17/09/16

25 novembre 2016. Indetto lo sciopero generale nazionale delle lavoratrici



Slai Cobas per il sindacato di classe
Sede legale v. Rintone, 22 Taranto – T/F 0994792086 – 3475301704
– slaicobasta@gmail.com - C.F. 90177580736

TA. 17/09/2016
All. 1
Alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Coord. Amm.vo
Al Dipartimento Funzione Pubblica
Al Ministero del lavoro e delle Politiche sociali
AL MIUR – Ministero Istruzione Università e Ricerca
Alla Commissione di Garanzia
Alla Confindustria -Roma
Alla Confcommercio – Roma
Alla Confesercenti- Roma
Alla Confcooperative – Roma
Alla Lega Cooperative – Roma
Alla Confagricoltura – Roma
epc
Alla commissione pari opportunità viceministro M.C. Guerra
alla Presidente della Camera, Boldrini

OGGETTO: PROCLAMAZIONE SCIOPERO GENERALE NAZIONALE
           IN DATA 25 NOVEMBRE 2016

                     Lo Slai Cobas per il sindacato di classe, comunica con la presente nota la proclamazione dello sciopero generale che si svolgerà a livello nazionale e per l'intera giornata del 25 Novembre 2016, in coincidenza con la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in tutti i settori lavorativi pubblici, privati e cooperativi e riguarderà tutte le lavoratrici a tempo indeterminato, a tempo determinato, con contratti precari e atipici.
La motivazione dello sciopero riguarda la condizione generale di lavoro e di vita delle donne, nei confronti delle quali la questione della violenza è una piaga sociale che investe purtroppo tutti gli ambiti, lavorativo, sociale, familiare…
                  Lo Slai Cobas per il sindacato di classe, accetta le limitazioni imposte dalle leggi e dai contratti di lavoro. Si fa presente che ai sensi dell'art. 28 L. 300/70 nessuna lavoratrice che aderisca allo sciopero deve subire limitazioni o essere oggetto di interventi disciplinari per aver esercitato questo diritto tutelato da leggi e Costituzione.

                 Si precisa che la denominazione della Ns. Organizzazione Sindacale,  secondo il Ns. Statuto è la seguente: SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE.
 Quanto sopra allo scopo di non creare equivoci rispetto ad un’altra O.S.già esistente denominata semplicemente “SLAI COBAS”

SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE
coordinatrice nazionale
Calderazzi Margherita

per com. 74121 Taranto via Rintone, 22 – slaicobasta@gmail.com –
T/F 0994792086 – 347530170

Piattaforma sciopero generale nazionale del  25 novembre 2016:
 COSA VOGLIAMO E COSA NON VOGLIAMO

