09/08/18

8 agosto, mobilitazioni in sostegno alle donne Argentine per l'aborto libero e sicuro

La marea verde attraversa le frontiere. In tutto il mondo sono convocate manifestazioni a sostegno della lotta delle sorelle argentine per l'aborto sicuro, legale e gratuito. Il movimento femminista argentino ha iniziato il conto alla rovescia in vista della discussione della legge al Senato e spinge verso la massima mobilitazione. In questi giorni anche in Brasile si sta discutendo sulla decriminalizzazione dell'aborto alla Corte Suprema.

8 agosto a Roma

8 agosto a Milano


Argentina, il Senato respinge la legalizzazione dell’aborto. Scontri in piazza - "Domani continuiamo"


Subito dopo la bocciatura sono scoppiate le proteste nelle piazze della capitale, la polizia usa gli idranti per disperdere le attiviste


Dopo mesi di mobilitazioni e l'approvazione da parte della Camera, il Senato argentino respinge la legge per l'aborto legale.

Ieri il Senato argentino era chiamato a esprimersi in maniera definitiva sulla proposta di legge per la depenalizzazione dell'aborto nel paese, che aveva già ricevuto il via libera della Camera lo scorso 14 giugno. Dopo una discussione durata 16 ore, a tarda notte è arrivata la decisione: con 38 voti contrari, 31 favorevoli e 2 astenuti il Senato ha bocciato la legge.

Per una manciata di voti, l’interruzione volontaria di gravidanza in Argentina continuerà dunque a essere prevista esclusivamente in caso di stupro o di pericolo di vita per la donna: una legge estremamente restrittiva che ogni anno costringe centinaia di migliaia di donne a ricorrere agli aborti clandestini, mettendo a repentaglio la propria salute e la propria vita e rischiando il carcere. Il progetto di legge bocciato dal Senato avrebbe invece reso legale l’IVG entro la 14esima settimana, in modo sicuro e gratuito. Ora il progetto non potrà essere ripresentato prima di un anno.

Il percorso di approvazione della legge è stato accompagnato in questi mesi da una mobilitazione straordinaria di milioni di donne in tutto il paese, riunite nella “Campagna per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito”. Una battaglia che ha saputo fare pressione e che ha portato al centro del dibattito la libertà delle donne di decidere sul proprio corpo, inondando le strade argentine con la marea verde, sostenuta anche da una vasta solidarietà internazionale.

“Educazione sessuale per decidere, anticoncezionali per non abortire, aborto legale per non morire” lo slogan che anche ieri risuonava in tutta l’Argentina. Per le strade di Buenos Aires una manifestazione oceanica di più di 2 milioni di persone ha infatti atteso per ore l’esito del voto, assediando il Parlamento, mentre in tantissime parti del mondo era stato raccolto l’appello a una mobilitazione internazionale per sostenere la lotta argentina, con cortei, presidi e iniziative sotto i consolati e le ambasciate. Alla notizia della bocciatura è esplosa la rabbia attorno al Parlamento argentino e le prime notizie riportano di scontri con la polizia e di alcuni arresti.
Nonostante la rabbia e la delusione per la decisione del Senato, il movimento argentino ha accolto l’esito del voto al grido di “Mañana seguimos!” (Domani continuiamo!), rilanciando in avanti per proseguire questa battaglia con ancora più forza e determinazione e preparandosi già a riproporre l'iter tra un anno. La vastissima mobilitazione che si è espressa in questi mesi ha rappresentato infatti un risultato straordinario, segnando un percorso su cui non è possibile tornare indietro.

En la calle ya es ley!

