02/01/17

Sabato 7 gennaio ore 16:30 presidio antifascista all'Alberone


NESSUNO SPAZIO A PADRONI E FASCISTI!

Dal 1970 la sede del Comitato di Quartiere Alberone è un luogo aperto alla città che si autorganizza, che lotta per i propri bisogni, che costruisce spazi di solidarietà e cultura altra dal pensiero unico dominante.
In questi 47 anni diversi gruppi di donne e uomini hanno fatto vivere questo spazio secondo le diverse esigenze che innervavano i soggetti proletari nel divenire storico. Pur quindi nelle differenti esperienze che hanno animato e animano i collettivi che si sono ritrovati e si ritrovano nella sede dell’Alberone un filo rosso è costante: la ricerca di percorsi per la trasformazione dello stato di cose presenti, cioè per l’affermazione della vita contro la morte del capitale.
In questi percorsi alcuni principi si sono sempre mantenuti vivi ed anzi arricchiti di nuovi linguaggi e più ricche riflessioni e pratiche: l’antifascismo, l’antirazzismo e l’antisessismo.
Il 7 gennaio di ogni anno, dal 1979, siamo costretti a presidiare questo luogo per impedire ai fascisti, nel giorno dell’anniversario dei morti di Acca Larentia, di compiere impunemente le loro provocazioni nel quartiere.
Anche quest’anno vogliamo ribadire con fermezza che nei nostri quartieri non c’è spazio per l’apologia del fascismo, il razzismo, il sessismo, l’omofobia, il settarismo religioso e l’odio verso chiunque venga percepito come “diverso”.
Per altro stiamo vivendo una fase di acuta crisi del sistema capitalistico, che padroni e speculatori – con l’uso delle marionette partitiche e istituzionali – utilizzano per condurre un duro attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne attraverso le politiche di taglio ai servizi sociali, la riduzione dei salari, il saccheggio e la devastazione dei territori. In questi momenti il ruolo storico dei fascisti di indirizzare la rabbia popolare anziché contro i veri responsabili delle nostre miserie – padroni e reggiborsa – contro i più deboli, emerge in tutta evidenza, ieri con le leggi sulla razza oggi contro gli immigrati. Coloro che soffiano sul fuoco del razzismo e della paura del diverso, che invocano la legalità contro le occupazioni abusive, che parlano di “degrado”, sono gli stessi personaggi che, dietro le quinte, speculano e rubano milioni di denaro pubblico (quindi di lavoratrici e lavoratori che contribuiscono per oltre l’80% alle entrate fiscali dello Stato) attraverso la gestione dei campi rom, dell’accoglienza dei rifugiati, dell’emergenza abitativa e del ciclo dei rifiuti.
Se dunque la connivenza tra fascisti, malavita organizzata e gruppi affaristici e clientelari trasversali al mondo della politica è il sistema attraverso il quale mantenerci subalterni e sfruttati; noi staremo il 7 gennaio in piazza come in tutti gli altri 364 giorni dell’anno per costruire nei territori, nelle scuole e nei posti di lavoro vertenze reali portatrici di istanze di cambiamento radicale dello stato di cose presenti.

SABATO 7 GENNAIO DALLE ORE 16,30
DAVANTI LA SEDE DEL COMITATO DI QUARTIERE ALBERONE VIA APPIA NUOVA, 357
PRESIDIO ANTIFASCISTA

COMPAGNE E COMPAGNI ANTIFASCISTE/I DI ROMA

Genere e rivoluzione - Le uccisioni delle donne sono un delitto ideologico-fascista.

Da un articolo di Geraldina Colotti - sullo speciale del Manifesto: Il corpo del delitto)
"Una storica sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani... già nel 1976, quando il termine "femminicidio" viene definito una prima volta dal primo Tribunale internazionale per i crimini contro la donna, lo si qualifica come "L'assassinio di donne realizzato da uomini e motivato dall'odio, dal disprezzo, dal piacere o dal sentimento di proprietà..."
Quindi, "Un delitto ideologico", strettamente connesso con i valori sociali e gli stereotipi di genere...". 

Nell'opuscolo del MFPR "Uccisioni delle donne, oggi" - che invitiamo a richiedere e a leggere, per la sua pregnanza nella battaglia odierna del movimento delle donne - si approfondisce il perchè dei femminicidi e soprattutto del perchè essi sono strutturali all'odierno moderno fascismo verso cui marcia il sistema del capitale. 

A questa guerra sistemica di bassa intensità contro le donne, a questo odio che è soprattutto di reazione alla ribellione, volontà di rottura di legami, di indipendenza dall'uomo e dalla famiglia delle donne (i femminicidi avvengono non quando le donne si sottomettono all'oppressione maschile - non si rompe il giocattolo, la "cosa" che fa sfogare le tue voglie - ma avvengono quando le donne vogliono sottrarsi a questa sottomissione), non si può rispondere con il riformismo (rafforziamo i centro antiviolenza, ecc.), o con gli appelli a un'azione di educazione, che in alcune pseudo intellettuali diventa psicanalismo (che ha un effetto di fatto giustificazionista), 
MA SI DEVE RISPONDERE CON LA RIVOLUZIONE, COL ROVESCIAMENTO DI TUTTO QUESTO SISTEMA SOCIALE IDEOLOGICO, ECONOMICO, POLITICO, FAMILIARE, CULTURALE, E DEI SUOI UOMINI COME DELLE SUE DONNE BORGHESI

DALL'OPUSCOLO DEL MFPR

"Noi odiamo gli “uomini che odiano le donne”. 

