14/03/18

LA "GIUSTIZIA" SEMPRE PIU' CONTRO LE DONNE - Una oscena sentenza che incita allo stalking

La grande mobilitazione delle donne dell'8 marzo deve continuare su tutti i terreni contro lo Stato borghese che "calpesta" le donne, la loro vita!
 

(dalla stampa) - Per lo stalking necessario il dolo


"Non può essere condannato per stalking l’uomo che perseguita la ex compagna con l’obiettivo di poter tornare a vedere la figlia.
Lo chiarisce la Corte d’appello di Roma con la sentenza n. 537 del 2018. Infatti, osserva la sentenza della I sezione penale, il dolo del delitto di atti persecutori è integrato dalla consapevolezza di chi agisce sulla idoneità delle proprie condotte alla produzione di uno degli eventi dal Codice penale. E cioè a provocare nella persona offesa il fondato timore per
l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, oppure a costringere la stessa ad alterare le proprie abitudini di vita. Il dolo, peraltro, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, «deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminale che oltrepassa i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi in concreto verificatisi».
Nel caso concreto lo stalking è stato escluso, perchè la condotta dell’uomo, pur concretizzata in una serie di episodi collegati tra loro, nasceva dalla sua volontà di esercitare, seppure con modalità assai discutibili, il diritto di visita della figlia minorenne e non intendeva realizzare un reale intento persecutorio a danno della ex convivente.
Determinante, sottolinea la Corte d’appello, il contesto logorato, conflittuale ed esasperatamente litigioso che ha fatto seguito allo scioglimento della coppia e fa da sfondo «all’alterato tentativo da parte del X di esercitare il diritto a frequentare e tenere con sé la propria figlia. Non emerge di contro alcun elemento di prova che induca a ritenere che la condotta del X fosse volutamente diretta a creare attorno alla ex convivente un clima di paura per la propria incolumità personale o a costringerla a mutare le proprie abitudini di vita».
Episodi come la presenza costante nei pressi dell’abitazione della donna, i calci alla porta, ma non la rottura della stessa, le telefonate particolarmente frequenti non possono essere ritenuti, nel quadro complessivo dei rapporti fra i soggetti del reato, solo riconducibili ad un intento persecutorio, essendo alternativamente ipotizzabile che l’atteggiamento dell’uomo fosse diretto ad avere contatti visivi con la figlia allorché ciò non gli veniva consentito.
Il cambiamento di residenza da parte della donna in realtà nel contesto post-separazione può essere letto come un avvicinamento, anche per ragioni logistiche e di opportunità, alla casa dei propri genitori e non a sfuggire alle condotte persecutorie dell’ex convivente, il quale avrebbe potuto ripetere anche nel nuovo domicilio (facilmente individuabile) le proprie condotte intimidatrici con analoghe visite indesiderate o attraverso cellulare".

Prendete pure i vostri voti... ma nelle piazze le donne di Bologna vi dicono che non è aria...!

Antifasciste sempre! Leghiste mai! sulla cacciata della neoeletta senatrice leghista Borgonzoni dalla piazza antisessista dell'8 marzo a Bologna.


La mattina dell'8 marzo centinaia di donne e uomini erano in piazza Maggiore a Bologna per partecipare allo sciopero globale delle donne organizzato dalla rete Non Una Di Meno.

A metà mattinata si sono affacciati in piazza la leghista Lucia Borgonzoni e il capogruppo di Forza Italia Marco Lisei dichiarando che "la piazza è di tutti".
Una chiara provocazione da parte di chi ogni giorno porta avanti politiche razziste, fasciste e non perde occasione per fare becero populismo sui corpi delle donne.
Dalla bambola gonfiabile sul palco di Matteo Salvini, alla giustificazione della tentata strage di Macerata la Lega ha sempre usato la violenza sulle donne come scusa per fomentare odio e razzismo.


La violenza sulle donne esiste solo se possono essere loro a difenderle. Quindi la donna deve essere bianca ed eterosessuale e l'uomo ne.gro, se musulmano ancora meglio. Le migranti possono anche morire tutte annegate in mare e se sfortunatamente sopravvivono per loro c'è la ruspa.


