04/09/18

Gli spazi femministi oggi al parlamento europeo a denunciare la situazione degli sgomberi


Oggi 3 settembre h 15,45 le compagne delle case di Roma (casa internazionale donne, lucha y siesta, Donna Lisa e DALIA ma anche da Pisa e Viareggio  saranno al parlamento europeo per denunciare la grave situazione di attacco agli spazi femministi e transfemministi a Roma e in Italia.
Ci sarà la diretta (la riunione della commissione sarà infatti trasmessa in streaming oggi a questo link http://www.europarl.europa.eu/committees/it/femm/home.html)

Il 28 settembre tutte e tutti a L'Aquila, ancora al fianco di chi lotta, contro la tortura del 41 bis, con Nadia Lioce




28 SETTEMBRE 2018, L’AQUILA: IL SILENZIO È COMPLICITÀ!

Il 28 settembre a L’Aquila si terrà la quinta udienza contro Nadia Lioce, rinchiusa dal 2005 in regime di 41bis.
In questo processo, le vengono contestate delle battiture (effettuate due volte al giorno, con una bottiglia di plastica e della durata di mezz’ora l’una) iniziate a marzo del 2015 a seguito della sottrazione, durante le perquisizioni in cella, di materiale cartaceo, corrispondenza e atti giudiziari. Nadia  concluse la sua protesta nel settembre del 2015 quando il materiale le fu parzialmente riconsegnato.

L’accusa è quella di “turbamento della quiete carceraria”.

Il fondamento principe del regime carcerario del 41bis è l’isolamento, non solo verso l’esterno (attraverso la drastica riduzione di corrispondenza epistolare, colloqui, telefonate, letture e quant’altro),  ma anche tra chi è lì rinchiuso/a.
Non è di conseguenza, affatto facile venire a conoscenza di quanto accade all’interno di questo regime speciale, isolato anche dal resto della struttura carceraria in cui quelle stesse sezioni si trovano. 
E’, infatti, solo grazie alla decisione dei solidali presenti in aula, durante la scorsa udienza del 4 maggio, di restare e seguire i processi successivi a quello di Nadia, che si è avuto modo di venire a conoscenza di altre forme individuali di resistenza messe in atto da altri detenuti in 41bis nonché di una battitura collettiva, sempre nel carcere de L’Aquila, a seguito del divieto di tenere la televisione accesa oltre la mezzanotte. I detenuti tutti collegati in videoconferenza, da differenti carceri (in quanto nel frattempo trasferiti da quello de L’Aquila), si trovavano tutti a processo per una serie di gesti di insubordinazione rispetto all’ordinamento penitenziario, lo stesso che dispone: 23 ore su 24 di isolamento in cella, una sola ora di colloquio al mese con vetro divisorio, l’interdizione da tutti i cosiddetti benefici, l’impossibilità di ricevere libri e riviste direttamente dall’esterno, di cucinare in cella, ...solo per citare alcune delle restrizioni.

Tra i divieti anche quello del “diritto di parola”.

Ed è per questo motivo che vogliamo dare parola a Nadia, riportando alcuni stralci di un suo documento depositato come parte della memoria difensiva in questo processo.

“...La legge nel definire “le misure eccezionali” (quale il 41bis è n.d.r.) rispetto all’ordinamento non ha mai citato limiti minimi, con cui di norma si asseriscono le condizioni garantite per ogni condizione della prigionia, ma solo massimi.