Queste parole le abbiamo prese dal romanzo di Stieg Larsson, che ha alcuni aspetti emblematici:
E’ ambientato in Svezia, una società in cui le donne hanno fatto delle conquiste, si sono emancipate e però lì, guarda caso, negli ultimi 2-3 anni sono usciti molti scrittori e scrittrici di gialli ambientati in Svezia, molti dei quali hanno al centro le donne: le donne violentate, le donne uccise ecc. (nella realtà
e non solo nei romanzi). Sono dei libri che parlano di uccisioni moderne, di uccisioni che avvengono nelle società capitaliste più avanzate, non quelle più arretrate e che per questo smentiscono che le violenze oggi siano il frutto solo di una realtà sociale arretrata; che mostrano il marciume di un
imperialismo arrivato alla frutta, che non può portare a nulla di progressivo, ma solo a un moderno medioevo.
La protagonista del romanzo, Lisbeth Salander, è una ribelle ad ogni tentativo di “normalizzazione”/considerata diversa per eccellenza, ha tentato di uccidere il padre quand’era ragazzina perché violentava la madre, ecc. Lisbeth è ribelle a ogni regola e questa ribellione è insopportabile per gli altri, soprattutto per gli uomini che la devono “domare”, fino a violentarla e tentare di ucciderla.
Ma chi sono questi uomini? Sono grandi manager di industria, fascisti, nazisti, che odiano le donne.
Lisbeth a un certo punto, a fronte dell’altro protagonista del libro, un giornalista che tenta anche di giustificare il violentatore/ assassino, facendo un’analisi psicologica, esclama: “cazzate, questo odia le donne!”. “Cazzate!”, appunto, perchè dobbiamo respingere le interpretazioni/giustificazioni che spesso vengono fatte dopo uccisioni perchè servono solo a mettere un cappello sopra; diverso è raccogliere alcune di queste interpretazioni ma per mostrarne il loro carattere assolutamente sociale, comune a migliaia di uomini e spiegabili solo con un’analisi sociale, di classe e di genere.
Questo romanzo, indipendentemente anche dalla volontà dello scrittore, aiuta a capire
quello che stiamo dicendo. Oggi effettivamente c’è una sorta di “odio” verso le donne, come verso gli immigrati, verso gli omosessuali ecc. Questo odio tout court verso le donne, in quanto donne che pensano, che agiscono, che decidono, è fascista. Questo odio fa alzare il tiro, mette in moto la violenza.
“Gli uomini che odiano le donne” esprime l’immagine del sistema capitalista, nella sua fase di crisi, di putrefazione imperialista, di un sistema che non ha più nulla di costruttivo, ma è solo distruzione.
E proprio per questo deve essere distrutto. E LE DONNE HANNO DOPPIE RAGIONI PER FARLO!"

27/12/16

FORMAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE- "LE DONNE NON ATTACCANO PIÙ I BOTTONI" - LA RCP E LE DONNE - 3°PARTE

Pubblichiamo gli ultimi capitoli del libro della Maciocchi che parlano del cambiamento/rivoluzionarizzazione della condizione delle donne, sia oggettiva che soggettiva, durante la Rivoluzione culturale proletaria in Cina.
La Maciocchi gira, parla, fa inchiesta e quindi porta fatti, racconti delle donne, che dimostrano come la condizione delle donne in quel periodo si sia capovolta, ma soprattutto, come dice una ragazza parlando con la scrittrice che "Quando le donne sono mobilitate, si possono fare cose enormi".

La Grande rivoluzione culturale proletaria è stata un vero assalto al cielo, la prima realizzata grande esperienza di "rivoluzione nella rivoluzione". Come diceva Mao Tsetung "una nuova rivoluzione culturale avrà come protagoniste le donne nella famiglia e nella società...".
Essa, pertanto, non può essere guardata come se riguardasse solo la Cina, ma riguarda ogni paese, sia oppresso sia imperialista.
E' stata la rivoluzione più moderna che si sia realizzata (tanto da aver anticipato risoluzioni di problemi, nuovi anche per le cittadelle imperialiste - come l'uso degli anticoncezionali, per altro, a differenza dei nostri paesi, sicuri per la salute della donne).
La RCP dimostra che tutto è possibile, ma che non viene "regalato" neanche da uno Stato socialista; e che, quindi, le donne, proletarie, popolari, le ragazze possono e devono ovunque "scatenare la loro ribellione come forza poderosa della rivoluzione".


Le donne del quartiere operaio non attaccano piú i bottoni
Il quartiere operaio di Peng Pu, nato nel '58, ha 130 edifici, e vi abitano 15 mila persone, suddivìse in 3500 famiglie di operai di una fabbrica metallurgica e di una di generatori elettrici. Delle 3500, 2650 sono famig1ie dove lavorano padre e madre. Il resto delle donne, già casalinghe, sono appunto quelle che la rivoluzione culturale ha immesso in compiti nuovi per organizzare la vita del quartiere, e parteciparne alle attività produttive...
La descrizione del quartiere ci è fatta da una ragazza simpatica che ride spesso, e di cui sappiamo che ha avuto l'onore di essere delegata al IX congresso del PCC. "Le casalinghe del quartiere hanno oggi una coscienza piú elevata" ella dice. “Prima a quelle donne interessava soltanto occuparsi dei bambini, avere forni a gas, bei panieri di bambú, e pantaloni di lana. Ora alle casalinghe interessano i grandi affari dello stato. Duecentottanta casalinghe sono organizzate nel lavoro dell'asilo, dove si trovano 500 bambini. Anche se nelle fabbriche vi sono asili, le operaie, quando non allattano piú i figli, preferiscono tenerli nell'asilo del quartiere...
Abbiamo formato diversi gruppi di produzione delle casalinghe... Vi sono donne che stanno costruendo un fabbricato di 440 metri quadri, per il quale esse stesse hanno prodotto i mattoni, fabbricando una fornace con poca spesa, oppure se li sono procurati andandoli a raccog1iere un po' dovunque".