Al grido di "siamo tutte antifasciste" la piazza ha creato un cordone per impedire la sfilata ai due, e non ha fatto un passo indietro fino a quando non hanno lasciato la piazza, Lisei ha poi dichiarato: "È intervenuta subito la polizia" e "Stiamo ragionando se esporre o meno denuncia. Questa gente è la vergogna di Bologna e una vergogna per tutte le donne."
Le donne che difendono l'autonomia della propria piazza secondo Lisei andrebbero quindi denunciate e sono cosa vergognosa per chi non ammette la lotta come autodeterminazione dal modello patriarcale e maschilista.


La Borgonzoni, invece, si lagna per la mancata solidarietà femminile: "per loro una donna di centrodestra può essere insultata e spintonata", ma centra il punto: sono le idee a dividerci e non la fi.ga ad unirci. In una piazza dichiaratamente antifascista e antirazzista non c'è posto per chi gioiva dello sgombero dell'Ex Telecom. Dov'era la solidarietà per tutte quelle donne buttate in mezzo ad una strada con le loro famiglie?


E per non smentire la tradizione della gogna mediatica, Lisei pubblica sul suo profilo Facebook il video che ha girato in piazza scatenando centinaia di commenti. Il repertorio è sempre il solito: dall'augurio di stupro alla difesa delle vere donne passando per epiteti come cesse, vacche, isteriche, pelose, tro.ie. Tutto l'immaginario che spunta ogni volta che si nomina una femminista!


Eccoli dunque i paladini delle donne, pronti ad augurarti la morte o lo stupro se non ti comporti come una vera donna (sempre secondo loro)!
Ma non abbiamo bisogno di essere salvate e sappiamo benissimo da che parte stare: ogni volta che un fascista o un razzista proverà a prendere parola sui nostri corpi, ci troverà là.

Ci vorrebbero sottomesse, ma siamo libere e autodeterminate!

13/03/18

Riprende la campagna per Nadia Lioce, in vista dell'udienza del 4 maggio - Respingiamo le denunce verso chi lotta contro la repressione

Il 24 novembre scorso a L’Aquila, in occasione della terza udienza del processo a Nadia Lioce per “disturbo della quiete o del riposo delle persone”, un centinaio di compagne e compagni hanno manifestato contro il regime di tortura del 41 bis ed espresso la loro solidarietà a Nadia, unica donna, prigioniera politica, ancora sottoposta a questo infame regime detentivo, a cui ha avuto la forza di ribellarsi.
La si accusa di aver reagito a ogni sequestro e vessazione quotidiana, battendo una bottiglietta di plastica vuota contro la porta blindata della cella in cui è sepolta.

E oggi 31 compagne e compagni sono accusati di aver disobbedito alle prescrizioni della questura dell’Aquila, che voleva di fatto vietare quella manifestazione in virtù dell’art. 18 comma 5 del fascistissimo Regio Decreto n.773 del 18 giugno 1931.
Respingiamo questo tentativo di reprimere chi lotta, di criminalizzare la solidarietà verso i detenuti politici rivoluzionari. Questa battaglia continuerà più ampia e forte di prima.

Come compagne del movimento femminista proletario rivoluzionario ribadiamo la necessità e l’urgenza, di fronte al moderno fascismo che avanza, di una mobilitazione di massa per la libertà delle prigioniere politiche e dei proletari ribelli rinchiusi nelle carceri di questo Stato borghese.

E oggi abbiamo anche la "voce" dall'interno del carcere per combattere contro ogni tentativo di isolamento, criminalizzazione delle lotte. Il memoriale che Nadia Lioce ha depositato presso il Tribunale di L’Aquila il 24 novembre offre un’altra chiave di lettura del 41 bis, agli antipodi delle rappresentazioni mediatiche. In esso può riflettersi non solo la condizione di chi è reclusa/o in 41 bis o in altro regime detentivo, ma anche la condizione di tante donne e uomini "detenuti" in fabbrica, nei posti di lavoro, nelle scuole-azienda, dove vige sempre più un regime autoritario, repressivo, un potere e un controllo sempre più stringente, che tende ad isolare, deridere, annichilire chi non si mostra collaborativa/o e compiacente con il padrone o chi ne fa le veci.

