Ho letto proprio in questi giorni l'opuscolo "Donne Fascismo Resistenza" e mi ha colpito molto la frase di Irene Pivetti che apre l' opuscolo.
A parte le giuste considerazioni ben documentate che sono presenti nel suddetto opuscolo, utili per smentire le considerazioni scellerate e strumentali dell'allora Presidente della Camera, mi sono venute in mente anche altre considerazioni, che voglio condividere per capire perche' siamo a questo punto.
Negli anni ’90, mentre l’Italia usciva traumatizzata dal crollo della Prima Repubblica, si è aperta una stagione in cui tutto sembrava improvvisamente negoziabile: la memoria storica, i valori costituzionali, perfino il giudizio sul fascismo. Si creo' un vuoto politico e culturale dove molti hanno tentato di riscrivere il passato per costruirsi un’identità nuova, spesso a costo di distorcere fatti storici consolidati.
È in questo clima che si colloca l’affermazione di Irene Pivetti del 27 aprile 1994, allora Presidente della Camera, secondo cui “le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini”. Una frase che non solo contraddice decenni di studi storici, ma che appare oggi come un esempio lampante di strumentalizzazione del passato: un tentativo di presentare il fascismo come un fenomeno “a due facce”, con presunti aspetti positivi.
La storiografia, però, è chiarissima: il fascismo ha imposto alle donne un modello di subordinazione, ha limitato i loro diritti civili e lavorativi, ha promosso politiche coercitive e ha escluso sistematicamente le donne dalla vita pubblica. Parlare di “legislazione all’avanguardia” significa ignorare tutto questo e cancellare il ruolo fondamentale che le donne hanno avuto nella Resistenza e nella costruzione della Repubblica, una cancellazione che ha aperto "un autostrada" a tutto l' arretramento delle donne e del Paese, fino ad arrivare a questo moderno medioevo con il Governo Meloni.
Il paradosso è che proprio dopo la Liberazione le donne conquistarono diritti reali: il voto, la partecipazione alla Costituente, l’affermazione del principio di uguaglianza. È lì che nasce l’Italia moderna, non certo nel ventennio.
Rileggere oggi quelle dichiarazioni degli anni ’90 significa riconoscere quanto quel decennio abbia contribuito a indebolire la memoria collettiva, aprendo la strada a un linguaggio pubblico in cui fascismo e antifascismo vengono messi sullo stesso piano, come se fossero semplici “opinioni”. Una deriva che continua a produrre effetti, soprattutto quando si avvicina il 25 aprile e tornano a emergere tensioni, raduni identitari e tentativi di normalizzare ciò che la storia ha già giudicato.
Rimettere ordine nella memoria non è nostalgia: è un atto di responsabilità. Perché ogni volta che si accetta una lettura distorta del passato, si apre uno spazio per ripetere errori che pensavamo superati.
Per questo
EVVIVA IL 25 APRILE,
ORA E SEMPRE RESISTENZA.
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