25/09/22

IN PIAZZA A BERGAMO E A MILANO CON LA RIVOLTA IN IRAN

 

Hai ucciso una Masha, migliaia di Masha sono cresciuti in Iran. 

Dal Kurdistan a tutto il mondo siamo tutti Masha

combatti per combattere

Qualunque sia l’ascia che mi hai lanciato 

non era una ferita era un germoglio

Ucciderò, ucciderò colui che ha ucciso mia sorella

pane, non velo

Questa la traduzione degli slogans gridati in lingua, ma resi espliciti dalla determinazione e dalla rabbia che la piccola comunità iraniana, in prevalenza giovani, ha manifestato nel presidio a Bergamo. Ben accolte alcune decine di solidali, ignorato il cartello 'non violenza' offerto da una manifestante.

Domenica 25 settembre nuova iniziativa a Milano.

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24/09/22

"La Meloni a capo del governo? Mostrerebbe in modo chiaro che le donne non sono affatto tutte uguali e che la classe distingue più del genere..." - L'importante intervento fatto dal Mfpr all'assemblea proletaria anticapitalista di Roma del 17/9

Salutiamo questa assemblea proletaria anticapitalista, vogliamo portare qui la voce delle lavoratrici, la nostra voce di donne che lottano in una fase in cui la condizione delle donne/lavoratrici è peggiorata tantissimo con la pandemia prima e oggi con la guerra interimperialista: lo scaricamento dei costi di questa sporca guerra della borghesia al servizio degli interessi del Capitale su operai, lavoratori, masse popolari, si ripercuote doppiamente in particolare sulla vita delle operaie, delle lavoratrici, delle donne proletarie.

E non si tratta solo di un attacco economico per le donne, per le lavoratrici, che già di per sé è pesante, in termini di sempre più licenziamenti, precarietà, disoccupazione, scaricamento del lavoro di cura, carovita, tagli dei servizi scolastici, sanitari, sociali… ma c'è anche un attacco politico, ideologico che avanza nella tendenza generale al moderno fascismo della borghesia al potere.

Durante questa campagna elettorale i partiti del centrodestra stanno richiamando anche temi come l’aborto. La Meloni si fa becera campagna elettorale dicendo falsamente che non toccherà la legge 194, vedi in primis la recente intervista della Meloni dal servetto Mentana che non le ha affatto “ricordato” che per esempio uno dei candidati di FdI alle prossime politiche, il senatore Luca De Carlo ha annunciato che ripresenteranno la proposta di legge (già depositata in questa legislatura a prima firma Isabella Rauti) che impone la sepoltura dei feti abortiti sotto le 28 settimane, anche senza la richiesta e il consenso dei genitori, o che il capogruppo FdI Carlo Ciccioli, in puro linguaggio nazista/razzista, ha parlato della necessità di disincentivare l’aborto per evitare la «sostituzione etnica» degli italiani, o che vi sono regioni come l’Umbria, governata dalla Lega (con cui, se vince, la Meloni farà il nuovo governo) che non ha voluto recepire le indicazioni ministeriali sulla pillola Ru486 nei consultori, o le Marche con l’altissima percentuale di medici obiettori…; né le ha “ricordato” che in Ungheria l'amico della Meloni, Orban, ha fatto ora un decreto con cui si attaccano e si ricattano in modo schifoso le donne che vogliono abortire imponendo che: "prima di abortire, la donna dovrà ascoltare il battito del cuore del feto".

E tutto questo avviene all’interno di un'onda nera che si va espandendo, dagli Usa all'Europa, all'Italia. E’ quindi purtroppo facile capire che un nuovo governo di centrodestra, per giunta a guida Meloni, sicuramente vorrà mettere le sue lorde mani sessiste e reazionarie sull'aborto e in generale contro la maggioranza delle donne.

La borghesia al potere odia il diritto d’aborto perché pone come centrale l’autodeterminazione delle donne, il fatto che una donna può e deve decidere liberamente, perché le donne devono essere incatenate a determinati ruoli funzionali alla conservazione, mantenimento e perpetuazione di questo sistema sociale capitalista. La lotta necessaria contro gli attacchi al diritto d'aborto è "pericolosa" per la borghesia dominante perché essa mette in discussione le basi ideologiche, politiche, materiali di questo sistema capitalista. E ciò vale anche per la questione femminicidi.

Abbiamo di recente scritto in un articolo pubblicato sul blog Femminismo rivoluzionario che attacco al diritto di aborto e questione dei femminicidi sono due facce della stessa medaglia perché entrambi vogliono le donne sottomesse allo Stato, alla famiglia, all'uomo, macchine riproduttive per fare figli, nuove braccia per i padroni da sfruttare per la sete insaziabile di profitto, macchine per il lavoro di cura di marito, figli…, proprietà privata al servizio del sistema economico/politico o dell'uomo.