Rilanciamo pertanto, in vista della prossima udienza per Nadia Lioce che si terrà a L’Aquila il 4 maggio, la proposta di organizzare insieme assemblee nei vari territori, affinché si dia una base più visibile, estesa e di massa alla campagna per Nadia Lioce. Assemblee per spiegare ai lavoratori, ai giovani, alle realtà di movimento locali, alle donne in lotta contro le violenze reazionarie di questo sistema sociale, la vicenda di Nadia e dei prigionieri rivoluzionari, interna all'azione repressiva violenta dello Stato; per denunciare a tutti cosa è realmente il 41bis, avvalendoci del documento di Nadia Lioce; per chiamare alla solidarietà in varie forme, raccogliendo vari contributi. Perché il 4 maggio vogliamo essere tante e tanti di più
MFPR

Di seguito proponiamo la lettura di uno stralcio del documento di Nadia Lioce, sulla specificità della sezione 41 bis femminile dell’Aquila (il documento integrale potete trovarlo su http://femminismorivoluzionario.blogspot.it/p/blog-page.html)
“La specificità della sezione 41 bis femminile dell’Aquila è quella di essere stata istituita da zero. Cioè scegliendo: ubicazione geografica e strutturale, personale assegnato e sua formazione, e il trattamento a cui sottoporre le “politiche” per cui è nata. E ciò potendo contare sul fatto che le prigioniere sottoposte alla misura non avessero un’esperienza pregressa, nemmeno storica, del 41 bis (misura che viene previsto possa essere applicata anche ai politici nel 2002). Inoltre, la mancanza di una loro coesione per ragioni di forza maggiore, ha reso più praticabile un trattamento di “massimo rigore”.

Col passare degli anni, e radicato l’insediamento e le sue caratteristiche di fondo, la particolarità è stata essenzialmente quella di essere poche.

Ma è necessario fare un passo indietro.

Fino al 2005, la sezione 41 bis femminile era quella di Rebibbia, a Roma, dove le restrizioni applicate erano quelle di legge e generali, e il personale penitenziario era ordinario.

Quella sezione nel 2009 chiuse.

In quella aquilana, aperta nell’ottobre 2005, per applicare il “massimo rigore” fu adottato l’espediente di elaborare ed affiggere nella saletta della sezione un regolamento apposito per la sezione, che voleva dare l’impressione che, data la peculiarità di genere della sezione, essendo femminile in un carcere esclusivamente maschile, ne servisse uno apposta, altrimenti esisteva un regolamento di istituto che era vigente a tutti gli effetti.

In realtà, quando nel 2006 fu chiesto di poter acquisire il regolamento d’istituto – tutti gli istituti devono averne uno – non fu opposto un diniego, non sarebbe stato giustificabile, ma fu affissa una copia del regolamento mancante di alcune pagine iniziali e anche al suo interno. Se ne dovette perciò reclamare l’affissione nella sua interezza al Magistrato di sorveglianza. E infatti così fu fatto quando il magistrato lo ordinò.

Allora si poté scoprire che, quelle mancanti, erano pagine concernenti modalità di perquisizione personale, quantità e generi alimentari, di vestiario e altro, detenibili in cella. Ambiti in cui la prassi nella sezione femminile non osservava il regolamento a scapito delle detenute, fino a quel momento ancora poco esperte.

La sottoscritta farà alcuni esempio pratici: le “perquisizioni personali con denudamento” venivano fatte con denudamento integrale nonostante il regolamento d’istituto prescrivesse che il detenuto restasse con gli indumenti intimi.

Un altro esempio: il regolamento d’istituto prevedeva che in cella si potessero detenere 10 pacchetti di sigarette. Quello di sezione non contemplava l’argomento, sicché la quantità detenibile veniva comunicata oralmente. Diventarono 8, poi 6, poi 4. E il momento della decisione di ridurre da 8 a 6 ecc. era quello in cui nel corso della perquisizione della cella, a quel tempo settimanale, se ne trovavano 7, poi 5 e così via.

