27/05/25

Esce il primo numero di ALT! Cosa è?

Esce il primo numero di ALT! Foglio di intervento teorico militante.

Presentazione online del 1° numero:
*mercoledì 4 giugno, ore 18:30*

Per partecipare collegati al link:
Per info scrivi alla mail: alt.rivista@gmail.com

25/05/25

A Milano, per la Palestina - Si alza il tiro contro il governo complice Meloni - dal blog proletari comunisti - ALLE DONNE...

Compagne, donne, ragazze, ascoltate il grido della donna palestinese. 

Sono ancora troppo poche le donne, le compagne che partecipano a queste manifestazioni per la Palestina che sono una "fiamma" che, soprattutto Milano - la Milano del cuore, antimperialista, antifascista, solidale - tiene sempre acceso il sostegno al popolo, alla resistenza palestinese. 

Oggi non ci si può chiamare compagna, femminista se non sentiamo nostre le lacerazioni delle nostre sorelle, dei bambini palestinesi, se non sosteniamo, diamo forza alla loro indomabile resistenza, pur di fronte a un genocidio così immane.

Ci si può solo rattristare di fronte alle immagini nelle televisioni di bambini, di corpi spezzati, di ospedali bombardati; si può solo scrivere in internet? NO! Bisogna scendere tutte in piazza! Elevare, estendere la mobilitazione, la lotta.

Un azione particolare, importante la devono fare le lavoratrici. Non è possibile che in Italia le grandi organizzazioni sindacali non abbiamo assunto neanche mezza iniziativa, non abbiano detto una parola per la Palestina, non abbiano chiamato alla mobilitazione - neanche un'ora di fermata sui posti di lavoro a fronte di questo genocidio, deportazione di un intero popolo! VERGOGNA!

Ma le operaie, le lavoratrici non possono, non devono accettarlo! Perchè anche questo è complicità, col nostro governo che fornisce armi ad Israele, con l'imperialismo Usa che con Netanyahu vuole cacciare tutto un popolo dalla sua terra, con i padroni che continuano a fare affari con Israele e nella zona.

Facciamo appello alle operaie, a tutte le lavoratrici a prendere posizione in ogni modo, a far "entrare la Palestina" sul posto di lavoro, a venire alle manifestazioni per la Palestina, a pretendere che i sindacati rompano questo vergognoso silenzio. 





24/05/25

Da una giornalista palestinese, due parole sull'iniziativa "ultimo giorno di Gaza"

Non è l’#ultimogiornodigaza. Gaza vive e questo trend mi offende

Invece di commuoverci davanti ai corpi martoriati, iniziamo a riconoscere l’umanità piena dei palestinesi. Non solo vittime, affamati, morti: ma soggetti politici, consapevoli, organizzati
Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa, una ricorrenza simbolica che celebra l’unità del continente dopo la Seconda Guerra Mondiale. In questa data, un gruppo di intellettuali italiani ha lanciato una campagna online e offline per “rompere il silenzio su Gaza”. L’invito è a esprimere il proprio dolore attraverso contenuti social, iniziative pubbliche e gli hashtag #ultimogiornodigaza e #gazalastday.

L’iniziativa si presenta come un atto collettivo di lutto e consapevolezza. Ma a me sembra l’ennesima performance simbolica che dice poco e serve ancora meno. Questa non è una presa di posizione. È un rituale d’espiazione per coscienze europee in crisi d’immagine e di senso.

L’hashtag #ultimogiornodigaza è il sintomo perfetto di questa retorica tossica: non è l’ultimo giorno per Gaza. Gaza vive. Gaza resiste. Gaza continua a generare vita, sapere, cultura, lotta. Parlare di “ultimo giorno” è un modo rassicurante per certificare una fine, per trasformare un popolo in simbolo astratto, e un genocidio in specchio del disagio europeo.
È l’ennesima narrazione che decentra la Palestina e ricentra l’Europa.

