18/03/20

Compagna e sorella, distruggiamo il sistema!

Da infoaut

Non sarà la denuncia del potere a liberarci dal sistema patriarcale dominante. Sarà la contro-violenza delle donne.



Questo è un mondo strano
e non cambierà senza una resistenza forte [1]

Durante la manifestazione delle donne del 28 settembre scorso a Kadıköy, Istanbul, si è annunciato l’inizio della campagna “Mettiamo fine urgentemente ai femminicidi”. Come programma della campagna si è deciso di organizzare ogni notte fino al 25 di novembre una serie di azioni rumorose della durata di 5 minuti ciascuna. La rivendicazione: l’applicazione della Convenzione di Istanbul [2]. Due giorni prima, tutte le donne del mondo avevano ricevuto dalle montagne del Chiapas [3] un invito a partecipare all’Incontro Internazionale delle Donne. Secondo quanto scritto nell’invito, quest’anno l’assemblea dell’incontro internazionale delle donne aveva un unico punto all’ordine del giorno: la violenza contro le donne e i piani di lotta contro di essa.
Come si può vedere da entrambe le chiamate – indipendentemente dal contenuto, significato o rivendicazione – in questo momento l’ordine del giorno urgente nella lotta per la liberazione delle donne a tutte le latitudini è la violenza. Con il motto “Non vogliamo morire / vogliamo vivere” tutte le donne si stanno unendo. Questo slogan mostra chiaramente quale sia il livello raggiunto oggi dalla violenza dello Stato-patriarcale.
Ci confrontiamo con una violenza machista statale “straordinaria” che si somma a un’oppressione e un annichilimento delle donne che, sotto molti punti di vista, sono già stati normalizzati (!) e che forzano e superano i limiti della tirannia già esistente – tirannia che colpisce le donne e che è parte integrante del Patriarcato e del Sistema, al punto tale da essere, purtroppo, diventata un’abitudine. Questa situazione di violenza nuda e cruda genera in tutte le donne il bisogno di ostacolarla e interromperla immediatamente, anche se ciò comporta una sospensione nella totalità della lotta per la libertà delle donne. La vediamo davanti a noi come una necessità ardente.
Per il momento ci basti dire che non si può leggere questa violenza patriarcale “anormale” come se fosse separata e distinta dagli strumenti normalizzati e sistematizzati, e passiamo al prossimo punto. Oggi la domanda che ci poniamo è la seguente: Cosa dobbiamo fare per rispondere a questa necessità ardente? È una domanda che tutte noi ci siamo fatte e di fronte alla quale abbiamo avuto più o meno successo cercando una risposta attraverso le nostre diverse esperienze. Prima di tutto, dobbiamo stabilire quali sono i nostri presupposti mentre conduciamo questa ricerca. Non con la denuncia della violenza maschilista (la violenza dell’oppressore), bensì soltanto organizzandosi e applicando la propria contro-violenza (violenza dell’oppressa) contro quella violenza distruttrice le donne possono liberarsi. 
Solo questo potrà fare a pezzi la tirannia che ha posto le donne come oggetti nello scenario della storia. Distruggere questa oggettificazione e questa relazione basata sulla tirannia è possibile solo con la violenza, e solo attraverso questa violenza l’oggetto può porre se stesso, cioè ottenere la propria esistenza come soggetto politico. Non sarà la denuncia del potere, dello Stato, del patriarcato e delle strutture e apparati che lo dirigono, non sarà solo denunciare la violenza del potere dello Stato-macho a liberarci da questo sistema maschilista dominante; bensì sarà la contro-violenza che le donne organizzeranno contro quella violenza. È con questa contro-violenza che coloro che fino ad oggi sono state oggettificate e obbligate a vivere nella tirannia e nell’oppressione romperanno e disattiveranno quella tirannia e stabiliranno una nuova equazione.
Dalla denuncia della violenza maschilista alla dichiarazione della contro-violenza delle donne
Visto il livello raggiunto dalla violenza maschilista, quale è stata e quale potrebbe essere la nostra risposta? Cosa stiamo facendo per contrastare ed eliminare questa violenza? Denunciarla alle forze di sicurezza e ai tribunali, monitorare i casi di violenza, “visibilizzare” la violenza sulle donne con vari studi, ad esempio con sondaggi sulle reti sociali, fare rumore eccetera… Abbiamo solo questi strumenti? O, detto in altro modo, questi strumenti possono portarci al nostro vero obiettivo? Queste sono tutte pratiche che le donne hanno organizzato e applicato in mille modi diversi fino ad oggi. Non c’è dubbio che anche queste pratiche abbiano ottenuto dei risultati. Dobbiamo sottolineare la struttura generale che sta dietro a tutti questi casi di violenza che sono unici e singolari per ogni donna. D’altra parte, però, un’unica linea d’azione intrappolata nel loop della denuncia non farà avanzare la lotta per la libertà delle donne.
La denuncia ha come obiettivo che il denunciato non ripeta mai più l’atto per cui è stato denunciato. Nel caso in cui lo compia nuovamente, sarà possibile identificarlo mediante l’esperienza collettiva acquisita e separarlo rapidamente dalla comunità. Si sapranno già il suo nome e la sua faccia. Nel mondo della dominazione maschilista, il fronte delle donne è una scala che va dall’ambito privato al pubblico. Però è solo una scala. Questa scala da sola non sarà mai abbastanza per collocarci (correttamente) dentro questa equazione di poteri. 
Denunciare è importante, porta alla luce, visibilizza. Però se questa denuncia non evolve al punto da dare una risposta a ciò che denuncia (di modo che lo impedisca, lo distrugga, che elimini la potenzialità che si ripeta) e rimane solamente una denuncia, perde forza e significato. Ci resta soltanto il fatto di aver denunciato. Arriva il momento in cui questo modo di agire ci porta ad accontentarci di quel briciolo di sollievo. Perché non c’è un dopo.
Iniziano a nascere forme di attivismo che hanno perso la loro autenticità: il pacifismo, il movimentismo… Le denunce fatte senza una prospettiva politica-pratica a un certo punto diventano prive di contenuto. Inizieranno ad accecare, pacificare, imprigionare le donne in un circolo vizioso. Nel presente, ogni volta che la lotta delle donne ha voluto dare un salto, con ogni salto ha sbattuto contro lo stesso muro: il conformismo e la memorizzazione. Così, solo quando avremmo interrotto la corrente e tagliato il passo a ciò che persiste (la stessa favola di sempre), potremmo occupare un luogo che trasformi e commuti la equazione.
È chiaro che la denuncia dà visibilità alla violenza contro le donne; possiamo dire che questo permette che ci sia più consapevolezza rispetto alla lotta contro la violenza maschilista e che si sviluppino la solidarietà e il coraggio tra le donne. Allora dobbiamo ragionare sulla visibilizzazione. Che tutti sappiano una cosa non significa che questa sia stata visibilizzata. Vengono fatte infinite chiamate a manifestare e ci sono infinite pagine nelle reti sociali che sono state aperte per poter denunciare. Però ciò che si vede e si mostra lì, nelle fotografie, invece di essere il mondo patriarcale in cui la donna è imprigionata – o le istituzioni, gli strumenti e i meccanismi (e coloro che li applicano e li mantengono attivi) della tirannia che agisce su di essa, o la relazione tra tutto questo – non va oltre la figura della donna vittimizzata e sacrificata.