Alla detenuta veniva contestata la detenzione di un “eccesso”, alla prevista e scontata rimostranza, la prima volta c’era l’avvertimento, la seconda il rapporto disciplinare. E così per ogni variazione in senso restrittivo che potesse/volesse essere inventata.

A quel tempo, fino a tutto il 2009, era un metodo, poi è diventato periodico, mentre, più in generale, anche sui generi detenibili in cella il dipartimento ha sussunto molte delle potestà prima in capo, almeno formalmente, ai direttori.

Come detto, la particolarità della sezione femminile 41 bis è ora in buona parte dovuta alla scarsità di detenute, un dato di fatto che di per sé si traduce in una pressione più elevata, e che consente di gestire la frequentazione alternata dei comuni passeggi e della saletta, anche formando “gruppi” di due persone.

E poiché come prima opzione l’amministrazione privilegia la composizione di gruppi di numero minimo di persone, i “gruppi”, salvo cause di forza maggiore, sono sempre di due donne.

I gruppi di due persone nella vita civile si chiamano coppie. Anche in carcere, tempo fa, la definizione di “gruppo”, almeno nelle controversie insorte tra amministrazione, detenuti e magistratura, rispettava il senso comune. Il gruppo, cioè, era costituito da un minimo di 3 persone.

I gruppi di 2-3 persone, inoltre, erano limitati alle “aree riservate”, cosi dette perché braccetti separati “monogruppo”, isolati dagli altri e con un trattamento più duro,  fino al 2009 presenti in poche unità per carcere ove fossero ubicate.

Trovate forme di legittimazione, di fatto con la legge del 2009, “l’area riservata” è diventata il modulo segregativo della popolazione detenuta al 41 bis. E anche in questo senso, la sezione femminile, che dall’apertura della sezione de L’Aquila è sempre stata un’area riservata per un massimo di 4 detenute – fino al 2013 – si è ritrovata ad essere il “benchmark” ed infine “la nuova normalità”.

Come si può intuire, i mini gruppi di 2 persone sono la composizione a massimo condizionamento reciproco.

Ad esempio offrono la possibilità con una sanzione di erogarne informalmente 2.

È quello che sarebbe successo alla sventurata detenuta che fosse capitata nel gruppo con la sottoscritta, anche dall’aprile 2015 all’ottobre 2017, quando avrebbe dovuto restare sola al passo delle sanzioni scontate dalla sottoscritta per la protesta effettuata dei fatti di un segmento della quale qui si discute.

E invece non è successo perché la sottoscritta, anche per senso di responsabilità verso le altre detenute, all’atto del trasferimento in una sezione più grande in grado di custodire ulteriori detenute sopravvenute, ha scelto di non condividere gruppi con nessuna, ovvero dal gennaio 2013 a tutt’oggi.

In parole povere, composizioni di gruppi minimali sono una condizione che genera isolamenti in se stessa perché l’unico altro componente resta solo in casi di: sanzione, malattia, colloquio, udienza, o semplice, legittima, mancanza di volontà di uscire dalla cella, o di svolgere le medesime attività durante l’ora d’aria o di saletta, dell’altro.

Tutte condizioni concretamente verificatesi centinaia di volte dal 2005, da quando cioè L’Aquila aprì la sezione femminile per “le politiche”.

Dopodiché l’essere umano è per sua natura sociale, cioè lo è sia interiormente che nelle sue interazioni, non lo è solo circostanzialmente, perciò le circostanze sono ciò con cui potenzialità e istanze si misurano e con cui le persone possono maturare, anzi tanto più possono aspirare a migliorarsi, quanto più difficili fossero le circostanze che si presentassero.

La sottoscritta, non potendo sapere quale sia l’idea dei presenti sulle comunicazioni nelle sezioni 41 bis, immaginando che non fossero note né le circostanze derivanti dalla propria condizione di “solitudine” e dunque di preclusione assoluta delle comunicazioni con altre detenute, né che – tra le altre cose – all’epoca dei fatti la sottoscritta avesse conosciuto soltanto due delle altre sei detenute presenti nella sezione femminile in quanto già a L’Aquila dal 2010 – 2011, e infine immaginando che possa essere ritenuto – erroneamente – che una situazione del genere, contrastando con un principio di inviolabilità della persona, non possa verificarsi in questo paese, ha preferito dilungarsi a illustrare le condizioni d’esistenza proprie e delle altre detenute, nel regime di prigionia di 41 bis, prima di entrare nel merito di quanto in oggetto."

