04/02/16

NERO 'FAMILY DAY'

Anche le recenti tre uccisioni di donne sono un forte grido di denuncia contro la "normale" famiglia, fatta di oppressione e morte per le donne.

(dall'opuscolo del Mfpr "Uccisioni delle donne oggi")
Queste uccisioni e violenze come reazione degli uomini alle donne che vogliono rompere i precedenti legami, la precedente vita sono delitti fascisti, perchè mossi da una concezione fascista di attacco ad ogni spinta di ribellione. Come fascista è spesso il clima generato di complicità diffusa pre e post uccisioni, in cui gli uomini, la famiglia, vengono considerati perbene, e chi sa non parla e copre non solo perchè ha una concezione individualista, ma perchè ha la stessa concezione maschilista, fascista verso le donne.

“IN MORTE DELLA FAMIGLIA”
La maggior parte delle uccisioni avvengono nell’ambito familiare o di rapporti familiari. Che cos’è la famiglia? Perché la famiglia è morte? In termini sociali è la cellula della società, che esprime in sintesi processi, contraddizioni che avvengono poi nell’intera società. Il problema è che ora la famiglia, da un lato effettivamente è in crisi, non riesce più a conservare, ad essere un elemento di conservazione, nello stesso tempo viene iper-esaltata dalla Chiesa, dal governo, dallo Stato. 

La famiglia è un anello chiave della marcia verso il moderno fascismo del governo e dello Stato.
Il moderno fascismo non potrebbe realizzarsi senza fare della famiglia una sua base principale, sia in senso di subordinazione, di essere piegata, funzionale alle scelte del governo e dello Stato, sia in senso di sostenitrice attiva, combattente in termini ideologici di simbolo e propaganda di valori di
quelle scelte politiche.
La famiglia, soprattutto proletaria, è il luogo centrale in cui si gestisce un’economia sociale sempre più povera, si amministrano i salari sempre più ridotti o inesistenti, si gestiscono gli aumenti del costo della vita.
La famiglia proletaria garantisce nella fase di attacco, di crisi, di attutire l’impatto devastante di queste politiche. L’assistenza tra familiari, da normale relazione tra persone basata sui legami sentimentali diventa un obbligo, diventa uno schiavismo insopportabile per le donne, e spesso provoca crisi e depressione. Nella famiglia ritornano i lavoratori licenziati, restano per anni figli disoccupati. La famiglia comunque garantisce il loro sostentamento e di limitare conseguenze più gravi e più pericolose per il sistema sociale.
La famiglia, per questo sistema, deve fare da paracadute alle frustrazioni, alla messa in crisi di posizioni di privilegio dell’uomo in famiglia.
Ma la famiglia, in particolare la famiglia medio, e a volte anche piccolo borghese, ma influenzante anche settori di famiglie proletarie, svolge nella marcia verso il moderno fascismo, anche una funzione attiva, sostenitrice di valori reazionari, come la difesa della sicurezza, del “nostro sistema di vita” contro tutti coloro che “potrebbero metterlo in crisi”, in primis gli immigrati; come il controllo sui giovani, ecc.

Non c’è scampo per le donne, le catene della famiglia diventano sempre più strette anche se a volte vengono indorate.
Per le proletarie, per le donne delle masse popolari questa famiglia è sempre più un ritorno ad un moderno medioevo, con fenomeni di abbrutimento, di violenza, di apparente ritorno al passato, soprattutto nei rapporti uomo–donna, che trovano la loro manifestazione più eclatante appunto nei femminicidi.

La ‘famiglia’ per la chiesa che pesa in modo sempre più opprimente e sfacciato nella vita sociale e politica e sociale, per il governo, per lo Stato è diventata invece la “sacra famiglia”. Volutamente sempre più canonica, “normale”, ma nello stesso tempo, più astratta, più neutra, non reale.

Ma quale Family day? “La famiglia uccide più della mafia!”



