15/01/16

E' USCITO IL FOGLIO SULLA "MARCIA IN PIU'..." DEL MFPR

Un foglio, doppio, a 4 pagine per raccontare tutte le tappe del viaggio fatto dalle compagne, lavoratrici, disoccupate del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario l'11 e 12 dicembre scorso, e che ha toccato Melfi, la Fca/Sata, Napoli e Roma.
Una marcia particolare in cui abbiamo il "bagaglio" della solidarietà e delle lotte che facciamo quotidianamente contro padroni, governo, Stato, contro gli “uomini che
odiano le donne”..., della necessità di autorganizzare ovunque un movimento femminista proletario rivoluzionario; una marcia per parlare della storica esperienza dello sciopero
delle donne del 2013, e della necessità di costruire oggi un nuovo Sciopero delle donne...

PER RICHIEDERE IL FOGLIO in formato cartaceo o on line in pdf scrivere a: mfpr.naz@gmail.com







Non solo Colonia. Quelle terribili storie di viaggio e violenza sulle donne in fuga verso la Germania

Il problema non sono gli immigrati ma gli uomini di questo marcio sistema imperialista, fascio patriarcale che alimenta violenze, stupri e femminicidi.
Di seguito un articolo - dossier da Left:


Lo abbiamo letto su tutti i giornali quello che è successo a Colonia in Germania, dove un gruppo di immigrati ha molestato in massa la notte della vigilia di Capodanno centinaia di donne tedesche. Tutti gli indizi per cercare di fare chiarezza sui fatti sembrano portare verso una sorta di flash mob della molestia che ha coinvolto almeno 10 richiedenti asilo e 9 presunti clandestini di origine islamica. Di fronte a un episodio del genere capire cosa davvero è successo e soprattutto arginare le reazioni di pancia del “noi contro loro”, del “vengono qui e fanno quel che vogliono”. È difficile, ma necessario. Alzare lo sguardo, raccontare un’altra storia, altrettanto drammatica, ma dove le parti (a volte) sono invertite può aiutare a concentrarsi sulla reale questione di tutto questo, che più che un noi-loro, è il tema della violenza sulle donne.
Il 2 gennaio il New York Times ha pubblicato un reportage firmato da Katrin Bennhold che racconta la storia di alcune donne in fuga dai Paesi islamici e dalla guerra, costrette, nel loro disperato viaggio verso la Germania, a subire molestie da una immensa varietà di uomini, anzi di maschi. Scafisti, trafficanti, ma qualche volta anche poliziotti o membri dell’esercito. Di un paese europeo, non di un Paese musulmano. Una donna siriana durante il viaggio è stata costretta a pagare con ripetute prestazioni sessuali durante il tragitto il debito che il marito aveva con i contrabbandieri che li stavano portando in Germania. Un’altra è stata picchiata fino a perdere i sensi da una guardia carceraria ungherese perché aveva rifiutato le sue avances. Anche Esraa al-Horani ha una storia da raccontare al quotidiano statunitense, faceva la make up artist, poi ha deciso di partire alla ricerca di un futuro migliore. Lontano dalla guerra e dalla fame. Sapeva però che il viaggio sarebbe stato pericoloso e così ha ideato uno stratagemma; così ha affrontato la traversata verso l’Europa travestita da ragazzo e senza lavarsi, per tenere lontani gli uomini del suo gruppo di rifugiati e evitare stupri e molestie sessuali. Ora si trova in una casa di accoglienza a Berlino, dorme ancora con gli stessi indumenti e, come molte altre donne qui, la notte spinge un armadio davanti alla sua porta. Per sentirsi almeno un po’ più al sicuro. «Qui non esiste una chiave o un lucchetto» (il servizio di accoglienza non può fornirne perché è stato necessario tagliare i costi ndr) dice Esraa, che è una delle poche donne che ha avuto il coraggio di rivelare il proprio nome, perché in questa situazione, a una donna fa paura anche solo rivelare il proprio nome. Meglio nascondersi, passare inosservate, fingere di non esistere. Esraa è stata fortunata, dice: «Mi hanno solo picchiata e derubata». Ad altre è andata peggio.
Non esistono statistiche ufficiali, ma le testimonianze raccolte rivelano che queste donne incappano spesso in matrimoni forzati, stupri e violenze perpetrate sia dai profughi loro compagni di viaggio che da contrabbandieri. Addirittura da agenti di polizia di nazionalità europea

