Pubblichiamo due brevi parti del lungo dossier su donne e Resistenza. Esso è frutto di un lavoro soprattutto di documentazione, ricerca sulle donne nella Resistenza antifascista; perchè, come dicono le autrici di questo dossier: "Senza memoria non c'è futuro e e questo, per le donne, vale doppiamente".
Cosa succedeva nelle fabbriche:
"... si preparava lo sciopero del ’43: contro la guerra, per i prezzi, per i cottimi individuali, contro le dodici ore, perché mancava tutto, perché eravamo stufe e ne avevamo a basta. Prima dello sciopero il capofficina mi manda a chiamare in ufficio e mi dice:Ma come si spiega che la sua produzione non va più avanti? Io gli ho detto: Ma cosa vuole, per chi lavoriamo? Lei deve capire non abbiamo più l’interesse a lavorare tanto ci viene i tedeschi e ci portano via tutto.
Lui stava un po’ zitto e poi un giorno mi dice: - Guardi che io vado avanti a fare delle righe rosse; quando ce n’è tante avete poi da pensare….Sempre prima dello sciopero del ’43, una volta sono venuti i tedeschi e guardavano le macchine... Dentro non c’erano ancora… Noi si diceva: - Questa gente qui se vengono loro in Italia, si portano via tutto. Nella mia officina eravamo ventitrè in lista dei sospettati.. E’ successo che si lavorava tutta la notte, si faceva il turno della notte, anche noi donne, e capitava che la mattina andando a casa, venivamo prelevate e… alle Nuove. Ma prelevavano uno per uno. Quando sono arrivati i tedeschi quella lista nera era ancora in giro. Noi avevamo avuto già un collegamento da diversi mesi per questo sciopero del ’43. La direzione dubitava qualche cosa. E allora in quella mattina alle dieci, si doveva avere una prova di quello che poteva essere la massa operaia unita. Ma alle dieci la sirena non è suonata perché qualcheduno aveva già riportato alla direzione che noi si voleva fare questo sciopero, quando suonava la sirena. E allora, vicino alle macchine, tutte ci guardiamo: - Bè, qui c’è qualcosa che non funziona. Abbiamo detto: - Eh no, bisogna fare questo sciopero, ormai siamo decise.
Allora con un cenno di testa, macchina per macchina, ci siamo fermati tutti. Ci siamo fermati alle dieci del ’43.
Siamo usciti dai reparti e siamo andati nel cortile davanti alla palazzina della Mirafiori per protestare. Dalle finestre degli uffici c’era il professor Genero e Valletta con i poliziotti che prendevano le fotografie per individuare gli operai e per denunziare quelli che erano più in vista. Dopo è andato giù il duce e allora dentro alla Fiat eravamo tutti sotto sopra perché i fascisti scappavano, non ce n’erano più; i capireparti e i capiofficina cominciavano ad avere un po’ paura perché lo sapevano tutti che loro erano neri e quello che avevano fatto. Per dirtene una siccome c’era la guerra e mancavano i viveri, la Fiat faceva la minestra e mandava in ogni reparto i bidoni per quelli che la prendevano e la prendevano tutti perché tutti ne avevano bisogno. Quando si faceva lo sciopero erano d’accordo i capireparto e i capiofficina insieme con la direzione, a non darci la minestra. E la mandavano a quella cascina che aveva la Fiat, per andare a Mirafiori, dove aveva i maiali; la minestra ai maiali piuttosto che darcela a noi.
Però noi, dato che c’era questo comitato di agitazione, abbiamo sempre scritto tutto: della minestra, delle rappresaglie e che la mattina quando si entrava i cassetti dove c’era i ferri, che i ferri non erano suoi della Fiat erano nostri tutte le mattine c’era sempre i lucchetti scassinati. Perché loro, con le spie che c’era dentro andavano a scassinare per vedere se c’era volantini, se c’era qualcosa di propaganda ...
Sempre quel comitato di agitazione che andava avanti ci siamo organizzate e dopo l’8 settembre sono state formate le squadre, e allora io e la Donini e un gruppo di compagne abbiamo avuto il collegamento con le brigate della val di Susa. Io e la Donini eravamo nella 12^ brigata di Tullio Robotti della val Susa, che aveva il collegamento come Sap; noi dovevamo prendere la roba e portarla ai partigiani su a Susa quando si usciva dal lavoro…
L’ordine di occupare le fabbriche per l’insurrezione, è arrivato al 23. Prima c’era stato il 18 lo sciopero generale grosso. La sera prima… il capofficina viene vicino alla mia macchina e mi dice: - Signora Fenoglio, guardi domani mattina quando esce, non vada a casa, perché se va a casa non viene più a lavorare; mi ascolti, ha visto i suoi compagni che non sono più tornati… E ad ogni modo non siamo più andati il giorno dopo a fare la notte, ma siamo andati di giorno, noi del comitato; perché si sapeva già che si doveva restare in fabbrica... E allora verso le quattro e mezza arriva la staffetta, l’ordine di occupare le fabbriche chè c’era l’insurrezione.