Mentre la Chiesa unitamente a cattolici integralisti, partiti di centrodestra, senatori cattolici del pd, Casa Pound ecc.,  rilancia la crociata ideologico-politico-culturale  a difesa della famiglia,  “naturale e civile”,   contro le unioni gay, che considera, invece, “sterco del demonio”, in questi ultimi giorni si sono consumate delle ennesime tragedie familiari. 
Due donne uccise dai propri partner ed una terza, incinta all’ottavo mese,  si torva in fin di vita per le gravi ustioni riportate sul 50% del corpo.

Inoltre, il 30 gennaio scorso, giornata del Family Day, a Perugia un uomo facente parte di una famiglia tradizionale, “benedetta dal Signore”, uccide sgozzandoli i suoi due bambini e tenta di ammazzare pure la moglie; infine, si suicida.

Purtroppo la mattanza delle donne ( più di 1.200 negli ultimi 10 anni) da parte di mariti, compagni, ex, fidanzati, spasimanti, ed il massacro di bambini ( più di 200 negli ultimi 10 anni) per mano di padri che uccidono finanche le proprie creature per punire le loro mamme ed affermare la propria mascolinità ( come sostengono noti psichiatri, tra cui
Ben Buchanan, psichiatra canadese del Victorian Counselling and Psychological Services), o per liberarsi della famiglia, come è stato il caso di Motta Visconti, dove Carlo Lissi ha barbaramente sgozzato moglie e figli, sono divenuti una tragica normalità e dimostrano inconfutabilmente come il tanto decantato “focolare domestico” sia invece, oggi più che mai, luogo di morte per le donne oltreché per i bambini.

“La famiglia uccide più della mafia”, sono stati costretti a scrivere anche i giornali, già parecchi anni fa, tuttavia,come anzidetto, la Chiesa - poderoso apparato di potere e baluardo reazionario del sistema-  insieme alle forze più retrive ed oscurantiste,  periodicamente da vita  a campagne di santificazione della “sacra famiglia”. Ciò  in quanto l’istituto familiare è la cellula base del sistema capitalistico, ammortizzatore sociale e contenitore delle frustrazioni individuali e familiari, soprattutto in tempi di crisi e di “macelleria sociale”. Ma ancor più,  luogo di prima applicazione della trasformazione in senso reazionario della società, dove si perpetua la sottomissione e l’oppressione delle donne, come destino “naturale”dell’altra metà del cielo.

Come donne, lavoratrici e compagne del MFPR,non possiamo che ancora una volta gridare:

In morte della “sacra famiglia”: cellula fondante di questa  barbara e misogina società; anello chiave e puntello della marcia di governo e Stato verso il moderno fascismo ed il moderno medioevo per le donne!

Morte al sistema capitalistico, che è la tomba dell’amore, dell’universo femminile, dei diritti, della giustizia sociale,della speranza, del futuro,  della dignità, dell’umanità!

Moderno medioevo/doppia oppressione,donne in lotta per la rivoluzione!
02.02.2016
Lavoratrici ed ex puliziere SLAI Cobas s.c. ed MFPR- Policlinico

02/02/16

Monselice: sfruttate e licenziate da una coop respingono lo sgombero, massima solidarietà del mfpr


Secondo tentativo di sgombero alla Nek di Monselice, dove le lavoratrici licenziate della cooperativa Libera occupano il cantiere da oltre un mese. Da lunedì, per evitare lo sgombero forzato ad opera delle forze dell’ordine, le donne sono salite sopra le cataste di plastica sistemate davanti al cantieri. Lunedì in 12 hanno resistito dalle 7 alle 19, ora in cui le forze dell’ordine in massa hanno abbandonato il cantieri. 

Video di Mbarek Elasri

Oggi (martedì) le lavoratrici salite ad alta quota – almeno 5 metri – per protesta sono in tutto 7. Una delle dimostranti, diabetica, è stata vittima di un malore: è arrivata l’ambulanza del 118 e la donna è stata trasportata in ospedale a Schiavonia. Non corre alcun rischio. Le donne promettono di rimanere sopra i cumuli di plastica fino a che non saranno ritirati i loro licenziamenti.

