21/06/19
Con Silvia, Anna e Natasha, in sciopero della fame nel carcere dell'Aquila, con tutte e tutti gli altr* prigionier* con loro in lotta: CHIUDERE LA SEZIONE A.S.2 DEL CARCERE DELL'AQUILA - 41 BIS=TORTURA / LIBER* TUTT*
DOMENICA 23 GIUGNO – ORE 15:00
TUTTE E TUTTI A L’AQUILA, ANCORA UNA VOLTA!
PRESIDIO AL CARCERE DI PRETURO
Anna e Silvia, anarchiche rinchiuse nella sezione di Alta Sicurezza 2 del carcere di Preturo, il 29 maggio hanno intrapreso uno sciopero della fame.
Chiedono il trasferimento in un altro carcere e la chiusura della sezione A.S.2 de l'Aquila.
Altre anarchiche ed altri anarchici prigioniere/i le hanno affiancate in questa lotta entrando a loro volta in sciopero della fame nelle carceri di Ferrara, Alessandria, Sollicciano (Firenze), Lucca, Uta (Cagliari).
Numerose azioni di solidarietà sono state compiute in Italia e in altri paesi.
Ora tutti sanno che il trattamento a cui le due compagne sono sottoposte nel super-carcere de L’Aquila è emanazione diretta delle regole imposte nelle sezioni immediatamente prossime alla loro, quelle a regime di 41bis, che qui contengono circa 150 persone.
Ora tutti sanno che il regime di 41bis regolamentato dal D.A.P. per conto del Ministero della Giustizia dello Stato Italiano istituzionalizza la tortura.
La notizia della prosecuzione dello sciopero della fame, in seguito ad alcune azioni che hanno costretto media e TG a parlarne, ha raggiunto anche le celle del 41bis del carcere di Preturo. Lunedì 17 giugno è iniziata una battitura nella sezione femminile, che è andata avanti nei giorni, per la durata di mezz’ora. La sua eco è arrivata fino alle sezioni di 41bis maschili, dove si è rafforzata, perché altri detenuti hanno iniziato a battere sulle sbarre.
Il 20 giugno, un’altra anarchica è stata portata nella stessa sezione A.S.2 per la cui chiusura Silvia, Anna, gli altri - tra cui Marco e Alfredo anche loro ancora in sciopero della fame - e noi tutti/e ci stiamo battendo. Si tratta di Natasha, arrestata un mese fa in Francia, portata a Roma-Rebibbia in seguito all’estradizione e tradotta infine nel carcere de L’Aquila.
Al suo arrivo ha formalizzato la sua adesione allo sciopero della fame in corso, iniziato da lei due giorni prima a Rebibbia.
Il medico che da settimane sta facendo richiesta di entrare a visitare Silvia e Anna non ha ancora ricevuto l'autorizzazione.
Alla 4° settimana di sciopero della fame dobbiamo, e vogliamo, tornare sotto le mura del carcere de L’Aquila.
Al fianco delle nostre compagne. Al fianco di tutti e tutte le detenute in lotta.
I Compagni e le Compagne
21 giugno 2019
QUANDO IL 21 GIUGNO 1978 LE FEMMINISTE OCCUPANO IL "REPARTINO" DEL POLICLINICO DI ROMA E IMPONGONO L'ABORTO GRATUITO E ASSISTITO
Il 21 giugno del
1978 un reparto della clinica ostetrica del Policlinico di Roma viene
occupato da un gruppo di compagne assieme ad alcuni lavoratori del
complesso e alle donne in attesa di interrompere la gravidanza.


La scelta del luogo
non è casuale: si tratta infatti del reparto fino a poco tempo prima
riservato ai clienti “di riguardo” di alcuni personaggi di spicco
del Policlinico che sposavano la logica di un’assistenza
ospedaliera di prima e seconda classe. Il reparto, chiuso ed
inutilizzato ormai da un paio di anni, viene dunque occupato per far
fronte all’esigenza di uno spazio in cui le donne possano
affrontare consapevolmente la scelta dell’aborto... Per i collettivi femministi protagonisti dell’occupazione la scelta
è tutt’altro che lineare o libera da dubbi in quanto cozza
fortemente con una realtà controversa, quella della neonata legge
194 sull’aborto. Una legge che trasforma l’interruzione di
gravidanza in una mera trafila ambulatoriale, in qualcosa di cui
bisogna continuare a vergognarsi un po’ e che, tramite lo strumento
dell’obiezione di coscienza, lascia ampi margini per la sua non
applicazione.... In breve
l’azione del Collettivo si allarga dall’ambito dell’interruzione
di gravidanza a quello più generale della sfera della salute delle
donne (anche i parti, ad esempio, avvenivano spesso in condizioni
pessime, con mancanza di strumenti adatti e pressioni psicologiche
sulla madre). Passare attraverso la clinica occupata è fattore di
crescita politica e soggettivizzazione anche per le donne esterne al
Collettivo: lottare per l’aborto vuol dire rendere complessiva ogni
lotta per chiedere salario, per chiedere potere. L’esperienza ha
grande eco e risalto mediatico e comincia ad infastidire alcuni
Baroni e “luminari” del Policlinico... il Professor Marcelli nel mese di Settembre, dopo una riunione con alcuni colleghi, decide di richiedere l’intervento
della polizia per sgomberare la clinica e mettere fino al progetto
del Collettivo Policlinico. Il 25 Settembre del ’78, dopo più di
tre mesi di occupazione, la polizia irrompere nel reparto e mette
fine a questa esperienza, dando però un segno inequivocabile di
quanto quel percorso costituisse una lotta reale e fastidiosa per
certi poteri forti e dando di fatto a tante donne nuova forza per
future mobilitazioni. (da InfoAut)
di Infosex
... Al Policlinico si
susseguono riunioni e incontri con i collettivi femministi del
quartiere. Il 21
GIUGNO del 1978
viene occupato il Repartino... Con le
femministe capaci di attivare il metodo
Karman,
e il dottor Enzo Maiorana che garantisce l’accettazione delle prime
4 donne che devono abortire, si attiva il reparto di interruzione di
gravidanza. Il policlinico Umberto 1 è il primo ospedale romano che,
attraverso l’occupazione di un reparto inutilizzato ma funzionante,
impone l’aborto gratuito e autogestito. Gli altri ospedali romani,
come il San Giovanni o il San Camillo, non furono in grado di fare
un’occupazione vera e propria e i collettivi femministi aprirono
trattative con le direzioni sanitarie.
Graziella
Bastelli,
tra le protagoniste dell’occupazione al Policlinico, in
un’intervista rilasciata nel 21 Febbraio 2006 ricorda: «Nel 1978
la Legge 194 suscitò tante discussioni all’interno dei movimenti
femministi, soprattutto perché perpetuava un controllo sulle donne e
perché prevedeva la settimana di attesa in cui si invitavano le
donne a riflettere sull’azione che si apprestavano a compiere […]
Ma dopo un momento iniziale di sconcerto, era chiaro ai più che la
194 c’era e andava applicata. Il Repartino nasceva con lo slogan
‘abortiamo
per non abortire più’,
per dare massimo risalto alle lotte per l’autodeterminazione delle
donne, per la gestione della propria sessualità e per la scelta
della temporalità legata alla propria maternità. Ho cominciato come
studentessa di medicina e sono entrata nel collettivo a 20 anni. Ho
fatto esperienza del Repartino a 27 anni. Noi del Policlinico avevamo
bisogno di concretizzare e venivamo criticati come poco teorici. Ma
all’epoca c’erano i giusti rapporti di forza per passare dalla
teoria alla prassi, e il Repartino è stata una esperienza
ricchissima»...