In questo senso le lotte che facciamo come donne, come lavoratrici inevitabilmente hanno a che fare con la lotta contro questi ruoli che la società ci pone/impone. Ma tutto questo suscita nelle lotte delle donne, delle lavoratrici una “marcia in più”, che va oltre la questione economica, e pone la questione della necessità della lotta politica, rivoluzionaria delle donne contro padroni, governo, questo Stato, contro la condizione di oppressione a 360 gradi.

All’interno della necessità non rinviabile di un fronte unico di classe di grande importanza è il fronte delle lavoratrici/donne, proprio per quella marcia in più oggettiva e soggettiva che è ricchezza e spinta nella lotta più generale.

Non è vero che non ci sono le lavoratrici, le donne proletarie, esse ci sono attraverso le lotte che stanno già facendo, le assemblee che le hanno raccolte. In questo senso il percorso dell’Assemblea donne/lavoratrici da noi promosso si è rivelato uno strumento/arma utile che sicuramente va rafforzato, esteso, e va generalizzato anche a fronte del nuovo governo che sulle donne si accanirà.

Collegarci, sviluppare con più forza le nostre lotte per affrontare insieme la battaglia contro i pesantissimi attacchi dei padroni e del governo (chiunque sia il nuovo), che vogliono rendere la nostra vita ancora più difficile, dura, necessariamente richiede di essere unite a livello nazionale, altrimenti non ce la si fa, rendere concreta la parola d’ordine: lotta una lottano tutte!

Rendere concreta questa parola d’ordine è stata per esempio la campagna di solidarietà agente lanciata per le operaie della Beretta.

Una parte delle operaie in appalto nel salumificio Beretta, organizzate con lo Slai Cobas per il sc, sono in lotta da mesi in difesa del posto di lavoro, per migliori condizioni contrattuali e oggi in particolare contro un grave accordo fatto dai padroni con la Uil che taglia il salario già basso colpendo diritti basilari come la maternità e chi si infortuna o denuncia gli infortuni.

Un accordo firmato sottobanco senza comunicazione alle operaie, che rappresenta il vero volto dei padroni e dei sindacati organicamente dannosi e asserviti ad essi come i confederali, e che costituisce un pericoloso precedente che si può estendere in altri posti di lavoro contro altre lavoratrici. La lotta di queste operaie è importante per tutte e tutti; essa oltre l’aspetto della lotta sindacale ha anche una valenza sul piano politico/ideologico.

Una lotta che pone la questione della condizione che vivono come donne, tutte le oggettive difficoltà a gestire per esempio il lavoro di cura in famiglia, i figli, le difficoltà di arrivare a fine mese e oggi ancor di più con l’aumento dei prezzi/bollette/generi di prima necessità… “difficoltà doppie, triple” essendo per la maggior parte anche donne immigrate che non hanno nessuna risorsa a parte il lavoro, come diceva l’operaia in una recente intervista.

Ma questa lotta ha fatto emergere con forza soprattutto l’importanza dell’unità. Diceva l’operaia: “…Abbiamo fatto due scioperi indetti dallo Slai davanti i cancelli della fabbrica, se da un lato non ci hanno portato a dei risultati immediati con i padroni la cosa importante è stata però l’unità delle operaie, l’incoraggiamento verso la lotta perché eravamo tutte insieme quelle iscritte allo Slai, all’inizio alcune operaie avevano paura di scioperare, questo ci ha dato coraggio… a tutte noi serve questo lavoro ma se stiamo combattendo non stiamo combattendo per stare a casa, stiamo combattendo per andare avanti, per i i nostri diritti, niente di più niente di meno!”… Questa questione dell’unità delle operaie è molto importante anche nella prospettiva del ragionamento che stiamo facendo in questa assemblea.

“Se lotta una lottano tutte” vuole dire collegarsi, sostenersi e incoraggiarsi reciprocamente, unire le nostre forze anche se viviamo e lottiamo in città e posti di lavoro o realtà diverse perchè l’attacco di padroni e governo seppur in forme diverse è comune; significa estendere la conoscenza delle lotte che le donne proletarie fanno in questo paese contro la congiura del silenzio messa volutamente in atto spesso dai mass media asserviti o dai sindacati confederali organicamente dalla parte dei padroni e padroncini e del governo.