Andiamo a vedere le fabbriche delle donne... Girando nel quartiere, ci si rende conto di come la
rete dei servizi sociali sia estesa. Vi sono lavanderie pubbliche, negozi di sartoria e di tintoria, dove vengono stirati e rammendati i vestiti, e dove vi vengono attaccati i bottoni. Per un vestito, lavato e stirato, le donne pagano 5 centesimi di yuan. Un pasto al ristorante costa 40 centesimi di yuan, e alla mensa 20 centesimi di yuan. All'asilo, con 20 centesimi di 3man i bambini mangiano quattro pasti. “Mangiare e vestirsi costa pochissimo", spiega la compagna. “Io spendo per cinque persone, a casa mia, 60 yuan al mese. Il salario di mio marito è di 114 yuan. Il riso costa 16 yuan e 50 centesimi ogni 50 chilogrammi. Ne consumiamo per 22 yuan al mese. E si può avere carne e pesce tutti i giorni, perché la carne costa 1,80 centesimi al chilogrammo nella qualità migliore, e il pesce O,60 centesimi al chilogrammo"...
...Nel quartiere, c'è una compagna di 75 anni, mamma Hu, la cui vita è stata un tragico esempio della oppressione, e che tutte le settimane parla ai giovani tre o quattro volte. I fabbricati e tutto il resto sono proprietà collettiva; siamo noi del quartiere che decidiamo la costruzione di nuove case. E' lo Stato che sostiene le spese delle costruzioni. I costruttori e gli architetti siamo noi stessi, nel quadro delle nostre imprese collettive".
Questo quartiere segna davvero la "morte della casalinga". Non ve ne è piú una che stia a casa a sfaccendare. Vi si tocca con mano come le donne acquistino la loro piena emancipazione entrando nell'attività produttiva, e uscendo quindi da quella prima forrna di divisione del lavoro che - come diceva Marx - è la famiglia.
Nel nuovo reparto, dove si fabbricheranno piccole macchine utensili, in collegamento con una grande fabbrica, le casalinghe hanno eretto il capannone in muratura con mattoni fabbricati o raccolti da loro. Cinquantasette massaie sono andate a imparare nella fabbrica i metodi di produzione... Un "gruppo di produzione" ha creato una piccola industria per la fabbricazione delle scarpe... l'importante è che escano dalle pareti domestiche, dove prima stavano chiuse a guardare i bambini...
“Quando le donne sono mobilitate, si possono fare cose enormi", dice la nostra intelligente organizzatrice del quartiere... «Mao dice che le donne sono come gli uomini e possono fare lo stesso lavoro".
Andiamo a far visita alla vecchia mamma Hu, in uno degli appartamenti del quartiere. La casa è in perfetto ordine, un ordine addirittura minuzioso... un uomo tiene in braccio un bambino, mentre con il mestolo gira dentro una pentola. E' il marito della figlia della donna. La moglie – casalinga non piú casalinga - è al lavoro. Il marito aiuta a cucinare e si occupa del bimbo piccolo, secondo le direttive del presidente Mao.
A Shanghai, vi sono 120 settori di nuove abitazioni operaie, come questi quartieri vengono chiamati, dove "la rivoluzionarizzazione delle casalinghe" è in pieno corso...

L'amore in Cina
“Esiste l'amore in Cina?" vi domandano, ossessivamente, al ritorno da un viaggio in Cina. «Beh, se fanno tanti bambini, non è che li trovino sotto il cavolo," rispondete voi... Quando si applicano alla Cina taluni nostri diffusi moduli di rapporto fra uomo e donna, non si arriva ad intendersi.
Una volta un italiano, faccio un esempio, si interessò molto alla sua giovane interprete cinese, e quando, pur senza aver avuto da lei il minimo segno di simpatia, le espresse i suoi sentimenti, in tutte lettere, la ragazza ebbe una sola reazione: quella della piú assoluta stupefazione. “Ma che cosa c'entra?" chiese, “non riesco proprio a capire. Io sono un quadro rivoluzionario dello stato cinese."

La donna-oggetto non esiste. Per la donna cinese, chiusa per millenni dentro la morsa di forme, di schemi, di riti, di una crudele convenzione, l'amore con l'uomo nasce dalla sua libera scelta. Marx, dopo aver detto che “... il matrimonio è certamente una forma di proprietà privata..." scriveva (Manoscritti economico-filosofici del 1844: Proprietà privata e comunismo): Nel rapporto verso la-donna, preda sottomessa della libidine della comunità, è espressa la smisurata degradazione in cui l'uomo si trova ad esistere di fronte a se stesso; ché il segreto di tale rapporto si esprime non ambiguamente, ma risolutamente, manifestatamente, scopertamente, nel rapporto dell'uomo [singolo] alla donna [singola] e nel modo in cui è compreso l'immediato, naturale, rapporto generico [cioè pertinente al genere umano]... In questo rapporto appare, dunque, sensibilmente, e ridotto a un fatto intuitivo, che, nell'uomo, l'essenza umana è divenuta natura, e che la natura è divenuta l'umana essenza dell'uomo. Da questo rapporto si può dunque giudicare ogni grado di civiltà dell'uomo.
Dal carattere di questo rapporto consegue quanto l'uomo è divenuto e si è colto come... uomo". L'amore, sia per l'uomo che per la donna, in Cina è fatto di timidezza quasi morbosa, di rossori, di candori infantili, anche se le giovani donne sono spesso vestite da soldatesse, come gli uomini. Nei parchi, ho visto molte coppie, che al massimo si tenevano per mano: tra loro, spesso, c'era una borsetta di plastica, colma di libri... La discrezione dei cinesi nei loro sentimenti interiori è grandissima, ed ecco perché tante volte ci si interroga su quello che provano. Sciorinare questi sentimenti in pubblico, significa sciuparli. Ecco tutto.
In Occidente, si afferma spesso che le cinesi hanno perduto la loro femminilità, perché non corrispondono alla nostra “foemina" eurocentrica...
La bellezza della donna cinese, bella o brutta secondo il nostro unicum che si esprime con la Bardot o la Monroe, è data dal suo stile, quindi la donna cinese è quasi sempre bella, perché in lei lo stile è nel modo di disporsi, nella sua ispirazione, nella sua tensione interiore, questo suo essere umana e dolente, che la fa bella, e qualche volta bellissima... Per giudicare una donna cinese, piú che i nostri parametri abituali, occorre dunque un intuito interiore. Spesso, a quel punto, le si troverà incantevoli, in questo loro perenne moto interiore, quasi una fiamma, di aderire al nuovo, e di scavarvi all'interno un loro cammino, quindi, un loro modello di bellezza.
Le donne e gli uomini in Cina, si sposano attorno ai 25 anni; nel quadro della pianificazione delle nascite, oltre il controllo vero e proprio, c'è il noto suggerimento del "matrimonio tardivo. L'amore, dunque, non è coartato. Quel che si cerca di impedire è che le famiglie prolifichino senza interruzione, soprattutto nelle campagne. Man mano che i sistemi di controllo delle nascite penetreranno nelle campagne il “matrimonio tardivo" non avrà piú ragione di esistere.
Nelle città, le pratiche anticoncezionali sono piú o meno note a tutti Ì giovani. D'altra parte, non si può pensare che gli immensi raduni di guardie rosse a Pechino siano stati, tra ragazzi e ragazze, soltanto scambi di slogan politici.