Le lavoratrici, tutte immigrate, erano state licenziate da una cooperativa perché avevano chiesto più diritti. Da due mesi presidiano il capannone dove riciclavano i rifiuti e non intendono mollare

MONSELICE (PADOVA) Una donna trascinata di peso dai poliziotti che la tengono per le braccia e i piedi. Un’altra in lacrime “scortata” dall’ufficiale dei carabinieri fino al cancello. Le 26 marocchine, licenziate dalla coop Libera in presidio permanente dall’8 dicembre al capannone della Nek dove si “riciclano” i rifiuti grezzi della plastica, urlano e protestano. Stefano Fonsi, dirigente della Digos, non si scompone nemmeno quando i celerini circondano un gruppetto di operaie in ginocchio: «Facciamo così per tutto il giorno…».
Ma lo sgombero, scattato in mattinata, non riesce. Una decina di donne (fra cui una incinta) salgono sulla “vetta” delle enormi pile di materiale trattato a beneficio del Corepla di Milano. «Mai più schiave delle coop», dice il loro striscione. E la resistenza continua. Infagottate, senza cibo né acqua, esposte a vento e umidità non si schiodano per tutto il giorno. Così in serata le forze dell’ordine lasciano la zona industriale di San Bortolo. E il drappello di donne rimane all’interno della Nek, ma senza più l’accesso al container che serviva per poter dormire al caldo. Con loro, di nuovo, non solo Adl Cobas con la rete di solidarietà della Bassa padovana e il consigliere comunale Francesco Miazzi.
Il caso rimbalza ancora in parlamento. «Trovo assolutamente sbagliato che lo Stato si attivi per sgomberare la lotta di chi tenta di far valere i propri diritti, anziché intervenire per imporre un accordo a una coop che si dichiara in buona salute economica e finanziaria. Avevo avuto modo di portare la mia solidarietà alle donne impegnate nel presidio. Mi chiedo anche cosa pensi Confcooperative di aderenti come Libera Scrl, il cui rispetto per i soci lavoratori è tutto da dimostrare», afferma Giovanni Paglia (Sinistra Italiana), che preannuncia un’interrogazione al ministro Alfano.
Nel braccio di ferro, sindacale e politico, è in gioco l’immagine del Nord Est che “produce” senza troppi scrupoli. Soprattutto quando si tratta di “imprese” cresciute lungo la linea d’ombra fra terzo settore e business, economia “verde” e autosfruttamento, nicchie pubbliche e interessi individuali. Come Libera che coincide con il profilo ultrà di Marco Zese, 54 anni, di Santa Maria Maddalena, frazione di Occhiobello, nel Polesine eternamente depresso. È il padre-padrone di una coop sventagliata dalla logistica alle pulizie industriali fino alla gestione dei rifiuti. Le 26 marocchine di Monselice si sono ribellate, hanno scioperato, preteso dignità? Zese le ha denunciate, cancellate dall’elenco dei soci lavoratori e per Natale ha regalato alle loro famiglie un bel pacco di disperazione.
«Ci hanno tolto soldi dalla busta paga senza motivo: hanno rubato loro e puniscono noi! Ma l’avevamo promesso e manteniamo. Chi tocca una di noi, tocca tutte. E da qui, che è casa nostra, non ci muoviamo» fa sapere via cellulare Souad Ouafi, 38 anni, tre figli, che alla Nek lavora da dieci anni infilando le mani in ogni genere di scarto. Fuori dai cancelli, si sono precipitati anche gli avvocati di Adl Cobas.
Monselice potrebbe essere solo l’inizio: la “rivolta sindacale” non è ammissibile nel Veneto sussidiario. Il 19 gennaio in Regione l’assessore Elena Donazzan — già protagonista dei libri messi all’indice come di tante esternazioni mussoliniane — ha coordinato il summit con la Provincia di Padova, Cgil, Cisl e Uil, Legacoop e le società Prix, Despar-Aspiag Service, Trasporti Romagna-Mg Service, Alì e Unicomm culminato con la lettera ufficiale ai sette prefetti. Un appello comune alla “legalità” perché sia garantita «l’agibilità dei siti di produzione della grande distribuzione e si prevengano le mobilitazioni non regolari, o non autorizzate». In sostanza, una vera dichiarazione di guerra a chiunque non accetti il sistema della logistica grigia e la cogestione del lavoro migrante, e non, da parte delle coop di fiducia.