Le testimonianze raccolte dal New York Times intervistando decine e decine di migranti, assistenti sociali, volontari e psicologi che si prendono cura di chi arriva traumatizzato in Germania, rivelano che questa migrazione di massa è sicuramente accompagnata da un aumento delle violenze contro le donne. Non esistono ancora statistiche ufficiali e attendibili che registrano in numeri gli abusi e le molestie sessuali che le donne rifugiate sono costrette a subire durante il tragitto, ma, a quanto riscontrato, dall’autorevole quotidiano statunitense, non di rado queste donne incappano in matrimoni forzati, stupri e violenze perpetrate sia dai profughi loro compagni di viaggio che da contrabbandieri o, addirittura da agenti di polizia, anche appartenenti a paesi membri dell’Unione.
Susanne Hohne lavora come psicoterapeuta in un centro specializzato nel trattamento di donne migranti traumatizzate che si trova a Berlino Ovest e racconta che delle 44 pazienti che aveva in cura – alcune appena entrate nella fase adulta altre anche ultra sessantenni – quasi tutte hanno avuto esperienze di violenza sessuale. Alle migranti Susanne e il suo staff, composto da altri 18 terapisti, riservano almeno due sedute a settimana alle quali si aggiungono fino a sette ore di lavoro che comprendono visite a casa e un aiuto per cercare di inserirsi nel tessuto sociale tedesco. A giudicare da quanto dice la Hohne, le storie che lei e il suo staff ascoltano ogni giorno sono terribili. «Andiamo noi stessi in terapia almeno due volte al mese per cercare di far fronte alle reazioni emotive che generano in noi i racconti delle vite di queste donne». Una trentenne siriana per esempio, madre di 4 bambini, è fuggita dalla guerra insieme alla sua famiglia all’inizio dell’anno scorso. Quando il marito ha finito i soldi per pagare i trafficanti che li stavano portando in Europa, gli ha offerto sua moglie per saldare il resto delle spese di viaggio. Per tre mesi la ragazza è stata violentata quasi ogni giorno. Presto anche il suo stesso marito cominciò ad abusare di lei, «una sorta di logica contorta – spiega Susanne Hohne – per cui ciò che il suo compagno l’aveva costretta a fare, aveva finito per infangare la sua reputazione rendendola in qualche modo colpevole agli occhi di lui». Ora la donna è riuscita a ottenere asilo a Berlino insieme ai suoi figli mentre il suo ormai ex marito vive altrove, ma sempre in Germania. Contro di lui, poco dopo il loro arrivo lì, è stata emanata un’ordinanza restrittiva dopo che più volte aveva cercato di molestarla seguendola per strada. Lei intanto vive nel terrore: terrore che accada di nuovo, terrore di essere uccisa da lui o dalla sua stessa famiglia. «Presenta tutti i segni di un disturbo post-traumatico da stress – racconta sempre Susanne Hohne al corrispondente del Nyt – soffre di insonnia e difficoltà di concentrazione e spesso si blocca a causa di alcuni flashback che la riportano indietro nel tempo convinta di essere intenta a schivare i proiettili per le strade di Damasco o di nuovo in Bulgaria schiacciata dal peso e dalla violenza del suo stupratore». Non è tanto diversa la sorte di chi arriva in Grecia, anche qui si registrano molti casi di violenze e molestie spiega William Spindler di Unhcr.
S. presenta tutti i segni di un disturbo post-traumatico da stress, soffre di insonnia e difficoltà di concentrazione e spesso si blocca a causa di alcuni flashback che la riportano indietro nel tempo convinta di essere intenta a schivare i proiettili per le strade di Damasco o di nuovo in Bulgaria schiacciata dal peso e dalla violenza del suo stupratore