- Lavoro per tutte le donne
- Trasformazione a tempo indeterminato dei contratti precari
- Pari salario a pari lavoro
– Reddito minimo garantito a tutte le donne, in attesa di un lavoro, perché la dipendenza economica non sia di ostacolo alla rottura di legami familiari che spesso sono causa di violenza
- condizioni di lavoro e ambienti di lavoro (compreso servizi igienici) a tutela della salute, anche riproduttiva, delle donne e della dignità delle lavoratrici
- Aumento delle pause (una ogni 4 ore e almeno di 30m l'una), due giorni di riposo alla settimana
- Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
- NO ai trasferimenti per le lavoratrici con figli, che assistono parenti disabili…
– abbassamento dell’età pensionabile delle donne, come riconoscimento del doppio lavoro fuori e dentro la famiglia
-nei passaggi di appalti o ditte, automaticità del passaggio delle lavoratrici con conservazione dei diritti acquisiti
- Divieto di indagine su condizione matrimoniale, di maternità, di orientamento sessuale, per assunzioni o licenziamenti
- NO a discriminazioni sul lavoro legate allo stato familiare, di gravidanza, di razza
- Via subito dai posti di lavoro, da posti istituzionali chi esercita molestie, violenze sessuali.
- Diritto di cittadinanza e uguali diritti lavorativi, salariali e normativi per le donne immigrate
- NO alla persecuzione delle prostitute, diritti di tutte ai servizi sociali e al reddito minimo garantito
- Difesa e ampliamento del diritto di aborto, abolizione nella L.194 dell’obiezione di coscienza e gratuità degli interventi e delle strutture, consultori laici gestiti e controllati dalle donne e non trasformati in centri confessionali al fine del controllo/repressione delle scelte delle donne
.- Accesso gratuito per le donne ai servizi sanitari
-Socializzazione/gratuità dei servizi domestici essenziali: asili, sanità, servizi di assistenza per anziani, ecc.
-NO all’intensificazione della presenza/controllo repressivo di Forze dell’ordine nelle città, nelle strade – non vogliamo che gli stessi che nelle carceri, nei Cie, usano anche stupri e molestie, offese sessuali contro le donne, che ci manganellano nelle lotte in difesa del lavoro e dei diritti sociali, siano messi a “difenderci”
- SI, invece, ad“illuminare” e rendere luoghi pieni di vita, ogni zona delle città e dei paesi, favorendo l’apertura di “case delle donne”, centri di denuncia e di lotta con servizi gratuiti di avvocati, medici, esperti; locali, parchi, e la gestione libera di essi da parte di organismi di donne
- NO alla trasformazione dei processi per stupro/molestie/femminicidi in atti d’accusa e indagine sulla “morale” delle donne; procedure di urgenza per questi processi
- Patrocinio gratuito per le donne – Classificazione del reato di stupro e femminicidio tra i più gravi del sistema penale
- interventi immediati contro i maschi denunciati per violenze, stalking, molestie sessuali, maltrattamenti.
- Divieto dell’uso del corpo femminile a fini pubblicitari e dell’uso sessista del linguaggio
- Abolizione nelle scuole e università di testi sessisti, con contenuti discriminatori, via i professori che li propagandano.

14/09/16

Continua la caccia alle streghe della Procura dell’Aquila con la persecuzione delle donne che non tacciono

Questa mattina i carabinieri di l’Aquila hanno perquisito la casa e l’auto di una compagna del mfpr, indagata per il reato di cui all’art. 595 c.p., diffamazione aggravata.
Hanno sequestrato 1 PC fisso, un portatile, uno smartphone e diversi pen-drive, dove si presume possano ritrovare la “lettera diffamatoria”.
Sul mandato non si dice nulla di chi sarebbe la “vittima” del reato, né si specifica in che cosa consisterebbe la “diffamazione aggravata”, tantomeno gli agenti che hanno effettuato la perquisizione hanno voluto dire nulla in proposito, ma sembra chiaro si tratti dello stesso procedimento repressivo intentato nei confronti di una compagna di Roma, anche lei perquisita lo scorso maggio. L’avvocato aquilano di un efferato stupratore l’aveva denunciata per aver diffuso una lettera in cui si diceva che era meglio che il difensore di uno stupratore alla Casa Internazionale delle Donne non entrasse. Grazie anche a quella lettera, un’ampia solidarietà della rete femminista fece sentire forte la sua protesta e riuscì a difendere uno spazio di tutte le donne, nato contro la violenza di genere, dall’ingresso di chi quella violenza aveva agito in perfetto stile di “processo per stupro”
Una criminalizzazione inaccettabile!
La procura di L’Aquila si fa strumento dell’arroganza e vendetta di chi ha difeso uno stupratore nel modo più oltraggioso per tutte le donne e ora vuol farla pagare a chi lo ha mostrato per quello che è. Così si è aperta la caccia, ieri a Roma, oggi a l’Aquila, a chi ha scritto e diffuso quella lettera.
Ma chi ci persegue si illude se crede che le loro accuse possano farci mai tacere.
Le donne che quella lettera hanno condiviso e diffuso sono tante, molte più di quante possano mai perseguirne. Centinaia hanno già risposto all’invito lanciato dal sito ciriguardatutte.noblogs.org/ a sottoscrivere la lettera incriminata e altre ancora lo faranno perché non staremo mai zitte e non ci stancheremo mai di lottare contro gli uomini che odiano le donne, contro le istituzioni che vorrebbero tapparci la bocca, contro lo stato che reprime le donne che si ribellano!
Perché “CI RIGUARDA TUTTE l’efferatezza e la viltà degli uomini che in una notte di febbraio hanno massacrato il corpo e la vita di una donna lasciata sulla neve a morire.”