11/03/18

LA VIOLENZA SULLE DONNE VAL BENE UNO SCIOPERO - da NUDM Milano

La violenza sulle donne val bene uno sciopero
Il disagio provocato dall'annuncio dello sciopero dei mezzi ha innescato polemiche che CISL e UIL hanno utilizzato per attaccare i sindacati di base che l'hanno proclamato (Unione Sindacale Di Base, Usi Unione Sindacale Italiana, Slai Cobas sc  Sial Cobas, CUB).
Non una di meno Milano esprime solidarietà a questi sindacati che, proclamando lo sciopero, hanno permesso alle lavoratrici e ai lavoratori - comprese quelle e quelli dei trasporti - di partecipare allo sciopero politico.
I sindacati che hanno indetto lo sciopero dell'8 marzo lo hanno fatto in accordo con la decisione dell'assemblea nazionale della rete NON UNA DI MENO, rete alla quale partecipano e che coinvolge decine di migliaia di donne.
E in decine di migliaia in Italia - milioni nel mondo - l'8 marzo siamo scese in piazza, per denunciare il gap salariale, l'esclusione dal mercato del lavoro quando desideriamo diventare madri, il carico di lavoro di cura non retribuito, le molestie sul lavoro. Abbiamo scioperato per reagire alla violenza economica, allo sfruttamento e alla precarietà. Rivendichiamo la scelta di questo strumento perché i diritti delle donne hanno pari dignità di tutte le altre lotte rivendicate attraverso lo sciopero.
Donne non viste e non ascoltate da dirigenti sindacali come Danilo Margaritella, segretario generale della UIL Milano e Lombardia, che mentre sottolinea la scarsa rappresentanza di Usb nel settore dei trasporti, dimentica che per scioperare non è necessario essere iscritte/i al sindacato che ha indetto lo sciopero.
A questi rappresentanti chiediamo perché, invece di attaccare i sindacati che hanno indetto lo sciopero, non si mettano a fare il loro lavoro: difendere le lavoratrici e i lavoratori. Forse allora potremmo vedere quello che è accaduto in Spagna, con cinque milioni di persone a scioperare. Un risultato che, probabilmente, questi sindacati temono di raggiungere.


Contatti stampa:
349.2542205 - 389.8000797

Lo sciopero delle donne - dalle fabbriche


Cominciano ad arrivare notizie dalle operaie delle fabbriche sull'8 marzo.

Lo Sciopero delle donne nelle fabbriche, anche se con numeri in generale ridotti rispetto ad altri settori lavorativi ha un valore e un significato molto importante. Perchè le operaie sono, come classe, il centro dello scontro con questo sistema del capitale e quindi incarnano la necessità di una lotta delle donne che non si fermi ad un giorno, ad una piattaforma, ma che sia rivoluzionaria per rovesciare questo sistema sociale che si "nutre" del doppio sfruttamento delle donne, della loro oppressione, del ruolo delle famiglia; perchè per fare lo sciopero le donne in fabbrica devono scontrarsi e lottare con vari nemici: ricatti/minacce aziendali e dei capi, l'azione di opposizione e boicottaggio delle segreterie dei sindacati confederali; ma anche perchè a volte devono "rompere", essere una sfida, con le posizioni, le idee dei loro stessi compagni di lavoro.
Per questo, questi scioperi sono una fiamma che va sostenuta, estesa e alimentata dopo l'8 marzo, ogni giorno, organizzando le forze delle operaie e la lotta delle operaie sugli obiettivi e i terreni da loro stesse espressi.
Non aspetteremo ora "il prossimo 8 marzo", nè vogliamo tornare a parlare e trattare su un "piano femminista" fatto ai tavoli, ma lavoriamo insieme perchè la parola, la continuità nelle fabbriche, sui posti di lavoro sia nelle mani di chi ha scioperato. 
Le lavoratrici dello Slai cobas per il sindacato di classe stanno distribuendo in alcune di queste realtà, e facendo circolare dove non arrivano direttamente, un questionario, perchè , si renda con forza visibile la denuncia delle condizioni delle lavoratrici, perchè si arricchisca e articoli la piattaforma di lotta proletaria delle donne; perchè si costruisca una rete tra le realtà lavorative, autonoma dal femminismo piccolo e medio borghese.
Chi vuole il questionario puo richiederlo a slaicobasta@gmail.com 


