04/05/18

OGGI PRESIDI A L'AQUILA E IN ALTRE CITTA', IN SOLIDARIETA' CON NADIA LIOCE, CONTRO IL 41 BIS

In solidarietà con Nadia Lioce, contro la tortura del 41 bis e la criminalizzazione di chi lo combatte, oggi, 4 maggio, in occasione della nuova udienza per la protesta di Nadia si terranno presidi davanti ai tribunali di L'Aquila, Taranto, Palermo, Ravenna e altre città. A Bergamo ci sarà un presidio nella zona più popolare ed affollata della città, presso il piazzale della stazione.
  • https://paginecontrolatortura.noblogs.org/categoria/appuntamenti/
  • http://femminismorivoluzionario.blogspot.it/2018/05/venerdi-4-maggio-presidi-laquila-e-in.html

Sono passati 13 anni da quando Nadia è rinchiusa all’interno delle sezioni di 41bis, che lo scorso settembre le è stato prorogato, ancora una volta, per altri 2 anni.
Nadia Lioce per la sua protesta, rischia l'applicazione anche dell'articolo 14 bis, con ulteriore peggioramento delle sue condizioni detentive. Ma Nadia Lioce, con la sua protesta, ha messo a nudo il "re", mostrando a tutti l'orrore del 41 bis.

Sepolta viva, neanche la lettera di "Panorama" le hanno consegnato, "perché le condizioni detentive dei soggetti in 41 bis possono essere valutate tramite atti ufficiali". E gli "atti ufficiali" sono quelli del Governo, dello Stato, sono quelli che parlano di epilessia o aneurisma o di autolesionismo quando una persona detenuta muore nelle loro mani. Sono quelli che condannano alla morte civile oltre 700 detenuti e detenute in Italia. Sono gli atti, anzi, i misfatti, di una giustizia borghese, che rinchiude decine di migliaia di poveri nelle proprie galere, che usa il carcere come discarica sociale e il 41 bis come l'elemento di deterrenza più alto nei confronti delle lotte sociali, nel misero tentativo di mettere a tacere i rivoluzionari.
La lotta per Nadia, di Nadia, perciò, è una lotta che riguarda tutti e tutte, perché ci mostra l'essenza stessa del 41 bis, che è una minaccia per tutti quelli che ancora si battono per un mondo migliore, per una società giusta, per una nuova, reale democrazia.

31 persone sono state condannate per aver denunciato tutto questo, durante i presidi che si sono svolti a L'Aquila il 24 novembre scorso. Noi risponderemo a questa ingiusta repressione non solo a L'Aquila, ma anche in altre città, perché il 41 bis è tortura, perché la solidarietà non è un crimine, perché lottare per un mondo migliore è giusto e necessario

A questo link, un opuscolo sull'importante assemblea che si è tenuta a Napoli presso la Mensa occupata il 19 aprile.


Ma oggi, 4 maggio, porteremo anche, ovunque saremo, la solidarietà internazionalista a tutti prigionieri rivoluzionari e saluteremo le compagne ed i compagni maoisti indiani, trucidati dal governo fascio-induista Modi per conto dell'imperialismo delle multinazionali. 
Perché la guerra interna ed esterna del capitale si può fermare solo se avanza la guerra popolare

03/05/18

Venerdì 4 maggio: presidi a L'Aquila e in altre città, in solidarietà con Nadia Lioce, contro la criminalizzazione delle lotte!




Foto: La brigatista Nadia Desdemona Lioce dinanzi alla corte d'Assise di Bologna nel processo per l'omicidio del professor Marco Biagi, 2005. – Credits: ANSA/BENVENUTI


Giorgio Sturlese Tosi

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Torna alla sbarra Nadia Desdemona Lioce, l'irriducibile brigatista rossa condannata per gli omicidi dei giuslavoristi Massimo D'Antona e Marco Biagi e del sovrintendente di Polizia Emanuele Petri. Ma stavolta la lotta armata non c'entra.
La Lioce è accusata di turbamento della quiete carceraria, perché "con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, mediante schiamazzi o rumori, provocati sbattendo ripetutamente una bottiglia di plastica contro le inferriate della propria cella, disturbava le occupazioni o il riposo delle persone detenute nel reparto 41 bis della casa circondariale di L'Aquila", dove la Lioce, unica detenuta "politica" assieme a quattro mafiose, è rinchiusa, in isolamento, dal 2006.