La battaglia delle donne argentine per l’aborto non si ferma

Abbiamo vinto. Di fronte alle menti arretrate si è imposta una fervente gioventù che ha trovato nel fazzoletto verde, emblema del movimento delle donne argentine, un simbolo di uguaglianza. Abbiamo vinto i fondamentalismi, perché è diventato evidente ed è stato messo in discussione il sostegno del culto cattolico da parte dello stato e la pretesa della gerarchia ecclesiastica di influenzare le politiche di sanità pubblica e di istruzione. E ora nelle strade si vendono i fazzoletti arancioni, la bandiera della richiesta di separazione tra chiesa e stato.
Abbiamo vinto, perché le argomentazioni basate su convincimenti religiosi hanno rivelato le bugie di chi è contrario ai diritti. Abbiamo vinto, perché l’aborto ha smesso di essere un tabù ed è uscito allo scoperto, socialmente depenalizzato. Abbiamo vinto, perché madri e nonne hanno raccontato alle loro figlie e alle loro nipoti dei loro aborti, perché gli adolescenti hanno portato il dibattito nelle loro case e scuole. Abbiamo vinto, perché il mondo ci ha guardato e ha scoperto che in Argentina le donne non hanno ancora il diritto di decidere sui loro corpi e siamo stati vergognosamente additati come un paese in cui noi donne non godiamo ancora della piena cittadinanza.
Non ci hanno mai regalato niente. Per studiare all’università, per avere il diritto di voto, per essere in grado di decidere sulla vita dei nostri figli, per avere libero accesso agli anticoncezionali abbiamo sempre dovuto scendere in piazza e combattere. Le lotte femministe i margini. I voti che sono mancati per depenalizzare e legalizzare l’aborto sono solo una pietra d’inciampo sul cammino. Non è stato ieri. Sarà domani. 

Da Internazionale, Traduzione di Stefania Mascetti

Sulla strategia dell'avviso orale alle "donne socialmente pericolose"

Dopo le proteste contro il volantinaggio di Casapound a Garbatella, la questura ha annunciato di aver denunciato i partecipanti alla manifestazione e ha notificato a due donne l’”avviso orale”, ritenendole “socialmente pericolose”. L’avvocato Francesco Romeo ricostruisce i dettagli della vicenda mostrando la natura dei nuovi dispositivi messi in opera per dissuadere la partecipazione a iniziative di protesta.

Il 19 maggio scorso a Roma, durante un volantinaggio della formazione di estrema destra Casapound, in zona San Paolo – Garbatella, si è, contemporaneamente, svolta una manifestazione di protesta, non preavvisata in questura, da parte di appartenenti ai movimenti sociali della città. La questura con una nota ha precisato che tutti coloro che hanno partecipato alla manifestazione sono stati denunciati per il “reato di manifestazione non preavvisata”.
Mette conto precisare, che nel nostro ordinamento non esiste il reato di manifestazione non preavvisata, ma possono essere denunciati per la violazione dell’art. 18 t.u.l.p.s. solo i promotori di una manifestazione non preavvisata, non commettono alcun reato coloro che partecipano alla manifestazione, nemmeno se prendono parola, pubblicamente, nel corso della manifestazione attraverso microfoni e/o megafoni.
Pare di comprendere, a seguire la nota della questura che nessun reato sia stato commesso il 19 maggio scorso, atteso che altrimenti si sarebbe dovuto precisare quanti manifestanti erano da ritenere promotori della manifestazione; il fatto che tutti i partecipanti siano stati denunciati, costituisce prova evidente della spontaneità della manifestazione e dell’assenza di promotori della stessa.
A due donne che hanno partecipato alla manifestazione, il 19 luglio scorso è stato notificato l’avviso orale emesso dal questore.
Sono state ritenute persone “socialmente pericolose” e dedite alla “commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillità pubblica”; le due donne non sono mai state condannate, né hanno finora subito processi. Il reato (inesistente come si è detto) per il quale sono state denunciate a seguito della manifestazione del 19 maggio è un reato contravvenzionale: insomma, un reato minore, che non può costituire, di certo, il presupposto per definire una persona “socialmente pericolosa”.
L’avviso orale, dunque, sembra essere stato emesso in una occasione nella quale non è stato commesso alcun reato.
L’avviso orale è disciplinato dall’art. 3 del d. lgs 159/11 e costituisce il primo passo verso l’applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale. Prima della riforma del 2011, l’avviso orale aveva un limite di efficacia temporale: infatti, se il questore dopo 60 giorni dall’emissione ed entro i tre anni successivi non chiedeva l’applicazione di misure di prevenzione, l’avviso orale perdeva efficacia.
Oggi l’avviso orale ha durata illimitata nel tempo, è vero che può essere revocato su istanza in qualunque momento, ma è altrettanto vero che essendo stato eliminato il termine di efficacia triennale, il provvedimento può avere durata illimitata. L’avviso orale può essere impugnato sia davanti al prefetto che innanzi al tribunale amministrativo regionale. I tribunali amministrativi respingono, quasi sempre, i ricorsi affermando che l’avviso orale non limita in alcun modo la libertà di movimento del soggetto e che, di fatto, consiste in un invito a tenere una condotta conforme alla legge.
Insomma, siamo di fronte ad un dispositivo normativo di controllo preventivo di durata indeterminata che, oggettivamente, tende a dissuadere dal partecipare a movimenti ed iniziative di protesta sociale: questa appare essere la reale funzione dell’avviso orale quando viene emesso nei confronti di soggetti che partecipano a movimenti sociali di protesta.
In questi ultimi anni la questura di Roma ha utilizzato l’avviso orale quale strumento di controllo preventivo/dissuasivo nei confronti di molti attivisti dei movimenti sociali. A questa funzione  preventiva/dissuasiva pare essersi ispirato il questore con l’emissione dei due avvisi orali nei confronti di due donne, incensurate e senza carichi pendenti (processi in corso), partendo da una denuncia per un reato inesistente: la partecipazione ad una manifestazione non preavvisata in questura.
Se è vero, infine, che l’avviso orale non è stato adottato per ragioni canore (come precisano dalla questura), pare altrettanto vero che l’impulso sulla base del quale è stato adottato è costituito un fatto che non può essere classificato come reato.
Francesco Romeo