Nel manifesto si legge: “Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani”. Questa frase è emblematica dell’autoreferenzialità occidentale. Il focus non è Gaza, non sono i palestinesi. È l’Europa. Sono le coscienze ferite degli europei, non i corpi lacerati dei palestinesi. È un’autocelebrazione mascherata da empatia. Un pianto specchiato, autoreferenziale, dove la sofferenza altrui diventa un’occasione per elaborare il nostro spaesamento. “Guardarci negli occhi”, “riscoprire la nostra umanità”: parole altisonanti che, a mio avviso, sfuggono ogni responsabilità storica. Ma non è guardandoci negli occhi che cambieremo qualcosa. È guardando Gaza per quello che è: una vittima di un progetto coloniale violento e sistematico che noi abbiamo aiutato a creare e che abbiamo potenziato, anche tramite la diffusione di informazioni false nei media e di narrazioni pietiste e tossiche come questa.

Molti dei promotori dell’iniziativa – tra cui Paola Caridi, Claudia Durastanti, Tomaso Montanari, Giuseppe Mazza – non sono mai stati silenziosi sulla Palestina. Alcuni hanno prodotto lavori seri e importanti in un contesto italiano ostile. Il mio non è un attacco personale, né di una delegittimazione delle singole voci che hanno cercato, con onestà, di raccontare la realtà palestinese. Proprio per questo, trovo ancora più deludente che la narrazione che emerge da questa campagna finisca per appiattire tutto in un registro pietista, depoliticizzato, ambiguo. Un dolore condiviso, sì — ma neutro, disinnescato, incapace di nominare con chiarezza responsabilità storiche europee e strategie di resistenza del popolo palestinese.

Altri dei firmatari, invece, hanno sempre mantenuto un approccio estremamente prudente, retoricamente sterilizzato: mille premesse, mille cautele, mille formule vaghe per non dire da che parte si sta davvero. E ora che Netanyahu è agli sgoccioli della sua carriera politica, ora che criticare Israele costa meno, escono con questa iniziativa simbolica e comunque problematica.

Alcune di queste persone, nei loro interventi pubblici, nei dibattiti, nei media mainstream, hanno sì evocato la sofferenza palestinese come un trauma universale, mai come il risultato diretto, sistematico e continuo di un progetto coloniale europeo.

Il loro discorso resta confinato nella solita cornice umanitaria: si piange, si compatisce, ma non si sostiene; si denuncia la “violenza” in astratto, si rimuove la legittimità della resistenza palestinese. In nome del coinvolgimento del maggior numero possibile di persone, si firmano comunicati ambigui, pietisti, depoliticizzati. Coinvolgere più persone. Ma a che prezzo? A prezzo della verità. A prezzo dei principi.

Io, da palestinese, non ci sto. Mi sento offesa. E, da essere umano che si informa su questi temi e che lotta ogni giorno per la giustizia e la verità, sento disgusto. Gaza viene ridotta a una ferita simbolica da contemplare, non a un soggetto politico vivo, consapevole, organizzato. Questo schema — anche quando non dichiarato — è ciò che l’iniziativa riproduce su larga scala. E in questo senso, il trend del 9 maggio non rompe alcun silenzio. Prosegue lo stesso schema retorico dominante da mesi: dare la colpa solo a Netanyahu; evitare di nominare la resistenza palestinese per non turbare equilibri accademici, editoriali, politici; evitare tutto ciò che potrebbe davvero incrinare il privilegio di chi parla da europeo.

Gli europei piangono. Piangono per Gaza senza dire chi ha ridotto Gaza in questo stato. Si illudono che sia solo colpa di Netanyahu — un singolo uomo, ormai scomodo persino per loro. Piangono “da umani”, non da complici. Ma non siamo solo “umani” esterni a tutto ciò: siamo parte di un sistema politico, culturale ed economico che finanzia, legittima e protegge chi Gaza la devasta.