In questo senso la campagna di solidarietà che abbiamo lanciato a sostegno della lotta delle operaie Beretta, così come precedentemente verso le operaie della Montello di Bergamo, vede a parte i messaggi tutti importanti arrivati da altre lavoratrici, operaie, realtà di lotta sul campo della sicurezza sul lavoro, ecc., anche azioni concrete come volantinaggi infosolidali, attacchinaggi di una locandina che ha dato voce a questa lotta delle operaie, a Palermo per esempio, le compagne hanno portato un volantino e la locandina tra gli operai dei Cantieri Navali perché è giusto e necessario che sappiano della lotta che stanno facendo le loro compagne di classe e da cui possono prendere esempio. Questa locandine dopo alcuni giorni ritornando in fabbrica, a differenza di altre, le abbiamo trovate strappate, non sappiamo chi l’abbia fatto, i padroni? i capetti? I vigilantes? i fascisti? Ma ingenerale questo è anche un segnale del clima sessista e reazionario che avanza in questo paese e che influenza anche i lavoratori, i proletari.

Diceva sempre l’operaia, delegata dello Slai Cobas sc, nell’intervista che abbiamo fatto: “Le altre operaie sono state molto contente dei messaggi di solidarietà che ci avete mandato, alcune si sono proprio emozionate, e dicevo loro vedete che non siamo sole, sembra che non stiamo facendo niente ma invece non è così…, da quando abbiamo fatto quell’assemblea (assemblea nazionale telematica di Donne/Lavoratrici - ndr) il 9 giugno, ti dico sinceramente che mi sento più incoraggiata, è vero che io personalmente attraverso l’esperienza sindacale di delegata ho imparato in questo anno e mezzo un sacco di cose, ho scoperto diritti che non è che pensavo di non avere ma che non potevo metterli in pratica. Quindi adesso mi sento più forte, certo ce n'è ancora di strada da fare ma questo mi dà la forza anche di parlare con le mie colleghe, di spiegare la situazione e di andare avanti…”

La lotta delle operaie Beretta è esempio importante di operaie che stanno lottando contro la guerra interna che i padroni scaricano contro di esse, attacchi che si intensificano, in fasi come quella che stiamo vivendo dove la guerra è anche uno dei mezzi con cui il Capitale cerca di risolvere la crisi economica in cui sprofonda. Queste operaie già nello sciopero dell’8 marzo hanno diffuso la mozione contro la guerra in unità con altre operaie e lavoratrici, perché noi donne vogliamo e dobbiamo essere in prima fila anche nella lotta contro la guerra imperialista, dicendo: “Non in nostro nome! Le guerre e i profitti sono loro, i morti, le distruzioni sono nostre!”

Ma ci sono altre lotte significative che non devono restare sole: le operaie Piaggio che hanno scioperato per infortuni di alcune colleghe, le operaie della Maier Cromoplast di Verdellino in sciopero contro la delocalizzazione della fabbrica, le lavoratrici della Pellegrini appalto nell’Acciaieria Italia, ex Ilva di Taranto in lotta contro accordi discriminatori, le operaie che imbustano l’insalata a Bergamo, che sanno quando entrano in fabbrica e non sanno quando escono con turni di lavoro massacranti, le precarie di Palermo, le immigrate delle campagne, della logistica…

Lotte che hanno posto anche la questione che per le donne, le lavoratrici ai normali problemi per partecipare si aggiungono altri problemi, famiglia, figli, assistenza genitori, ecc. – ma questi problemi sono una ragione in più per noi donne per volere una vita diversa, per ribellarci a una condizione niente affatto individuale ma sociale che da un lato scarica tutto su di noi e dall’altro ci mette mille ostacoli, ci vuole costringere a rinunciare. Ma non ci stiamo! Anche questo è un terreno di lotta, di sfida, e noi abbiamo una marcia in più per affrontare la battaglia generale perchè tutta la nostra vita deve cambiare.

Facciamo appello a sostenere attivamente e in ogni forma possibile le lotte delle lavoratrici, precarie, disoccupate. Queste lotte oggi, sono ancora più importanti anche per indebolire l’azione del governo che verrà.

Andremo in posti di lavoro e luoghi significativi sul piano delle lotte delle lavoratrici/donne, con due scopi, far conoscere con iniziative pubbliche il percorso che stiamo facendo, creare conoscenza, collegamento; portare le ragioni di quale femminismo è necessario oggi per la maggioranza delle donne/lavoratrici/ che può e deve essere in sintonia con la condizione di oppressione della maggioranza delle donne, un femminismo di classe proletario e rivoluzionario, perché la lotta delle donne lavoratrici è inconciliabile con il riformismo perché mette sul piatto un’oppressione che è a 360 gradi posta/imposta da questo sistema sociale capitalista che deve essere rovesciato per una vera liberazione sociale.

Se sarà una donna fascista come la Meloni alla presidenza del consiglio, sarà una opportunità, perchè questo mostrerebbe in modo chiaro che le donne non sono tutte uguali, le donne al potere, le padrone, le ricche, le politicanti sono la faccia più concentrata e feroce del potere capitalista e imperialista.

