21/07/16

Giustificare il femminicidio, come fa certa stampa, non è irresponsabile, ma corresponsabile!

Ci sono Giornalisti che giustificano il femminicidio e ancora peggio quando sono pure donne, questo sistema sociale moderno fascista, patriarcale infetta purtroppo anche le donne. Questi " bravi uomini" che odiano le donne non devono avere nessuna giustificazione, questa strage di massa va fermata con la lotta di tutte le donne!

MFPR


Appello. La stampa che giustifica la violenza sulle donne è irresponsabile

Il 19 luglio scorso Loretta Gisotti, 54 anni, è stata assassinata dal marito. L’uomo l’ha presa a martellate e l’ha finita strangolandola.
Sul quotidiano La Provincia di Varese, a firma di Simona Carnaghi, sono usciti due articoli così intitolati: “Lei era sempre critica con Roberto” e “E’ riuscita a distruggermi la vita. Ha vinto lei, vi chiedo perdono”.
Gli articoli giustificano la violenza compiuta dall’uomo, colpevolizzano la vittima e, in un rovesciamento dei ruoli, empatizzano con l’assassino, evidenziandone la sofferenza.
Nel primo articolo si parla di una coppia normale che stava per andare in vacanza, nel secondo invece di una coppia che era già separata. Secondo la giornalista una critica non gradita nei confronti di un uomo sarebbe “la goccia che fa traboccare il vaso” e può quindi portare al  massacro di una donna come fosse un evento del tutto comprensibile se questa osa entrare in conflitto col marito.
Una narrazione che normalizza il femminicidio. La descrizione dei fatti si fonda sulle  dichiarazioni dei vicini di casa o su quelle dello stesso assassino senza alcun approfondimento. Viene evidenziato il dolore (comprensibile) della madre del femminicida ma si tace su quello dei familiari o amici, della vittima, come se non avessero anch’essi un lutto da affrontare.
Nell’articolo ricorre, poi, il fantomatico “raptus” anche se l’Associazione nazionale degli psichiatri italiani ha detto da tempo che non esiste.
L’articolo 17 della Convenzione di Istanbul che responsabilizza i media per cambiare la cultura della violenza è palesemente disatteso, nonostante da anni si parli di cambiare il linguaggio della stampa nei casi di violenza contro le donne, nonostante l’impegno della rete di giornaliste Giulia, che nel 2014 realizzò il  video Io me ne curo per sensibilizzare i mass media ad adoperare un linguaggio che non rimuova la gravità della violenza contro le donne
Eppure continuiamo ad imbatterci in articoli come questi.
Quello che scrivono i giornali incide così come quello che racconta la tv.
Se in un articolo di giornale o in un servizio tv che racconta la violenza subita da una donna, o un femminicidio, si sottolinea come era vestita, o se era antipatica, criticona, poco carina con il marito, le si fa violenza un’altra volta, o la si uccide di nuovo.
Se si insinua che, in fondo, se l’è cercata le si fa violenza, o la si uccide, di nuovo.
Se si parla di delitto passionale, di raptus, la si violenta o uccide di nuovo.
Le parole non sono neutre, e chi fa giornalismo ha una enorme responsabilità nella lotta, o nella conferma, degli stereotipi che alimentano la violenza.
L’informazione consapevole comincia da chi la fa, quindi dalle giornaliste e dai giornalisti, che sono la prima linea della buona o della cattiva informazione, che a sua volta è parte fondante della formazione delle coscienze individuali e collettive.
La serie di articoli pubblicati dal quotidiano la Provincia di Varese è un esempio vergognoso e ripugnante di come non dovrebbe mai essere trattata la cronaca di un femminicidio.

Per aderire scrivete a nadiasomma@alice.it

20/07/16

Facebook censura Ilaria Cucchi e Zerocalcare, ma non il Coisp...