Perché la Lioce protesta dal carcere

La Lioce, mai pentita né dissociata, non ha perso l'animo ribelle né l'occasione per protestare. Le sue contestazioni contro le presunte vessazioni di cui sarebbe vittima le sono costate oltre settanta provvedimenti disciplinari. Che non sono serviti a mitigare la sua condotta. Per mesi, ogni mattina, per trenta minuti, la Lioce ha messo in atto una delle tipiche forme di protesta esercitate nelle carceri: la "battitura". Da qui la denuncia e il processo al tribunale dell'Aquila, seguito con turbolenta partecipazione da numerosi antagonisti.
Dal dibattimento però, oltre alle sue intemperanze, stanno emergendo gli episodi che hanno portato l'ex leader delle Br Pcc (Brigate rosse - Partito comunista combattente) ad armarsi di bottiglietta e portare avanti la sua ultima battaglia. A cominciare dal divieto di tenere in cella più di tre libri per volta e di non poterne acquistare liberamente, nemmeno da biblioteche convenzionate, o di riceverne dall'esterno. Una limitazione motivata dal fatto che l'amministrazione penitenziaria non ha il personale sufficiente per verificare che ogni pagina di un testo, per esempio Guerra e pace, sia stata scritta da Tolstoj e non da un rivoluzionario che possa aver inserito messaggi segreti.

Un isolamento psicologico che le impedisce di parlare a lungo

Altro tema oggetto di discussione è quello della socialità, il tempo cioè che ogni detenuto può trascorrere in compagnia. Il regolamento del 41 bis prevede che si possa godere delle due ore d'aria in compagnia di una sola detenuta, sempre la stessa, scelta dall'istituto. Ma quella assegnata alla Lioce è da tempo malata e non esce dalla cella. Così la brigatista, per oltre un anno, ha trascorso il tempo riservato alla socialità in rigorosa solitudine.
E siccome ha diritto a un'ora di colloquio al mese con i familiari e, in caso di bisogno, a due ore al mese con i propri avvocati, è emerso che in un anno solare ha potuto dialogare con qualcuno soltanto per quindici ore in totale. Questa situazione le ha provocato uno stato di isolamento psicologico che le impedisce di poter discorrere normalmente più di qualche minuto quando riceve la visita della madre o della sorella.
Altro motivo di attrito sono le frequenti perquisizioni della sua cella, per poter effettuare le quali gli agenti di polizia penitenziaria hanno dovuto sequestrarle la mole di documenti, lettere e giornali che la Lioce aveva raccolto e ordinato per mesi. Arrivando a portarle via anche un laccetto porta occhiali ottenuto da una striscia di stoffa non previsto dal regolamento.
Panorama ha provato a chiedere direttamente alla Lioce quali fossero le condizioni della sua detenzione, ma la direzione del carcere non le ha consegnato la lettera con le nostre domande "perché le condizioni detentive dei soggetti in 41 bis possono essere valutate tramite atti ufficiali". E questo nonostante il nuovo regolamento sul 41 bis emanato dal ministero della Giustizia lo scorso ottobre sancisca che "al detenuto è consentito inoltrare e ricevere la corrispondenza a mezzo posta", sia pure dopo il visto della censura. D'altra parte sembra che, soprattutto per ragioni organizzative, molti articoli del nuovo regolamento siano ancora ben lungi dall'essere applicati, come per esempio quelli che concernono il numero di libri, riviste e quotidiani che si possono acquistare.
Alla Lioce sarebbe insomma impedito di leggere, studiare, scrivere e persino parlare. Molte associazioni che si occupano di carceri e carcerati parlano di violazioni dei diritti umani e di "tortura psicofisica".

Le vedove D'Antona e Biagi contro l'inumanità del carcere

Ma uno Stato democratico che ha saputo sconfiggere il terrorismo può permettersi di esporsi a queste accuse? Olga Di Serio, la mattina del 20 maggio 1999, aveva appena salutato il marito, il professor Massimo D'Antona, consulente del ministro del Lavoro Antonio Bassolino nel governo D'Alema, quando, in via Salaria, a Roma, il commando della Lioce glielo ha ucciso scaricandogli addosso un intero caricatore di pistola.
La vedova D'Antona conosce bene le strutture carcerarie per averle visitate da parlamentare. E, pur preferendo non intervenire sul caso specifico di Nadia Lioce, riconosce che "in molte carceri ci sono situazioni di difficoltà e tanti aspetti dovrebbero essere migliorati, perché tra quello che è possibile e quello che sarebbe giusto c'è una grossa differenza". E "sarebbe auspicabile che le carceri fossero in grado di adempiere a quello che è il loro compito, e cioè la rieducazione e il reinserimento del detenuto".
La professoressa Marina Orlandi, vedova di Marco Biagi, accademico e consulente dei ministeri del Lavoro e del Welfare, ucciso a Bologna dalle Br Pcc mentre rincasava in bici la sera del 19 marzo 2002, ascolta con attenzione le circostanze che hanno portato a un nuovo processo la brigatista. E ritiene "che la Lioce abbia il diritto di poter leggere i libri che desidera. Basta un po' di fantasia per ovviare alle difficoltà burocratiche, ad esempio facendo arrivare in cella i libri da biblioteche sempre diverse e distanti geograficamente". Anche l'impossibilità per la Lioce di parlare con una detenuta perché questa è malata appare un problema risolvibile. "Si tratta di diritti umani che sono previsti anche per chi è in regime di 41 bis" ci dice la vedova Biagi "e bisogna fare in modo che sia possibile esercitarli; se c'è una legge deve essere rispettata e non si può rendere ancora più restrittivo il regime del carcere duro. A volte basta il buon senso e un po' di elasticità".