Ad esempio: le ore di colloquio, di aria, di saletta, i chilogrammi e il numero dei pacchi, i capi di vestiario e i generi alimentari e di conforto detenibili in cella… sono tutti limiti non superabili. Le ore all’aperto – una all’aria, l’altra in saletta – sono “non superiori a due”. Cioè, mai condizioni garantite, proprio perché è stato un regime concepito come una eccezione (e lo è) rispetto ad una normalità... Questa serie di peculiarità incidono su tutti gli aspetti della vita quotidiana…. Ognuno di questi aspetti delle necessità, condizioni e disponibilità personali può essere investito, e concretamente lo è stato e lo è, da un regime ulteriormente restrittivo, quando in modo “regolamentato” quando nella pratica provocatoria e nella finalità vessatoria che voglia essere messa in atto ad arbitrio, incidendo in modo significativo sulla vivibilità quotidiana della prigionia….
La sottoscritta approfondirà ora le condizioni particolari del regime di 41 bis in cui si sono collocati i fatti in oggetto, specificando cosa siano i gruppi, partendo da quello che sono diventati.
La legge del 2009 restringe i “gruppi”: da 5 componenti – al massimo – li riduce a 4... Stabilisce anche il divieto di comunicare tra appartenenti a gruppi diversi.
In pratica, con questo slittamento, i “gruppi” diventano “gruppi di segregazione” che escludono tutti gli altri. Prima erano limitati ad un’aggregazione di 5 persone, per un’asserita garanzia di controllo, ora la vita in ogni sua espressione, anche verbale, non deve fuoriuscire dal gruppo di assegnazione (ridotto ad un massimo di 4 persone).
Non un “buongiorno” può essere scambiato.
In ogni caso, ricostruendo gli avvenimenti, “la parola” segregata fu in realtà introdotta già da una circolare ministeriale nell’agosto 2008, cioè circa 10 anni fa….
La “parola”, ovvero quella facoltà innata del genere umano che storicamente presso un po’ tutte le civiltà ne tipicizza la dignità rispetto alle altre specie animali, viene criminalizzata in se stessa... verso chiunque altro “consentisse” al detenuto in 41 bis di “comunicare” con “l’esterno” (presumibilmente anche del gruppo) - dal personale penitenziario, all’avvocato, al familiare, a chiunque solidarizzi - la previsione legislativa del 2009 è l’incriminazione penale…
La particolarità della sezione femminile 41 bis (l’unica femminile è appunto a L’Aquila n.d.r.) è ora in buona parte dovuta alla scarsità di detenute, un dato di fatto che di per sé si traduce in una pressione più elevata, e che consente di gestire la frequentazione alternata dei comuni passeggi e della saletta, anche formando “gruppi” di due persone.
E poiché come prima opzione l’amministrazione privilegia la composizione di gruppi di numero minimo di persone, i “gruppi”, salvo cause di forza maggiore, sono sempre di due donne.
I gruppi di due persone nella vita civile si chiamano coppie.
I gruppi di 2-3 persone, inoltre, erano limitati alle “aree riservate”, cosi dette perché braccetti separati “monogruppo”, isolati dagli altri e con un trattamento più duro, fino al 2009 presenti in poche unità per carcere ove fossero ubicate.
...di fatto con la legge del 2009, “l’area riservata” è diventata il modulo segregativo della popolazione detenuta al 41 bis.
...Come si può intuire, i mini gruppi di 2 persone sono la composizione a massimo condizionamento reciproco. Ad esempio offrono la possibilità con una sanzione di erogarne informalmente 2. È quello che sarebbe successo alla sventurata detenuta che fosse capitata nel gruppo con la sottoscritta, anche dall’aprile 2015 all’ottobre 2017, quando avrebbe dovuto restare sola al passo delle sanzioni scontate dalla sottoscritta per la protesta effettuata dei fatti di un segmento della quale qui si discute.
E invece non è successo perché la sottoscritta, anche per senso di responsabilità verso le altre detenute, all’atto del trasferimento in una sezione più grande in grado di custodire ulteriori detenute sopravvenute, ha scelto di non condividere gruppi con nessuna, ovvero dal gennaio 2013 a tutt’oggi.
...Perché battiture delle sbarre sono sempre state fatte collettivamente, e non, per periodi di mesi e anche di anni e per più volte al giorno ognuna di 10-15 minuti, la qual cosa autorizzava a ritenere che ce ne fosse una pacifica accettazione...Perché la sottoscritta non ha mai sentito nessuna lamentarsi né avrebbe potuto sapere di una lagnanza per comunicazione da qualche detenuta la cui quiete fosse stata disturbata, a causa del divieto di parlarsi di cui sopra, come asserito invece da terzi, interessati perché destinatari della protesta”.
Riteniamo che questi stralci diano l’esatta misura del fine totalmente segregativo insito nell’applicazione di questo regime. Strumento ritorsivo e di annichilimento della volontà e dignità della persone a cui è applicato. E poiché, per altro, tale condizione può aver fine solo attraverso la collaborazione con lo stato e le sue forze repressive, ecco che definire il 41bis uno dei moderni strumenti di tortura, non può avere il sapore di una spropositata enfatizzazione.
Se poi si ha modo di leggere gli atti redatti dagli organi di polizia, attestanti la necessità della proroga del 41bis (ogni 2 anni tale misura dovrebbe essere rivalutata e la competenza è di un unico Tribunale su tutto il territorio nazionale), si comprende fino in fondo quanto (seppur nelle mille difficoltà dovute proprio a tutte le restrizioni) il mantenimento di rapporti affettivi, di vicinanza e solidarietà diventino motivi per la richiesta e decisione di proroga dell’applicazione della misura.
In particolare così si legge per Nadia Lioce, per cui, tra i motivi di proroga, vi sono inclusi: la presenza in aula di chi ha scelto di non lasciarla sola nella sua lotta e di sostenerla facendosi anche megafono che rompa il silenzio assordante in cui si vuole seppellire chi è costretto e costretta, in 41bis; la volontà di seppellire nell’isolamento istanze radicali di fronte all’acuirsi della crisi, anche a monito per chi da fuori si oppone a discriminazioni, guerre, sfruttamento e oppressione in maniera potenzialmente rivoluzionaria, cosa che palesa ulteriormente la natura del 41 bis come strumento di deterrenza delle lotte.