Dopo le "guardie rosse," le donne
Credo che per Mao la questione femminile si vada ponendo sempre piú all'ordine del giorno nelle sue riflessioni. Egli ha preso a studiare - a quanto pare – le spinte dei movimenti femminili di emancipazione negli Stati Uniti e nelle altre società occidentali... In che consiste questa rivolta femminile che serpeggia nel mondo? Per quanto riguarda la Cina, Mao avverte che le donne cambiano, si evolvono, contano, anche se non abbastanza. Di recente egli ha fatto notare a piú riprese che, adesso, la Cina è un altro universo, e che le donne che sembravano nate per un solo compito - i figli - ora fanno “cose strane”, “mestieri impensabili" - le paracadutiste, i piloti di aerei da caccia, fabbricano congegni elettronici, si addestrano nell'esercito e vi occupano posti dirigenti,
sono capitani di lungo corso... La vecchia autorità maritale, soprattutto nel mondo contadino, vacilla sempre di piú... "I tempi sono cambiati", ha detto Mao alle donne, «l'uomo e la donna sono uguali, quel che l'uomo può compiere anche la donna può farlo"... “...le donne erano le piú sfruttate tra gli sfruttati (nel famoso testo Rapporto dell'inchiesta sul movimento contadino nello Hunan, 1927, Mao descrisse la situazione della donna cinese come una situazione oggettivamente rivoluzionaria, e pronunciò la piú netta condanna del potere maritale e dell'uomo - in genere - sulle donne).
Nella Cina tradizionale occorreva infrangere una terribile discriminazione che risaliva a duemilacinquecento anni prima, a Confucio medesimo, che diceva: “Non vi sono che
due categorie di esseri inferiori: la gentucola (Xiaoren) e le donne". Sulla donna esisteva sempre la tutela dell'uomo, padre marito figlio o qualsiasi altro uomo fosse investito del potere presso questa sorta di minorata a vita che era la donna. E il potere dell'uomo poteva anche essere di vita o di morte. La mutilazione dei piedi ebbe origine nel desiderio di rassomigliare ad una concubina imperiale famosa, e quindi di "piacere" al proprio uomo. Il procedimento di mutilazione dei piedi attraverso le bende si sparse rapidamente perché accentuava lo stato di soggezione della donna, che diventava incapace di muoversi da sola. Perché le donne accettassero la sofferenza di questa mutilazione, se ne fece un marchio distintivo di nobiltà femminea. Infatti, le serve, di cui i signori avevano bisogno, e le contadine al lavoro nei campi, non avevano i piedi bendati, ma esse non potevano aspirare ad un matrimonio conveniente. E cosí accadeva che le donne stesse aspirassero al supplizio del bendaggio dei piedi, e che le madri restassero sorde ai pianti delle loro figlie martirizzate.
La filosofia confuciana non riconosceva la pluralità delle mogli come il Corano. Ma in realtà la monogamia era il segno della povertà, e l'uomo che aveva mezzi, a fianco della moglie legittima, prendeva una o piú concubine. Ma quando il capriccio del signore si spegneva, la concubina diventava una serva. Nella tradizione cinese, le donne erano dunque esseri cosí disprezzabili, cosí condannate all'infelicità che le madri miserissime di Shanghai, spesso, allorché nasceva una femmina l'affogavano come un gatto...

Le donne sono in Cina alla conquista della metà del cielo. La loro situazione è capovolta, oggi. E tuttavia nelle donne esistono ancora tracce di superstizione, e di esagerata considerazione per l'uomo, visto come essere privilegiato, e quindi di timidezza nell'affrontare compiti di direzione
politica. “Nelle campagne" ha detto Mao “le donne vogliono tuttora avere solo figli maschi. Se il primo e il secondo figlio sono femmine, la donna ne metterà al mondo un altro. E se anche il terzo è femmina, la madre ci riprova. Cosí si fa presto ad avere nove figli... «Questa mentalità”, ha concluso Mao, “dev'essere cambiata, ma ci vuole tempo."
L'angustia che le donne assumano una parità piena, che non sia solo giuridica - ma che nasca dalla rivoluzione nella sovrastruttura della donna, e dell'uomo - è talmente forte in Mao, e cosí fermo appare in lui l'interesse a scatenare il torrente delle energie femminili, che ci si può domandare: dopo aver portato i giovani a farsi iniziatori della rivoluzione culturale nella scuola, una nuova rivoluzione culturale non avrà come protagoniste le donne nella famiglia e nella società?...