 
13/09/16
MFPR

 

11/09/16

Rispondiamo ai freddi e crudi dati con la nostra lotta

In questi giorni stampa e televisione stanno dando nuovi numeri: crollano di quasi il 30% le assunzioni a tempo indeterminato nel secondo trimestre del 2016 e contemporaneamente aumentano i licenziamenti (+7,4% sul secondo trimestre 2016),15.264 in più rispetto al secondo trimestre 2015.
Le donne in questo subiscono un doppio attacco: già al 99% assunte, bene che vada, con contratti ultraprecari, a bassi salari, senza diritti, subendo discriminazioni, sono chiaramente le prime a subire queste grigie cifre del Ministero, dell'Inps, o dei centri studi; ma nello stesso tempo le stesse statistiche dicono che per le donne le uscite per pensionamento sono crollate (-47%) a causa della stretta sui requisiti per la pensione di vecchiaia scattati quest’anno. Quindi, chi vuole lavorare non può farlo, chi vuole andare in pensione non può farlo.

Le lavoratrici non hanno certo da sorprendersi di questi dati: li subiamo tutti sulla nostra pelle! E i freddi e crudi dati possono rappresentare solo in minimissima parte quello che significano per le donne, tutta la sofferenza, spesso la disperazione, l'umiliazione, il dover accettare i ricatti di padroni, capi che usano la minacce dei licenziamenti per offenderci, molestarci, pretendere non solo il nostro lavoro ma anche il nostro corpo; non possono rappresentare che significa per le donne dipendenza dalla famiglia, dal marito, essere confinate in casa a dover subire servizi e oppressione...
E ora la Ministra della sanità ci dice pure che dobbiamo fare figli e in fretta...

SE PADRONI, GOVERNO, MINISTRI, SONO CONTRO LE DONNE, NOI SIAMO CONTRO TUTTI!

Dobbiamo lottare!
La nostra lotta non possiamo delegarla ai sindacati confederali, che, piuttosto, firmano sempre più accordi contro di noi (ultimo quello di Almaviva); che accettano contratti vergognosi e licenziamenti, al massimo camuffati da ammortizzatori sociali (pensiamo a tutta la situazione delle lavoratrici precarie negli asili, nelle pulizie, nelle scuole); o che addirittura attaccano le delegate e operaie quando "osano" lottare sui propri diritti (vedi la Fiom alla Fca di Melfi e Termoli), ecc.
Non possiamo delegarla al femminismo piccolo borghese che è sordo alle lotte, alle condizioni delle lavoratrici, delle proletarie.
Dobbiamo noi donne più sfruttate e oppresse ribellarci, prendendo la lotta nelle nostre mani.

RISPONDIAMO A QUESTI FREDDI DATI CON IL CALORE DELLA NOSTRA LOTTA!
DOPO LO SCIOPERO DELLE DONNE - ORGANIZZIAMO QUESTO AUTUNNO UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER SFIDARE COME DONNE IL GOVERNO, I MINISTERI!

MFPR

03/09/16

Fertility day: Lo devi fare per la patria e per lo stato.....

 LO DEVI FARE PER LA PATRIA E PER LO STATO...
“L'utero è loro e lo gestiscon loro”.

E dopo? L'attacco al diritto d'aborto...

Una campagna spudoratamente fascista, la “Fertilityday” del Ministero della Sanità, che di fatto afferma che le donne devono fare figli a seconda delle esigenze di questo sistema.

Siamo anche oltre “le donne macchine riproduttive”, ora bisogna aggiungere: “macchine riproduttive a comando” per dare figli allo Stato!
Ora c'è una presa di distanza “trasversale”, da “sinistra”, centro e destra. Perfino Renzi dice: “io non le avevo viste quelle pubblicità...”. Ma tutti questi ipocriti stanno contestando al massimo il modo, ma non il merito.

Questa campagna in realtà esprime una posizione, una concezione, un humus comune ai rappresentanti di questo Governo e di questo Stato.
Essi da un lato negano, reprimono il diritto di decisione delle donne, negano la procreazione assistita, negano i figli alle coppie gay/lesbiche, perchè queste scelte hanno a che fare con la decisione della donna, delle persone, e questo “non può e non deve essere”; dall'altro dicono: "tu devi fare figli", ma quando e come decide lo Stato.