Allora noi, messo il fazzoletto rosso al collo con la stella, e i compagni anche, si va nell’ufficio del capofficina e del caporeparto… Mirafiori è stata occupata; Valletta è andato via, non è più stato lì, e ai dirigenti, però, una parte, prima di andare via gli hanno dato una bella..eh sì… Quando abbiamo occupato la fabbrica, non avevamo armi, non avevamo niente; avevamo una mitragliatrice rotta sui tetti… avevamo due o tre fucili che non funzionavano.
Allora i compagni sono usciti, sono andati fuori a prenderli dove c’erano i partigiani. Poi sono arrivati i partigiani e hanno portato le loro armi… Arrivano i tedeschi con i fascisti che volevano far saltare la centrale elettrica alla Mirafiori che era su, proprio vicino al sanatorio. E c’erano tre che erano armati e che sparavano da matti… Mentre questi carri armati girano, questo giovane dice: - Guardate datemi solo una bottiglia con due bombe a mano e io li faccio saltare in aria tutti e due quei carri armati. Difatti… Dopo tre giorni…allora a casa avevo una figlia malata. E’ morta nel ’46, è stata due anni ammalata perché era stata presa sotto i bombardamenti nel ’44… Aveva 22 anni…”.
"Come mai tante donne?
Il fascismo aveva rappresentato per le donne un “ritorno indietro”, dalle affermazioni sulle “caratteristiche” delle donne alla doppia morale, sul loro ruolo nella società: o madri prolifiche, successivamente meglio se di morti in guerra o strumenti di piaceri del maschio fascista; ma è soprattutto con leggi apertamente discriminatorie, in primis sul lavoro, verso le donne che si dà applicazione pratica a queste concezioni, ricacciando le donne nel “focolare” e verso una condizione di sempre maggiore oppressione. Insomma, l’oppressione aumenta la ribellione:
“Si può avanzare l’ipotesi che, poiché qui le leggi fasciste si erano sommate a una tradizionale arretratezza culturale, a una borghesia più reazionaria e a una Chiesa più potente – che nella sottomissione della donna trovavano ciascuna il suo tornaconto - proprio il maggior peso dell’oppressione abbia provocato la maggiore ribellione”.
“E’ facile perché… Perché il fascismo alle donne, non aveva proprio nulla da offrire, mentre c’era da temere che gli restasse sempre ancora qualcosa da togliere.”
In tutti i lavori su donna e Resistenza si mette in evidenza come le donne hanno scelto, andando spesso contro genitori, mariti, vicini e/o, spesso, nascondendo la vera attività che svolgevano fuori casa, ma si coglie che tante sono state le motivazioni, la spinta iniziale: motivazioni di classe, lo sdegno per le persecuzioni degli ebrei, la solidarietà umana, l’aspirazione, forte, a un mondo diverso senza discriminazioni, migliore per le donne, senza sfruttamento… ma comunque già per se stesso un fatto dirompente. D’altra parte, la partecipazione fa maturare rapidamente, insieme alla preparazione politica e teorica che sarà impartita dalle “vecchie” militanti, come anche le regole della clandestinità. Soprattutto se si pensa al clima di terrore instaurato dai nazifascisti che significava carcere, torture, stupri, deportazione nei campi di concentramento, morte.
Quel che è certo è che non fu un gruppo ristretto a partecipare, ma, in mille forme, contribuendo in vario modo, perché tutto è indispensabile, un numero enorme di donne: la rete di informazioni sui movimenti del nemico, l’organizzazione delle fughe dagli ospedali e dalle carceri, la cura dei feriti, l’approvvigionamento, il trasporto di viveri e armi, il sostegno alle famiglie dei deportati, dei prigionieri politici, informare le famiglie dei lutti, portare direttive.
Un altro aspetto da tenere in considerazione è lo sviluppo ineguale che si è avuto nelle diverse regioni della Resistenza, ma anche la durata dell’occupazione nazifascista, oltre che una diversa coscienza nelle regioni in cui si erano sviluppate le lotte contadine ed operaie. La partecipazione per un più lungo tempo, la consuetudine con le lotte e l’organizzazione ha permesso di sviluppare una maggiore coscienza, come appare bene dalle testimonianze sullo sviluppo nelle diverse Regioni..."

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