PRIMA INFORMAZIONE SULLO SCIOPERO NELLE FABBRICHE

Sciopero all’Electrolux di Susegana. Le Rsu Fiom hanno aderito anche quest’anno allo sciopero mondiale di 8 ore, indetto dai movimenti femministi di oltre 40 paesi al mondo. Nella fattispecie, i
sindacati protestano contro i premi extra concessi alle linee di comando. “Nulla per gli operai. Premi che partono da circa 4000 euro a salire fino a decine di migliaia di euro per figure apicali. È una premialità extra contrattuale. Anche se le donne rappresentano il 50% dei dipendenti circa il 90% di questi premi va a uomini, maggiormente rappresentanti nei posti di comando”.

Insieme allo stabilimento di Susegana hanno scioperato anche quelli di Solaro e Forlì.

Evocagroup, ex Necta (Bergamo) –  Lo Sciopero delle donne è stato indetto dalla Fiom-Sindacatoun'altra cosa e dallo Slai cobas per il sindacato di classe.
Lo Slai cobas sc ha diffuso il questionario che è stato accolto molto bene dalle operaie.
Dal comunicato della Rsu Fiom: "Lo sciopero è una risposta alla condizione di sfruttamento che molte donne subiscono in ambito lavorativo e sociale, familiare e sessuale… Lo sciopero è per chiedere luoghi di lavoro senza discriminazioni di nessun tipo e che diano maggiori tutele alle donne vittime di molestie; lo sciopero è per chiedere dei provvedimenti legislativi immediati a tutela di chi subisce violenza, maltrattamenti o stalking; lo sciopero è per chiedere una maggiore capillarità di servizi che permettano alle donne lavoratrici di conciliare il tempo casa-lavoro; lo sciopero è per chiedere una riduzione dell’età pensionabile per le donne anche in relazione al doppio lavoro che le donne lavoratrici svolgono curando anche l’ambiente domestico".. 

Anche alla Pasotti di Brescia, come l’anno scorso, adesione da parte della RSU Fiom allo sciopero internazionale l’8 marzo di Nonunadimeno. 8 ore di sciopero giovedì e 2 ore di assemblea mercoledì con la proiezione del film “Due notti e un giorno”.

Alla Softeco, Genova, la RSU ha deciso di aderire dichiarando 2 ore di sciopero, le ultime della giornata lavorativa, e segnalando il corteo alle 18 da Porta dei Vacca.

Curdi, in migliaia protestano contro l’invasione di Afrin nelle città europee

Migliaia di curdi protestano contro l’invasione di Afrin nelle città europee

Migliaia di curdi e solidali sabato hanno dato il via a un’ondata di manifestazioni per protestare con l’invasione di Afrin da parte della Turchia.
  • ANF
  • NEWS DESK
  • Domenica, 11 marzo 2018
Le proteste sono iniziate quando l’esercito turco si è avvicinato a due chilometri da Afrin. Diverse organizzazioni e politici curdi hanno invitato a protestare con urgenza contro la Turchia.
GERMANIA
In Germania migliaia di manifestanti curdi sono scesi in piazza a Berlino, Duisburg, Stoccarda, Aquisgrana, Norimberga, Hannover, Kassel, Essen, Dortmund, Francoforte, Monaco, Saarbrücken, Mannheim e Brema. I manifestanti portavano bandiere delle YPG/YPJ sfidando il recente divieto in Germania contro simboli curdi.
PARIGI
Nella capitale francese, Parigi, i manifestanti si sono riuniti davanti all’Eliseo e hanno iniziato un sit-in di protesta.
Gruppi curdi hanno manifestato a Londra e Brighton nel Regno Unito. I manifestanti si son riuniti nella famosa Trafalgar Square e hanno interrotto il traffico.
Un gruppo di attivisti ha lanciato un’azione di protesta nell’aeroporto Schipol di Amsterdam. Il gruppo ha gridato gli slogan “Assassino Erdogan” e “Afrin Libera”.
Nelle città svizzere di Basilea, Zurigo, Lucerna, Ginevra, Losanna, St. Gallen, Berna e Aarau, diverse migliaia di manifestanti curdi sono scesi in piazza condannando l’operazione di invasione turca.
Anche la comunità curda dell’Austria ha protestato a Vienna e Graz. Centinaia di manifestanti hanno chiesto solidarietà con  Afrin.
Afrin è sotto attacco da parte della Turchia da 50 giorni. Centinaia di migliaia di civili sono sotto la minaccia di un massacro, hanno ammonito gli amministratori del cantone di Afrin.