(Articolo pubblicato sul n° 19 di Panorama in edicola dal 26 aprile 2018 con il titolo "Dei relitti e delle pene")

Donne, se fate figli è un problema vostro ed è giusto che vi sottopaghino

Da il fatto quotidiano:
Nella comunicazione vige una regola aurea: se un commento, un articolo o un’esternazione sono troppo stupidi, patetici e soprattutto in malafede per essere commentati, la scelta migliore è lasciarli senza risposta, affinché cadano nel dimenticatoio il più presto possibile. L’articolo di Vittorio Feltri sui compensi delle donne e delle madri, pubblicato sul quotidiano Libero, rientrava senz’altro in questa casistica, con l’aggravante di una scrittura da bambino delle medie. Tuttavia, siccome il signore in questione, le cui argomentazioni sul rapporto tra i sessi e le donne hanno purtroppo grande seguito tra gli uomini, è il direttore di un giornale, nonché giornalista assai presente nelle trasmissioni tv, vale il caso di spendere qualche parola sulla sua complessa, sofisticata e brillante argomentazione. Che è la seguente: le donne guadagnano meno, ma il motivo è che fanno figli, e facendo figli si devono assentare dal lavoro e siccome quando si assentano dal lavoro non prendono soldi allora è normale che guadagnino di meno. In più, scrive l’acuta penna, fare figli non è un obbligo ma un hobby come coltivare le patate, per questo le donne – “matrone che sfornano figli” – non possono pretendere, se fanno bambini, di essere retribuite come gli uomini che fanno lavori “veri”, né tantomeno chiedere uno stipendio se vogliono fare le casalinghe. Fine del profondo ragionamento. Che imbarazzerebbe, quanto a connessioni logiche, e soprattutto informazioni sulla realtà, anche un’insegnante di una classe di adolescenti. Ah, dimenticavo, la base finemente filosofica del pezzo di Feltri è che “la natura non è democratica” e quindi le donne devono accettare le asimmetrie senza fiatare.
La prima riflessione da fare su questa non-riflessione è che ovviamente è in totale malafede. Com’è noto Feltri ha figli, maschi e femmine, e nipoti, e non crediamo, ma le interessate ci scrivano se sbagliano, che Feltri consideri le proprie figlie e nuore “matrone sforna figli” e che protesti vivamente, ad esempio telefonando ai loro datori di lavoro, affinché le sottopaghino rispetto agli uomini. Né crediamo consideri i propri nipoti meno che nulla, come invece sembra valutare i figli delle donne comuni, anzi probabilmente sarà un nonno che stravede per i suoi bambini, mentre sembra invece considerare ininfluente che esistano o non esistano i bambini di altri. È la solita miopia dei potenti, nella storia ce ne sono stati a milioni così. Affettuosi e amorevoli con i propri amati, sprezzanti verso il popolo senza nome né volto.
Ma veniamo all’ “argomentazione”. Non essendo ancora possibile per le donne autofecondarsi è del tutto evidente che un figlio si faccia in due. Ora non è chiaro perché la donna che deve portare avanti la gravidanza dovrebbe essere penalizzata a scapito dell’altro genitore che ci ha messo solo il seme. Il “ragionamento” di Feltri è che la natura è antidemocratica e che quindi bisogna accettare che chi porta la pancia sia penalizzato. Ma si tratta di una tesi che è eufemistico definire rischiosa. Se infatti vogliamo azzerare la scienza e la cultura, che servono appunto a compensare le iniquità della natura, proteggendo i più deboli e portando eguaglianza di diritti e di opportunità, dobbiamo immaginare un mondo selvaggio dove non esista alcuna legge né diritto, e il più forte prevalga sul più debole. Non credo che questo convenga al direttore di Libero, il quale, essendo anziano e dunque debole, sarebbe prontamente spazzato via dalla prima belva, ma che dico, belvetta. Viceversa si tratta del solito vecchio vizio di giocarsi le carte, in questo caso quella della natura, solo quando fanno comodo e sono a proprio favore, salvo riporle dentro la tasca quando invece potrebbero risultare scomode o a sfavore. Il meno che si possa dire è che si tratti o di ipocrisia o di ignoranza.