LA NASCITA DEL
REPARTINO: La
storia del Repartino di aborti autogestiti del Policlinico è una
storia emblematica: di gioia, lotta e conquista. Dal punto di vista
umano, il fattore aggregante e la solidarietà tra categorie di
lavoratori e lavoratrici con le utenze della struttura sanitaria è
il valore aggiunto, a cui aspirano da anni le proteste degli
“autonomi” del Policlinico: cambiare il rapporto con il paziente,
che da spettatore passivo deve divenire attore consapevole e quindi
‘attivo’ di quanto si muove sulla sua pelle. Infatti, grazie
anche al sostegno di collettivi femministi come quello di San Lorenzo
con Simonetta Tosi, il Repartino degli aborti, nella sua fase
autogestita, non fu solo un contesto medico e medicalizzato nel suo
operato, quanto piuttosto un punto di riferimento per le donne che
dovevano abortire o avevano abortito, attraverso assemblee quotidiane
e incontri sulla prevenzione. Sul terreno della pratica della lotta
dal basso e quello della conquista l’esperienza del Repartino
permise:
- quartiere di San Lorenzo e un collettivo misto di operatori sanitari, arrivando ad una condivisione di agiti che, nell’applicazione di una legge piena di contraddizioni e illegalità legalizzate, ne imponeva l’applicazione con una gestione totale da parte dell’utenza, ovvero delle DONNE;
- di dare senso e contenuti all’autodeterminazione tramite l’ascolto dei bisogni soggettivi e collettivi per offrire salute e benessere, libertà di scelta nell’essere madre e donna, conoscenze sul corpo e sulla sessualità intesa anche e principalmente come piacere. Il tutto in una struttura sanitaria pubblica professionale e di qualità fatta dalle donne per le donne;
- di mettere in evidenza l’ipocrisia di chi aveva “partorito” questa legge per NON applicarla e farla applicare. Sicuri che l’obiezione di coscienza, i vari passaggi burocratici che penalizzavano e colpevolizzavano le donne, la mancanza/carenza di finanziamenti, di spazi e di operatori nelle strutture sanitarie, avrebbero lasciato solo sulla carta questa legge voluta con lotte e mobilitazioni dalle donne. Venne inoltre messa in luce l’ipocrisia del potere ecclesiastico e medico che doveva mantenere i profitti nelle cliniche e negli studi privati che si erano arricchiti con gli aborti clandestini;
- di chiarire che l’occupazione e l’autogestione di un repartino IVG, a pochi giorni da una legge nazionale, non poteva essere riportata alla “normalità” e strumentalizzata dalle strutture pubbliche che lo dovevano garantire, perché era una provocazione nei confronti della loro assenza e perché era nata chiarendo che non avrebbe sostituito quello che loro dovevano attivare in tutti gli ospedali e con precise indicazioni: applicazione del metodo Karman, ovvero dell’aspirazione, perché meno medico, meno violento e meno invasivo del raschiamento, imparando questa nuova pratica dalle compagne femministe che, negli anni precedenti erano state l’unica alternativa ai “viaggi della speranza” in Inghilterra e alle mammane nostrane;
- di imporre che l’occupazione del Repartino potesse favorire l’estensione delle pratiche oltre quello stesso servizio. Nelle sale parto contro le violenze ostetriche e la disumanizzazione dei suoi spazi; negli ambulatori con le lunghe liste di attesa; nei reparti ostetrico-ginecologici pretendendo un reparto per le puerpere e più personale; in riferimento al nido tanto distante dalla sala parto che costringeva le donne che avevano partorito con il cesareo a non poter vedere e allattare i propri figli per 24/48 se non avevano un familiare che le accompagnava con una delle rare sedie a rotelle della clinica; nella denuncia costante dei medici obiettori del Policlinico (il 99%) che lavoravano nel privato clandestino. Tutti gli spazi e l’offerta sanitaria venivano controllati, perché l’OCCUPAZIONE del Repartino aveva la precisa progettualità di concretizzare una sanità pubblica gestita dall’utenza e dove i medici non erano i detentori di un potere scientifico sui corpi passivi di chi richiedeva ascolto, prevenzione, cure, rispetto, ma semplici persone che condividevano con altre le loro conoscenze...
VITA DI
REPARTINO: L’approvazione
della Legge 194 fu il risultato di un compromesso che le donne non
accettarono facilmente, nonostante si richiedesse a gran voce
l’urgenza di una legge sull’aborto. Le donne, attraverso le lotte
e il referendum, rivendicavano la loro libertà di scelta e
l’annullamento del mercato clandestino di aborti. La Legge
194
tradì entrambe le aspettative sotto diversi punti di vista. Per
questo il Repartino occupato fu un tentativo concreto per misurarsi
con tutti i diversi bisogni delle donne, facendo i conti con le
contraddizioni che dovevamo affrontare. Con l’introduzione
dell’aspetto della prevenzione, quello dell’ “abortire per non
abortire più”, si caricò di un forte senso di solidarietà e
confronto. Racconta ancora Graziella: «Molte delle donne che avevano
subito l’intervento, spesso tornavano per darci una mano e fare le
volontarie con noi nel Repartino, magari facendo più caciara che
altro, perché c’era un clima di grande allegria al Repartino, più
che coordinarsi e organizzarsi!» Ben presto l’accettazione delle
donne diventò problematica, perché oltre Maiorana non c’era
nessun altro medico. Molte donne del collettivo facevano i loro turni
nei reparti e poi, finito il turno, andavano al Repartino. Dopo un
mese il Repartino autogestito viene dotato di un infermiere e un
portantino ufficiale. Personale ‘ufficiale’ concesso dalla
struttura sanitaria, per permettere ai ‘volontari’ di continuare
a praticare aborti e tenere in piedi il Repartino, seppur occupato e
gestito in modo assembleare. C’erano assemblee tutti i giorni con
le stesse donne che si affacciavano al Repartino per abortire, e si
discuteva soprattutto della prevenzione all’aborto: pillola,
diaframma, preservativo, spirale. «Si condividevano i nostri sogni
con la necessità di rendere un servizio, che per molti mesi, anche
dopo l’emanazione della legge, non era praticato in altri ospedali,
perché ovviamente non garantiva interessi economici rilevanti.
L’esperienza del Repartino occupato stravolse gli equilibri interni
nella clinica ostetrica: i volontari e le volontarie entrano ovunque,
anche nelle sale parto, dove ci sono e c’erano condizioni
pazzesche, con donne in barella anche dopo il cesareo» – racconta
ancora Graziella- «C’erano ostetriche anziane che dialogavano con
le pazienti in modo aggressivo e cattivo: ‘hai voluto la bici e mo
pedali’…’t‘è piaciuto e mo piagni». In un contesto dove
vigeva la cultura predominante, quella gerarchica in cui la donna è
ai piani bassi, il Repartino «diventava una spina nel fianco di
ostetrica. Le donne aumentavano di giorno in giorno, si praticavano
anche 7-8 aborti al giorno, lavorando dalla mattina alla sera in modo
costante. La pressione e presenza continua costrinse
l’amministrazione a concedere un minimo fondo per disinfettanti
vari e beni di necessità. Alcuni medici si affiancarono a questo
punto cominciando a dare un contributo, che si comprenderà dopo, a
doppio fine. Quando la polizia sgomberò per la terza volta a
Settembre il Repartino cacciando gli occupanti, l’attività
continuò ad opera di questi medici che ottennero contratti e che
operavano con le guardie alle porte per tenere fuori chi
volontariamente, all’indomani della 194, ne aveva reso possibile
l’applicazione in Italia». Il ‘Cetriolo contro’, rivista
autoprodotta all’interno del Policlinico, raccontava le faccende
dei professori baroni Marcelli e Coscia: «sono tutte persone che
usano poi il Repartino per fare la loro carriera: cariche e ruoli
all’interno di ostetricia; mentre le compagne come Simonetta Tosi,
femminista e medico, vivono il Repartino differentemente, dando
importanza ai discorsi della prevenzione e controinformazione,
nell’ottica di spingere sull’autodeterminazione. Non era il
medico che faceva il servizio e basta! Ma si viveva questa azione
medica come azione umana. Un sogno che l’esperienza del Repartino
ha trasformato in realtà».