La campagna “Pagine contro la tortura”, nata nel 2015 a seguito dell’applicazione di una circolare del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria che impediva alle persone ristrette in questi circuiti di ricevere dall’esterno libri e tutto quanto relativo alla lettura e allo studio (salvo costose e farraginose modalità di acquisto attraverso l’amministrazione del carcere) ha sin da subito intrapreso un percorso di disvelamento del 41bis- sempre presentato, alla così detta opinione pubblica, come strumento necessario ai fini della democratica lotta alla criminalità organizzata- quale strumento repressivo che detta i parametri di applicazione di sempre nuove e vessatorie misure di regimentazione all’interno delle galere, a prescindere che siano sezioni comuni o meno.
Ne è un esempio il processo in videoconferenza, inizialmente previsto in via “eccezionale” per gli/le imputati/e detenute in regime di 41bis e divenuto, con la legge del 23 giugno 2017, “normale” (salvo particolari e motivate deroghe) per tutti i processi per reati di così detta “pericolosità sociale” e poi oggi esteso ai e alle richiedenti asilo.
Ecco perché la lotta contro il regime di 41 bis riguarda noi tutti/e, e in prima persona. Tutti/e quelli/e che vorrebbero essere si, pericolosi per la cosiddetta stabilità sociale, per la irregimentazione verso cui la società stessa in cui viviamo è orientata, per la sua necessità di controllo che di fatto oggi la caratterizza... e lascia sempre meno spazi agibili di libertà. Per la società-galera di cui sempre si parla per descrivere ciò che ci circonda e di cui il 41 bis nelle sue forme di sperimentazione e vessazione ne rappresenta la punta di diamante.
Se il 41 bis è la sperimentazione normata della tortura, finalizzata all’annientamento, personale e sociale, ed ogni galera è specchio della società, a quando le conseguenze di questo andante per noi tutti e tutte?
Ebbene rimanere a guardare in silenzio cosa ci stanno facendo non fa parte del ventaglio delle possibilità che ci siamo dati/e. Né delle nostre scelte etiche.
Il 28 settembre 2018 saremo a L’Aquila, al fianco di chi si è permesso di alzare la voce, e la testa,  contro le condizioni del sistema-regime a 41bis, nel giorno in cui, come da calendario giudiziario, se ne celebreranno i processi. I detenuti per cui si terranno le udienze non sono pochi, fra questi anche la compagna Nadia Lioce.

Ore 9:00 appuntamento presso il tribunale dell’Aquila
Dalle ore 14:00 Presidio al Carcere dell’Aquila

SETTEMBRE 2018
PagineControLaTortura

Per informazioni sul pullman mail: 28settembre@gmail.com

02/09/18

Sgomberi e taser, ecco la "sicurezza" secondo Salvini contro donne, poveri e migranti in lotta.