Nel principio del Diritto di Stato, le leggi funzionano in termini di colpevoli-vittime. Questo principio sostiene anche qui, senza interruzione alcuna, la sua retorica. Siamo arrivate a un punto in cui, invece che visibilizzare i meccanismi da cui nasce la violenza, sono le donne, i loro corpi, i loro sentimenti e le loro vite a finire sotto la lente d’ingrandimento. Fino a che non sarà la stessa oppressa che, con la lotta politica da lei proposta, stabilisca l’equazione, le oppresse saranno oggetto del giornalismo sensazionalista come vittime/sacrificate. Quando l’equazione venga stabilita di nuovo a partire dalla lotta delle oppresse, allora l’oggetto si convertirà in soggetto politico. È esattamente questo il momento in cui la lotta politica ci potrà salvare.
Dopo questa frase, abbiamo il diritto di porci un’altra domanda: la questione secondo cui le donne sono o non sono un soggetto politico; ma non siamo già un soggetto politico? E, se non lo siamo, qual è il cammino che dobbiamo intraprendere per diventarlo? In un mondo di oppressori e oppresse, c’è una ruota che gira nella profondità dell’essere: è quella che assicura la dominazione degli oppressori sulle oppresse; la ruota della perpetuità. I metodi e l’intensità cambieranno a seconda del tempo e del luogo; pressione, forza, sfruttamento, eliminazione, ignoranza, esproprio… Tutti questi fattori si daranno in una cornice i cui limiti saranno stati decisi da loro stessi. I Diritti dei servi, la cittadinanza e la lealtà, i diritti umani, una Costituzione eccetera; cambia il nome, qua o là, però la sua essenza è la stessa.
Anche se l’ampiezza dei limiti sarà determinata dalla forza di frizione applicata dall’oppressa sulla ruota tagliente, il limite in sé è lo stesso. Quello che ci interessa è, senza alcun dubbio, la distruzione completa di quei limiti. Potremo posizionarci di fronte al potere solo se, come soggetto politico, costruiremo la lotta per la liberazione delle donne e la spingeremo avanti seguendo questa prospettiva. È evidente che non potremo evitare di essere vittimizzate o diventare oggetti di un dramma in tutti i contesti in cui non riusciremo ad assumere questa posizione… Allo stesso modo in cui un operaio non ha bisogno che un altro lavoratore cada dall’impalcatura e muoia per potersi posizionare di fronte al suo capo come soggetto politico.
Le nostre rivendicazioni hanno il potere di ribaltare l’ordine patriarcale
Che non ci siano fraintendimenti; il nostro punto di vista non nasce dentro delle categorie. In Turchia tutto un movimento rivoluzionario (MRT), anche se si è avvicinato minimamente alla questione della rivoluzione, ha accumulato molti più errori rispetto alla lotta per la libertà delle donne. Allo stesso modo in cui, a causa della sua visione del mondo, il modo rude e memorialistico dell’MRT di leggere il marxismo gli ha impedito di creare una politica rivoluzionaria, il suo approccio alla lotta per la libertà delle donne non gli ha permesso di andare oltre una mera categorizzazione delle compagne come “senza genere” o come femministe piccolo-borghesi, come riformiste o come comuniste, come femministe o rivoluzionarie. Un’auto-critica profonda a questo proposito è assolutamente necessaria. In questo senso, non abbiamo nessuna intenzione di ignorare o minimizzare la lotta per l’uguaglianza di genere che hanno portato avanti le organizzazioni delle donne fino ad oggi. Ciò che vogliamo sottolineare è che limitarsi a reclamare leggi, protestare e fare azioni nelle modalità con cui si stanno impostando ora non ci farà ottenere le chiavi della lotta per la libertà delle donne.
Come già abbiamo visto tante volte nella storia della lotta delle donne, a seconda di dove si alimenta e su cosa si fonda, una rivendicazione verso un cambiamento può convertirsi in occasione per grandi rivolte, la paralisi del sistema e lotte radicali di grandi dimensioni.
Duecento anni fa le donne lottarono per ottenere diritti civili e lo fecero con grande ricchezza di pratiche, con tutta la creatività e la diversità che riuscirono a riunire. Non solo presentandosi regolarmente davanti alla porta del Parlamento o sedendosi davanti ad esso, bensì usando dal sabotaggio agli scioperi della fame, organizzando tutti gli ambiti della vita, delle loro vite, attorno a quella rivendicazione… E allo stesso tempo ridicolizzando le orde dello Stato-macho… Anche nei momenti in cui il prezzo da pagare fu il più alto, pronunciarono le loro rivendicazioni come una burla; come nelle parole di Olympe de Gouge “Se le donne hanno il diritto di essere condannate all’impiccagione, allora dovrebbero avere anche il diritto di votare”. Questa rivendicazione, che riuscì a ottenere che l’uguaglianza assumesse almeno uno status legale, scatenò e rafforzò la lotta militante organizzata dalle donne. E a questo diedero maggior forza le donne stesse con i loro infiniti metodi di resistenza, generati tanto quel giorno come in azioni posteriori. Se le riforme non si auto-limitano, non rimarranno nel riformismo, bensì potranno aprire la strada e infiammare pratiche molto più radicali.
E oggi…
Se torniamo di nuovo all’inizio, la campagna che è stata lanciata (in Turchia, ndr.) è importante in questo senso. L’applicazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è una conquista; permetterà alle donne di respirare sotto la morsa della violenza e della pressione che impone loro lo Stato-macho. Però sappiamo anche che lo stesso Stato a cui rivolgiamo questa richiesta non cessa di essere, allo stesso tempo – con le sue leggi, le sue istituzioni, la sua polizia e i suoi soldati, e con l’educazione che promuove – il complice e il mandante degli omicidi delle donne nelle sue case, nelle sue strade e istituzioni, così come degli stupri, delle aggressioni e di tonnellate di altri casi di violenza machista. Le nostre rivendicazioni sono così radicate e profonde che non potranno trovare vita dentro i confini della legge stabilita e mantenuta dagli Stati con la violenza. Una richiesta legale allo Stato fascista borghese, lo stesso che formula la cornice legale della relazione di sfruttamento e oppressione della donna, apre la strada perché quella stessa richiesta rimanga imprigionata nei limiti dell’ordine legale borghese che ha fatto della proprietà privata la sua linea rossa. A meno che non uniamo queste richieste di riforma con una linea di lotta che collochi un pezzo di dinamite sotto il sistema legale borghese (sia quale sia, dal democratico al fascista)…
Disattiviamo questo sistema capitalista patriarcale che sfrutta, uccide e denigra le donne. Rendiamo la vita insopportabile ai rappresentanti di questo sistema; a ogni giro di ruota, aumentiamo la frizione; fino a estirpare completamente e a gettare via tanto la ruota quanto il sistema. Il nostro impegno, la nostra azione, la nostra campagna avranno senso solo con questa totalità di propositi. E, proprio su questo punto, dal Chiapas ci arrivano le parole autentiche e nitide delle compagne:
Compagna e sorella, e se invece di aver imparato a gridare solo per il dolore avessimo potuto scoprire il momento, il luogo e il metodo per lanciare il grido che darà vita al nuovo mondo? Vedi, sorella e compagna, le cose stanno così: per poter continuare a vivere dobbiamo costruire un altro mondo. Il sistema è arrivato a un punto tale che possiamo vivere solo se lo uccidiamo una volta per tutte. Non aggiustarlo un po’, o sopportarlo, o chiedergli che si comporti bene, che non sia così crudele, che non esageri. No. Distruggerlo, ucciderlo, farlo sparire, che non resti nulla, neppure la cenere. È così che la vediamo, compagna e sorella: o il sistema o noi. E così l’ha imposto il sistema, non noi come le donne che siamo.”

