.

Se saremo fraintese ed irrise per l’ultima nostra eresia siamo pronte a combattere per essere capite.

E quando le parole delle donne sono capite e vissute, non hanno bisogno dei media, diventano coscienza. La nostra coscienza, della metà del mondo, sconfessa le caste.

Ieri eravamo tante e tante ci hanno accompagnate da lontano, una ragione di più per dire che non è finito nulla e bisogna continuare adesso e in questo posto, senza dimenticare Teresa continuiamo a combattere per la prossima vittima che può essere salvata.

- Sarah con tutte le bambine rubate ed ingannate, sapendo che qualcuno minimizza i gesti criminali contro di loro, chiamando seduzione quell’incanto e quella tenerezza che dovrebbero invece illuminare il nostro futuro.
- Le migliaia di donne che stanno per essere lapidate per adulterio e disobbedienza, altrove e qui con altre pietre
- Le bambine e i bambini obbligati a sottostare “religiosamente” alle sacre e paterne molestie
- Le donne nelle case trasformate in carceri
- Joy e le altre donne violentate nei “paesi civili” dai tutori delle frontiere
- Le donne che per il loro coraggio di denunciare, lasciare, e che proteggere i loro figli rimangono senza casa e senza lavoro.

Continuiamo a ricordare tra le altre le più dimenticate:

Raffaelina Giulia Gentile
Cristina Messina
Cristina Ionela Tepuru
Francesca Bova
Filomena Rotolo
Costanta Paduraru
Rumina Koni

E TUTTE LE SENZA NOME

Chiudiamo ricordando Rita Atria, perché la sua vicenda ricorda a tutte una storia in cui il primo a tradirla ed imporle l’infamia è stato il padre, prima che padrino. Rita ha voluto coi suoi gesti disobbedire a quell’infamia, ed essere libera. L’arma che l’ha uccisa è stata la solitudine, forse, la causa sempre la stessa: la rivendicazione di essere persona, nonostante la famiglia e contro il clan.

Così ci sentiamo spinte a dire alle figlie o figli, che la loro identità non è per noi legata al crimine commesso su Teresa. A loro deve essere resa la dignità, se la vogliono, di essere persone, prima che figli, mogli e sorelle, e non per questo morire. Per quella dignità non si deve più morire.

Al funerale di Teresa c’era la città, anche chi non poteva materialmente esserci, e comunque tante persone, tante donne che magari non ascoltano né leggono cronaca e politica. Si è respirato l’orgoglio per il valore delle madri e il dolore per una perdita collettiva. C’erano quasi tutti, e avrebbe voluto esserci anche il proprietario del garage, che non ci ha fatto pagare il parcheggio “perché andavamo da Teresa”.

C’erano, la Provincia e il Comune di Napoli, organismi istituzionali e non: forse era difficile non esserci di fronte a una mobilitazione che ha superato i confini di un piccolo comune.

Noi c’eravamo, era quello il nostro posto: questo, per noi, ha il significato di una promessa.