La brutalità della guerra in patria, lo sfruttamento dei contrabbandieri e le insidie del mare lungo la strada, una accoglienza incerta e futuro in un continente straniero altrettanto incerto. Questi sono solo alcuni dei rischi affrontati da decine di migliaia di migranti che continuano a farsi strada verso l’Europa dal Medio Oriente e dall’Africa. Ma ad ogni tappa del percorso, i pericoli sono molto più grandi se a percorrerlo è una donna. In Europa nel 2015 sono arrivate oltre un milione di persone attraverso la rotta dei Balcani o il Mediterraneo, di queste le donne sono solo un terzo, gli uomini sono la maggioranza e dominano.
Joan Schebaum, gestisce due case per richiedenti asilo a Berlino Est, secondo lui: «Le donne vivono all’ombra del marito, le loro voci vengono costantemente soffocate e questo è un problema». Sono le ultime a mettersi in fila per ricevere il cibo, escono e partecipano poco alle attività che vengono organizzate per favorire l’integrazione. Spesso inoltre l’asilo favorisce le coppie sposate rendendo ancora più difficile per le donne uscire da questo incubo.Il punto secondo Susanne Hohne non sono le donne, la questione è per lo più maschile, non si tratta di essere siriani, musulmani, cristiani, tedeschi o italiani. «Non ci sono soluzioni semplici – spiega – dobbiamo capire che non esistono solo il bianco e il nero, se vogliamo aiutare le donne, dobbiamo aiutare gli uomini».
Un altro sguardo che va oltre le nazionalità scritte sul passaporto e che c’entra la vera questione in gioco è quello della blogger Giulia Blasi che commenta così i fatti accaduti in Germania la notte di Capodanno: «Della faccenda di Colonia si parla in questi giorni in termini di diversità culturale, di uomini che vengono da paesi in cui le donne sono sottomesse, di maschilismo sistemico. In quarantatré anni che sto sul pianeta da femmina ho imparato una cosa: che io, in quanto femmina, non ho diritto a usare lo spazio come un uomo». Ed è qui il problema. Le storie delle donne che arrivano attraversando mezza Europa nella civile Germania potrebbero riportare di aver appreso la stessa lezione vivendo. Non è per questo forse che Esraa al-Horani, per sentirsi più sicura, si è travestita da uomo?
Le vittime più frequenti sono donne e bambini

Durante il viaggio a subire abusi non sono solo le donne, ma spesso anche i bambini vengono forzati ad avere rapporti sessuali con i trafficanti per pagare il viaggio dei propri famigliari. La denuncia viene direttamente dall’Unhcr che ha chiesto alle autorità di tutta Europa di adottare misure di sicurezza urgenti. L’organizzazione teme il rischio di violenze sessuale e gli abusi contro le donne migranti e i loro bambini (alcuni dei quali finiscono per viaggiare da soli) che si stanno spostando verso l’Unione Europea.

Dalle compagne tedesche "Non lasciamoci dividere! Combattiamo il patriarcato e lo sciovinismo imperialista!"

Pubblichiamo un volantino delle compagne della Germania che si rifanno al "femminismo proletario" sui fatti di Colonia. 
Se le donne vengono attaccate, ciò si deve denunciare e combattere, ma non permetteremo che i fatti di Colonia, tramite l’aiuto del femminismo borghese vengano usati per aggravare la divisione tra rifugiati e migranti, e a sua volta tra lavoratori stranieri, e lavoratori tedeschi, e legittimare espulsioni, maggiore sorveglianza, e l'intervento militare in Mali.
Che cosa è successo allora?
Secondo i rapporti dei media borghesi erano già presenti, davanti la stazione centrale di Colonia, forze di polizia di rincalzo, ciononostante non è stato impedito che le donne venissero molestate in massa. Molte donne che si sono rivolte alla polizia, sperando di essere aiutate, riferiscono di essere state respinte per vari motivi. Inoltre, qualcuno si è aggrappato perfino ai pantaloni di una funzionaria pubblica. Cioè, la polizia, che era massicciamente presente sapeva quello che stava succedendo e non
ha fatto nulla per impedirlo. Ha lasciato che accadesse un enorme "scandalo". I resoconti arrivano solo dopo giorni dai fatti, conditi con le dichiarazioni di rabbia e di paura da parte dei cittadini e una richiesta di chiarimenti e punizioni. Le notizie del fatto che presumibilmente lo stesso era successo ad Amburgo e Stoccarda, sono apparse solo dopo che i media già traboccavano di resoconti sugli eventi di Colonia.
Non possiamo supporre che i rifugiati in generale siano vittime innocenti, certamente ci sono tra loro criminali e straccioni. Allo stesso modo, non si può escludere che tra gli europei emigrati in America non ci fossero criminali.
Inoltre, dobbiamo dire che nei paesi semi-feudali e semi-coloniali in cui si sviluppa un capitalismo burocratico, il patriarcato, l'oppressione delle donne sono molto più marcati. Ciò significa che l'istruzione, la cultura crea l'immagine della donna, che dice che lei è una prostituta, se non indossa il velo o veste liberamente. Cosa succede allora quando uomini che provengono da tali paesi incontrano donne che dalla loro educazione sociale hanno imparato che quanto meno sei vestita, tanto più il tuo valore nel mercato sale, cioè nella capacità competitiva dell’essere sexy? Questo può solo portare a uno scontro. Queste immagini di donne, per quanto diverse possano essere, sono entrambe espressioni del patriarcato.