Ceren Güneş [4] - 30 de septiembre 2019

[1] Da Etica Hacker, Pekka Himanen
[2] Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, presentata a Istanbul nel 2011, che si propone di “prevenire la violenza contro le donne, proteggere le vittime e giudicare i colpevoli”.
[3] Invito al Segundo Encuentro Internacional de Mujeres que Luchan, EZLN
[4] La compagna Ceren Güneş è caduta lo scorso 3 novembre mentre difendeva la zona di Tell Tamer dagli attacchi dell’esercito turco e le forze jihadiste. Ceren era nata in Turchia, dove aveva iniziato la sua militanza comunista, che la portò a far parte del Partito dei Communardi Rivoluzionari (DKP/Birlik). Terminati i suoi studi in medicina, rifiutò l’opportunità di avviare una carriera professionale per dedicarsi interamente alla lotta rivoluzionaria. Si unì alla rivoluzione nel Nord della Siria quattro anni fa, partecipando a diverse campagne militari e assumendo la responsabilità di comandante dell’International Freedom Battalion (Brigata Internazionale di Liberazione – IFB).

Eddi Libera!


COMUNICATO STAMPA sulla Sorveglianza Speciale per due anni a Maria Edgarda Marcucci, combattente italiana Ypj con le donne curde in Siria contro l’Isis e i gruppi jihadisti sostenuti dalla Turchia.