La strage quotidiana delle donne uccise, la violenza contro le donne è insita nella violenza strutturale di questo marcio sistema sociale che deve essere distrutto!

La gravissima questione dei FEMMINICIDI, della VIOLENZA SULLE DONNE, DELLA GUERRA QUOTIDIANA DI ODIO FASCISTA DEGLI UOMINI CHE UCCIDONO LE “NOSTRE” DONNE NEL "NOSTRO PAESE CIVILE" è STRETTAMENTE LEGATA ALLA VIOLENZA STRUTTURALE SISTEMICA che continuerà inevitabilmente a riprodursi in questa società che ne è la causa.

Non possono bastare pertanto le tante e giuste denunce, ma SI DEVE intraprendere necessariamente la STRADA DELLA LOTTA RIVOLUZIONARIA IN OGNI AMBITO, A 360°, PER ROVESCIARE QUESTO SISTEMA SOCIALE che  genera la violenza, chiamando le donne a respingere tutte quelle posizioni che le vogliono portare a sperare in un cambiamento (impossibile) dall’interno di questo sistema borghese.



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Donna massacrata in casa nel Bresciano, il convivente fermato per omicidio volontario

Un passato di violenze e aggressioni reciproche, culminate nell'ennesima lite. E' stato l'uomo a chiamare i carabinieri. Sul corpo della 42enne nessun taglio o ferita da arma da fuoco: potrebbe essere stata picchiata fino alla morte

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Pozzuoli, donna incinta bruciata viva dal compagno: è grave

Lui fugge e si schianta in auto, è stato arrestato. I medici sono riusciti a far nascere la bambina, che è ricoverata in terapia intensiva, ma sta bene

01/02/2016

01/02/16

"DONNE MOLESTATE A CAPODANNO? LA COLPA NON E' DELL'IMMIGRAZIONE"

Simone Buchholz, giornalista e scrittrice tedesca vive e racconta un quartiere multietnico di Amburgo “Le aggressioni sono opera di ubriachi, anche biondi e con occhi azzurri”.
Dall'intervista di Elisabetta Pagani
...Amburgo è una città giovane, libera e ricca, con tassi di disoccupazione invidiabili. Una delle mete dell’immigrazione. Durante l’emergenza si sono toccati i 400-500 arrivi al giorno. Che impatto ha avuto sulla città?
«Amburgo è una città portuale, da sempre popolata da immigrati: italiani, polacchi, turchi... I nuovi arrivi non hanno creato problemi di criminalità né di lavoro, anche se i numeri sono consistenti. La vera questione sono gli spazi: gli appartamenti non si trovano e l’accoglienza diventa complicata».
Che differenza c'è con l’immigrazione turca che contribuì al «miracolo economico» tedesco?
«Non credo ci siano differenze. Ancora oggi ci sono immigrati di terza generazione che non parlano tedesco e molti altri che sono invece integrati».
Le aggressioni di Capodanno sono avvenute a St Pauli, lei c’era?
«Io ci vivo... Le aggressioni sono avvenute sulla Große Freiheit, la via del divertimento. Ci passo anche di notte e non penso sia pericoloso. Purtroppo la verità è che aggressioni di questo tipo capitano da sempre dove c’è una concentrazione di uomini ubriachi. E i tedeschi bevono tanto. Io ho 44 anni, sono fuori target forse, ma quando ero giovane mi è successo più volte. La differenza a Capodanno l’hanno fatta i numeri, enormi, delle vittime».
Un caso esploso in piena emergenza immigrazione. Con la sua eco di polemiche e paure.
«L’immigrazione non c’entra nulla. I conservatori danno addosso ai migranti ma sono stati loro i primi a schiacciare le donne privandole dei loro diritti. Vorrei raccontare loro cosa mi è successo proprio poco tempo fa: di ritorno da casa di un’amica sono stata infastidita da due giganteschi e biondissimi tedeschi. Sono riuscita ad allontanarli solo perché in passato ho fatto lezioni di kung fu».
Ma la libertà delle donne che fine ha fatto?
«C’è, ma bisogna difenderla. E continuare a parlare di quello che succede, comprese le violenze quotidiane. Ripeto, purtroppo sono scene che, almeno in Germania, si rischiano ovunque si raduni una massa di uomini ubriachi»...