C’è un femminismo borghese, un femminismo piccolo borghese e un femminismo proletario, è la classe e non il genere che distingue o unisce le donne e ogni forma di femminismo che non sottolinei questo elemento è parte della dittatura borghese e patriarcale. Sarà la maniera concreta per mostrare che la contraddizione di classe è alla base e che la ribellione, la lotta delle donne proletarie deve essere il cuore e la forza nella lotta rivoluzionaria per un vero cambiamento sociale.

Poichè l’oppressione delle donne è “oppressione senz'altro”, la lotta della maggioranza delle donne oppresse che si pone nella prospettiva di abolire “tutte le oppressioni”, di tutti, anche degli uomini, anche dei lavoratori, per una umanità nuova, è centrale per una nuova società, che chiamiamo socialismo, e deve essere compreso da tutti quanto sia centrale.

MFPR

23/09/22

"NO al velo, NO al turbante, SI alla libertà e all'uguaglianza" - Viva la rivolta delle donne in Iran, in nome di Mahsa Amini/Jhina, uccisa dalla polizia





Una donna iraniana brucia il velo in piazza


Nella protesta in Iran che si sta allargando in prima fila ci sono le donne: bruciano i veli, tagliano i capelli, si scontrano con la polizia. A scatenare la sollevazione è stata l’uccisione, per mano della polizia morale, della 22enne curda Mahsa Amini, venerdì scorso.

Dall'intervista a Fariborz Kamkari, regista curdo-iraniano - da Il Manifesto

Cosa sta accadendo in Iran?
"Non è una rivolta di quelle che ormai si verificano ogni anno: stavolta ha le caratteristiche di una rivoluzione. Per quattro motivi. Primo, per la prima volta in 43 anni riguarda tutto il paese e non solo una sua parte, che sia il Kurdistan o il sud est a maggioranza araba, come accaduto due settimane fa, proteste subito sedate. Secondo, partecipano tutte le classi sociali: in passato abbiamo assistito a proteste della piccola borghesia, altre volte della classe bassa. Stavolta partecipano poveri, lavoratori, classe media. Terzo, non ci si è mobilitati per motivi economici, la gente sta chiedendo libertà. Quarto, è completamente fuori dal controllo di qualsiasi organizzazione interna al regime che per anni ha mostrato una doppia faccia, riformisti contro conservatori. Oggi la rivolta è contro il regime in sé e lo si capisce dalla reazione compatta di tutte le forze politiche. Bruciare il velo è bruciare la bandiera: questo regime ha usato il velo come rappresentazione della propria ideologia. Oggi la gente dice no all’intero sistema politico del paese, alla natura stessa della Repubblica islamica.

Perché ora? La morte di Amini è stata la scintilla di un dissenso che cercava sfogo?
Il suo vero nome non è Mahsa ma Jhina. In Iran non possiamo usare nomi curdi, che restano ufficiosi, diversi da quelli ufficiali dei documenti di identità. Jhina significa «nuova vita». E sta davvero dando una nuova vita al paese. È successo oggi perché l’Iran sta già soffocando da tempo. Negli ultimi otto anni ci sono state rivolte cicliche, ma il regime è riuscito a scollegarle tra loro, usando diversi strumenti...
Ma stavolta la sollevazione è l’accumulazione di tutte le sofferenze del popolo iraniano. La situazione economica è terribile, ma lo slogan che risuona è il diritto a poter scegliere per sé. Per decenni, quando contestavamo l’obbligo del velo, molti rispondevano che non era certo il problema principale. Oggi la gente mostra che lo è perché rappresenta la libertà individuale, la possibilità di scegliere per sé, il simbolo della propria volontà. Gli iraniani non stanno chiedendo solo pane o lavoro, ma libertà. Altre volte ci rispondevano dicendo che l’hijab è una caratteristica della nostra cultura. Non è così: è stato imposto dalla rivoluzione islamica che ha obbligato le donne a indossarlo. Bruciando il velo, bruciano quel mito.

Che ruolo hanno le donne?
Il sistema è stato disegnato per marginalizzare le donne e togliere loro ogni ruolo politico, culturale, sociale. La donna deve essere moglie e madre, il suo dovere è procreare e crescere i figli. Le donne iraniane non lo hanno mai accettato e sono sempre state motore di cambiamento. Andate in Iran, vedrete che fanno qualsiasi cosa. Questa è una rivoluzione femminile perché sono loro che organizzano la piazza, che vanno contro la polizia, che bruciano il velo. E sono sostenute dagli uomini, è la novità. La furbizia del regime è stata creare divisioni che sono entrate anche in casa: se crei un sistema a favore degli uomini, gli uomini diventano i rappresentanti del regime anche tra le mura domestiche. Oggi però sono al fianco delle donne.