...non fascisti e poliziotti, non il Coisp, che proprio per oggi a Genova, a 15 anni dall'assassinio di Carlo Giuliani, ha programmato il suo convegno con Mario Placanica, assassino di Carlo e stupratore della figlia minorenne della sua ex compagna.
E intanto, mentre la partecipazione di Zerocalcare alla commemorazione di Carlo Giuliani scatena un linciaggio fascista e sbirresco sulla sua pagina Facebook fino a provocarne l'oscuramento, la foto di Stefano, pubblicata da Ilaria Cucchi sempre su Facebook, viene censurata perché ritenuta "contraria agli standard della comunità".
Evidentemente non risulta "contraria agli standard della comunità" la sentenza che ha assolto anche i cinque medici che hanno avuto in cura Stefano Cucchi nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini nell’ottobre del 2009, così come non risulta "contrario agli standard della comunità" l'assassinio di stato di Carlo Giuliani, la promozione dei suoi assassini e tutti gli assassini di stato.
Naturalmente non poteva mancare in questo 20 luglio la fregatura del pur blando reato di tortura, comunque rinviato alle calende greche da questo stato di polizia, razzista, fascista, classista e maschilista!

Questo stato si abbatte e non si cambia!

i commenti sulla partecipazione di Zerocalcare alla commemorazione di Carlo Giuliani
la foto "incriminata" di Ilaria Cucchi

Il calvario sessuale delle profughe siriane in Libano


La tragica condizione delle donne siriane rifugiate in Libano, vittime di abusi e violenze (domestiche e non)

L’International Rescue Committee ha identificato tre sfide principali che le donne siriane rifugiate stanno affrontando in Libano: molestie e sfruttamento sessuale, l’aumento della violenza domestica (dando la sgradevole sensazione di non essere sicure a casa propria) e matrimoni forzati e precoci.

Le organizzazioni internazionali e locali stanno facendo del loro meglio per superare queste situazioni, ma c’è ancora molto da fare. Le siriane in Libano rischiano di essere molestate ogni giorno, quando vanno a comprare il pane, quando passeggiano per strada, quando vanno a scuola e persino quando vanno nei bagni dei campi profughi. Sembrerebbe che il sovraffollamento dei campi e la mancanza di privacy per le donne (che non hanno accesso a bagni e docce separati) siano alcune delle ragioni di questa situazione.


Molestie e sfruttamento sessuale

Secondo Hiba Habbani, project coordinator della Ong per i diritti delle donne Kafa, molte rifugiate siriane subiscono molestie anche quando tentano di accedere a servizi sociali. Ad esempio le donne che vengono percepite come di bell’aspetto ricevono trattamenti privilegiati nella fila per gli aiuti umanitari, a condizione di prestare determinati favori a chi di dovere.

Anche l’accesso ai servizi medico-sanitari è utilizzato come mezzo di sfruttamento. Secondo Lama Naja, Emergency Response Program Manager nella Ong Abaad, le molestie sessuali vengono compiute da parenti, da altri residenti nel campo e da persone esterne (sia libanesi che siriane). Il Libano ha, fino a un certo punto, leggi abbastanza moderne in materia di violenza domestica (soprattutto se paragonato ad altri paesi dell’Area), ma continua a trattare questi uomini e queste donne in modo ingiusto; ben pochi rifugiati siriani e siro-palestinesi sono in grado di accedere al sistema giudiziario per far valere i propri diritti quando vengono maltrattati.


Violenze domestiche

La ragione principale della violenza domestica non è la rabbia, ma una profonda struttura di potere che favorisce la mascolinità. Molti rifugiati siriani provengono da zone rurali dove la società è tendenzialmente patriarcale. È importante sottolineare che più volte le ragazze hanno dichiarato di aver subito violenza dal padre o dai fratelli maggiori. Questo le spinge a scappare dai campi profughi, esponendosi a rischi addirittura peggiori.


Matrimoni forzati

Nell’area i matrimoni precoci sono una tradizione consolidata, ma diverse associazioni hanno dichiarato di aver registrato un significativo aumento di questa pratica all’interno dei campi profughi siriani in Libano. Maria Semaan, program coordinator del Child Protection Program della Ong Kafa, ha identificato in alcune tradizioni religiose e culturali. “I matrimoni precoci hanno a che fare con la cultura”, ha detto Semaan. “Tutte le religioni qui presenti sembrano permetterli, il che ha reso la pratica perlomeno culturalmente accettata. Ed è, allo stesso tempo, considerata un modo per impedire rapporti sessuali prematrimoniali”.

Ma in questo caso specifico, sostiene Semaan, è il fattore economico a giocare un ruolo molto importante. Le famiglie giustificano le loro azioni dicendo di dover organizzare questi matrimoni per proteggere le loro figlie o per alleggerire le proprie difficoltà economiche; ma in realtà, invece di proteggere le ragazze, le conducono dritte verso l’inferno della violenza domestica. Secondo alcune Ong, molte famiglie siriane stanno usando le proprie figlie come merce di scambio per avere cibo, case in affitto, favori e beni di altro tipo.