05/08/18

Da Milano un "bella ciao" alle donne romane "socialmente pericolose"

Danimarca - donna multata per aver indossato il velo islamico. Proteste a Copenhagen


"Noi che odiamo così tanto il burqa non permetteremo che sia l'imperialismo occidentale a togliercelo. Sarebbe come uno 'stupro'!"  - da una dichiarazione della giornalista/attrice afghana Niloufar Pzira

Questo forte appello  della giornalista/attrice afghana Niloufar Pzira che nel Novembre 2001 riprendemmo e rilanciammo nell'ambito di una campagna che facemmo a livello nazionale a sostegno delle donne afghane contro la guerra imperialista degli Usa e paesi alleati,  è oggi più che mai è attuale e vero.
Da un articolo di allora:
"Per rompere le catene è necessaria una lotta senza tregua, le donne devono imporre i loro diritti anche con la forza", hanno gridato le donne afghane alla manifestazione da loro organizzata per l'8 marzo in Pakistan mettendo in pericolo la loro vita.
"Noi donne dell'Afghanistan trasformeremo la nostra rabbia in forza combattiva... vi sono donne coraggiose che si stanno ribellando contro i barbari sistemi e leggi dei talebani e di altri fondamentalisti islamici.
...Le donne sono arrivate al punto di impugnare le armi contro i loro oppressori...
Le donne devono prendersi per mano e rafforzare le loro lotte, devono unire le loro forze e costruire un movimento organizzato per la rivoluzione...
Questa è la strada per la libertà e questa strada noi compagne del mfpr vogliamo appoggiare!...
"

Danimarca: prima donna multata per aver indossato il velo islamico 

Il divieto vige da tre giorni. Proteste a Copenhagen

Una donna di 28 anni è la prima ad essere stata multata in Danimarca per aver indossato il 'niqab', il velo islamico che copre il volto, da quando è entrata in vigore la legge che lo vieta in pubblico quattro giorni fa. Lo riporta la Bbc La donna è stata avvicinata in un centro commerciale a Horsholm, 25 chilometri a nord di Copenhagen, da un'altra signora che le ha chiesto di togliersi il velo. Al suo rifiuto le due hanno cominciato a discutere animatamente e qualcuno deve aver chiamato la polizia. Anche gli agenti hanno chiesto alla donna con il velo di toglierselo ma lei ha insistito a volerlo tenere. Alla fine entrambe le donne sono state multate per disturbo della quiete pubblica, in più la signora con il niqab ha dovuto pagare 1.000 corone (circa 134 euro) per aver violato il divieto del velo in pubblico. La misura, nella quale non si nominano esplicitamente 'niqab o burqa' bensì in generale "qualsiasi indumento che nasconda il volto", ha scatenato tre giorni fa diverse proteste a Copenhagen e in altre città della Danimarca e Human Rights Watch l'ha bollata come "discriminatoria". Divieti totale o parziali sono in vigore in Francia, Austria, Bulgaria e in Baviera.

Violenza e tripla oppressione delle donne immigrate nelle nostre famiglie "per bene"

La violenza sulle donne e la tripla oppressione di genere, di razza e di classe, adesso viene legittimata da un governo fascio populista razzista maschilista!