E i giovani?
Oggi i giovani usano internet, conoscono il mondo fuori, sono più difficili da domare. Il 60% della popolazione iraniana ha meno di 30 anni, persone che non ricordano o non hanno partecipato alle grandi rivolte del 1999 e del 2009. Le università si sono risvegliate. Dopo le proteste del 2009 il regime era riuscito a disinnescare gli studenti, ma oggi sono nuovo motore di protesta contro il tentativo di escluderli dal discorso politico e sociale.

Teheran saprà mostrare elasticità, concedere qualcosa per sopravvivere?
È difficile, è costruito su questi principi. Se vengono meno, cade l’intera impalcatura della Repubblica islamica. Per questo non cambia nonostante la maggioranza degli iraniani non voglia più l’hijab o il controllo sulla libertà personale. Nelle grandi città i cittadini vengono trattati in modo più morbido, ma nelle piccole città o in Kurdistan vengono gestiti con la violenza. E nessuno paga per queste violenze: il presidente Raisi in queste ore è all’Assemblea generale dell’Onu, eppure è il «giudice della morte», nel 1988 partecipò alla condanna a morte di 6mila prigionieri politici, per lo più mujaheddin e comunisti. Ma partecipa al consesso internazionale.

Tra le richieste della piazza c’è la soppressione della polizia morale.
La polizia morale è stata una delle prime invenzioni di Khomeini per costruire la sua società ideale, a fronte della contrarietà della maggior parte della popolazione all’hijab o di altri comportamenti pubblici non in linea con i principi del regime, dall’abbigliamento alla pettinatura fino al linguaggio. All’inizio della rivoluzione tanti di noi ricordano le punizioni corporali, come gli aghi in fronte. La polizia morale è uno strumento efficace per terrorizzare, soprattutto i giovani: è davanti a ogni liceo e a ogni facoltà, controlla come si ci veste, cosa si scrive sui telefoni. Ferma le auto dove ci sono uomini e donne per verificare i loro rapporti familiari. In ogni caso la protesta in corso non vuole la fine della polizia morale, ma la fine dell’intera natura del regime.

Aborto - 28 settembre: la prima risposta delle donne a chi vincerà le elezioni

Il 28 settembre è la giornata mondiale per l'accesso a un aborto sicuro, giornata istituita negli anni '90 grazie all'omonima campagna per la depenalizzazione dell'aborto,​ portata avanti dalle donne sudamericane​ e caraibiche.
Inoltre, è importante ricordare come siamo alla vigilia di un anniversario importante, sono passati 102 anni dall'adozione della prima legge che legalizza l'aborto, precisamente il "decreto sulla salute delle donne" promulgato nel ottobre del 1920 in Unione Sovietica, fortemente voluto dalla comunista e femminista Alessandra Kollontaj.
Da allora molti sono stati i passi avanti, dal punto di vista legislativo,​ fatti nei vari paesi del mondo, ma ancora tanta strada c'è da fare perché in molti​ paesi l'aborto è ancora considerato un crimine, e in ben 30 paesi nel mondo l'aborto è legale solo in caso pericolo di vita della donna.
Qui in Italia, nonostante la legge 194, molti sono gli ostacoli che si frappongono a un​ concreto accesso ad un aborto sicuro, determinati​ principalmente dall'obiezione di coscienza da parte di medici e personale sanitario. A cui danno ma forte le politiche delle amministrazioni di destra (FdI, Lega), dalle Marche all'Abruzzo, all'Umbria.
E come non sentire il vento reazionario che sta avanzando​ dalla Polonia, Ungheria, Stati Uniti, e pure noi ci​ aspettiamo il peggio.

Il​ 28 settembre parteciperemo alla manifestazione indetta da NUDM che si terrà a Milano per l'aborto sicuro e che cade all'indomani delle elezioni, che​ ​con ogni probabilità saranno vinte dall'estrema destra; manifestazione che​ e via via si sta caricando di contenuti, da un lato mettono in​ evidenza che non basta essere donne per tutelarne i diritti e gli interessi,​ dall'altro lato​ forte e urgente è la chiamata alla lotta contro gli attacchi all'autodeterminazione delle donne. Infine,​ ​ a Milano è stato inserito tra le rivendicazioni l'abolizione dell'obiezione di coscienza.

Nel percorso di lotta abbiamo​ ​ programmato​ la presentazione dell' opuscolo "Diritto di aborto, perché si".
Nei prossimi giorni comunicheremo tempi e luogo e sarà propagandato durante la manifestazione con un​ nostro volantino.