Ora, le dichiarazioni circa i cosiddetti autori sono molto diverse, ma soprattutto si è parlato da uomini che dall’aspetto arrivano dalla regione del Nord Africa. D'altra parte si può trovare sul quotidiano Die Zeit del 5 gennaio la seguente dichiarazione: "Nel fine settimana dopo i fatti, un corrispondente dello Stadt Anzeiger di Colonia, riporta che molti dei sospetti erano noti alla polizia e si conoscono tra loro. "Gli indizi fino ad ora vanno chiaramente nella direzione di malfattori recidivi noti alla polizia, che con i rifugiati non hanno nulla a che fare," ha detto. ". Che si trattasse ora di straccioni, che hanno istigato i profughi o se questa situazione si è creata in modo diverso, rimane una questione aperta.
Ciò che ci interessa molto di più è il ruolo svolto dallo Stato e dal patriarcato. Lo Stato sta a guardare fino a quando la situazione si complica e poi utilizza ciò per far apparire tutti i rifugiati come criminali e stupratori. Ad Amburgo sulla Reeperbahn, a Colonia durante il Carnevale, e a Monaco alla Oktoberfest le violenze e le molestie sessuali non sono una novità, ma improvvisamente si fa un grande clamore e le donne sono chiamate a fare denunce. Cioè, se gli uomini tedeschi, bianchi, o uomini con un retroterra religioso cristiano picchiano le loro mogli o le violentano, non è il caso né di parlarne né di atti burocratici che meritano una segnalazione. Ma quando gli uomini fanno queste cose, che sembrano altro, poi per giorni le si segnala, e ci sono avvertimenti per le donne, che dicono che è meglio non stare in luoghi pubblici. Si sostiene che questi uomini si devono espellere senza pietà, e si devono introdurre controlli più severi e maggiore sorveglianza. Questo è sciovinismo.
Che ora presentano la cosa come se la violenza contro le donne venisse solo dagli stranieri, è falso. Il patriarcato esiste ovunque nel mondo, anche nei paesi imperialisti come la Germania. E come espressione del patriarcato la violenza contro le donne anche qui è quotidiana. Anche questo deve essere denunciato e combattuto, ma non può accadere nel modo come lo fanno le femministe borghesi. Esse prendono il problema esistente e lo utilizzano per dividere le donne e dividere la nostra classe. Perché agiscono nell’interesse della borghesia e dicono grazie a Reker per i suoi assurdi suggerimenti alle donne e invitano la Merkel ad intervenire.
Mentre i media borghesi sono pieni di resoconti dei cosiddetti "attacchi sessuali", viene deciso il 6 gennaio al Bundestag segretamente un altro intervento militare in Mali e l'espansione dell’intervento in Iraq. "Il governo federale aumenterà il numero di soldati dell’Esercito federale in Mali e significativamente in Iraq. Il Consiglio dei Ministri ha deciso mercoledì (06/01/2016), l’invio di un totale di 550 soldati supplementari in Mali e in Iraq. [...] Per il rafforzamento in Iraq secondo la volontà del governo il mandato oltre confine prevede dai 100 ai 150 soldati. L’esercito federale addestra soldati curdi nella città di Erbil a partire dalla fine del 2014, che lottano contro la milizia terroristica dello Stato islamico (IS). Le unità di peshmerga dovrebbero anche continuare a ricevere armi dalla Germania."
Come femministe proletarie non possiamo permettere che questi incidenti siano usati, con l’aiuto del femminismo borghese, per dividere noi donne e la nostra classe. Che vengano utilizzati per diffondere in maniera ancora più offensiva lo sciovinismo imperialista e l’attacco contro le donne per le pretese dei fascisti!
Ecco perché il nostro slogan è, in questo caso:
Combattere il patriarcato e lo sciovinismo imperialista!