Da Pop off quotidiano:

Il Viminale: «Tempestività negli sgomberi» e via con le pistole taser. E’ il pacchetto sicurezza di Salvini che debutta in società

leggi qui la circolare integrale di Salvini
Gli immobili occupati abusivamente devono essere sgomberati con la «dovuta tempestività», per evitare il consolidarsi di situazioni di illegalità che possano pregiudicare la tutela dell’ordine e della sicurezza pubbliche. È l’indicazione contenuta in una circolare inviata dal Viminale ai prefetti, ai commissari per le province autonome di Trento e Bolzano e al presidente della Regione Valle D’aosta. E’ necessario, si legge nella nota, «attendere agli sgomberi con la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze, nella consapevolezza che il consolidamento di situazioni d’illegalità possa recare un grave pregiudizio ad alcuni dei principali valori di riferimento nel nostro ordinamento».
«L’occupazione degli immobili costituisce da tempo una delle principali problematiche che affliggono i grandi centri urbani del Paese», è la premessa della circolare che ricorda il decreto legge in materia del 2017, rilevando come «nonostante gli sforzi profusi da tutte le componenti del sistema, alla luce delle evidenze emerse, la gestione del tema dell’occupazione arbitraria degli immobili non ha compiuto significativi passi avanti, se non rispetto alle misure di natura preventiva rivolte ad evitare nuove occupazioni».
Ma non è l’unica novità annunciata oggi dal Viminale, che attraverso una circolare avvia una stretta sugli sgomberi. Il ministero chiede un censimento degli occupanti abusivi di immobili e più rapidità.
Da mercoledì prossimo, da Milano a Catania e in altre dieci città, alcuni agenti delle forze dell’ordine gireranno anche con una pistola elettrica nella fondina. Dopo qualche mese di formazione, comincia la sperimentazione del taser, l’arma ad impulsi elettrici che inibisce i movimenti dei soggetti colpiti. A sigillare il via alla prima fase di utilizzo del taser è stato proprio il ministro dell’Interno, Matteo Salvini: «Aiuterà migliaia di agenti a fare meglio il loro lavoro – scrive su Facebook – . Per troppo tempo le nostre Forze dell’Ordine sono state abbandonate, è nostro dovere garantire loro i migliori strumenti per poter difendere in modo adeguato il popolo italiano. Orgoglioso del lavoro quotidiano delle forze di Polizia e Carabinieri». Dopo un iter partito nel 2014, il decreto per l’ok alla sperimentazione, affidata alla Polizia di Stato, all’Arma dei carabinieri e alla Guardia di finanza, era stato firmato lo scorso luglio quando erano state elencate le prime città: Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia e Brindisi. Le linee guida emesse dal Dipartimento della Pubblica sicurezza definiscono il Taser «un’arma propria», che fa uso di impulsi elettrici per inibire i movimenti del soggetto colpito. La distanza consigliabile per un tiro efficace è dai 3 ai 7 metri. Il Taser «va mostrato senza esser impugnato per far desistere il soggetto dalla condotta in atto». Se il tentativo fallisce si spara il colpo, ma occorre «considerare per quanto possibile il contesto dell’intervento ed i rischi associati con la caduta della persona dopo che la stessa è stata attinta». Bisogna inoltre tener conto della «visibile condizione di vulnerabilità» del soggetto (ad esempio una donna incinta) e fare attenzione all’ambiente circostante per il rischio di incendi, esplosioni, scosse elettriche. L’Arma è in dotazione alle forze di polizia di circa 107 paesi, tra cui