Sara, la vita impossibile della mamma rider di Glovo: “Lavoravo tutti i giorni, portavo i figli con me”
Una 47enne racconta la sua esperienza da fattorina: sistema insostenibile. Prosegue l’indagine della Procura di Milano, verifiche sul criterio di calcolo dei compensi
Sara V., 47 anni, iniziò a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio
La paga “non è sufficiente”, neanche per pagare “l’affitto di 200 euro al mese” per vivere in un appartamento in condivisione con altri rider. “Non ho mai pause, lavoro sette giorni su sette”, ha spiegato un altro ciclofattorino ai carabinieri, che hanno raccolto le decine di testimonianze alla base del provvedimento con cui il pm di Milano, Paolo Storari, ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, la società del colosso del delivery Glovo. Provvedimento che dovrà essere convalidato da un gip. L’analisi tecnica si è concentrata sulla “gestione algoritmica della prestazione” lavorativa, il “monitoraggio” costante su “tempi” di consegna e "performance” con tanto di “punizioni”, ma anche su un elemento che resta, al momento, oscuro, ovvero il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e soprattutto calcolare il “compenso”. La piattaforma determina il compenso basandosi su “parametri registrati digitalmente e non negoziati dal rider”, e senza “analisi dei sistemi backend”, scrive il pm, non si sa come si arriva al “calcolo del compenso”. Più, in generale è la piattaforma, secondo la Procura, a “governare” il lavoro dei rider, formalmente lavoratori autonomi, pagato con cifre sotto la soglia di povertà.
Sara V., 47 anni, ha iniziato a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio perché i soldi, per una donna single con due figli da crescere, non bastano mai. Un impiego che a un certo punto è diventato sempre più assorbente portando via giorni e notti.
Fino a poco tempo fa, perché è riuscita a cambiare lavoro, Sara era uno dei 40mila rider che secondo le indagini coordinate dal pm di Milano Paolo Storari lavorano in condizioni di sfruttamento per Glovo, colosso spagnolo del delivery sottoposto al controllo giudiziario in Italia.
Sara, quando è entrata nella flotta di Glovo?
"Era il 2019, lavoravo part time in una cioccolateria e, avendo due figli piccoli, dovevo cercare per forza un secondo lavoro. Lo stipendio non era sufficiente. Per me all’inizio era un impiego che mi consentiva una certa flessibilità oraria. Con la pandemia ho lasciato la cioccolateria e ho iniziato a lavorare in una struttura sanitaria dalle 6 alle 10. Poi lavoravo per Glovo da mezzogiorno fino alle 8 di sera. Mi capitava di fare consegne anche sette giorni su sette, prendendo magari una mezza giornata per riposare”.
Come conciliava questo lavoro con la cura dei figli?
"Semplicemente, non avendo nessuno a cui affidarli, li portavo con me, perché facevo le consegne con la mia macchina. Non so neanche quante cene abbiamo fatto sul tavolino della mia Fiat Multipla. Per i miei figli, che ora hanno 13 anni, all’inizio era come un gioco. Scendevano con me e a volte mi aiutavano a fare le consegne. Poi la situazione, anche per loro, è diventata sempre più pesante. Si addormentavano in macchina, senza contare il rischio di incidenti. Guidavo costantemente in tensione”.
Quanto guadagnava con questo lavoro?
"In passato, lavorando sette giorni su sette, circa 1.500 euro lordi al mese. Ero costretta a lavorare anche il sabato e la domenica, perché altrimenti sarebbe sceso il mio punteggio, e vivevo costantemente attaccata al cellulare. A un certo punto sono diventata anche ’veterana’. Le condizioni sono peggiorate radicalmente quando è stato introdotto il sistema del free login (un sistema che ha eliminato calendari e slot consentendo ai rider di rimanere sempre connessi, pagati in base alle consegne effettuate, ndr), e lavorare è diventato insostenibile. Bisogna stare in giro ore con il rischio di non guadagnare nulla se non arrivano consegne, perché i tempi morti non vengono pagati. Per questo ho deciso di cercare un altro lavoro”.

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