18/07/16

Appello per una Giornata Internazionale d’Azione contro il femminicidio delle donne Yazide


Il 3 Agosto 2016 segna il secondo anniversario del Femminicidio e Genocidio dell’ISIS contro le donne , una minoranza religiosa curda, la cui antica religione è connessa al Zoroastrismo. L’ISIS ha distrutto i tempi yazidi, ha compiutoesecuzioni contro le persone che resistevano e ha preteso dagli abitanti di scegliere tra giurare fedeltà, o essere uccisi.Durante il massacro dell’ISIS in Sinjar più di 5.000 yazidi sono stati eliminati. Quasi 200.000 persone cono riuscite a fuggire. 50.000 son fuggite verso le montagne di Sinjar, intrappolatesenza cibo, acqua o cure mediche, affrontando la morte per fame e per disidratazione.
yazide in Sinjar/Shengal. Il 3 Agosto 2014 l’ISIS ha attaccato e preso Sinjar, che è la terra storica degli yazidi
Allo stesso tempo all’incirca 5.000 bambini e donne yazide sono state catturati. Sono state prese come bottini di guerra e vendute come schiave sessuali a uomini musulmani o cedute ai comandanti dell’ISIS. Quelle che hanno rifiutato di convertirsi sono state torturate, violentate e poi uccise. I bambini nati nelle prigioni dove le donne erano rinchiuse, sono stati portati via dalle loro madri verso una sorte sconosciuta. Secondo quanto riportato le donne violentate dai soldati dell’ISIS hanno tentato il suicidio lanciandosi dal Monte Sinjar verso la loro morte. Mentre un grande numero di donne è riuscito a scappare o potrebbe esser stato liberato, all’incirca 3.000 donne sono ancora prigioniere dell’ISIS.
Mentre la campagna militare dell’ISIS contro il popolo yezida è spesso descritta come un massacro, mostra tutte le caratteristiche del genocidio. Ma in aggiunta l’ISIS sta portando avanti atti di femminicidio. Rapimenti di donne yazide come bottini di guerra, schiavitù, stupri sistematici, conversioni forzate, non sono solo parte di una guerra sistematica contro le donne, ma di femminicidio.
Il popolo yazida e specialmente le donne in Sinjar hanno risposto agli atti di genocidio e di femminicidio attraverso l’autorganizzazione e l’autodifesa. Oggi i monti di Sinjar rappresentano il centro dell’autorganizzazione attraverso le unità di autodifesa e i consigli del popolo e delle donne, come espressione della loro volontà collettiva.
Ma la minaccia dell’ISIS contro il popolo yezida continua. E ancora innumerevoli donne rimangono nelle mani dell’ISIS. Per la loro liberazione, c’è bisogno di un’azione e di una solidarietànazionale e internazionale.
Anche la Commissione Speciale dell’ONU ha dichiarato nel report rilasciato il 16 Giugno del 2016 che gli episodi successi in Sinjar equivalgono a genocidio e sono un crimine contro l’umanità. Noi continueremo la nostra lotta finché i responsabili non siano trovati e finché non paghino per i loro crimini.
Per questo chiamiamo ad una Giornata Internazionale d’Azione contro il Femminicidio e Genocidio nella ricorrenza del secondo anniversario della campagna militare dell’ISIS contro il popolo Yazida in Sinjar il 3 Agosto 2016, in spazi pubblici e specialmente di fronte a rappresentanze dell’ONU. Perché chiediamo che l’ONU riconosca il femminicidio perpetuatodall’ISIS in Sinjar. Membri del Movimento delle donne curde organizzeranno un minuto di silenzio e azioni di protesta in diverse parti del Kurdistan e dell’Europa in quella data.
Vi chiediamo di unirvi a noi e di alzare la voce per la ricerca diverità per le donne yazide con vostre azioni che potrebbero differenziarsi.
14 Luglio 2016,
Consiglio delle donne Yazide di Shengal
Sostenitori:
Kurdistan Iraqeno/Sud Kurdistan
Kurdish Women’s Relation Organisation (REPAK)
Kurdistan Free Women’s Organisation (RJAK)
Rassan Organization for Defending Woman Rights
Social Development Organisation
Sazan Women and Human Rights Reunion Organisation
Saya Organisation Strives Against Violence and Gender Discrimination
Work Institute for the Development of Democracy (WID)
Kurdistan Women’s Alliance
Women’s Union of Kurdistan – Zhinan
Zhindrusty Organisation to Obtain Better Health Services for Women
Rojava/Kurdistan occidentale
Star Congress
Free Women’s Foundation
Women’s Commission
Sara Association to End Violence Against Women
Democratic Union Party (PYD) Women’s Branch
Syria Kurdish Left Party Women’s Branch
Syria Kurdish Democratic Left Party Women’s Branch
Kurdistan Communist Party Women’s Branch
Kurdistan Liberal Union Women’s Branch
Syria Kurdistan Democratic Party Women’s Branch
Kurdistan Green Party Women’s Branch
Free National Party Women’s Branch
Nord Kurdistan/KurdistanTurco
Struggle Platform for Women Forcefully Seized
Free Women’s Congress (KJA)
Democratic Regions Party (DBP) Women’s Council
Democratic Society Congress (DTK) Women’s Council
Selis Women’s Association
Ceren Women’s Association
Rainbow Women’s Association
Kurdistan iraniano/ Kurdistan orientale
Doğu Kürdistan Özgür Kadınlar Topluluğu (KJAR)
Europa
Umbrella Organisation of Yazidi Women’s Councils in Germany
Yazidi Youth Union
Central Council of Yazidi Associations
Ceni Kurdish Women’s Peace Office
Hevi Education and Integration Association
Yazidi Kevnas Association
Kahniya Sîpî Association
Union of Students from Kurdistan (YXK)
Union of Female Students from Kurdistan (JXK)
Kurdish Peace House Bielefeld
Democratic Allawi Federation (FEDA)
Democratic Union Bielefeld
Socialist Women’s Union (SKB)
Kurdish Women’s Movement in Europe (TJKE)
Femmes Solidaires
Turchia
People’s Democratic Congress (HDK) Women’s Council
People’s Democratic Party (HDP) Women’s Council
Socialist Women’s Councils (SKM)
Women’s Freedom Council (KÖM)
Foundation for Solidarity with Women (KADAV)
Cipro
Association for Migrant Rights (MHD)
Feminist Atelier (FEMA)
Free Women’s Academy (ÖKA)