Canada, Brasile, Australia, Nuova Zelanda, Kenya e in Europa in Finlandia, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Grecia e Regno Unito. Sul fronte degli sgomberi, invece, le novità riguardano una richiesta con massima rapidità di un censimento degli occupanti abusivi di immobili e l’individuazione di minori o soggetti fragili, per i quali in caso di necessità i servizi sociali dei Comuni attiveranno specifici interventi «non negoziabili». Secondo il documento, il censimento degli occupanti, che deve essere «condotto, anche in forma speditiva, sotto la regia dei Servizi sociali dei Comuni e, laddove occorra, con l’ausilio dei soggetti del privato sociale». Già entro la fine di settembre, è atteso dal Viminale un primo punto riguardo al fenomeno.
Poco importa, a Salvini e Di Maio, che «il confine tra letalità e non letalità purtroppo è molto sottile, facilmente valicabile per una serie di ragioni che vanno dalla potenziale disinvoltura con cui un’arma considerata non letale può essere usata alle condizioni del soggetto nei confronti del quale viene usata», come ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, all’annuncio dell’avvio della sperimentazione dell’uso del taser. Il decreto è stato firmato il 5 luglio, ma già a marzo una circolare della Direzione anticrimine prevedeva l’avvio della sperimentazione in 6 Questure italiane. E già allora Amnesty era intervenuta per mettere in guardia sui “vantaggi apparenti” di queste armi e chiedendo di effettuare uno studio sui rischi per la salute a seguito del suo impiego e garantire una formazione specifica e approfondita per gli operatori che ne verranno dotati, sottolineando che, «anche se venissero soddisfatte queste due richieste, il rischio di violazioni dei diritti umani non verrebbe affatto azzerato. Anzi, se possibile aumenta perché ora siamo nella fase operativa e non sappiamo se le cose che avevamo chiesto, la formazione scrupolosa e un esame degli studi medici, effettuati per esempio negli Stati Uniti, sull’uso delle pistole elettriche, siano stati adeguatamente presi in considerazione prima della partenza della sperimentazione», aveva detto Noury.
Tra gli studi sull’uso del taser c’è anche “Shock Tactics”, l’indagine realizzata dalla Reuters che ha riferito di 1.005 persone morte in seguito all’utilizzo della pistola elettrica da parte della polizia: in 9 casi su 10 si trattava di persone non armate e in un caso su 4 di persone con problemi mentali o neurologici. «Negli Stati Uniti i proiettili fanno mille morti all’anno, i mille morti le pistole elettriche li hanno fatti in 20 anni quindi è chiaro che, dal punto di vista della pericolosità, non sono equiparabili – ebbe a precisare Noury al Redattore sociale – Ma quando si dice che il rischio nell’uso della pistola elettrica è pari a zero, si dice una cosa inesatta». Il taser, infatti, non prevede un contatto anzi, come spiega il portavoce di Amnesty International Italia, «è designata per essere utilizzata a distanza e quindi chi la usa non può avere la minima idea delle condizioni fisiche della persona nei confronti della quale verrà usata. Numerosi studi  testimoniano la letalità di questo tipo di armi nei confronti di persone che hanno, ad esempio, problemi di circolazione o cardiaci. Il taser può essere usato al termine di un inseguimento con la persona inseguita in condizioni particolari di affanno, ciò significa che ci sono una serie di circostanze nelle quali il suo uso può essere letale, per questo bisogna essere particolarmente attenti».