Per tutte le organizzatrici
Stefania Cantatore

01/10/10

Giustizia negata ad operaia della Magneti Marelli

Processo alla Magneti Marelli, indagini tutte da rifare
Otto gli imputati. Avrebbero provocato la morte di un'operaia deceduta, nel 2005, a seguito di un carcinoma causato dall'inalazioni di polveri di amianto 29/09/2010
Si è conclusa con la trasmissione di tutti gli atti alla Procura generale della Repubblica - l'organo che controlla l'operato dei magistrati - il processo a carico di otto persone che, ricoprendo varie cariche all'interno dello stabilimento Magneti Marelli di Potenza, avrebbero causato la morte di un'operaia, Rosa Tramutola, deceduta nel gennaio 2005, a seguito di un carcinoma polmonare metastatico.
Il Gup (Giudice per l'udienza preliminare), Luigi Spina, ieri avrebbe dovuto decidere se rinviare o meno a giudizio Francesco Allievi, Francesco Averone, Michele Longo, Carmelo BovalinoFederico Fortebraccio (tutti direttori dello stabilimento di Potenza a partire dal 1973 fino al 1992), Bruno Veneziani (coordinatore del servizio di sicurezza del lavoro nella sede centrale di Milano), Bruno Losito (responsabile del servizio di medicina del lavoro) e Alfredo Masi (addetto alla sicurezza delle industrie Magneti Marelli).
Una decisione che il Gup Spina non ha potuto prendere perché i legali degli imputati - Nicola Roccanova e Bruno e Francesco Amendolino - hanno fatto notare la presenza di un errore procedurale: il pubblico ministero non ha mai formalizzato la richiesta di proroga di indagini a carico degli imputati. In un primo momento il fascicolo era in mano al pm Cristina Correale che, nel frattempo, è stata trasferita. Le carte sono quindi passate ad Anna Gloria Piccininni.
Il Gup Spina non ha potuto fare altro che prendere atto dell'obiezione sollevata dagli avvocati della difesa. Pertanto le indagini saranno riaperte mentre la Procura generale dovrà valutare il comportamento tenuto dal pubblico ministero nella conduzione delle indagini.
Secondo la pubblica accusa gli otto imputati avrebbero «con condotte autonome ma casualmente dipendenti» cagionato la morte di Rosa Tramutola.
La donna, operaia nello stabilimento di Potenza della Magneti Marelli, lavorava utilizzando «apparecchiature industriali che la mettevano in contatto, diretto e indiretto, con residui di lavorazione contenenti fibre di amianto». Fibre di amianto che lei avrebbe inalato e che le avrebbero provocato il carcinoma polmonare

Polverini contro l'aborto

La Regione Lazio, della Polverini, ex segretaria dell'UGL, rilancia l'attacco all'aborto.
In questi giorni è oggetto dell'analisi della commissione consiliare Politiche sociali della regione la proposta di legge di riforma pro-live dei consultori, firmata da una consigliera del PdL (come si vede: le donne al potere attaccano le donne), che di fatto punta a peggiorare la legge 194. Se passasse, farebbe da scuola anche in altre regioni soprattutto in Lombardia e nelle regioni governate dalla Lega, che già si sono mosse pesantemente per attaccare questo diritto fondamentale delle donne.

Questa (contro)riforma interviene soprattutto sulla funzione dei consultori che da essere soprattutto al servizio delle donne, diventano al servizio della "famiglia fondata sul matrimonio, come istituzione prioritariamente votata al servizio della vita". Di questa "famiglia" viene considerato membro effettivo anche il "figlio concepito", vale a dire l'embrione (!).

Già questi punti contengono non un attacco ma più attacchi, sia pratici che ideologici:
la donna sparisce, la sua possibilità di decidere del proprio corpo, della sua maternità, della sua vita non conta nulla; anzi la donna semplicemente non c'è se non all'interno della famiglia e quindi, tornando indietro di più di 30 anni, la donna esiste solo nel suo ruolo di madre e moglie;
ma per la Polverini non basta neanche parlare di "famiglia", deve essere una famiglia fondata sul matrimonio, cioè una famiglia interna alle regole, alla normalizzazione che questo Stato, Chiesa impongono; come dire che chiunque non sta a queste regole non ha diritti;
ma ancora non basta; tornando all'aberrazione della legge sulla fecondazione assistita per cui l'embrione sarebbe già una persona e avrebbe già tutti i diritti di una persona, questa "famiglia" nella riforma della amministrazione Polverini è costituita da "padre, madre, ed. embrione" (neanche i films dell'horror arrivano a tanto.).
E' chiaro, quindi, che se membro effettivo della famiglia è anche l'embrione, l'aborto torna ad essere un assassinio e le donne che lo fanno delle assassine!
Immaginiamoci come verrebbe trattata una donna che andasse in uno di questi consultori per abortire.
E purtroppo non c'è scampo, la riforma impone che chi voglia interrompere la gravidanza ed usufruire della legge 194 debba per forza avere un incontro diretto con le associazioni pro-life e mettere per iscritto il rifiuto alle proposte del Consultorio.
Si tratta di una pesante operazione ideologica, oppressiva, ricattatoria verso le donne.
Una pesante campagna di dissuasione soprattutto verso le donne più povere, sole, verso le quali vengono usati anche i miseri soldi dell'assegno dati solo a chi rinuncia ad abortire, per costringerle a portare avanti la gravidanza.