Ma parlando di ignoranza. A Feltri manca qualche elementare nozione di diritto del lavoro. Perché dovrebbe sapere che quando una donna va in maternità esiste un istituto di previdenza che paga il suo stipendio al datore di lavoro, mentre la donna riceve uno stipendio, sempre pagato anche con suoi contributi. Tutto questo serve proprio a garantire una continuità sia al datore di lavoro che alla donna, che quando ritorna dovrebbe trovare lo stesso posto e lo stesso stipendio di prima. Non è chiaro dunque perché la paga della donna che fa figli dovrebbe essere inferiore a quella di un uomo di identica mansione che i figli li fa, ma senza andare in maternità. O forse la carriera si gioca tutta in quei pochi mesi – trovatemi una donna che oggi va in maternità per anni – in cui una madre è assente? Invece Feltri ci dovrebbe spiegare, ma ovviamente non è in grado, perché a parità di mansione le donne, tranne che nei settori pubblici o molto protetti, guadagnino meno degli uomini, perché inoltre abbiano stipendi molto più precari, perché prendano pensioni ridicole in confronto a quelle degli uomini. E tutto questo,  anche senza figli (oggi una su due donne resta senza) o facendo uno – uno! – solo. L’unica spiegazione possibile è che le donne italiane sono penalizzate sui luoghi di lavoro esattamente in quanto donne, e non a caso tutti gli indicatori internazionali ci mettono agli ultimi posti quanto a gender gap (che per Feltri non esiste), retribuzioni femminili, povertà femminile e insieme, paradossalmente, numero di figli.
E veniamo all’ultima argomentazione. Da quanto dice Feltri, i figli in sé non sono un valore. Che ci siano o meno non cambia nulla. Che le donne li facciano o meno non cambia nulla. Sono un hobby come il suo, quello dell’orto, solo una questione privata. Evidentemente, il direttore di Libero ignora l’esistenza di una disciplina che si chiama demografia. E che misura la salute di una società proprio in base alla questione del ricambio tra generazioni. L’Italia è in una situazione gravissima, perché si trova in una sorta di piramide rovesciata, dove a pochi giovani corrispondono tantissimi anziani. Detto in soldoni, questo significa che tra poco per dieci anziani che prendono pensione e hanno bisogno di qualcuno che li curi ci saranno molti meno giovani di quelli che sarebbero necessari. Vorrebbe Feltri essere uno di quelli a cui non capita l’assistenza, e quindi rimanere sia senza pensione sia senza qualcuno che gli pulisca la bava quando non potrà farlo da solo? Non credo. Dovrebbe essere grato a quella donna che ha partorito quel figlio che presto lo imboccherà? Credo di sì. E credo, anzi sono sicura, che fare quel figlio non sia una questione privata, appunto, ma pubblica. Ma se è pubblica lo Stato deve mettere le donne in condizioni di fare figli, oltre che favorirle il più possibile quando intendano farlo, come d’altronde in tutti i paesi civili del mondo. E tutto questo solo da un punto di vista utilitaristico, al netto cioè della felicità che un figlio porta a livello individuale e collettivo.
L’ultima battuta è sul “lavoro vero”, l’unico che secondo Feltri dovrebbe essere pagato. C’è da chiedersi se sia più vero il lavoro di un giornalista che se ne sta comodo sulla sua sedia a scrivere commenti come questo, peraltro riccamente finanziato da fondi pubblici, o quello di una madre precaria che oltre a lavorare, magari andando alle sei del mattino a pulire le scale del Feltri-condominio, tira su due figli che presto saranno utili alla società. Ma su questo spero che i commentatori di questo blog non abbiano dubbi. Possiamo avere parere diversi sui ruoli dell’uomo e della donna e sulle istanze delle femministe. Ma dovremmo invece avere opinioni identiche sui deliri di un giornalista al quale bisognerebbe obiettare una cosa sola: mi scusi, ma lei che cazzo sta dicendo?

Verso i presidi del 4 maggio - le conclusioni dell'assemblea alla MENSA OCCUPATA su carceri, repressione/41bis Nadia Lioce



Pubblichiamo alcune conclusioni delle compagne di Mensa Occupata dell'assemblea del 19 aprile. 