Scritto da CHSC
09. gennaio 2016

13/01/16

Rojava / Le parole delle donne che combattono Daesh

Dal sito Nouvelle Turquie, la traduzione dell’intervista alle donne combattenti della Brigata internazionalista di liberazione in seguito alla riuscita dell’operazione avvenuta a Hol (piccolo villaggio a est della Siria). La Brigata internazionalista di liberazione è stata fondata nel Rojava nel luglio 2015 con l’obiettivo di combattere Daesh e difendere il processo rivoluzionario in  Rojava. La brigata mette insieme diversi combattenti provenienti da diverse organizzazioni rivoluzionarie turche e del mondo intero tra cui Spagna, Grecia, Germania e Giappone.
Nell’operazione volta alla chiusura di un’ importante via di rifornimento per i fascisti di Daesh a Hol, le donne della Brigata Internazionale di liberazione hanno preso iniziativa. Sefagül Aslan, Polen Cebo et Ezgi Arin, tre donne combattenti, tra le responsabili del successo dell’operazione, hanno parlato con l’agenzia stampa ETHA.
Sefagül Aslan: “E’ stato un colpo per i nemici delle donne”
Sefagül Aslan, combattente internazionalista e comandante di Tikko (Liberation Army of the Workers and Peasants of Turkey), ricorda che la regione di Hol è stata un centro di importanza strategica per Daesh: “E’ stata un’operazione nella quale il nostro successo è stato un dovere e ci ha dato un’esperienza di grande valore. La presenza delle donne in questa operazione è stata un passo in avanti che ha rafforzato il battaglione”.
Mettendo l’accento sull’importanza del ruolo delle donne nella guerra contro Daesh, Sefagül ha sottolineato che: “la partecipazione delle donne in questa operazione è stato un duro colpo per i nemici delle donne. C’è una foto rappresentativa che ritrae una combattente mentre distrugge il cartellone messo all’ingresso di Hol dove veniva mostrato alle donne come vestirsi. La foto spiega benissimo il nostro ruolo in questa guerra”.
“In questa guerra contro questi fascisti che diffondono la paura tra le donne del mondo intero, era nostro dovere uccidere questa forza apparentemente invincibile. Perché, in tutte le storie, le donne sono sempre in attesa di essere salvate. Il nostro nome è sempre stato trascinato nel fango. Adesso vogliamo garantire che il nome delle donne sia sinonimo di vittoria. È in questo modo che vogliamo assicurarci un posto in questa storia. Non siamo delle donne che aspettano di essere salvate!”.
Polen Cebo: “Ho partecipato a questa battaglia per vendicare i due massacri”
Polen Cebo spiega di aver partecipato a questa operazione per vendicare i massacri di Suruc e Ankara. Ritenendo che la guerra è una questione principalmente maschile Cebo dichiara: “ci ritroviamo a batterci con il doppio delle forze per dimostrare di essere all’altezza. Per questo la guerra è più difficile per le donne. Ma una volta che l’ostacolo viene eliminato, e avendo conquistato fiducia, le femmine si sentono più a loro agio nelle zone di guerra. Possiamo notare che a differenza degli uomini, le donne sono più calme, più decisive e migliori quando si tratta di compiti come montare la guardia la mattina al freddo, portare le borse più pesanti nelle operazioni o anche semplicemente tagliare la legna. Le donne sono perseveranti su ogni piano. Ho visto una delle nostre comandanti che continuare a battersi senza aspettare la guarigione nonostante avesse preso una pallottola alla gamba. Vedere l’impegno delle donne in battaglia ci ha motivato”.
Polen ha dichiarato che ogni tanto devono fare i conti con le attitudini machiste e ha spiegato che per trovare una soluzione hanno messo in pratica delle pratiche: “ abbiamo vissuto delle difficoltà sul campo di battaglia così come nella vita quotidiana con i nostri compagni maschi. Nonostante questo, mettendo in pratica dei meccanismi per contrastare il problema, siamo riusciti a smorzarli. Inoltre le critiche che abbiamo fatto sono state affrontate”.
Ezgi Arin : “E’ stata una vittoria per l’uguaglianza dei sessi”
La combattente internazionalista Ezgi Arin ha sottolineato il fatto che la lotta contro Daesh fa parte della lotta delle femmine: “Anche se non avessi avuto una identità politica in questa guerra avrei comunque partecipato in quanto donna. Ogni donna, qualunque siano le sue competenze, deve impegnarsi in questa guerra. Questa è stata una vittoria per l’uguaglianza dei sessi”.
Ezgi ha raccontato che le donne partecipano a tutti i combattimenti e che hanno preso dimestichezza con l’uso delle armi pesanti e sono in posizioni di comando.
“Ogni volta che ci veniva detto che le donne ‘non erano capaci di’, noi abbiamo trovato delle donne presenti”. Questo detto è stato sconfessato con la resistenza di Shengal e Kobane, e adesso con l’operazione di Hol è stato completamente cancellato

Le donne continuano a morire di parto e di aborto, siamo al moderno medioevo!