Aggressione razzista su un treno contro un immigrato e una giovane donna che lo difende

Naturalmente  il fasciorazzista Salvini  non ha proferito alcuna parola sull'accaduto, l'ennesimo di intolleranza e violenza razzista nel nostro paese, prodotto dalla incessante campagna politica e mediatica del ministro degli interni e di un governo che fa della propaganda razzista una delle sue armi per stordire le masse popolari che attanagliate dai veri problemi sociali come il lavoro che non c'è, la precarietà, la disoccupazione... devono essere spinte a scaricare la rabbia sociale per la non risoluzione di quei problemi sul "nemico" di comodo, gli immigrati...
---------------------------------------
Una vicenda di ordinaria violenza che sarebbe rimasta nell’ombra, come tante altre, se lei non avesse deciso di parlarcene. «Salgo sul treno regionale Pisa-Firenze alle 13, insieme a me c’è un ragazzo molto alto, che mi si siede a fianco. Mentre si accosta al sedile, un ragazzo africano gli urta involontariamente il braccio e subito si volta per chiedergli scusa. Ma da quell’urto tutto degenera. Il ragazzo alto infatti reagisce gridando insulti al ragazzo africano. Lo offende, urlando dice: “Brucia vivo!”, “Muori!”. Offese pesanti, che mi vergogno a ripetere. Ho le cuffie alle orecchie, ma le urla sono talmente forti che sento le sue parole distintamente».
Quindi la giovane racconta: «Di fronte a me è seduto un bambino, accanto c’è sua mamma, nei sedili dall’altra parte del corridoio sono seduti adulti, anziani e altri bambini. Nessuno interviene o si alza per avvisare il controllore. Sono scioccata, così mi levo le cuffie e parlo. Testualmente dico al ragazzo: “Smettila, ci sono dei bambini. Le tue idee tienile per te”».
Ma a quel punto, prosegue il racconto, «il bersaglio della sua violenza verbale divento io. Il vagone è sempre pieno di persone, ma anche in questo caso nessuno muove un dito, nessuno spreca una parola per difendermi. Sarebbe bastato un briciolo di umana solidarietà per zittirlo. Da Rifredi a Santa Maria Novella vengo insultata con le peggiori offese che mi siano mai state rivolte, ma rimango in silenzio, impietrita, mentre nel frattempo guardo negli occhi gli altri».
La giovane ferma il suo racconto ed è chiaro che il peggior schiaffo che ha ricevuto non è stato quello delle offese di un ragazzo maleducato e violento, ma l’indifferenza di tutti gli altri. Poi riprende: «Mi sono sentita sola in una carrozza piena di persone. Dentro di me ho sentito forte l’istinto di intervenire per difendere un mio simile, che veniva umiliato e offeso ingiustamente. Come hanno fatto gli altri a rimanere immobili?».
"Siamo tutti spaventati – afferma ancora – ma l’unione fa la forza. Ho raccontato dell’episodio a mia mamma, si è arrabbiata e mi ha detto che avrei dovuto farmi gli affari miei, ma io le ho ricordato che non sono questi gli insegnamenti che lei mi ha dato». Le chiedo: rifaresti quello che hai fatto? «Sì – risponde sicura lei – non mi importa se ormai essere umani è rimasta prerogativa di una minoranza, io non volterò mai la testa di fronte a un’ingiustizia».
30 AGOSTO 2018

A Pontida, arrivano i parcheggi rosa, vietati a extracomunitarie e lesbiche




L'articolo 4 del nuovo regolamento comunale per la gestione dei parcheggi sul territorio comunale parla chiaro: se sei extracomunitaria o lesbica non hai diritto a sostare nei posti rosa

Anche a Pontida arrivano i parcheggi rosa, una preziosa agevolazione per le future mamme che avranno così un posteggio riservato nell’anno della gravidanza. Ma attenzione: per averne diritto le signore in questione devono rispettare dei canoni ben precisi.

Nell’articolo 4 del nuovo regolamento comunale per la gestione dei parcheggi, redatto dall’assessore al Territorio, Ambiente ed Ecologia Emil Mazzoleni della giunta leghista e approvato durante la seduta del 2 settembre scorso (con 8 voti favorevoli e 2 contrari), viene infatti spiegato che “possono richiedere il rilascio gratuito di idoneo permesso risultante da tessera esclusivamente le donne appartenenti ad un nucleo familiare naturale e cittadine italiane o di un paese membro dell’Unione Europea“.
Tradotto: se sei extracomunitaria o lesbica in quei parcheggi rosa non puoi posteggiare, anche se sei in dolce attesa.

Ci saranno delle deroghe per tutelare le ragazze madri e, solo in alcuni casi, per permettere il parcheggio anche a donne non residenti nel comune di Pontida. A patto però che siano italiane (o al massimo europee) e sposate (o conviventi) con un uomo.

“È una scelta inconcepibile e inaccettabile – spiega Gionata Ghilardi, capogruppo di Viviamo Pontida -, non riesco quasi a trovare delle parole per esprimere il mio dissenso. Durante il consiglio comunale di sabato mi sono rivolto anche alle due donne della maggioranza, due ragazze che ancora non sono madri: ho chiesto come hanno potuto votare a favore di un provvedimento tanto discriminante per altre donne”.
“In pratica – continua Ghilardi – con questa decisione qualcuno sostiene che a Pontida esistono delle donne di serie A e di serie B. Si può essere più cattivi?”.