Ancona, insultata per il colore della pelle. "Denuncio mio marito razzista"

Da www.ilrestodelcarlino.it

Ancona. 1 agosto 2018 - "Negra, puzzi, non puoi dormire in camera. Non puoi dormire nemmeno sul divano, hai fatto puzzare anche quello». Sono maltrattamenti in famiglia infarciti di razzismo quelli denunciati da una donna nordafricana di 38 anni, che si è rivolta alla Questura di Ancona per chiedere protezione e potersi allontanare con i figli dal compagno, un italiano di 39 anni.

A maltrattarla, stando al racconto della giovane mamma, non era solo il convivente, ma tutta la famiglia di lui, in particolare la madre (la ‘suocera’ della presunta vittima), che voleva controllare figlio e ‘nuora’ anche economicamente e che viveva nella stessa palazzina della coppia, in provincia di Ancona. Le differenze di cultura e il colore della pelle avrebbero giocato un ruolo determinate e il compagno per circa tre anni le avrebbe rivolto epiteti razzisti, per umiliarla e spingerla ad andarsene, a patto che lasciasse i bambini con lui.

A determinare la rottura è stata anche la conversione di lui al veganismo e la volontà di imporre una dieta vegana a tutta la famiglia, unica imposizione alla quale la presunta vittima si era opposta. «I miei figli devono seguire una dieta completa, con latte, uova, carne, biscotti, per una crescita equilibrata», la presa di posizione della giovane madre.

La 38enne ha prima sopportato per non minare l’unità familiare, poi esasperata e impaurita si è rivolta all’avvocato Moreno Giaccaglia, che le ha consigliato di denunciare tutto alla polizia di Stato, alla sezione specializzata in reati di genere. Per tutelare la donna e i suoi due bambini, di sette e cinque anni, è stato disposto il trasferimento dei tre in una struttura di accoglienza.

La storia d’amore era cominciata nel 2010 e la giovane aveva accettato di trasferirsi in Italia e di lavorare come impiegata nell’azienda della madre di lui. La ‘suocera’ però le detraeva metà stipendio per coprire le spese di vitto e alloggio, visto che la ragazza era ‘ospite’ in casa sua. Dopo la nascita dei due bambini, alle liti dovute alle ingerenze della suocera si sono aggiunte quelle per incompatibilità tra conviventi.

La giovane nordafricana era stata prima cacciata dalla camera da letto: «Puzzi», le diceva il compagno, che si definiva nauseato e mimava il gesto di sputarle. Poi era stata allontanata anche dalla cameretta della figlia, sempre per lo stesso motivo. Era andata a dormire sul divano, ma secondo il compagno aveva trasmesso cattivo odore anche a quello, tanto che si era dovuta comprare con i suoi soldi un letto pieghevole.

La situazione è precipitata a inizio luglio, quando la famiglia si è trasferita in una casa al mare di 30 metri quadri, dove sono arrivati anche la suocera col marito. La 38enne avrebbe scoperto di essere filmata di nascosto, sarebbe stata minacciata e limitata nelle uscite con i figli, dei quali le erano stati sottratti i passaporti. Da qui la decisione di denunciare tutto.

04/08/18

Risarcite le Pussy Riot: inumana la condanna per preghiera punk

La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha obbligato la Russia a risarcire per un ammontare di 30 mila euro, entro tre mesi, le ragazze del gruppo punk Pussy Riot per il caso della preghiera punk del febbraio del 2012 nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Marija Alëchina e Nadežda Tolokonnikova riceveranno 16 mila euro ciascuna, mentre Ekaterina Samucevič avrà 5 mila euro. Inoltre, a loro saranno restituite le spese legali per l’ammontare di 11 mila 760 euro.
Secondo i giudici europei, sono stati violati i diritti delle attiviste per il trattamento umano, il giusto processo, libertà e incolumità personale, ma anche la libertà di opinione in base agli articoli 3,5, 6 e 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).
La causa contro la Russia è stata presentata dalle Pussy Riot quattro anni fa per il risarcimento dei danni morali. Le ragazze chiedevano 120 mila euro ciascuna e 10 mila di restituzione delle spese legali per ciascuna.
Ora, però, le Pussy Riot devono scontare l’arresto amministrativo di 15 giorni per l’invasione di campo durante la partita finale Croazia-Francia travestite da poliziotte. Sono state incriminate per violazione di regole di comportamento durante eventi sportivi e l’uso illecito dell’uniforme di corpi militarizzati.