Uno Stato che nega lavoro, possibilità economiche alle donne, a mettere su famiglia;
uno Stato in cui se le donne lavorano le costringe a fare i salti mortali per badare ai figli; uno Stato in cui i padroni per i loro profitti, possono tranquillamente mettere a rischio la salute delle donne, la loro, appunto, fertilità (leggete le terribili denunce delle tante stanche e ammalate operaie della Fca Sata di Melfi di padron Marchionne, grande amico di Renzi); uno Stato e un governo che taglia sugli asili, sulla sanità, che chiude ospedali (a volte proprio i reparti maternità come in Puglia), scaricando sulle masse popolari gli alti costi per avere figli.
Uno Stato e un governo che spende decine di migliaia di euro per questa campagna pubblicitaria, ma che non spende un centesimo una volta che questi bambini nascono (al massimo la miseria di un bonus).
Uno Stato che per sostenere i profitti dei padroni assassini, inquina aria, terra, mare, fa ammalare donne, mette in pericolo la loro capacità riproduttiva, o fa nascere bambini già condannati (come a Taranto)

Un governo che prepara le guerre e la morte, osa parlare di nuove vite!
Un governo che è responsabile della morte di tanti bambini migranti, che nega cittadinanza agli immigrati, ai loro figli e chiama le donne italiane a fare figli “bianchi” - cos'è questo se non razzismo?!

Il Ministero della sanità dice che “la fertilità è un bene comune”, ma vuole dire più precisamente che: il “bene”, le future forze-lavoro da sfruttare per il capitale, sono “comuni”, ma i problemi del crescere i figli sono “privati”.

Questa campagna unisce riproposizione di valori patriarcali contro le donne – di cui si rilancia il ruolo soprattutto di fattrice di figli, di cura della famiglia (perchè così non allarmino più i dati sempre più in basso dell'occupazione femminile, dei bassi salari, della precarietà, del peggioramento dei diritti delle lavoratrici sulla maternità, ecc.) - a posizioni e concezioni moderno fasciste, che tentano, arrampicandosi sugli specchi, su vari terreni di dare risposte alla crisi economica, sociale, politica di questo sistema imperialista, attaccando i fondamentali diritti delle persone.

Ma ciò che sta dietro a questa squallida campagna – che potremmo liquidare stendendo un velo pietoso – è anche peggio: è una ripresa dell'attacco al diritto d'aborto.
Se le donne devono essere fertili, devono fare figli, è conseguenza una futura campagna, questa molto più concreta e pesante, per impedire in ogni modo che le donne possano decidere di abortire.
Lo stanno già facendo in tante parti in maniera non plateare, però costante: dai tagli ai consultori, alla chiusura di reparti, all'aumento di medici obiettori per cui in certi ospedali non si può proprio abortire, dal porre ulteriori restrizioni alla possibilità di abortire, a bloccare ogni avanzamento della ricerca per anticoncezionali che non facciano male alle donne, ecc.
Ma aspettiamoci che lo facciano in maniera aperta, usando tutte le armi: pratiche, ideologiche, religiose...

01/09/16

Appello delle donne in sostegno al Rojava Contro l’invasione della Turchia in Siria