Il 4 maggio ricordiamo che in occasione del processo a Nadia Lioce per la battitura, vi saranno presidi a L'Aquila e in contemporanea in tante città. Ne elenchiamo alcune:

A TARANTO - A PALERMO - A RAVENNA vi saranno presidi e iniziative al Tribunale
A BERGAMO si terrà un presidio dalle ore 12.30 alle ore 14.30 presso il piazzale degli alpini (lato stazione) a Bergamo. 

A L'AQUILA saranno presenti anche rappresentanti del Mfpr e Srp da Milano e da Taranto.

Sull'assemblea di Napoli abbiamo raccolto in un opuscolo tutti gli interventi. Per richiederlo: mfpr.naz@gmail.com



DALLE CONCLUSIONI DELLE COMPAGNE DI MENSA OCCUPATA

Durante questa iniziativa sono state dette veramente tantissime cose, tutte estremamente molto interessanti. 
Sulle carceri, il problema del sovraffollamento è uno dei problemi che maggiormente vengono vissuti dai detenuti. Poggioreale è l'emblema del carcere qui in Campania, in quanto come diceva Pietro la capienza del carcere è di 1500 detenuti, in realtà ce ne sono 3000, in condizioni inumane, in una cella di 3 metri per 3, senza acqua calda, con i topi che ti camminano sul letto, in condizioni sanitarie inesistenti. Molti ci hanno raccontato proprio che il problema più sentito a Poggioreale è la sanità; molti di loro con malattie anche terminali vengono lasciati marcire in carcere, morire in carcere, senza la possibilità neanche di tornare dalle proprie famiglie in punto di morte. Questa è la verità! Contro questa realtà i detenuti lottano in tutte le carceri, con scioperi della fame, come quelli che ci sono stati in questi mesi quando abbiamo organizzato i presidi, o attraverso delle battiture. 
Ed è proprio per delle battiture che da diversi mesi ormai si sta svolgendo questo processo, ancora una volta a carico della compagna Nadia Lioce. È difficile aggiungere qualcosa alle parole di Nadia.
Rispetto alla questione delle perquisizioni, proprio Pietro ci parlava di come vengono effettuate, della disumanizzazione. I detenuti vengono denudati deprivati della loro intimità, della loro affettività, non hanno più alcun diritto sul proprio corpo. E’ uno di quei tanti soprusi che vengono all'interno delle carceri. 
E vorrei aggiungere un piccolo inciso rispetto alle detenute donne: una volta entrate in carcere, una delle prime cose che succede è la totale assenza del ciclo, vengono deprivate della propria femminilità, del proprio corpo, dell'affettività. Queste sono cose di cui spesso non si parla ma tutto questo fa parte di questo mostro che è il carcere e contro cui dobbiamo lottare perché è veramente disumano. Non ci sono altre parole e tutto ciò diventa veramente estremo quando queste persone sono recluse in 41 bis.

L’obiettivo di questo genere di assemblee, iniziative è proprio quello di unire le varie voci, le varie realtà, che subiscono quotidianamente la repressione. Noi parliamo fondamentalmente di repressione a 360°: Si parla di repressione nell’assemblea dell’hacklab dove da anni si occupano per esempio di una repressione che ha un aspetto più prettamente informatico. Si parla di repressione anche con delle iniziative di piazza, magari organizzate dalle palestre popolari, che sono fondamentalmente delle iniziative di riappropriazione di spazi, che quotidianamente provano a sottrarci, ecc. iniziative contro un sistema che a 360° prova a reprimere quotidianamente, per arrivare poi alla questione carceraria, che, come si è detto più volte è l’apice di questo sistema repressivo. E anche in questo caso l’intento è sempre quello di unire le varie lotte, unire le lotte dei compagni, come Nadia Lioce, che possono un esempio estremamente importante, non soltanto per i compagni che si trovano in carcere e per i compagni che si trovano fuori, ma un esempio a non fermarsi davanti alle difficoltà mai, perché per l’appunto, come notava lo stesso Pietro prima, lei non si ferma davanti a niente, l’unico modo per fermarla sarebbe ammazzarla, ma fortunatamente lei continua a combattere, quindi è un esempio molto importante anche per quei detenuti che vengono definiti comuni, che però sono comunque vittime di una repressione che fondamentalmente è politica perché è una repressione di classe, la repressione di una classe su un’altra detto molto semplicemente.
Quindi concludo ringraziando tutte le varie realtà che sono intervenute stasera, che magari in altre circostanze non si sarebbero mai ritrovate allo stesso tavolo a discutere di queste tematiche, che invece al contrario ci uniscono. Quindi ringraziamo tutti per il contributo che hanno dato, che è importantissimo.

