03/04/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Il 68/69 delle lavoratrici - 2 - in lotta per salari, tempi di lavoro e... LIBERTA'

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Si trovano con difficoltà notizie delle lotte del 68-69 delle lavoratrici.
Ma queste lotte ci furono e non furono meno combattive di quelle degli operai, dal nord al sud. Le operaie lottarono molto per la condizione della salute, le condizioni igieniche. Inevitabilmente parlano della situazione nella famiglia, del peso della casa, della durezza di lavorare, anche di partecipare alle lotte. 
Ma anche dalle loro parole emerge che lavorare per le donne era emancipazione, non era soprattutto una oppressione anche se c'era eccome nelle fabbriche, ma era soprattutto una liberazione dall'oppressione che c'era nella famiglia e nella società. Era capire ed essere protagoniste della trasformazione dentro e fuori. 
A Milano il 21 dicembre 68 le cronache riportano “Disordini sotto i portici della Rinascente. Il 22 secondo giorno consecutivo di sciopero nazionale delle commesse dei grandi magazzini. 
In molte città vengono caricate dalla polizia, soprattutto a Sassari. Il 23 sciopero generale per protesta contro l’aggressione alle commesse di Sassari: i picchetti di fronte ai grandi magazzini impongono la chiusura per tutto il giorno”. 
A Battipaglia (Salerno) il 9 aprile 69 durante lo sciopero e la grande giornata di protesta di tutto il paese contro la chiusura del tabacchificio, con il blocco della stazione e l’interruzione delle comunicazioni ferroviarie con il Sud, una insegnante, Teresa Ricciardi, 30 anni che partecipava alla lotta viene uccisa dalla polizia.
Ma la lunga e forte lotta delle tabacchine è presente in varie realtà del centro-sud. 
A Lanciano nel maggio 1968 le 650 operaie occuparono per 40 giorni la fabbrica, Azienda Tabacchi a Lanciano, fecero scontri con la polizia, unirono tutto il paese. 
Nell’ottobre del 1969, in particolare a Milano, 2000 sartine manifestano per ottenere un contratto di lavoro. Sempre ad ottobre 69 a L’Aquila 600 operaie della Ace, Siemens occupano la fabbrica. 
Alla Marzotto di Pisa, la lotta fu difficile, era una fabbrica con una forte presenza di donne, gestita con piglio patriarcale e con l’ausilio delle suore che si occupavano della formazione delle rammendatrici in un clima di intimidazione durissima e di violenza discriminatoria spaventosa. 
Alla Lebole di Arezzo, le cose andarono assai diversamente. In quel caso la mobilitazione nel biennio 68-69 realizzò molti risultati, dalla mensa al sabato libero, alla riduzione d’orario senza diminuzione di salario, dall’abolizione delle zone salariali al superamento della commissione interna con il riconoscimento del consiglio di fabbrica, ma in particolare aumenti salariali alle operaie uguali a quelli degli uomini. Anche qui le maestranze erano quasi per intero femminili e anche qui la loro volontà si incontrò con un tessuto cittadino, sociale e politico solidale. Ma anche qui come ovunque si consumò la contrapposizione tra chi voleva aumenti uguali per tutti, e chi invece come Bruno Trentin (Cgil) era contrario. Vinsero la battaglia.
Al maglificio di Caravaggio (BG) dal 12 maggio 69 e per 18 giorni le operaie occupano la fabbrica, perchè non sono stati pagati i mesi di marzo e aprile.
A Palermo, le operaie della ditta Gulì (azienda tessile) lottano con una fortissima determinazione e coraggio che sorprende tutti, per aumenti salariali, per la libertà in fabbrica, per migliori condizioni igieniche. Il quotidiano l’Ora documenta queste lotte passo passo: dalle prime manifestazione di protesta fino alla vittoria finale. Le lotte si sviluppano per tutta l’estate del 1969. Già all’inizio della lotta la polizia aveva usato la “mano pesante”, il 28/6/69 carica mentre le operaie presidiavano la fabbrica. Ma questa lotta ottiene una grande solidarietà dai palermitani. Alcuni cartelli che portano in corteo sono: “avanti tutti uniti fino alla vittoria”, “contropotere lotta operaia”.
Sempre in una fabbrica tessile di Palermo, la Fenicia, le operaie iniziano uno sciopero considerato “senza precedenti”. Si lotta contro il gendarme contaminuti (…), si deve andare alla toilette a comando. Si applica ancora il contratto del 1959 mentre c’è il nuovo che prevede 44 ore settimanali e non 48. La mensa non c’è, e 25 lire per un panino imbottito sono una miseria. Le operaie combattono anche per avere il sabato pomeriggio libero. Il padrone le fa uscire dalla fabbrica alle 17,10 invece che alle 17 e quindi protestano: dice una di loro, il padrone “ci ruba ogni giorno 10 minuti di lavoro. Noi siamo 150. Moltiplicando dieci minuti per cento cinquanta, fanno mille e cinquecento minuti al giorno. Per anni è stato così. Noi chiediamo non solo che venga tolto questo abuso, ma che ci vengano rimborsati i relativi arretrati”.
Le operaie delle industrie conserviere (Ipac) entrano in lotta per il rispetto del contratto, contro i salari da fame, gli orari disumani, le pessime condizioni igieniche, contro i licenziamenti facili: non si può parlare in fabbrica della salute, un’operaia viene licenziata perché ha la tonsillite… in più le 100 operaie sono costrette a fare pure le scaricatrici per 51.000 lire al mese che non bastano.
Ma che in tante fabbriche fosse viva la necessità della lotta contro la condizione di discriminazione delle donne è testimoniato anche dal fatto che nella piattaforma del contratto dei metalmeccanici, al 2° punto (!) era scritto: “parità salariale tra uomini e donne”. Dato che allora, e ancora oggi, le condizioni di lavoro delle donne erano peggiori e inferiori a quelle dei lavoratori maschi. 
Da un’inchiesta sulla condizione delle lavoratrici, fatta alla Borletti di Milano dalla Cub emerge la dequalificazione del lavoro femminile, il basso livello dei salari, le difficoltà dei trasporti, il deterioramento fisico e psichico. Ma proprio alla Borletti sono le operaie ad aprire il capitolo della tutela della salute nei luoghi di lavoro.
Per le operaie i padroni propongono accordi sul part time che invece di ridurre il “doppio lavoro delle donne, lo confermano. “...i padroni ci propongono il problema rovesciato: invece di favorire le condizioni sociali affinchè la donna possa lavorare senza essere supersfruttata (con scuola a tempo pieno, mense, asili nido), vogliono che la donna lavori di meno ma guadagni ancor meno”. Da un volantino del Cub (4 giugno 1969)

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