Da Tavolo4

L’esperienza democratica di successo che donne e uomini stanno da tre anni costruendo in Rojava è oggi a rischio per via dell’invasione del nord della Siria da parte dell’esercito turco, avvenuta la mattina del 24 agosto attraverso l’occupazione della città di Jarablus.
In questi anni, nel Nord della Siria e in particolare nella regione autonoma del Rojava, abbiamo seguito e supportato la crescita di un esperimento di democrazia diretta che si è posto come alternativa agli Stati-Nazione, al regime di Assad e alle forze dell’Isis, e che ha posto al centro del suo modello di società la liberazione e l'organizzazione autonoma delle donne in ogni ambito della vita come condizione primaria e necessaria per una trasformazione sociale e per uno sviluppo di convivenza pacifico per tutto il Medio Oriente.
Un progetto di democrazia diretta che si è mostrato al mondo con evidenza negli anni più recenti, ma che è in realtà radicato nella storia di quarant’anni di movimento, lo stesso che ha portato nel 2005 alla dichiarazione di Abdullah Öcalan del modello sociale del confederalismo democratico.
Con la liberazione della città di Manbij lo scorso 12 agosto ad opera delle Forze Democratiche Siriane, è iniziata una fase di consolidamento e ampliamento dell’esperienza democratica del Rojava: solo pochi mesi fa il sistema basato sul confederalismo democratico si è esteso oltre i tre cantoni del Rojava, portando avanzamenti per il progetto di convivenza pacifica tra popoli nella parità di genere, principi espressi non solo formalmente nella Carta del Contratto Sociale ma messi effettivamente in pratica ogni momento nei territori liberati, in ogni ambito della società.
Tutti i media occidentali hanno dato grande rilievo alla reazione immediata delle donne che sono scese in strada liberandosi dalle costrizioni imposte dall’ ISIS che le voleva completamente segregate in casa, mute e sconfitte. Ora però tacciono di fronte all’ingresso di forze islamiste e jihadiste che hanno l’intento di imporre nuovamente con la violenza condizioni di oppressione.
La guerra che la Turchia sta muovendo con l’invasione della Siria, oltre a violare il diritto internazionale e le regole di belligeranza previste per i Paesi NATO, pone una preoccupazione crescente nei confronti delle politiche del regime dittatoriale post-golpe di Erdogan contro cui è quanto mai ora necessario alzare la propria voce esprimendo la più forte opposizione.
Erdogan ha in questi mesi intensificato a dismisura il livello di repressione interno alla Turchia, con la distruzione di intere città curde in Bakur (Kurdistan del Nord), e con le migliaia di arresti (ricordiamo per esempio la detenzione della Madre della Pace 83enne Dılşah Özgen ad Amed in Turchia) e ha apertamente dichiarato più volte di volere la totale subalternità delle donne che dovrebbero secondo le sue dichiarazioni restare chiuse in casa con l’obbligo di fare almeno tre figli.
D'altro canto ha potenziato la politica di offensiva militare in Siria, supportata attraverso alleanze con le potenze internazionali e con la partecipazione diretta di bande di mercenari islamisti, e realizzata con il silenzio dell’opinione pubblica mondiale.
L’occupazione militare di Jarablus in Siria è avvenuta con l’appoggio degli Stati Uniti ed è stata preceduta da un’attentato di Daesh contro l’HDP con il presumibile supporto dei servizi di Intelligence turca durante un matrimonio curdo ad Antep in Turchia. L’occupazione di Jarablus viene condotta con il pretesto di combattere l’Isis, ma è proprio in accordo con le stesse forze dell’Isis che viene portata avanti: non è avvenuto infatti alcuno scontro sul campo dopo l’invasione dell’esercito turco.
Dopo l'occupazione della città, l'esercito turco sta ora bombardando i villaggi, compiendo fra l'altro un massacro a Bir El-Kûsa, a 13 km dal fiume Sacur.
La Turchia sta trovando appoggio sia dal regime di Assad, sia dall’Iran, sia dalla Russia. Le alleanze tra le potenze internazionali e le politiche di Erdogan non possono far altro che favorire gli spietati interessi strategici degli stati, aprendo pericolosamente le frontiere a nuove azioni fasciste di destabilizzazione dei gruppi di Daesh su più fronti, senza esclusione dell’Europa, cha anche ha assistito in un assordante silenzio all’invasione turca in Siria.
Riconosciamo come questa dichiarazione di guerra sia di fatto una guerra contro i valori universali di umanità e democrazia globale messi in pratica dall’alternativa curda e supportata dalle forze di autodifesa del Consiglio di Manbij e di Jarablus, e riconosciamo come l’aggressione genocida dello stato turco di Erdogan sia volta a distruggere i diritti conquistati dalla lotta delle donne nei territori liberati in Siria e nelle città curde al sud della Turchia. La guerra fascista di Erdogan, alleata del jihadismo, mostra chiaramente al mondo i suoi intenti di sopraffazione e di genocidio politico e culturale, di regime patriarcale, di oppressione dei generi, di gerarchia e di dominio: è una guerra condotta contro i popoli e contro le donne che in quei territori non hanno mai smesso di portare avanti la loro lotta per la democrazia e per l’intera umanità.
Non è più possibile stare a guardare in silenzio. Contro questa cinica aggressione richiamiamo a nuovi paradigmi di solidarietà.
Il nostro solidale appoggio va alle Forze Democratiche della Siria e alle Unità di Difesa del Consiglio Militare di Manbij che stanno conducendo le loro battaglie contro l’illegittima e odiosa occupazione dello stato turco in Siria.
Il nostro appoggio incondizionato va alle organizzazioni autonome e alla lotta di liberazione delle donne.
 