LE TESTIMONIANZE
DELLE DONNE: Quelle
che seguono sono due diverse testimonianze. La prima di una donna che
venne ricoverata al Repartino IVG, e la seconda di una lavoratrice
che partecipò all’occupazione dal 21 giugno del 1978:
«Superato il primo
momento di sgomento nell’apprendere il mio stato di gravidanza,
piena di illusioni per la tanto strombazzata Legge 194, ho iniziato
il mio giro (…) nei vari ospedali di Roma e provincia. Ben presto
il mio ottimismo si trasformò in angoscia mista a rabbia di fronte a
liste interminabili. (…) Le cose andarono diversamente alla seconda
clinica Ginecologica del Policlinico, dove un Repartino era stato
occupato ed autogestito da un gruppo di femministe. (…) Cartelli
con vistose frecce mi condussero per mano al secondo piano di questa
clinica. Entrando, sui muri, brevi e indicativi riassunti dei fatti
più salienti di una lotta assurda, impari, condotta per anni da
queste donne contro istituzioni atte solo alla salvaguardia di un
potere che fa di chi dovrebbe essere al servizio delle donne, in
questo caso, un proprietario di cose e persone che assolutamente
debbono appartenergli. La disponibilità delle ragazze che si
trovavano nel corridoio quasi mi lasciò incredula. Alle timide
domande le risposte erano chiare (…). La mattina del 22 agosto,
dopo una settimana insonne e agitata, mi trovai con altre sette donne
ad espletare quelle formalità richieste dalla Legge, dopodiché
prendemmo possesso dei nostri letti che con mio grande stupore non
avevano lenzuola rotte o sporche ed erano ben fatti e candidi. Tra di
noi non parlavamo (…) soprattutto guardavo con tristezza due
ragazze sole, questo mi colpì. Infatti mi chiedevo se questo aborto
era poi una conquista delle donne. In una maniera o nell’altra
l’uomo ne è sempre fuori. (…) Venne il mio turno, dopo aver
salutato mio marito, mi trovai in sala operatoria dove ebbi
l’attenzione e l’affetto di tutte. Abbiamo parlato e scherzato
con quelle donne, mentre l’anestesista mi spiegava cosa mi stava
facendo, quello che avrei dovuto provare. Chiesi di collaborare con
lui comunicandogli tutte le sensazioni che provavo, mi sentivo più
sollevata e tranquilla. (…) Era finita, non avevo assolutamente
dolore, allora feci il confronto con un precedente raschiamento di
alcuni anni fa. Stavo bene, solo avevo sonno. Tra il dormiveglia
passò un lungo pomeriggio. Alle cinque circa ci fu una riunione
delle femministe sui contraccettivi, La sera stavamo tutte bene e
perciò parlammo fino a tardi, di tutto, come se ci conoscessimo da
tempo. (…) Tornai ancora in quel reparto e con qualcuna di loro ho
seguitato a vedermi, a parlare dei miei e dei loro problemi».
(Testimonianza
scritta di una donna che ha abortito al Repartino): «Il
21 giugno le compagne femministe e lavoratrici del Policlinico
insieme con le donne che attendevano di interrompere la gravidanza
hanno occupato un reparto della seconda clinica ostetrica, riservato
in passato ai clienti di riguardo dei baroni Crainz e Carenza e che
da qualche anno, in seguito alle lotte portate avanti dai lavoratori
del Policlinico contro le speculazioni sulla pelle dei malati e
contro un’assistenza ospedaliera di prima e seconda classe, era
stato chiuso ed era rimasto inutilizzato. Questa occupazione nasce
dall’esigenza di tutte le donne che, in attesa di abortire e da
tempo sbattute da un ospedale a un altro, hanno deciso di
organizzarsi per garantirsi gli interventi che nessun ospedale ancora
praticava e che anche i nuclei di compagne che fino a quel momento
l’avevano praticato clandestinamente, avevano correttamente sospeso
volendo mettere a nudo la responsabilità delle istituzioni, di
fronte alla necessità di applicare immediatamente la legge. Questa
spinta all’occupazione ha subito legato con le compagne femministe,
proprio per la volontà di queste di entrare negli ospedali: questa
scelta da parte di vari collettivi femministi è stata tutt’altro
che comoda, poiché andava a cozzare con una realtà che
istintivamente ci veniva da rifiutare, quella legge sull’aborto.
Una legge che non avevamo voluto, che rinnegava l’aborto come
un’esperienza da vivere coscientemente, da vivere come donne tra
donne e la trasformava invece in una trafila ambulatoriale, in un
normale intervento chirurgico. (…) Infine una legge che di per sè
era perfetta per non venire applicata, con quella dell’articolo che
prevede l’obiezione di coscienza. (…). Questa legge che mette in
mano la donna a pochi medici ‘volenterosi’, solo di far carriera
andava fatta funzionare? Oppure è necessario essere coerenti fino in
fondo e lasciare questo compito in mano alle baronie da un lato e
dall’altro a quel baraccone che è la struttura sanitaria (…)?
Questo nodo ancora non l’abbiamo sciolto (…) ovvero non è
l’autogestione del nostro repartino, ovvero della legge che
vogliamo, né ci spinge l’entusiasmo dell’esemplarità di questa
lotta. Semmai è il bisogno di irrompere nel sacro tempio
(l’ospedale) in cui dovremmo passare come soggetti totalmente
passivi e scardinare gli sporchi progetti che i baroni stanno facendo
sul nostro corpo. Insomma non intendiamo sostituirci alle
istituzioni: siano loro ad applicare la legge! (…). Noi vogliamo
però imporre il controllo sull’applicazione di questa legge, il
controllo sui medici, su come vengono fatti gli interventi, su come
li vivono le donne; vogliamo stravolgere con i nostri contenuti il
concetto di una medicina da subire in una da vivere consapevolmente.
(…) I medici hanno appreso il Karman dalle compagne dei nuclei.
(…). Inoltre ha reso possibile un continuo scambio con le donne, ed
è proprio per questo rapporto che insieme siamo riuscite a
sdrammatizzare il problema dell’aborto facendo in modo che ogni
donna fosse lei in prima persona a decidere la scelta di una
maternità, a vivere fino in fondo quel che vuol dire decidere del
proprio corpo. Ma il discorso che le compagne hanno portato avanti
non è solo quello dell’aborto; è il controllo su tutte le sfere
della salute della donna: entrare nella sala parto, vedere con quanta
violenza sia psicologica che materiale le donne vengono trattate,
tutto ciò e molto ancora è per noi il ‘controllo’. Ed è
proprio perché i nostri contenuti andavano in conflitto con la
figura del medico, del barone, dell’amministrazione, che la polizia
è intervenuta a sgomberare il reparto».
(Testimonianza di
una compagna del Policlinico che, con i collettivi femministi, ha
occupato il Repartino IVG)
Intervista video
a Graziella Bastelli, realizzata presso il Nuovo
Cinema Palazzo,
in occasione del Festival
di Storia “Roma città ribelle”.
Graziella ci racconta l’occupazione del Repartino e le lotte
femministe che ha vissuto in prima persona e che continua ad animare
anche oggi con il movimento Non una di meno. A lei vanno i nostri
ringraziamenti per averci inoltrato il materiale storiografico da cui
ha preso vita questo articolo.
Taranto 19 - 21 luglio, seminario estivo organizzato dal MFPR - Invito a partecipare
Chiediamo a chi ha già annunciato la sua presenza di confermarla e indicarci orario di arrivo; a tutte le altre che vogliano partecipare di comunicarcelo entro il 7 luglio, scrivendo a: mfpr.naz@gmail.com - o tel a 3475301704
Garantiamo il dormire (con un piccolo contributo)
Il mangiare sarà autogestito o presso alcune trattorie tipiche di Taranto
ATTREZZATEVI PER ANDARE AL MARE!