Allora cosa fare, invece? Invece di commuoverci solamente davanti ai corpi martoriati, iniziamo a riconoscere l’umanità piena dei palestinesi. Non solo vittime, non solo affamati, non solo morti: soggetti politici, consapevoli, organizzati. Con visioni, voci e strategie. Non hanno bisogno della nostra pena, ma del nostro sostegno. Sostegno senza condizioni, senza filtri, senza proiezioni rassicuranti. Smettiamola di chiederci quanto possiamo piangere; iniziamo a domandarci come possiamo sostenere davvero la loro lotta. Questo significa ascoltare e amplificare le richieste dei movimenti palestinesi; sostenere il boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele (BDS); smettere di criminalizzare la resistenza; denunciare con chiarezza le complicità italiane ed europee nel genocidio in corso.

Solidarietà non è solo empatia. È alleanza. È rischio. È scelta. Fino ad allora, #ultimogiornodigaza resterà solo l’ultimo tentativo di salvare la faccia — non Gaza.

Avviata a Taranto una nuova iniziativa del Mfpr: "Sportello donna"

Cosa non vuole essere lo "sportello donna"
- una brutta copia delle associazioni di difesa del diritto d'aborto o centri antiviolenza (che comunque a Taranto non ci sono)
- uno "sportello" di "soluzione" di situazioni individuali

Vuole invece essere un luogo di denuncia delle donne, delle ragazze, di informazione/formazione dei diritti che dobbiamo pretendere - vi sarà una compagna avvocata, anche per un aiuto legale; un luogo di organizzazione collettiva, perchè da sole si subisce solo e non si può cambiare niente; un luogo di costruzione di iniziative, di lotta contro il governo, le Istituzioni locali, che attaccano i diritti conquistati dalle donne, in primis il diritto d'aborto, il diritto di scelta delle donne, e creano un clima di oppressione delle donne, di moderno medioevo che alimenta i femminicidi; di lotta contro gli uomini che odiano le donne.
Questo volantino è stato diffuso in alcune scuole questa settimana; la prossima settimana, il 29 maggio, sarà diffuso al Tribunale durante un presidio per un processo per violenza sessuale.

Invitiamo le ragazze, le donne a scansionarlo, a farlo circolare

22/05/25

Formazione rivoluzionaria delle donne - Perchè in questa società è centrale la battaglia per il diritto d'aborto

22 Maggio 1978-22 Maggio 2025: 47 anni di L.194/78 - NON UN PASSO INDIETRO – ABBIAMO ANCORA TANTO DA LOTTARE  
In questi 47 anni dall’approvazione della L.194 non sono mancati gli attacchi che Chiesa, governi, parlamentari, organizzazioni pro-vita, EELL. hanno fatto alle donne e alla loro libertà di scelta in tema di maternità, ma libertà di scelta a 360° in ogni ambito della loro vita, spandendo a piene mani un humus reazionario e concezioni ideologiche funzionali a mantenere, se non a far regredire, le concezioni e la condizione delle donne in questa società capitalista. 
Solo pochi giorni fa i Pro-vita sfilando a Roma hanno affermato a gran voce che la vita umana va difesa dal concepimento alla fine naturale e quindi no aborto; anzi hanno rilanciato la campagna per l’abrogazione della L.194, le PMA etc, negando lo sviluppo tecnologico che tanto contribuisce a migliorare la condizione di donne e uomini. 

La borghesia vuole impedire la libertà di scelta delle donne: non possiamo dimenticare l’attivismo del governo Meloni, dei suoi parlamentari, esponenti degli EELL che si sono prodigati nel proporre disegni di legge tesi a contrastare la L.194/78, o non permettere l’uso della RU 486. E sappiamo quanto le dichiarazioni, le campagne promosse dagli scranni istituzionali contribuiscono ad alimentare queste concezioni reazionarie, contro le donne.
Le donne in questo paese hanno sempre lottato con forza e determinazione scendendo in piazza con manifestazioni grandiose contro gli attacchi alla 194 e alla loro possibilità di scelta, perché sempre hanno mantenuto la memoria della condizione e delle sofferenze delle donne, in particolare delle proletarie, quando l’aborto era “illegale” - Chi non ha memoria non ha futuro 

Pertanto oggi, nell’ambito della Formazione rivoluzionaria delle donne, riprendiamo stralci da alcuni lavori teorici che l’mfpr ha sviluppato negli anni, tuttora attuali e utili strumenti di orientamento nella lotta. 