Concludo ricordando i vari appuntamenti che ci sono e che servono a continuare a portare avanti questo tipo di ragionamento.
Il 4 maggio, giorno ci sarà l’udienza per Nadia Lioce, e ci saranno iniziative in tutta Italia, oltre che fuori il tribunale dell’Aquila; e poi infine il 10 maggio, giornata durante la quale faremo un presidio fuori dal carcere di Poggioreale, per denunciare fondamentalmente gli abusi della cella zero e per sostenere i detenuti che continuano a vivere quotidianamente quella realtà.

1° maggio a Torino: lo spezzone sociale conquista la piazza di arrivo e si prende il palco dei sindacati. NUDM in prima fila!

Da infoaut: 
Anche quest’anno a Torino nella piazza del primo maggio era ben visibile la frattura tra il rituale stanco e imbalsamato di sindacati e istituzioni davanti alla forza e la partecipazione di uno spezzone sociale vivo, che voleva dare voce alla voglia di riscatto di lavoratori e lavoratrici, precari, studenti, operai della logistica e fattorini.
La giornata è stata aperta dall’iniziativa della rete torinese di Non Una di Meno, che alla partenza del corteo ha deciso di bloccare la testa della manifestazione composta dai sindacati confederali per portare in piazza la lotta contro la violenza sulle donne e la questione del lavoro riproduttivo e di cura. Un lavoro ancora troppo spesso invisibilizzato e scaricato unicamente sulle spalle delle donne (complice anche il progressivo smantellamento di qualsiasi forma di welfare), che spesso si trasforma in vero e proprio strumento di ricatto e subordinazione. Non appena il gruppo di donne di NUDM, reggendo cartelli e oggetti simbolo del lavoro di cura, ha cercato di entrare tra i sindacati confederali - gli stessi che lo scorso 8 marzo hanno ignorato, quando non boicottato, lo sciopero femminista globale – Digos e celere sono intervenute circondandole, malmenandole e spingendole in un angolo. Una dinamica che ormai da anni si ripropone davanti a qualunque tentativo di disturbare la passeggiata sindacale. Per alcuni sfilare scortati da due ali di celerini sembra ormai essere una grottesca abitudine dentro il corteo del primo maggio. Con determinazione il gruppo è riuscito comunque a portare avanti la propria iniziativa, ripercorrendo a ritroso tutti gli spezzoni sindacali con slogan e interventi, fronteggiando anche le provocazioni e gli spintoni degli uomini dei servizi d’ordine di CGIL, CISL e UIL, praticamente indistinguibili dall’operato delle forze dell’ordine.

Quello che segue è il comunicato di NUDM Torino


“FEMMINISTE FANATICHE E FIERE”
 
Non appena i giornali hanno riportato la notizia dell’iniziativa di questa mattina organizzata dalla rete #NUDM all’interno del corteo del primo maggio a Torino su media e social si sono scatenati una serie di commenti sessisti intrisi di odio e di rancore a dimostrazione del fatto che abbiamo colto nel segno!
Nonostante le campagne istituzionali, i programmi tv e gli sproloqui main stream portare in piazza la lotta contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere è ancora un tabù e un grandissimo rimosso della società in cui viviamo.
Come l’8 marzo, giornata di sciopero globale femminista in cui ci siamo astenute dal lavoro dentro e fuori casa raccogliendo la grande sfida che migliaia di donne in tutto il mondo hanno lanciato al grido di “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo!”, anche oggi siamo scese in strada portando con noi gli oggetti simbolo delle attività e dei lavori che ancora troppo spesso gravano sulle donne, per rendere visibile il lavoro invisibile di cura.
Un lavoro che alimenta gli stereotipi di genere perché considerato come qualcosa di “naturale” e scontato, per cui le donne sarebbero “naturalmente” portate.
Non appena abbiamo provato ad entrare nello spezzone dei sindacati confederali, gli stessi che l’8 marzo, come in tante altre occasioni non hanno appoggiato lo sciopero ma anzi, hanno tentato di boicottarlo e silenziarlo, siamo state subito accerchiate, spintonate e malmenate da un plotone di celere e dalla digos. Nonostante questo, grazie alla nostra determinazione siamo riuscite a bloccare la testa del corteo e interrompere la ritualità di una piazza istituzionale ormai svuotata di senso dando visibilità ai nostri contenuti.
Dopo questo blocco abbiamo percorso tutto il corteo in direzione contraria, costringendo tutti gli spezzoni ad ascoltare i nostri slogan e rivendicazioni e a sfilare sotto i nostri panni stesi.
Lungo il corteo, raccontando dello sciopero dal lavoro di cura, della nostra lotta contro la violenza machista dentro e fuori casa e ricordando la schifosa sentenza del tribunale spagnolo nei confronti della “Manada” di stupratori di San Fermines, abbiamo raccolto applausi, solidarietà, vicinanza e anche partecipazione emotiva da parte di tante donne che sfilavano all’interno degli spezzoni dei confederali.
Questo a dimostrazione di quanto cgil, cisl e uil siano sempre più lontani dai bisogni reali delle loro stesse tesserate e delle lavoratrici tutte.
Dopo la celere infatti, sono stati gli uomini dei loro servizi d’ordine a tentare di fermarci e zittirci in malo modo.
Le nostre voci e i nostri corpi sono stati e sempre saranno più forti di chi vuole metterci a tacere, in piazza come sui mezzi di comunicazione!
Oggi insieme ci siamo sentite potenti e per la prima volta dopo decenni nel primo maggio torinese siamo riuscite a imporre una presenza e un protagonismo femminista!
 