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Mailing list delle donne attive in Rete Kurdistan. Biji berxwedana!
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TENTATIVI DI REPRESSIONE MA ANCHE LIVIDE REAZIONI ALLO SCIOPERO DELLE DONNE...

Bari: Agguato poliziesco contro le attiviste di Non una di meno.
"L’otto marzo eravamo in piazza a Bari al fianco di compagne e attiviste di Non una di Meno – Bari e alle centinaia di donne che hanno manifestato per le strade della città contro lo sfruttamento dei lavori imposti, gratuiti, non pagati e sottopagati, contro il patriarcato e la violenza maschile
...Durante il corteo tantissimi interventi tra i quali si è alzata forte la voce solidale nei confronti delle popolazioni di Afrin così come nei confronti di Lavinia, Maya e di tutte le donne che subiscono la repressione poliziesca o come troppo spesso accade, donne vittime della violenza omicida di uomini appartenenti alle forze dell’ordine come i recenti casi di cronaca hanno purtroppo confermato...
Terminato il corteo ed andati via praticamente tutti e tutte, di fatto gli ultimi a lasciare la piazza, ci mettiamo alla guida verso altri lidi quando dopo alcuni isolati notiamo due macchine della Digos ferme in mezzo alla strada e scorgendo la testa vediamo 6 compagne e altrettanti uomini della Digos sul marciapiede. Lasciamo la macchina e scendiamo in strada anche noi.
Una identificazione delle compagne a corteo terminato, le solite minacce ed un atteggiamento aggressivo ed ingiustificato ai nostri occhi ma del tutto sensato e coerente con le direttive del ministero degli interni ovvero stroncare sul nascere qualsiasi forma di alterità nei confronti dello stato e delle sue istituzioni. L’accensione di un fumogeno durante il corteo è il pretesto di chi fa la voce grossa sapendo di far parte di un sistema repressivo che ha come obiettivo gli attivisti ed attiviste. A Bari è finita con l’identificazione delle compagne...
da nonsolomarange

Milano - La Cisl livida per la riuscita dello sciopero delle donne all'Atm
Più che le braccia incrociate poterono i comunicati stampa. Perché all’origine del grande caos stradale di giovedì, c’è un sindacato, l’Usb, che tra i circa 9.600 lavoratori dell’Atm può contare su un solo iscritto. Eppure è bastato l’effetto annuncio dello sciopero proclamato dall’Unione sindacale di base per mandare in tilt il traffico in città. «Quelli dell’Usb non ci sono, né in Atm né in Trenord — commenta lapidario Giovanni Abimelech, segretario della Fit, la sigla sindacale dei trasporti che fa capo alla Cisl — non partecipano nemmeno ai tavoli di trattativa...
Ma allora come è possibile che il solo annuncio di un sindacato così poco rappresentativo sia sufficiente a generare il panico? «Quando si tratta di proclamare astensioni dal lavoro si inseriscono sempre su tematiche più ampie, per esempio la giornata della donna di giovedì — spiega Danilo Margaritella, segretario generale della Uil di Milano e della Lombardia - sarei favorevole all’introduzione di qualche forma di filtro per iniziative prive di qualsiasi base rappresentativa...».