Tunisia: donne che occupano i caffè popolari

DA TUNISIERESISTANT


Riceviamo e pubblichiamo un contributo da Sahar, una studentessa del dipartimento di italianistica della Facoltà di lettere di Sfax. L’articolo descrivendo un problema sociale diffuso nel paese, giunge a delle conclusioni che, condivisibili o meno, sono molto utili per un dibattito quantomai necessario su questa questione in Tunisia, soprattutto se parte spontaneamente dalle giovani.
Le donne tunisine hanno acquisito maggiori libertà rispetto agli altri paesi arabi, tuttavia la discriminazione nei loro confronti sopravvive in alcune tradizioni.
Nel mondo arabo le caffetterie popolari sono dedicate solo agli uomini, mentre per le donne esistono le caffetterie miste. Nei caffé degli uomini le donne non solo non entrano, ma cercano di non passarci davanti per evitare gli sguardi insistenti degli uomini.
Questa tradizione, normale e giusta per la società, viene oggi vissuta come discriminante dalle nuove generazioni femminili.
Sebbene la legge sia cambiata, la mentalità è purtroppo rimasta la stessa di tanto tempo fa: in tanti ambienti, fino ai giorni nostri, se una donna entra in un caffé popolare rischia di essere insultata e guardata male.
“Sono stata insultata, trattata e guardata come una sgualdrina…” Racconta una ragazza che si è trovata per sbaglio in un caffé per uomini.
“Non avevo nessuna intenzione di attirare l’attenzione o di fare un atto rivoluzionario contro la società, ero in un posto in cui stavo per la prima volta, ero stanca e avevo bisogno di bere un caffé. Ho cercato una caffetteria, e ce ne era solo una. Sono entrata lì, non sapevo che fosse un caffé per uomini. Sono entrata, e senza guardare nessuno, mi sono diretta verso il bar e ho chiesto un caffé… ero vestita in modo modesto e il mio aspetto era molto rispettoso. Nonostante questo, ho cominciato ad ascoltare lametele e insulti… girando un po’ la testa, ho visto che tutti mi stavano guardando come se avessi commesso un crimine, mi fissavano con insistenza, i loro sguardi erano come delle spade che attraversavano il mio corpo e i loro insulti mi hanno sconvolta tantissimo. Ero rimasta senza parole e non ho potuto rispondere a quell’infinità di offese e parolacce che avevo sentito e non so neanche come sono riuscita ad uscire.”
Questa vicenda mostra quant’è arretrata la mentalità di tanta gente e quant’è discriminata la donna nella società. Sicuramente le reazioni non sono sempre così violente e ci sono posti dove la mentalità è più aperta.
Comunque il fatto di proibire l’entrata in certi posti alle donne non può rappresentare che diversità e disparità nei loro confronti.
Inoltre si tratta anche di una questione di comodità: le caffetterie miste non si trovano in tutti i quartieri e sono sempre più rare allontanandosi dal centro delle città. In questo caso, tante donne non trovano posti dove incontrarsi con gli amici o bere qualcosa.
Poi c’è anche una questione economica: nelle caffetterie miste i prezzi sono molto più alti di quelle popolari.
Come conseguenza tante donne tunisine hanno deciso di ribellarsi a questa forma di discriminazione e hanno cominciato ad occupare i caffé degli uomini. Tante iniziative negli ultimi anni stanno avendo tanto successo. Le reazioni degli uomini non sono sempre uguali: alcuni hanno accettato le donne fra loro nei caffé e le incoraggiano, altri invece no.
L’occupazione dei caffé è più facile nelle grandi città e negli ambienti giovanili, piuttosto che nei piccoli villaggi o nei posti dove le persone hanno una mentalità tradizionalista.
Vicino alle università, ad esempio, quasi tutti i caffé sono stati occupati dalle studentesse e la presenza della ragazze è ormai diventata una cosa normale e accettata.
In altri posti, invece, è più difficile la presenza delle donne e per avere il coraggio di entrare bisogna essere in gruppo.
La donna tunisina, oggi, è contro ogni forma di discriminazione o differenziazione sessuale e ha deciso di lottare contro tutti gli aspetti della società maschilista che toglie soggettività alla donna e la rende un oggetto.
Sosteniamo questi movimenti perché dobbiamo rendere la società più tollerante nei confronti delle donne, più aperta e più sviluppata non solo dal punto di vista legislativo, ma anche nella pratica facendo una vera rivoluzione a livello culturale e tradizionale. Cambiare le leggi è importante, ma la vera rivoluzione è nella mentalità e nella cultura.

Da Firenze a Parma: riflessioni su stupro e violenza sessista

Una presa di posizione del CPA FIRENZE, che condividiamo - estendere la solidarietà a Claudia - Bandire il sessismo dai CS - costruire il movimento femminista proletario rivoluzionario ovunque.
In allegato il foglio del mfpr su una lotta avvenuta anni fa nel CS di Modena.
MFPR

Da Firenze a Parma: riflessioni su stupro e violenza sessista

Nelle ultime settimane sono arrivate sulla mail e sulla pagina fb del Centro Popolare alcuni messaggi da parte di Leonard Victorion che ci chiedeva di togliere il suo nome e cognome da un nostro comunicato.
Il comunicato in questione è stato scritto all'indomani dell'assoluzione in appello dei sei ragazzi che nel 2008 stuprarono una ragazza alla Fortezza da Basso di Firenze. Contro questa assurda sentenza, e contro le sue vergognose motivazioni, nell’estate del 2015 ci fu a Firenze un grosso corteo nazionale per esprimere solidarietà alla ragazza e denunciare il vortice di ignoranza, pregiudizio e violenza che portava a mettere sul banco degli imputati il suo comportamento piuttosto che quello dei suoi stupratori.
Leonard Victorion, uno dei 6, ci chiede ora con insistenza di cancellare il suo nome da quel comunicato, proprio in virtù della sua assoluzione in appello, che noi rigettiamo! E se questo non bastasse Victorin torna vergognosamente ad accusare la ragazza stuprata di aver mentito.