SIAMO IL GRIDO ALTISSIMO E FEROCE DI TUTTE QUELLE DONNE CHE PIÙ NON HANNO VOCE!!!

India in lotta - ragazze denunciano il massacro dei compagni e dei popoli adivasi


01/05/18

1° Maggio 2018 - Dichiarazione Congiunta di Partiti e Organizzazioni marxiste-leniniste-maoiste



1 maggio 2018  
“Proletari di tutto il mondo unitevi!” Karl Marx

Il 1° Maggio del 2018, nel 200° anniversario della nascita di Karl Marx, e nel 170° anniversario della prima uscita de Il Manifesto del Partito comunista, scritto da Marx ed Engels, è la grande occasione per affermare la loro attualità e potenza, come armi vive dei comunisti e dei proletari di ieri, di oggi e di sempre.

La storia di ogni società esistita finora è storia di lotta di classe. L’intera società si scinde in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte: borghesia e proletariato. Il potere politico dello Stato moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese.
Questo sistema produce continue crisi – scrive il Manifesto – si tratta di crisi di sovrapproduzione che sono la manifestazione del fatto che i rapporti borghesi sono diventati ormai troppo angusti per contenere la ricchezza che essi stessi producono. Come riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso tramite la distruzione forzata di una grande quantità di forze produttiva, per un altro con la conquista di nuovi mercati e più intenso sfruttamento di quelli già esistenti. Ma questo non fa che preparare nuove e formidabili crisi.

Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato armi che producono morte ma anche gli uomini che possono servirsi di queste armi per mettere fine al suo sistema. Questi uomini – scrive il Manifesto – sono gli operai moderni, i proletari, i quali vivono sono finché trovano lavoro e trovano lavoro finché il loro lavoro accresce il capitale.

Di tutte le classi che oggi sono contrapposte alla borghesia, solo il proletariato costituisce una classe realmente rivoluzionaria; le altre classi si corrompono e periscono e quando vogliono tornare ai privilegi precedenti sono conservatori e reazionari, quando invece ricadono nella massa del proletariato sono parte della lotta di classe del proletariato.
I proletari solo per una via possono impossessarsi delle forze produttive sociali, che è quella di abolire tutto il sistema di appropriazione esistente. La storia, quindi, diventa storia della lotta di classe e questa lotta di classe è la guerra civile più o meno occulta che travaglia la società attuale fino al momento in cui essa esplode in un’aperta rivoluzione e il proletariato stabilisce il suo dominio con il rovesciamento violento della borghesia.
Quindi, lo scopo dei comunisti è netto e preciso: formazione del proletariato in classe, rovesciamento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato.

Il compito dei comunisti è tracciato in forma eterna e imprescindibile dal Manifesto, essi lottano per raggiungere gli scopi e gli interessi immediati della classe operaia, ma nel movimento presente rappresentano in pari tempo l’avvenire del movimento stesso. Essi operano per risvegliare negli operai la coscienza, per quanto è possibile chiara, dell’antagonismo ostile esistente tra borghesia e proletariato, affinché gli operai sappiano convertire in armi dirette contro la borghesia le condizioni sociali e politiche. I comunisti appoggiano dappertutto ogni movimento rivoluzionario contro le condizioni sociali e politiche esistenti e in tutti questi movimenti mettono in rilievo come problema fondamentale la questione della proprietà del capitale. I comunisti, oggi più che mai – ci insegnano Marx ed Engels – sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni e dichiarano apertamente che i loro obiettivi possono essere raggiunti col rovesciamento violento di tutto l’ordine sociale esistente. Perché i proletari non hanno nulla da perdere fuorché le loro catene e hanno un mondo da conquistare.