Si tratta di un gravissimo atto contro una donna che ha rischiato la vita contro il Jihadismo e l’Isis, per proteggere le donne e i civili contro l’aggressione turca, proprio da parte di uno stato che non ha mosso un dito contro le guerre di Erdogan e che anzi, nonostante le promesse non mantenute, non ha mai smesso di vendergli armi.
Ci si accanisce contro l’unica donna del gruppo perché attiva nelle battaglie per il lavoro precario sottopagato, contro la guerra turca in Siria e in Non Una di Meno - Torino.
Nelle motivazioni si dice esplicitamente che la figura di Eddi va valutata diversamente perché ha partecipato a un’iniziativa alla Camera di Commercio di Torino, del tutto pacifica, contro il commercio di armi tra Italia e Turchia proprio mentre l’esercito turco bombardava le sue compagne in armi in Siria.
Tutti e cinque siamo e ci consideriamo colpiti da questo provvedimento senza distinzioni. Ogni tentativo di dividerci sarà vano.
Tutti e cinque rivendichiamo tutto ciò che abbiamo fatto in Siria per la rivoluzione, la democrazia, la libertà delle donne e contro il fondamentalismo, e in Italia per informare sulla Siria e cambiare una società ingiusta.
E' scandaloso che ad una persona come Eddi si dia una misura del genere (seguendo una procedura che non assicura le garanzie di uno stato di diritto e deriva dal ventennio fascista) per essersi impegnata politicamente in Italia, contestando un sistema politico ed economico che oggi mostra tutte e sue fragilità e i suoi limiti: la gente sta morendo in alcuni casi senza cure per i tagli fatti in questi anni alla sanità.
Scandaloso che lo si sia saputo dalla stampa.
Chiamiamo alla mobilitazione di tutte e tutti per Eddi e per i curdi, gli arabi e gli altri popoli del Rojava e della Siria del nord che l’America, l’Europa e l’Italia hanno lasciato e lasciano massacrare dopo il contributo dato per la libertà e la sicurezza di tutti.
Eddi libera!
Jacopo Bindi
Davide Grasso
Fabrizio Maniero
Maria Edgarda Marcucci
Paolo Pachino

La maggiore resistenza al coronavirus delle donne è al vaglio degli scienziati, ma non è un buon motivo per mandarle al macello in nome del profitto

Come dimostra il caso di Palermo, dove una lavoratrice del call center Almaviva è risultata positiva al coronavirus. Per il padrone si poteva continuare, ma le proteste di lavoratrici e lavoratori costringono l'azienda a passare allo smart working. 
Ci sono dunque anche gli "stili di vita" a condizionare la risposta immunitaria contro il COVID-19. Non solo il fumo, ma anche l'esposizione al contagio, lo stress cronico dovuto al doppio lavoro e alla segregazione forzata in famiglia, dove si amplificano i ricatti e le violenze domestiche.




Da fanpage.it

Col diffondersi della COVID-19 anche in Italia risulta sempre più evidente una caratteristica già emersa negli studi epidemiologici condotti in Cina: il coronavirus SARS-CoV-2 determina polmoniti più gravi negli uomini, per i quali il tasso di mortalità risulta quasi raddoppiato rispetto alle donne. A sottolineare il dato in un'intervista a Repubblica il dottor Guido Bertolini, a capo del Laboratorio di epidemiologia presso l'Istituto Mario Negri di Bergamo, nosocomio in prima linea nel contrasto all'emergenza che ha determinato il parziale “lockdown” del Bel Paese. “Ormai possiamo dirlo – ha sottolineato lo specialista -, questo virus contagia più i maschi delle femmine”.

I dati citati da Bertolini sono in parte gli stessi evidenziati dal più grande studio epidemiologico sul coronavirus condotto in Cina, per il quale sono state coinvolte oltre 70mila persone, 44mila delle quali con diagnosi di COVID-19. La ricerca, coordinata da scienziati del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CCDC) e pubblicata sulla rivista scientifica Chinese Journal of Epidemiology, ha determinato che il tasso di mortalità dei contagiati da coronavirus risulta essere del 2,8 percento per gli uomini contro l'1,7 percento delle donne. In Italia c'è la stessa tendenza. “Non abbiamo dati della qualità che vorremmo, ma le statistiche dopo tre settimane cominciano a essere chiare. Su dieci contagiati in modo grave, 7 sono maschi e 3 sono femmine. Negli anziani arriviamo al rapporto di 8 a 2”, ha sottolineato Bertolini a Repubblica, aggiungendo che sul totale dei decessi, il 70 percento sono uomini e il 30 percento sono donne, una proporzione che si mantiene anche per la terapia intensiva.

Ma perché il coronavirus provoca un'infezione più aggressiva negli uomini? Come specificato da Bertolini, al momento si possono fare solo delle ipotesi, tuttavia potrebbe entrare in gioco l'assetto ormonale, la differenza più significativa tra maschi e femmine. È noto che gli estrogeni (ormoni femminili) possono offrire una certa difesa immunitaria, tuttavia questo dettaglio contrasta col fatto che all'aumentare dell'età la forbice degli uomini colpiti (e uccisi) dalla COVID-19 aumenta ulteriormente rispetto alle donne, eppure quando sopraggiunge la menopausa hanno una minore produzione di estrogeni. Proprio per questo motivo il dottor Bertolini ha sottolineato che c'è ancora molto da capire.

Ciò che è certo è che quando si tratta di risposta immunitaria le donne hanno una difesa migliore e più pronta rispetto agli uomini, una caratteristica che potrebbe essere legata anche alla presenza dei due cromosomi X, nei quali sono presenti geni immuno-correlati (gli uomini hanno un corredo XY e dunque possono contare su una sola “squadra”). “C'è qualcosa nel sistema immunitario nelle donne che è più efficace”, ha dichiarato al New York Times la dottoressa Janine Clayton, direttrice dell'Ufficio di ricerca sulla salute delle donne presso il National Institutes of Health (NIH). Il miglior adattamento immunitario, che si evidenzia anche dopo le vaccinazioni e nella “memoria” immunitaria, potrebbe essere legato alla necessità di proteggere i figli durante l'allattamento, che garantisce un flusso costante di anticorpi in grado di permearne il sistema immunitario in sviluppo. Ma studi sono ancora in corso e anche in questo caso si tratta solo di ipotesi.