Il diritto negato: dalle stragi in mare agli hotspot - documento dell'asgi

Le  stragi  in  mare  sono  ormai  quotidiane  e  quasi  non  fanno  più  scalpore,  come  non  indignano  più  di tanto  i  rifugiati  ammassati  alle  frontiere   che  premono  per  l’apertura  di  un  corridoio  umanitario. Gli  scenari  dell’immigrazione  sono  completamente  cambiati,  la  situazione  si  evolve  continuamente come  le  rotte  dei  trafficanti  che  ora  volgono  sempre  più,  anche  a  fronte  della  chiusura  delle  frontiere ad  est,  sul  lato  sud  della  costa  adriatica,  come  dimostra  l’ultimo  naufragio  avvenuto  qualche  giorno  fa in  Puglia. Ma,  allo  stesso  tempo,  assistiamo  all’apertura  di  nuovi  spazi  di  detenzione,  centri  di  contenimento  e smistamento,  luoghi  privi  di  status  giuridico  ma  con  gravi  ripercussioni  sulla  libertà  e  sui  diritti  dei migranti. La  strage  dei  migranti  in  mare  e  nell’attraversamento  di  paesi  e  confini  continua,  infatti,  anche  dopo le operazioni  di  soccorso  in  mare,  continua  alle  nostre  frontiere  dove  è  decisa  in  modo  del  tutto arbitrario   la   sorte   di  chi  è  sopravvissuto  al  viaggio  e  ai  trafficanti,  chi  far  emergere  e  chi “sommergere”,  chi  accogliere  e  chi  respingere.  Difficile  quantificare  i  “sommersi  e  i  salvati”. Già  da  diversi  mesi  erano  emerse  notizie  su  probabili  espulsioni  e  respingimenti  collettivi  dei  migranti provenienti  in  particolare  da  alcuni  paesi  come  la  Nigeria,  il  Gambia,  il  Senegal  e  i  paesi  dell’area  del Maghreb,  ma  nell’ultimo  periodo,  a  Taranto  come  in  Sicilia,  i  sospetti  sono  diventati  dati  certi. Appare  urgente  ed  indispensabile  affrontare  una  riflessione  collettiva  sulle  profonde  trasformazioni  in atto  nel  complessivo  sistema  del  diritto  d’asilo  tra  respingimenti  alle  frontiere,  selezioni  arbitrarie, procedure  illegittime,  apertura  di  nuovi  non-luoghi  dall’incerto  profilo  giuridico,  un  inefficace  sistema di  accoglienza  e  la  creazione  di  una  nuova  schiera  di  “irregolari”. La  Puglia  come  laboratorio  ove  sperimentare  e  testare  nuove  procedure A  Taranto  le  espulsioni  e  i  respingimenti  al  momento  dello  sbarco  stanno  assumendo  le  dimensioni  di un  fenomeno  sempre  più  preoccupante.  L’ultima  volta  è  accaduto  il  7  dicembre  scorso,  quando  sono arrivate  più  di  600  persone  a  seguito  di  diverse  operazioni  di  salvataggio  in  mare  ed  i  migranti  sono stati  suddivisi  in  vari  gruppi  accedendo  a  procedure  diversificate:  un  caso  che  ben  si  presta  a rappresentare  il  paradigma  del  diritto d’asilo oggi  in  Italia  in  tutte  le  fasi  della  procedura.  Dalle  informazioni  raccolte  la  suddivisione  è  avvenuta  in  base  alla  sola  nazionalità  in  violazione  di tutte  le  norme  che  regolano  il  diritto  soggettivo  all’asilo.  Ai  migranti,  appena  giunti,  è  stato  distribuito un  “foglio  notizie”,  senza  aver  ricevuto  alcuna  informativa,  senza  la  presenza  di  mediatori  linguisticoculturali  e  senza  alcuna  considerazione  della  condizione  di  stress  psico-fisico  per  le  difficoltà  patite