"Uno come me in galera?"



E’ veramente troppo per un noto imprenditore di successo, proprietario di una catena di negozi di abbigliamento in via Emilia Est, frequentatore e amico di vip, della Parma bene. Un uomo, se così si può chiamare, che pensa di poter comprare ogni cosa.

E’ veramente troppo poco, diciamo noi, per Federico Pesci, ricco, potente e schifoso uomo, che insieme allo spacciatore nigeriano, anche lui nel suo libro paga, ha immobilizzato e poi tappato la bocca con un morso ad una ragazza di 21 anni. Una sorta di museruola, che le ha impedito di gridare e le ha fatto vivere il peggiore degli incubi che possa immaginare una donna.
 
La ragazza è stata frustata, torturata e violentata per 5 ore da queste due bestie, che nel mentre continuavano a farsi portare altra droga.

ll pronto soccorso di Parma ha dichiarato di non essersi mai trovato di fronte a una donna con delle lesioni di questo tipo: "Ha subito delle violenze brutali". La ragazza è piena di ecchimosi, dolorante, impossibilitata a camminare per le lacerazioni intime, e non riesce più a mangiare e deglutire per il morso che le bloccava la bocca.

I negozi di questo schifoso devono chiudere, i suoi beni devono essere sequestrati per risarcire la ragazza.


Federico Pesci non lo dimenticare la furia delle donne dovrai scontare!


Da FQ

Federico Pesci, accusato insieme ad uno spacciatore di aver seviziato e violentato per 5 ore la ragazza, su Facebook le scriveva: "Sono uno a posto". Oscurati i profili social inondati di insulti. L'imprenditore nel campo dell'abbigliamento è un volto noto nel Parmense: "Uno come me in galera?", il suo stupore al momento dell'arresto

“Uno come me in galera?”, è stata l’esclamazione di fronte a cronisti e telecamere di Federico Pesci, noto commerciante di Parma, arrestato con l’accusa di violenza sessuale e lesioni pluriaggravate per aver picchiato, stuprato e seviziato per almeno 5 ore una ragazza di 21 anni la notte del 18 luglio. L’imprenditore d’abbigliamento – parmigiano di 46 anni – ha adescato la donna su Facebook per poi abusarne, insieme al suo spacciatore, nella sua abitazione. “Sono uno regolare“, “sono uno apposto”, “nell’ambiente mi conoscono”, così le ha scritto sul social per convincerla ad uscire con lui per un aperitivo e poi condurla nel suo attico, dove la polizia ha trovato un borsone con vari strumenti di tortura. Stringhe di cuoio, cinture, e anche un un morso per tappare la bocca, alcune fruste altri oggetti usati per il bondage.
Ad eseguire il macabro piano  – secondo la ricostruzione della polizia e della Procura di Parma che hanno gestito le indagini –  era presente Wilson Ndu Aniyeme, 53 anni, spacciatore, dal 2011 irregolare in Italia. Anche lui un volto noto per chi in città fa uso di cocaina, e per gli abitanti della zona. Lo spacciatore nigeriano, infatti, era domiciliato nei pressi di casa Pesci. Una volta giunti in casa, Pesci ha contattato telefonicamente Aniyeme, chiedendogli di portare della cocaina. Insieme si sono drogati e per almeno 5 ore –  è il racconto degli inquirenti – hanno abusato della ragazza, riempendola di botte e seviziandola. Legata e imbavagliata, per tutta la notte la ragazza “ha subito delle violenze brutali”, hanno riferito gli investigatori. Non solo, mentre si consumavano le violenze, il commerciante ha continuato a contattare degli spacciatori per rifornirli ancora di droga. Quando poi la 21enne è stata liberata alle 7 del mattino, lo stesso 46enne, ha chiamato un taxi per farla riaccompagnare a casa. Solo una volta a casa, i genitori della ragazza alla vista delle ferite, dei dolori insopportabili e dell’incapacità di mangiare, l’hanno convinta a recarsi in ospedale. E lo stesso pronto soccorso di Parma ha dichiarato di non essersi mai trovato di fronte a una donna con delle lesioni di quel tipo.
I profili social dell’imprenditore che ha una nota catena di abbigliamento lungo la via Emilia, questa mattina erano pieni di insulti e minacce, tanto che sono stati chiusi. Gli stessi account pieni di immagini mondane, donne, bella vita che Pesci non nascondeva. Come riporta la stampa locale, l’uomo è un commerciante piuttosto conosciuto, attivo nel mondo della moda e noto anche nei locali della movida cittadina. “Sbam, come la porta del carcere dove sarai rinchiuso” hanno scritto sul suo profilo Facebook, rievocando il marchio che aveva lanciato.
“È una storia folle“, sono le poche parole che il 46enne ha detto mentre gli agenti della polizia penitenziaria lo fanno salire in automobile diretto in carcere. Parole a cui fanno seguito quelle di uno dei legali che assistono Pesci, Mario L’Insalata: “Prima di dare giudizi occorre vedere come sono andate le cose”. Per la squadra mobile “non si può escludere che altre persone siano state sottoposte allo stesso trattamento“.