Dall'opuscolo: "La donna non è un'incubatrice, il feto non è un bambino "Che cos'è un aborto?"
"Sicuramente il feto è una forma di vita. Lo formano cellule vive, cresce e sviluppa energia... Dunque l'aborto sopprime una forma di vita.. . Ebbene non è l'aborto l'assassinio di un essere umano? Assolutamente no... Il feto è vivo come sono vive tutte le altre cellule del corpo della donna, MA NON HA UNA VITA PROPRIA (senza il corpo della donna non sopravviverebbe) non è una forma di vita separata dalla donna in cui si trova. L'aborto NON uccide un bambino! [L'aborto impedisce ad alcune cellule del corpo della donna di moltiplicarsi. ndr].

Dall'opuscolo "Diritto d"aborto, perché si"
"CONTROLLARE LA RIPRODUZIONE DELLA DONNA È UN ASPETTO CENTRALE DEL DOMINIO DELLA BORGHESIA E UNA BATTAGLIA CENTRALE DELLA LIBERAZIONE DELLA DONNA" Da quando la società si divise tra chi ha la proprietà e chi non possiede nulla e da quando s'impose il dominio maschile nella famiglia e nella società, alla donna s'impedì il diritto di prendere decisioni sulla riproduzione. Quindi, la condizione delle donne e la riproduzione attengono ai rapporti di proprietà. 
Proibire l'aborto equivale a una violenza, la violenta dichiarazione del dominio maschile e della società capitalistica sopra le donne, il violento controllo del corpo delle donne a livello più personale. 
La proibizione dell'aborto è la soppressione della volontà della donna da parte della legge e dello Stato. La lotta contro l'aborto è un terreno centrale su cui la borghesia riversa continuamente l'humus oscurantista, da moderno medioevo contro le donne come una della basi ideologiche e politiche determinanti per lo sviluppo di un moderno fascismo necessario a mantenere il potere economico e politico; un potere che attraverso le politiche reazionarie e antipopolari dei propri governi, si concretizza in un doppio attacco contro le donne per frenare il cammino di emancipazione. 
Per questo, per le donne, per il movimento di lotta di liberazione, la battaglia per difendere il diritto d'aborto diventa centrale. È parte importante della battaglia rivoluzionaria per cambiare tutta la società. 

In questa società ...capitalista i diritti non sono mai conquistati una volta per tutte, ma bisogna continuamente lottare per difenderli... La questione aborto scoperchia la reale condizione delle donne in questa società è il ruolo subalterno che esse devono avere per supportarla; mette all'ordine del giorno la necessità di rivoluzionare l'intera società. Ecco perché la lotta per la conquista o per la difesa dell'aborto libero e sicuro assume un significato dirompente in tutti i paesi. [Il rifiuto della maternità imposta, la lotta contro il rapporto uomo-donna come rapporto di potere tra dominante e dominata, dello svilimento della famiglia in ruoli predefiniti, è parte integrante della lotta rivoluzionaria ndr]

21/05/25

Anna non doveva morire!

Ennesima morte che è giusto chiamarla “assassinio sul lavoro”, questa volta di una giovanissima ragazza di 17 anni, Anna Chiti, che è morta a Venezia, mentre stava facendo un'attività su una imbarcazione. Sembra che fosse senza contratto.

Pare che Anna fosse contenta di questo lavoro, che doveva essere da interprete, forse per fare un'esperienza sul campo.

Invece l'ha portata alla morte, nel suo primo giorno di lavoro. Anna frequentava il liceo nautico di Venezia.