Napoli. E’ morta a 20 anni per un’emorragia dopo essersi sottoposta a un aborto volontario all’ospedale Cardarelli di Napoli. I genitori di Gabriella Cipolletta hanno presentato un esposto-denuncia al Commissariato Arenella. Nel reparto di ginecologia dove è stato praticato l’aborto si sono verificati momenti di tensione quando i familiari hanno saputo della morte. Il ministero della Salute invierà ispettori per accertare cosa è avvenuto.
Aveva deciso di abortire, forse – ma il particolare è da confermare – temendo una possibile malformazione del feto, ma durante l’intervento al “Cardarelli” un’emorragia inarrestabile l’ha uccisa. Gabriella Cipolletta, di Mugnano, centro dell’area a Nord di Napoli, è entrata in camera operatoria alle 12. “Abbiamo verificato che le procedure sono state eseguite correttamente – dice all’ANSA il direttore di presidio, Franco Paradiso – la paziente ha accusato un’emorragia e le è stata praticata una trasfusione con quattro sacche di plasma oltre ad una laparotomia esplorativa per accertare eventuali problemi determinati dall’intervento, ma non è emerso nulla”.

Intanto le relazioni preliminari della task force ministeriale inviata negli ospedali dove in dicembre sono morte 4 donne in gravidanza ha evidenziato in 3 su 4 aspetti di “criticità”. Si tratta degli ospedali di Brescia, Bassano del Grappa e San Bonifacio (Verona)

Dall'assemblea/incontro in Brasile, del MFPR con le dirigenti del Movimento Feminino Popular

Riportiamo una parte dell'entusiasmante viaggio in Brasile fatto da una delegazione di proletari comunisti - PCm Italia, invitata dai compagni brasiliani.
Di seguito il resoconto dell'importante assemblea/incontro fatta dal MFPR Italia con le compagne dirigenti del Movimento Femminino Popular, un "esercito rosso di donne", che ci ha lasciato una profonda impressione per lo spirito combattente e la forza ideologica che esprime, sia come organizzazione, sia ogni compagna.

 
E' stato un incontro anche di conoscenza, di scambio di esperienze; in cui abbiamo imparato ma non si sono sottaciute le differenze.
Un confronto che proseguirà al servizio delle grande mare delle donne, cuore della rivoluzione sia nei paesi dipendenti che nei paesi imperialisti.

 
"La nostra frazione rossa nelle prime lotte di linea sviluppate, una delle questione centrali fu la questione femminile.
Il partito nel 7° congresso, definiva così la questione femminile: la via dell’emancipazione delle donne è la guerra popolare. La nostra concezione di lavoro femminile è parte integrante della linea del partito vale a dire del mlm inclusivo dei contributi del Pres. Gonzalo.
La scelta del nome è un omaggio alle valorose combattenti del Pcp, eroine del popolo peruviano e anche per una definizione di concezione. Noi consideriamo che MFP (Movimento Feminino Popular) è più appropriato dal punto di vista filosofico e dell’origine dell’oppressione delle donne.
Femminismo rappresenta una lotta contro il maschilismo e non contro il sistema. Noi combattiamo le cause, la proprietà privata, in questo senso manteniamo la definizione femminile e non femminismo. Questo resta un tema di discussione, non vogliamo inscenare un polemica.
In funzione dell’importanza del ruolo delle donne nella rivoluzione, il partito impulsa una lotta permanente per la comprensione della linea di massa e del ruolo delle donne nella rivoluzione.
Non c’è mobilitazione, non c’è lotta condotta dagli altri organismi generati, in cui non ci siano gli slogan, la bandiera del Mfp.
Esiste una permanente lotta all’interno per combattere i pregiudizi tuttora esistenti sulle donne.