Osservando l'impatto della COVID-19 su uomini e donne, la dottoressa Sabra Klein della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health ha dichiarato al NYT che si tratta “un modello che abbiamo visto con molte infezioni virali del tratto respiratorio: gli uomini possono avere esiti peggiori”. Ciò è stato documentato anche con la SARS e con la MERS. La scienziata, specializzata nello studio delle differenze tra la risposta immunitaria maschile e femminile durante le infezioni virali e la risposta alle vaccinazioni, ha affermato che questo comportamento è stato osservato anche con altri virus. “Le donne le combattono meglio”, ha aggiunto la specialista. A questa maggiore protezione immunitaria fa da contraltare la maggiore suscettibilità alle patologie autoimmuni come il lupus, che nell'80 percento dei casi coinvolgono proprio le donne.

La netta differenza tra uomini e donne nella risposta al coronavirus potrebbe in parte essere legata anche allo stile di vita. È noto che in Cina fuma oltre il 50 percento degli uomini, mentre le donne sono soltanto il 3 percento, e come indicato dall'Istituto Superiore di Sanità, i fumatori hanno più del doppio delle probabilità di avere bisogno della terapia intensiva o della respirazione artificiale. Va inoltre ricordato che tra le principali complicanze associate alla mortalità della COVID-19 ci sono il diabete e l'ipertensione, che (almeno) nel Paese asiatico hanno un'incidenza sensibilmente maggiore proprio negli uomini.