La sua richiesta è comunque stata per noi l’occasione di riparlare dell'argomento, proprio nei giorni in cui cominciava ad uscire la notizia dei fatti di Parma, e collettivamente abbiamo deciso non solo di lasciare inalterato quel comunicato, perché ciò che scrivemmo allora lo riteniamo ancora giusto, ma anche di uscire nuovamente per ribadire che non possono esserci attenuanti o giustificazioni per gli stupratori. Continuiamo a definirli stupratori perché qualsiasi atto di natura sessuale verso una persona che per condizione psicologica personale o indotta da sostanze non è in grado di reagire o di scegliere, non può che essere considerato stupro.
Come ormai è quasi regola, anche nel corso del processo per lo stupro della Fortezza, ad essere messa sul banco degli imputati è stata la ragazza violentata: la corte, concentrandosi con minuzia di particolari  sulla sua vita ed in particolare sulle sue abitudini sessuali, ha operato un ribaltamento dei ruoli, riducendo gli stupratori a testimoni "d'accusa" e lasciando alla vittima il peso di dover dimostrare la sua innocenza, come se non bastasse quello che sarà costretta a portarsi dietro per tutta la vita. Anche questo è violenza.

Non abbiamo mai aspettato che la giustizia facesse il suo corso per prendere posizione su quanto accade intorno a noi, sapendo che all’interno dei tribunali rivivono necessariamente i rapporti di forza esistenti all’esterno. Non lo abbiamo fatto ai tempi della sentenza di Firenze, e, a maggior ragione non possiamo farlo per quanto accaduto a Parma.

Per quanto ci riguarda la violenza sessista, sulle donne e di genere, che non è solo violenza fisica, ma più spesso trova posto in meccanismi sotterranei, subdoli e dunque più difficili da identificare, rappresenta una problematica grave, complessa e ormai pervasiva, frutto dei rapporti di produzione e dei comportamenti sociali da essi determinati, di un retaggio culturale antico e radicato che dà vita ad una serie di luoghi comuni, avallati e testimoniati dal lessico e dagli atteggiamenti che tutti noi troppo  spesso utilizziamo.
Anche per questo continueremo a dare un nome e cognome a chi di questa violenza si è reso e si rende partecipe.

Solo pochi giorni fa abbiamo saputo di quanto accaduto a Parma nel 2010, dove all’interno di uno spazio sociale “antifascista” sedicenti “compagni” hanno stuprato una giovane compagna. La ragazza non denuncia e quanto accaduto resta avvolto da una nebbia di omertà e giudizio sessista contro di lei, con tanto di minacce per indurla a negare la violenza subita. Lei, isolata e privata della solidarietà, non mette più piede in quello spazio, mentre gli stupratori non sono allontanati da chi era presente quella dannata sera, e dai molti e molte che ne sono venuti a conoscenza successivamente e che non hanno riconosciuto in quanto accaduto i segni della violenza sessista,  riproducendo gli stessi meccanismi di isolamento e colpevolizzazione propri dei tribunali.
Questa storia gravissima, resa ancor più pesante dal muro di silenzio che l'ha circondata fino ad oggi, parla anche a noi, ci dice di come anche i "nostri" spazi non si possano considerare luoghi liberati. Ci mette di fronte al fatto che la violenza di genere, che si manifesta quotidianamente, non può che essere affrontata in maniera collettiva, proprio così come si consuma. E che lo stupro è un dispositivo di potere che viene usato per opprimere, dunque un atto fascista anche se compiuto da sedicenti compagni antifascisti.
Anche luoghi come il CPA, che si reggono sull'attivismo e la militanza di decine di compagne e compagni, non sono immuni da atteggiamenti sessisti che sono terreno fertile per la violenza. Le contraddizioni che vivono al di fuori del nostro cancello entrano anch'esse nel centro popolare, e come tali vanno affrontate e risolte.

Per questo è essenziale ribadire che la nostra battaglia contro sessismo e omofobia deve vivere trasversalmente in ogni iniziativa che organizziamo, in ogni dibattito che facciamo, perché niente è scontato o definitivo, ma c’è bisogno di vigilare continuamente, di confrontarci ed interrogarci sugli atteggiamenti e le pratiche che, a partire da noi stessi, vanno rifiutate e combattute.
In questo senso crediamo sia importante valorizzare tutte quelle iniziative che, come all’interno del percorso Nonunadimeno, mirano a stimolare e rilanciare il dibattito ed il confronto fra varie realtà nazionali sul tema specifico del sessismo nei movimenti.

Questo significa rafforzare la nostra volontà di incidere nei luoghi dove abbiamo la capacità di farlo e dotarci degli strumenti necessari per essere un esempio del modo in cui concepire e maturare le relazioni sociali e solidaristiche.

Per questo oggi tutta la nostra solidarietà va a Claudia, per quanto accaduto a Parma, così come va ancora una volta alla ragazza violentata alla Fortezza a Firenze. A loro che faticosamente e con coraggio tentano di elaborare la violenza subìta vogliamo dire che non sono sole, far loro sentire tutta la nostra vicinanza. A noi stessi, ai nostri compagni e compagne, ai/alle militanti e a tutti coloro che frequentano il nostro centro popolare continueremo a ripetere che la violenza sessista è inaccettabile, che è sempre violenza quando viene percepita come tale e che per far si che quanto successo non accada più è necessario continuare sviluppare una coscienza e sensibilità antisessista. Fuori e dentro ai nostri spazi.

Centro Popolare Autogestito – Firenze sud

CHI STUPRA UNA DONNA E' COMUNQUE UN FASCISTA E COME TALE DEVE ESSERE TRATTATO

Sul bestiale stupro di gruppo, avvenuto nel 2010 al centro sociale RAF di Parma, la cui violenza è poi proseguita facendo girare le immagini riprese e, in ultimo, attaccando vigliaccamente la ragazza che finalmente aveva raccontato come erano andati i fatti, noi siamo dalla parte della ragazza senza se e senza ma. E, come hanno denunciato alcune compagne, ciò che va fortemente condannato è l'atteggiamento omertoso, complice tenuto all'epoca e in questi anni da compagni e compagne dell'area.