 
Rete-Donne Kurdistan        jin@retekurdistan.it

31/08/16

Formazione rivoluzionaria delle donne: La Rivoluzione culturale proletaria e le donne

Formazione rivoluzionaria delle donne:

La Rivoluzione culturale proletaria e le donne

Iniziamo col testo “Sviluppare appieno la funzione della donna nella Rivoluzione e nella costruzione del socialismo” (1 agosto 1972), uscito durante la Rivoluzione culturale proletaria in Cina
, diretta e possiamo dire “scatenata” da Mao Tse Tung, con un ruolo decisivo di Chiang Ching, articoli sulla RCP e le donne, sul ruolo delle donne nell'assalto al cielo.

Proprio sul ruolo rivoluzionario delle donne e la trasformazione della loro vita da una condizione di profondissima oppressione a una di effettiva emancipazione di milioni di donne, in un immenso paese, dalle più lontane zone di campagna alle città, come forza decisiva nella rivoluzione proletaria e nella costruzione del socialismo, si può comprendere la grandezza dirompente della Rivoluzione culturale; essa è stata anche una sfida, quasi “impossibile”, contro la mentalità arretrata, conservatrice, patriarcale presente anche nei compagni, nel Partito comunista cinese – come questo testo spiega bene.

Il testo di cui riportiamo ampi stralci è tratto dal libro “A 50 anni dalla Rivoluzione Culturale” – Antologia di documenti – redatto dalla Redazione di “Proletari Comunisti”.


Da “Sviluppare appieno la funzione della donna nella Rivoluzione e nella costruzione del socialismo” (1 agosto 1972) – stralci.

“...la classe operaia ha sempre associato strettamente il problema delle donne con la rivoluzione, considerando la loro emancipazione come una componente importante della rivoluzione proletaria, ed è decisamente contro la mentalità e il costume arretrato che sottovaluta la donna. Dobbiamo quindi lottare coscientemente e accanitamente contro la concezione tradizionale “l'uomo non si occupa delle faccende di casa e la donna non si cura degli affari fuori di casa” ed essere i promotori del movimento di emancipazione femminile.
Se si pensasse (come alcuni compagni) che le faccende domestiche debbano essere svolte unicamente dalle donne, e che in esse gli uomini non hanno alcuna responsabilità, ciò significherebbe in realtà limitare le donne al piccolo ambiente familiare e non permettere loro di partecipare ai tre movimenti rivoluzionari. Evidentemente bisogna prima di tutto cambiare la mentalità di questi compagni secondo cui l'uomo prevale sulla donna. Vari problemi reali derivano proprio da questa mentalità: per esempio, alcuni compagni non pianificano le nascite, e pur avendo già due, tre figlie femmine, desiderano ancora un figlio maschio; in tal modo facendo figli uno dietro l'altro si arriva ad averne troppi e quindi viene appesantito l'onere familiare cosicchè le donne difficilmente potranno evadere dalla piccola cerchia della famiglia...
Ci sono altri che non credono alla coscienza rivoluzionaria della gran massa delle donne lavoratrici e pensano che le donne possono, sì, partecipare al lavoro produttivo, ma non dedicarsi alle attività politiche: questa concezione non appartiene certamente al marxismo.

...“Le donne costituiscono la metà della popolazione: la condizione economica delle donne lavoratrici così come la loro situazione particolarmente oppressa, non soltanto dimostrano l'urgente necessità della loro opera per la rivoluzione ma confermano che esse sono una forza decisiva per la vittoria della rivoluzione” (Mao Tse Tung). La grande massa delle donne lavoratrici del nostro paese è la padrona della nazione r la forza motrice della rivoluzione. Dedicarsi alle attività politiche e partecipare alla lotta di classe è un loro diritto e un loro dovere; e quindi non è questione di essere capaci o no, e non è nemmeno questione che qualcuno glielo permetta o no...