Ci sono ancora compagni che fanno battutacce sugli omosessuali, ma non sulle donne.
E’ un processo di lotta che ha un suo sviluppo ineguale regione per regione, ma è un processo permanente, c’è vigilanza su questo, ma possiamo affermare che comunque abbiamo dimostrato di essere differenti da tutte le organizzazioni riformiste, in cui si coltiva il maschilismo.
Come ha affermato Mao vi sono tre montagne che occorre radere al suolo che pesano sul nostro popolo. Le tre montagne sono: i latifondisti, la Grande borghesia, l’imperialismo; la 4° montagna è l’oppressione femminile.
Non è possibile abbattere le prime 3 senza mobilitare le truppe del popolo. Pensiamo che sia necessario abbattere la 4° all’interno del processo che accumula e alimenta le forze della classe per abbattere le 3, sapendo bene che non libereremo le donne nel contesto del capitalismo. Per questo occorre elevare la coscienza delle donne e portare avanti una concezione scientifica sull’origine dell’oppressione e sulle sue forme.
Lavoriamo su come applicare questa linea a livello di lavoro di massa. Grande discussione. Necessità di un lavoro specifico delle donne. Perchè, se siamo tutti comunisti c’è necessità dell’organizzazione compagne.
Siamo la metà della classe, e quindi i comunisti che fanno la storia non possono lasciar fuori una gran massa del popolo. La classe non può combattere senza metà del suo esercito. Ci sono degli ostacoli per le donne proletarie e contadine per sviluppare il loro ruolo in politica. L’organizzazione di donne agevola queste donne, il fatto che ci siano riunioni di donne, le incoraggia. Perchè non dobbiamo mai dimenticare l’arretratezza culturale delle masse popolari.

Ci sono esperienze interessanti sulla partecipazione delle donne ai movimenti di massa.
Donne che partecipano dove c’è anche il loro marito e non aprono bocca, ma nelle riunioni in cui ci sono compagne del Mfp bisogna imporre loro di chiudere la riunione altrimenti continuerebbero all’infinito.
Ci sono degli specifici ostacoli che bisogna abbattere perchè le donne dicano la loro su tutto. In questo il ruolo del Mfp è molto netto. Donne che hanno partecipato a un seminario, a qualche riunione e poi non le si è viste, poi invece si identificano con il Mfp, con la sua linea, non con l’organizzazione.

Nei movimenti promossi dal femminismo borghese, su violenza domestica, sessuale, questi riescono ad acquistare attenzione soprattutto nelle città, ma non danno a questi una forma organizzata.
La conformazione del movimento delle donne nel nostro paese è stata fondata dall’azione del PC del Brasile, che fu costituito nel ’22, che già nel ’24 fonda la federazione per il progresso delle donne. Fu un organizzazione che mobilitò le donne della classe media e proletarie, in manifestazioni combattive, per es. entrò in una macelleria e fece una forma di esproprio.
Un ruolo importante l’Mfp lo ha nella lotte contro la guerra imperialista (per es. contro l’invio di truppe brasiliane in Corea, in una di queste manifestazioni una compagna della federazione fu uccisa), nelle lotte antifasciste, ecc..
Alla fine degli anni ’50 vi fu un riflusso del movimento donne, che rifluiscono in movimenti piccolo borghesi. Questi a parole dicono che l’origine è nella proprietà privata dell’oppressione delle donne, ma condividono le quote parlamentari, ecc.
Negli anni ’70 tornano quelle donne che erano fuggite in esilio, tra loro le donne che avevano partecipato alla lotta armata, donne che avevano vissuto il grande sviluppo del movimento femminista in Europa e portano le tesi in Brasile. Si sviluppano organizzazioni separatiste. Una delle forme più estreme di questo sessismo è l’attenzione di queste formazione mettono sulla questione linguistica. L’esperienza in Brasile è che questi movimenti di questo tipo non riescono ad assumere una dimensione di massa. Da un punto di vista organizzativo restano a livello di piccoli circoli. Si tratta di movimenti che fanno tante parole, godono di finanziamenti e oggi esistono su internet, hanno una grande produzione teorica, godono di prestigio, di intellettuali alla moda.
La cosa principale è che non si preoccupano quanto le masse proletarie siano interessate e quanto significhi questo per le masse. Si preoccupano di questione formali.

09/01/16

COLONIA: DE TE FABULA NARRATUR...

(dal blog proletari comunisti)

"CONTRO IL SESSIMO CONTRO IL RAZZISMO" - MA ANCHE CONTRO LO STATO E LA POLIZIA



Dopo la violenza sessuale di massa a decine e decine di donne a Colonia, ma anche ad Amburgo, Francoforte e altre città della Germania, si scatena la canea razzista imperialista e la guerra dei "valori", insieme a misure attuate o annunciate di blocco delle frontiere o espulsione dei profughi.
Le donne molestate, braccate, offese, stuprate diventano l'occasione per una guerra di civiltà (a parole) e di reazione fascista (nei fatti), come per una sporca battaglia politica della destra, e questa volta accettata da tutti, compresa la sindaca "solidale con gli immigrati", come la Merkel.