Il capitalismo analizzato da Marx, divenuto imperialismo nello sviluppo di Lenin continua ad attraversare una profonda crisi economica e a scaricarla sui proletari e i popoli del mondo. Parlano di “ripresa” ma l’unica cosa che riprende è la corsa ai profitti, ricchezze e armamenti. Per i proletari e le masse popolari abbiamo disoccupazione, precarietà, sfruttamento e schiavismo, miseria, rapina delle materie prime e risorse energetiche, devastazione dell’ambiente e dei territori.

Contro questa situazione proletari e masse popolari si ribellano nei paesi imperialisti come nei paesi oppressi dall’imperialismo. Alle ribellione dei proletari e dei popoli le borghesie imperialiste e le classi dominanti ad esse asservite nei paesi oppressi dall’imperialismo, oppongono repressione e massacri. Gli Stati si reazionarizzano e fascistizzano. Proletari e popoli resistono e sviluppano le loro lotte e guerre popolari per affermare la rivoluzione come tendenza principale.

Le borghesie imperialiste e gli Stati reazionari ad esse asserviti intensificano le contese interimperialiste, scatenano guerre commerciali e guerre per interposta persona, fanno rinascere la tendenza ad una nuova guerra mondiale di spartizione. Alla guerra imperialista si può contrapporre solo la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria e nello sviluppo su scala internazionale delle guerre popolari.

Alla via della rivoluzione si contrappone in seno al movimento operaio e popolare la via del riformismo, la via perseguita da revisionisti e socialdemocratici per conciliare con i governi e gli Stati imperialisti e favorirne la realizzazione dei loro piani.
Davanti alla crisi del riformismo, della socialdemocrazia e del revisionismo vengono avanti nell’interesse della borghesia e degli Stati imperialisti nuove forze elettorali populiste che usano la demagogia reazionaria per dividere le masse e portarle al carro delle classi dominanti. Il populismo alimenta il fascismo e neo nazismo.
I comunisti e i proletari d’avanguardia lavorano perché la ribellione delle masse si trasformi in rivoluzione vincente, di Nuova democrazia nei paesi oppressi dall’imperialismo in marcia verso il socialismo, e in rivoluzioni proletarie e socialiste nei paesi imperialisti in marcia verso il comunismo.
I comunisti, sulla base delle idee di Marx, Lenin e Mao applicate alla realtà concreta di ogni paese, costruiscono e sviluppano nuovi partiti comunisti rivoluzionari autentici, fronti uniti diretti dal proletariato di tutte le masse sfruttate e oppresse, forze combattenti ed eserciti rivoluzionari e popolari.
Solo là dove le masse hanno questi strumenti, le loro lotte eroiche e generose possono vincere.
Su scala mondiale sono le guerre popolari guidata dai partiti marxisti-leninisti-maoisti il riferimento strategico decisivo ed essenziale. La guerra popolare in India, colpendo direttamente uno dei principali bastioni dell’imperialismo e della reazione nel mondo, è un poderoso punto di riferimento, insieme alle guerre popolari nelle Filippine, Perù, Turchia, mostrano nel concreto oggi la strada per rovesciare il sistema di sfruttamento e di oppressione dell’imperialismo e tutte le forze reazionarie ad esse asservite, per la costruzione di un nuovo potere e una nuova società.
I comunisti mlm devono unirsi e rafforzare la loro unità, liberando le fila del movimento comunista internazionale dalle tendenze revisioniste e capitolazioniste, senza nello stesso tempo cadere nella sterilità del rivoluzionarismo piccolo borghese, del dogmatismo.
La costruzione dei partiti comunisti è possibile solo nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse, in funzione dell’autentica lotta rivoluzionaria per il potere.
Il marxismo-leninismo-maoismo è il marxismo della nostra epoca! Base imprescindibile per l’unità dei comunisti di tutto il mondo.
“Proletari di tutto il mondo unitevi” è la grandiosa parola d’ordine indicata da Marx, è la bandiera rossa dell’internazionalismo proletario, è l’arma per la costruzione di una nuova Internazionale comunista e per prendere il futuro del comunismo nelle nostre mani.

signatures – en english -
Committee for Building the Maoist Communist Party, Galicia, Spanish State
Communist (Maoist) Party of Afghanistan
Communist Nucleus Nepal
Communist Party of Nepal (Revolutionary Maoist)
Democracy and Class Struggle, British State
Maoist Communist Party – Italy
Maoist Communist Party Manipur
Maoist Revolutionary League – Sri Lanka
Organisation de Travail Communiste – Tunisie
Parti des khadéhines – Tunisie
Revolutionary Communist Party - Canada
Union Obrera Comunista (MLM) – Colombia
Workers Voice – Malaysia
Communist Party of India (Maoist)*