In questi giorni faremo anche altro... Vogliamo farvi conoscere Taranto, il suo mare, questa città bella ma crogiuolo di tanti problemi, farvi vedere l’immensa fabbrica Ilva/ArcelorMittal, incontrare alcune donne dei Tamburi in lotta contro morti e malattie da inquinamento
Contro sessismo e razzismo, ripartiamo da noi - un documento della Rete Campagne in lotta
Condividiamo a pieno questa riflessione e soprattutto la necessità di non
parlare "su", ma di lottare insieme alle migranti
MFPR
Per questo, chi combatte contro il sessismo e il razzismo non può non tenere conto dell’oppressione subita dalle donne migranti, in Italia come ovunque, delle loro lotte e resistenze. E ripartire da qui per trasformare radicalmente l’esistente, mettendo concretamente in crisi quelle frontiere che dividono, anche “in casa nostra”, tra i e le compagn*. Ci sembra necessario innanzitutto osservare i modi in cui il razzismo istituzionale, come quello che si esercita per strada, in famiglia e sul lavoro, colpisca in maniera specifica le migranti, tramite il dispiegamento di dispositivi di oppressione, controllo e sfruttamento. Contemporaneamente e attraverso questa consapevolezza, diventa indispensabile creare dei legami di solidarietà reale con le migranti al fine di individuare degli strumenti di diffusione delle loro rivendicazioni o di potenziamento delle lotte che decidono di intraprendere.
Non si tratta solo di fare della teoria: crediamo che in questo momento, in Italia, manchino pratiche e rivendicazioni che vedono le migranti come protagoniste reali, e non solo come “appendici” delle lotte dei migranti maschi, o come simbolo retorico di tutte le dominazioni – un simbolo talmente astratto che magari non si parla neppure con queste donne in carne e ossa. Le donne immigrate da sempre e costantemente lottano contro i dispositivi che ne gestiscono la mobilità: ricordiamo tutte le proteste portate avanti nei campi, alla frontiera, nei centri di accoglienza (prima o seconda che sia) e all’interno dei CIE/CPR, attraverso resistenze quotidiane, rivolte e fughe, individuali e collettive. Passando alle lotte nei posti di lavoro, dove spesso lo sfruttamento lavorativo e salariale è accompagnato a violenze psico-fisiche (si pensi ad esempio alle lotte delle donne, in maggioranza migranti, nei magazzini di Italpizza e Yoox), senza dimenticare le numerose lotte per aver garantito l’accesso ai servizi essenziali.
Documenti, accoglienza e debito
Occorre quindi, prima di tutto, riconoscere che le politiche migratorie e il sistema dei centri non sono solo il volto del razzismo, ma anche del sessismo istituzionale. Per questo, non si può agire dall’interno in senso riformista, cercando di rendere più umana l’accoglienza o più efficace l’antitratta. Noi crediamo che si debba intervenire alla radice: ricominciare a lottare per la libertà di circolazione e per quella di restare dove si vuole, per i documenti per tutte.
Le scelte dei governi in materia di immigrazione e gestione della mobilità hanno provocato un vasto cambiamento rispetto alle alternative delle persone che decidono di migrare o sono costrette a farlo, incanalandole in percorsi di vita obbligati e con poche possibilità di costruirsi una vita reale. Obbligate a spostarsi da un centro d’accoglienza ad un altro, in balia dei tempi d’attesa delle commissioni territoriali e dei tribunali con i ricorsi – dato che nella maggior parte dei casi le domande d’asilo vengono respinte. All’interno di questi centri le persone sono condizionate in ogni aspetto della loro vita: non possono deciderne gli orari, cosa mangiare e quando, spesso si trovano in posti isolati e poco abitati, senza alcuna prospettiva di svago, di imparare la lingua italiana o di lavorare.
Ovviamente il sistema di controllo dei tempi di vita è ancora più pervasivo se si tratta di donne sole o con bambini. Ciò è evidente se si guarda alle conseguenze della permanenza in accoglienza, ad esempio, sulla vita sessuo-affettiva: il divieto di ospitare persone durante la notte o di poter dormire fuori dalla struttura è eloquente. Ma quando si tratta di donne, la sorveglianza è rafforzata, lo stigma della prostituta è sempre presente ed è utilizzato per restringere ancora di più gli spazi di libertà delle migranti. In molti centri è ancora più difficile del normale accedere all’aborto o a visite specialistiche, perché gli operatori e le operatrici o non trasmettono le informazioni o si oppongono a queste pratiche (in particolare nelle strutture legate alla Chiesa).
Sempre più spesso, inoltre, la permanenza nel circuito dell’accoglienza viene interrotta come misura ritorsiva contro chi protesta per le condizioni di vita nei centri o per i lunghi tempi di attesa. Per inciso, queste proteste si susseguono senza sosta da anni, ma i e le militanti italiane solo raramente se ne sono interessati, in ragione di una posizione ambigua sull’accoglienza e sull’antitratta.
Nella maggior parte dei casi l’uscita dal circuito dell’accoglienza avviene senza l’ottenimento del tanto agognato permesso di soggiorno e molto spesso si finisce a vivere nei numerosi ghetti che costellano il paese, nelle periferie e nella provincia intorno alle grandi città, così come nei distretti agro-industriali: lontane dai controlli delle forze dell’ordine e con la certezza almeno di un tetto sopra la testa.
Le migranti nigeriane, dalla gabbia dell’antitratta…
Nella nostra esperienza di lotta a fianco delle persone migranti che vivono e lavorano nei distretti dell’agroindustria, la presenza delle donne, nella stragrande maggioranza nigeriane, ha rappresentato una costante, seppure in minoranza rispetto a quella maschile. Tuttavia, se le migranti non sono mai state assenti dai conflitti che hanno attraversato questi territori, spesso i meccanismi specifici della loro oppressione sono stati invisibilizzati. Se la loro voce non è mai mancata nelle assemblee e nei cortei, una riflessione più profonda su come ripensare rivendicazioni e conflitti reali assumendo un punto di vista di genere e antirazzista è quantomai necessaria e non più rimandabile.
Le migranti che abitano nei ghetti di questo Paese, come e più delle donne migranti in altri contesti, subiscono ogni giorno gli effetti delle politiche razziste e sessiste, che le colpiscono e le precarizzano ancor più dei migranti maschi. In questi anni ci siamo trovati nella condizione di incrociare e conoscere moltissime donne che vivono nei diversi ghetti del foggiano o nella Piana di Gioia Tauro, alcune insediate da anni, altre di recente arrivo. Moltissime di loro si sono spostate da una parte all’altra del Paese ed alcune continuano a farlo; moltissime sono passate nella loro vita nei centri di accoglienza, CAS o SPRAR e tutte ne sono poi uscite, perché era finita per loro la possibilità di restare lì o molto spesso perché sceglievano o erano costrette da chi deteneva il loro debito a scappare da un sistema, già di per sé estremamente coercitivo, che nei confronti delle donne mostra con maggiore enfasi la sua violenza paternalista e colonialista.
In Italia, quando si sente parlare di donne nigeriane, l’associazione con la tratta è praticamente immediata. Quello che viene nascosto è che il ricatto del debito esiste perché non è possibile, per queste donne, migrare legalmente in Italia. Sono le politiche migratorie nazionali e europee, i loro visti, le loro frontiere, le loro missioni militari “contro il traffico di esseri umani”, come anche gli strumenti della cooperazione internazionale e le ingerenze politiche nei paesi di origine (particolarmente emblematico il caso della Nigeria, dove l’Italia coltiva vasti interessi non soltanto nel settore del petrolio), che riproducono di fatto relazioni di dipendenza e dominazione. La precarietà delle donne migranti viene sempre spiegata come l’effetto di reti criminali, composte ovviamente solo da connazionali e migranti, come se il patriarcato fosse un’importazione dall’estero.
Di fronte a tali reti è stato costruito l’arsenale dell’antitratta, che pretende di “salvare” queste donne richiudendole in centri dove la loro quotidianità, i loro movimenti e i loro comportamenti sono controllati in maniera infantilizzante e paternalista. Di fatto, in molti casi si pretende di rieducare le “vittime di tratta” al ruolo di servitrici domestiche (mentre la prostituzione, alternativa più remunerativa, esclude le donne dai programmi antitratta), riproducendo la distinzione tra donne per bene e donne per male, oltre che una logica classista, sessista e razzista per cui una donna africana non può che svolgere mansioni di servitù: prostituirsi non va bene, invece doversi occupare 24 ore su 24 di un anziano disabile, che magari sottopone la sua badante a molestie e pretese di natura sessuale, questo sì che è dignitoso e permette di “integrarsi” nella società.
Come se non bastasse, essere riconosciuta come vittima ed ottenere il supporto di istituzioni e associazioni è tutt’altro che scontato, a fronte di una altissima prevalenza di storie di ricatto e sfruttamento a cui la stragrande maggioranza delle donne nigeriane è sottoposta. A questo fa da contraltare una macchina di detenzione e deportazione che, al contrario dell’antitratta, per le donne nigeriane funziona benissimo. Occorre non solo essere docili e disciplinate, ma anche “collaborative” con un sistema improntato alla delazione e alla repressione, che mette le donne a rischio e le ricatta ulteriormente.
… ai ghetti nelle campagne
Le traiettorie migratorie delle donne nigeriane sono particolarmente emblematiche di come il regime di controllo dei confini e della mobilità si abbatta sulle donne razzializzate e rese povere in maniera brutale. Per poter giungere in Europa, nella stragrande maggioranza dei casi le donne nigeriane sono costrette ad accettare contratti capestro attraverso i quali si indebitano per decine di migliaia di euro e affrontano viaggi disseminati di violenze, per poi spesso ripagare quanto dovuto attraverso l’unica professione che possono sperare di esercitare in Italia, quella di prostitute di strada a bassissimo costo, esposte anche qui a molteplici forme di violenza.
E proprio in ragione del perverso e labirintico meccanismo dell’accoglienza, oltre che del debito di cui sono portatrici, le donne nigeriane spesso non effettuano richiesta d’asilo e fuggono dai centri di accoglienza. Alcune si rifugiano quindi nei ghetti che sorgono all’interno delle enclavi dell’agro-industria, popolati da una maggioranza di migranti africani impiegati in agricoltura. Qui possono sperare di nascondersi dai loro creditori o dalla polizia, oppure semplicemente trovare uno spazio comunitario (ancorché non privo di dinamiche di sfruttamento e gerarchie, oltre che gravemente carente da un punto di vista infrastrutturale) in cui il costo della vita risulta più abbordabile.
La fuga e il rifugio nei ghetti ovviamente non mettono al riparo dal patriarcato, che è trasversale a tutta la società, e rafforzato dal razzismo e dalla povertà. La vita delle donne nei ghetti lo illustra bene: qui si riproduce in maniera estremamente evidente la divisione dei ruoli di genere, aggravata dalla razzializzazione e dalla condanna a vivere in condizioni di estrema difficoltà per via del ricatto del debito. Nel foggiano come nella Piana di Gioia Tauro le donne svolgono un lavoro di riproduzione e cura nei confronti degli uomini: cucinando e tenendo la cura degli insediamenti, vendendo prestazioni sessuali a bassissimo costo, magari per ripagare un debito, lavorando nelle fabbriche di trasformazione con contratti irregolari, subendo sul lavoro moltissime insidie, abusi, ricatti sessuali per poter restare a lavorare o ricevere la paga, fino ad arrivare a stupri e violenze e anche al femminicidio.
Questa condizione è resa ancora più fragile dal rigetto sistematico delle loro domande d’asilo, fatto che le espone ancora di più alla precarietà e che mostra tutta l’ipocrisia di chi (ministri e commissari vari) proclama di voler “salvare” queste donne, per poi condannarle all’immobilità e alla segregazione. Un ulteriore elemento di precarizzazione è legato alle tipologie di lavoro che sono loro assegnate: sono lavori fortemente stigmatizzati e invisibili, ignorati completamenti da sindacati e dintorni che hanno una visione molto ristretta e patriarcale di cosa sia un lavoro. Si può parlare delle nigeriane nei ghetti solo per descriverle come vittime o come criminali, negandole costantemente come lavoratrici.
È ovviamente un problema politico, come confermano i recenti casi di sgomberi, totali o parziali, delle baraccopoli a San Ferdinando e Borgo Mezzanone, che hanno mostrato ulteriormente come il razzismo istituzionale abbia come suo contraltare naturale la discriminazione sessista, in duplice forma. Prima di tutto, la presenza in questi luoghi di lavoratrici del sesso costituisce spesso uno dei motivi per precedere agli sgomberi e alla “pulizia” di alcune aree, identificando nei luoghi dove le donne lavorano i centri per eccellenza della criminalità e del degrado, da eliminare ed estirpare. Inoltre, laddove sono state distrutte baracche sedi di locali notturni – azioni accompagnate dalla propaganda istituzionale che si fregiava di non aver distrutto alcuna abitazione, ma solo centri di illegalità – le donne sono state, nei fatti, le persone più colpite perché hanno perso la loro unica fonte di sostentamento, l’unica possibilità che al momento hanno per ripagare un debito che le strozza.
Le donne che si prostituiscono quindi sono allo stesso tempo causa dichiarata di azioni di riqualificazione ed interventi delle forze dell’ordine per ristabilire controllo e decoro, e vittime di questi stessi atti, perché nei fatti sono le prime a restare senza lavoro o fonte di reddito e costrette spesso a spostarsi altrove. La guerra proclamata dalle autorità contro “traffici illeciti e prostituzione”, senza intaccare in nessun modo le cause dello sfruttamento e dell’oppressione, è combattuta in realtà contro le migranti stesse. La loro esistenza è resa invisibile: neppure gli sciacalli con le telecamere o le tessere sindacali sembrano interessarsene. Quando si prospettano “alternative abitative” (campi di lavoro ad alta sorveglianza), le donne vengono automaticamente escluse, cancellate dal discorso e dall’immaginario pubblico.
Quali prospettive di lotta?
Le condizioni estreme vissute da queste donne invitano a ripensare in senso più globale lo sfruttamento del lavoro affettivo, sessuale e di cura delle donne, non solo migranti. Questo sfruttamento è trasversale a tutti i contesti – quello lavorativo, quello domestico e intimo, quello istituzionale e pubblico – ma agisce con forme di violenza diversa secondo le linee della classe e della razza. Riconoscere i punti comuni ma anche le specificità è il primo passo per lottare assieme, sperimentando delle pratiche e delle rivendicazioni che lo rimettano interamente in causa. Occorre sviluppare pratiche realmente femministe, che partano dall’ascolto, dalla relazione e dalla riflessività, e che siano materialmente radicate nei contesti di vita e di lavoro delle donne che chiamano in causa. In questi anni, troppo spesso si è trascurato questo elemento, sintomo che anche le pratiche militanti sono soggette a forme di patriarcato e razzismo di cui dobbiamo farci carico in senso critico.
Le prospettive oggi restano fosche, sono pochi gli strumenti e gli esempi che abbiamo a disposizione. Come sostenere chi decide di combattere contro il ricatto del debito, quando l’unica alternativa sembra essere la segregazione istituzionale dell’antitratta? Una postura solo teorica e “purista” non cambierà i rapporti di forza: abbiamo bisogno di spazi autonomi, di reti di solidarietà reale, e di rimboccarci le maniche.
Il primo passo per costruire un percorso di lotta insieme impone di partire delle condizioni di vita delle dirette interessate, incontrandole e confrontandosi. Sembra una banalità ma, ad oggi, sono poche le situazioni in cui questi incontri avvengono. Ancora una volta, quando vengono nominate queste donne migranti (ed è raro), si tende a parlare a nome loro; se non si stigmatizza, spesso si fa l’opposto, si riproducono visioni eroiche altrettanto stereotipate che sono, in ultima analisi, discriminatorie. La condivisione, la costruzione di rapporti di fiducia e di lotta, mancano terribilmente. Senza questo primo passaggio non è possibile mettere in atto percorsi di lotta orizzontali e realmente sovversivi.
Al contempo, incontrarsi non basta. È indispensabile a nostro avviso partire dalla consapevolezza della propria posizione di privilegio in quanto donne e uomini bianchi, che non sono costrette a lottare ogni giorno per la sopravvivenza e contro il razzismo. Questa consapevolezza impone quindi di trasformare le proprie pratiche, di riflettere sui proprio riflessi coloniali, su come si costruiscono e si raccontano le lotte, sulle rivendicazioni e le strategie (in altre parole, chi parla e decide per chi e chi fa cosa nelle assemblee, nei cortei, nei comunicati).
Senza però che questo diventi una comoda scusa per evitare di sporcarsi le mani con le tante contraddizioni della realtà. In ambito militante, le analisi critiche sul proprio privilegio – razzista, sessista, classista – sono molto rare e restano per lo più simil-accademiche, ma cominciano a svilupparsi. Tuttavia, spesso il riconoscimento di questi privilegi sembra suggerire l’impossibilità di lottare con chi è più oppressa di noi: possiamo parlare di loro, di questa alterità irriducibile, ogni tanto possiamo narrare le loro resistenze, ma lottare per cambiare collettivamente le cose resta, apparentemente, un nostro… privilegio. Al contrario, occorre far sì che il nostro privilegio, da confine e ostacolo diventi arma di solidarietà e di lotta, per sperimentare pratiche realmente non coloniali: questo è un invito per tutte e tutti al confronto e alla costruzione di pratiche di lotta.
MFPR
CONTRO SESSISMO E RAZZISMO, RIPARTIAMO DA NOI
La violenza eteropatriarcale e quella razzista sono intrecciate e si rinforzano a vicenda in molteplici modi. Non solo il concetto di “razza” è per sua natura legato all’ossessione per il controllo della riproduzione e quindi del corpo delle donne. Le politiche migratorie, intrise di razzismo istituzionale, sono anche politiche sessiste, che mirano a controllare, sfruttare e segregare le migranti. Ad esempio, assegnandole a mestieri di cura in condizioni di sfruttamento e segregazione, legando il loro permesso di soggiorno a quello del marito, o subordinando l’ottenimento dei documenti all’accertamento, da parte di un qualche “esperto,” di situazioni di violenza estrema, sempre e soltanto in un’ottica di repressione del “crimine”, negando l’esistenza di altre forme di violenza (subdola, meno visibile o semplicemente giudicata meno intensa) e di altri canali di riconoscimento, costringendo le donne al ruolo di vittime e all’umiliazione di dovere esporre il loro vissuto a sconosciuti burocrati e tutori dell’ordine. Le politiche europee e italiane in materia migratoria colpiscono le donne in triplice forma: in quanto genere oppresso, e in quanto soggetti razzializzati e impoveriti. I documenti fanno parte del dispositivo di ricatto.Per questo, chi combatte contro il sessismo e il razzismo non può non tenere conto dell’oppressione subita dalle donne migranti, in Italia come ovunque, delle loro lotte e resistenze. E ripartire da qui per trasformare radicalmente l’esistente, mettendo concretamente in crisi quelle frontiere che dividono, anche “in casa nostra”, tra i e le compagn*. Ci sembra necessario innanzitutto osservare i modi in cui il razzismo istituzionale, come quello che si esercita per strada, in famiglia e sul lavoro, colpisca in maniera specifica le migranti, tramite il dispiegamento di dispositivi di oppressione, controllo e sfruttamento. Contemporaneamente e attraverso questa consapevolezza, diventa indispensabile creare dei legami di solidarietà reale con le migranti al fine di individuare degli strumenti di diffusione delle loro rivendicazioni o di potenziamento delle lotte che decidono di intraprendere.
Non si tratta solo di fare della teoria: crediamo che in questo momento, in Italia, manchino pratiche e rivendicazioni che vedono le migranti come protagoniste reali, e non solo come “appendici” delle lotte dei migranti maschi, o come simbolo retorico di tutte le dominazioni – un simbolo talmente astratto che magari non si parla neppure con queste donne in carne e ossa. Le donne immigrate da sempre e costantemente lottano contro i dispositivi che ne gestiscono la mobilità: ricordiamo tutte le proteste portate avanti nei campi, alla frontiera, nei centri di accoglienza (prima o seconda che sia) e all’interno dei CIE/CPR, attraverso resistenze quotidiane, rivolte e fughe, individuali e collettive. Passando alle lotte nei posti di lavoro, dove spesso lo sfruttamento lavorativo e salariale è accompagnato a violenze psico-fisiche (si pensi ad esempio alle lotte delle donne, in maggioranza migranti, nei magazzini di Italpizza e Yoox), senza dimenticare le numerose lotte per aver garantito l’accesso ai servizi essenziali.
Documenti, accoglienza e debito
Occorre quindi, prima di tutto, riconoscere che le politiche migratorie e il sistema dei centri non sono solo il volto del razzismo, ma anche del sessismo istituzionale. Per questo, non si può agire dall’interno in senso riformista, cercando di rendere più umana l’accoglienza o più efficace l’antitratta. Noi crediamo che si debba intervenire alla radice: ricominciare a lottare per la libertà di circolazione e per quella di restare dove si vuole, per i documenti per tutte.
Le scelte dei governi in materia di immigrazione e gestione della mobilità hanno provocato un vasto cambiamento rispetto alle alternative delle persone che decidono di migrare o sono costrette a farlo, incanalandole in percorsi di vita obbligati e con poche possibilità di costruirsi una vita reale. Obbligate a spostarsi da un centro d’accoglienza ad un altro, in balia dei tempi d’attesa delle commissioni territoriali e dei tribunali con i ricorsi – dato che nella maggior parte dei casi le domande d’asilo vengono respinte. All’interno di questi centri le persone sono condizionate in ogni aspetto della loro vita: non possono deciderne gli orari, cosa mangiare e quando, spesso si trovano in posti isolati e poco abitati, senza alcuna prospettiva di svago, di imparare la lingua italiana o di lavorare.
Ovviamente il sistema di controllo dei tempi di vita è ancora più pervasivo se si tratta di donne sole o con bambini. Ciò è evidente se si guarda alle conseguenze della permanenza in accoglienza, ad esempio, sulla vita sessuo-affettiva: il divieto di ospitare persone durante la notte o di poter dormire fuori dalla struttura è eloquente. Ma quando si tratta di donne, la sorveglianza è rafforzata, lo stigma della prostituta è sempre presente ed è utilizzato per restringere ancora di più gli spazi di libertà delle migranti. In molti centri è ancora più difficile del normale accedere all’aborto o a visite specialistiche, perché gli operatori e le operatrici o non trasmettono le informazioni o si oppongono a queste pratiche (in particolare nelle strutture legate alla Chiesa).
Sempre più spesso, inoltre, la permanenza nel circuito dell’accoglienza viene interrotta come misura ritorsiva contro chi protesta per le condizioni di vita nei centri o per i lunghi tempi di attesa. Per inciso, queste proteste si susseguono senza sosta da anni, ma i e le militanti italiane solo raramente se ne sono interessati, in ragione di una posizione ambigua sull’accoglienza e sull’antitratta.
Nella maggior parte dei casi l’uscita dal circuito dell’accoglienza avviene senza l’ottenimento del tanto agognato permesso di soggiorno e molto spesso si finisce a vivere nei numerosi ghetti che costellano il paese, nelle periferie e nella provincia intorno alle grandi città, così come nei distretti agro-industriali: lontane dai controlli delle forze dell’ordine e con la certezza almeno di un tetto sopra la testa.
Le migranti nigeriane, dalla gabbia dell’antitratta…
Nella nostra esperienza di lotta a fianco delle persone migranti che vivono e lavorano nei distretti dell’agroindustria, la presenza delle donne, nella stragrande maggioranza nigeriane, ha rappresentato una costante, seppure in minoranza rispetto a quella maschile. Tuttavia, se le migranti non sono mai state assenti dai conflitti che hanno attraversato questi territori, spesso i meccanismi specifici della loro oppressione sono stati invisibilizzati. Se la loro voce non è mai mancata nelle assemblee e nei cortei, una riflessione più profonda su come ripensare rivendicazioni e conflitti reali assumendo un punto di vista di genere e antirazzista è quantomai necessaria e non più rimandabile.
Le migranti che abitano nei ghetti di questo Paese, come e più delle donne migranti in altri contesti, subiscono ogni giorno gli effetti delle politiche razziste e sessiste, che le colpiscono e le precarizzano ancor più dei migranti maschi. In questi anni ci siamo trovati nella condizione di incrociare e conoscere moltissime donne che vivono nei diversi ghetti del foggiano o nella Piana di Gioia Tauro, alcune insediate da anni, altre di recente arrivo. Moltissime di loro si sono spostate da una parte all’altra del Paese ed alcune continuano a farlo; moltissime sono passate nella loro vita nei centri di accoglienza, CAS o SPRAR e tutte ne sono poi uscite, perché era finita per loro la possibilità di restare lì o molto spesso perché sceglievano o erano costrette da chi deteneva il loro debito a scappare da un sistema, già di per sé estremamente coercitivo, che nei confronti delle donne mostra con maggiore enfasi la sua violenza paternalista e colonialista.
In Italia, quando si sente parlare di donne nigeriane, l’associazione con la tratta è praticamente immediata. Quello che viene nascosto è che il ricatto del debito esiste perché non è possibile, per queste donne, migrare legalmente in Italia. Sono le politiche migratorie nazionali e europee, i loro visti, le loro frontiere, le loro missioni militari “contro il traffico di esseri umani”, come anche gli strumenti della cooperazione internazionale e le ingerenze politiche nei paesi di origine (particolarmente emblematico il caso della Nigeria, dove l’Italia coltiva vasti interessi non soltanto nel settore del petrolio), che riproducono di fatto relazioni di dipendenza e dominazione. La precarietà delle donne migranti viene sempre spiegata come l’effetto di reti criminali, composte ovviamente solo da connazionali e migranti, come se il patriarcato fosse un’importazione dall’estero.
Di fronte a tali reti è stato costruito l’arsenale dell’antitratta, che pretende di “salvare” queste donne richiudendole in centri dove la loro quotidianità, i loro movimenti e i loro comportamenti sono controllati in maniera infantilizzante e paternalista. Di fatto, in molti casi si pretende di rieducare le “vittime di tratta” al ruolo di servitrici domestiche (mentre la prostituzione, alternativa più remunerativa, esclude le donne dai programmi antitratta), riproducendo la distinzione tra donne per bene e donne per male, oltre che una logica classista, sessista e razzista per cui una donna africana non può che svolgere mansioni di servitù: prostituirsi non va bene, invece doversi occupare 24 ore su 24 di un anziano disabile, che magari sottopone la sua badante a molestie e pretese di natura sessuale, questo sì che è dignitoso e permette di “integrarsi” nella società.
Come se non bastasse, essere riconosciuta come vittima ed ottenere il supporto di istituzioni e associazioni è tutt’altro che scontato, a fronte di una altissima prevalenza di storie di ricatto e sfruttamento a cui la stragrande maggioranza delle donne nigeriane è sottoposta. A questo fa da contraltare una macchina di detenzione e deportazione che, al contrario dell’antitratta, per le donne nigeriane funziona benissimo. Occorre non solo essere docili e disciplinate, ma anche “collaborative” con un sistema improntato alla delazione e alla repressione, che mette le donne a rischio e le ricatta ulteriormente.
… ai ghetti nelle campagne
Le traiettorie migratorie delle donne nigeriane sono particolarmente emblematiche di come il regime di controllo dei confini e della mobilità si abbatta sulle donne razzializzate e rese povere in maniera brutale. Per poter giungere in Europa, nella stragrande maggioranza dei casi le donne nigeriane sono costrette ad accettare contratti capestro attraverso i quali si indebitano per decine di migliaia di euro e affrontano viaggi disseminati di violenze, per poi spesso ripagare quanto dovuto attraverso l’unica professione che possono sperare di esercitare in Italia, quella di prostitute di strada a bassissimo costo, esposte anche qui a molteplici forme di violenza.
E proprio in ragione del perverso e labirintico meccanismo dell’accoglienza, oltre che del debito di cui sono portatrici, le donne nigeriane spesso non effettuano richiesta d’asilo e fuggono dai centri di accoglienza. Alcune si rifugiano quindi nei ghetti che sorgono all’interno delle enclavi dell’agro-industria, popolati da una maggioranza di migranti africani impiegati in agricoltura. Qui possono sperare di nascondersi dai loro creditori o dalla polizia, oppure semplicemente trovare uno spazio comunitario (ancorché non privo di dinamiche di sfruttamento e gerarchie, oltre che gravemente carente da un punto di vista infrastrutturale) in cui il costo della vita risulta più abbordabile.
La fuga e il rifugio nei ghetti ovviamente non mettono al riparo dal patriarcato, che è trasversale a tutta la società, e rafforzato dal razzismo e dalla povertà. La vita delle donne nei ghetti lo illustra bene: qui si riproduce in maniera estremamente evidente la divisione dei ruoli di genere, aggravata dalla razzializzazione e dalla condanna a vivere in condizioni di estrema difficoltà per via del ricatto del debito. Nel foggiano come nella Piana di Gioia Tauro le donne svolgono un lavoro di riproduzione e cura nei confronti degli uomini: cucinando e tenendo la cura degli insediamenti, vendendo prestazioni sessuali a bassissimo costo, magari per ripagare un debito, lavorando nelle fabbriche di trasformazione con contratti irregolari, subendo sul lavoro moltissime insidie, abusi, ricatti sessuali per poter restare a lavorare o ricevere la paga, fino ad arrivare a stupri e violenze e anche al femminicidio.
Questa condizione è resa ancora più fragile dal rigetto sistematico delle loro domande d’asilo, fatto che le espone ancora di più alla precarietà e che mostra tutta l’ipocrisia di chi (ministri e commissari vari) proclama di voler “salvare” queste donne, per poi condannarle all’immobilità e alla segregazione. Un ulteriore elemento di precarizzazione è legato alle tipologie di lavoro che sono loro assegnate: sono lavori fortemente stigmatizzati e invisibili, ignorati completamenti da sindacati e dintorni che hanno una visione molto ristretta e patriarcale di cosa sia un lavoro. Si può parlare delle nigeriane nei ghetti solo per descriverle come vittime o come criminali, negandole costantemente come lavoratrici.
È ovviamente un problema politico, come confermano i recenti casi di sgomberi, totali o parziali, delle baraccopoli a San Ferdinando e Borgo Mezzanone, che hanno mostrato ulteriormente come il razzismo istituzionale abbia come suo contraltare naturale la discriminazione sessista, in duplice forma. Prima di tutto, la presenza in questi luoghi di lavoratrici del sesso costituisce spesso uno dei motivi per precedere agli sgomberi e alla “pulizia” di alcune aree, identificando nei luoghi dove le donne lavorano i centri per eccellenza della criminalità e del degrado, da eliminare ed estirpare. Inoltre, laddove sono state distrutte baracche sedi di locali notturni – azioni accompagnate dalla propaganda istituzionale che si fregiava di non aver distrutto alcuna abitazione, ma solo centri di illegalità – le donne sono state, nei fatti, le persone più colpite perché hanno perso la loro unica fonte di sostentamento, l’unica possibilità che al momento hanno per ripagare un debito che le strozza.
Le donne che si prostituiscono quindi sono allo stesso tempo causa dichiarata di azioni di riqualificazione ed interventi delle forze dell’ordine per ristabilire controllo e decoro, e vittime di questi stessi atti, perché nei fatti sono le prime a restare senza lavoro o fonte di reddito e costrette spesso a spostarsi altrove. La guerra proclamata dalle autorità contro “traffici illeciti e prostituzione”, senza intaccare in nessun modo le cause dello sfruttamento e dell’oppressione, è combattuta in realtà contro le migranti stesse. La loro esistenza è resa invisibile: neppure gli sciacalli con le telecamere o le tessere sindacali sembrano interessarsene. Quando si prospettano “alternative abitative” (campi di lavoro ad alta sorveglianza), le donne vengono automaticamente escluse, cancellate dal discorso e dall’immaginario pubblico.
Quali prospettive di lotta?