A Colonia è avvenuto un fatto gravissimo, e in quelle dimensioni e forme nuovo. Che a capodanno in alcuni paesi europei centinaia, migliaia di uomini, prevalentemente giovani, arrivino dai quartieri della periferia e calino nel centro delle cittadelle imperialiste per rubare, borseggiare, è già accaduto; avviene per esempio da anni nel cuore di Madrid, a puerta del Sol, dopo la mezzanotte quando tantissima gente sta nella piazza a festeggiare.
Non sono profughi, sono nella maggioranza nativi di quei paesi, sono gli abitanti di quelle banlieues, che non stanno solo a Parigi, ma in ogni cittadella imperialista, emarginati, discriminati, poveri, che vedono nel capodanno l'occasione per arraffare ciò che si può. Sono organizzati? Sì e no. Sono tanti che arrivano insieme, a gruppi, ma non si può dire che c'è una unica regia dietro.

Il problema che a Colonia a questo si è unita una bestiale caccia alle donne, le molestie/violenze sessuali di massa, le offese. 
Ma tutti coloro che ora vogliono allontanare da sè, dal rispettoso (verso le donne) occidente si guardino nello specchio.
A Colonia non sono andati in scena solo pratiche e concezioni patriarcali da "terzo mondo" verso le donne, ma queste trovano sempre più l'humus rafforzativo nelle aberranti concezioni di "uomini che odiano le donne" dei "moderni" paesi imperialisti. Trovano il maschilismo/sessismo imperialista, dei "civili" uomini borghesi.
Si tratta di "figli" cresciuti in questo sistema sociale imperialista marcio e imbarbarito, che sempre più produce nella sua fase morente nei confronti delle donne un odio fascista che produce, anche in questo caso a "livello di massa", stupri e femminicidi in quantità elevata, nei loro bei paesi civili e nelle loro belle ed emancipate famiglie.
Ora la polizia, i governi, i giornalisti devono trovare tra gli aggressori per forza i profughi, mentre vengono fuori che nei branchi vi erano anche "puri" tedeschi altrettanto ubriachi e violenti.

Il Manifesto scrive: "...sulla rete circolano inviti a recarsi a Colonia «per difendere le nostre donne». "Nostre", appunto, proprietà del maschio germanico, chiamate a incarnare non la loro libertà, ma i «valori» tedeschi. È da mesi che i media conservatori insistono sul fatto che la prevalenza di giovani maschi di religione islamica tra i rifugiati avrebbe comportato una minaccia per la sicurezza delle donne. Personaggi e forze politiche da sempre attaccati ai tradizionali ruoli dettati dal patriarcato si scoprivano improvvisamente convinti paladini della libertà femminile. E i fatti di Colonia rappresentano il perfetto coronamento di questa campagna...". 

Mentre scrive Pierluigi Battista sul CdS: "Gli uomini che a Colonia si sono avventati come animali sulle donne in festa per il Capodanno volevano punire la libertà delle loro vittime... Consideravano prede da disprezzare e da percuotere le donne che facevano pubblicamente uso di una libertà che gli stupratori e gli energumeni di Colonia considerano inconcepibile, peccaminosa, simbolo di perversione, donne che studiano e lavorano. Che sposano chi desiderano... Che bevono e mangiano in libertà, entrano nei locali, fanno l’amore quando scelgono di farlo... È stato un rito di umiliazione organizzato, coordinato, diretto a colpire quello che oramai comunemente viene definito uno «stile di vita»...
....Con tutte le cautele e il senso di responsabilità che si deve in questo genere di problemi, Colonia ha lo stesso significato di aggressione simbolica dell’irruzione fanatica nella redazione di Charlie Hebdo...  (E conclude) "...A noi il compito di difenderlo, questo modo di vivere, e di considerare inviolabili le donne, e la loro libertà".
E' una chiamata alla guerra, prima in nome della lotta all'islamismo=terrorismo e ora dell'islamismo=violenza alle "nostre" donne e nostre "libertà". Mandando in scena una propaganda falsa sulle libertà delle donne nei paesi occidentali, una "libertà" sempre più pregna di "moderno medioevo" per le donne, di attacchi ai diritti e dignità delle donne, dall'Italia, alla Germania, agli "ultracivili" paesi nordici, dove perfino i libri danno voce al "pulito" odio fascista verso le donne, e dove albergano i "bianchi" figli nazisti assetati di morte - ricordate la strage di Utøya nel luglio 2011?
A tutto questo come donne rispondiamo: NON IN NOSTRO NOME! Non sono questi che possono difendere le donne!
MC del mfpr