01/09/18

"La 15enne se l'è cercata", “fucilarle sul posto come in guerra…rom bastardi”, “ormai prima di trombare una e meglio che vi trovatei un avvocato per sicurezza”



Sono solo alcune “perle” di Mauro Maistro, lo sbirro leghista ancora in servizio, che commenta gli stupri di Jesolo e Rimini. Ma al contrario di Selvaggia Lucarelli, non crediamo che sia una mela marcia. Marcio è tutto l’apparato dello stato che difende questo sistema. Marcio è questo sistema, senza se e senza ma. Per questo le donne devono scatenare la loro furia per abbatterlo.

Da Repubblica:

Stupro di Jesolo, post shock di un poliziotto: "La 15enne se l'è cercata"

Bufera sul post di un agente del commissariato di Adria, a Rovigo. Sul suo profilo Facebook frasi violente su migranti, rom, Cucchi. Il Viminale valuta profili di responsabilità disciplinare

La ragazza di 15 anni, violentata sulla spiaggia di Jesolo, secondo lui "se l'è cercata". Commenti violenti, frasi piene d'odio, sfoghi volgari sui social. Solo che a scriverli questa volta è un poliziotto. Mauro Maistro, agente del commissariato di Adria, a Rovigo, si esprimeva così commentando la notizia dello stupro per cui è finito in carcere un 25enne senegalese. Il suo profilo, aperto, è stato scovato da Selvaggia Lucarelli, che ha pubblicato alcuni screenshot.


"Queste ragazzine - scriveva Maistro sul suo profilo - pensano di rimediare una canna facendo ... agli spacciatori. Poi trovano quello che invece vuole ... e allora piangono perché le stuprano". Frasi violente e odiose, che l'autore ha ora cancellato dal profilo social. La vicenda di Jesolo non è l'unica su cui il poliziotto ha deciso di pronunciarsi. Commenti shock anche sulla violenza di Rimini ("troppe donne che prima si mettono in situazioni strane e poi fano le vittime"), sul caso Diciotti ("prima vanno a prendersi i negri dove non dovrebbero... ora vogliono sbarcare la merce"), contro rom e sinti ("fucilarle sul posto come in guerra")
Non sono sfuggite all'odio dell'agente neanche Laura Boldrini, parlamentare di Leu ed ex presidente della Camera, e l'ambasciatrice di Malta Vanessa Frazier. Anche sul film "Sulla mia pelle", dedicato alla tragica vicenda di Stefano Cucchi, Maistro aveva espresso tutto il suo disprezzo: "la celebrazione di una persona che valeva poco da vivo e che da morto è diventato un affarone".



Il Codacons ha chiesto che l'agente venga sollevato dal servizio. La Questura di Rovigo, da cui dipende il commissariato di Adria, sta svolgendo accertamenti sulla serie di post attribuiti al profilo di Maistro, tuttora in servizio. Informati anche il Viminale e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che sta seguendo la vicenda. "L'amministrazione - hanno spiegato fonti del Viminale - ha trasmesso gli atti agli uffici competenti affinché venga valutato con immediatezza ogni profilo di responsabilità disciplinare".

Ecco chi è Mauro Maistro, degno servo di questo Stato, degno servo di questo sistema capitalistico: