23/09/18

Palmi (RC) – A processo due compagne che sostengono le lotte di chi vive nelle tendopoli di San Ferdinando



Pubblichiamo, di seguito, il comunicato di Rete Evasioni - Rete Campagne in lotta - compagne e compagni di Hurriya, ed esprimiamo alle 2 compagne la piena solidarietà del mfpr, rilanciando la mobilitazione per il giorno del processo:

Lunedì 1 ottobre, avrà inizio a Palmi uno dei processi contro chi supporta le lotte autorganizzate dalle persone immigrate che vivono nei ghetti e sono sfruttate nelle campagne.
In questo caso, l’accusa rivolta a due nostre compagne è di aver aiutato una persona a sfuggire all’identificazione e, per una di loro, di averlo fatto con l’uso della forza contro un carabiniere, durante la giornata di lotta del 22 marzo 2017 a San Ferdinando.
Questo processo, così come alcune segnalazioni e i verbali di perquisizione che attestano il ritrovamento di volantini e striscioni, è alla base del foglio di via impartito la scorsa estate a 3 compagnx, conseguentemente alla giornata di resistenza che ha visto gli abitanti della tendopoli puntare i piedi davanti all’ennesimo tentativo di sgombero. Operazione umanitaria-militare che ha solo prodotto il moltiplicarsi di ghetti, tra cui il campo di lavoro inaugurato il giorno stesso dallo stato: un insieme di tende ministeriali perimetrato da recinzioni, telecamere, con accesso e orari gestiti dal controllo tecnologico e dall’assedio delle forze dell’ordine e numerose altre limitazioni.
Il teorema che la questura continua a ricamare sui nostri compagni e compagne è che farebbero parte di una regia occulta che incita e pilota le persone immigrate a ribellarsi. Con gli stessi presupposti altri solidali sono stati denuncianti in seguito ad un’altra giornata di lotta, tenutasi sempre nelle strade di San Ferdinando. Così come a Foggia, dove alcuni compagni e compagne, per le stesse lotte, subiranno un processo nelle prossime settimane. Infatti, anche nella provincia pugliese, le persone costrette a vivere nei ghetti da anni si sono autorganizzate per cambiare le proprie condizioni di vita e di lavoro. Qui, come in Calabria, le risposte sono stati sgomberi, campi di lavoro e denunce.
In questi casi allo stato serve raffigurare gli immigrati e le immigrate come incapaci di intendere e di volere, manovrate da cattivi consiglieri. Non sarebbero dunque gli abusi delle guardie, l’assenza di documenti, la sopravvivenza in baracche e tende senza luce e acqua, il passaggio obbligatorio nei campi di stato, lo sfruttamento nelle campagne, l’impossibilità di scegliere dove e come vivere, a spingere le persone a lottare, a fuggire davanti un controllo, a rifiutare deportazioni e compromessi.
Per accompagnare militarmente anche l’introduzione della Zona Economica Speciale (ZES) nell’area industriale del porto di Gioia Tauro, lo stato ha scelto di regolamentare i campi di concentramento per lavoratori immigrati e, cosciente che le rivendicazioni delle dure lotte portate avanti vanno ben oltre la sopravvivenza nei ghetti, ha deciso di isolarle totalmente da una presenza solidale, da occhi indiscreti.
Fino a oggi il lavoro della questura sembra piuttosto semplice perché ben pochi/e compagni e compagne hanno risposto agli appelli di chi lotta nelle campagne.
Mentre le forze dell’ordine s’impegnano ad attaccare qualsiasi presenza solidale con denunce, minacce e umiliazioni, lo stato ha scelto un suo referente, un soggetto che deve rappresentare, con una sola voce, tutte le persone costrette nei ghetti.
All’USB (Unione Sindacale di Base) vengono quindi date le sale del comune di San Ferdinando per inscenare i monologhi dei propri dirigenti, davanti ad una silenziosa platea di lavoratori; così come gli è stata affidata la gestione di uno sportello per agevolare le pratiche dell’ufficio anagrafe, e concesso l’ingresso nel campo di stato inaugurato solo un anno fa.
Di fronte alla quotidiana repressione che riguarda le persone che vivono nelle tendopoli, compare la mano rassicurante di un sindacato, che parla con lo stato e “ottiene qualcosa”.
In forma episodica sono state raccontate le numerose occasioni in cui l’USB ha affiancato gli interessi dello stato, dimenticando le rivendicazioni delle persone direttamente coinvolte. Forse, la più eclatante, fu proprio nel tentativo di sgombero della vecchia tendopoli accompagnato dalla mediazione e l’invito a lasciare le tende per cercare, in futuro, di cambiare le cose.
Un invito perpetuo alla calma, anche davanti a vere e proprie tragedie, che descrive “il consentito” fuori dal quale resta solo la repressione frontale. Lo raccontano bene le testimonianze e i comunicati scritti in più lingue da chi vive e lotta nella piana di Gioia Tauro.
Noi crediamo a quelle voci e a quelle persone non smetteremo di dimostrare che siamo al loro fianco nonostante i tentativi di questure e tribunali.
Settembre 2018

Rete Evasioni
Rete Campagne in lotta
Le compagne e i compagni di Hurriya

Dalla rete Campagne in lotta - un dibattito necessario…



Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato giunto da Rete Campagne in Lotta.

Lo facciamo da un lato perché rispettiamo e stimiamo il lavoro che da anni fa Campagne in Lotta e soprattutto le compagne che ci mettono cuore e intelligenza. In alcune occasioni nel recente passato abbiamo anche lavorato insieme per iniziative di mobilitazione comuni, e ci siamo scambiate le esperienze di lotta locali nel lavoro di organizzazione e lotta dei migranti. In alcune occasioni abbiamo avuto e vogliamo continuare ad avere anche un dibattito franco sul come sviluppare una rete reale tra effettive realtà di lotta che "si sporcano le mani".
Pubblichiamo quindi questo comunicato, perché siamo d'accordo che occorra un bilancio da cui trarre lezioni positive e negative, facendo piazza pulita di posizioni, concezioni, pratiche "gruppettare" e strumentali - la questione della lotta al sessismo, come fatto generale e strategico per tutti, sfonda per noi una porta aperta -.
Ma riteniamo che queste valutazioni debbano uscire da un dibattito "interno" per  sviluppare lotta e organizzazione più elevate, che questa fase del governo fascio-populista, che ha al suo centro la guerra contro i migranti ed è perciò cementato dal razzismo, richiede urgentemente.


IL COMUNICATO DI RETE CAMPAGNE IN LOTTA

"Approfittiamo dell’invito, rivoltoci dal SICOBAS e ancora prima da uno dei suoi membri, a partecipare all’assemblea in oggetto e alla giornata di lotta in programma il 26 ottobre, per esprimere alcune valutazioni rispetto non soltanto alla giornata, a cui abbiamo deciso di non partecipare per le ragioni di cui diamo conto qui, ma anche al percorso intrapreso insieme con le parole d’ordine “no confini, no sfruttamento” nel 2016-2017. Ci sembra, infatti, doveroso (sebbene con ritardo, di cui ci rammarichiamo) cominciare a riflettere sulle ragioni per le quali quell’esperimento è naufragato, perché eventuali futuri tentativi (che ci auguriamo potranno emergere) non ricadano nelle stesse dinamiche. 

Iniziamo da un assunto banale, ma forse non troppo: non esistono più le mezze stagioni. Da tempo. Ragione per la quale riteniamo di diffidare di qualsiasi appello ad un fantomatico “autunno caldo”...qui nei nuovi tropici dove ci troviamo a vivere e lottare, che sia la stagione delle piogge o
quella secca, tocca stare sempre in guardia e soprattutto passare all'offensiva per non farsi schiacciare, ad agosto come a gennaio, con un lavoro quotidiano che possa appunto fare dell’antirazzismo una pratica necessaria della lotta di classe. Ce lo ha insegnato e ce lo insegna tutti i giorni chi viveva ai tropici da prima che noi perdessimo l'autunno. Forse alcuni tra di noi, però, tardano a recepire l'insegnamento.

In generale, riteniamo che guardare indietro – a quanto di buono è stato fatto da chi ci ha preceduto, come da ciò che essi combattevano – sia utile solo nella misura in cui non ci ingabbia dentro logiche e ragionamenti che appartengono al passato, un passato che non ritorna mai uguale a se stesso. Il fascismo del secolo scorso, così come l'Occidente imperialista, per citarvi, non possono essere il nostro nemico di oggi (il capitalismo non è più fondato su base nazionale, nonostante l'apparente risorgere del sovranismo), né possono essere quelli del secolo scorso gli strumenti per combattere chi ci vuole divise, succubi e sfruttate. I fascismi e gli imperialismi hanno cambiato volto.

Guardare al passato, d'altra parte, deve significare anche e soprattutto riconoscere gli errori di quegli stessi che ci hanno preceduto, per provare a non ricaderci - e quindi riconoscere anche i nostri, di errori. È questo, forse, il nodo più importante e la ragione che ci spinge, nonostante tutto, a rispondere al vostro invito. Invito che ci lascia non poco spiazzate, visti i trascorsi. A cominciare da una questione di genere e di 'razzializzazione' mai veramente affrontata, che ci sembra ancora una volta trattata in maniera superficiale e persino strumentale nell'appello che chiama a questa assemblea e alle prossime mobilitazioni, stile appunto 'autunno caldo'. Il riferimento alla questione di genere (che, mettiamocelo in testa una volta per tutte, non riguarda soltanto le donne, così come il razzismo non riguarda soltanto i neri) sembra piuttosto una concessione a un'ondata di lotte e ribellioni che non si può più ignorare, che non il frutto di una reale riflessione su quanto l'estrazione di lavoro gratuito e sottopagato sulla pelle e sul corpo di molte donne, o più in generale dei soggetti femminilizzati, sia fondante del sistema di sfruttamento che dite di voler combattere. Non c'è lotta antirazzista senza lotta anti-sessista. Non ci si può indignare delle stragi di immigrati, di persone definite di colore, per poi tacere sulla strage di donne, un quotidiano stillicidio passato sotto silenzio. E la lotta contro il sessismo in tutte le sue forme ci pone davanti al fatto che non possiamo concentrarci unicamente sul lavoro salariato, ma dobbiamo guardare alla questione della riproduzione sociale nel suo complesso.

Nel vostro appello vi rivolgete sempre e soltanto a compagni maschi ed italiani, compagni che 'sostengono le lotte degli immigrati'. D'altronde, il vostro linguaggio è per lo più incomprensibile a quelli che voi, compagni italiani e uomini, chiamate immigrati. E, detto per inciso, per favore smettiamo di dare corda al linguaggio razzista avvalorando l'idea che esistano entità chiamate 'etnie' o 'razze', o che esistano persone 'meticce'. Per favore. E smettete di utilizzare l'immagine, buona alla bisogna per dimostrare quanto siano sfruttati i lavoratori immigrati, del bracciante di Foggia o di Rosarno, quel bracciante che avete abbandonato alla sua lotta, senza spiegazioni valide. Ci sembra, infatti, piuttosto grottesco voler lanciare una piattaforma antirazzista senza fare minimamente riferimento al percorso comune a cui diverse realtà che saranno presenti il 23 settembre, e probabilmente il 26 ottobre, hanno aderito nel 2016.

Un percorso, quello che si era formato intorno allo slogan 'no confini, no sfruttamento', che partiva dal principio di una reale auto-organizzazione; dall'importanza che riveste per noi una battaglia per un reale riconoscimento paritario, anche a livello amministrativo e giuridico, di chi vive e lavora in Europa, indipendentemente dalle origini; e da una volontà compositiva che evidentemente si è scontrata con calcoli politici e ripiegamenti identitari e verticistici che a noi puzzano di paternalismo, di sessismo e sì, anche di razzismo. D'altronde nessuno o nessuna di noi può considerarsi immune da questi virus, che ci hanno instillato alla nascita in quanto cittadini e cittadine dell'Europa dello sfruttamento, delle gerarchie e della competitività. Occorrerebbe, quindi, ripartire da noi, guardare al passato in maniera critica e riflessiva, riprendere le fila di un dibattito e di un percorso di cui mai si è dimostrata la volontà reale di fare perlomeno un bilancio. Lo dobbiamo alle migliaia di compagne e compagni di strada che ci hanno creduto, che hanno investito le loro energie in questo percorso, e che tuttora non comprendono, così come non le comprendiamo appieno nemmeno noi, le ragioni del suo affossamento. Possiamo tutt’al più proporre qualche riflessione. Ci troverete sempre pronte al confronto, purché sia franco, leale e affrontato ponendoci tutte e tutti, indipendentemente da esperienze, vissuti, forme e colori, sullo stesso piano. Se non siamo capaci di fare questo, qualsiasi piattaforma antirazzista sarà destinata a naufragare insieme alle speranze di quante e quanti vi ripongono la loro fiducia.

PERCHE' E' NECESSARIO UN MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO - Costruiamo collettivi Mfpr ovunque!



Continuiamo a pubblicare alcune note, scritti, interventi che vogliono spiegare le ragioni del Mfpr, le sue basi ideologiche, teoriche, politiche, il suo lavoro. Affinchè compagne, donne, ragazze, possano conoscere e entrare nel Mfpr e organizzare nelle loro città dovunque collettivi del Mfpr.

Perchè parliamo di Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario



MOVIMENTO. Movimento, vuol dire le donne che già sono in lotta, che già vogliono lottare, che già passano dalla denuncia al fatto di voler intraprendere una strada diversa, una strada di ribellione. In questo senso, l’MFPR ha come aspetto costante, sistemico del suo essere, la lotta; è la lotta che trasforma le donne, spesso ideologicamente oppresse, in donne coscientemente ribelli, in rivoluzionarie. Quindi la lotta è un elemento non solo pratico, ma un elemento ideologico, un elemento di vita, di combattimento.
Noi questo lo sperimentiamo sempre nelle lotte che facciamo. Nella lotta si dinamizzano le questioni, tutta una serie di riserve, paure, luoghi comuni, rassegnazioni e sfiducia, spariscono improvvisamente. “Movimento”, da contrapporre alle vuote parole, che possono essere bellissime ma se non s’incarnano nella lotta restano appunto vuote, e spesso più belle sono più il vuoto è grande.

FEMMINISMO. E' la parola che quasi in termini di sfida noi abbiamo assunto, sfida perché nel movimento comunista di cui noi siamo parte, da cui noi proveniamo, nel movimento marxista leninista e a volte anche in quello mlm, questa parola femminista non veniva affatto, e a volte tuttora, non viene considerata bene: le femministe tout court sono le piccolo borghesi, e quindi, le comuniste, le rivoluzionarie non possono dirsi femministe o far riferimenti a femministe.
Noi abbiamo fatto e tuttora facciamo una lotta di chiarezza, di conquista, di comprensione del perché “femminismo” sia di rottura, di lotta contro analisi, concezioni, politiche sbagliate. “Femminismo”, non sei tu a giudicarlo, a metterci l’etichetta. Se per la borghesia, se per questo sistema, se per i padroni, per i governi, i partiti borghesi, per i fascisti, per i maschilisti, ecc., tutto quello che è ribellione delle donne viene connaturato come femminismo, ebbene sì, noi siamo femministe, siamo “più femministe delle femministe”. Perché raccogliamo, vogliamo essere l’espressione di tutti gli aspetti di ribellione delle donne. In questo siamo per così dire “interclassiste”, nel senso che, se sono delle borghesi a ribellarsi e a portare un contributo alla battaglia generale delle donne di cui la maggioranza sono le donne proletarie, ben vengano.
Quindi in questo senso noi siamo femministe contro tutti coloro che si dissociano e criticano il femminismo ma per non voler andare a fondo nella battaglia teorica, politica, ideologica, pratica contro l'humus de “gli uomini che odiano le donne”.
Certo, c’è un femminismo di destra, di centro e di sinistra, e il femminismo di sinistra è il femminismo che è in sintonia con la lotta rivoluzionaria, che unisce lotta di genere e lotta di classe, e che deve conquistare o neutralizzare il centro e attaccare la destra.

PROLETARIO. Noi siamo proletarie! L'Mfpr organizza fondamentalmente le proletarie. Mariategui, dirigente del partito comunista in Perù, ucciso giovanissimo, diceva: le donne non sono uguali “le donne, come gli uomini sono reazionarie, centriste o rivoluzionarie, non possono di conseguenza combattere la stessa battaglia. Attualmente la classe distingue gli individui più del sesso…”.
E mai come in questi anni, sia in Italia che a livello mondiale, questa questione si è dimostrata vera. Noi le donne borghesi dobbiamo attaccarle. Così come tutte le donne che stanno nei Governi borghesi, Tutte queste non c’entrano proprio niente con la maggioranza delle donne.
Noi combattiamo tutte coloro che vogliono liberarsi dall'oppressione solo perché esse facciano le padrone, le cape di Stato e di governo, ecc. Spesso queste donne sono anche più accanite degli uomini perché devono dimostrare, visto che il sistema è maschilista, di esserne all’altezza ma nel senso borghese, nel senso di più reazionarie.
Noi abbiamo sempre smascherato ogni discorso interclassista, ogni discorso di donne generico.
L'Mfpr lavora perché la direzione del movimento delle donne sia, e non può non essere, proletaria, perché le donne proletarie hanno non una ma tante catene e hanno quindi interesse a cambiare non un singolo aspetto ma tutta la vita, tutta questa società borghese.
L'affermazione di questa direzione è, però, frutto non solo, e non tanto, della lotta costante nel movimento delle donne alle concezioni, politiche, prassi del femminismo borghese e piccolo borghese, ma, diremmo soprattutto, della battaglia tra le donne proletarie perchè assumano con orgoglio e fierezza questo ruolo complessivo, liberandosi da arretramenti, subordinazione ideologica, luoghi comuni borghesi, distruggendo le catene concrete, familiari che le bloccano, elevandosi in tutti gli ambiti.
Ma vogliamo sottolineare un altro aspetto del termine “proletario” che è strategico.
Noi diciamo (riprendendo dalle punte teoriche alte e rivoluzionarie, maoiste), ed anche questa è una cosa nuova anche in buona parte del movimento comunista, che le donne sono le masse, le donne proletarie sono le masse.
Allora, cari compagni, care organizzazioni rivoluzionarie, quando parlate di masse, masse popolari,
sappiate che queste masse, sia in termini numerici, più della metà del cielo sono le donne, sia per ciò che esprimono come bisogni, sono prima di tutto le donne. Se non vi riferite alle donne siete su una falsa strada, chi parla delle masse la prima cosa che deve pensare è alle donne.
Ma perché le donne sono le masse? Perché le donne proprio per la loro condizione, che non è attaccata solo per un aspetto ma a 360°, in un certo senso è come se racchiudessero ed esprimessero l’insieme della condizione delle masse, e come se esprimessero nello stesso momento il lavoratore, le masse inquinate, le masse che non hanno le case, quelle che non possono mandare i figli a scuola, le masse disoccupate, le masse violentate... Le raccolgono tutte.
Non solo, ma quando lottano le donne portano questo senso di massa, perché inevitabilmente, possono partire da piccole questioni, però per la realtà che vivono le donne inevitabilmente in ogni lotta portano tutta la loro condizione.
E' qui il nostro ruolo del mfpr, di portare nella lotta questa “verità oggettiva” a livello di coscienza: le donne proletarie portano elementi di critica, non solo a questo o a quell’aspetto, ma portano di fatto una critica generale.
Le donne sono le masse perché, quando le donne lottano non è che poi tornano a casa ed è la stessa cosa di prima; perché tornano a casa e non gli va più bene che devono lavare i piatti, non gli va più bene che ci siano i ruoli; una donna che ha organizzato i blocchi stradali ma perché dovrebbe accettare condizioni di sottomissione in casa?
Le donne portano “in casa” la lotta e portano fuori tutte le contraddizioni. Quando lottano le donne non si rappresentano quasi mai come singole, ma è come se portassero con loro i figli, i nipoti, gli amici; anche in questo senso le donne sono le masse.

RIVOLUZIONARIO. Rivoluzionario perché il riformismo è inconciliabile con ogni aspetto di lotta delle donne. E' inconciliabile con tutti i lavoratori e le masse popolari, ma con le donne è inconciliabile a prescindere. Perché le donne dicono, e non possono non dirlo: tutta la vita deve cambiare, e per forza deve cambiare. E allora non è che per ora ci possiamo accontentare di un passetto, la lotta delle donne non può fermarsi, perché poi ogni giorno c’è quest’altro aspetto della condizione di oppressione delle donne e poi quest’altro… Non hanno da spezzare una, ma mille catene! Quindi per le donne senza rivoluzione non c’è gioco.
L’altro elemento che noi subito abbiamo posto, collegandoci alle espressioni alte del movimento comunista delle donne e del ruolo delle dirigenti comuniste, è il discorso della “rivoluzione nella rivoluzione”.
Questa frase non è una frase. E' stato chiaro in Cina, con la Grande Rivoluzione culturale proletaria, con Chian Ching: non basta una rivoluzione che rovesci il potere della borghesia e instauri il potere proletario, popolare, il potere socialista. Hai tolto il potere, hai espropriato le campagne dei padroni, hai tolto loro la proprietà delle fabbriche, vengono nazionalizzate le industrie, si avvia la socializzazione della produzione nel senso di appropriazione sempre più sociale e non privata, ecc., ma le idee, le abitudini, le concezioni, la cultura, stanno tutte ancora là, i vecchi rapporti, le vecchie relazioni ci stanno tutte, queste non si cambiano da un giorno all'altro con la presa del “Palazzo d’Inverno”. In questo senso bisogna fare una doppia rivoluzione, e, come diciamo noi, devi rovesciare la terra ma rovesciare anche il cielo, il cielo delle idee, il cielo delle concezioni, che sono ancora più dure a morire, ancora più dure ad essere rovesciate.

Ma c’è c’è un altro aspetto nel discorso della “rivoluzione nella rivoluzione” già da ora. Nel senso di distruzione in corso d'opera delle idee, delle relazioni oppressive. Senza una lotta/rottura continua da oggi contro le tante oppressioni/catene delle donne, in primis quelle familiari, le donne spesso non potrebbero neanche partecipare ad una manifestazione, ad uno sciopero.
Infine, c'è un terzo aspetto. La ricchezza che nel movimento sindacale, nei movimenti sociali, nella lotta contro il governo e lo Stato, nel partito, porta la lotta delle donne, in termini di necessità di trasformazione. Lo sciopero delle donne non può lasciare le organizzazioni sindacali, anche quelle di base così come sono; se c’è lo sciopero delle donne da domani non puoi ridurre le problematiche delle donne lavoratrici ad un settimo, undicesimo punto di una piattaforma. La lotta delle donne deve portare la classe a occuparsi del fatto che, se vuole dirigere tutto, e la classe operaia deve dirigere tutto, deve dirigere un movimento che riguarda anche l’insieme delle condizioni delle donne. E diciamo agli operai: guarda le donne, guarda le donne, perché le donne portano questa ricchezza, questa necessità di una visione più generale.

Rilasciata la compagna dell' MFPR dalla questura di Palermo...Mentre arrivano messaggi di solidarietà

Questo atto repressivo gravissimo è la dimostrazione che siamo davvero in dittatura.... ci vogliono togliere la libertà di parola , di manifestare e tutto ciò è inaccettabile.... ci deve far riflettere tutti quanti , poteva e potrà capitare ad ognuno di noi , mettiamoci bene in testa chi è causa di questo clima repressivo , il governo fascio populista Salvini -Di Maio dal quale ognuno di noi deve difendersi e che deve essere attaccato con tutte le nostre forze .. la nostra compagna ha difeso giustamente E legittimamente art 21 della costituzione e non si è fatta assolutamente intimidire nonostante sia stata stata presa come un sacco e buttata dietro la volante e persino ammanettata come una mafiosa ...per tanto a lei va tutta la nostra solidarietà e vicinanza ... di certo non finisce qui ...non fermeremo la nostra lotta contro quello che è successo a Cettina ,contro la repressione che spesso e puntualmente attacca le donne !!! La repressione non ci fa paura! Forza cetty sei tutte noi ... Mfpr Palermo
 
Se distribuire un volantino su cui viene espresso il proprio pensiero politico (diritto COSTITUZIONALE) è diventato un reato, allora siamo in PIENO FASCISMO. La compagna Cettina del Movimento femminista proletario rivoluzionario di Palermo è stata ARRESTATA oggi pomeriggio durante il Pride per aver distribuito un volantino di dissenso al governo moderno fascista Salvini/Di Maio. Pensiamo ancora che questo governo non abbia a che fare col fascismo?
Solidarietà a Cettina e a tutti i compagni che vengono accusati perché esprimono un loro diritto. Sabina LP
 
La repressione non ci fa paura la nostra lotta sara' sempre piu' dura!
Solidarieta' alla compagna un abbraccio non molliamo!!!!💜💜💜💜💜 Compagne di Roma
 
Pietro Milazzo - Potere al Popolo
No a gratuiti atti repressivi contro la libertà d'espressione e di manifestazione ..

La repressione alimenta la nostra ribellione!
contro questo governo fascista e razzista che ogni giorno attacca i nostri i diritti e che ci vuole ricacciare in un moderno medioevo noi lavoratrici Dussmann siamo tutte con Cettina!

22/09/18

Grave atto repressivo al Pride a Palermo: una compagna Mfpr portata in questura in manette dalla Digos solo perchè volantinava

Gravissimo atto repressivo al  Pride di Palermo: la digos ferma alcuni compagni di proletari comunisti e porta in manette in questura una compagna del MFPR. 


La digos voleva sequestrare alla compagna i volantini che stava distribuendo nel corteo, volantini di denuncia contro il governo fascio razzista populista Salvini/Di Maio.

La compagna giustamente si è opposta decisamente sostenuta dagli altri compagni, denunciando ad alta voce e pubblicamente questo atto da moderno fascismo e stato di polizia.

Gli agenti della digos hanno strattonato malamente la compagna che protestava per infilarla in macchina, ne è nato un parapiglia con gli altri compagni e i poliziotti... 



La compagna è ora in questura... 


IMMEDIATAMENTE DEVE ESSERE RILASCIATA!


MFPR palermo

DALL'INCHIESTA/INTERVISTE ALLE OPERAIE DELLA MONTELLO, AL PRESIDIO AL TRIBUNALE DI BERGAMO



(Dal MFPR di Milano)

In occasione della seconda udienza per veder riconosciuto il pagamento delle ore effettivamente lavorate abbiamo portato alle operaie della Montello la solidarietà e il sostegno del MFPR e di lavoratrici, precarie, disoccupate in lotta per difendere diritti e/o per conquistarli.

Abbiamo, durante il presidio davanti al Tribunale di Bergamo, raccolto dalla viva e vivace voce delle operaie le ragioni della loro lotta realizzando una piccola inchiesta.
In particolare ci hanno detto che hanno iniziato la lotta vincendo la paura perché non volevano più accettare di essere considerate schiave. 
Si tratta di un lavoro brutto, sporco perché sui nastri trasportatori passa di tutto: materiali pericolosi, siringhe. In fondo al nastro c’è una postazione con acido per materiali da lavoro. Il lavoro ai nastri trasportatori è molto pesante. Le giovani all’inizio tendono a lavorare molto anche facendo gli straordinari, ma, a lungo andare, si risente molto la fatica soprattutto alla schiena. Gli ausili consistono nella maschera - difficile, però, da tenere per tempi così lunghi -, guanti, occhiali, le scarpe in dotazione risultano scomode per cui ci si stanca di più.
A fine giornata ti ritrovi con i piedi gonfi. L’abbigliamento in dotazione consiste in un pantalone estivo, uno invernale, tre magliette e la felpa: insufficiente per avere il tempo di lavare frequentemente i vestiti e averli pronti alla ripresa del lavoro, per cui si ricorre alle magliette personali. 
Le pause sono due di 15 minuti ciascuna: il tempo di togliersi i manicotti e poi bisogna scendere giù per i bagni - che sono in condizioni pessime - e per la mensa - non adeguata. E già sono passati 5 minuti. Quindi, le pause di 15 minuti, non bastano! Tante hanno problemi dopo aver mangiato in fretta. 
Inoltre anche se ci sono i filtri l’acqua non è potabile e non ha un buon odore. Pertanto in tante non
usano la doccia. La stessa acqua viene utilizzata per le macchinette del caffè, solo una al piano.
Sarebbe importante poter disporre di 5 minuti all’ora per poter rilassare i muscoli. Dopo 8 ore le spalle non te le senti più. 
La puzza è un altro problema. Ci sono problemi di allergia. La malattia che non viene pagata integralmente. Anche per i permessi bisogna chiedere con largo anticipo.
La notte risulta particolarmente pesante perché non ti lasciano neanche parlare con le vicine - questo, anche di giorno - Se lo vede la capa urla.
Noi - hanno detto le operaie - lavoriamo su turni di 6 giorni: mattino dalle 6 alle 14; pomeriggio dalle 14 alle 22 e la notte dalle 22 alle 6 del mattino. 

Sono tutte straniere provengono dal Pakistan, India, Gambia, Senegal, Burkina Faso, Marocco, Albania, Brasile. Arrivano alla fabbrica con bus, treno, bici, in tante si accordano e vanno in macchina. Alcune vi lavorano da tanti anni e hanno assistito a diversi cambi di cooperative: "non è giusto che ci siano le cooperative - dicono - Dovremmo essere assunte direttamente dalla Montello". "Lo stipendio rimane uguale, sempre lo stesso livello, anche se sei lì da tanti anni. Siamo tutte straniere e ti trattano come vogliono. Cercano di intimidirti. Con cambio cooperativa in fabbrica girano voci che gli iscritti allo Slai Cobas staranno a casa: non è giusto che noi dobbiamo prendere la tessera della CGIL per lavorare. Poi vi sono contratti difformi dal lavoro reale".
All’udienza di ieri c’è stata l’ufficializzazione del prossimo nuovo cambio appalto; e questo è stato utilizzato ai legali dell'attuale cooperativa, della Montello per far rinviare il processo (la nuova udienza si terrà il 18 ottobre). 

Tante sono le giovani di 20-22 anni. Tantissime sposate con figli cercano di conciliare i turni con il marito in modo che uno stia con i figli, per cui si sobbarcano più turni di notte.
Infine, una lavoratrice ha raccontato di aver subito un infortunio in fabbrica: un corpo estraneo è entrato nell’occhio. Dopo l’infortunio è stata in malattia non pagata per 4 mesi. Non può usufruire della disoccupazione perché il contratto risulta ancora in essere e la cooperativa non la licenzia perché teme la denuncia.

Ieri, dopo il presidio al Tribunale, ci siamo spostate alla fabbrica dove tra le operaie c’era già fermento, perché l'azienda ha chiesto di firmare le dimissioni in vista del cambio appalto per metterle in condizioni di ricattabilità e poter imporre le condizioni che vogliono nel nuovo contratto.



Durante il volantinaggio prima un impiegato è venuto a prendere il volantino, poi un altro, sembrerebbe l'amministratore delegato, è venuto per intimare di togliere lo striscione dell’Mfpr affisso di fronte alla fabbrica: “perché dite cose non vere!”
Ma nello striscione era scritto: "Solidarietà alle operaie della Montello! Padroni giù le mani dai diritti delle donne! Tutta la nostra vita deve cambiare!". Cosa c'è di non vero?!

Movimento femminista proletario rivoluzionario - Milano 

21/09/18

Dai presidi di ieri delle operaie della Montello



L'orgoglio, la determinazione, la contentezza delle operaie immigrate Slai Cobas sc della Montello/Bergamo ieri con l'MFPR - Presidi al tribunale e intervento alla fabbrica.
L'Mfpr ha portato la solidarietà, ma anche la battaglia generale delle donne, in primis le donne proletarie, perché "TUTTA LA VITA DEVE CAMBIARE"