GAZA. Donne alla conquista del mare per rompere l’assedio


Un’immagine del peschereccio Marianne, parte della precedente Flotilla (Foto: Freedom Flotillla)
La Freedom Flotilla Coalition lancia il progetto “Women’s Boat to Gaza”: un’imbarcazione, guidata da un equipaggio femminile, cercherà di raggiungere la Striscia. Un’iniziativa per sottolineare la centralità delle donne nella lotta dei palestinesi 


di Giovanni Vigna
Roma, 25 gennaio 2016, Nena News - Perché gli uomini fanno la guerra? Forse per rispondere a questa domanda radicale, che tra l’altro dà il titolo a un noto libro del filosofo Bertrand Russell, è necessario focalizzare l’attenzione più sulla parola “uomini” che sul termine “guerra”. Nel senso che, probabilmente, la guerra è una “cosa da uomini”, risponde a una logica maschile di violenza, prevaricazione e sopraffazione, è combattuta per lo più dagli uomini, fatta eccezione per le famose ed eroiche soldatesse curde che lottano contro l’Isis accanto ai colleghi maschi e per le donne che in alcuni paesi occidentali decidono di arruolarsi nell’esercito e che, tuttavia, rappresentano una minoranza.
Per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla drammatica condizione del popolo palestinese, la Freedom Flotilla Coalition, movimento internazionale che promuove iniziative finalizzate a porre fine all’assedio su Gaza, ha lanciato il progetto “Women’s Boat to Gaza”: un’imbarcazione, guidata da un equipaggio femminile, sfiderà il blocco dell’esercito israeliano sulla Striscia. L’obiettivo delle attiviste è rompere l’assedio militare, manifestare la propria solidarietà nei confronti del popolo palestinese e, in particolare, delle donne, il cui ruolo è ritenuto essenziale nella lotta per l’indipendenza dall’occupazione militare israeliana.
Per spiegare in cosa consiste il progetto “Women’s Boat to Gaza”, abbiamo intervistato Wendy Goldsmith, attivista della Freedom Flotilla Coalition.
Wendy, qual è il suo ruolo nel progetto “Women’s Boat to Gaza”?
“Sono una delle tante persone che, in tutto il mondo e all’interno della nostra coalizione internazionale, stanno lavorando per mettere fine al blocco illegale che opprime Gaza. Sono un membro dell’“International Media Committee” e del “Canadian Boat to Gaza Steering Committee”. I nostri attivisti provengono da tutti i settori della società civile e hanno un obiettivo comune: rompere l’assedio di Gaza via mare”.
In cosa consiste il progetto “Women’s Boat to Gaza”?
“Si tratta di un progetto promosso dalla Freedom Flotilla Coalition. Lanciando una nave tutta al femminile, le donne di tutto il mondo puntano a evidenziare i contributi innegabili e lo spirito indomito delle donne palestinesi che svolgono un ruolo centrale nella lotta del proprio popolo a Gaza, nella Cisgiordania, all’interno della Green Line e nell’ambito della diaspora. Il progetto “Women’s Boat to Gaza” cerca non solo di sfidare il blocco israeliano ma anche di dimostrare solidarietà e portare un messaggio di pace al popolo palestinese, con il supporto di donne, uomini, organizzazioni non governative, gruppi della società civile e collettivi femminili provenienti da tutto il mondo”.
Perché le donne palestinesi sono considerate centrali nella lotta del popolo palestinese?