17/03/20

Alcune considerazioni sulla didattica a distanza - da Cattive maestre

La scuola ai tempi del coronavirus

La chiusura delle scuole è stata una delle prime limitazioni a carattere nazionale introdotta dalle direttive governative. Un atto senza dubbio necessario. Forse persino tardivo. Una limitazione che ha anticipato solo di pochi giorni il blocco di altri settori, compreso quello recente del commercio. Si prova a rassicurare le persone sostenendo che i servizi pubblici saranno universalmente garantiti, ma nella realtà non siamo sicure sia così. La gestione dell’emergenza sta ulteriormente accentuando l’accesso differenziato ai servizi pubblici fondamentali. Basti pensare che si è messa in “quarantena” la scuola per limitare la propagazione del virus, affinché le persone bisognose di cure non affollassero un sistema sanitario nazionale strutturalmente sottodimensionato e impreparato a gestire questo evento. Si tratta di due comparti del welfare — la sanità e la scuola — che in questi ultimi venti anni sono stati oggetto di continuo definanziamento, impoverimento qualitativo, seguito da ondate di privatizzazione. Quando parliamo dell’emergenza Covid–19 non dimentichiamoci che stiamo parlando prima di tutto della tenuta materiale del paese, dell’adeguatezza di istituzioni universali in grado di assicurare la continuità e la qualità di relazioni sociali fondamentali. Forse se in queste ore ci scopriamo così fragili, così esposte al rischio, è perché questa emergenza ha solo svelato ciò che era visibile ad occhi più attenti anche prima, ovvero la debolezza di istituzioni plasmate negli anni dall’ideologia neoliberista.
La prospettiva ormai evidente di una chiusura prolungata delle scuole rende necessario organizzare la didattica a distanza, assicurare la continuità della formazione, rompere la sospensione del tempo dettata dalla crisi. Con una precisazione importante, però, senza la quale questa affermazione rischierebbe di risultare astratta. La riorganizzazione della scuola già all’opera in questi giorni e il richiamo alla «didattica a distanza» esortato a–criticamente dalla Ministra Azzolina e dalle ultime direttive, non hanno proprio nulla di neutrale e portano con sé una serie di conseguenze rilevanti sulla trasmissione del sapere, sulla trasformazione dell’apprendimento e sul lavoro dell’insegnante.
Dopo la prima direttiva del governo del 4 marzo, in parte corretta dalla seconda (DPCM dell’8 marzo) che ha reso maggiormente vincolante il ricorso alla «didattica a distanza», si è assistito ad una risposta nazionale disomogenea. In assenza di indicazioni precise del Ministero e in mancanza di piattaforme universali di elearning accessibili da tutte le scuole, hanno prevalso iniziative frettolose, parziali, spesso confuse, diverse per ogni scuola e persino per ogni docente. Dirigenti dalla vocazione autoritaria più spiccata, coltivata negli anni in cui la retorica del preside–manager è andata a buon mercato, hanno finito per prendere decisioni talvolta inadeguate. La necessità di rispondere frettolosamente all’emergenza — anche solo per reagire a iniziative di altri istituti del territorio, secondo una logica tipicamente competitiva — si è tradotta in decisioni rilevanti che impattano sulla didattica spesso senza consultare i collegi dei docenti, azzerando il normale funzionamento democratico delle scuole. Converrebbe forse chiedersi, se sono possibili soluzioni tecniche per la formazione online, perché non dovrebbero essere valide soluzioni per evitare tensioni autoritarie?
C’è da riflettere poi su come queste risposte frammentarie siano in realtà tutt’altro che un effetto collaterale di una politica emergenziale. Si è assistito ad una esplosione di iniziative individuali di docenti per trovare le app e le piattaforme didattiche più all’avanguardia, altri/e hanno reagito assegnando compiti sul Registro Elettronico, il tutto accompagnato da interminabili discussioni che stanno sovraccaricando le chat di ogni insegnante. Di fatto la gestione dell’emergenza sta facendo ampiamente leva su una presunta «missione naturale» individuale di scuole e docenti attingendo tout court alle competenze di «auto-impresa», al mito neoliberale della «resilienza», attorno cui in questi anni si è riorientata fortemente la formazione del personale nelle scuole. Le prese di iniziative singole, fuori da spazi decisionali collettivi, sono esattamente il contrario della capacità di una istituzione di reagire democraticamente ad una emergenza. Governare l’emergenza con un mix di forme di controllo dall’alto e un rimando a dosi massicce di spontaneismo a–critico dei singoli presidi o docenti, finisce per rompere la garanzia della «scuola per tutte/i», poiché le risposte dei singoli, anche se dettate da buona volontà, non potranno mai essere all’altezza della complessità di un comparto di welfare che deve continuare ad essere garantito e accessibile a tutte/i. Peraltro, risulta assolutamente non trascurabile che, tanto le indicazioni contenute nell’ambiente online per la didattica a distanza aperto dall’INDIRE quanto quelle promosse dal progetto “Solidarietà digitale” del Ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, rimandano all’uso di piattaforme private dei più rilevanti colossi economici globali — Google, Microsoft o Amazon — senza dimostrare alcuna attenzione alle delicate questioni della privacy e della proprietà dei dati, nonché alle implicazioni pedagogiche che l’inserimento di tali piattaforme comporterebbe nella scuola pubblica. Il problema, dunque, non è in sé il protagonismo volontario dei docenti esercitato in questa fase, che non escludiamo risponda anche ad un desiderio di partecipazione mosso da un bisogno di solidarietà e di comunicare con i/le propri studenti. Il problema è semmai che queste “energie spontanee” rischiano, loro malgrado, di condensare i processi appena descritti.
Perché, ancora, pensiamo che questa specifica modalità di favorire le iniziative individuali sia inadeguata? Perché se in astratto la «didattica a distanza» è una risorsa valida per le/gli studentesse/i, allo stesso tempo non possiamo accettare questa esaltazione retorica dell’uso delle tecnologie, come una nuova tecno–utopia capace di risolvere ogni problema. La scuola in rete per definizione rompe il gruppo classe o crea almeno una barriera spaziale tra le/gli allieve/i e docenti, che non è per nulla neutrale. Introdurre queste tecniche senza contestualmente ripensare le forme della didattica cooperativa crea nuove criticità. Non tutte le tecnologie disponibili sono in grado di risolvere i problemi complessi del processo di insegnamento/apprendimento. Pensiamo ad esempio ai/alle bambini/e della scuola primaria, oppure a quelli con particolari bisogni educativi speciali (i cosiddetti BES). Un uso non attento di alcune tecniche rischia di negare di fatto l’accesso alla scuola ad alcune fasce. Pensiamo, invece, ai/alle ragazzi/e che vivono in situazioni di svantaggio socio–economico, che sono tantissimi/e nelle periferie in cui lavoriamo, che magari non possiedono dispositivi informatici adeguati o hanno uno scarso accesso alla rete. Come si fa con loro? Come si fa davvero ad assicurargli la scuola? La didattica in rete presuppone anche un diverso coinvolgimento delle famiglie nei tempi di formazione, soprattutto nella scuola primaria e alle medie. Ma non tutte le famiglie sono in grado di seguire le/i figlie/i allo stesso modo, sia perché molti non hanno l’alfabetizzazione necessaria per usare le tecnologie, sia perché questo sovraccarico di lavoro di cura sulle famiglie mal si coniuga con le misure che il governo sta prendendo per le lavoratrici/lavoratori (es. dallo smart working, alla continuità della produzione in molti settori). Ancora una volta, quindi, non si può trascurare che l’introduzione confusa dell’eschool rischia di avere notevoli effetti di classe, amplificando i fenomeni di diseguaglianza sociale nell’accesso al diritto allo studio.
Come in un gioco di specchi, il ricorso de–regolamentato a queste tecnologie di rete, investe anche il nostro lavoro. Non bisogna negare che la gran parte di noi docenti è impreparata all’uso delle piattaforme didattiche, perché non è mai stata dedicata loro una formazione specialistica adeguata e gratuita e perché anche le scuole sono in larga parte impreparate, nonostante il “Piano nazionale scuola digitale” sia stato ampiamente dedicato ai problemi del digital divide. L’emergenza ha comportato negli ultimi giorni un notevole sforzo di autoformazione da parte dei/delle docenti. Ore intere passate a capire il funzionamento di piattaforme mai usate, nuove funzioni del Registro Elettronico mai abilitate, ore a scambiarsi consigli informali via chat tra docenti. In altri termini ore aggiuntive di lavoro che stanno producendo l’estensione dell’orario lavorativo e una dilatazione dei tempi di attenzione e disponibilità. Un sovraccarico ancor più gravoso se si pensa ai docenti con più classi, soprattutto nelle scuole medie.
La storia ci insegna che il governo delle emergenze introduce trasformazioni tutt’altro che temporanee. Quello che si è introdotto per tamponare singoli eventi presto diventa lo standard o almeno un precedente capace di condizionare la gestione futura. L’emergenza del coronavirus in queste settimane ne svela un’altra, dall’origine più lunga. Se si è arrivati a discutere di tecnologie e di dotazioni delle scuole solo ora è perché negli ultimi trenta anni, proprio come nella sanità, le politiche dei governi hanno sempre confermato la logica dei tagli alla spesa pubblica, impoverendo la qualità dei servizi. E se la scuola ai tempi del coronavirus ci desse l’opportunità di riaprire una discussione sul funzionamento delle scuole e sulla qualità dell’insegnamento?