MFPR Milano

22/09/22

Meloni... "Ti mangiamo il cuore"

IL PROGRAMMA DELLE DESTRE: GUERRA ALLE DONNE, AI POVERI, AGLI IMMIGRATI - Intervento del Comitato 23 settembre all'assemblea Si.cobas Bologna

Compagne e compagni, cosa ci dobbiamo aspettare dalla prevista vittoria delle destre?
Il programma di Fratelli d’Italia non rappresenta un cambiamento di rotta rispetto al passato (certamente non a favore delle lavoratrici e dei lavoratori), ma un attacco più duro e deciso legato alla guerra e alle crisi che si stanno accumulando.
Questo attacco avverrà su vari piani: sul piano economico, su questo sappiamo che porterà ad un aumento della povertà e della miseria, e quindi riguarderà doppiamente le donne: perché sono la parte più povera della popolazione e perché sono loro che gestiscono il bilancio familiare. Allo stesso modo riguarderà le donne perché ci sarà un’evidente stretta sui servizi, anche a causa del fatto che le spese andranno in altre direzioni. 
Dunque, una stretta sui servizi e la loro privatizzazione: faccio solo un esempio: in questo programma gli asili nido si propone che siano, oltre che aziendali, comunali, anche condominiali oppure anche familiari; ecco che si prevede che tutti quelli che dovrebbero essere servizi sociali (asili, assistenza, lavoro di cura) saranno a carico delle donne, e su di esse graverà la pressione per la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di cura. Su questo, bisogna sapere che il programma delle destre prevede un premio per le aziende che faciliteranno questa conciliazione, mentre il premio dovrebbe essere dato alle donne che tutti i giorni si battono per realizzare questo difficile equilibrio. 
La conseguenza di tutto ciò è la necessità da parte di tutte le lavoratrici e i lavoratori di spingere e allargare il loro protagonismo nelle lotte nei posti di lavoro e nei territori: uno degli esempi che dovremmo socializzare è quello della lotta diretta, pratica, immediata dei disoccupati di Napoli del comitato 7 novembre, una lotta che è stata già fatta una cinquantina di anni fa, con l’autoriduzione delle bollette: o le bruciamo, o non le paghiamo.
Nel marasma di un piano che comprende i più svariati obiettivi, ci sono però dei punti fermi che sono sintetizzati nella triade “Dio, Patria e Famiglia”. Sono tre elementi profondamente legati tra di loro che sentiremo martellare nella propaganda presente e futura, con pesanti conseguenze non solo sul piano della propaganda ideologica ma anche nella pratica della vita di tutti i giorni.
Il punto n° 1 del programma del “presidente” Meloni (così vuole essere chiamata) è la famiglia; ovviamente si parla della famiglia tradizionale, però non c’è da preoccuparsi: c’è su questo una convergenza già sperimentata: non solo tra le estreme destre, quelle marginali brutte e cattive, ma anche, tanto per dire, del presidente Draghi, o del Papa che è un uomo di ultrasinistra come tutti sappiamo. 
Dunque il tema centrale è quello della natalità: natalità BIANCA, cioè bisogna ad ogni costo convincere le donne italiane a fare più figli perché le donne straniere ancora ne fanno abbastanza, e questo come si sa può costituire un pericolo. Bisogna convincerle promettendo fantasmagorici aiuti economici, cure per la sterilità, dichiarando di voler “prevenire” l’aborto: in questo senso si promette la piena applicazione della 194, senza nominare l’obiezione di coscienza, che è una delle ragioni fondamentali se non la fondamentale della sua non attuazione. Allora a questo punto poiché questa destra che noi conosciamo si muove a livello internazionale ed ha alleati fedeli è lecito chiederci se non ci sarà la tentazione di seguire l’esempio di Orban, il presidente ungherese, che con vero sadismo impone alle donne che decidono di interrompere la gravidanza di ascoltare prima il battito cardiaco del feto.
Il riferimento a Dio ha ben poco di spirituale e sottolinea il legame organico delle destre con l’internazionale nera: l’insieme delle sette e organizzazioni tradizionaliste cristiane che sono espressione di quella estrema destra internazionale che vorrebbe, tra le altre cose, ricondurre le donne al loro “ruolo naturale” di casalinghe e fattrici.
Ma il punto centrale della triade del programma delle destre che probabilmente andranno al governo è la “Patria”. Non a caso la Meloni si rivolge ai suoi chiamandoli "patrioti". La Patria è la nazione, è l’identità nazionale, bianca e di classe. Essa va difesa militarmente contro le invasioni esterne: bisogna dichiarare GUERRA all’immigrazione clandestina, e cioè a tutti gli immigrati, per poterli meglio sfruttare; bisogna farlo imponendo il blocco navale, affondando i barconi, perseguendo le ONG dedite ai salvataggi, bisogna dichiarare GUERRA, una guerra economica, ai paesi di provenienza degli immigrati, che saranno obbligati ad accettare i rimpatri pena la fine dei programmi di cooperazione; bisogna dichiarare una guerra interna, una GUERRA di classe, contro il degrado urbano, per il decoro delle città: cioè una guerra contro i poveri, gli immigrati, gli emarginati, contro i ragazzini delle gang, contro gli occupanti di case: si promette contro tutto questo il pugno di ferro, il potenziamento esasperato di tutte le polizie, e i soldi per tutto questo è sicuro che si troveranno. 
Infine, bisogna dichiarare GUERRA contro di noi, contro le nostre lotte, usando sempre più le maniere forti, come è successo un paio di giorni fa a Siziano, dove delle compagne, delle delegate, delle lavoratrici, sono state malmenate e andate al pronto soccorso e a cui va la nostra solidarietà. E così vedete, compagni, che con questa politica, non c’è bisogno di andare in Ucraina per vedere la guerra: essa viene portata in casa, viene messa nelle nostre teste come un rimedio necessario ai mali sociali.
Nel programma della destra sono sparsi continui elementi di “sano” razzismo, in cui si contrappongono valori e tradizioni nostrane da difendere contro pratiche culturali arretrate, valori da imporre agli immigrati e alle immigrate “regolari”, che sono previsti nei programmi di integrazione e noi sappiamo che le battaglie culturali nascondono invece profonde diseguaglianze strutturali. Noi dobbiamo combattere questo razzismo, che ci riporta alla vecchia lezione del colonialismo. 
L’attacco su questo è internazionale, ed è specificamente rivolto alle donne immigrate, in particolare alle donne mussulmane, a cui si impone come modello lo stile di vita occidentale e che vengono rappresentate come vittime dei loro uomini, come se il patriarcalismo fosse una prerogativa dei mussulmani mentre noi sappiamo molto bene quali problemi e contraddizioni dobbiamo affrontare qui, nel “libero occidente”, e abbiamo visto innumerevoli volte come le lavoratrici immigrate siano state in prima linea nelle lotte, nei loro paesi di origine e qui.
Rivendichiamo, quindi, insieme la libertà essenziale: la libertà e la necessità di lottare, contro il capitalismo, le sue guerre e le sue crisi, ed è questo l’impegno che ci unisce nei prossimi mesi!