Altri compagni pensano che la capacità delle donne è inferiore e che esse possano soltanto lottare, ma non dirigere; una simile concezione che disprezza le donne non può, evidentemente, stare in piedi... “Ora i tempi sono cambiati, uomini e donne sono uguali. Tutto ciò che può fare l'uomo lo può fare anche la donna” (Mao Tse Tung). L'abilità di ognuno non è innata, ma conquistata attraverso lotte ed esperienze...

Alcune compagne dopo essere entrate a far parte del gruppo dirigente, non conoscendo a fondo la situazione, mancando di esperienza, durante il lavoro si imbattono inevitabilmente in alcuni problemi? Ma forse che i compagni uomini non incontrano i medesimi problemi? Di fronte a questa situazione, quale decisione prendere? Interessarsi con premura e aiutarle attivamente, o criticarle da cima a fondo, lamentarsi e preoccuparsi senza fine? Lasciarle al posto di guida a lavorare e contemporaneamente imparare, o forse metterle da parte? L'atteggiamento giusto può essere solo il primo non il secondo...

C'è ancora un altro tipo di di persone le quali, pur ammettendo da una parte che la capacità delle donne non è inferiore a quella dei compagni uomini, dall'altra dice cose di questo genere: “le donne giovani devono maritarsi, le donne di mezza età devono allevare i bambini, le donne possono fare la rivoluzione solo per metà, la loro formazione non ha prospettive future”. Questo è un altro genere di pretesto contro la formazione dei quadri femminili ed è un'altra manifestazione della mentalità antiquata che disprezza le donne. Forse che le donne dopo essersi maritate e dopo aver avuto dei figli non possono più fare la rivoluzione e progredire? No, le cose non stanno assolutamente così, in fondo, fare la rivoluzione significa farla per tutta la vita non solo per un breve periodo...

Tra il popolo sussistono ancora molti pregiudizi nei confronti della donna che impediscono alla sua forza rivoluzionaria di svilupparsi; perciò organizzare bene il lavoro femminile è una seria lotta di classe, ed è anche una lotta per cambiare il costume, pertanto non deve prendersi alla leggera...

“Il giorno in cui tutte le donne della nazione risorgeranno, sarà proprio quello il giorno della vittoria della rivoluzione cinese” (Mao Tse Tung)...

30/08/16

(Dal blog Proletari Comunisti) Bikini e burkini, quando il patriarcato nega la libertà


GIOVEDÌ 25 AGOSTO 2016


Bikini e burkini, quando il patriarcato nega la libertà


Commento da un nostro compagno che vive e lavora in Tunisia

Da settimane imperversa un dibattito indotto sul tema burkini/bikini alimentato dalla condotta delle autorità amministrative e di polizia francesi.
La giustificazione é ancora una volta la "laicità" intesa alla francese quindi un esasperato laicismo che si abbatte non su tutti i cittadini ma solo su quelli di serie B ovvero i non cristiani, i non bianchi, i non "francesi" se per francese intendiamo il cittadino bianco, cristiano e non di origine extraeuropea.
La "laica" Francia con tutto il proprio apparato ideologico e militare attacca ancora una volta e in particolare la libertà delle donne.
La borghesia imperialista francese pretende che le masse popolari di fede musulmana, che da decenni vivono in Francia, lavorano, contribuiscono al pubblico risparmio pagando le tasse, non debbano essere libere di professare la propria fede.
L'hijab (il velo che copre la testa ma non il viso) é un simbolo religioso che le donne musulmane indossano al pari di una catenina con crocifisso, una donna musulmana puo' disporre del proprio corpo e sentirsi più a proprio agio coprendosi (eccetto mani, piedi e viso).
I valori occidentali si conformano alla struttura della società capitalista in cui la tendenza é quella alla mercificazione di tutto o quasi, compreso il corpo delle donne che deve essere sempre disponibile e ad uso e consumo del maschio.
Quindi laicità fa rima con nudità.
Andare in una spiaggia nella laica Francia coprendo il proprio corpo non é quindi conforme ai valori occidentali e "laici", al contrario dubitiamo che una donna in bikini ma indossante un crocifisso sia oggetto dello zelo della polizia francese di questi giorni.

