Stanno pervenendo degli interventi/commenti riferiti ai 3 testi della FRD su "Patriarcato e capitalismo" - Li pubblichiamo, invitando altre, altri a inviare propri interventi - Si tratta di un dibattito serio che ha "ricadute" nella lotta delle donne e più in generale nella lotta proletaria rivoluzionaria.
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Da Milano - Parto dal punto di forza del nostro intervento MFPR che trovo chiaro
e puntuale: rifiutare l’idea che patriarcato e capitalismo
siano due sistemi paralleli, equivalenti,
intercambiabili.
Rivendicare che oggi, nella fase
imperialista del capitale, il patriarcato non è un ordine autonomo
ma una forma storica che il capitalismo utilizza, modella e riproduce
per garantire la propria sopravvivenza.
Il patriarcato
esiste già quando il capitalismo fa i suoi primi passi.
Il
patriarcato, oggi, non è un sistema separato: è la forma storica
della riproduzione sociale nel capitalismo.
Dire che
patriarcato e capitalismo sono “paralleli” significa ignorare
come il capitalismo abbia riorganizzato la subordinazione femminile
per i propri scopi.
Questa è esattamente la tesi di
Engels nel "L’origine della famiglia, della proprietà privata
e dello Stato". Engels, infatti, mostra che:
- il
patriarcato nasce con la proprietà privata, molto prima del
capitalismo;
- la famiglia monogamica patriarcale è la
“cellula originaria” della società di classe;
- ogni
sistema economico successivo riutilizza questa struttura, adattandola
ai propri bisogni.
Il capitalismo non fa eccezione.
Se
tutto questo e' chiaro, e' ovvio che non si può combattere il
patriarcato senza colpire la struttura che oggi lo alimenta.
"La
sovrastruttura non cambia senza trasformare la struttura",
infatti e' per questo che affermiamo sempre che la lotta culturale,
da sola, è impotente.
Non perché sia irrilevante, ma perché
non può rovesciare rapporti materiali di potere.
La
violenza maschile e il sessismo non sono solo idee: sono posizioni
sociali.
Finché la riproduzione sociale resta privatizzata e
scaricata sulle donne, finché il lavoro femminile è svalutato,
finché la famiglia resta il luogo dove si ammortizzano i costi del
capitale, nessuna “educazione” potrà scalfire davvero la
subordinazione delle donne.
I femminicidi non sono residui del
passato: sono prodotti della crisi del presente, infatti la violenza
maschile non aumenta perché “il patriarcato resiste”, ma perché
il capitalismo in crisi ha bisogno di ristabilire controllo, quindi
via libera a tutto cio' che può "disciplinare", appunto le
donne.
Lo Stato lo fa con la repressione e i privati con la
violenza perche' quando le donne conquistano autonomia, quando i
ruoli maschili tradizionali si sgretolano, quando la precarietà
riduce sempre più l’identità virile fondata sul lavoro, la
violenza sessuale diventa un dispositivo di contenimento.
Non è
un ritorno al passato: è una precisa reazione del
presente.
Inoltre, il capitalismo assorbe ed usa tutto ciò
che non lo mette in discussione:
il capitale è perfettamente
capace di incorporare ogni forma di emancipazione che non tocchi la
struttura.
Quante volte abbiamo assistito, da parte delle
imprese cosiddette “illuminate” usare linguaggi, modi e usi
provenienti da una cultura e da pratiche di una certa "sinistra"?
Ma l'ha fatto senza mai modificare nulla nella divisione sessuale del
lavoro né tantomeno nella riproduzione sociale.
Oggi mi sembra
di essere tornate indietro di secoli.
Senza una trasformazione
dei rapporti di produzione, il patriarcato si reinventa
all’infinito.
Ed ancora non può esserci rivoluzione senza una
liberazione e rivoluzione delle donne, in quanto è una lotta che
colpisce direttamente il cuore del sistema: la riproduzione della
forza-lavoro.
Invece, per quanto Michael Hardt è un
filosofo che, insieme a Negri, parla di globalizzazione, potere e
nuovi tipi di lavoro, non ha reso un buon servizio alle
femministe:
Il problema, secondo molte femministe, è che
parla del “lavoro affettivo” senza riconoscere che sono
soprattutto le donne a farlo e a subirne lo sfruttamento.
Poi
descrive il capitalismo come se tutti lo vivessero allo stesso modo,
senza vedere il ruolo del patriarcato.
Immagina soggetti
politici molto astratti, che non tengono conto delle disuguaglianze
reali tra uomini e donne e ignora gran parte del lavoro che le
femministe hanno fatto per spiegare come il capitalismo utilizza pro
domo sua il lavoro di cura non pagato.
Insomma questo filosofo
riguardo alle donne mostra la stessa superficialità e ottusità di
molti compagni che faticano a vedere e riconoscere le lotte delle
donne.
Da Torino - Riprendendo dal primo articolo, passando per Anuradha Ghandy e arrivando all'ultimo commento del Mfpr, mi è piaciuto molto e mi sembra che centri il punto essenziale. Inoltre, mi pare che il testo di Hardt non faccia nemmeno un buon servizio alle tesi delle stesse femministe, non perché ci siano cose da salvare nelle autrici che presenta, ma perché le sue tesi di fondo "peggiorano" anche le tesi che presenta e ne riesce ad acuire i difetti.
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