21/09/22

REPORT COMUNE DELL’ASSEMBLEA DI ROMA DEL 17/9/22



L’Assemblea proletaria anticapitalista di Roma ha avuto una buona riuscita. Presenti complessivamente più di 70, in grande maggioranza espressioni di realtà di lotta sindacale, sociale e di organizzazioni politiche anticapitaliste, e provenienti da diverse città, Taranto, Roma, Viterbo, Napoli, Palermo, Viareggio, Bergamo, Milano, l’Aquila, Torino, Ravenna, ecc.

Il luogo in cui si è tenuta, Metropoliz – Museo dell’altro e dell’altrove, è stato un valore aggiunto, e il suo significato, la sua vitalità è stata ben illustrata dagli interventi di presentazione iniziali.

Un risultato che è andato al di là delle previsioni, e che avrebbe richiesto un’intera giornata per permettere l’intervento di tutti, dibattito e conclusioni unitarie.

Ciononostante, tutta l’assemblea si è svolta in un clima di lotta, unità, domanda e condivisione di iniziative e scadenze, analisi e anche proposte sul fronte teorico della formazione operaia.

L’assemblea è stata la manifestazione della realtà necessaria di unire e collegare le lotte, costruire un patto d’azione politico e sociale, avanzare sul fronte unico di classe.

Grande peso hanno avuto nell’assemblea non solo gli interventi delle realtà di fabbrica e del territorio, ma anche la discussione sulla guerra, sulla repressione e più in generale la lotta contro lo Stato del capitale, in una prospettiva rivoluzionaria.

Sia pure in forme differenziate per le realtà di lotta diverse e per la pluralità di riferimenti politici presenti, l’assemblea ha cercato la strada della socializzazione delle lotte, della riflessione sugli aspetti più significativi di esse, del sostegno reciproco e del superamento di limiti di organizzazioni e riferimenti sindacali, soprattutto quando essi sono spesso di autoproclamazione e autoreferenzialità e di visione ristretta delle dinamiche delle lotte sindacali stesse.

L’assemblea ha affermato chiaro che l’unità da costruire è una unità di lotta e un contributo di contenuti e partecipazione da immettere e relazionare con tutte le realtà del sindacalismo di classe e combattivo, dei movimenti sociali e territoriali, del fronte di opposizione politica, antifascista, antimperialista, naturalmente contro il nuovo governo che scaturirà dalle elezioni.

L’assemblea ha cercato negli interventi delle varie realtà di lotta di cogliere in ciascuna di esse l’elemento generale, nello sforzo di trasformare ogni lotta particolare in lotta generale, da sviluppare e scagliare contro padroni, governo, Stato e Istituzioni locali.