Siamo al fianco delle lavoratrici delle pulizie dell'ospedale di Livorno, licenziate per essersi rifiutate di lavorare senza guanti e mascherine, ma dove era l'USB quando c'era da difendere lo sciopero delle lavoratrici il 9 marzo?


Da Contropiano




Questa mattina sono arrivate le lettere di licenziamento per due lavoratrici della “Innova Salento”, cooperativa che si occupa delle pulizie dell’ospedale di Livorno in appalto.

La settimana scorsa, attraverso un comunicato sindacale, avevano denunciato il sistema degli appalti presso l’ospedale di Livorno. Ritardi nei pagamenti degli stipendi, spettanze non pagate ma soprattutto assenza di guanti e mascherine certificate per poter svolgere il lavoro di sanificazione delle sale all’interno del nostro ospedale.

Proprio le due lavoratrici, nella giornata di ieri, si erano rifiutate di prendere servizio perché ancora una volta la cooperativa non gli aveva fornito i dispositivi di sicurezza.

Questa mattina sono arrivate le lettere di licenziamento.

La Società Cooperativa ha utilizzato come pretesto una riunione sindacale che, a loro dire, si è svolta 15 giorni fa mentre le lavoratrici risultavano in malattia.
Al di là delle motivazioni è assolutamente evidente il tentativo di ritorsione nei loro confronti dopo che avevano osato denunciare le problematiche di cui sopra.
Questi licenziamenti non possono e non devono essere accettati. Meno che mai in una struttura pubblica come il nostro ospedale. Doveva essere proprio la ASL ad intervenire immediatamente per verificare quanto denunciato a tutela delle stesse lavoratrici ma anche dell’utenza.
Invitiamo tutti i cittadini a condividere questo comunicato e a scrivere una email di protesta direttamente alla ASL di Livorno all’indirizzo urp.livorno@uslnordovest.toscana.it.
Come Unione Sindacale ci siamo già rivolti a Sindaco e Assessori affinché intervengano per bloccare immediatamente questi licenziamenti e garantire il reintegro delle lavoratrici.

16/03/20

Denuncia di una compagna: nel carcere di Rieti sono bloccate le telefonate skype per non far vedere ai famigliari i segni delle botte. Domani 17 marzo, dalle ore 10 alle ore 14, scriviamo tutt* la mail qui sotto



Da Radiondarossa, l'intervento di una compagna, moglie di un detenuto nel carcere di Rieti:


Da ciriguardatutte:

Su quanto avvenuto nel carcere di Rieti non deve cadere il silenzio e bisogna far sentire la nostra solidarietà alle persone detenute.
Date le difficoltà a raggiungere le mura del carcere, proponiamo per la giornata di domani, martedì 17 marzo, dalle ore 10 alle ore 14, di partecipare collettivamente all'invio di una mail (il cui testo trovate in allegato) agli indirizzi che incolliamo qui sotto.

Il testo va inviato a ogni singolo indirizzo mail separatamente. Gli invii collettivi vanno a finire direttamente nello spam. Non inviate l'allegato ma copiate il testo nel corpo della mail.
Sappiamo che si tratta di un piccolo gesto davanti una situazione gravissima, speriamo comunque in una partecipazione diffusa.



info@rietinvetrina.it
info@rietilife.it
starttv@libero.it
redazione@ilgiornaledirieti.it
redazione@frontierarieti.com
info@garantedetenutilazio.it
garantedirittidetenuti@cert.consreglazio.it
segreteria@garantenpl.it
prot.segreteria@cert.garantenpl.it
redazione@radioradicale.it
tgr.lazio@rai.it
direzione.sanitaria@asl.rieti.it

Qui l'evento fb, qui sotto il testo da inviare:

Il 7 marzo scoppia la dura protesta delle persone detenute nel carcere di Salerno.

Già da un paio di mesi i Tg riportano notizie sull’epidemia di coronavirus in Cina, con il suo elevatissimo numero di contagiati e deceduti.

Già da più di un mese e mezzo che il virus è in Italia. I Tg continuano con il loro incessante susseguirsi di notizie. L’allarme si diffonde, diventa sempre più forte e sempre più vicino a noi tutti. Sappiamo come noi, persone fuori da galere, abbiamo reagito alla nostra paura, alla nostra quotidianità che cambiava in peggio giorno dopo giorno. Alle notizie di ospedali pieni ed incapaci a garantire le adeguate cure a chi si ammalava. Anche in Italia il numero di contagiati e deceduti aumentava di ora in ora.


Nelle carceri sovraffollate celle per lo più stracolme di persone, di detenute e detenuti anche anziani, anche malati. Un’assistenza sanitaria che lascia al quanto a desiderare, che già in tempi di non emergenza sanitaria, riusciva a garantire solo psicofarmaci e, a malapena, qualche tachipirina.

La tensione aumenta.

Lo Stato decide, per contenere il contagio, di adottare misure, le più restrittive: sospensione di ogni attività, interruzione dei colloqui con i familiari. In compenso, gli operatori e gli agenti penitenziari continuano a rispettare i loro turni di lavoro ed entrano ed escono dalle galere, senza alcuna precauzione, nemmeno dotati di mascherine e guanti. Nessuna misura di prevenzione di carattere sanitario.

I detenuti rivoltosi del carcere di Salerno chiedono che se non possono vedere i loro familiari, ricevere le adeguate attenzioni sanitarie, allora che si interrompano anche le entrate e le uscite di chi lavora in quel carcere. L’interruzione dei colloqui con i familiari significa tagliare completamente i ponti con l’esterno, significa enorme preoccupazione.