Su questo, come su tanti altri bruttissimi fatti simili avvenuti e che possono continuare ad avvenire dobbiamo scatenare apertamente la ribellione, la furia delle ragazze, delle compagne.

Solo questo permette di non delegare alle forze dello Stato l'intervento su episodi di violenza fascista/sessista contro le donne.

Si tratta di una nefasta ideologia, figlia dell'abbruttimento ideologico che la borghesia spande a piene mani, che corrode anche nei movimenti antagonisti e opprime le energie di tante compagne.

Tra le ragazze, le compagne chi sottovaluta questo, non comprende il carattere di "guerra" a tutti i livelli che la borghesia porta avanti; non lo comprendono anche quelle compagne che nei movimenti, nei centri sociali sottovalutano la necessità sempre e comunque di darsi organizzazione e di portare avanti la lotta delle donne.

(su questo significativo fu anni fa la battaglia fatta da compagne di un centro sociale di Modena, allora del Mfpr, su cui è possibile avere il loro lungo documento).


Per tutto questo, anche se possiamo comprendere le ragioni personali, non abbiamo condiviso la decisione di non fare più il presidio al tribunale il 19 dicembre.


Non ci può essere un movimento delle donne che non lotti contro ogni violenza sessuale, sempre e dovunque.

La lotta delle donne deve rompere, cambiare i centri sociali, le organizzazioni politiche, i sindacati, i movimenti. Questo è anche il significato dello "sciopero delle donne", che porta anche una "rottura" di concezione, di atteggiamento tra gli operai, il sindacalismo.

Sulla questione femminile, sugli atteggiamenti maschilisti presenti anche in organizzazioni di compagni, in passato si sono giustamente sfasciate intere organizzazioni rivoluzionarie - l'esempio più grande fu Lotta continua verso la fine degli anni 70.


E' solo la lotta rivoluzionaria delle donne a 360° il "vaccino", altrimenti nessuno a priori può e deve considerarsi immune dall'ideologia fascista de "gli uomini che odiano le donne".


MFPR

20/12/16

Formazione rivoluzionaria delle donne - "le casalinghe elettroniche di shangai" - La rivoluzione culturale proletaria e le donne - 2° parte

Continuiamo a pubblicare parti del libro di Maria Antonietta Maciocchi 'Dalla Cina - dopo la rivoluzione culturale'.
In queste importanti descrizioni, frutto del viaggio in Cina, degli incontri della Macciocchi con tantissime compagne, operaie cinesi, si mostra evidente come la questione della trasformazione della condizione delle donne - che valeva e vale in Cina ma vale ancora e sempre più oggi per tutto il mondo, compresi i paesi imperialisti come il nostro - non è solo un problema di cambiare aspetti della condizione di infinita oppressione precedente in condizioni nuove, ma, come spiega una donna cinese alla Maciocchi, un problema di potere: 'la ferocia del passato derivava dal fatto che le donne non avevano il potere e tutta la felicità del presente deriva dal fatto che le donne possono avere il potere'.
Ed è, appunto, la questione del potere delle donne nella società, della rivoluzione nella rivoluzione, che diventa il cuore della Rivoluzione culturale proletaria per una effettiva liberazione delle donne.


(Dal libro della Maciocchi) - Le donne sostengono la metà del cielo - ha detto Mao – Ma le donne devono conquistare la metà del cielo,' ha aggiunto. “La rivoluzione culturale ha avuto anche in questo campo uno dei suoi fronti politici e ideologici proprio perché le donne non avevano ancora raggiunto la metà del cielo”.
Il ruolo assunto dalle donne in Cina con la rivoluzione non riguardava solo la Cina ma tutti i “nostri costumi occidentali”, un ruolo che “spazzava via come un ciclone, proveniente da diecimila chilometri di distanza, i vecchi miti di inferiorità...”.

Qual'era la condizione delle donne in Cina prima della rivoluzione?

Le donne erano “ingiuriate, disprezzate, i piedi martirizzati a simbolo della loro schiavitú domestica - secondo il messaggio immutabile di Confucio vecchio di 2500 anni: Restate dove siete e sottomettetevi ai decreti del cielo'...

In ogni villaggio cinese, per combinare un matrimonio, una famiglia rappresentava l'acquirente, l'altra l'offerente, e intermediario, tra l'una e l'altra, era la mezzana, che contrattava il prezzo da pagare per la sposa. La fanciulla non aveva il diritto di conoscere lo sposo fino al giorno della gran festa rossa, cioè quando gli veniva presentata, tutta vestita di rosso. A volte lo sposo era un fanciullo, a volte addirittura un bimbetto in fasce, a volte non era nemmeno nato: la famiglia acquistava una nuova serva, la giovane donna sfioriva aspettando che il marito si facesse adulto. «Maritata aspetta il marito,' si diceva di lei. E se il marito moriva prima di diventare adulto, ella era ugualmente vedova, e come tale costretta alla fedeltà, pena la morte, per tutta la vita.

Al momento della liberazione, le case di tolleranza erano naturalmente state chiuse. Nella sola Pechino furono eliminate 237 e le prostitute vennero ospitate in un grande istituto dove furono curate, e dove venne insegnato loro a leggere e a scrivere, oltre che un mestiere.
In una commedia scritta dalle stesse prostitute, si si narrava come vivevano in una casa di prostituzione, come subivano lo sfruttamento dei padroni e degli sgherri del Kuomintang, e poi, ecco la nuova vita. Essere sane, libere, istruite, avere un'attività di cui non ci si deve piú vergognare... A Shanghai, dove vi erano 800 bordelli, tra grandi e piccoli, la grande massa delle donne soggette alla prostituzione fu immessa nel lavoro. Ovvero, venne distrutta la base prima della loro corruzione: la miseria, la fame, l'ignoranza.

Il vento della Rivoluzione culturale proletaria - 'Le donne vogliono cominciare ad esistere. Le casalinghe elettroniche di Shanghai'.