Centrali nell’assemblea sono stati gli interventi operai, dalla Tenaris Dalmine alla Tessitura di Mottola, alla Gkn – intervenuta in collegamento telefonico; gli interventi sullo stato attuale della lotta dei migranti dei campi rappresentata nella denuncia e nelle iniziative sviluppate attualmente da Campagne in lotta; le voci dirette di un gruppo di operai indiani di Bergamo sulla realtà dello super sfruttamento dei lavoratori immigrati da parte di cooperative, appalti, e la loro determinazione di lotta. Quindi interventi sul fronte della sanità impegnati in uno scontro quotidiano e nel lavoro per un coordinamento nazionale; poi interventi sulla pesante ristrutturazione in corso nelle Poste, sulla lunga esemplare battaglia dei lavoratori e delle lavoratrici precarie delle cooperative sociali di Palermo, ecc; realtà da comprendere, sostenere e allargare.

Chiaramente è entrata di peso nell’assemblea la questione dei morti sul lavoro, della salute e sicurezza a partire dal saluto emozionato e impegnato contro l’ennesima morte/assassinio di uno studente in formazione-lavoro. Sono seguiti interventi sulla grande battaglia in corso contro le stragi impunite, come quella di Viareggio, e altri interventi che non si sono potuti fare per ragioni di tempo nell’assemblea, di Vito Totire (scritto), della Rete per la sicurezza e la salute sui posti di lavoro e territorio e del ricercatore Chiodo su pandemia e sanità

Un peso importante emotivo hanno avuto gli interventi contro la repressione, con un richiamo alla necessità, anche storica, di assumere questa lotta non come mera denuncia, vittimismo o solo, pur indispensabile, azione sul fronte legale dei processi, ma per comprendere anche il salto che lo stato attuale della repressione domanda, con i riferimenti storici aggiornati alle grandi esperienze del ‘68, autunno caldo, anni ‘70.

Forte è stata la denuncia e in certi casi l’analisi della guerra interimperialista in corso e della sua dinamica, dell’economia di guerra che ne consegue scaricata sui proletari e masse popolari, e sulle iniziative necessarie di parte proletaria: lotta per più salario meno orario, salario garantito ai disoccupati, non pagare le bollette, opposizione alle Basi militari,- con intervento inviato e condiviso del Movimento NO MUOS - lotta contro il proprio governo imperialista, unità internazionalista con tutti i proletari e i popoli in lotta nel mondo.

Tutta l’assemblea ha sostenuto l’indispensabile unità tra lotta economica e lotta politica e il rifiuto di ogni fiducia al sindacalismo confederale, ai partiti parlamentari e alla via elettorale.

Interessante è stato lo sforzo di alcuni intellettuali marxisti di introdurre elementi della formazione teorica dei proletari nell’analisi del modo di produzione capitalista, base e fondamento per affrontare tutte le questioni della società, dal lavoro all’ambiente, al carovita, ai tagli della spesa pubblica, alla questione delle lotte delle donne.

Su quest’ultimo tema l’assemblea ha avuto una forte impronta con gli interventi delle compagne, che sono state la maggioranza, che hanno portato la marcia in più delle lotte delle donne lavoratrici, ultima la Beretta di Trezzo, l’esperienza agente di unità/collegamento dell’Assemblea nazionale donne/lavoratrici, e soprattutto la doppia lettura femminista e proletaria su tutti i terreni, dal lavoro all’aborto, contro ogni generica questione di genere e contro ogni forma di concessione al femminismo istituzionale e piccolo borghese; dichiarando già da ora “guerra” ad un possibile governo diretto da una donna fascista, la Meloni

Tanta carne a cuocere in questa assemblea, dentro una visione combattiva ed ottimista (tranne un solo intervento) che dimostra che il cammino dell’unità delle lotte e del fronte unico di classe è necessario e ha ripreso la sua marcia.

L’assemblea non ha avuto una conclusione e un piano di lavoro comune, per i tempi ma soprattutto per la necessità di approfondire le questioni e trovare i punti di convergenza praticabili come Assemblea proletaria anticapitalista e come parte del movimento proletario e popolare generale in questo autunno, anche nell’orizzonte dello sciopero generale che viene proposto per dicembre; affermando però che la questione principale ora è accendere e alimentare i tanti “fuochi” possibili e necessari di lotta proletaria, estenderli e collegarli, “scagliare” ogni singola lotta, vertenza nella battaglia generale contro il governo.

Sono disponibili le registrazioni di tutti gli interventi, saranno pubblicate le trascrizioni di alcuni di essi, come di altri che non sono potuti intervenire ma hanno inviato loro testi all’assemblea.

Assemblea proletaria anticapitalista

17-9-2022