Le "Mamme in piazza per la libertà di dissenso" consegnano a Spataro e sindaca duemila firme per i 28 attivisti sottoposti a misure cautelari


A manifestare sotto la Sala Rossa dove oggi si riunisce  il primo consiglio comunale dell'era Appendino ci saranno i No Tav, gli stessi che si sono riuniti in piazza il giorno dell’elezione della sindaca contraria alla grande opera.
Prima dell’appuntamento a Palazzo civico il corteo sarà davanti al tribunale.
Più che una protesta è una delegazione inviata rispettivamente dal capo della procura di Torino Armando Spataro e alla sindaca per consegnare le prime 2000 firme raccolte dal comitato "Mamme in Piazza per la Libertà di dissenso",  a sostegno dei 28 ragazzi e ragazze che - si legge nella petizione - “da molti mesi sono stati sottoposti a misure cautelari preventive molto dure”. E poi scrivono le mamme: “A questi ragazzi e a queste ragazze viene negato il diritto a studiare, il diritto a lavorare, il diritto a vivere una vita dignitosa insieme alle persone che amano, il diritto alla libertà personale: e tutto questo senza essere ancora stati sottoposti a giudizio. Puniti duramente, a dispetto della presunzione di innocenza, per intimorire loro e tutti quelli che potrebbero pensarla come loro. Puniti duramente per aver praticato il diritto a dissentire”. E ancora: “Come genitori, amici, cittadini ci chiediamo se non si sia creato, nella città di Torino, un corto circuito pericoloso volto, di fatto, a limitare libertà fondamentali dei cittadini”.
Tra i genitori firmatari c’è anche il nome di Heidi Giuliani, mamma di Carlo, morto a Genova nel 2001 e quello di Eddi la giovane studentessa di 25 anni irreperibile dal 21 giugno, quando la polizia ha cercato di notificarle la misura cautelare degli arresti domiciliari  in seguito agli scontri al cantiere Tav di Chiomonte, il 28 giugno 2015. Il comitato  consegnerà le firme raccolte con la petizione on line su change.org ad Armando Spataro alle 10 e in consiglio comunale alle 14.45.