La rivolta si estende, in pochissime ore, a ben 27 carceri di tutta Italia, dal sud al nord. 14 i morti tra Modena, Alessandria e Rieti. Tutte morti, ci dicono (dagli esiti di autopsie fatte in fretta e furia e, probabilmente, in assenza di figure legali nominate dalle famiglie dei deceduti) dovute ad abuso di psicofarmaci presi dalle infermerie interne alle carceri.


Ci volevano le rivolte affinché il Ministro della Giustizia, oltre ad esprimere il pugno di ferro nei confronti di chi ha partecipato alle rivolte, distribuisse 100 mila mascherine. Il numero delle persone detenute, nello scorso febbraio, era 61.230 (a fronte, per altro, di una capienza di 50.931 posti). Chissà quante sono le persone che là dentro ci lavorano, per un motivo o per un altro, e quindi necessitano anche loro delle mascherine… Ad oggi sappiamo che in moltissime carceri ancora non le hanno distribuite.

4 morti a Rieti...

Ma come si sedano le rivolte? In campo si possono mettere due strumenti: uno è la contrattazione con i prigionieri. Ma c’era poco da contrattare, le decisioni erano state prese dall’alto e andavano attuate: i detenuti e le detenute dovevano rimanere isolati.

L’altro sono i pestaggi, violentissimi, reiterati. Non è una novità. Lo sa chiunque abbia vissuto direttamente o indirettamente (avendo un proprio caro lì rinchiuso) il carcere.

In questo momento poi, a causa della totale chiusura, nessuna presenza esterna, né familiare né volontario né insegnante, potrebbe monitorare la situazione, riportare all’esterno di cosa è stato testimone, ciò che ha ascoltato e visto.


Ad oggi sappiamo, tutti noi anche chi “vuole o vorrebbe non sapere”, che lì dentro centinaia di detenuti sono feriti, lesionati, intimoriti dai pestaggi. E sempre nell’inquietudine data dalla probabilità che il contagio si diffonda anche lì dentro. Già ci sono casi conclamati, ancora pochi dalle notizie ufficiali. Ma le notizie ufficiali, spesso, lasciano il tempo che trovano.

In questi difficilissimi giorni, in cui l’impegno di ognuno di noi è tutto volto alla tutela della collettività, c’è chi non ha alcuna tutela.


Chiediamo che il Direttore Generale della ASL di Rieti, anche competente e responsabile della salute delle persone detenute nel carcere di Rieti, si impegni nell’accertamento delle condizioni dei detenuti anche a seguito dei pestaggi subìti.

Ci domandiamo come mai a fronte di ben 4 morti i Garanti, Nazionale e Regionale, dei diritti dei detenuti non si siano ancora recati presso il carcere di Rieti e li invitiamo a farlo al più presto, nel loro ruolo di tutela delle persone private della loro libertà.
 

Il carcere e il coronavirus, una lettera di Nicoletta dal carcere di Torino

Le Vallette, 5 marzo 2020
Cara X, compagne e compagni,
anche tra queste mura il tempo passa e, sia pure ingrigita dallo smog, si annuncia la primavera: il tubare dei piccioni dal cornicione del tetto, la mattina presto; gli apprendisti-giardinieri che interrano bulbi di tulipani nei bordi della terra, lungo i muri; i germogli che fanno capolino sui cespugli di rose all’ingresso del padiglione femminile…
Ma il tema del momento è il CORANAVIRUS che, declinato qui dentro, ha i suoi risvolti particolari.
Prima di tutto le restrizioni ai colloqui con i familiari: la rinuncia ad un’ora di colloquio settimanale è controbilanciata da una telefonata straordinaria di 10 minuti (!).
Chi non rinuncia, si vede arrivare il parente debitamente mascherato (se si abbassa la mascherina, il colloquio viene immediatamente sospeso).
L’obbligo delle maschere vale anche per gli avvocati, ma i secondini circolano liberamente a viso scoperto, anche se provenienti dall’esterno.
Ma l’effetto più notevole del corona virus è l’aumento dei prezzi del “sopravitto”, cioè di tutti i prodotti che siamo costretti ad acquistare al mercato interno per integrare il vitto assai carente o per il materiale che non viene fornito gratuitamente.
Tutta la frutta e la verdura è rincarata di almeno un euro al kg, La carne (argomento che non tocca me vegetariana, ma che invece riguarda molte detenute) è aumentata di almeno un euro e cinquanta all’etto).
Il Napisan (disinfettante) costa 5,90 euro (due euro di aumento).
Su questo argomento sale lo scontento, anche perché qui non si sciala e, per la maggior parte delle detenute, il fondo-cassa personale è costituito dalle poche decine di euro che caricano i parenti o dalle “paghette” che le detenute-lavoratrici percepiscono per i servizi interni….e per qualcuna non c’è neanche quello.
Inoltre, se in tempi normali molte di noi passano qualche ora impegnate a frequentare i corsi scolastici, ora che le scuole sono sospese, non resta che camminare su e giù nel corridoio delle sezioni o chiacchierare con le vicine di cella o rimanere incollate alla tv, sospese tra telenovele o notiziari e dibattiti sul corona virus.
Per quanto mi riguarda, mi salvo leggendo, scrivendo e, quando me lo consentono, scendendo in biblioteca.
Appuntamento non ancora sospeso è quello con i nostri avvocati che mi tengono aggiornata.
Cara X, so che si avvicina il tempo in cui sapremo l’esito delle vostre richieste, il che mi tiene in agitazione, perché la mia fiducia nel sistema che ci opprime, se prima era zero, ora è sotto zero.
Davvero viviamo in tempi bui, ma la forza del nostro amore è grande: “ciascuno e tutti, o tutti o niente…”
Vi voglio liberi, care compagne e compagni….Avanti, No Tav!
Nicoletta