polizia francese obbliga una donna musulmana a spogliarsi del burkini. La foto gira recentemente in rete con la didascalia "Francia, 2016, non perdoneremo mai"

Una donna dovrebbe essere libera di andare in spiaggia come meglio crede, in bikini o burkini, disponendo del proprio corpo, infatti finché non interviene lo stato, che a tutte le latitudini rimane patriarcale, il dibattito attuale non si sarebbe neanche posto. Negli ultimi servizi giornalistici sulla questione, ragazze in burkini stanno tranquillamente in spiaggia accanto a ragazze in bikini senza la pretesa di dare lezioni morali ed etiche.
In Tunisia, il paese in cui vivo e lavoro, sta avvenendo qualcosa di simile che in Francia.
In alcune spiagge del paese le ragazze vanno in spiaggia come meglio credono, chi col bikini, chi col burkini, chi con pantaloncini e magliettina.

Giocatrici delle squadre di beach volley femminile egiziana e italiana alle ultime olimpiadi brasiliane

Nelle ultime settimane è successo che in alcuni hotel di Hammamet sia stato vietato il burkini, per non offendere il sentimento di "laicità" del turista occidentale, contemporaneamente in alcune spiagge di Nabeul la polizia ha intimidito delle ragazze tunisine perché indossavano il bikini che a detta loro non era rispettoso nei confronti delle famiglie frequentanti la spiaggia.
In tutti questi casi, dalla Francia alla Tunisia, dalla spiaggia pubblica in entrambi i paesi all'hotel turistico, é lo stato patriarcale e maschilista che dice alle donne come devono vestirsi conformemente alla morale dell'uomo-padrone.
Il patriarcato a certe latitudini prende la forma del laicismo esasperato in altre del fondamentalismo religioso: in entrambi i casi sono dinamiche subite dalle donne.
Il braccio armato dello stato é ugualmente odioso sia se intima a scoprirsi che se fa il contrario nel nome di una "moralità" imposta alle donne.
Ugualmente odiose le "femministe" borghesi occidentali al servizio dell'Occidente che in nome di questa "laicità" esultano di fronte alla violenza poliziesca in Francia contro le donne musulmane inneggiando alla "libertà".
Queste donne "libere" pensano che una donna musulmana sia direttamente costretta ad indossare un hijab, al contrario di una ragazza occidentale che invece é "totalmente libera", nonostante sia  cresciuta in un contesto di incitamento alla mercificazione del proprio corpo, e mostra sempre piu le proprie grazie rispettosa della "laicità".
I comportamenti sociali sono sempre socialmente determinati, in una società non libera dallo sfruttamento e in cui la donna e ancor più assoggettata dal patriarcato, sia in Francia che in Tunisia come anche in Italia ecc., la  libera scelta "individuale"é sempre relativa e mai assoluta.
É sicuro pero' che la supposta libertà individuale tanto propugnata dagli esegeti della società attuale è incompatibile con l'imposizione poliziesca.
Queste finte femministe dovrebbero preoccuparsi di più del fatto che nella società di cui difendono i valori, cresce sempre più il fenomeno del femminicidio e della violenza contro le donne: proprio qualche giorno fa nell'Italia cattolica, una ragazza é stata gambizzata dal fratello per aver indossato una minigonna e non aver obbedito al divieto di farlo da parte di quest'ultimo.
Questo sistema discriminante che attacca tutto cio' che non rientra nei canoni occidentali di "libertà" e "democrazia" semina vento e raccoglie tempesta.
Ad ogni azione (leggi repressione di stato) corrispondono periodicamente rivolte popolari da Parigi a Londra, da Stoccolma alle metropoli americane.
Noi come sempre tifiamo rivolta, sperando che il sistema oppressivo venga colpito dagli oppressi e dagli sfruttati che non si facciano deviare e confondere da finte e facili "soluzioni" come potrebbe essere l'islam politico nella sua versione salafita rappresentata ultimamente da Daech.