41 bis = tortura. Rita Bernardini scrive al capo del DAP Santi Consolo


Riportiamo di seguito stralci del volantino del MFPR e del Soccorso Rosso Proletario diffuso nella manifestazione del 25 giugno all'Aquila

"Con l'applicazione del 41 bis ai detenuti politici è la lotta rivoluzionaria che lo Stato vuole colpire.
Nadia Lioce, rinchiusa nel carcere de L’Aquila, è l'unica compagna, insieme ad altri 2 prigionieri politici, ad essere ancora sottoposta al regime di 41bis, inasprito dalla direzione del carcere de L'Aquila da fine novembre 2014, con una condizione d’isolamento totale e perenne. Massimo due libri e due quaderni al mese. Alle detenute è vietato scambiarsi libri. Anche ai familiari e ai parenti, è vietato inviarne in regalo.
Alle Costarelle le donne sono trattate peggio dei boss mafiosi.
Le loro celle si trovano alla fine di un lungo tunnel sotterraneo. Sono grandi due metri per due. Si affacciano sul nulla.
E ancora peggio va per l'ora d'aria: perquisizioni corporali ogni volta che escono dalla cella per essere condotte in una vasca di cemento grande tre metri per tre, dove il sole non si vede mai. Ora d'aria in compagnia di una sola detenuta.
Alla maggior parte dei boss mafiosi è consentito socializzare in gruppi di sei persone e in luoghi dove un po' d'aria la si respira. Siamo di fronte ad una sorta di “tortura bianca”!
L'accanimento dello Stato contro Nadia Lioce non può e non deve passare sotto silenzio, perché, al di là del giudizio sulle sue scelte di lotta, questo accanimento repressivo è per cercare di ammazzare la sua volontà di non cedere, la sua coerenza nella battaglia contro questo Stato.
Lo Stato borghese vuole le donne subordinate e oppresse e, se lottano, le vuole pentite o dissociate.
Chi non ci sta viene doppiamente repressa, anche perché ha osato...
La liberazione dei prigionieri politici, la difesa delle loro condizioni nelle carceri, la solidarietà a Nadia Lioce, è parte della lotta contro la repressione, lo Stato di polizia e il moderno fascismo"

Il M5S a Roma e non solo, vuole "riaprire le case chiuse"

IL M5S CHIEDE DA ROMA DI RIAPRIRE LE CASE CHIUSE - E QUESTA SAREBBE LA NOVITA' DELL'ELEZIONE DEL SINDACO 5STELLE/DONNA O E' IL SEMPRE FASCISMO-CATTO INTEGRALISMO?

Una delle prime proposte di legge votate dagli iscritti del M5S sulla nuova piattaforma web Rousseau riguarda "la riapertura delle case chiuse". per "combattere la prostituzione clandestina". Si punta alla cancellazione della Legge Merlin approvata nel 1958. La cosa è stata lanciata a Roma da un attivista e ora attraverso deputati e senatori si proverà a trasformarla in un ddl.
Nella bozza si accenna a un modello in stile Amsterdam. In alcuni paesi europei esistono quartieri interi divenuti mete turistiche..."
Questa segue una campagna già in corso da tempo In Veneto, dove il Movimento 5 Stelle sulla riapertura delle case chiuse. Si tratta dell’iniziativa promossa dal partito in Consiglio Regionale. “Ce lo hanno chiesto i nostri iscritti attraverso la piattaforma di democrazia diretta ‘Lex iscritti'”, ha sottolineato la consigliera su Facebook. “In questo modo avremo più decoro nelle strade, le ragazze non saranno più sfruttate e fermeremo un racket che spesso le costringeva alla schiavitù...”.

COME SI VEDE DELLE PROSTITUTE AI M5S NON GLIENE IMPORTA UN BEL NIENTE. 

Vogliono solo nascondere le prostitute o meglio confinarle in alcuni quartieri a luci rosse per usarle per le casse dell'amministrazione comunale, con il turismo di bavosi clienti. 

Sono le prostitute che "disturbano" ma non i soldi!

Ma non lo permetteremo!

MFPR