Le condizioni estreme vissute da queste donne invitano a ripensare in senso più globale lo sfruttamento del lavoro affettivo, sessuale e di cura delle donne, non solo migranti. Questo sfruttamento è trasversale a tutti i contesti – quello lavorativo, quello domestico e intimo, quello istituzionale e pubblico – ma agisce con forme di violenza diversa secondo le linee della classe e della razza. Riconoscere i punti comuni ma anche le specificità è il primo passo per lottare assieme, sperimentando delle pratiche e delle rivendicazioni che lo rimettano interamente in causa. Occorre sviluppare pratiche realmente femministe, che partano dall’ascolto, dalla relazione e dalla riflessività, e che siano materialmente radicate nei contesti di vita e di lavoro delle donne che chiamano in causa. In questi anni, troppo spesso si è trascurato questo elemento, sintomo che anche le pratiche militanti sono soggette a forme di patriarcato e razzismo di cui dobbiamo farci carico in senso critico.
Le prospettive oggi restano fosche, sono pochi gli strumenti e gli esempi che abbiamo a disposizione. Come sostenere chi decide di combattere contro il ricatto del debito, quando l’unica alternativa sembra essere la segregazione istituzionale dell’antitratta? Una postura solo teorica e “purista” non cambierà i rapporti di forza: abbiamo bisogno di spazi autonomi, di reti di solidarietà reale, e di rimboccarci le maniche.
Il primo passo per costruire un percorso di lotta insieme impone di partire delle condizioni di vita delle dirette interessate, incontrandole e confrontandosi. Sembra una banalità ma, ad oggi, sono poche le situazioni in cui questi incontri avvengono. Ancora una volta, quando vengono nominate queste donne migranti (ed è raro), si tende a parlare a nome loro; se non si stigmatizza, spesso si fa l’opposto, si riproducono visioni eroiche altrettanto stereotipate che sono, in ultima analisi, discriminatorie. La condivisione, la costruzione di rapporti di fiducia e di lotta, mancano terribilmente. Senza questo primo passaggio non è possibile mettere in atto percorsi di lotta orizzontali e realmente sovversivi.
Al contempo, incontrarsi non basta. È indispensabile a nostro avviso partire dalla consapevolezza della propria posizione di privilegio in quanto donne e uomini bianchi, che non sono costrette a lottare ogni giorno per la sopravvivenza e contro il razzismo. Questa consapevolezza impone quindi di trasformare le proprie pratiche, di riflettere sui proprio riflessi coloniali, su come si costruiscono e si raccontano le lotte, sulle rivendicazioni e le strategie (in altre parole, chi parla e decide per chi e chi fa cosa nelle assemblee, nei cortei, nei comunicati).
Senza però che questo diventi una comoda scusa per evitare di sporcarsi le mani con le tante contraddizioni della realtà. In ambito militante, le analisi critiche sul proprio privilegio – razzista, sessista, classista – sono molto rare e restano per lo più simil-accademiche, ma cominciano a svilupparsi. Tuttavia, spesso il riconoscimento di questi privilegi sembra suggerire l’impossibilità di lottare con chi è più oppressa di noi: possiamo parlare di loro, di questa alterità irriducibile, ogni tanto possiamo narrare le loro resistenze, ma lottare per cambiare collettivamente le cose resta, apparentemente, un nostro… privilegio. Al contrario, occorre far sì che il nostro privilegio, da confine e ostacolo diventi arma di solidarietà e di lotta, per sperimentare pratiche realmente non coloniali: questo è un invito per tutte e tutti al confronto e alla costruzione di pratiche di lotta.
Sono di nuovo 3 le compagne rinchiuse nell'AS2 del carcere dell'Aquila - Domenica 23 giugno presidio di solidarietà sotto il carcere di L'Aquila - Liber* tutt*!
Ultimissime dal carcere de L'Aquila. Le condizioni di salute di Silvia ed Anna sono buone. Stamani è tornata in sezione la direttrice del carcere che ha riferito di aver fatto pressione al Dap affinché la situazione cambi. Ma, proprio oggi, è stato eseguito il trasferimento di Natasha da Rebibbia a L'Aquila.
Le compagne riferiscono di aver udito una forte battitura anche oggi. Hanno iniziato a sentire battere le sbarre da parte degli altri detenuti da lunedì scorso, dopo che la notizia dello sciopero della fame è passata al TgRegionale. Avremo idea precisa di cosa sta accadendo dentro il carcere solo in seguito ai prossimi colloqui.
Intanto apprendiamo di un'altra gravissima sentenza della cassazione: chi fa lo sciopero della fame in carcere per protesta, può essere punito con una sanzione disciplinare.
Un'altra vigliacca aggressione fascista a una ragazza ieri notte a Roma
Una nuova aggressione la scorsa notte ha
preso di mira i ragazzi del Cinema America, l'associazione che negli
ultimi anni a Roma ha riportato il cinema in piazza. Vittima Federica Z.
l'ex ragazza del presidente dell'Associazione 'Piccolo America',
Valerio Carocci. La giovane, 29 anni, è stata spintonata, ferita e
minacciata ieri sera nei pressi di piazza San Cosimato, nel quartiere
romano di Trastevere.
Sulla nuova vicenda indaga la Digos impegnata già, con i carabinieri, nelle indagini sulla precedente aggressione avvenuta sempre a Trastevere, nella notte fra sabato e domenica, contro quattro giovani che indossavano la maglietta del Cinema America per la quale sono stati identificati e denunciati quattro (su un commando di una decina di persone) appartenenti a movimenti dell'estrema destra Blocco studentesco e Casapound. Le vittime di quel raid, secondo gli aggressori, erano colpevoli di indossare magliette "antifasciste". A una delle vittime è stato fratturato il setto nasale. Tra gli aggressori di sabato, la posizione più grave è quella del più grande del gruppo, un parrucchiere 38enne che quella sera aveva scelto Trastevere per festeggiare il suo addio al celibato. E' ritenuto dagli investigatori il fomentatore del pestaggio. Un altro, con precedenti di polizia per danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e resistenza a pubblico ufficiale, militante di Blocco Studentesco, avrebbe sferrato la testata a David Habib. Ha precedenti e un Daspo alle spalle anche il 23enne che invece avrebbe colpito con una bottigliata Valerio Colantoni mentre ha un curriculum di militanza in Casapound e denunce per lesioni e violenza privata il quarto componente del gruppo. Ora si stanno accertando i probabili collegamenti tra le due aggressioni.
"Di' a Carocci di stare calmo"
Alcune persone, almeno due, le avrebbero detto "Di' a Carocci di stare calmo" e le avrebbero spinto la testa contro il finestrino di una macchina parcheggiata. Poco dopo la ragazza si è recata al pronto soccorso del vicino ospedale Fatebenefratelli dove le è stata riscontrata "un'abrasione sulla regione temporale", graffi sulla fronte con tre giorni di prognosi e tanto spavento. E il referto è stato subito inoltrato all'autorità giudiziaria.Sulla nuova vicenda indaga la Digos impegnata già, con i carabinieri, nelle indagini sulla precedente aggressione avvenuta sempre a Trastevere, nella notte fra sabato e domenica, contro quattro giovani che indossavano la maglietta del Cinema America per la quale sono stati identificati e denunciati quattro (su un commando di una decina di persone) appartenenti a movimenti dell'estrema destra Blocco studentesco e Casapound. Le vittime di quel raid, secondo gli aggressori, erano colpevoli di indossare magliette "antifasciste". A una delle vittime è stato fratturato il setto nasale. Tra gli aggressori di sabato, la posizione più grave è quella del più grande del gruppo, un parrucchiere 38enne che quella sera aveva scelto Trastevere per festeggiare il suo addio al celibato. E' ritenuto dagli investigatori il fomentatore del pestaggio. Un altro, con precedenti di polizia per danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e resistenza a pubblico ufficiale, militante di Blocco Studentesco, avrebbe sferrato la testata a David Habib. Ha precedenti e un Daspo alle spalle anche il 23enne che invece avrebbe colpito con una bottigliata Valerio Colantoni mentre ha un curriculum di militanza in Casapound e denunce per lesioni e violenza privata il quarto componente del gruppo. Ora si stanno accertando i probabili collegamenti tra le due aggressioni.
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