31/12/20

La lotta paga: in Argentina vincono le donne, approvata la legalizzazione dell'aborto

Dopo il sì della Camera, arriva il via libera anche dal Senato: 38 voti a favore, 29 contrari. L'interruzione della gravidanza sarà permessa fino alla quattordicesima settimana di gestazione

Aborto libero e sicuro. L’Argentina incassa una legge storica a le donne raggiungono un traguardo di civiltà. Con 38 voti a favore, 29 contrari e una astensione, il Senato approva il disegno di legge di riforma che consente l’interruzione di gravidanza fino a 14 settimane. Viene così sepolta la contestata norma in vigore sin dal 1921 che lo considerava un delitto, con due eccezioni: la violenza sessuale e il rischio di vita per la madre. La notizia, incerta e attesa con ansia, è accolta da un boato di grida, canti, balli, slogan e una marea di fazzoletti verdi agitati da migliaia di donne, e di uomini, che da oltre 24 ore sostavano nella parte nord della piazza che si affaccia davanti al Parlamento.
 
“L’abbiamo conquistata. È legge!”, urlano, raggianti, queste giovani e meno giovani donne che per nove volte hanno inseguito un sogno ogni volta infranto. Era accaduto anche nel 2018 quando su iniziativa di alcune deputate e con l’assenso neutrale dell’allora presidente Mauricio Macri un progetto di riforma era stato presentato e approvato alla Camera dei Deputati; le speranze subito accese nel Paese si erano poi spente con il voto decisivo del Senato che lo aveva bocciato. La dimostrazione di quanto ancora fosse diffuso in Argentina il rifiuto di uno dei più discussi e sentiti diritti civili.
 
Pioniere di tante atre battaglie e di principi di civiltà raggiunti come il matrimonio gay e il riconoscimento di genere, il grande Paese sudamericano faticava a riconoscere legalmente l’aborto. Lo considerava un vero tabù che nemmeno Cristina Kirchner, donna e presidente di idee progressiste, era riuscito a infrangere. Solo la figlia Florence, attivista femminile, l’aveva convinta negli ultimi mesi. Restavano, dominanti, il peso del fronte conservatore e le influenze della Chiesa contrari a una liberalizzazione, nonostante la presenza a Roma di un Papa argentino che in questi anni ha dimostrato più volte le sue aperture sui grandi temi dei diritti sociali e civili.

Con la nuova legge, l’Argentina spicca in testa alla piccola lista dei Paesi dell'America Latina che consentono alle donne di decidere sul loro corpo e sul desiderio di essere o meno madri. Lo hanno già fatto Uruguay, Cuba, Guyana e lo Stato di Città del Messico. Negli altri restano restrizioni e condizioni. In alcuni, come il Nicaragua, Repubblica Dominicana e Salvador è vietato in ogni caso e il semplice sospetto di aver interrotto volontariamente una gravidanza è punito con una condanna fino a 30 anni di carcere. Ci sono decine di donne, spesso ragazzine, in galera perché hanno abortito dopo essere state violentate da qualche parente o solo perché hanno perso il feto ma i Tribunali le hanno accusate di averlo provocato.
 
Il provvedimento approvato prevede che ogni gestante possa abortire entro le prime 14 settimane dopo aver sottoscritto il consenso. Indica anche dieci giorni di tempo tra la volontà esplicitamente espressa e l’intervento per evitare ogni tipo di pressione e manovra che spinga la madre a un ripensamento. Non si tratta di limitazione della libertà. Si vogliono evitare quegli odiosi ricatti e sensi di colpa che rendono atroce una scelta già dolorosa e difficile. La vittoria del sì è stata lunga e contrastata. La chiesa argentina, quella di Papa Francesco, ha ancora un largo seguito. Lavora assieme allo Stato nell’assistenza ai più poveri, con centinaia di mense che ogni giorno sfamavo chi non ha neanche più da mangiare. 
 
Ma con l’arrivo di Alberto Fernández, legato al Pontefice con cui condivide molte posizioni, le cose sono cambiate. Il presidente si era impegnato sin dalla campagna elettorale sul tema dell’aborto e quando è stato eletto lo ha ribadito. È stato lui a sollecitare i deputati del suo partito a presentare l’ennesimo disegno di legge che poi è stato approvato alla Camera. Restava lo scoglio del Senato, più conservatore. Qui lo scontro è stato più aspro e l’esito incerto. Nel dibattito sono sati usati toni drammatici. “Gli occhi di Dio stanno guardando ogni cuore in questo emiciclo”, ha tuonato María Belén Tapia. “Ci pongono di fronte a una scelta che segnerà il futuro del nostro Paese. Saremo benedetti se valorizziamo la vita, saremo maledetti se autorizzeremo a uccidere innocenti. Non lo dico io, lo dice la Bibbia sulla quale ho giurato”.
 
Le ha risposto un’altra deputata che guidava il fronte del si. “Quando siamo nate non potevamo votare, non ereditavamo, non potevamo studiare all’università. Quando io sono nata le donne non erano nulla. Provo una grande emozione per la lotta che stanno portando avanti tutte quelle donne che sono là fuori”. Ed è stata proprio lei, la senatrice Silvia Sapag, quando mancavano ancora quattro ore di dibattito, a segnare il punto di svolta. “Per tutte loro”, ha concluso, “che questo disegno diventi legge”.
 
All’inizio della sessione erano 33 i voti a favore e 32 i contrari. Cinque chi ancora si asteneva. Sedici ore di confronto hanno spostato, e di molto, l’equilibrio. Tre dei cinque incerti hanno dichiarato il loro sì, tre dei no erano assenti per gravi motivi di salute. Il verdetto finale è stato una sorpresa anche per lo scarto dei voti. All’esterno, la marea azzurra del movimento per la vita si è disperata con canti e braccia alzate al cielo insieme ai crocefissi e le Bibbie strette nelle mani. Sul lato opposto iniziava una festa che è continuata per ore.
 
L’Argentina entra a pieno titolo nell’Olimpo dei paesi più avanzati nei diritti sociali. Ma soprattutto spezza quella catena di morti tra le donne che abortivano in modo clandestino e le disperate che dovevano ricorrere agli ospedali per le conseguenze di un’operazione fatta di nascosto e in condizioni precarie. Solo quest’anno 38 ragazze sono rimaste vittime di questa barbarie e 39 mila sono state ricoverate nei nosocomi. Tantissime altre, in silenzio, si erano rivolte alle cliniche private. Per abortire bastava avere soldi. 

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