Dalla liberazione, le donne lavoratrici hanno attraversato parecchi momenti politici ed in particolare la prova della grande rivoluzione culturale; la loro mentalità ha conosciuto grandi cambiamenti e piú numerose si fanno le donne che svolgono la loro funzione nella costruzione del potere.
Alcune rimangono ancora in una situazione per cui escono da casa per coltivare la terra, tornano acasa per far da mangiare e durante le riunioni stanno sedute negli angoli senza parlare. II Comitato di partito ha organizzato le donne in riunioni per ricordarsi del passato, dello sfruttamento atroce della vecchia società, e per rafforzare la concezione della dittatura del proletariato. Tutto questo ha sollevato sentimenti di classe in larghe masse femminili che hanno profondamente capito che la ferocia del passato deriva dal fatto che esse non avevano il potere e tutta la felicità del presente deriva dal fatto che esse possono avere il potere.

Il quartiere Ciapé di Shanghai era un quartiere di sottoproletari... era uno degli esempi piú impressionanti della degradazione umana.
Ora, proprio qui (c'è) una fabbrica di transistor messa in piedi dalle casalinghe del quartiere... L'età media delle donne – sono in tutto 350 - è di 38 anni, e la maggioranza di esse erano casalinghe analfabete. Fino al '68 hanno fatto casse da imballaggio, nel febbraio del '69, nel corso della rivoluzione culturale, avvenne la loro svolta. Le casalinghe, in collegamento con l'ufficio dell'industria di Shanghai, pensarono di poter produrre transistor d'alta qualità.
«Quando prendemmo la decisione di fare congegni elettronici, mandammo dieci compagne ad apprenderne la tecnica in una grande fabbrica. E lí esse si sono familiarizzate con i macchinari, i congegni di precisione. Ne abbiamo mandate altre due all'università; e queste subirono varie umiliazioni perché gli intellettuali revisionisti ironizzavano sulla loro età, e dicevano che avrebbero impiegato almeno quindici anni per imparare, che erano già vecchie, e che in questo modo si sarebbero solo buttati via un sacco di soldi. Questo disprezzo ci fece molto arrabbiare, e decidemmo di fare da sole...
Altre donne del quartiere, che prima lavoravano in casa, che facevano le scarpe, i vestiti o i giocattoli (tipiche attività delle casalinghe) cominciarono ad impiegarsi in fabbrica...
Il loro impegno oltre che ad essere produttivo, oltre che ad utilizzare una forza-lavoro che in altre società sarebbe rimasta disoccupata, è diretto a trasformare l'ambiente sociale... E al centro di questa trasformazione vi è non soltanto la mutata concezione della propria condizione di donne, ma la rivoluzionarizzazione, nel quartiere e nella famiglia, del ruolo femminile.
'E' facile che le donne accettino di diventare lavoratrici?' chiedo. 'Con la rivoluzione culturale abbiamo cercato di risolvere questa contraddizione. Vi è un peso della tradizione che si fa ancora sentire, e dobbiamo elevare la coscienza di classe degli uomini oltre che delle donne.
In connessione con la linea capitalistica, Liu Shao-chi tentava di dare salari alti agli uomini e voleva che le donne restassero a casa. Liu eliminò molte fabbriche di casalinghe, e queste tornarono a fare le donne di casa. Ma, con lo sviluppo della rivoluzione culturale, sono sempre piú numerose le donne che chiedono di partecipare all'attività politica.

Anche nelle famiglie c'è una rivoluzionarizzazione da compiere.

C'è da farvi penetrare la critica rivoluzionaria, fondata sulla distruzione delle cinque vecchie concezioni, e immettervi le cinque nuove concezioni: distruggere la tesi dell'inutilità delle donne; instaurare la tesi che le donne si devono conquistare con coraggio la metà del cielo; distruggere la morale feudale della moglie sottomessa e della buona madre...; distruggere la mentalità della dipendenza e della subordinazione all'uomo, e instaurare la ferrea volontà di liberarsi; distruggere le concezioni della borghesia e instaurare le concezioni proletarie; distruggere la concezione dell'interesse familiare per instaurare nella famiglia la concezione proletaria che tiene presente la nazione e il mondo.'
(Questi cinque principi sono citati in Cina, ininterrottamente, su tutta la questione delle donne, dalla stampa ufficiale del partito e dai documenti.)

“Auguro alle mie figlie – dice un'anziana compagna - che come donne esse possano conquistare la metà del cielo. Che la nostra famiglia faccia ogni sforzo per portare avanti la rivoluzione socialista, per superare ogni forma di egoismo.
Nelle nostre riunioni, in famiglia, insegnamo considerare l'individuo e la famiglia in rapporto con la società. Insegnamo a non temere il dolore fisico e la morte; a non dimenticare il passato; e non dimenticare nemmeno per un momento di difendere la dittatura del proletariato. Anche nelle famiglie vi è una lotta tra vecchio e nuovo. Si può essere della stessa famiglia e non avere le stesse idee. Anche nelle famiglie appaiono spesso contraddizioni, che bisogna risolvere; e nella famiglia stessa bisogna lottare contro l'egoismo, e criticare il revisionismo. Il presidente Mao insegna che per quel che concerne la concezione del mondo nella nostra epoca non vi sono in fondo che due scuole: la scuola proletaria e la scuola borghese, la concezione proletaria e quella borghese.
Per la famiglia, è lo stesso. La rivoluzionarizzazione della famiglia, in Cina, còmincia col mutare il ruolo della casalinga in quello di una donna immessa nel processo produttivo, e dallo sradicare la concezione della famiglia come un tutto egoistico.
Il proletariato, con la rivoluzione culturale, ha fatto la sua irruzione nell'ideologia, rivoluzionarizzando anche l'apparato ideologico della famiglia, superando per sempre
quella condizione che faceva esclamare ad Engels che la donna è proletaria due volte, una della società e l'altra dell'uomo”.