26/02/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Interventi sulla FRD su "Patriarcato e capitalismo"

Stanno pervenendo degli interventi/commenti riferiti ai 3 testi della FRD su "Patriarcato e capitalismo" - Li pubblichiamo, invitando altre, altri a inviare propri interventi - Si tratta di un dibattito serio che ha "ricadute" nella lotta delle donne e più in generale nella lotta proletaria rivoluzionaria. 

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Da Milano - Parto dal punto di forza del nostro intervento MFPR che trovo chiaro e puntuale: rifiutare l’idea che patriarcato e capitalismo siano due sistemi paralleli, equivalenti, intercambiabili.

Rivendicare che oggi, nella fase imperialista del capitale, il patriarcato non è un ordine autonomo ma una forma storica che il capitalismo utilizza, modella e riproduce per garantire la propria sopravvivenza.

Il patriarcato esiste già quando il capitalismo fa i suoi primi passi.
Il patriarcato, oggi, non è un sistema separato: è la forma storica della riproduzione sociale nel capitalismo.
Dire che patriarcato e capitalismo sono “paralleli” significa ignorare come il capitalismo abbia riorganizzato la subordinazione femminile per i propri scopi.

Questa è esattamente la tesi di Engels nel "L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato". Engels, infatti, mostra che:
- il patriarcato nasce con la proprietà privata, molto prima del capitalismo;
- la famiglia monogamica patriarcale è la “cellula originaria” della società di classe;
- ogni sistema economico successivo riutilizza questa struttura, adattandola ai propri bisogni.
Il capitalismo non fa eccezione.

Se tutto questo e' chiaro, e' ovvio che non si può combattere il patriarcato senza colpire la struttura che oggi lo alimenta.
"La sovrastruttura non cambia senza trasformare la struttura", infatti e' per questo che affermiamo sempre che la lotta culturale, da sola, è impotente.
Non perché sia irrilevante, ma perché non può rovesciare rapporti materiali di potere.

La violenza maschile e il sessismo non sono solo idee: sono posizioni sociali.
Finché la riproduzione sociale resta privatizzata e scaricata sulle donne, finché il lavoro femminile è svalutato, finché la famiglia resta il luogo dove si ammortizzano i costi del capitale, nessuna “educazione” potrà scalfire davvero la subordinazione delle donne.
I femminicidi non sono residui del passato: sono prodotti della crisi del presente, infatti la violenza maschile non aumenta perché “il patriarcato resiste”, ma perché il capitalismo in crisi ha bisogno di ristabilire controllo, quindi via libera a tutto cio' che può "disciplinare", appunto le donne.
Lo Stato lo fa con la repressione e i privati con la violenza perche' quando le donne conquistano autonomia, quando i ruoli maschili tradizionali si sgretolano, quando la precarietà riduce sempre più l’identità virile fondata sul lavoro, la violenza sessuale diventa un dispositivo di contenimento.
Non è un ritorno al passato: è una precisa reazione del presente.

Inoltre, il capitalismo assorbe ed usa tutto ciò che non lo mette in discussione:
il capitale è perfettamente capace di incorporare ogni forma di emancipazione che non tocchi la struttura.
Quante volte abbiamo assistito, da parte delle imprese cosiddette “illuminate” usare linguaggi, modi e usi provenienti da una cultura e da pratiche di una certa "sinistra"? Ma l'ha fatto senza mai modificare nulla nella divisione sessuale del lavoro né tantomeno nella riproduzione sociale.
Oggi mi sembra di essere tornate indietro di secoli.
Senza una trasformazione dei rapporti di produzione, il patriarcato si reinventa all’infinito.
Ed ancora non può esserci rivoluzione senza una liberazione e rivoluzione delle donne, in quanto è una lotta che colpisce direttamente il cuore del sistema: la riproduzione della forza-lavoro.

Invece, per quanto Michael Hardt è un filosofo che, insieme a Negri, parla di globalizzazione, potere e nuovi tipi di lavoro, non ha reso un buon servizio alle femministe:

Il problema, secondo molte femministe, è che parla del “lavoro affettivo” senza riconoscere che sono soprattutto le donne a farlo e a subirne lo sfruttamento.
Poi descrive il capitalismo come se tutti lo vivessero allo stesso modo, senza vedere il ruolo del patriarcato.
Immagina soggetti politici molto astratti, che non tengono conto delle disuguaglianze reali tra uomini e donne e ignora gran parte del lavoro che le femministe hanno fatto per spiegare come il capitalismo utilizza pro domo sua il lavoro di cura non pagato.
Insomma questo filosofo riguardo alle donne mostra la stessa superficialità e ottusità di molti compagni che faticano a vedere e riconoscere le lotte delle donne.

Da Torino - Riprendendo dal primo articolo, passando per Anuradha Ghandy e arrivando all'ultimo commento del Mfpr, mi è piaciuto molto e mi sembra che centri il punto essenziale. Inoltre, mi pare che il testo di Hardt non faccia nemmeno un buon servizio alle tesi delle stesse femministe, non perché ci siano cose da salvare nelle autrici che presenta, ma perché le sue tesi di fondo "peggiorano" anche le tesi che presenta e ne riesce ad acuire i difetti.

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