Ma questa (contro)riforma contiene anche un fine molto più terreno, in cui qui di soldi ce ne sono e tanti.
Nell'art. 2 si elevano a "fini pubblici" anche Associazioni private che "promuovono la stabilità familiare, la cultura familiare ed i servizi alla famiglia", associazioni che con l'art. 3 vengono parificate a quelle pubbliche anche nella distribuzione degli assegni per il bambino fino a cinque anni.
E' facile immaginare che queste associazioni private saranno quelle cattoliche, che per principio sono contro l'aborto e la legge 194.

Tutto questo avviene in una situazione in cui, pur se le statistiche dicono che il numero complessivo di aborti è diminuito, aumentano quelli delle immigrate, tornano quelli clandestini; in cui il 50% è fatto da donne lavoratrici, a causa evidentemente del peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle donne che lavorano, e per cui la coniugazione del lavoro e maternità è ancora più difficile.
Questo avviene in una situazione in cui il numero dei ginecologi obiettori e anche di anestesisti e personale non medico arriva - dati del 2008 - a 71,5% e al sud al 80%. Dati al ribasso rispetto alla situazione attuale; sappiamo per conoscenza diretta che in alcune città, in alcuni ospedali di città abbastanza grandi non ci sono medici che praticano gli aborti.

Ma questo soprattutto dimostra che si va rafforzando il carattere di classe della negazione dell'aborto.

Questo richiede che la lotta a difesa del diritto d'aborto, sia parte della più generale lotta delle donne, con ruolo di punta delle donne proletarie.
Essa è un punto che deve essere inserito e valorizzato nella piattaforma di un possibile e necessario sciopero delle donne.

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario
1.10.10

una lettera di Monica Perugini

Il vice sindaco leghista di Rodigo (MN) sbriga la questione del nido, delle rette alte, del costo dei servizi (ex) pubblici (quì con gestione privata con comodato d'uso ventennale ad una cooperativa di muratori ravennati): la madri stiano a casa a tenere i figli e non vadano a lavorare....

Tranquillo il vice sindaco di Rodigo: l'odierna pubblicazione dei dati sulla disoccupazione hanno già risolto il suo problema. Una donna occupata su due, ha perso il lavoro e data la condizione di demoralizzazione deninciata, molte di queste nemmeno lo cercano più, il posto di lavoro.
La demagogia quindi è deisamente fuori luogo, visto che la (inesistente) politica economica del governo delle destre sta portando il paese, o meglio le sue classi popolari e lavoratrici, alla disfatta.
Imporre di fatto alle donne di restare casa e non portare i bambini all'asilo, sopprimere servizi per i quali la Lombardia (con Mantova in testa) era punta d'eccellenza fino a pochi anni fa, ovvero prima che la deregolamentazone sperimentata proprio dallal presidente Formigoni e fatta propria da altre regioni, a partire da Emilia e Toscana, aprisse la giungla della privatizzazione anche nel settore educativo e scolastico, aumentare le tariffe in modo da rendere inaccessibili gli stessi servizi pubblici (scuola, trasporti, sanità, servizi alla persona e ambientali), è politica distintiva avviata da tempo dai governi nazionali e locali delle destre, purtroppo condivisa trasversamente da Pd e centro sinistra, con la scusa che ... non si poteva fare altrimenti.
Poco conta che anche le donne della Lega rimarchino il primato dei servizi e il diritto al lavoro: è la politica del loro partito e del loro padrone ad aver abbattuto entrambi.
Il movimento delle lavoratrici presente ovunque nel paese, iniziato dall'esperienza delle donne dell'Omsa di Faenza, attivo in Lombardia nelle lotte delle donne delle cooperativa che sfruttano donne immigrate e sottopagate nei servizi di pulizia da Malpensa e gli enti pubblici, fino ai recenti scioperi delle operaie dell' emiliana Perla, tuttavia, stanno a dimostrare che è ripresa una lotta politica dagli obiettivi chiari, non più disposta a farsi strumentalizzare: quella delle donne che lavorano, che hanno conquistato negli anni diritti e servizi per tutti, arricchimendo una civiltà intera e che non hanno nessuna intenzione di condividere il massacro nei lori confronti, scatenato dal padronato con la compiacenza dei propri rappresentanti politici trasversali.

Monica Perugini
proletaria - comunicazione militante